Francesco

I dieci anni di papato di Francesco, Mons. Matteo: “Costruire insieme il cristianesimo del futuro”

Mons. Armando Matteo rilegge l’eredità della prima decade di pontificato di papa Bergoglio: “Non abbiamo fatto molto rispetto a quello che ci ha chiesto”. “La pastorale attuale non funziona più”

foto Sir/Marco Calvarese
13 Mar 2023

di Maria Michela Nicolais

“Il decimo anniversario dell’elezione al soglio petrino di papa Francesco dovrebbe costituire per i credenti un momento di serio discernimento rispetto a quello che reta loro da fare nel tempo che viene”. Ne è convinto mons. Armando Matteo, segretario per la Sezione dottrinale del Dicastero per la Dottrina della fede, che nel suo ultimo libro, “Opzione Francesco” (Edizioni San Paolo), legge l’eredità della prima decade del papato di Bergoglio come un’occasione per costruire, insieme, la Chiesa del futuro. Lo abbiamo intervistato.

Il 13 marzo del 2013 si affacciava alla Loggia delle Benedizioni un papa “venuto dalla fine del mondo”, come lui stesso si è definito, che rappresentava una novità per i fedeli e anche per la maggioranza degli addetti ai lavori. Dieci anni dopo, quale bilancio si può trarre?
Per quanto mi riguarda, nutro la forte impressione che in questi dieci anni la maggior parte di noi credenti – e specificatamente di noi cattolici occidentali – siamo rimasti per così dire quasi a guardare quel che papa Francesco portava di nuovo con il suo pontificato. Abbiamo applaudito, è vero. Abbiamo condiviso, è vero. Abbiamo vissuto intense emozioni insieme con lui, è vero. Abbiamo letto quasi tutti i suoi documenti, o quantomeno ne conosciamo l’esistenza, è vero. Abbiamo fatto tante chiacchiere, è vero. Abbiamo criticato, è vero.
Non mi pare, tuttavia, che abbiamo fatto molto rispetto a quello che papa Francesco ci ha chiesto in merito al cristianesimo futuro. In una parola, mi pare di poter dire che non ci siamo sintonizzati fino in fondo che Papa Francesco, non ne abbiamo finora fatto nostra la sua opzione di fondo: l’opzione di ravvivare la maternità della Chiesa.

Da dove dovremmo partire, secondo lei, per declinare l’«opzione Francesco»?
Dalla constatazione che la pastorale attuale – cioè il modo in cui la Chiesa oggi “dice” a tutti Gesù allo scopo di far nascere in tutti un desiderio di Gesù – non funziona più. I credenti, infatti, dicono Gesù ma non riescono in alcun modo a far nascere, in coloro ai quali si rivolgono, un possibile desiderio di Gesù. E dunque la pastorale attuale semplicemente non funziona. Quel che serve, allora, alla Chiesa è un radicale cambiamento di mentalità pastorale, in grado di fare ciò che ora non riusciamo a fare: permettere agli uomini e alle donne del nostro tempo, specialmente ai giovani e alle giovani, di innamorarsi di Gesù e di decidersi per una fede possibile in lui.
È certamente vero che la Chiesa affronta al momento anche altre situazioni difficili e in alcuni casi particolarmente gravi – basti citare la questione degli abusi sessuali e di potere perpetrati da parte del clero – ma la sua crisi vera resta una sola: la denatalità. Quando la Chiesa perde questa sua dimensione di fecondità e di maternità, perde tutto e si riduce ad altro, che po’ forse essere anche interessante e utile, ma che non ha più a che fare con la missione che Gesù ha affidato ai suoi discepoli. In questi dieci anni di pontificato, papa Francesco ha incessantemente ricordato la destinazione universale del Vangelo: non importa quanto siamo nella Chiesa, il punto è che siamo qui per tutti.

Ogni riforma, e tutte le riforme nel suo insieme, hanno lo scopo di dare nuovo sangue e nuova carne a quello che papa Francesco, al n. 31 dell’’Evangelii gaudium, chiama “il sogno missionario di arrivare a tutti”.

Quanto siamo lontani dalla “Chiesa in uscita” auspicata da Bergoglio fin dall’inizio del pontificato?
A questo proposito, occorre raccogliere la seconda indicazione di metodo che ci deriva dall’opzione Francesco: i credenti non possono semplicemente restare a contemplare quello che capita al cristianesimo sotto le condizioni dell’avvento del cambiamento d’epoca e della fine della modernità.
Il papa raccomanda ai credenti di prendere l’iniziativa, e lo fa con un neologismo – “primerear” – che è esattamente l’opposto di un altro neologismo, “balconear”, cioè stare a guardare la vita dal balcone.

Prendere l’iniziativa è un rischio, ma per Francesco non ci sono alternative, se non il “si è sempre fatto così”, la ripetizione fallimentare di ciò che si è sempre fatto, anche in assenza di risultati positivi.

“Vicinanza, compassione, tenerezza”, è la triade citata a più riprese dal santo padre per esprimere lo stile di Dio. Anche questo richiede un cambio di “postura”.
Fin dal suo primo Angelus in piazza San Pietro, il 17 marzo di dieci anni fa, papa Francesco non si è mai stancato di proclamare che la prima e fondamentale rivelazione che Gesù compie è quella della misericordia del Padre. Quando nel 2016 indice il Giubileo della Misericordia, il papa ricorda che la misericordia è “il messaggio più importante di Gesù” e legge quello che stiamo vivendo “un tempo di misericordia”, nel quale la Chiesa è chiamata a mostrare “il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita”.
Ripartire dall’opzione Francesco significa assumere un atteggiamento credente che si sa sempre con le porte aperte: con le porte aperte dei nostri luoghi di culto e ancora di più con le porte aperte del nostro cuore a chiunque.
Noi credenti siamo chiamati a diventare eco e artefici di quello che il santo padre, nella Fratelli tutti, chiama un “nuovo sogno di fraternità”, reso sempre più urgente dalle particolari circostanze storiche nelle quali ci troviamo a vivere, dopo la terribile pandemia di Covid-19, lo scoppio del confitto russo-ucraino, i recenti sconvolgimenti climatici e il continuo proliferare delle ingiustizie sociali imposte da un capitalismo sempre più cinico.

Editoriale

I trafficanti … questi sconosciuti

Foto archivio Ansa
13 Mar 2023

di Emanuele Carrieri

Nella comune convinzione dei più sul fenomeno migranti, la figura dello scafista – cioè colui il quale conduce l’imbarcazione stracolma di poveri disgraziati e la guida alla destinazione – si sovrappone e si confonde con quella del trafficante di esseri umani. Nella realtà, gli organizzatori di questi spregevoli e lucrosi traffici si guardano bene dal mettere un piede su quei barconi della disperazione. È evidente che i manovali di quelle associazioni per delinquere che mettono in mare i barconi stracolmi, guidandoli nel primo tratto del percorso, si guardano bene a loro volta dal condividere con i migranti i rischi altissimi della traversata. I veri, unici “scafisti” che meriterebbero di essere riconosciuti e severamente puniti sono proprio costoro, che imbarcano tanti esseri umani ben oltre ogni ragionevole capienza e scortano le imbarcazioni fino a varcare i limiti delle acque territoriali del paese di partenza (Libia, Turchia, eccetera), per poi ritornarsene tranquillamente a casa, sui loro potenti motoscafi, abbandonando tutti quei poveri disperati al loro incerto destino. Ma è evidente che questi criminali, al pari dei reclutatori dei migranti, noi, in Italia, non li abbiamo mai visti, né mai li vedremo, nemmeno in fotografia. Se ne stanno a casa loro, a contare i pacchi di banconote che lucrano sulla pelle di donne e uomini disperati. Il digrignare i denti, che già si assicura con i soliti squilli di tromba (“stretta sugli scafisti”, “pene più severe per gli scafisti”, “nuovi reati contro gli scafisti”), serve solo per poter sistemare questi titoli sulle prime pagine dei quotidiani il giorno dopo la centesima tragedia, mentre a quei criminali non fa nemmeno il solletico. Chi sono gli “scafisti” che affrontano il viaggio, timonando le imbarcazioni fino alla destinazione, e finendo spesso nelle mani dell’autorità giudiziaria italiana? Negli ultimi dieci anni, sono stati fermati o arrestati o indagati o processati più di duemila cinquecento “scafisti”. Posto che costoro non sono soliti indossare il berretto da capitano, essi vengono normalmente individuati – con approssimazione facilmente intuibile – dalle confidenze degli stessi migranti e dei superstiti, quando accadono naufragi, che precisano “guidava Tizio”. Ora, nella grandissima parte dei casi Tizio, ammesso che fosse davvero lui a timonare, è un migrante come tutti gli altri, che per i più vari motivi ed essendo capace di guidare un barcone, si è dichiarato disposto ad accettare l’incarico della organizzazione criminale di condurre l’imbarcazione. Di solito, è facile immaginare che questo accada per ottenere uno sconto sul costo del viaggio o per guadagnare qualche danaro. Per questi scafisti, cioè quelli che finiscono nelle nostre mani e che vengono spesso riconosciuti con larghissimi margini di incertezza, è già prevista una pena molto alta dal testo unico immigrazione. La ipotesi base, in effetti, punita fino a cinque anni di reclusione, è del tutto irrealistica. È sufficiente che le persone trasbordate siano più di cinque, cioè come nella grande parte delle situazioni, per far scattare l’ipotesi aggravata, con pena da un minimo di cinque a un massimo di quindici anni, solamente per il fatto di aver timonato il barcone. Se poi c’è pure un naufragio, a maggior ragione, come a Cutro dove pare sia certo che gli scafisti abbiano azzardato una manovra pericolosa, si contesterà a costoro anche l’omicidio colposo plurimo. Dunque, una aspettativa punitiva già altissima, senza alcuna necessità di novità normative. Nel nostro Paese, ogni volta che avviene un disastro grave o una sciagura che colpisce la pubblica opinione e che, forse, interroga anche possibili responsabilità istituzionali, si riesce a immaginare una sola risposta: la introduzione di nuove figure di reato o l’innalzamento delle pene previste per i reati già esistenti. È un riflesso pienamente populista, da sempre patrimonio comune di tutti i governi di qualsiasi colore politico, che usano il diritto penale, non per raggiungere un seppur trascurabile e consistente risultato in termini di maggiore sicurezza sociale, ma per scaraventare, attraverso la narrazione mediatica, il messaggio di uno Stato che reagisce duramente e con implacabile severità. Davvero qualcuno è convinto che il migrante che si rende disponibile a guidare il barcone perché se no non avrebbe il denaro sufficiente per imbarcarsi o il disperato che non sa come sbarcare il lunario, potranno indietreggiare dal loro intento quando verranno a sapere – da chi? dai TG? –, che la pena che sta rischiando non è più di quindici, ma di venti anni? Assisteremo alla abituale liturgia dello “Stato che reagisce con fermezza”, festeggiata dai TG e dalle testate compiacenti. E molti saranno felici e contenti. Beati loro.

Teatro

Tre appuntamenti, organizzati dalla Cattedrale di San Cataldo, per il Mysterium Festival 2023

13 Mar 2023

Dopo la grande partecipazione a La Città del Vangelo, percorso natalizio per i vicoli, le piazze e le chiese per il racconto de’ I Vangeli dell’infanzia di Gesù, la parrocchia Cattedrale di San Cataldo offre tre appuntamenti nuovi ed imperdibili nell’ambito del Mysterium Festival 2023.
Nel cuore dei tre giorni è una Trilogia di tre pièce teatrali e catechesi interattive sulla Cena, Passione Morte e Risurrezione del Signore con i giovani e gli adulti di Taranto, con la regia di don Emanuele Ferro, la partecipazione di Giovanni Guarino e lo Studio 1 Centro formazione danzatori.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria chiamando allo 3289268385. Si ritira il biglietto nominativo mezz’ora prima di ogni spettacolo presso la Bottega di San Cataldo in piazza Duomo.

 

23 Marzo:. Cattedrale San Cataldo
La Cena del Signore

Ore 19.00 primo spettacolo
Ore 21.00 secondo spettacolo
Ri-presentazione sacra e culturale
Sentimenti, atmosfere, cornici e tradizioni e tentativi di ricostruzioni negli affetti della fede, di quel momento in cui Gesù Cristo con un sacrificio incruento ed estremo diede ai suoi il suo Corpo e il suo Sangue. Dono maturato nell’offerta totale al Padre e agli uomini e tramite la ferita del tradimento di Giuda.
30 giovani e adulti di Città vecchia metteranno in scena la cena, coinvolgendo gli spettatori attraverso narrazioni, musiche, segni e sapori della Cena.
Ai partecipanti saranno offerte le azzime in ricordo della meditazione-rappresentazione.

 

29 marzo: Cattedrale San Cataldo
La Passione del Signore
Ore 19 – primo spettacolo
Ore 21 – secondo spettacolo
I passaggi salienti della passione di Cristo impressi sulla reliquia più affascinante, venerata e controversa della Chiesa: la Sacra Sindone. Aiutati dalle immagini in retroproiezione su uno schermo di velo prenderanno forma gli scherni a Gesù il Nazareno e il suo viaggio verso il calvario. Di tanto in tanto il velo si squarcia per far spazio alla visione delle ultime ore del Messia plasticamente riprodotti in scene statiche ed in movimento dai giovani e dagli adulti di Taranto vecchia. Entrati nel dramma della morte violenta del Cristo, i giovani introdurranno alla “fondazione” della speranza fino all’ostensione del velo, traccia dell’assente ma non scomparso Cristo, il Risorto, velo che gli spettatori alla fine potranno toccare.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria chiamando allo 3289268385. Si ritira il biglietto nominativo mezz’ora prima di ogni spettacolo presso la Bottega di San Cataldo in piazza Duomo.


15 aprile: piazzale Democrate

ore 19.00
La pesca miracolosa. È il Signore!
L’epilogo del Vangelo di San Giovanni del capitolo 21. Le rive del Mar Piccolo prestate all’ambientazione del Lago di Tiberiade. Il risorto si manifesta agli undici che tornano tristemente a pescare. Sulla spiaggia il Maestro è disposto a ricominciare l’avventura manifestando la sua presenza con un segno inconfondibile, la pesca miracolosa. Poi un fuoco di brace, la passeggiata con il primo degli apostoli e il perdono a Pietro. Il racconto si conclude con un gesto di comunione, la colazione, frutto del “miracolo”, a tutti gli spettatori.

Qui l’ingresso è libero e senza prenotazione.

 

Ordinazione diaconale

Quattro nuovi diaconi nella nostra diocesi

Sono Marco Albanese, Stefano Manente, Federico Marino e Paolo Martucci

13 Mar 2023

La Concattedrale, sabato scorso alle 16.00, era gremita.  Tantissimi i giovani, coetanei e amici degli accoliti Marco Albanese, Stefano Manente Federico Marino e Paolo Martucci, che sono stati ordinati diaconi dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro.

“Nella pagina del Vangelo della Samaritana che abbiamo ascoltato – ha detto l’arcivescovo durante l’omelia – si fa riferimento al pozzo, che è il simbolo delle nozze tra Dio e gli uomini, perché al suo interno ha l’acqua che placa ogni sete. Ciascuno di noi ha sete di felicità e il Signore risponde a questa sete di vita. Se voi siete qui oggi è perché avete sperimentato la felicità che nasce dal dire di sì a Cristo con tutta la vita, consegnandogli la vostra esistenza. Nella liturgia di oggi, dell’ordinazione diaconale, attraverso dei segni precisi, rispondete al Signore che chiama, il vostro eccomi. Oggi promettete obbedienza: la cosa che avete di più caro, la vostra libertà, la mettete nelle mani di Dio e della Chiesa. Il diacono è servo del Signore, nella Chiesa di Dio si consacra al servizio. Oggi, in un tempo in cui tutti vogliono essere serviti, voi venite per servire, l’altare, la liturgia, la Parola ma soprattutto i più poveri. Avviene un cambiamento, dalla logica del mondo a quella del Vangelo. Ed è per questo che siamo in festa, perché spogliarsi di tutto per seguire il Signore è una gioia grande”.

 

Per cominciare a conoscerli, abbiamo chiesto loro una breve nota di presentazione.

Marco Albanese

foto G. Leva

Marco Albanese è nato a Taranto l’11/12/1997. È originario della parrocchia Madonna della Fiducia in Taranto, luogo dove ha ricevuto tutti i Sacramenti e da cui è scaturita la scelta di diventare un presbitero. All’età di 8 anni ha sentito il desiderio di iniziare a servire la messa come ministrante e da allora è entrato di più all’interno della vita parrocchiale. Terminato il percorso di iniziazione cristiana, ha voluto continuare con il gruppo ministranti per poi aggiungersi, dopo qualche anno anche all’Azione Cattolica. Durante l’ultimo anno degli studi superiori ha iniziato il percorso vocazionale in diocesi spinto dal grande desiderio di volersi consacrare al Signore, desiderio già sorto verso la fine delle scuole medie ma che ho voluto mettere da parte per paure e incertezze. Pertanto conclusi gli studi superiori ha intrapreso il cammino del seminario con motivazioni forti che lo hanno accompagnato in questi anni e che l’11 marzo gli farà dire il suo “sì” nel diaconato.

 

Stefano Manente

foto G. Leva

Stefano Manente nasce a Taranto il 27/04/1984. Battezzato al Cuore Immacolato di Maria (sua chiesa di origine) frequenta fino alla seconda media la parrocchia Santa Rita dove riceve i sacramenti della iniziazione cristiana. Gli anni del liceo lo vedono coinvolto nell’oratorio dei salesiani di Taranto dove è iscritto al liceo scientifico. Terminati gli studi liceali si laurea in ing civile a Torino, città nella quale scopre la sua vocazione. Rientrato a Taranto ha proseguito il suo cammino spirituale che lo hanno portato ad essere ordinato l’11 marzo

 

 

 

 

Federico Marino

foto G. Leva

Federico è un ragazzo di Martina Franca di 27 anni. Dopo aver frequentato negli anni del catechismo la parrocchia della Santa Famiglia, per amicizie e conoscenze si è trovato a frequentare la parrocchia di Sant’Antonio per partecipare agli incontri di Azione Cattolica. Nel tempo ha iniziato anche il servizio all’altare come ministrante. Tra vari incontri, appuntamenti, uscite, ritiri ha sperimentato la bellezza della Chiesa come famiglia e come casa dove poter entrare in contatto con Dio e il prossimo, e progressivamente è nata in lui la domanda della consacrazione al Signore. Così ha iniziato, e ad oggi quasi concluso, il suo percorso di discernimento tra il seminario e la facoltà teologica a Molfetta, le esperienze di iniziazione alla carità pastorale, il servizio alla parrocchia di San Marcello e gli studi della licenza a Bari, che lo hanno portato a ricevere l’ordinazione diaconale il prossimo 11 marzo.

 

Paolo Martucci

foto G. Leva

Paolo Martucci è nato a Martina Franca il 09/10/1991. Ha ricevuto la formazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana nella sua parrocchia di origine in San Francesco d’Assisi (Martina Franca). Ha frequentato i primi 3 anni al liceo scientifico E. Fermi. Concluso il suo percorso di studi all’istituto alberghiero di Castellana Grotte, ha inseguito la sua passione per la pasticceria che lo ha portato a lavorare in varie regioni italiane. L’esperienza del lavoro, il fidanzamento, le amicizie hanno plasmato la sua identità attraverso un percorso che lo hanno portato alla ricerca del senso della propria vita. Dopo aver approfondito tale ricerca attraverso weekend vocazionali nel seminario di Taranto, ha frequentato l’anno propedeutico a Molfetta e di lì proseguire il suo itinerario conclusosi lo scorso anno. Ad oggi, collabora nella parrocchia Santa Maria della Croce di Montemesola e frequenta l’Università Lumsa. Il suo cammino umano e spirituale lo hanno portato ad affidarsi sempre più a Cristo Gesù, Colui per il quale gli sarà fatto dono l’11 marzo del ministero del diaconato.

Settimana della fede

Settimana della fede: il bilancio dell’arcivescovo Santoro

13 Mar 2023

di Marina Luzzi

La 51esima edizione della Settimana della fede si è conclusa venerdì con la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo della nostra diocesi, mons. Filippo Santoro. 

Al termine della messa Marina Luzzi lo ha intervistato per tracciare un bilancio di giornate intense, ricche di contenuti e di spunti di riflessione.

 

Intervista esclusiva

I dieci anni di papato di Francesco: “Lavorare per la pace significa non investire nelle fabbriche di morte; No alla «globalizzazione dell’indifferenza»”

foto Vatican media/Sir
13 Mar 2023

“La pace nella martoriata Ucraina e in tutti gli altri Paesi che soffrono l’orrore della guerra che è sempre una sconfitta per tutti, per tutti”. È questo l’augurio del papa per il futuro. “La guerra è assurda e crudele”, ribadisce Francesco, intervistato da Francesco Antonio Grana su Il Fatto Quotidiano: “È un’azienda che non conosce crisi nemmeno durante la pandemia: la fabbrica delle armi. Lavorare per la pace significa non investire in queste fabbriche di morte. Mi fa soffrire pensare che se non si facessero armi per un anno, finirebbe la fame nel mondo perché quella delle armi è l’industria più grande del pianeta. L’8 dicembre scorso, in piazza di Spagna, ho pianto pensando al dramma che sta vivendo il popolo ucraino. È trascorso già più di un anno dall’inizio della guerra in Ucraina. A febbraio sono stato in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, e ho visto gli orrori dei conflitti in quei due Paesi con le mutilazioni delle persone. Una cosa che mi fa soffrire molto è la globalizzazione dell’indifferenza, girare la faccia dall’altra parte e dire: ‘A me che importa? Non mi interessa! Non è un mio problema!’”. “Quando hanno chiesto alla senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, quale parola scrivere al binario 21 della Stazione di Milano dove partivano i treni per i campi di concentramento nazisti, non ha avuto dubbi e ha detto: ‘Indifferenza’”, ricorda il Papa: “Nessuno aveva pensato a quella parola. Fa riflettere perché quel massacro di milioni di persone è avvenuto nell’indifferenza vigliacca di tanti che hanno preferito girare la faccia dall’altra parte e dire: ‘A me che importa?’. Recentemente, ho letto che la senatrice ha ricordato che ad Auschwitz non si va in gita, ma si va come a un santuario per non dimenticare la Shoah. Mi ha colpito molto perché è proprio quello che ho sentito nel mio cuore quando sono andato ad Auschwitz, nel 2016, e non ho voluto pronunciare un discorso come avevano fatto i miei due predecessori. Ho voluto pregare da solo in silenzio”.

Sport

Wimbledon, il ritorno dei tennisti russi: un sacrosanto atto di giustizia

Daniil Medvedev
13 Mar 2023

di Paolo Arrivo

Un anno di guerra in Ucraina. Nessun segnale di de-escalation. La buona notizia, almeno, viene dal mondo sportivo. Segnatamente da Wimbledon, con il possibile ritorno dei tennisti russi. Potremmo considerarlo un sacrosanto atto di giustizia: gli atleti che sono dei professionisti, e fanno sacrifici, che si allenano tutto l’anno in vista di un obiettivo, meritano di non mancarlo per ragioni che esulano dal contesto sportivo. Wimbledon è il torneo di tennis più antico. Atteso e prestigioso, fa parte dei Grandi Slam insieme all’Australian Open, al Roland Garros e agli US Open.

Le regole di Wimbledon

Gli atleti russi e bielorussi giocheranno senza bandiera. Qualora mostrassero sostegno a Vladimir Putin, ovvero all’invasione dell’Ucraina voluta dalla Federazione russa, potrebbero essere espulsi dalla competizione sportiva. Non sono tenuti a prendere apertamente posizione contro il conflitto ma a dichiarare la neutralità quantomeno. Ciò vale anche per il perimetro attiguo ai campi di gioco: è vietata l’esposizione di bandiere e simboli inneggianti alla Russia. Ricordiamo che i tennisti non erano stati ammessi alla scorsa edizione del torneo, venendo penalizzati inoltre dalla mancata assegnazione di punti.

La reazione di Medvedev

“Non prenderò questa decisione per loro, e nemmeno li aiuterò in questa direzione: devono farla seguendo le loro ragioni. E ho sempre detto che la rispetterò”. Così Daniil Medvedev ha commentato l’apertura verso gli atleti provenienti dalla sua terra natia. “Gioco dove posso giocare, però sarei davvero felice di esserci a Wimbledon – aggiunge – adoro assolutamente quel torneo, ma se non è destinarlo a esserlo, aspetterò l’opportunità di tornare lì”. L’ex numero uno del mondo mantiene quindi una posizione prudente e rispettosa. E intanto è tornato in forma aggiudicandosi tre tornei consecutivi (Rotterdam, Doha e Dubai). Il mondo del tennis ha bisogno dei suoi numeri, di un campione che non sarà spettacolare o divertente come Rafa Nadal, ma che può vincere e dare ancora tanto ai suoi sostenitori.

Angelus

La domenica del Papa – Dammi da bere

Al pozzo di Giacobbe troviamo due tipi di sete: cercano l’acqua ma trovano altro, Gesù incontra la donna e la samaritana trova Gesù, il Signore

13 Mar 2023

di Fabio Zavattaro

“Dammi da bere”. Per chi cammina nelle terre aride l’acqua è un bene prezioso, necessario alla vita. Da Gerusalemme Gesù deve tornare in Galilea e si incammina lungo la strada che passa per la regione della Samaria, terra abitata da persone che non avevano rapporti con i giudei. La stanchezza si fa sentire e nei pressi della località di Sicar vede un pozzo, il pozzo di Giacobbe, e si siede. Non ha nulla per prendere un po’ d’acqua dal pozzo, e in quel momento arriva una samaritana, alla quale chiede: “dammi da bere”. Non dice semplicemente “ho sete”, come dirà il giorno della crocifissione, ma vuole coinvolgere la donna, avviare una relazione.
Il pozzo, nell’Antico Testamento, è il luogo dell’incontro tra un uomo e una donna; nella Genesi leggiamo che nei pressi di un pozzo il servo di Abramo incontra Rebecca e la chiede in sposa per Isacco, e sempre nei pressi di un pozzo Giacobbe conosce Rachele, ma è anche immagine dell’alleanza tra Dio e il suo popolo. L’acqua, inoltre, ci ricorda il battesimo, l’ingresso nella vita nuova.
Al pozzo di Giacobbe troviamo due tipi di sete: cercano l’acqua ma trovano altro, Gesù incontra la donna e la samaritana trova Gesù, il Signore. La richiesta di un po’ d’acqua è anche l’immagine dell’abbassamento di Dio che in Gesù, dice il papa all’angelus “si è fatto uno di noi, si è abbassato; assetato come noi, soffre la nostra stessa arsura”. Non teme di rivolgersi alla donna, Gesù, e in questo modo supera le barriere dell’ostilità esistente tra giudei e samaritani. Rompe gli schemi e quel “dammi da bere” è l’inizio di un dialogo: “il Signore che chiede da bere, è colui che dà da bere”, afferma il vescovo di Roma; e alla samaritana parla “dell’acqua viva dello Spirito Santo”.
In Giovanni leggiamo che Gesù dice alla donna: “chi berrà l’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno” e in lui sarà “sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Gesù, dice il Papa, “assetato d’amore, ci disseta d’amore”, e come con la samaritana “ci viene incontro nel nostro quotidiano “condivide la nostra sete e ci promette l’acqua vita”.
Ma c’è un secondo aspetto che Francesco sottolinea all’angelus, e cioè l’appello, “a volte silenzioso”, che giunge a noi dal nostro prossimo: “dammi da bere ci dicono quanti – in famiglia, sul posto di lavoro, negli altri luoghi che frequentiamo – hanno sete di vicinanza, di attenzione, di ascolto; ce lo dice chi ha sete della Parola di Dio e ha bisogno di trovare nella Chiesa un’oasi dove abbeverarsi. Dammi da bere è l’appello della nostra società, dove la fretta, la corsa al consumo e soprattutto l’indifferenza, questa cultura dell’indifferenza generano aridità e vuoto interiore. E – non dimentichiamolo – dammi da bere è il grido di tanti fratelli e sorelle a cui manca l’acqua per vivere, mentre si continua a inquinare e deturpare la nostra casa comune; e anch’essa, sfinita e riarsa, ha sete”.
La samaritana lascia la sua anfora al pozzo e corre a chiamare la gente del villaggio. Anche noi, dice il papa, dobbiamo “diventare fonte di ristoro per gli altri”, e non pensare solo “a placare la nostra sete, la nostra sete materiale, intellettuale o culturale, ma con la gioia di aver incontrato il Signore potremo dissetare altri: dare senso alla vita altrui, non come padroni, ma come servitori di questa Parola di Dio che ci ha assetato, che ci asseta continuamente; potremo capire la loro sete e condividere l’amore che lui ha donato a noi”.
Nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana, Francesco ha fatto riferimento all’iniziativa delle ‘24 ore per il Signore’ promossa dal dicastero per l’Evangelizzazione, che si terrà, venerdì 17 e sabato 18 prossimi, nelle diocesi di tutto il mondo. Il papa stesso, poi, il venerdì pomeriggio sarà alla parrocchia romana di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, dove confesserà i fedeli.
Lo scorso anno, proprio in occasione di questo evento, aveva compiuto il solenne atto di Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria per ottenere il dono della pace, così all’angelus dice: “il nostro affidamento non venga meno, non vacilli la speranza”. E la preghiera, il pensiero del papa sono andati ancora una volta al martoriato popolo ucraino.

Crisi energetica

Comunità energetiche, Nerozzi (Settimane sociali): “Le parrocchie sono pronte e in attesa di condizioni normative per partire”

Il seme gettato a Taranto sta fruttificando. “Oltre ad essere un’opportunità a livello pastorale, le comunità energetiche sono un’occasione di inclusione sociale e di lotta alla povertà energetica”

13 Mar 2023

di Alberto Baviera

“Quello delle comunità energetiche è diventato un progetto della Chiesa italiana. Sono un’opportunità a livello pastorale ma anche per la partecipazione della Chiesa e dei cristiani alla transizione energetica. Il seme gettato a Taranto sta fruttificando. Rimaniamo in attesa che diocesi e parrocchie possano finalmente partire nel dare concretezza ai loro progetti quando ci saranno tutte le condizioni necessarie”. Così Sebastiano Nerozzi, professore associato di Storia del Pensiero economico all’Università Cattolica del Sacro Cuore e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, facendo il punto sulle comunità energetiche. È bene ricordare che sono gruppi di persone che si uniscono per autoprodurre energia elettrica da fonti rinnovabili e fornire benefici ambientali, economici e sociali nei territori, contribuendo sia al raggiungimento delle soglie di decarbonizzazione fissato dall’Unione europea per il 2030 sia al rafforzamento del percorso verso la sicurezza energetica dell’Italia voluta dall’attuale governo.

Professore, le comunità energetiche sono state la prima delle quattro piste d’impegno proposte al termine della 49ª Settimana sociale di Taranto, nell’ottobre 2021. L’obiettivo era quello che le comunità dei fedeli in tutte le parrocchie italiane avviassero un progetto per diventare comunità energetiche. A che punto siamo?
Il cammino è iniziato a Taranto, con grandi aspettative e grande preveggenza. Il decreto legislativo 199/2021 è successivo alla 49ª Settimana sociale. Il processo legislativo che doveva compiersi in pochi mesi si è poi rivelato molto più lungo del previsto ed è ancora in essere e l’apparato normativo non è ancora interamente definito. Stiamo aspettando che la bozza di decreto notificata alla Commissione Ue venga esaminata per capire se sarà approvata così com’è o andrà modificata. C’è quindi ancora uno spazio di incertezza. Ma, chiarito questo,
dal punto di vista ecclesiale abbiamo riscontrato grande interesse. La chiamata a realizzare delle comunità energetiche è diventata consapevolezza comune di tante Chiese locali, di tanti vescovi, sacerdoti e laici.

Dopo circa un anno e mezzo dall’avvio del progetto come si è andata concretizzando la risposta nelle diverse realtà ecclesiali italiane?
L’indagine realizzata ad ottobre scorso dall’Istituto Ipsos – attraverso un’intervista ai referenti per la Pastorale sociale e del lavoro e agli economi di 220 diocesi a cui hanno risposto da 80 realtà – ha messo in evidenza una grande attenzione e un grande interesse verso le comunità energetiche. In molti casi sono stati i laici quelli che hanno sollecitato iniziative in questo senso.
In alcune diocesi si sono fatti ulteriori passi, passando alla realizzazione di incontri formativi sul tema, e in alcuni casi si sono intraprese iniziative di natura progettuale. Oggi siamo di fronte ad una situazione abbastanza variegata nel Paese, perché alcune diocesi hanno già ricevuto finanziamenti come a Cremona – per 4 comunità energetiche in 4 parrocchie insieme a Comuni e associazioni –, o a Verona, dove l’Associazione diocesana opere assistenziali (Adoa) ha messo in rete tutte le strutture assistenziali, o ancora a Lucca, dov’è partita una sperimentazione su 4 parrocchie. Sintetizzando, direi che c’è stata una buona risposta, c’è molto movimento ma ancora non ci sono condizioni normative per poter attivare gli investimenti. Una serie di cose, però, le diverse realtà possono farle: avviare cammini di formazione e percorsi di discernimento per capire che tipo di comunità energetica costituire, raccogliere l’adesione dei cittadini e individuare dei partner tecnici.
Questi passi non implicano ancora alcun investimento e non si corre il rischio di ricadere in eventuali esclusioni che dovessero essere previste nel decreto.

A livello nazionale come ci si è mossi?
A ottobre in Cei è partito un Tavolo tecnico che riunisce l’Ufficio giuridico, l’Economato, la Caritas, l’ufficio per la Pastorale sociale e il lavoro, il comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali: il Tavolo ha non solo il compito di studiare tutti gli aspetti tecnici, pastorali, giuridici ed economici al fine di dare alle diocesi informazioni ben precise ma anche di interloquire con le Istituzioni (ministero e Arera) per far sentire in quel contesto la voce della Chiesa e dell’associazionismo cattolico.
L’obiettivo è anche quello di evitare che in una materia così complessa come le comunità energetiche si vada in ordine sparso; c’è il rischio di commettere errori, anche di natura economica e finanziaria. A questo si è affiancato un lavoro per accompagnare le diocesi nei processi decisionali e per censire le realtà che si sono già mosse. Negli scorsi mesi abbiamo incontrato una ventina di realtà e diocesi; sono probabilmente la punta dell’iceberg e non è poco, considerato che non abbiamo ancora un quadro normativo definito.
È poi in elaborazione un vademecum che verrà aggiornato ogni qualvolta interverranno cambiamenti: nel documento verranno segnalati tutti i bandi a cui si potrà partecipare nelle diverse Regioni. Vuole essere un tentativo con il quale aprire una finestra e dare una bussola che permetta di orientarsi in una materia che presenta aspetti tecnici e giuridici di non poco conto.

L’aggressione russa dell’Ucraina ha messo in luce quanto la dipendenza energetica dalle fonti fossili (e in particolare dal gas) condizioni la nostra vita e il nostro portafoglio. Al di là dell’aspetto economico, quali altri vantaggi sono associati alla costituzione di una comunità energetica?
Le comunità energetiche sono un’opportunità a livello pastorale ma anche per le partecipazione della Chiesa e dei cristiani alla transizione energetica; sono anche un’occasione di inclusione sociale e di lotta alla povertà energetica che, ormai sappiamo, tocca quasi l’8% degli italiani.
Un tema molto sentito, anche perché alla povertà energetica si affiancano altre forme di disagio. Le comunità energetiche, per come le abbiamo proposte anche nelle sedi istituzionali, sono un luogo in cui si fa condivisione e inclusione sociale. E poi forniscono l’opportunità per parrocchie e diocesi per creare ulteriori reti sui territori, testimoniando l’idea di una comunità che non è vicina solo negli aspetti pastorali e spirituali ma che condivide anche un impegno su questioni che toccano la quotidianità non solo dei più poveri ma di tante famiglie, alle prese nell’ultimo anno con difficoltà per i costi delle bollette, che magari vorrebbero contribuire in prima persona ad un cambiamento di stili di vita nell’ottica della conversione ecologica ma a volte non sanno come fare.

Quale suggerimento si sente di dare a quelle realtà che stanno maturando interesse verso le comunità energetiche? Quali i primi passi da compiere?
In tutti questi mesi abbiamo incoraggiato percorsi di formazione e discernimento; è necessario per prima cosa prendere informazioni basilari su cosa sono le comunità energetiche, la condivisione e l’autoconsumo di energia. Fondamentale è poi capire quali attori sul territorio possono essere i promotori della comunità energetica individuando quali alleanze si possono creare (tra parrocchie, Comuni, istituti scolastici, centri sportivi, piccole imprese…); così com’è importante fare una lettura dei bisogni del territorio e raccogliere adesioni da parte dei cittadini; infine occorre coinvolgere un tecnico per ottenere una stima delle dimensioni della comunità energetica, del tipo di investimenti necessari e di quali ritorni si possono avere. Al momento, gli incentivi hanno durata ventennale, più o meno quella dei pannelli se si sceglie un impianto fotovoltaico; grazie ai risparmi ottenuti sull’acquisto dell’energia elettrica, ai ricavi della vendita dell’energia prodotta e condivisa, e agli incentivi offerti dal Gse, gli investimenti effettuati possono essere recuperati in tempo di circa 5-6 anni e per i restanti 14-15 anni durano i benefici. Tanto è più forte la capacità della comunità di impegnarsi in prima persona nell’investimento iniziale, tanto è maggiore il vantaggio che si ha nel corso del tempo. In ogni caso, per via dell’indefinitezza normativa, in questo momento è raccomandabile non assumere impegni economici.

Forse nessuno si sarebbe aspettato che l’attesa dell’impianto normativo finisse per essere il principale freno allo sviluppo del progetto. Cosa non vi ha convinto e cosa auspicate possa cambiare?
Ci sono alcuni elementi che, per come vanno configurandosi, destano qualche preoccupazione. L’attuale bozza di decreto fissa un contingente di 5 GW di potenza installata come totale degli interventi incentivati; è un massimale che copre una parte limitata del potenziale di sviluppo delle comunità energetiche e rappresenta una frazione non ingente del totale di GW di potenza da fonti rinnovabili che dovremmo raggiungere per centrare gli obiettivi di transizione energetica fissati in sede europea; un contingente così basso potrebbe indurre l’impressione che non si voglia dare allo strumento delle comunità energetiche il giusto credito come strumento capace di accelerare la transizione oppure che l’obiettivo stesso non sia perseguito con la necessaria determinazione. Un secondo aspetto è che le comunità energetiche rinnovabili (Cer) sono uno strumento importante, ma per noi è necessario definire meglio i caratteri delle Cers (comunità energetiche rinnovabili e solidali) per le quali abbiamo chiesto sia introdotta una ulteriore premialità rispetto alle altre Comunità energetiche in modo da poter svolgere in condizioni di parità attività di lotta alla povertà energetica e di inclusione sociale.
Infine, chiediamo si intervenga sulla logica dello scorporo in bolletta degli incentivi per ogni singolo cittadino; la possibilità di ottenere individualmente gli incentivi rischia di collidere con la natura della comunità energetica e minare la sua sostenibilità economica. Una comunità non è semplicemente la somma di tanti individui; l’attuale meccanismo di scorporo tende a rendere una Cer una forma commerciale come le altre. Secondo noi dev’essere la comunità a gestire le risorse, in modo equo e senza danneggiare nessuno.

Quali iniziative o appuntamenti avete in programma nel prossimo futuro?
Una serie di diocesi stanno muovendo i primi passi: attendiamo la maturazione di questi percorsi per poter individuare e condividere alcune “best practices” che possano essere d’ispirazione anche per le altre realtà. In secondo luogo, appena sarà pubblicato il decreto presenteremo insieme ad Enea il modello di valutazione preliminare disponibile online: uno strumento “user friendly” utile a diocesi e parrocchie per capire, attraverso una simulazione, la dimensione ottimale della comunità energetica, la natura dell’investimento e i tempi di rientro. Inoltre, è auspicabile che nella 50ª Settimana sociale dei cattolici in Italia, che si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024, le comunità energetiche abbiano un loro spazio di visibilità e di confronto. Non è escluso che un domani ci possa poi essere una Conferenza delle comunità energetiche nate in ambito ecclesiale. Il tema della Settimana sociale sarà “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”.

Le comunità energetiche sono una delle nuove forme di partecipazione sociale che consentono, agendo a livello locale, di incidere sui grandi processi che riguardano il pianeta. Un tema che oggi più che mai richiede cura, ascolto e capacità generativa.

Eventi a Taranto e provincia

Presentata la nona edizione del Mysterium Festival

Dal 17 marzo al 9 aprile, è patrocinato da Arcidiocesi di Taranto, Comune di Taranto e Orchestra della Magna Grecia, realizzato in collaborazione con ministero della Cultura, Regione Puglia, Le Corti di Taras, L.A. Chorus e ARCoPU

11 Mar 2023

Presentato sabato mattina nell’arcivescovado di Taranto, il Mysterium Festival 2023, rassegna di eventi di fede, arte, storia, tradizione e cultura. Giunto alla nona edizione e in programma dal 17 marzo al 9 aprile, il Mysterium è patrocinato da Arcidiocesi di Taranto, Comune di Taranto e Orchestra della Magna Grecia, realizzato in collaborazione con ministero della Cultura, Regione Puglia, Le Corti di Taras, L.A. Chorus e ARCoPU, e sostenuto da BCC San Marzano di San Giuseppe, Teleperformance, Varvaglione Vini, Comes, Programma Sviluppo, Caffè Ninfole, Baux Cucine e Chemipul.

Hanno partecipato alla conferenza stampa l’arcivescovo metropolita di Taranto, monsignor Filippo Santoro; il portavoce dell’arcivescovo, don Emanuele Ferro; i direttori artistici del Mysterium Festival, il maestro Piero Romano, direttore artistico dell’Orchestra Magna Grecia, e il maestro Pierfranco Semeraro, presidente ARCoPU; l’assessore a Cultura e Spettacolo, Fabiano Marti; il presidente del Comitato scientifico, Donato Fusillo; Beatrice Lucarella, presidente della Sezione Industrie alimentari e Turismo di Confindustra. Presenti all’incontro, fra gli altri, il presidente de Le Corti di Taras, Nunziata Aresta; il presidente dell’associazione musicale Luis Bacalov, Giovanni Ammirati; il presidente Crac Puglia, Giulio De Mitri.

Come nelle precedenti rassegne, anche quest’anno il pubblico godrà di proposte multidisciplinari in coincidenza con la Settimana Santa con tematiche sul sacro, con cinema, musica, teatro, arte, letteratura e altre performance di alto spessore. Eventi selezionati e condivisi con il comitato scientifico del Mysterium Festival presieduto dal dott. Donato Fusillo e del quale fanno parte il prof. Paolo Pardolesi, la prof. Adriana Chirico, don Emanuele Ferro, il maestro Piero Romano, il maestro Pierfranco Semeraro.

«Detto della centralità dei Riti – ha affermato l’arcivescovo, monsignor Filippo Santoro – esistono tre cerchi concentrici per vivere la Settimana Santa: la liturgia, a cui partecipano i fedeli; Riti e Processioni, che pongono al centro la religiosità popolare; e il Mysterium Festival, che interessa un pubblico vasto con cultura, musica, teatro. Tutto questo, indissolubilmente connesso con il Mistero della Redenzione, dalla Passione alla Resurrezione di Nostro Signore».

«La Pasqua – ha proseguito Sua eccellenza – è mistero di passione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo; oltre alla liturgia e ai tradizionali momenti delle processioni della Settimana Santa, il Mysterium Festival racconta la speranza attraverso l’arte, in un momento in cui noi tutti dobbiamo unirci in preghiera per la fine della guerra, per le vittime di Cutro e del terremoto in Turchia e Siria. Per la rinascita del nostro territorio occorre un messaggio forte, non per dimenticare la realtà, ma per costruirla e spalancarla alla speranza e alla solidarietà».

«Fra le rassegne a cura dell’Orchestra della Magna Grecia – ha detto il maestro Piero Romano, direttore artistico dell’Ico Magna Grecia – il Mysterium è il Festival più delicato, più sensibile; di sicuro quello che vibra in maniera forte e intensa all’interno di una città che vuole connettersi con tradizione e fede, con l’idea di interpretarlo nelle varie forme, nei vari generi musicali attraverso la mente creativa di compositori, interpreti e artisti. La cosa che anima noi tutti in queste settimane di organizzazione e messa in opera del programma, è la fede che ci anima nei confronti del pubblico, dei fedeli, di chi vive la città in momenti come questi con grande partecipazione».

«Il Mysterium Festival – ha confermato Fabiano Marti, assessore alla Cultura e allo Spettacolo del Comune di Taranto – si è ritagliato uno spazio autorevole nel panorama degli eventi di spessore espressi dalla nostra città; non solo evento culturale legato ad un periodo di forte partecipazione come i Riti della Settimana Santa, ma anche percorso di crescita negli anni grazie a una passione e un impegno non comuni; come Amministrazione, nel tempo, insieme con il sindaco Rinaldo Melucci abbiamo dimostrato massima disponibilità nel sostenere proposte e progetti, festival e rassegne, che avessero una durata nel tempo. Altro aspetto importante del Mysterium è la programmazione degli eventi in tutti i quartieri della città: perché nessun tarantino si senta trascurato».

In apertura della nona edizione, venerdì 17 marzo, “Misa Tango – Il nostro Luis”, concerto nella Concattedrale Gran Madre di Dio di Taranto dedicato allo straordinario Luis Bacalov, grande compositore e direttore, Premio Oscar e per dodici anni direttore principale dell’Orchestra della Magna Grecia. Dirige Gianluca Marcianò, direttore musicale dell’Ico Magna Grecia.  Come sempre, chiusura della rassegna con il Concerto di Pasqua nel Duomo di San Cataldo diretto dal maestro Piero Romano, direttore artistico della rassegna e dell’Ico. Fra i due concerti, come sempre, numerosi eventi e performance straordinarie, molte delle quali curate esclusivamente per il Mysterium.

Nella mattinata di domenica 19 marzo, appuntamento nel museo MArTa con “Santu Paulu Meu”. L.A. Chorus diretto dal maestro Graziano Leserri.

Martedì 21 marzo nella Chiesa Santa Rita e mercoledì 22 marzo nella Chiesa SS. Angeli Custodi, in occasione degli 800 anni compiuti dal primo prese di San Francesco d’Assisi: “Dalla culla alla croce – La vita di Cristo nel Presepe di San Francesco”, opera in prima esecuzione assoluta composta dai maestri Mario Incudine e Valter Sivilotti. Mario Incudine, voce e strumenti popolari, con L.A. Chorus e l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Michele Nitti.

Giovedì 23 marzo e venerdì 24 marzo, “Adiemus”, musiche di Karl Jenkins con l’Orchestra giovanile della Magna Grecia e il Coro giovanile diretto dal maestro Luigi Leo.

Sabato 25 domenica 26 marzo, “Petite Messe Solennelle”. Musiche di Gioachino Rossini, Orchestra della Magna Grecia, L.A. Chorus diretto dal maestro Agostino Ruscillo. Al pianoforte Francesco Nicolosi e Michele Renna, Pierluigi Lippolis all’harmonium.

Domenica 26 marzo, altro appuntamento al MArTà con “Qualcuno sulla terra”. Protagonista Eugenio Bennato, chitarra e voce, coro Le voci del Sud. Domenica 26 marzo al Teatro comunale Fusco di Taranto, “Il confine del sacro”, protagonista l’attore Stefano Massini.

Giovedì 30 e venerdì 31 marzo, “Sinfonia di Salmi” di Igor’ Fëdorovič Stravinskij e “Passio apostolorum Petri et Pauli” per tenore, coro e orchestra. L.A Chorus e Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Maurizio Lomartire.

Domenica 2 aprile nella Chiesa di San Pasquale alle 20.30, “Face to face”, concerto con Fabrizio Bosso (tromba) e Luca Biondini (fisarmonica).

Mercoledì 5 aprile alle 21 al teatro Orfeo di Taranto: “Sacrarmonia” con Antonella Ruggiero. La voce degli storici Matia Bazar accompagnata dall’Orchestra della Magna Grecia diretta da Deborah Tarantini.

Infine, domenica 9 aprile chiusura del Mysterium Festival con il Concerto di Pasqua nel Duomo di San Cataldo. “Messa di Gloria” di Vincenzo Bellini, con i cori Le Corti di Taras e L.A. Chorus e l’Orchestra della Magna Grecia diretta dal maestro Piero Romano.

Fra gli altri eventi all’interno del Mysterium Festival, segnaliamo Tessere d’arte nel Borgo e nell’Isola, giovedì 6 e venerdì 7 aprile con Tableaux vivants: “Passio”, due spettacoli (ore 19 e 20.30) in programma nell’ex convento di San Francesco; “La croce e la madre” con il Quartetto Meridies nel chiostro della Chiesa del Crocifisso; “Ogni male fore” con il quartetto femminile Faraualla nel castello Aragonese; “Musiche dal Sud Italia” con Yaraka nel Chiostro dell’ex Convento di Santa Chiara.

Da sabato 18 marzo a mercoledì 10 maggio, “Mysteria Manifesta”, mostra di Bruno Ceccobelli al Crac Puglia di Taranto, a cura di Giovanni Gazzaneo. Evento particolarmente atteso, la Trilogia teatrale passione morte e resurrezione: “La cena del Signore”, giovedì 23 marzo nella Cattedrale di San Cataldo (primo spettacolo ore 19, secondo spettacolo 21); “La passione del Signore”, mercoledì 29 marzo, sempre nella Cattedrale di San Cataldo (primo spettacolo ore 19, secondo spettacolo 21); “La pesca miracolosa”, sabato 15 aprile, piazzale Democrate (spettacolo 19). La rassegna di eventi di Fede, Arte, Storia, Tradizione e Cultura, è anche Mysterium Film, breve ciclo cinematografico in programma al Teatro Orfeo alle 20: martedì 21 marzo, “Le otto montagne” e martedì 28 marzo, “Chiara”. Presentazioni a cura di Massimo Causo e Adriano Di Giorgio.  Lunedì 3 aprile alle 20.30 nella Chiesa Madonna della Fiducia, “Il Faraone sommerso”, Oratorio di Nicola Fago, Confraternita dei Musici, direttore Cosimo Prontera.

Info: Orchestra Magna Grecia Taranto – Via Ciro Giovinazzi 28 (392.9199935). Sito: orchestramagnagrecia.it . Il Mysterium Festival potrà essere seguito anche attraverso gli aggiornamenti sui social Facebook e Instagram.

Musica

Madame, una ventata di felina novità in riva allo Jonio

I look dell'artista al Festival di Sanremo
10 Mar 2023

di Paolo Arrivo

Il talento è attestato dai riconoscimenti. Dalla personalità con cui è saputa stare sul palco dell’Ariston, ad esempio, come una veterana, all’ultima edizione del Festival di Sanremo: Madame è una degli artisti più apprezzati nel mondo della musica leggera. Farà la felicità di quanti assisteranno al suo concerto a Taranto – in programma sulla Rotonda del Lungomare, il 27 agosto – portando una ventata di felina novità. Piaccia o no, anche per i suoi atteggiamenti, Madame è una giovane di talento e può essere considerata un animale da palcoscenico: nel suo sguardo c’è racchiuso tutto un mondo. La generazione che sa conquistarsi i propri spazi e che sa guardare con curiosità ciò che ha intorno. Un personaggio interessante, Madame, capace di rendere interessante anche il testo più banale. L’unica cantante che può permettersi l’utilizzo dell’autotune senza sfigurare nel confronto atemporale con i mostri sacri della musica. E ogni sua canzone va ascoltata, risentita.

 

Chi è Madame

Classe 2002, Francesca Calearo, in arte Madame, viene dalla provincia di Vicenza (Creazzo). Cantautrice e rapper, è la più giovane vincitrice della Targa Tenco per il miglior album d’esordio e per la miglior canzone “Voce”. Con questo brano si è presentata nella sezione Campioni al Festival del 2021. Voce ha vinto anche il Premio Lunezia e il Bardotti per il miglior testo classificandosi, nella classifica finale, all’ottavo posto. La notorietà le ha permesso di avere un peso specifico su ciò che esula dal proprio mondo. La sua partecipazione al Festival di Sanremo 2023, chiuso al settimo posto con “Il bene nel male”, era stata messa a rischio dalla vicenda relativa al falso green pass, dove è stata coinvolta: l’accoglienza del direttore artistico Amadeus le ha permesso di essere ammessa, perché la musica, in una kermesse canora, prevale sulla polemica.

 

Lo stile

La musica della cantante viene spesso definita urban con forti influenze rhythm and blues. Per sua stessa ammissione, i generi da cui trae maggiormente ispirazione sono la trap, il neomelodico siciliano, la musica di Fabrizio De André e quella strumentale di artisti come Ludovico Einaudi ed Eddie van Halen. Le sue performance sono caratterizzate dalla capacità di interpretazione e dalla presenza scenica. Approccio leggero, quasi remissivo, come un felino sa sgusciare attorno all’obiettivo, conquistare la sua preda senza essere mai aggressiva. Ma dentro ogni lamento malinconico, comunica forza, positività intesa come ribellione. Proprio De Andrè ha portato, omaggiato sul palco dell’ultimo Festival di Sanremo, nella serata dedicata alle cover, insieme a Izi. Un’esibizione delicata e insieme intensa, e armoniosa – i due hanno rivisitato il brano “Via del campo” del grande cantautore.

Il duetto con Izi

 

Il calendario del tour estivo di Madame. In aggiornamento

8 luglio – Nichelino (TO) – Sonic Park Stupinigi

12 luglio – Lugano, Piazza Luini

15 luglio – Chieti, La Civitella

17 luglio – Roma, Cavea, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone

19 luglio – Parma, Parco Ducale

21 luglio – Ferrara, Ferrara Summer Festival

24 luglio – Firenze, piazza SS. Annunziata

26 luglio – Bassano del Grappa (VI), Parco Ragazzi del ‘99

28 luglio – Udine, Castello

29 luglio – Villafranca (VR), Estate al Castello, Castello Scaligero

20 agosto – Forte dei Marmi (LU), Villa Bertelli

22 agosto – Diamante (CS), Teatro dei Ruderi

24 agosto – Palermo, Teatro di Verdura

25 agosto – Taormina, Teatro Antico

27 agosto – Taranto, Rotonda del Lungomare

29 agosto – Macerata, Sferisterio

Diocesi

Sabato 11, in Concattedrale, quattro ordinazioni diaconali

10 Mar 2023

Sabato 11 marzo, alle 16 in Concattedrale, gli accoliti Marco Albanese Stefano Manente Federico Marino e Paolo Martucci saranno ordinati diaconi dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro.
Per cominciare a conoscerli, abbiamo chiesto loro una breve nota di presentazione.

Marco Albanese
Marco Albanese è nato a Taranto l’11/12/1997. È originario della parrocchia Madonna della Fiducia in Taranto, luogo dove ha ricevuto tutti i Sacramenti e da cui è scaturita la scelta di diventare un presbitero. All’età di 8 anni ha sentito il desiderio di iniziare a servire la messa come ministrante e da allora è entrato di più all’interno della vita parrocchiale. Terminato il percorso di iniziazione cristiana, ha voluto continuare con il gruppo ministranti per poi aggiungersi, dopo qualche anno anche all’Azione Cattolica. Durante l’ultimo anno degli studi superiori ha iniziato il percorso vocazionale in diocesi spinto dal grande desiderio di volersi consacrare al Signore, desiderio già sorto verso la fine delle scuole medie ma che ho voluto mettere da parte per paure e incertezze. Pertanto conclusi gli studi superiori ha intrapreso il cammino del seminario con motivazioni forti che lo hanno accompagnato in questi anni e che l’11 marzo gli farà dire il suo “sì” nel diaconato.

 

Stefano Manente
Stefano Manente nasce a Taranto il 27/04/1984. Battezzato al Cuore Immacolato di Maria (sua chiesa di origine) frequenta fino alla seconda media la parrocchia Santa Rita dove riceve i sacramenti della iniziazione cristiana. Gli anni del liceo lo vedono coinvolto nell’oratorio dei salesiani di Taranto dove è iscritto al liceo scientifico. Terminati gli studi liceali si laurea in ing civile a Torino, città nella quale scopre la sua vocazione. Rientrato a Taranto ha proseguito il suo cammino spirituale che lo hanno portato ad essere ordinato l’11 marzo

 

 

 

 

Federico Marino
Federico è un ragazzo di Martina Franca di 27 anni. Dopo aver frequentato negli anni del catechismo la parrocchia della Santa Famiglia, per amicizie e conoscenze si è trovato a frequentare la parrocchia di Sant’Antonio per partecipare agli incontri di Azione Cattolica. Nel tempo ha iniziato anche il servizio all’altare come ministrante. Tra vari incontri, appuntamenti, uscite, ritiri ha sperimentato la bellezza della Chiesa come famiglia e come casa dove poter entrare in contatto con Dio e il prossimo, e progressivamente è nata in lui la domanda della consacrazione al Signore. Così ha iniziato, e ad oggi quasi concluso, il suo percorso di discernimento tra il seminario e la facoltà teologica a Molfetta, le esperienze di iniziazione alla carità pastorale, il servizio alla parrocchia di San Marcello e gli studi della licenza a Bari, che lo hanno portato a ricevere l’ordinazione diaconale il prossimo 11 marzo.

 

 

 

Paolo Martucci
Paolo Martucci è nato a Martina Franca il 09/10/1991. Ha ricevuto la formazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana nella sua parrocchia di origine in San Francesco d’Assisi (Martina Franca). Ha frequentato i primi 3 anni al liceo scientifico E. Fermi. Concluso il suo percorso di studi all’istituto alberghiero di Castellana Grotte, ha inseguito la sua passione per la pasticceria che lo ha portato a lavorare in varie regioni italiane. L’esperienza del lavoro, il fidanzamento, le amicizie hanno plasmato la sua identità attraverso un percorso che lo hanno portato alla ricerca del senso della propria vita. Dopo aver approfondito tale ricerca attraverso weekend vocazionali nel seminario di Taranto, ha frequentato l’anno propedeutico a Molfetta e di lì proseguire il suo itinerario conclusosi lo scorso anno. Ad oggi, collabora nella parrocchia Santa Maria della Croce di Montemesola e frequenta l’Università Lumsa. Il suo cammino umano e spirituale lo hanno portato ad affidarsi sempre più a Cristo Gesù, Colui per il quale gli sarà fatto dono l’11 marzo del ministero del diaconato.