In mostra le foto artistiche di Enzo Ferrari ispirate ai brani musicali di Franco Battiato
09 Mar 2023
di Silvano Trevisani
Sarà visitabile fino al 24 marzo, nella project room del centro espositivo Crac-Puglia, in corso Vittorio Emanuele n.17 in Città vecchia, guidato da Giulio De Mitri, la mostra fotografica “I giardini della preesistenza, un viaggio fotografico nell’universo musicale di Franco Battiato”, a cura dello storico e critico d’arte Lara Caccia, promossa e organizzata dal Crac, patrocinata da Comune di Taranto e dalla Regione Puglia. Si tratta di uno spaccato essenziale tra fotografia e musica, due linguaggi artistici strettamente collegati da un significativo rapporto percettivo, mentale, artistico e culturale.
Ne è autore il giornalista, direttore di “TarantoBuonasera”, Enzo Ferrari, appassionato di fotografia e vicepresidente del Circolo fotografico Il Castello, che espone dieci “scatti” ispirati dalla musica e dai testi di Franco Battiato, uno degli autori più importanti che l’Italia abbia avuto, certamente tra i più amati da Ferrari che proprio dai suoi brani ha tratto ispirazione oltre che il titolo stesso della sua mostra. Si tratta di immagini ricavate da foto digitali, senza alcuna elaborazione in post produzione, che trasformano un dato emozionale in effetto cromatico, ma anche viceversa. Ne viene fuori uno spaccato coscienziale, sicuramente concettuale, in quanto elaborazione intellettuale connessa a una propria visione ispirata attraverso sensazioni mnemoniche, ma che non sarebbe errato neppure definire astratte, dal momento che di astrazione rispetto a un’idea sinolica di connessione materia-forma si tratta, dove la relazione è affidata agli effetti più che alle cause formali, foniche e linguistiche, o anche filosofiche.
Del resto la fotografia astratta accompagna, se non addirittura precede, anche l’arte astratta, come dimostrano gli esperimenti dell’americano Alvin Langdon Coburn risalenti agli inizi del Novecento, e naturalmente Man Ray, sempre con procedimenti tecnici di tutt’altra materia e in bicromia, anche se già nel 1940 le esperienze di foto astratte a colori si vanno moltiplicando, soprattutto in Usa e in Francia. Non possiamo esimerci, qui, neanche dal citare gli esperimenti formali condotto dal futurismo, pensiamo soprattutto alle fotografie di Anton Giulio Bragaglia, che hanno molto a che fare proprio con il movimento e la sua dinamica, ma anche al “nostro” Carlo Belli, teorico dell’astrattismo geometrico e padre dei convegni sulla Magna Grecia, e alle sue esperienze di fotografia dinamica, dei quali ebbi occasione di occuparmi nel catalogo della mostra “Giorgio De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo”.
Enzo Ferrari ci mette grande passione per innestarsi in questo complicato settore, portandoci il gusto per il cromatismo e il movimento che riescono ad assumere una dimensione autonoma nell’ispirarsi alla musicalità di Battiato, anch’essa fondamentalmente legata al movimento e alla ritmicità propria delle culture mediterranee.
La mostra è presentata in catalogo da Lara Caccia che nota come nelle opere di Ferrari “il tempo e lo spazio si protraggono verso un infinito: filamenti di luce colorata guizzano da fondi di luce bianca o dalla sua assenza, fondi neri o scuri. Essi creano una sensazione di movimento circolare e/o oscillatorio che scandisce ritmicamente il tempo, il quale oramai non segue la successione di momenti uguali, come punti in una retta, ma diviene onde che seguono uno slancio vitale, verso una cognizione temporale personale”.
La forza del girasole, la delicatezza della gerbera. Sono i Fiori della Consapevolezza, che sbocciano in 30 piazze italiane, dal Piemonte alla Calabria, Sicilia e Sardegna incluse, sabato 11 e domenica 12 marzo 2023, a sostegno della corretta informazione sull’endometriosi, malattia cronica che colpisce circa il 10% della popolazione femminile. Un’iniziativa ideata dall’A.P.E. Associazione progetto endometriosi, che da oltre 18 anni unisce pazienti volontarie di tutta Italia nel creare consapevolezza sulla patologia, diminuendo così il ritardo diagnostico e aiutando le donne a trovare il giusto percorso di cura. Durante le due giornate, organizzate non a caso a marzo, il mese dedicato all’endometriosi, le volontarie allestiranno tavoli informativi, mettendo a disposizione le piantine: un vaso con una gerbera rosa già sbocciata e accanto i semi del girasole, con le istruzioni su come coltivarlo a casa, metafora della necessità di prendersi cura della propria salute. I contributi raccolti con i Fiori della Consapevolezza serviranno all’APE per organizzare attività a supporto delle donne, tra cui la formazione medica specializzata per migliorare concretamente i percorsi terapeutici per l’endometriosi su tutto il territorio nazionale. Sul sito dell’APE www.apendometriosi.it la mappa delle piazze in cui trovare i Fiori della Consapevolezza, partecipando attivamente all’iniziativa.
Cos’è l’endometriosi? L’endometriosi è una malattia infiammatoria cronica che colpisce in Italia circa il 10% della popolazione femminile in età fertile, anche se i dati sono estremamente parziali e probabilmente sottostimati. I sintomi più diffusi sono: forti dolori mestruali ed in concomitanza dell’ovulazione, cistiti ricorrenti, irregolarità intestinale, pesantezza al basso ventre, dolori ai rapporti sessuali, infertilità nel 35% dei casi. Per una malattia di cui non si conoscono ancora le cause, per la quale non esistono cure definitive né percorsi medici di prevenzione, per limitare i danni che l’endometriosi provoca, è fondamentale fare informazione per creare consapevolezza!
L’APE è una realtà nazionale che da 18 anni informa sull’endometriosi, nella consapevolezza che l’informazione sia l’unica prevenzione ad oggi possibile.
Sul sito dell’Ape – www.apendometriosi.it – ci sono tutte le informazioni utili e i progetti per aiutare concretamente le donne affette da endometriosi e per entrare a far parte della rete nazionale.
L’arcivescovo Santoro: la prospettiva sinodale deve avere i suoi risvolti sulla vita della gente
08 Mar 2023
di Silvano Trevisani
In una pausa delle sessioni della Settimana della fede abbiamo rivolto alcune domande all’arcivescovo Filippo Santoro.
L’edizione 51 della Settimana della fede ruota attorno al tema della sinodalità. Quali riflessioni derivano dal lavoro che la Conferenza episcopale sta portando avanti?
Il lavoro che in Conferenza episcopale stiamo facendo, su sollecitazione di Papa Francesco, è un grido d’allarme per superare l’individualismo, per costruire in noi, per avere rapporti più intensi di unità nella Chiesa, camminare insieme e valorizzare gli organismi di partecipazione e quindi di annuncio, di presenza nella società e di condivisione dei drammi del nostro tempo.
Quali significati va assumendo questa 51sima Settimana della fede, in questo senso?
È cominciata con la memoria e la preghiera per monsignor Benigno Papa, poi con la presenza del cardinale Zuppi abbiamo vissuto un’esperienza di grande passione, di grande esperienza, di vicinanza della gente. E poi con la presenza di don Marco Pagniello, stiamo approfondendo il tema della sinodalità nell’aspetto della “carità sinodale”, che non è un discorso astratto ma una pratica concreta, un’esperienza di vicinanza agli ultimi, ai più bisognosi. Poi avremo la presenza del direttore dell’”Avvenire”, Marco Tarquinio, che interrogheremo specificamente sul tema “conflitto e unità – guerra e pace”, proprio per andare a fondo in questa drammatica vicenda direzione di per poterli poi riportare. Tra le iniziative concrete, a proposito del conflitto, anche io ho ospitato qui, nel giorni scorsi, un’italiana che è venuta dall’Ucraina con 30 bambini che ha portato in salvo e sta introducendo nella vita italiana. Tra le belle iniziative è quella di portare, con gli amici dell’Isola che vogliamo, un bassorilievo di San Michele Arcangelo a Kiev, un santo guerriero che sostiene le ragioni della pace che vincono la guerra: è quella la nostra speranza.
Ma tra i conflitti di diverso genere, che viviamo qui a Taranto, abbiamo la vicenda dell’Ilva e del risanamento, che sembrano ancora senza via d’uscita.
Certo, questa vicenda è ancora aperta e per risolverla bisogna senz’altro mettere un punto fermo di ripartenza che significa cambiare il processo produttivo, passando dal ciclo completo del carbone e fonti alternative: idrogeno, forni elettrici e gas. Ma per fortuna nel nostro territorio l’attenzione non si concentra più solo sull’Ilva, ma ci sono tante altre fonti di sviluppo in vista. Il governo locale e quello regionale sono impegnati, oltre che per i giochi del Mediterraneo, anche ad aprire ad altre iniziative industriali che diano lavoro e vita. Il futuro di Taranto non può più identificarsi solo con l’Ilva. Che resta un problema penoso, difficile, per il quale il governo deve giocare tutte le sue carte, perché l’attenzione alla vita e all’ambiente sia prioritaria sulla produzione. Infatti, la vita e la cura dell’ambiente hanno la precedenza sulla produzione: ma il governo deve mettersi poi a favorire, sia a livello locale che nazionale, tante forme di occupazione in favore soprattutto dei nostri giovani. Tutto il problema del lavoro dev’essere illuminato da una visione globale.
Un progetto di orientamento e inserimento lavorativo per ragazzi con disabilità
08 Mar 2023
Un progetto d’inserimento nel mondo del lavoro per persone con diversi tipi di disabilità. A promuoverlo è don Giovanni Battista Tillieci, sacerdote della diocesi di Reggio Calabria, d’intesa con il Servizio nazionale Cei per la pastorale delle persone con disabilità e la diocesi. Il progetto, appena nato, coinvolgerà le diverse diocesi della Regione e verrà esteso a diversi ragazzi e aziende.
Come nasce l’idea?
Il progetto nasce da uno stimolo avuto da un seminario dello scorso novembre a Bologna organizzato dal Servizio nazionale Cei per la pastorale delle persone con disabilità. Da lì abbiamo capito che in Italia ci sono non pochi problemi relativi al non inserimento nel mondo del lavoro delle persone con disabilità. Questo è dato soprattutto da un punto di vista culturale, perché oltre alla norma legislativa, molte aziende non hanno gli strumenti necessari per capire il valore di un’assunzione di una persona con disabilità. Disabilità che peraltro spesso è intesa solo dal punto di vista motorio.
Come si sta evolvendo, in concreto, questo progetto?
Ci siamo mossi su due fronti. In primo luogo abbiamo cercato di far capire alle famiglie che un figlio disabile è impiegabile e può essere autonomo. Parimenti, abbiamo mostrato alle aziende come un ragazzo possa essere parte attiva e un valore aggiunto per la stessa.
Spesso si senti parlare di disabili, ma mai di persone con disabilità. Questi ragazzi hanno delle qualità e delle competenze lavorative difficilmente riscontrabili, è solo necessario trovare il lavoro più adatto alle loro caratteristiche.
Altro aspetto rilevante, che ho notato iniziando questo percorso, è che i ragazzi con disabilità hanno delle qualità umane come pochi. E una persona con queste sensibilità rende il luogo di lavoro sicuramente più piacevole. Il lavoro è fondamentale per questi ragazzi. Si deve fare un discernimento oggettivo. I genitori spesso sono iperprotettivi e le aziende diffidenti. Tutto questo fino all’inserimento lavorativo, che poi di fatto smentisce i pregiudizi.
La società civile e le istituzioni possono contribuire?
Sì. La scuola ad esempio è importantissima. L’inserimento di questi ragazzi parte dalla loro formazione. Quando si presenta un ragazzo con disabilità che ha le capacità per intraprendere e finire un percorso di studio, va incentivato. Allo stesso modo gli imprenditori vanno formati per far capire loro quante risorse può portare un giovane con disabilità, al di là degli obblighi di legge. Non è solo un’opportunità per il ragazzo, ma per l’azienda.
È un progetto che parte da un territorio circoscritto, ma che mira a coinvolgere più realtà…
Nasce a livello regionale, perché si tratta di un percorso inter-diocesano avviato per ora dalla diocesi di Reggio Calabria, ma che si estenderà presto, abbiamo avuto un’audizione con i vescovi che hanno avallato l’iniziativa che prevede diversi accordi tra associazioni di categoria per un “Job in progress inclusive” per ragazzi con disabilità motorie, sensoriali o cognitive.
Per ora i ragazzi coinvolti sono una quindicina, ma sono destinati a crescere. Questi ragazzi sono in età lavorativa e noi li stiamo orientando al lavoro, creando una mentalità imprenditoriale a più livelli, tra aziende, lavoratori e famiglie. Naturalmente oltre all’orientamento ci sarà un percorso di assistenza e accompagnamento lavorativo per tutte le parti coinvolte.
In che modo?
Il ragazzo con disabilità naturalmente ha delle esigenze diverse, serve un’attenzione maggiore, ma una cosa è certa: migliora notevolmente la vita dell’azienda, sia creando un clima familiare e, se assunto in un contesto giusto e affine alle sue qualità, creando un vero e proprio valore aggiunto per l’economia aziendale.
Se le parole pronunciate corrispondono al nostro pensiero e alle nostre profonde decisioni e non sono solo rumori ripetitivi, dettati dall’ultimo messaggio pubblicitario o da qualche influencer, dobbiamo riflettere proprio sulla parola donna e sul suo significato reale e storico, oggi e non ieri.
Chi è la donna? Perché è donna e non uomo? Vale a dire femmina e non maschio?
Sono interrogativi pungenti cui ognuna (ma anche ognuno) deve poter rispondere per identificare se stessa nella pace e nella gioia. Senza nessuna fluidità che venga ad interporsi e ottenebrare il quotidiano.
Uno psichiatra e psicanalista francese, Racamier, in un suo saggio del 1986, “Il lavoro incerto”, mi ha offerto uno spunto che ho iniziato (e continuo!) a leggere alla luce della Buona novella che Gesù ci ha annunciato.
Ecco lo spunto: maternalità. Con un taglio che però, mi discosta dalle affermazioni proposte nel saggio di cui sopra e si apre a una tonalità ben diversa.
La donna non è tale perché ama in un certo modo piuttosto che in un altro. Non è donna perché è o non è madre. La donna è tale perché vive nel suo profondo, come dono ricevuto dall’Altissimo, la capacità di sentire l’altro, proprio come sente se stessa.
Edith Stein la chiamava empatia che, considerata attentamente, si palesa come amore oblativo autenticamente aperto all’altro. Ognuno e ognuna, sia o non sia genitore, è chiamato e chiamata a muovere questo passo di grande maturazione psicologica.
Da qui scaturisce la cura per la vulnerabilità e ogni bisogno altrui.
Questo significa maternalità: la cura di una donna verso l’altra, distinta dalla maternità che è innata nella donna.
In concreto come si modula?
Le nostre posture psico-affettive devono giocarsi ed esprimersi nella loro più piena peculiarità.
Diventa un programma di vita dedicata, donata, perché si preoccupa delle persone con cui si condivide il vissuto quotidiano.
Si mette in atto, nel concreto, un principio cui aderiamo troppo spesso in astratto e che troviamo arduo riconoscere nel concreto: badare ai bisogni altrui prima dei nostri.
Non è solo slancio dinnanzi alla sofferenza o alla carenza altrui che ci balza evidente in questo momento di dura guerra o di morte di innocenti in mare, è uno slancio che si radica e produce nel quotidiano gesti, opzioni che lo Spirito ci suggerisce e sostiene, perché malgrado il dono della maternalità sia riconosciuto … ahimé …precipitiamo nel rivolgere lo sguardo a noi. Stesse e …stessi.
Ci si spende per il benessere altrui in una maternalità che diventa sempre più trasparente e ricca di genitorialità perché consenta all’altro e all’altra di vivere un’esistenza colma di amore e degna di essere vissuta in comunione.
Se la maternalità, almeno tenta… nel senso che rischia, magari temendo qualche fallimento e accusandolo con dispiacere, appunto se tenta questo percorso la donna sperimenta la gioia della cura altrui.
Gioia che zampilla e inonda tutti.
Francesco, nell’omelia del 21 maggio 2018, celebrando per la prima volta la messa nella memoria della Beata Vergine Maria Madre della Chiesa, ha toccato questo fondo e, con semplicità, fatto comprendere, commentando il Vangelo che presentava Maria ai piedi della Croce: I padri della Chiesa hanno capito bene questo e hanno capito anche che la maternalità di Maria non finisce in lei; va oltre, dicono che Maria è madre, la Chiesa è madre e la tua anima è madre: c’è del femminile nella Chiesa, che è maternale.
Donna quindi in totale maternalità gratuita, spesa nella storia per tutti.
Mi piace sottolineare in questo 8 marzo l’evidente contrapposizione tra gli abissi delle violenze e le vette del podio.
Sono molti i fronti dell’immane sofferenza di uomini e donne, mi soffermo su alcuni.
La tv espone donne lacerate dal dolore, quelle russe, obbligate a lasciar partire mariti e figli giovinetti verso una morte annunciata; quelle ucraine che piangono e fuggono non si sa dove, oppure restano vicine ai loro uomini in guerra e ai malati, o infine si rinchiudono al freddo negli scantinati; vi sono donne violentate davanti ai figli e poi uccise, bambine che al posto delle canzoncine sono atterrite da esplosioni continue, anziane che non sanno dove sono i loro cari e se sono vivi, con i volti solcati da rughe, ferite, lacrime, preghiere, ridotte ad auspicare la morte … fiumi di dolore che non sappiamo dove e quando andranno a sfociare nella pace gridata dall’Occidente sazio.
Troppe sono le migranti, quelle anonime che affogano o vengono affogate e se ritrovate sono sepolte in casse segnate da codici. Come non piangere con quelle madri a cui le onde hanno strappato e sommerso i loro piccoli?Non sapremo mai di gesti eroici di mamme e papà che sono riusciti a salvare i figli dando la loro vita: santi senza nomi e altari, che conosceremo solo nell’aldilà. Le donne che riescono – Dio solo sa come – ad arrivare da noi, rischiano il circuito della prostituzione, subiscono sguardi malevoli chiedendo l’elemosina e se va bene, trovano tetto e cibo come domestiche e badanti.
Ci sono poi le donne sepolte vive dai terremoti e le sopravvissute, che piangono e pregano Allah senza posa, giorno e notte, aspettando – spes contra spem – un minimo segnale di vita sotto terra, gridando aiuto e provando anch’esse a scavare.
Non è giusto che troppo spesso cada nel silenzio la carneficina di donne e uomini cristiani uccisi a causa della loro fede. Non è solo una questione di conflitto tra religioni, ma il marchio della dittatura.
Cresce la solidarietà per le sorelle dell’Iran. L’Anci ha promosso una campagna internazionale per questo 8 marzo a sostegno delle donne in Afghanistan e Iran. Non ci sono bombe ed esplosioni, non palazzi distrutti e macerie, ma una guerra quotidiana, dall’agosto 2021, quando i talebani hanno conquistato il potere e negato alle donne di lavorare, andare al parco, al ristorante, fare sport, viaggiare, andare a scuola dopo i 12 anni. Non poche studentesse sono state intossicate a scuola, alcune sono morte, di altre si sono perse le tracce. Impossibile ottenere giustizia contro la violenza in famiglia, dove le donne sono dovute ritornare, essendo stati chiusi 16 rifugi e 12 centri di orientamento familiare. Onore alle ragazze coraggiose che sfidano un regime iniquo e corrotto tagliandosi i capelli e togliendosi il velo. L’attrice F. Motamed-Arya, in un video ha gridato: “In un Paese che, nelle proprie piazze, uccide ragazzi, ragazzine e giovani che chiedono solo libertà, non voglio essere considerata una donna. Io sono la madre di Mahsa! Sono la madre di tutti i giovani uccisi in questo Paese! La madre dell’Iran intero”.
Sul “podio” invece salgono donne sportive felici e ‘toste’, che hanno saputo mirare e sacrificarsi per obiettivi alti, in particolare le stelle dello sci: Sofia Goggia e Federica Brignone, e a quelle alle loro spalle D. Compagnoni, I. Kostner, K. Putzer e S. Belmondo. Guardandole, forse altre ragazze vorranno imitarne la grinta e impegnarsi a dare piena realizzazione ai loro talenti.
Sul podio salgono anche le due leader dell’Italia: G. Meloni e Elly Schlein. Abbiamo a lungo lavorato sulla partecipazione politica femminile ed ora vorremmo vedere donne che danno prova di un agire davvero innovativo, capaci di convergere sui contenuti più che sulle immagini, di lottare contro le ingiustizie insopportabili ed anche contrapporsi ma non per la conquista e il mantenimento delle posizioni di potere. Sarebbe nuovo vederle ascoltarsi prima di legittimamente distinguersi e articolare priorità e programmi evitando la moda ‘maschile’ del rifiuto pregiudiziale e costante di tutto ciò che non viene dalla propria parte. La democrazia ha bisogno di una opposizione fondata e cittadini che non si limitano a slogan ideologici e stridule rivendicazioni di diritti.
“L’amore di Dio non è per un gruppetto soltanto, è per tutti, nessuno escluso”
“L’amore di Dio non è per un gruppetto soltanto, è per tutti: quella parola mettetevela bene nel cuore, tutti, nessuno escluso”. Lo ha detto il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi, dedicata allo zelo apostolico, e in particolare all’eredità del Concilio Vaticano II, a partire dal decreto Ad gentes. “L’amore del Padre ha per destinatario ogni essere umano”, ha ribadito Francesco: “È un amore che raggiunge ogni uomo e donna attraverso la missione del Figlio, mediatore della salvezza e nostro redentore, e mediante la missione dello Spirito Santo, che opera in ciascuno, sia nei battezzati sia nei non battezzati”. “La tentazione di procedere in solitaria è sempre in agguato, specialmente quando il cammino si fa impervio e sentiamo il peso dell’impegno”, il monito del Papa, secondo il quale “altrettanto pericolosa è la tentazione di seguire più facili vie pseudo-ecclesiali, di adottare la logica mondana dei numeri e dei sondaggi, di contare sulla forza delle nostre idee, dei programmi, delle strutture, delle relazioni che contano”. “Questo non va, questo deve aiutare un po’, ma il principale è un’altra cosa”, ha commentato a braccio: “la forza che lo Spirito ti dà per annunciare il Vangelo, tutte le altre cose non sono necessarie”.
È stata una giornata intensa quella che ha vissuto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, martedì a Taranto. Ospite della seconda giornata della 51 Settimana della fede, dopo che la prima giornata è stata dedicata alla veglia funebre del compianto arcivescovo emerito Benigno Luigi Papa, egli ha voluto, infatti, partecipare alla concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Filippo Santoro, prima di affrontare la relazione che gli è stata proposta: “Realizzare il cammino sinodale nell’attuale momento della Chiesa italiana”. Ma prima ancora ha voluto mettersi a disposizione della stampa, rispondendo volentieri alle domande dei giornalisti. Così anche noi abbiamo potuto rivolgergli delle domande sui temi più attuali che riguardano la Chiesa in questo momento difficile per l’umanità tutta: emergenza immigrazione, guerra, emergenza ambientale con specifico riferimento a Taranto.
Migrare è un diritto, come anche lei ha affermato, però ancora è così difficile realizzare dei corridoi legali. Perché?
Perché vi è ancora intatta la necessità di operare delle scelte, finora mancate, ma non solo da parte italiana. Dobbiamo affrontare il problema non legandolo al contingente poiché sono trent’anni che non l’affrontiamo. Certo: questa ennesima tragedia deve rafforzare in maniera decisiva la consapevolezza della necessità di trovare risposte adeguate, e questo vale sia per l’Italia che per l’Europa.
Lei ha detto che è la politica che deve risolvere i conflitti e non la guerra. Ma come può avvenire questo quando la politica è così innestata nelle regioni della guerra e quando anche il Parlamento europeo bocca una risoluzione per avviare una mediazione?
La pace ci coinvolge tutti nelle varie responsabilità e credo che tutti debbano essere in maniera diversa artigiani di pace. Sì è vero: c’è una debolezza della politica, una debolezza della diplomazia, una debolezza della società degli uomini che assiste a una tragedia nel cuore dell’Europa, ma ancora di più è necessario che la politica sappia trovare gli strumenti per tessere le fila di un dialogo che tanti invocano perché la risoluzione dell’Onu, che era chiarissima, possa essere applicata.
Lei ha avuto un ruolo in conflitti lunghissimi nel mondo, come il Mozambico e Burundi; cosa c’è di diverso qui che rende così difficile aprire spazi di dialogo, fortemente invocati da papa Francesco?
Anche in passato molti papi non sono stati presi sul serio, a cominciare da Benedetto XV con la Prima guerra mondiale, che ci ha portato fino ad oggi, o Giovanni Paolo II che ha tentato in tutti i modi di scongiurare la guerra in Iraq. Semmai dobbiamo aiutare la Chiesa e gli uomini di fede a parlare e a essere ascoltati. Quel che manca ad esempio sono degli spazi di organizzazioni internazionali, come l’Onu che possano avere una autorevolezza, una forza tale da creare l’opportunità del dialogo. Dobbiamo aiutare perché ci siano organismi in grado di creare incontri necessari e di applicare le risoluzioni conseguenziali.
Taranto continua a vivere il suo dilemma: lavoro contro salute. Come tenere insieme le due cose?
Le due cose devono essere insieme perché se c’è il lavoro ma non c’è la salute dopo un po’ non c’è più neanche il lavoro! Ma su questo credo che l’arcivescovo di Taranto, direttamente coinvolto, sappia dare tutte le risposte adeguate. Ma occorre fare di tutto perché le cose sussistano in maniera efficace.
La transizione ecologica vede però decisamente schierata la Chiesa.
Per forza, perché la Chiesa non è una porta verde “cromatica”, la Chiesa ha sempre messo al centro le persone. La preoccupazione per l’ambiente ha due motivi: la devastazione dell’ambiente rende il mondo invivibile, e poi perché il creato ci è stato affidato perché noi lo sappiamo curare e non distruggere piagandolo al nostro interesse, compromettendo il futuro.
Il suo libro Odierai il prossimo tuo come te stesso, che è un chiaro paradosso, è diretto a chi: alla società, all’umanità, ma anche agli uomini di Chiesa?
Certo! A me stesso, innanzitutto, perché l’odio è sorprendente come il male ha la capacità di annidarsi nel cuore degli uomini, nelle relazioni tra gli uomini, di apparire inerte quando non lo è. Crea mutismo, impedisce di parlare, cancella l’altro. Se nostro Signore ci ha detto che non dobbiamo neppure dire “pazzo” al nostro fratello, non ha posto una questione di galateo, perché il male cresce, il suo seme è sorprendentemente fertile. L’odio che veniamo indirizzati a coltivare ha frutti terribili, che dominano l’uomo stesso e diventano una macchina di morte che l’uomo non riesce più a fermare.
L’omelia di mons. Santoro nella messa esequiale dell’arcivescovo emerito Benigno Luigi Papa
07 Mar 2023
Carissimi,
anche e soprattutto quest’oggi il nostro amato arcivescovo Benigno nella sua omelia avrebbe messo innanzi ad ogni riflessione in primo luogo la Parola di Dio: «Io sono il pane vivo disceso dal cielo … Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me». È l’apice del capitolo sesto di san Giovanni, il discorso eucaristico per eccellenza. Gesù, nella luce della Pasqua ormai vicina, parla alla fame degli uomini moltiplicando i pani e i pesci, lascia preludere la sua resurrezione passeggiando sul moto ondoso delle acque del mare di Tiberiade vincendo le leggi della natura, ma è solo dichiarandosi il Pane vivo, lo stesso pane intorno al quale ci raduniamo oggi, che egli sazia la vera fame degli uomini ovvero quella di vita eterna. Coloro che interloquiscono con Gesù vogliono solo vedere dei segni, dei prodigi, ma Gesù ci porta ancora oltre: quel vedere non porta alla fede, ma è la fede che porta alla visione. Credendo si riconosce in Gesù il Figlio di Dio, nostro Salvatore, e si partecipa alla vita eterna. Credere è partecipare alla vita vera, alla vita divina come dono gratuito di Dio! La volontà del Padre è che Gesù non perda nulla di quanto gli è stato affidato così che Cristo lo risusciti nell’ultimo giorno. «Colui che mangia di me vivrà per me» È nella consapevolezza di questo dono che il Padre ha fatto a Cristo e alla Chiesa che noi oggi affidiamo come seme già fecondo l’arcivescovo Benigno Luigi. Penso di non sbagliare affermando che Egli ha speso la sua vita nell’insegnare a ruminare, ad assimilare l’amore di Dio. Nel cibarci dell’Eucarestia si ascoltano le parole di Gesù, le accogliamo in noi stessi, diventano la nostra carne e il nostro sangue, perché ci determinino, ci trasfigurino, cambino la nostra vita e la vita di coloro che ci stanno intorno. La fede è un dono che nasce dall’ascolto della Parola di Dio, e chi ha avuto come noi, la grazia di conoscere Padre Benigno, ha goduto del suo stesso amore per le Sacre Scritture, per la sua capacità di penetrarle, insegnarle e viverle. Conosciamo tutti i tratti salienti della biografia di monsignor Papa e le sue origini salentine. Saluto i suoi parenti ai quali era legato da affetto profondo. Si augurava in questi giorni di riprendersi per celebrare il matrimonio di suo nipote il prossimo 23 marzo, nozze; che adesso benedirà dal cielo. Ci sono note la sua vocazione francescana fin da giovanissima età e la sua appartenenza all’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Era acclarata la sua fama di fine studioso, di professore di Sacra Scrittura e di Preside dell’Istituto Teologico di Santa Fara di Bari, dove mi accolse da giovane sacerdote nel mio primo incarico come docente di Teologia Fondamentale. La sua statura culturale e pastorale è stata attestata dagli incarichi ricoperti nella Conferenza episcopale italiana, anche come Vice Presidente della stessa e Presidente di commissione. Lo ricordano con gratitudine la diocesi di Oppido Mamertina – Palmi, dove ha vissuto, come egli stesso diceva, il suo noviziato di vescovo. La diocesi di Messina, dove è stato mandato da papa Francesco come Amministratore Apostolico, quasi una nuova missione di un Abramo avanti negli anni ma ancora prospero di bene. Lo ricordiamo soprattutto noi tarantini perché è stato il nostro arcivescovo per 21 anni. Settanta dei 152 preti operanti in diocesi sono diventati presbiteri per l’imposizione delle sue mani. «La mia carne per la vita del mondo» Quali erano le sue linee programmatiche di vescovo?
Diceva: «le mie priorità sono nel mio stemma episcopale: in principio era la Parola. È il riferimento alla Parola di Dio come fondamento verificabile. L’attenzione al mondo, al territorio può essere efficace In quanto è illuminata dalla Parola di Dio così come le altre “attenzioni” che un vescovo e una Chiesa devono avere. In nome di Cristo: andremo avanti senza complessi di inferiorità e senza arroganza. Dobbiamo servire la Chiesa, questo è compiere il nostro dovere». Ho letto una bellissima testimonianza di affetto e di stima di uno dei più stretti collaboratori (don Franco Castellana) che lo descrive in maniera veritiera ed efficace. Ne condivido con voi alcune frasi. Dice: «Ho visto l’uomo di fede con la sua capacità di amore “secondo Dio” e non secondo le attese degli uomini, vedendo e volendo il bene oggettivo, vero. Non sempre da tutti compreso. Amore robusto, essenziale, senza fronzoli, che diventa generosità concreta. Amore alla persona, alla comunità che appare dal suo modo di essere presente. Amore che diventa generosità nel lavoro pastorale fino al limite della forza. Personalità riservata e schiva ma ricca di umanità, di bontà e di socievolezza fino all’umanesimo sano e simpatico.
Ho visto, ancora, più da vicino, quello che è sotto gli occhi di tutti, e cioè il Suo spessore culturale». E questo ha preso forma nell’impegno per le opere storiche e culturali (Biblioteca, Archivio, Museo…) ma anche nella integrazione rispettosa e intelligente con le Istituzioni e le forze attive nel territorio. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» Monsignor Papa era un uomo di preghiera. Lui stesso confidava: «La preghiera esprime la maniera peculiare della vita della persona. Io sono convinto che l’identità di una persona dipenda dalla preghiera. Per non essere travolto dalle molteplici attività che sono chiamato a fare, dedico uno spazio alla preghiera ogni giorno. Mi alzo alle sei la mattina e prego per circa un’ora e mezza, per poter pacificarmi e affrontare bene la giornata. Poi ci sono le messe che celebro in diocesi e un momento di preghiera la sera». Nei ventuno anni di ministero tarantino la diocesi ha potuto beneficiare delle sue intuizioni lungimiranti ed innovative. Come non pensare all’Arcobaleno di Pace sul Mediterraneo? Un grande evento di incontro ecumenico celebrato qui a Taranto. Come anche le Missioni del popolo al popolo e l’istituzione del Ministero della Consolazione. Solo per citarne alcuni.
In questi miei undici anni di ministero a Taranto l’arcivescovo emerito è stata una figura discreta e per me un costante punto di riferimento. Porterò scolpiti nel cuore i ricordi di questi ultimi giorni, di come egli si è preparato alla morte, con il desiderio di incontrare il Signore. Con serenità d’animo e fiducia, ha aspettato l’apparire del Principe dei pastori. Chi gli è stato accanto, che ringrazio di vivo cuore per non averlo lasciato un solo attimo (il personale prima di Villa Verde e di Casa san Paolo, le suore, i sacerdoti) hanno sicuramente visto sul capo di quest’uomo, stanco e molto malato, risplendere il fulgore della santità di appartenere a Lui. Ora tutti quanti insieme imploriamo il Dio misericordioso perché monsignor Benigno possa meritare oggi stesso la incorruttibile corona di gloria. Negli ultimi giorni nel salutarmi non altro faceva che dirmi grazie. Adesso sono io a dirgli grazie dal profondo del cuore. Tutta la nostra Arcidiocesi sente il bisogno di dirgli grazie. Monsignor Papa ha amato questa Chiesa e quando si ama si offre e si soffre e monsignor Papa fino all’ultimo non si è mai tirato indietro. «vivrà per me» Ed è vero che l’esistenza di un uomo la si giudica dal modo con cui muore. Durante la celebrazione dei suoi 40 anni di episcopato che abbiamo celebrato in cattedrale, era già proiettato nel futuro di Dio, parlava del suo avvenire come un compimento della misericordia. Ha chiesto a tutti noi di pregare perché potesse presentarsi degno davanti a Dio. La sua serenità, il modo con cui si è incamminato nella valle oscura stretto alla mano del Buon Pastore, sono stati la conferma di come abbia trascorso una vita aggrappato a Lui. Stringendosi ancora più forte al Maestro ci è sembrato di udire le parole dell’Apostolo, quelle ascoltate nella seconda lettura:
«Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo?
lo sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcuna altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore». Monsignor Papa ha scritto e predicato moltissimo, ma mi permetto di raccogliere insegnamenti del suo magistero quasi a volerli proporre come un suo testamento spirituale. Negli ultimi mesi già duramente provati dall’abbandono delle forze, ha pubblicato un volumetto intitolato “A scuola di sinodalità negli Atti degli Apostoli”. Potremmo dire che il libro degli Atti ha accompagnato tutta la vita di studio, la professione accademica e di predicazione di padre Benigno, quindi non ha perso l’occasione di offrirci ancora una volta il modello di Chiesa all’alba del cristianesimo, perché potessimo capire il senso vero della sinodalità. Sinodalità di cui abbiamo bisogno urgente, secondo papa Francesco, nella nostra chiesa e nelle chiese di tutto il mondo. Sarebbe ancora più fruttuosa la celebrazione delle esequie dell’arcivescovo Benigno, se uscendo da qui ci sentissimo ancora più motivati alla fraternità. Ne sarebbe contento in primo luogo proprio lui come un padre che raccomanda ai suoi figlioli di continuare a volersi bene, insieme con Maria la Madre di Gesù. Così scrive: «I legami di fraternità tra i membri dello stesso gruppo sono un dono di amore che proviene dallo Spirito di Dio capace di dare vita ad una cultura di comunione che si apre alla collaborazione e al coinvolgimento operativo dell’esercizio di una stessa missione da compiere insieme. […]La Chiesa nasce gerarchica ma anche Mariana […] La figura di Maria, la cui presenza aveva caratterizzato tutta la storia dall’infanzia di Gesù è anche presente nella storia dell’Infanzia della Chiesa. […] Maria è la madre della Parola, […] Maria è la madre della fede […] Maria è anche madre della gioia cristiana […], Maria è modello della Chiesa[…]. La sinodalità della Chiesa, intesa come vita di comunione con Dio e con i fratelli è aperta alla partecipazione di tutti i battezzati alla missione, è uno stile di vita evangelico che rinnova il tessuto cristiano delle nostre comunità».
«Per crescere nella comunione – ci dice ancora monsignor Papa – occorre dar vita ad una spiritualità di comunione, capace di dilatare spazi più vasti di comunione, in maniera da fare della comunione il clima spirituale distintivo delle nostre comunità cristiane, l’atmosfera culturale nella quale costantemente viviamo e starei per dire, l’aria che respiriamo. […] La Chiesa cresce nella vita di comunione se il suo cammino di fede è caratterizzato da un serio impegno nella ricerca della santità della vita».
«Chi mangia questo pane vivrà in eterno»
Eccellenza,
nel 1981 hai svestito il saio perché sei entrato a far parte del collegio degli apostoli, ma non hai mai dismesso il tuo essere francescano sempre fedele a Madonna Povertà Con te vogliamo lodare l’Onnipotente Buon Signore anche per sorella nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare. Abbiamo fiducia che la seconda morte non ti abbia scalfito perché già appartieni a Dio. Perché sicuramente sulle tue labbra saranno affiorate le parole del tuo serafico padre Francesco: «Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amor mio».
Riposa in pace arcivescovo Benigno, vai incontro al tuo Signore. La Chiesa di Taranto prega e rende lode a Dio e lo ringrazia per averti donato a questa Chiesa per la quale sei amato padre, sposo, fratello ed amico.
Amen
Otto tappe per riscoprire i luoghi cari e quelli sconosciuti ai ciclisti della Puglia. Già a partire da domenica prossima, dodici marzo, quando ripartirà Cicloamatour, con il “2° Trofeo Giro delle 100 masserie”. Un ritorno che quest’anno si fa ancora più significativo dopo l’epilogo anticipato della scorsa edizione a causa di un evento luttuoso: un gesto di solidarietà e di rispetto verso quanto accaduto in una prova del Giro dell’Arcobaleno, lo scorso settembre, a Montemesola. L’imperativo categorico è garantire la sicurezza dei partecipanti corridori. Obiettivo che l’organizzazione del campionato ciclistico amatoriale della Puglia, giunto alla 12esima edizione, ha cercato sempre di raggiungere. La corsa a tappe attraverserà le province di Taranto, Bari, Lecce e Brindisi. L’auspicio è che possa coniugare divertimento e agonismo anche quest’anno. Non mancano peraltro le novità, l’ingresso di nuovi team capaci di dare una spinta in più alla macchina guidata da Piero Monarda.
Il Giro delle 100 masserie
Un circuito collaudato e tecnico. Che metterà a dura prova la resistenza dei corridori, in avvio di stagione: la salita di Pilano è pedalabile, ma verrà affrontata quattro volte, come i giri del circuito lungo 20 chilometri, per complessivi 80 km – la discesa delle Voccole favorirà il recupero parziale. La società organizzatrice è l’Associazione sportiva dilettantistica “Bikemania”. Crispiano, la località dove si daranno appuntamento i corridori. L’avversario da battere, tra gli uomini, sarà ancora una volta il grottagliese Ciro Greco, il dominatore delle ultime 7 edizioni del campionato.
Il calendario completo di Cicloamatour 2023
12 marzo 2023 / Crispiano TA – Asd Bikemania | MF 2*Trofeo Giro delle 100 Masserie
11 giugno / Martina Franca TA – org. Mmtb Martina Franca | MF Trofeo Valle d’Itria
9 luglio / Campomaggiore PZ – org. Spes Alberobello | 4*Trofeo Città dell’Utopia – Note : +5 punti di bonus – tappa extraregionale
6 agosto / fraz. Coreggia di Alberobello BA – org. Spes Alberobello | 19^Coppa Madonna del Rosario
17 agosto / Locorotondo BA – org. Chialà Cycling Team | Trofeo San Rocco
27 agosto / Collepasso LE – org. Ciclistica Collepassese | 49*Trofeo Vittorio Fersini
3 settembre / fraz. San Marco di Locorotondo BA – org. Spes Alberobello | 12^Coppa San Marco
10 settembre / Adelfia BA – org. Pol.va Velo club Adelfia | Coppa Madonna della Stella
Con la relazione del presidente della Cei Matteo Zuppi, prende il via oggi la 51° Settimana della Fede
07 Mar 2023
Prende il via, oggi martedì 7 marzo, la 51° edizione della Settimana della fede, il consueto appuntamento formativo quaresimale voluto da mons. Guglielmo Motolese, che si terrà in Concattedrale sino a venerdì 10 marzo.
Sul tema “Identità e missione della Chiesa”, legato al discorso della sinodalità, le relazioni di importanti personalità della Chiesa nazionale: il card. Matteo Zuppi (7 marzo), il direttore nazionale della Caritas don Marco Pagniello (8 marzo) e il direttore di Avvenire Marco Tarquinio (9 marzo), dopo che è stata soppressa per lutto la prima giornata che avrebbe visto la relazione della biblista Rosanna Virgili.
La Settimana della fede si concluderà venerdì 10 con la solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo, mons. Filippo Santoro.
Per le esequie dell’arcivescovo emerito Benigno Luigi Papa, la santa messa – prevista alle ore 16 in Concattedrale – sarà celebrata dall’arcivescovo mons. Filippo Santoro, alla presenza del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna.
Alle ore 19, come da programma, il primo incontro (dopo la soppressione per lutto della serata inaugurale) della Settimana della fede che quest’anno è incentrata su “Identità e missione della Chiesa”; la relazione è affidata proprio al cardinal Zuppi su “Realizzare il cammino sinodale nell’attuale momento della Chiesa in Italia”