Giovanni XXIII

A Roma, il 9 marzo un convegno a 60 anni dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII

foto Siciliani-Gennari/Sir
07 Mar 2023

Nel 60° anniversario dell’enciclica “Pacem in terris” di papa Giovanni XXIII, l’Ufficio per la pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato della diocesi di Roma, in collaborazione con il ciclo di studio di Scienze della pace della Pontificia Università Lateranense, promuove un convegno che si terrà il 9 marzo, dalle 17.45 alle 20, nella sala della Conciliazione del Palazzo Lateranense.
Aperto a tutti, il convegno del 9 marzo – informa il vicariato di Roma – vedrà l’introduzione di mons. Francesco Pesce, incaricato dell’Ufficio per la pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato, e l’intervento del cardinale vicario Angelo De Donatis. Tra i relatori dell’incontro: Oliviero Bettinelli, vicedirettore dell’Ufficio per la pastorale sociale, del lavoro e della custodia del creato; Marco Roncalli, saggista, pronipote di Giovanni XXIII; Monica De Sisto, economista e giornalista; Giulio Alfano, delegato del ciclo di studi in Scienze della pace all’Università Lateranense; Flaminia Giovannelli, già sottosegretaria del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale; Massimiliano Perugia, missionario del lavoro. A fare da moderatore, Toni Mira, giornalista di Avvenire. “Sebbene il muro di Berlino rappresentasse il simbolo della divisione del mondo in due blocchi ideologici nemici quasi per definizione – afferma mons. Pesce –, papa Giovanni non si limita ad auspicare la pacificazione di questi due mondi, ma pone la ricerca della pace in una prospettiva esistenziale più ampia e ricca, con l’obiettivo di definire il senso e il valore intrinseco della dignità di ogni persona. La Chiesa cattolica aveva aperto il Concilio Vaticano II, nel 1962, dichiarando la volontà e la necessità di un aggiornamento e di un rinnovamento ecclesiale che tra le altre cose si proponesse un più profondo dialogo con il mondo moderno e con le sue innumerevoli complessità. Questo dialogo deve continuare ancora oggi, spinto dall’urgenza della pace e della riconciliazione. Riteniamo per questo doveroso proporre un pomeriggio di riflessione sulla Pacem in terris a sessanta anni dalla sua pubblicazione”. “La grande capacità di Giovanni XXIII di scorgere i segni dei tempi – conclude – ci conferma nel nostro impegno permanente a favore della pace, contro l’immoralità e la irrazionalità della guerra”.

Musica

I due Lucio e quella musica che gira intorno

07 Mar 2023

Il 4 e il 5 marzo i due Lucio, Dalla e Battisti, avrebbero compiuto ottant’anni. Nati l’uno a Bologna, l’altro a Poggio Bustone, in provincia di Rieti (che non è in Ciociaria come è stato scritto da alcuni), hanno contribuito a riportare la poesia nella canzone, dimostrando che non era solo questione di musica francese, dai trovatori a Brel e a Brassens, o di Bob Dylan e di radici folk e blues. Anche perché in Italia quella fusione c’è sempre stata, fin dai tempi di Dante, e pure prima. Non è un caso che nel secondo canto del Purgatorio un amico di Dante, Casella, intoni una canzone (e già questo sostantivo ci dovrebbe dire qualcosa) dello stesso Alighieri, “Amor che nella mente mi ragiona”.
In qualche modo Battisti e Dalla sono stati i continuatori di questa tradizione in cui i versi erano anche cantati, un po’ come quella “4/3/1943” scritta da Paola Pallottino per la musica e la voce del Lucio felsineo, originariamente “Gesù Bambino”: per intervento della censura dovette ripiegare sul titolo destinato a diventare però uno dei “classici” italiani.


Un po’ come per Battisti-Mogol, in realtà Giulio Rapetti, che hanno (ri)consegnato alla storia della cultura la canzone popolare, nel senso che piaceva a Battisti: talmente vicina alla sensibilità delle persone da far pensare di averla scritta loro, quella canzone. E però con incursioni negli abissi dell’anima: l’incapacità di amare, la paura dell’altro, la fuga, il timore del no o al contrario dell’impegno in una storia.
Dalla non era solo il cantore – con accenti autobiografici – di bambini lasciati alla cura di mamme disposte a tutto pur di allevarli con amore, ma anche di Salmi biblici e di vere e proprie poesie contemporanee: dal 1973 al 1976 escono tre lp con testi scritti da Roberto Roversi, poeta fuori dagli schemi che ad un certo punto aveva deciso di rinunciare ai proventi editoriali e di distribuire le sue poesie in ciclostile: la questione operaia, lo sradicamento dalle campagne del sud al cemento metropolitano del nord, l’amore e le sue illusioni e disillusioni, come avviene nella splendida “Tu parlavi una lingua meravigliosa”: lui incontra dopo tanti anni un antico amore in una piccola stazione, vorrebbe parlarle e sapere se il tempo dell’incanto è rimasto anche nel suo cuore, ma lei non se ne accorge neppure, e il treno riparte portandosi via sogno e illusioni.
Anche Battisti ha interpretato canzoni in cui l’amore è tutt’uno con altro: quella malinconia senza causa apparente e che ci sorprende in momenti in cui non ce lo aspetteremmo, come in “Nessuno nessuno”, portato al successo dalla Formula tre, o in “Giardini di marzo” o “Pensieri e parole”. Come amava dire lo stesso Battisti, non servono paroloni per mettersi dalla parte di chi attraversa momenti di crisi o delusioni non solo d’amore.
Tutti e due hanno cantato gli angoli più nascosti della vita, come il Dalla che un tempo si sarebbe chiamato cattocomunista (ma lui era vicino al Psiup, a sinistra del Pci) di “Non basta sapere cantare”, ma anche quelli più solari, fin dal titolo, come “La canzone del sole”, che però nasconde anche dubbi, ricordi di possibilità e di esperienze inquiete.
La presenza, talvolta incognita di Dio, la capacità di dare voce a quanti si sono riconosciuti finalmente nelle canzoni hanno fatto di Dalla e Battisti i simboli di un quasi mezzo secolo (dagli anni Sessanta fino al ’98 per Battisti e al 2012 per Dalla) che ha segnato il rinnovamento della canzone italiana, libera da strette dipendenze e nello stesso tempo continuatrice della grande svolta dei favolosi Sessanta dei Beatles, dei Rolling Stones, di Bob Dylan, Ray Charles e quei pochi altri che hanno creato la musica, direbbe Ivano Fossati, che gira intorno. Ancora oggi.

Vita sociale

“Verso una comunità sostenibile”: il percorso di accompagnamento allo Sviluppo di comunità

Promosso da ConTatto aps di Taranto, dipartimento degli studi umanistici e sociali dell’Università del Salento e On-Trasformazioni generative di Milano

07 Mar 2023

In questi giorni è iniziato il percorso di accompagnamento allo Sviluppo di comunità: “Verso una comunità sostenibile” promosso da ConTatto aps di Taranto, dipartimento degli studi umanistici e sociali dell’Università del Salento e On – Trasformazioni generative di Milano.
Il progetto parte dal Comune di Erchie (Br) alla presenza dei relatori Paolo Pezzana e i docenti universitari Piergiuseppe Ellerani e Salvatore Rizzello dell’Unisalento e Simona Internò per ConTatto aps e ConTatto Impresa sociale.

Il progetto vuole mobilitare le comunità, il terzo settore, le imprese e le istituzioni, per ripensare la funzione pubblica nell’ottica dell’amministrazione condivisa. Per questo al termine degli interventi è stata proposta una dinamica partecipativa con la metodologia “World Cafè” dando spazio alla visione del futuro nello sviluppo del territorio. Il percorso prosegue nei prossimi mesi attraverso uno studio del territorio per creare una mappatura partecipativa delle realtà e delle iniziative, attraverso l’ascolto e l’apertura al confronto con le realtà locali, per analizzarne i bisogni, i sogni e le potenzialità. I risultati saranno poi restituiti in un evento pubblico conclusivo.

L’obiettivo di questo processo è anche quello di costruire in modo delicato, gentile e con cura, relazioni e reti, per accompagnare le città nella transizione verso un modello di sviluppo più giusto e più equo, al servizio delle persone e delle comunità e per il ben-essere comune. Crediamo che sia possibile e necessaria una rivoluzione culturale fondata sul principio dell’ecologia integrale, secondo il quale «Tutto è connesso: l’ambiente naturale, la società, le istituzioni, l’economia».

Eventi di sensibilizzazione

La Marcia dei bruchi arriva in Puglia

07 Mar 2023

In marcia con John Mpaliza, per difendere i diritti della Terra e delle persone.

Giunta alla sua seconda edizione, la “Marcia dei bruchi”, ideata da John Mpaliza (attivista per i diritti umani, soprannominato “The peace walking man”) arriva in Puglia.

Partita da San Severo il 25 febbraio, la marcia è attesa ora nella provincia Taranto:

 – il 7 marzo sarà a Ginosa (partenza ore 10, plesso Calò, via Martiri d’Ungheria);

il 10 marzo a Grottaglie (partenza sede ssig Pignatelli, via Campobasso n.4, ore 9);

il 13 marzo San Marzano di S.G. (partenza sede i.c. Casalini, via Lazio n. 3, ore 9.30).

La marcia coinvolgerà scuole e associazioni e rappresenta la parte finale di un percorso avviato durante il quale i temi affrontati sono quelli della difesa della pace, della Terra, e dei diritti umani.

Dichiara John Mpaliza: “Ogni giorno cerco di impegnarmi affinché i diritti vengano rispettati per tutti e lo faccio in un modo particolare: camminando! Ed anche voi potreste diventare degli attivisti per i diritti umani partecipando alla marcia. Tantissimi bruchi che camminano insieme e che si trasformeranno in bellissime farfalle, perché così tenteremo di trasformare il nostro bellissimo Pianeta, dando la parola ai giovani!”

Queste le parole che Mpaliza ha usato per invitare le scuole di Puglia ad uscire per strada e marciare con lui. Tanti i Comuni della Puglia che patrocinano l’evento, creando una circolarità di intenti che coinvolge le intere comunità.

Diocesi

Veglia di preghiera per l’arcivescovo Benigno in luogo della Settimana della Fede

06 Mar 2023

Oggi avrebbe dovuto avere inizio il raduno diocesano della Settimana della Fede. Sopraggiunta la morte dell’arcivescovo emerito mons. Benigno Luigi Papa, in luogo della prima conferenza, l’arcivescovo Santoro presiederà una veglia di preghiera in concattedrale alle ore 19.

 

Taranto 6 marzo 2023

don Emanuele Ferro
Portavoce dell’arcidiocesi di Taranto

 

 

 


CONTINUA A LEGGERE
Benigno Papa fu pastore negli anni difficili di Taranto e seminò fiducia nella fede e nella cultura

Ma vogliamo rimarcare, in questo ricordo necessariamente breve, il grande impegno che profuse per la “inculturazione della fede”, promuovendo la cultura e la valorizzazione dei beni culturale diocesani e, tra le altre cose, al restauro della residenza episcopale, alla creazione del Museo diocesano.
CLICCA QUI PER L’ARTICOLO COMPLETO 

Diocesi

Benigno Papa fu pastore negli anni difficili di Taranto e seminò fiducia nella fede e nella cultura

06 Mar 2023

di Silvano Trevisani

“Desidero che si preghi per tutti gli operatori pastorali, perché comprendano che compito fondamentale della Chiesa oggi è quello di aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a capire e vivere la vita come una vocazione. La comunicazione del Vangelo è, infatti, una proposta di vita che l’Autore della vita ci offre nella persona di Gesù e nel dono del suo Spirito”.

Sono le parole con le quali concludeva il messaggio per le vocazioni diffuso nel 2002, una sollecitazione a cogliere in pieno la propria vocazione e trasformarla nella vita della Chiesa: era stato da poco eletto vicepresidente della Conferenza episcopale italiana ed era il suo modo di chiedere il sostegno dei fedeli a sorreggerlo in nuove sfide pastorali.

Attraverso il suo pastore, la Chiesa di Taranto vedeva ancora una volta riconosciuto lo spessore del suo contributo alla dinamica teologica, sociale e culturale della Chiesa italiana.

Schivo, sereno, incline a una velata ironia, ma sempre severo quando le condizioni lo imponevano, monsignor Papa aveva accolto con gioia ma anche con la consapevolezza della gravosità della responsabilità, l’incarico che i vescovi italiani, guidati da monsignor Camillo Ruini, gli attribuivano e che, prima di lui, era stato ricoperto da monsignor Guglielmo Motolese.

Con la ritrosia che lo contraddistingueva sempre, misurava le parole, centellinandole per dirsi “grato ai confratelli che hanno voluto confidare nella sua esperienza” e “pronto a dare, come sempre, il mio contributo alla Chiesa, nel segno del suo magistero”.

Nato a Spongano, in provincia di Lecce, il 25 agosto 1935, entrato nell’ordine francescano, Benigno Papa ha da sempre prediletto l’esegesi biblica: teologo di grande spessore ha insegnato per molti anni al seminario teologico di Santa Fara (Bari) prima di essere nominato vescovo nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, dove ha dovuto misurarsi con emergenze ambientali note, come la criminalità mafiosa e dove ha fatto apprezzare le sua capacità pastorali, tanto da essere inviato a Taranto, da sempre terreno di duri conflitti sociali per coprire, nel 1990, la sede lasciata vacante dall’arcivescovo Salvatore De Giorgi, divenuto poi cardinale di Palermo. A Taranto egli arrivò proprio negli anni in cui la guerra di mala insanguinava queste contrade e, forte dell’esperienza acquisita, mostrò di possedere la giusta tensione morale e umana per sollecitare la comunità civile e quella cristiana a reagire contro la civiltà della morte.

Ma ben presto egli si trovò, nella sua funzione di pastore, alle prese con un altro problema centrale nella storia della comunità: l’emergenza ambientale, per la quale ereditava le sollecitazioni di Giovanni Paolo II, nella sua storica visita a Taranto, per un’ecologia integrale, ma doveva spendere la sua capacità pastorale nell’impegnativa battaglia che metteva a confronto il lavoro e la salute di cittadini e lavoratori.

“La disoccupazione – così monsignor Papa si rivolse alla diocesi annunciando il suo incarico – resta un’emergenza gravissima, sicuramente sottovalutata. Ma il tema del lavoro in sé è delicatissimo perché vitale per la società. Chi se ne occupa oggi è in prima linea, perché vi è in atto uno scontro sociale pericoloso. La fame di lavoro è una forza dirompente, ma lo è anche il suo sfruttamento. E noi avvertiamo le tensioni, così come l’inadeguatezza dell’iniziativa pubblica. Che dalle nostre parti promette investimenti, che poi non arrivano mai”.

Si spese, sollecitando e promuovendo anche iniziative di confronto istituzionale, così come fu promotore di confronti internazionali sul tema della pace, e a dieci anni dalla visita del Papa, nel 1999, promosse il congresso internazionale per un “Arcobaleno di pace” sul Mediterraneo.

Ma anche sui temi dell’immigrazione, così attuali, prese posizione con parole lungimiranti, persino profetiche, sostenendo con decisione che “le istituzioni devono affrontare il problema, ponendo condizioni e regole, ma non possono dare una risposta in termini “utilitaristici”, pensando di contingentare gli ingressi in base al “nostro fabbisogno”. Ridurremmo i nostri fratelli a semplici numeri da sfruttare per i nostri calcoli. Va privilegiato il ricongiungimento dei parenti con quelli ospiti del nostro paese. Fu, questa, una battaglia che anche l’Italia fece in favore dei suoi emigrati”.

Anche in seno alla Conferenza episcopale italiana Benigno Luigi Papa, già membro del Consiglio permanente e già presidente della Conferenza episcopale pugliese, svolse un lungo e importante lavoro, dopo essere stato coordinatore del consiglio per i problemi della famiglia, poi come responsabile per la vita consacrata, un incarico al quale diede notevole spessore, dal momento che egli proviene dalle fila dei cappuccini.

Quello che egli fornì un contributo specifico nei temi della pastorale teologica, nella coniugazione dell’interpretazione dei testi sacri alla loro attualizzazione “in un mondo che cambia”, sempre più scristianizzato ma sempre più bisognoso di spiritualità.

Ma vogliamo rimarcare, in questo ricordo necessariamente breve, il grande impegno che profuse per la “inculturazione della fede”, promuovendo la cultura e la valorizzazione dei beni culturale diocesani e, tra le altre cose, al restauro della residenza episcopale, alla creazione del Museo diocesano, al restauro e utilizzo del Palazzo Visconti, sede dell’Istituto di scienze religiose, e della Biblioteca arcivescovile.

Eventi di sensibilizzazione

Martedì 7, si celebra la Giornata della legalità alla scuola Martellotta di Taranto

06 Mar 2023

Il preside Tartaglia: “Ripercorreremo la storia attraverso le testimonianze dei parenti delle vittime di mafia”

La scuola Martellotta di Taranto celebra la sua Giornata della legalità. Il dipartimento di Lettere ed il dipartimento di Educazione musicale dell’istituto comprensivo presieduto dal dirigente scolastico, Giovanni Tartaglia, hanno scelto la data del 7 marzo per richiamare l’attenzione degli studenti della secondaria sull’importanza di non dimenticare cosa è capace di fare la mafia, a vario livello, e sulla necessità di impegnarsi per fare in modo che questo germe malvagio possa essere estirpato, educando le nuove generazioni alla giustizia e alla libertà, al coraggio e alla dignità. In una parola: all’onestà.

È una data diversa da quelle simbolo, come il 21 marzo, Giornata della Memoria e dell’impegno indetta dall’associazione contro le mafie “Libera”, ed il 23 maggio, Giornata della legalità in ricordo degli attentati ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma lo è per una precisa volontà del preside e dei docenti della Martellotta. E, soprattutto, è una data nella quale gli studenti, veri protagonisti della mattinata dedicata alla legalità, metteranno insieme i simboli principali di entrambe le giornate.

La Giornata della legalità della Martellotta comincerà alle ore 9, nella conference hall del plesso di corso Annibale e sarà introdotta dalla professoressa di Lettere, Angela Piglionica, dopo i saluti del preside Tartaglia e della sua vice, laprofessoressa Raffaella Cosma.

Ospiti dell’iniziativa saranno Remo Pezzuto, coordinatore provinciale dell’associazione “Libera”, e Titti Basile, sorella del capitano dei carabinieri, Emanuele Basile, ucciso il 4 maggio del 1980.

Dalle loro testimonianze nascerà il dibattito, animato dagli stessi studenti delle terze medie, che per l’occasione canteranno “Pensa”, brano musicale di Fabrizio Moro. L’evento si concluderà con un flash mob sulle note di “Supereroi” di Mister Rain.

“Ci siamo ispirati all’insegnamento di don Pino Puglisi – dichiara il preside Tartaglia – facendo tesoro delle sue parole. Don Puglisi diceva: “Credo a tutte le forme di studio, di approfondimento e di protesta contro la mafia. La mafiosità si nutre di una cultura e la diffonde: la cultura dell’illegalità”. E’ proprio questo il nostro compito perché la scuola è innanzitutto presidio di legalità ed educazione sociale oltre che di istruzione e di cultura. E, soprattutto, lo è la scuola dell’obbligo perché è da qui che passano inevitabilmente i protagonisti della società del domani, nel bene e nel male. Se educhiamo i nostri ragazzi verso il bene, se insegniamo loro che la verità, anche se a volte spiacevole, è sempre meno dolorosa delle conseguenze che possono essere generate dalla menzogna, dall’omertà e anche dal più piccolo gesto di bullismo, solo apparentemente insignificante, avremo compiuto la volontà di don Pino Puglisi, del capitano Basile, dei giudici Falcone e Borsellino, e dato un senso alla morte di ogni vittima della mafia. Sono loro i nostri supereroi”. 

Dal 7 marzo, fino al 21, ogni settimana ci saranno iniziative che coinvolgeranno gli studenti della Martellotta a vario titolo.

Degni di menzione, il poadcast che collega virtualmente la Divina commedia alla mafia, realizzato da alcune classi di seconda, e il parallelismo tra due figure letteralmente opposte quali don Abbondio dei Promessi sposi e don Pino Puglisi, ad opera degli alunni delle terze medie.

Editoriale

La strage? Si poteva evitare, si doveva evitare!

(foto di Francesco Ammendola – Ufficio Stampa Quirinale)
06 Mar 2023

di Emanuele Carrieri

L’alba di un avvenire migliore sarebbe spuntata di lì a poco, con la spiaggia di Steccato di Cutro che distava ormai non più di cento o forse centocinquanta metri. Ma, all’improvviso, una esplosione ha mandato in frantumi l’imbarcazione fatta di legno, trasformando il sogno in una ecatombe. Forse l’impatto con una secca, o con uno scoglio, o, semplicemente, la violenza del mare in burrasca, che ha voluto imperversare proprio quando la conclusione del viaggio era a breve distanza. E così, quella di domenica si è trasformata in una alba tragica. Viaggiavano su quel piccolo natante in duecento, forse in duecentoventi e più. Uomini, donne e bimbi di varie nazionalità, afghani, iracheni. iraniani, siriani, che si erano imbarcati a Izmir, tre o forse quattro giorni prima. Sono rimasti in vita in ottanta, mentre il numero dei morti, già settanta fino a questo momento accertati, è destinato a crescere notevolmente, perché si stanno cercando i dispersi. Un primo interrogativo. Ma potevano essere salvati questi disperati? È normale che un natante giunga, dopo un viaggio così lungo, fino alle nostre spiagge senza essere notato? È vero o no che le autorità italiane sapevano, attraverso Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, che il battello fosse in difficoltà, diverse ore prima del naufragio? Perché non è stato dato l’ordine di intervenire, dal momento che la nostra Guardia costiera è giudicata fra le migliori del mondo ed è in grado di affrontare un mare anche in condizioni peggiori di quelle che sono risultate fatali a tutti quei naufraghi? “Dobbiamo evitare che partano”. Così ha commentato questa tragedia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, appena arrivato sul posto. Quelle parole sembrano cancellare con una riga blu la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, ratificata dal nostro e da altri centocinquanta paesi. Il tutto mentre i soccorritori raccolgono dai naufraghi le loro storie. C’è un ragazzo fuggito dei talebani con la sorella, che è morta. Non ha avuto il coraggio di dirlo ai familiari che ha appena contattato al telefono, per comunicare l’arrivo qui. E quel padre fuggito anche lui dall’Afghanistan, che si è salvato con il figlio, mentre sono morti la moglie e gli altri bambini, e non sa darsi pace, perché doveva cercare di salvare loro, anziché sé stesso. E le urla di una madre lungo la battigia, che non trova più il suo bimbo. Questa volta i migranti non sono venuti dalla costa del nord Africa, ma dalla Turchia, navigando per la rotta jonica. Del resto gran parte di loro giungeva da paesi asiatici. Avrebbero versato ai mercanti di esseri umani attorno a cinquemila euro, per potersi imbarcare. Ma avevano altre possibilità? Il regime iraniano e quello dei talebani a Kabul organizzano dei voli per chi vuole emigrare? Si dice, di solito, che, sulle nostre coste, approdano soprattutto migranti economici, e non richiedenti asilo, in fuga da conflitti e regimi autoritari. Ma la composizione etnica delle vittime di questa tragedia questa volta sembra smentire la tesi. E, in ogni caso, non esiste la possibilità per chi cerca un lavoro nel nostro Paese, di entrare legalmente: il Testo unico sulla immigrazione esige che debba avere un contratto già in tasca, come se fosse possibile essere assunti senza che un datore di lavoro ti abbia mai visto all’opera. Cosa bisogna fare, allora? Intanto, soccorrere in mare, perché c’è un “principio non scritto che risiede nell’animo di ogni marinaio: è quello di prestare aiuto a chiunque rischi di perdere la propria vita in mare”. A dirlo non fu un portavoce delle sardine, ma l’ammiraglio, comandante generale della Guardia costiera, Giovanni Pettorino: parole dette a sorpresa il 18 luglio 2018, davanti agli attoniti ministri del primo governo giallo verde, quello della grande caccia alle Ong. Quel giorno Pettorino spiegò bene ai giovanotti saltati sulla diligenza dell’esecutivo che la storia non si cancella con un tweet. Ma occorre, anzitutto e soprattutto, battersi per cambiare il cosiddetto “Regolamento di Dublino 3” che impone al paese di arrivo di farsi carico delle domande di asilo: una misura che l’Italia sottoscrisse, essendo geograficamente una delle nazioni più esposte agli sbarchi. Nel 2017 l’europarlamento aveva ratificato una riforma della convenzione di Dublino in cui si considerava una redistribuzione delle domande sulla base dei legami personali del richiedente asilo, della popolazione e del Pil di ciascun paese. Ma la riforma si arenò. Una altra azione da intensificare, è la creazione di “corridoi umanitari”, sul modello di quelli proposti già da anni dalla Comunità di S. Egidio. È importante anche la lotta congiunta, con il coordinamento delle intelligence, ai trafficanti di esseri umani: una impresa quanto mai complessa. Infatti, si riescono a intercettare gli scafisti – tre sono stati fermati a Crotone – che di solito sono l’anello debole dell’organizzazione, se non addirittura dei migranti ai quali è stato messo il timone in mano. E, infine, l’Italia deve introdurre dei permessi di soggiorno per ricerca di lavoro, della durata di un anno e contingentati, per poter entrare legalmente nel nostro Paese. Per non arricchire i trafficanti.

Angelus

La domenica del Papa – La bellezza luminosa dell’amore

Francesco ci lascia un messaggio legato alla nostra vita quotidiana: “È importante stare con Gesù, anche quando non è facile capire tutto quello che dice e che fa per noi”

foto Siciliani/Sir
06 Mar 2023

di Fabio Zavattaro

Dio chiama un nomade e lo invita a lasciare la propria terra e il proprio gruppo per intraprendere un cammino verso un luogo che il Signore stesso gli indicherà. Abramo obbedisce e Dio, è la prima lettura tratta dal libro della Genesi, gli dice: “farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome”. Matteo scrive che Pietro, Giacomo e Giovanni seguirono Gesù sul monte della Trasfigurazione, forse il Tabor, e lì, avvolti in una nube, videro conversare Mosè e Elia – ovvero la legge e i profeti, come dire l’Antico Testamento – e ascoltarono la voce del Padre che li invita a seguire il Figlio “l’amato” in cui ha posto “il suo compiacimento”. Come Abramo, anche i tre discepoli non sanno ancora quale strada li attende, ma conoscono la meta che li porterà là dove vedranno il Figlio dell’uomo risorgere dai morti. Antico e Nuovo Testamento che quasi si fondano per farci capire il mistero di Gesù.
Queste pagine ci dicono che alla base c’è un cammino da percorrere – e la Quaresima è un cammino, di conversione, di speranza – c’è un volto e c’è una parola, una voce che chiama. Il volto e la voce sono l’espressione di una vera comunicazione: senza l’incontro con il volto dell’altro, senza l’ascolto della parola facciamo fatica a accogliere il messaggio; e il racconto della trasfigurazione è forse l’immagine perfetta del comunicare. E quel volto, che i tre discepoli vedono, diventa sorpresa: “avevano avuto sotto gli occhi per tanto tempo il volto dell’amore, e non si erano mai accorti di quanto fosse bello. Solo adesso se ne rendono conto, con immensa gioia”.
Ma ci sono altri volti che Papa Francesco vuole ricordare all’Angelus, i volti di chi ha perso la vita, soprattutto giovani, nell’incidente ferroviario in Grecia; quelli delle numerose vittime del naufragio nelle acque di Cutro sulla costa di Crotone, i volti dei loro familiari, dei sopravvissuti per i quali chiede preghiere; e poi i volti della popolazione locale, delle istituzioni che ringrazia per la solidarietà e l’accoglienza verso questi fratelli e sorelle. Preghiera ma anche appello perché “non si ripetano simili tragedie”; perché “siano fermati” i trafficanti di esseri umani; perché “i viaggi della speranza non si trasformino mai più in viaggi della morte”, e le acque del Mediterraneo “non siano più insanguinate da tali drammatici incidenti. Che il Signore ci dia la forza di capire e di piangere”. Parole che ricordano quelle pronunciate dieci anni fa a Lampedusa, primo viaggio del pontificato, quando disse che “la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”.
Sul monte della Trasfigurazione i tre discepoli hanno conosciuto la bellezza di un volto. Francesco dice: “impariamo a riconoscere, sul suo volto, la bellezza luminosa dell’amore, che si dona anche quando porta i segni della croce”. Ancora impariamo a cogliere la stessa bellezza nei volti di familiari, amici, colleghi, di quanti camminano accanto a noi ogni giorno: “quanti volti luminosi, quanti sorrisi, quante rughe, quante lacrime e cicatrici parlano d’amore attorno a noi. Impariamo a riconoscerli e a riempircene il cuore”.
Pietro, dopo aver vissuto il momento della Trasfigurazione “vorrebbe fermare il tempo mettere la scena in ‘pausa’”; vorrebbe, in sostanza, prolungare l’esperienza meravigliosa, “ma Gesù non lo permette. La sua luce, infatti, non si può ridurre a un momento magico. Così diventerebbe una cosa finta, artificiale, che si dissolve nella nebbia dei sentimenti passeggeri”. Francesco allora chiede, all’Angelus, di non restare con le mani in mano, ma di “portare anche agli altri la luce che abbiamo ricevuto, con le opere concrete dell’amore, tuffandoci con più generosità nelle occupazioni quotidiane, amando, servendo e perdonando con più slancio e disponibilità”.
In questo cammino della Quaresima, il vescovo di Roma ci lascia un messaggio legato alla nostra vita quotidiana: “è importante stare con Gesù, anche quando non è facile capire tutto quello che dice e che fa per noi. È stando con lui, infatti, che impariamo a riconoscere, sul suo volto, la bellezza luminosa dell’amore che si dona, anche quando porta i segni della croce”.

Sport

Superlega, Perugia batte Taranto: la legge del più forte al Palamazzola

foto G. Leva
06 Mar 2023

di Paolo Arrivo

Il più grande spettacolo dopo il big bang è chiudere gli occhi alla partita casalinga col Verona quando, tra pochi intimi, gli ionici vinsero nettamente, e aprirli alla penultima giornata della regular season: vedere gli spettatori che hanno riempito in ogni angolo il Palamazzola, come non accadeva da oltre un decennio, dagli anni nei quali la grande attrazione erano le cestiste del Cras, e farsi avvolgere dallo sport nella sua essenza. Il campo ahinoi ha fatto prevalere la legge del più forte. Perugia, infatti, si è imposta sulla Gioiella con un secco 3-0 (25-22, 25-19, 25-19). La Prisma che non è nata dal grande “big bang”, ma dal progetto non casuale ideato e realizzato da Antonio Bongiovanni, negli anni in cui la pandemia impediva anche l’accesso al palazzetto, si è congedata dal suo pubblico nella seconda avventura in Superlega. Onore a Perugia che ha smaltito la sconfitta in Coppa Italia e prolungato l’imbattibilità in campionato attraverso il 21esimo centro.

Il match Taranto – Perugia

La Prisma è scesa in campo orfana dell’infortunato Loeppky oltre a Stefani. Gli ospiti, potendosi permettere di far riposare Leon, considerato il pallavolista più forte del mondo, hanno condotto sin dalle prime battute dell’incontro. Taranto ha lottato nel primo set raccogliendo, ad ogni punto, l’esplosione del pubblico, dei 3000 spettatori presenti. Hanno pesato gli errori in battuta, però. Sulla falsariga del primo set, la Sir Safety Perugia, che sa battere molto bene e realizzare ace, ha acquisito presto un vantaggio nel secondo e tenuto in controllo la partita nel terzo. Sugli scudi il capitano della nazionale italiana Simone Giannelli che è stato votato miglior giocatore del match – ottima anche la prova di Herrera. Agli uomini allenati da Vincenzo Di Pinto non si può rimproverare niente. Ma contro una corazzata che non ha regalato niente, è mancato quello spunto che consente di gettare il cuore oltre l’ostacolo per sovvertire il pronostico, e materializzare il miracolo che i tifosi attendevano.

Il verdetto all’ultima giornata

La sconfitta di Siena inflitta dalla WithU Verona tiene accese le speranze della Prisma. Che domenica prossima, a Milano, si giocherà le sue chance di conservare la categoria della Superlega Credem Banca. Mentre la Emma Villas Aubay Siena ci proverà sul parquet di gioco della Vero Volley Monza. Che andando a vincere sorprendentemente a Modena dimostra di essere in salute, ovvero di poter tendere la mano proprio agli ionici. Taranto da parte sua è chiamata a disputare una grande prova per non legare le proprie sorti al risultato dell’altro match. Antonov e Lawani, a confermare quanto di buono hanno fatto vedere contro la capolista del torneo, che oltre al campionato mira alla Champions. Coach Di Pinto ha sei giorni per analizzare cosa non ha funzionato ieri sera (oltre alla battuta, si sono visti pochi muri e primi tempi) e per spronare i suoi giocatori ad esprimere una pallavolo di maggior livello.

Fotogallery by Giuseppe Leva

Diocesi

È morto monsignor Benigno Luigi Papa arcivescovo emerito di Taranto

06 Mar 2023

Arcidiocesi di Taranto
Ufficio Stampa

S. Ecc.za Rev.ma Monsignor Filippo Santoro, arcivescovo metropolita di Taranto, rende noto che oggi 6 marzo 2023, alle ore 03.10, il nostro amato arcivescovo emerito Benigno Luigi Papa, ha concluso la sua esistenza terrena.

È morto presso Casa San Paolo in Lanzo di Martina Franca, luogo da lui scelto come dimora al termine del suo ministero pastorale per raggiunti limiti di età. In questi giorni le condizioni di salute di monsignor Papa si erano particolarmente aggravate. Nella giornata di ieri monsignor Santoro ha amministrato i sacramenti impartendo la benedizione e assoluzione in ariticulo mortis.
La camera ardente sarà allestita nella chiesa inferiore della concattedrale Gran Madre di
Dio e sarà aperta alle ore 08.30, dopo che l’arcivescovo Filippo avrà benedetto la salma.
Le esequie saranno celebrate domani 7 marzo alle ore 16.00 in Concattedrale.
Monsignor Filippo invita l’intera comunità diocesana alla preghiera di suffragio per l’anima
dell’arcivescovo Benigno Luigi, pastore della chiesa tarantina per 21 anni, preghiera colma
di gratitudine e di affetto per una testimonianza autentica di dedizione e di amore per
questa terra nel Nome di Cristo.

Don Emanuele Ferro
Portavoce dell’arcidiocesi di Taranto

 

 

A CURA DELL’ARCHIVIO STORICO DIOCESANO DI TARANTO

Clicca sulle foto per ingrandirle

Sport

Luca Semeraro: “Orgoglioso di rappresentare Taranto, voglio saltare oltre i 5 metri”

03 Mar 2023

di Paolo Arrivo

Step by step. Il percorso di maturazione di Luca Semeraro ha avuto nei Campionati italiani Assoluti Indoor il primo risultato dell’anno. Un successo, sebbene non sia stato medagliato, speculare a quello conquistato da sua sorella Francesca, che ha firmato il nuovo record regionale – la campionessa stavolta si è superata sorprendendo anche se stessa. Lui sta facendo passi da gigante, anche in condizioni non ottimali, dimostrando di saper gettare il cuore oltre l’ostacolo, nella disciplina del salto con l’asta. Quest’anno è tornato a vestire la canotta dell’Amico Cras Taranto. Il legame con la città in cui è cresciuto e nato aveva poco da rinsaldarsi, perché Luca Semeraro ha sempre dimostrato attaccamento alla terra natale, dalla quale spesso si è costretti ad emigrare. Lo dimostra anche attraverso il sostegno dato alle altre realtà sportive, dal Taranto calcio alla Gioiella Prisma. E in questa intervista concessa a Nuovo Dialogo.

Luca, ben ritrovato. Dicci cosa hai fatto nei giorni scorsi e come stai?

“Dopo quella che è stata l’ultima gara più importante della stagione invernale indoor, ho staccato la spina per un po’. Avevo necessità, da un lato di riposare in vista della stagione estiva outdoor; dall’altro di recuperare dall’infortunio subito un mese fa, che di fatto mi ha impedito di rendere al massimo nelle competizioni affrontate”.

E meno male…

“Sì, devo dire che un quinto posto assoluto in Italia, viste le mie condizioni, era impronosticabile. Per questo si tratta senz’altro di un ottimo risultato: era da moltissimi anni che un atleta tesserato per una società tarantina non prendeva parte a un campionato italiano assoluto. Io e Francesca vi abbiamo partecipato sempre per società non tarantine onorando ad ogni modo la nostra città. Per me questo è motivo d’orgoglio, naturalmente, poter rappresentare Taranto nella massima rassegna nazionale, e averla portata nella top five della disciplina del salto con l’asta”.

Adesso quali obiettivi hai?

“Dopo un consulto con il mio tecnico, il professor Davide Colella, si è deciso di concentrarci sul recupero dal mio infortunio, che possa avvenire al più presto, ma anche sull’aspetto tecnico e fisico pensando al futuro e a cosa ci si può aspettare in condizioni ottimali. Il prossimo step è senz’altro confermare quantomeno la partecipazione al Campionato Italiano Assoluto, che quest’anno si terrà in casa, in Puglia, a Molfetta. E ovviamente, parlando di misure, il mio auspicio è quello di superare il muro dei 5 metri. Obiettivo non raggiunto per poco in questa stagione indoor (al Palaindoor di Ancona, ai campionati italiani, si è fermato a 4,83m, ndr)”.