Sport

Superlega, alla Prisma non basta il cuore: l’Itas passa al PalaMazzola

foto G. Leva
06 Feb 2023

di Paolo Arrivo

La domenica perfetta poteva avere inizio con la notizia della sconfitta di Siena a Modena, nell’anticipo della settima giornata di ritorno nella Superlega Credem Banca: se è vero che non si gioisce delle disgrazie altrui, non guasta mai un po’ di fortuna. Quella che non ha avuto la Gioiella Prisma Taranto. Merito dell’avversario, l’Itas Trentino, che sul parquet del PalaMazzola si è imposto con un secco 3-0 (26-24, 28-26, 25-22) confermandosi squadra forte e cinica. Il cuore non è bastato ai rossoblu, protagonisti comunque di un’ottima prestazione, incoraggiante. Resta il rammarico soprattutto per l’esito della prima frazione di gioco. Che avrebbe potuto far prendere un’altra piega all’incontro, dove la conquista di un punto era auspicabile.

Il match Prisma- Itas

Prisma in campo con Falaschi e Lawani in diagonale, Alletti e Larizza centrali, Loeppky e Antonov in posto 4, Rizzi libero. La partenza è buona per i padroni di casa (11-9) che si affidano a Ibrahim Lawani, diventato già una sicurezza del gruppo che il francese ha trovato scendendo a Taranto. L’ace flottante di Alletti costringe al timeout coach Lorenzetti sul 15-12. La Prisma non concede nulla, ma quando il set sembra vinto Sbertoli in battuta rovina la festa favorendo la rimonta e il sorpasso dell’Itas: da 15-20 a 23-20. Larizza con un ace tiene accese le speranze rossoblu (22-23). Nonostante la spinta del pubblico che, finalmente numeroso (1700 spettatori), si è fatto sentire, gli ospiti chiudono il parziale a loro favore.

Nel secondo set ancora Sbertoli mette in difficoltà la difesa ionica (2-5). Poi una lunga fase di equilibrio. Taranto annulla un set point agli ospiti e si porta avanti (25-24). Si va ai vantaggi, chiusi ancora una volta dall’Itas.

La Prisma parte bene nella terza frazione di gioco (6-3). Gli ospiti finalmente sbagliano qualcosa, gli uomini allenati da Vincenzo Di Pinto ne approfittano (17-14). Gli spettatori sanno che non bisogna farsi illusioni per il vantaggio risicato. L’Itas, infatti, è intenzionato a portare a casa l’intera posta, e ci riesce. Trascinati da Kaziyski (20 punti come Lawani), i vicecampioni del mondo conservano il secondo posto in classifica, e raccolgono gli applausi del pubblico. Che rimanda il desiderio, o meglio la necessità di veder vincere la Prisma alla prossima sfida in casa – domenica 19, lo sconto salvezza col Siena.

Fotogallery by Giuseppe Leva

Diocesi

Anche a Taranto si è celebrata la XXVII Giornata mondiale della vita consacrata

04 Feb 2023

La grande famiglia della vita consacrata presente a Taranto, ha celebrato la sua XXVII Giornata nella parrocchia San Massimiliano Kolbe, nel quartiere Paolo VI, in un clima di grande letizia spirituale e di profonda comunione con la chiesa, nella festa liturgica della Presentazione del Signore.

Sin dall’inizio si è toccata con mano la gioia di incontrarsi per mettersi in ascolto della Parola di Colui che, nello scorrere del tempo, invita ad andare per annunciare, con la propria vita, la bellezza del Vangelo. “In questo andate di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa”, per […] “uscire dalle proprie comunità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”. (EG.20)

Dopo il saluto iniziale del vicario episcopale per la vita consacrata, don Filippo Urso, ha preso la parola l’arcivescovo coadiutore, mons. Ciro Miniero, che ha dettato, ai consacrati presenti, una meditazione, riprendendo il messaggio del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, per quest’anno. Nello spirito sinodale i consacrati sono chiamati ad essere “memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù” (VC 22), vivendo sempre più la missione secondo lo stile di Dio, che è vicinanza, compassione e tenerezza, allargando la propria tenda e camminando insieme.

A seguire sono stati celebrati i vespri e l’eucaristia, presieduta dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro che nell’omelia non ha fatto mancare parole di incoraggiamento e di stima ai consacrati per la loro missione nella Chiesa, invitandoli a lasciarsi raggiungere dalla luce del Verbo incarnato che è entrato nella nostra storia affidandoci una missione.

Davvero un bel momento di comunione, testimonianza ed evangelizzazione!

Editoriale

Prima che sia davvero troppo tardi

(Foto ANSA/SIR)
04 Feb 2023

di Emanuele Carrieri

È necessario precisare subito un punto: non è una sanzione penale, non è vessazione, non è una pena aggiuntiva per chi sta scontando una condanna all’ergastolo. L’articolo 41 bis di cui si parla in questi giorni a causa delle vicende, da un lato di ordine pubblico, dall’altro politiche, legate al caso dell’anarchico Alfredo Cospito, è una norma dell’ordinamento penitenziario, ma non del Codice penale, proprio perché non riguarda la pena ma soltanto il regime carcerario, che può essere applicato tanto ai detenuti condannati quanto a quelli in attesa di giudizio. La norma ha uno scopo chiaro, preciso: evitare i contatti con le organizzazioni criminali operanti all’esterno, quelli fra appartenenti a una stessa organizzazione detenuti in un carcere e quelli fra appartenenti a diverse organizzazioni criminali. Nulla di più e nulla di meno. Per la rigidità delle prescrizioni carcerarie viene chiamato “carcere duro”: l’isolamento è pressoché totale, l’ora d’aria è limitata e sorvegliata, i colloqui con i familiari sono limitati sia per durata che per contatto. La disposizione venne introdotta nel 1986 dalla cosiddetta legge Gozzini – quella sui benefici ai condannati – per fronteggiare situazioni di pericolo interne al carcere, come per esempio, le rivolte. Dopo la strage di Capaci, in cui persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta, il carcere duro fu esteso anche ai detenuti per mafia, poiché era provato che anche all’interno dei penitenziari i boss riuscivano a gestire i traffici e dare i loro ordini criminali. Non era più solamente una soluzione alle emergenze interne ai penitenziari ma anzitutto una norma con un fortissimo impatto sulla criminalità organizzata fuori dal carcere. Tale è stata l’efficacia che il 41 bis è stato al centro del famigerato “papello” sulla presunta trattativa fra Stato e mafia. In principio la legge aveva un carattere temporaneo, della durata di tre anni, ma nel 2002 il secondo governo Berlusconi abrogò la sua temporaneità e la rese stabile. Ma non solo: da allora è applicabile anche ai detenuti per terrorismo ed eversione. Il carcere duro può durare fino a un massimo quattro anni, ma è prorogabile ogni due. Cospito, l’anarchico che da oltre cento giorni di sciopero della fame ha perso 40 chili, protesta non solamente per sé ma anche per tutti gli altri detenuti: chiede di ritornare al regime carcerario ordinario, che ha conosciuto fino al maggio scorso, per dieci anni, da quando è stato arrestato e poi condannato a 10 anni e 8 mesi per aver ferito alle gambe un dirigente dell’Ansaldo Nucleare. Mentre scontava la pena, è stato condannato a 20 anni per due ordigni piazzati davanti alla caserma, sede della scuola allievi Carabinieri di Fossano, vicino Cuneo. Questa sentenza è stata poi annullata dalla Cassazione che ha riqualificato, aggravandolo, lo stesso fatto: strage per attentare alla sicurezza dello Stato. E così è incominciato un nuovo processo di appello nel quale l’accusa ha chiesto l’ergastolo. Il dibattimento è stato, però, interrotto in attesa che la Corte costituzionale stabilisca la legittimità della norma che impedisce il bilanciamento fra una attenuante e una aggravante: l’attenuante della tenuità del fatto – non ci sono stati morti né feriti – e l’aggravante della recidiva. Come nasce la tensione che ha portato a parecchi attentati, all’estero e in Italia, da parte di gruppi anarchici, e a un acceso dibattito politico? Tutto è iniziato nella scorsa primavera quando l’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia ha firmato per Cospito, così come previsto dalle sue competenze, il regime carcerario più duro, previsto dal 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Da quel momento, l’anarchico, trasferito da Terni nel carcere sassarese di Bancali, ha dato vita alla sua protesta, con lo sciopero della fame. C’è chi sollevato il quesito della costituzionalità del 41 bis, deflagrato poi nel dibattito pubblico all’indomani dell’arresto del boss stragista di “Cosa nostra” Matteo Messina Denaro. A ruota si è aggiunto quello dell’ergastolo ostativo di cui si discute da diverso tempo. Anche qui, però, occorre chiarire: l’ergastolo ostativo è una pena che non prevede l’uscita dal carcere né l’ammissione ai benefici penitenziari. Prima, era automatico per i condannati che non avessero collaborato con la giustizia, adesso invece la decisione è assegnata al giudice di sorveglianza. Con una sola eccezione: per i condannati che siano detenuti in regime 41 bis, l’ergastolo è in ogni caso ostativo. Eccolo il legame. Va da sé che la cancellazione del 41 bis è un appiglio per aggirare il fine pena mai automatico e così rimettere per tutti la decisione al giudice. Temi delicati sui quali bisognerebbe discutere a mente fredda, senza fare di Cospito un simbolo né considerare gli attentati di chi lo sostiene una pressione cui cedere o meno. Parecchi giuristi si sono espressi, pure in tempi non sospetti, anzitutto contro l’ergastolo ostativo, in virtù della norma costituzionale che contempla la riabilitazione del condannato come fine, altri sulla disumanità del 41 bis, a fronte di chi ribadisce che basterebbe dissociarsi per essere ammessi ai vari benefici e che l’efficacia del carcere duro nella lotta alla mafia è qui, sotto i nostri occhi. Quanto a Cospito, ora si deve decidere sul caso concreto, senza lasciare spazio a parole come cedimento e ricatto. Se – anche a causa dello sciopero della fame – il detenuto rischia la vita, lo Stato ha il dovere, irrinunciabile, di intervenire, in attesa della udienza in Cassazione sul merito della applicazione del 41 bis a un uomo definito pericoloso, ma senz’altro non tanto quanto Matteo Messina Denaro.

Emergenze ambientali

Coldiretti: “I cambiamenti climatici spingono la rivoluzione digitale in agricoltura”

foto Coldiretti
04 Feb 2023

“I cambiamenti climatici spingono la rivoluzione digitale nelle campagne con oltre sei aziende agricole italiane su dieci (64%) che hanno adottato almeno una soluzione di agricoltura 4.0 dai droni ai robot, dai sensori ai gps, dalle piattaforme satellitari all’internet delle cose per salvare l’ambiente, aumentare la produttività e contenere i costi”. È quanto emerge da una analisi di Coldiretti diffusa in occasione della Fieragricola tech di Verona, al Palaexpo – stand C4, dove è stato inaugurato l’orto 4.0 con la partecipazione del presidente della Coldiretti, Ettore Prandini.
“Secondo l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Smart Agrifood – sottolinea Coldiretti – il valore del mercato dell’agritech è cresciuto nel giro di cinque anni del 1.500%, passando da 100 milioni di euro a 1,6 miliardi. Tra le soluzioni più adottate dalle imprese innovative c’è l’informatizzazione dell’azienda attraverso software di gestione (adottata nel 40% dei casi), sistemi di monitoraggio e controllo di macchine e attrezzature agricole (23%), servizi di mappatura e di coltivazioni e terreni (19%), sistemi di monitoraggio di coltivazioni e terreni (14%) e sistemi di supporto alle decisioni (12%)”.
La superficie agricola coinvolta dalla nuova ventata di innovazioni tecnologiche e digitali è “di quasi un milione di ettari a livello nazionale pari al 6% della superficie totale ma – continua Coldiretti – esiste un grande potenziale di crescita soprattutto con l’utilizzo dei Big Data Analytics e del cosiddetto ‘Internet delle cose’”.
“La tecnologia digitale – sottolinea Coldiretti – è poi alla base del sistema blockchain per la tracciabilità dei prodotti e la garanzia dell’origine considerata sempre più importante con il 53% dei consumatori che cerca spesso informazioni sulla tracciabilità dei prodotti agroalimentari al momento dell’acquisto, dal sito internet del produttore al qr-code fino alla realtà aumentata”.
Un profondo cambiamento che vede in prima fila “le nuove generazioni con quasi una impresa agricola giovanile su tre (31%) che applica oggi tecniche di agricoltura di precisione”, secondo un’analisi Coldiretti sulla base del Rapporto del centro Studi Divulga. Ma “tra i giovani molto apprezzato è anche l’utilizzo dei social per la promozione delle proprie attività: più di un giovane su tre (37%) usa i social network per promuovere le proprie attività, con Facebook che rimane il canale preferito (71%)”.
Occorre però colmare i ritardi nell’espansione della banda larga nelle zone interne e montane, visto che quasi 1 famiglia su 3 (32%) che vive in campagna non dispone di una connessione adeguata. “Un gap insopportabile che penalizza le imprese agricole e che va superato per poter utilizzare al meglio nelle campagne tutto il potenziale delle nuove tecnologie”, afferma Prandini, sottolineando che “vogliamo invece portare lo sviluppo tecnologico a tutte le aziende anche tramite il fondo da 225 milioni di euro inserito nella legge di Bilancio grazie all’impegno del ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida e che potrà essere sfruttato per voucher all’innovazione”.

 

Letteratura

Letteratura e impegno sociale: un programma d’incontri alla Biblioteca comunale di San Giorgio Jonico

03 Feb 2023

La Biblioteca comunale “G. Monteleone” di San Giorgio Jonico, gestita dall’Acsi Comitato provinciale di Taranto, nell’ambito delle sue attività ha organizzato l’iniziativa: “I lunedì di febbraio tra Letteratura ed Impegno Sociale”.

L’iniziativa è articolata in 3 presentazioni di altrettanti autori pugliesi con le loro opere che spaziano dalla poesia alla saggistica. Si comincia lunedì 6 Febbraio 2023 con “Giallo Italia. Viaggio tra delitti, misteri e depistaggi” di Mario Gianfrate, si prosegue Lunedì 13 Febbraio con “Nelle voci del mare perdute. L’ala di chi arriva e l’ala di chi deve farsi riva” di Giuseppe Goffredo e si conclude con “La guerra che è in noi. Canto corale per la Terra, sconfinato campo di battaglia, sempre in cerca di pace” a cura di Silvano Trevisani.

A dialogare con gli autori e a moderare i tre appuntamenti sarà il giornalista Silvano Trevisani, caporedattore del giornale “Nuovo Dialogo” e responsabile della rivista di poesia “Il sarto di Ulm”.

Il primo appuntamento della rassegna è per Lunedì 6 febbraio, alle ore 18.30, con il saggio “Giallo Italia. Viaggio tra delitti, misteri e depistaggi” (Giazira Scritture, 2021), di Mario Gianfrate, saggista ed ex docente che vive e opera a Locorotondo.

Il volume affronta la storia dei tanti misteri d’Italia. Morti misteriose, omicidi annunciati, prove taciute, silenzi. La storia d’Italia potrebbe essere raccontata anche dal punto di vista dell’efferatezza dei tanti eventi che hanno segnato alcuni passaggi importanti, dalla fondazione di Roma fino ai giorni nostri. Si tratta di un punto di vista che squarcia il velo su ciò che i manuali non possono dire, ma che le inchieste giornalistiche raccontano da sempre. Giallo Italia, come recita il sottotitolo, è un viaggio sorprendente ed inquietante tra delitti, misteri e depistaggi in Italia.

La rassegna “I lunedì di febbraio tra Letteratura ed Impegno Sociale” è organizzata dalla Biblioteca Comunale “G. Monteleone”, gestita dall’Acsi Comitato provinciale di Taranto, in collaborazione con il Laboratorio urbano Mediterraneo / Presidio del libro di San Giorgio Jonico, con il sostegno del Comune di San Giorgio Jonico.

Ecclesia

Giornata per la vita, mons. Fragnelli (Cesi): “Il popolo italiano è fatto per la cultura della vita e non della morte”

foto d'archivio Sir
03 Feb 2023

“Mi chiedo seriamente a chi interessa riflettere ancora sulla cultura della morte, su tutte le forme di aggressione da parte della morte alla nostra civiltà contemporanea, specialmente alla civiltà occidentale, a quella che in Italia respiriamo”. Le parole sono di mons. Pietro M. Fragnelli, vescovo di Trapani e delegato della Conferenza episcopale siciliana per la famiglia e la vita, oltre che per i giovani. Le pronuncia in un video dedicato alla 45ª Giornata per la vita che sarà celebrata domenica 5 febbraio in tutta Italia sul tema “La morte non è mai una soluzione”.
“Proporre ogni anno una Giornata nazionale della vita – prosegue il presule – significa capire che tutti abbiamo una responsabilità a favore della vita nascente, a favore della vita che va resa armonica e vivibile nelle famiglie, a favore dei giovani che hanno bisogno di essere non solo sostenuti e rimotivati nelle scelte della vita ma anche valorizzati nel cammino della nostra società, a favore di quell’accompagnamento cordiale, empatico, affettuoso per coloro che sono al traguardo, alla conclusione della vita”.
Riponendosi la domanda iniziale – “A chi interessa riflettere ancora sulla cultura della morte perché venga superata con una cultura della vita” – mons. Fragnelli offre una risposta: “Ai vescovi italiani ci provano e ci credono – dice –, il popolo italiano sicuramente è fatto per la cultura della vita e non per una cultura della morte”.

Pnrr: via libera del Mase a un contributo per realizzare 160 progetti “faro” di economia circolare

03 Feb 2023

Il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (Mase) ha dato il via libera a un contributo per realizzare 160 progetti “faro” di economia circolare. Nei tre decreti il dicastero individua la lista dei progetti che beneficeranno del contributo massimo previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, in linea con la normativa sugli aiuti di Stato: si tratta di aziende che hanno proposto interventi volti ad adeguare impianti esistenti o a realizzarli “ex novo”.
“Le nostre filiere del riciclo – spiega il ministro Gilberto Pichetto – rappresentano un esempio virtuoso e vincente in Europa: un mondo sempre attento all’innovazione per raggiungere le migliori performance ambientali. L’impegno di tante realtà territoriali potrà meglio qualificare l’Italia quale Paese di riferimento nelle buone pratiche per l’economia circolare”.
Per la linea A, che promuove l’ammodernamento e la realizzazione di nuovi impianti per i rifiuti elettrici ed elettronici (Raee), comprese pale di turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, sono 67 i progetti finanziati. Settanta invece quelli selezionati per la linea B, riguardante l’impiantistica per la raccolta, logistica e riciclo dei rifiuti in carta e cartone. Ventitré, infine, i progetti che troveranno compimento attraverso la linea D, per l’infrastrutturazione della raccolta di frazioni tessili e la realizzazione di veri e propri “hub” del tessile.
È prevista invece nei prossimi giorni la pubblicazione del decreto di concessione dei contributi per gli operatori economici della linea C, per la realizzazione di impianti di riciclo della plastica, compreso il “marine litter”. Si completerà in questo modo l’elenco dei soggetti destinatari dei 600 milioni di euro (150 per ciascuna linea) che il Pnrr mette a disposizione nel settore del riciclo, che dovranno diventare realtà ed essere messi in funzione entro il primo semestre 2026.

Viaggio apostolico

Papa Francesco in Congo: “Fate tacere le armi, mettete fine alla guerra!”

foto Vatican media/Sir
03 Feb 2023

Emelda non sa bene il francese, a leggere la sua testimonianza è un’altra donna. A 16 anni, è stata tenuta come schiava sessuale e abusata per tre mesi. “Ogni giorno da cinque a dieci uomini abusavano di ciascuna di noi. Ci hanno fatto mangiare mangiare la pasta di mais e la carne degli uomini uccisi. A volte mescolavano le teste delle persone con la carne degli animali. Questo era il nostro cibo quotidiano. Chi si rifiutava di mangiarlo veniva fatto a pezzi e gli altri erano costretti a mangiarlo”. È solo una delle agghiaccianti testimonianze ascoltate, in silenzio dal papa, durante l’incontro con le vittime della violenza nella parte orientale del Paese, in cui non ha potuto recarsi per questioni di sicurezza. A parlare sono soprattutto le donne, come Bijoux, che a 14 anni è stata violentata ripetutamente ogni giorno, per 19 mesi, dal comandante di una brigata di ribelli sopraggiunti nel suo villaggio e ora stringe a sé due gemelli frutto di quelle violenze, oggetto delle tenere carezze del papa. È il momento più commovente dei tre giorni di Francesco nella Repubblica democratica del Congo, quello in cui le vittime della guerra, dei conflitti, dell’odio hanno deposto davanti al grande Crocifisso sotto il quale era seduto il papa i simboli delle loro atroci torture – un machete, un coltello, una lancia, l’uniforme dei guerriglieri, la stuoia dove venivano perpetrati gli abusi – per dimostrare che il perdono è possibile, anche tra le atrocità più disumane e disumanizzanti, se si è in grado di “smilitarizzare il cuore”, come ha chiesto il papa nel suo discorso, esortando ogni abitante del Paese a divenire costruttore responsabile del suo futuro: “sì” alla riconciliazione, “no” alla rassegnazione.

“La donna, ogni donna, sia rispettata, protetta, valorizzata”, l’appello finale rivolto alle vittime principali di ogni conflitto: “commettere violenza nei confronti di una donna e di una madre è farla a Dio stesso, che da una donna, da una madre, ha preso la condizione umana”.

“Fate tacere le armi, mettete fine alla guerra. Basta! Basta arricchirsi sulla pelle dei più deboli, basta arricchirsi con risorse e soldi sporchi di sangue!”.

Mentre condivide le sue lacrime con quelle delle vittime, il Papa ricorda gli esempi di “seminatori di speranza” – come l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, assassinati due anni fa nell’Est del Paese – e rilancia l’appello già lanciato nel suo primo discorso, pronunciato dal Palais della Nation di Kinshasa e rivolto a coloro che “tirano i fili della guerra”. Serve “una grande amnistia del cuore”, in un mondo scoraggiato per la violenza e per la guerra: “L’Africa, sorriso e speranza del mondo, conti di più: se ne parli maggiormente, abbia più peso e rappresentanza tra le Nazioni! Non possiamo abituarci al sangue che in questo Paese scorre ormai da decenni, mietendo milioni di morti all’insaputa di tanti. Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mani dall’Africa!”.

Prima dell’incontro in nunziatura, la Messa nell’aeroporto di ‘Ndolo, davanti ad oltre un milione di persone: “Noi cristiani siamo chiamati a collaborare con tutti, a spezzare il circolo della violenza, a smontare le trame dell’odio”, l’invito di Francesco per essere “missionari di pace”. “Lasciamoci perdonare da Dio e perdoniamoci tra di noi”, il mandato a proposito del tema centrale del viaggio, presente fin dal primo discorso, così come in quello rivolto al clero, esortato a “dialogare, accogliere e perdonare, immettere fiumi di pace nelle aride steppe della violenza”. E proprio al perdono il Papa ha dedicato le ultime parole, aggiunte a braccio, del discorso rivolto ai vescovi prima di congedarsi dal Paese per dirigersi alla volta del Sud Sudan, seconda tappa del suo 40° viaggio apostolico, che compirà insieme all’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, e al moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields. Di certo Bergoglio porterà nel cuore, tra i vari momenti del viaggio, anche il bagno di folla con 65mila giovani, che hanno cantato e danzato alla Stadio dei Martiri e ai quali ha chiesto, fuori programma, di darsi la mano l’un l’altro per sperimentare cosa sia la fraternità.

“Pas de corruption!”,il grido del Papa in francese: “Se qualcuno ti allungherà una busta, ti prometterà favori e ricchezze, non cadere nella trappola, non farti ingannare, non lasciarti inghiottire dalla palude del male. Non lasciarti vincere dal male, vinci il male con il bene”. Forte e chiara la consegna al termine della prima tappa del viaggio. Rivolgendosi ai vescovi della Repubblica democratica del Congo, il papa ha sintetizzato così il loro ruolo pacificatore che, ha precisato, non consiste un’azione politica: “Sradicare le piante velenose dell’odio e dell’egoismo, del rancore e della violenza; demolire gli altari consacrati al denaro e alla corruzione; edificare una convivenza fondata sulla giustizia, sulla verità e sulla pace; e, infine, piantare semi di rinascita, perché il Congo di domani sia davvero quello che il Signore sogna: una terra benedetta e felice, mai più violentata, oppressa e insanguinata”.

Vita sociale

Spreco alimentare: “È immorale per l’80% dei giovani che si impegna per evitarlo”

Sono questi i risultati più evidenti di una ricerca fra le giovani generazioni condotta dal team scientifico dell’Università Lumsa

03 Feb 2023

di Filippo Passantino

Il 44% dei giovani fra 18 e 25 anni non esita a ricorrere alla doggy bag quando, al ristorante, rimangono dei cibi; il 75% ordina solo quel che può effettivamente mangiare e il 90% preferisce “ingozzarsi” piuttosto che buttare alimenti. Sono questi i risultati più evidenti della ricerca sullo spreco alimentare fra le giovani generazioni condotta dal team scientifico dell’Università Lumsa coordinato da Laura Michelini (docente associato di Economia e Gestione delle Imprese, Università Lumsa) e da Massimiliano Scopelliti (ordinario di Psicologia sociale, Università Lumsa). Dati diffusi in occasione della Giornata nazionale di prevenzione contro gli sprechi alimentari.
Se il 90% dei ragazzi si dichiara pronto a mangiare pur di non gettare il cibo rimasto, la percentuale scende un po’ quando si tratta di organizzare la spesa settimanale: il 72% programma gli acquisti in modo tale da evitare l’acquisto di alimenti in eccesso. Appare meno diffuso l’utilizzo delle app per per il food sharing: 6 su 10 dichiarano di non averle mai utilizzate e solo l’8% confessa di adoperarle costantemente. La Generazione Z dimostra ancora una volta grande sensibilità ai temi ambientali: il 45% dichiara di compiere scelte ecologiche all’atto dell’acquisto e l’80% ritiene semplicemente che sprecare sia immorale.

Ecclesia

Giornata vita consacrata, mons. Savino: “Religiosi chiamati ad essere arcobaleno nella Chiesa”

foto Siciliani-Gennari/Sir
03 Feb 2023

“In questo tempo storico, nel nostro Paese, la vita religiosa non vive un momento felice: è un modello di vita che non crea attrazione nei confronti dei giovani perché forse non risponde al loro modo di essere oggi, lo stile di annuncio è probabilmente inattuale per cui non tocca il loro cuore. La mancanza di vocazioni non crea scambio tra le generazioni, i membri delle comunità religiose sono, per la massima parte, avanti negli anni. Paradigmi di vecchio stampo sono ancora presenti nella cultura ecclesiastica e nelle comunità e una specie di sottile pessimismo serpeggia nei sotterranei inconsci dei religiosi e religiose e fanno loro da scudo all’ aspirazione e al desiderio, sempre presente, di voler vivere con più ampio respiro la scelta della vita religiosa”. Sono queste le parole di mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Jonio e vicepresidente Cei area Sud, contenute nella sua riflessione sulla vita consacrata che parte dalla felicitazione per il cammino sinodale che negli alti vertici dell’Uisg-Unione internazionale superiore generali, sembra svolgersi in maniera ottimale. “Ora sembra più urgente accogliere l’invito sinodale di allenarsi in squadra con la Chiesa, nel cantiere che è la casa di Betania, imitando lo stile di Gesù che è quello di farsi ascolto, dialogo, prossimità, pur nella povera condizione di ‘piccolo resto’ che la vita religiosa oggi rappresenta”.  “Il Sinodo dunque – prosegue -, è la grande opportunità offerta alla vita religiosa per diventare ‘piccolo resto collante’ tra la realtà dinamica del cantiere, che è il luogo vitale in cui ogni comunità opera, e la casa di Betania da dove, coltivando una relazione essenziale e profonda con il Signore, verrà la spinta a impegnarsi, a trovare la forza di allenarsi in squadra con il popolo di Dio e correre insieme, nel discernimento e nel comune ascolto dello Spirito, per diventare profeti di speranza”. Il vescovo di Cassano all’Jonio prevede un cammino lungo e faticoso ma, nello stesso tempo, la possibilità per la vita religiosa di ingranare una prima marcia e mettersi in moto, sicura che Dio non l’abbandonerà a se stessa. “Vita religiosa, ‘piccolo resto indomito’, alza il capo, liberati dalle zavorre che ti appesantiscono. Tu sei chiamata ad essere arcobaleno nella Chiesa: mostra il tuo raggiante e gioioso volto. La tua identità, il tuo nome è Profezia”, aggiunge mons. Francesco Savino che conclude, “A te, «Icona di Cristo trasfigurato» (V.C.14), è affidato il grandioso impegno di testimoniare nella chiesa e nel mondo, la radiosa Bellezza di Dio, la gloria e il volto del Padre, nello splendore luminoso dello Spirito”.

Ecclesia

Don Giussani e la musica: ne parliamo con l’arcivescovo e don Gino Romanazzi

Foto G.Leva
03 Feb 2023

In occasione dell’evento “Spirto Gentil: don Giussani e la Musica”, svoltosi ieri sera nel Salone di rappresentanza della Provincia, abbiamo intervistato l’arcivescovo, Filippo Santoro, e il coordinatore per Taranto del movimento di Comunizione e Liberazione, monsignor Gino Romanazzi.

Questo evento così importante per Taranto – chiediamo all’arcivescovo – quale segno vuole dare alla comunità?

Vuole dare il segno di come si può spendere la vita per un ideale come ha fatto don Giussani, perché la nostra terra sia illuminata dalla bellezza del Mistero e che tale bellezza diventi impegno per entrare nella realtà, per dare speranza, intervenire nelle vicende umane, offrire anche metodi per vivere una solidarietà più vera, più reale e oggettiva: la fede che diventa opera.

La musica così come l’ha vissuta don Giussani, per molti è una prospettiva nuova.

Anche nella musica come forma espressiva della bellezza don Giussani si rivela un maestro. Attraverso il genio artistico dei musicisti, ha saputo esprimere l’ansia umana, la domanda che nasce dal cuore e molte volte quella domanda è più esplicita negli artisti ed è al servizio della vita di tutti quanti.

Può rappresentare anche una pista pastorale.

Certo, la testimonianza attraverso la musica della solidarietà e della bellezza. La forma più bella però è la comunità.

Monsignor Romanazzi, perché Taranto ha voluto rimarcare questo aspetto singolare dell’insegnamento di don Giussani?

Perché l’incidenza di don Giussani a Taranto è presente da cinquant’anni. La sua persona è molto cara, ha generato la speranza di molti e qui si rende evidente una continuità della storia di don Giussani attraverso la presenza di persone, di adulti, di giovani, di ragazzi che sono affascinati dal suo carisma.

Se per gli aderenti a Cl è una cosa nota, per molti sarà una sorpresa conoscere questo lato di don Giussani.

Ma questo spiega perché abbiamo sempre voluto che la liturgia e gli stessi momenti assembleari vedessero sempre la presenza della musica. Noi ci introduciamo all’evento attraverso la guida di questi grandi autori della musica classica, ma anche della musica leggera, specie quando si tratti di canti che derivano dalla cultura europea e latino-americana o di altre nazioni. Questo lavoro che è stato fatto attraverso la collana dei Dc nata dal lavoro coordinato di don Giussani e Bellini va molto più pubblicizzato e conosciuto perché vi è una profondità inimmaginabile.

Intanto la risposta della gente a questo evento qualcosa dimostra.

Che don Giussani è… don Giussani! Come nel 1986, per il suo intervento alla Settimana delle fede don Giussani riempì la Concattedrale, stasera non poteva andare diversamente. La grandezza dell’uomo, del sacerdote, dell’educatore, del genio, diremmo noi si rivela anche qui.

INTERVISTA AL PROFESSOR BELLINI

Emergenze sociali

Autonomia differenziata, Acli: “Aumenterà le diseguaglianze tra nord e sud”

03 Feb 2023

“Una legge inopportuna e profondamente ingiusta che rischia di aumentare le diseguaglianze tra i territori del paese più ricchi e quelli che fanno più fatica”. Così il vicepresidente nazionale Acli, Antonio Russo, ha commentato l’approvazione del ddl Autonomia nel Consiglio dei ministri di questa sera. “Si tratta di una riforma che spingerebbe le regioni a chiedere l’autonomia sulle materie a legislazione concorrente tra cui la sanità, l’istruzione, i trasporti, la cultura, un modo per ampliare ulteriormente la forbice delle diseguaglianze, considerando anche che non c’è alcun investimento e, soprattutto, non c’è ancora nessuna definizione dei livelli essenziali di prestazioni, le soglie minime di servizi che devono essere garantite su tutto il territorio nazionale. Si tratta di una deriva pericolosissima – conclude Russo – che va fermata ad ogni costo, anche con una mobilitazione da parte dei cittadini”