Letteratura

Nasce il Premio nazionale di poesia Calabria – Veneto per creare un ponte tra le “Italie” letterarie

03 Apr 2023

Nasce un nuovo ambizioso premio letterario che vuole mettere in sintonia Nord e il Sud, spesso molto distanti proprio dal punto di vista culturale e letterario. Con il sostegno organizzativo della rivista di poesia “Il sarto di Ulm”, la collaborazione dell’Associazione “Padova sorprende” e della rivista “La Nuova Tribuna Letteraria”, nell’ambito del Festival internazionale di poesia “Pollino in versi”, parte, infatti, la prima edizione del Premio nazionale di poesia Calabria – Veneto 2023, per un libro di poesia edito e in commercio fra il 1 aprile 2022 e il 30 aprile 2023.

Il premio si svolgerà alternativamente un anno in Calabria e un anno in Veneto. Esso non è concepito come concorso. La partecipazione avviene attraverso la segnalazione diretta delle opere da parte dei giurati. L’organizzazione, però, per rendere il premio il più possibile espressione reale dei valori che emergono ogni anno in poesia sul territorio nazionale, dà la possibilità agli autori non scelti dalla giuria di proporre comunque la propria opera.

Per quanto riguarda la candidatura da parte della giuria, ogni giurato, con il consenso degli autori, potrà segnalare al massimo tre opere che ritiene meritevoli di partecipare al premio. Ogni opera potrà ricevere una sola segnalazione. Una volta confermate le varie candidature gli autori dei libri scelti dalla giuria dovranno firmare una lettera di accettazione di tutte le norme contenute dal regolamento. La casa editrice che ha pubblicato il libro dovrà inviare alla segreteria due copie cartacee del volume entro e non oltre il 30 aprile 2023 insieme il relativo pdf del libro tramite email a premiocalabriaveneto@libero.it La mancata osservanza delle scadenze prefissate comporterà l’esclusione dell’opera dal Premio.

Per la candidatura diretta da parte degli autori, ogni autore di un proprio libro di poesia edito e in commercio fra il 1 aprile 2022 e il 30 aprile 2023 potrà chiedere alla propria casa editrice di inviare il pdf del libro tra-mite email a: premiocalabriaveneto@libero.it

Una copia cartacea del libro deve essere inviata al presidente del Premio Calabria-Veneto, al seguente indirizzo: Bonifacio Vincenzi, via Manzoni 6, 87072 Francavilla Marittima (CS). Tutte le opere pervenute saranno vagliate dai giurati. Ogni giurato ha la possibilità di ammettere al premio una sola opera. Gli autori delle opere ammesse dovranno poi firmare una lettera di accettazione di tutte le norme contenute dal regolamento.

Fase delle selezioni del premio

Al momento della definizione dei libri di poesia ammessi al Premio la segreteria invierà ai giurati tutte le opere con la relativa scheda di votazione. Dopo lo scrutinio dei voti espressi sarà selezionata la prima rosa dei 15 libri che hanno ricevuto il maggior punteggio. Successivamente i giurati saranno chiamati a votare i 15 libri usciti dalla prima selezione. Da questa seconda votazione viene designata la cinquina di libri. Una volta espressa la cinquina la giuria deciderà l’opera vincitrice del Premio Calabria – Veneto 2023.

Cerimonia di premiazione

La cerimonia di premiazione si svolgerà un anno in Calabria e un anno in Veneto entro la fine di settembre di ogni anno.

Il vincitore del Premio Calabria – Veneto 2023 riceverà un premio di 1000 euro.

GIURIA

Edizione 2023

Alessandro Cabianca, narratore, drammaturgo, saggista e poeta. Nato nel vicentino, laureato in Letteratura moderna e contemporanea, è studioso del mito; vive a Padova. Ha pubblicato tre trage-die, un dramma, un romanzo, sette raccolte di poesia, alcuni saggi su Ottiero Ottieri narratore e poeta, sul rapporto tra poesia e musica a quattro mani con il compositore Matteo Segafreddo e, inol-tre, la Antologia della poesia veneta dal 1500 al 1800.

Marta Celio è nata in Svizzera nel 1976, vive a Padova, è poeta e scrittrice e saggista. Ha pubblicato diversi volumi di poesia, il più recente uscito con Proget (Padova,2021), intitolato Segrete distanze. Ha esordito nella saggistica monografica (L’eterno racconto, Macabor editore, 2021), nella narrativa con il romanzo Quando il viaggio (Macabor editore, 2021 – 2022) e in saggistica filosofica con Si-stemi viventi (Ethosjob, Padova 2022).

Griselda Doka è nata a Tërpan, Berat (Albania) nel 1984. È dottore di ricerca in Studi letterari, linguistici, filologici e traduttologici presso l’Università degli Studi della Calabria. Ha pubblicato tre raccolte di poesie. Oltre in lingua madre, scrive anche in italiano. Vive e lavora in Calabria come docente di lingue e mediatrice interculturale.

Mario Famularo (Napoli, 1983) è redattore della rivista trimestrale “Atelier” e dei lit-blog “Labo-ratori Poesia” e “Niedern Gasse”. Collabora con il ciclo di incontri di poesia e letteratura “Una scontrosa grazia” e il blog Rai “Poesia, di Luigia Sorrentino”. Ha pubblicato le raccolte di poesia L’incoscienza del letargo (Oèdipus, 2018, terzo posto al premio Conza 2019) e Favēte linguis (Ladolfi, 2019).

Elisa Nanini (Modena 1994), laureata in Lettere moderne all’Università di Bologna, prosegue gli studi umanistici e collabora con la testata giornalistica “Hermes Magazine” e il Poesia Festival. I suoi versi sono stati selezionati in diversi concorsi e spazi letterari. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020), con nota critica di Alberto Bertoni.

Anna Lombardo vive a Venezia. Poetessa, traduttrice freelance e attivista culturale. Laurea presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Raccolte poetiche bilingue: Anche i pesci sono ubriachi/Even the Fish are Drunk (2002); Nessun alibi/No Alibi (2004); Quel qualcosa che manca/The something that’s missing(2009). Con candide mani (2020). Dal 2011 organizza il Festival Internazionale di Poesia, Palabra en el Mundo a Venezia.

Giovanni Sato è nato a Padova dove vive. Ha pubblicato alcune raccolte di poesie. Ricordiamo: Intonazioni (1995), Vibrazioni di luce (2010), Il realismo della luce (2010), La Trasparenza dell’Ombra (2013), Geografia Interiore (2014), La solitudine del cielo (2015), Le metamorfosi del cuore (2016), Sabbia e luce (2022), La versione dell’albero (2022).

Silvano Trevisani, giornalista professionista è redattore capo di nuovodialogo.com, responsabile del bimestrale di poesia “Il sarto di Ulm” e del trimestrale di narrativa “Il sogno di Orez” (Ed. Macabor), collabora con giornali e riviste. Ha pubblicato oltre 50 volumi di storia, economia, arte, letteratura, cinque volumi di poesia e tre di narrativa. È presente in molte antologie, riviste di poesia e siti web. Tra gli ultimi lavori Alda Merini tarantina (Macabor, 2019), Le parole finiranno, non l’amore (Manni, 2020).

Bonifacio Vincenzi è nato a Cerchiara di Calabria nel 1960 e attualmente vive a Francavilla Ma-rittima (CS). In quasi quarant’anni di attività letteraria ha curato diverse antologie poetiche e ha collaborato a quotidiani, settimanali e riviste specializzate. Nel suo vasto repertorio di pubblicazioni figurano raccolte di poesie, opere di narrativa, saggistica e teatro. Sta curando per Macabor Editore una mappatura della poesia italiana in 70 volumi.

Mostra

Voglia di primavera nella collettiva alla galleria d’arte L’impronta di via Cavallotti

03 Apr 2023

di Rosa Landi

C’è tanta voglia di primavera nella mostra collettiva inaugurata sabato scorso alla galleria d’arte L’impronta di via Cavallotti. Tanta natura, tanto verde, tanto mare affiancano opere dalla vocazione religiosa più tradizionale, fondendosi in un’unica ampia riflessione sul mondo che stiamo vivendo. C’è tanto di antico, quasi ancestrale, e tanto di moderno in questa insolita soluzione. Una Pasqua che torna a essere prima di tutto passaggio. L’inverno che si allontana, la terra che rigermoglia, i fiori che riportano colore e il mare che già strizza l’occhio all’estate. Taranto e il mare, Taranto e i suoi mari. Taranto è il mare. Quel mare da cui sorge il profilo della città vecchia, quel mare che allontana e avvicina, quel mare che fu il primo passaggio da affrontare per portare alla nostra nascita. Ogni tempo ha i suoi esodi, ogni essere umano ha il suo viaggio e ogni artista ha i suoi strumenti per rinnovare la sua strada. Tecniche diverse, materiali diversi, stoffe, tele, sbalzi policromi, fotografie, rielaborazioni digitali, realismo, surrealismo, sacralità, ironia… Arte, arte, arte, tanta libera arte per far rotolare via le pietre che sigillano i sepolcri, per spezzare catene visibili e invisibili, per alleggerire questo cammino che ci tocca. Arte come un sorso d’acqua rubato a una fontana su un viottolo di campagna, sollievo inaspettato che ridona gratitudine.
Galleria d’arte L’impronta, via Cavallotti 57b, dal lunedì al sabato dalle 18 alle 20.30 fino al 13 aprile.

Sport

Basket, il Cus Jonico torna grande: Corato ko grazie a un gran secondo tempo

foto G. Leva
03 Apr 2023

di Paolo Arrivo

La maledizione è terminata. Dopo sei sconfitte consecutive e la sensazione che la dea bendata gli avesse voltato definitivamente le spalle, il Cus Jonico basket Taranto è tornato alla vittoria, tra le mura amiche del Tursport, e lo ha fatto in grande stile sconfiggendo l’Adriatica Industriale Corato con il risultato di 88-64. Una prestazione maiuscola per gli uomini allenati da Davide Olive nella serata della domenica delle Palme. Sugli scudi Corral, top scorer dell’incontro con 22 punti realizzati, Rocchi e l’under Graziano. Una prova che fa ben sperare per il prosieguo del campionato. Due punti utilissimi alla classifica e al morale. Ai tifosi, che non smettono di far sentire la loro presenza sugli spalti.

Il match Taranto-Corato

Coach Olive manda in campo Rocchi nel quintetto base, in compagnia di Villa, Conte, Corral e Bruno. Buona partenza dei padroni di casa nel primo quarto. Gli ospiti, che avevano firmato il primo canestro con Stella, rimontano e sorpassano; ma la reazione d’orgoglio di Taranto consente loro di aggiudicarsi il parziale (16-15). Si gioca sul filo dell’equilibrio anche il secondo quarto. Entra in campo il buon Sampieri, giovane interessante; ma è Corato a spuntarla. Nel secondo tempo gli ionici ingranano la quarta: vantaggio a doppia cifra, vanno a segno i tiri dalla lunga distanza. Nell’ultimo quarto le azioni si fanno più spettacolari. Taranto dà l’impressione di non volersi accontentare della vittoria – il vantaggio sale fino al +24 finale.

Il campionato

Archiviata la 25esima giornata del campionato di serie B Old Wild West 2022/23 – girone D con la vittoria sul Corato dell’ex coach Putignano, quando mancano cinque giornate alla fine della stagione regolare, Taranto occupa la nona posizione in classifica a quota 24. Mercoledì c’è il turno infrasettimanale: la sfida sul campo della Rennova Teramo, reduce dalla sconfitta di sabato scorso al PalaVirtus di Cassino. Un avversario da non sottovalutare. Ancora un’altra trasferta dopo la pausa di Pasqua, domenica 16, contro Bisceglie.

Photogallery by Giuseppe Leva

Città

Riqualificazione di Piazza Fontana: un comitato di associazioni culturali scrive una lettera aperta al sindaco di Taranto

foto G. Leva
03 Apr 2023

Il progetto di riqualificazione di piazza Fontana sta animando un intenso dibattito tra operatori e associazione culturali. Com’è noto, il progetto della piazza, inaugurato nel 1992, è opera di Nicola Carrino, compianto artista tarantino che fu tra i fondatori di GruppoUno ed è condierato tra i più importanti teorici dell’arte concettuale italiana del Novecento. La fontana e la piazza sono, perciò, un tutt’uno inscindibile e richiedono un’attenzione e una manutenzione costanti che, nel corso di questi trent’anni, non ci sono mai stati. Ora il Comune ha deciso la riqualificazione della piazza, ma il progetto esecutivo lascia spazio a dubbi e perplessità che preoccupano la cultura locale, così, dopo un convegno su Carrino, si è deciso di chiedere un incontro al sindaco attraverso la sottoscrizione di una lettera aperta che riportiamo di seguito.

 

Lettera aperta al sig. sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci

Egregio signor Sindaco, le associazioni scriventi vogliono sottoporre alla Sua attenzione le riflessioni sviluppate sul progetto di riqualificazione di piazza Fontana. Premesso che è senz’altro condivisibile il positivo intento della Amministrazione di valorizzare un’area sinora lasciata a se stessa e che ospita una tra le più significative testimonianze di opere d’arte contemporanea – anch’essa da troppi anni lasciata all’incuria – riteniamo importante discutere attorno al progetto che, proprio perché non ancora nella piena disponibilità del Comune, ha margini per essere meglio adattato alle esigenze di tutela dell’opera di Carrino rispetto ai rendering che sono circolati negli ultimi mesi. Come Le è noto, l’opera ha una sua unitarietà, che comprende sia l’elemento scultoreo sia l’assetto urbanistico della piazza. La fama internazionale del suo autore, l’originalità delle soluzioni adottate e il ruolo all’interno del contesto in cui si trova, hanno portato la Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura ad inserire “Piazza Fontana” nel Censimento delle Architetture Italiane Contemporanee dal 1945 ad oggi. Un riconoscimento importante che rende non opportuno qualunque intervento mirato all’alterazione anche solo parziale dell’opera di Nicola Carrino.
Si legge infatti nella Scheda dell’Opera: “Risale al 7 giugno 1992 l’inaugurazione del progetto di riqualificazione di piazza Fontana a Taranto, concepito da Nicola Carrino, il quale dal 1983 iniziò a riflettere e a immaginare una riqualificazione dell’antica piazza della sua città natale, prospettando un intervento in stretto dialogo con il contesto urbano e la fontana lì conservata. Il riassetto della piazza assume, pertanto, un valore simbolico per l’importanza del luogo urbano, per il suo porsi come nodo di convergenze viarie e di rappresentatività come fosse l’accesso principale alla città per chi giunge dalla stazione ferroviaria. Si è trattato quindi di riattivare un luogo della memoria cittadina intervenendo con un elemento scultoreo significante per la contemporaneità (l’acciaio a Taranto) e integrando con esso i reperti architettonici dell’antica fontana ottocentesca (a sua volta memoria della originaria fontana cinquecentesca) ancora oggi esistenti, in una unitarietà scultorea e ambientale. Il disegno planimetrico della piazza è scandito sulle direttrici che partendo dal centro della stessa passano per i vertici o la metà dei lati dell’ottagono e del dodecagono, rispettivamente delle vasche e del basamento su una serie di cerchi in progressione che partendo dal centro della piazza determinano le misure della vasca piccola, della vasca grande e del basamento della fontana antica e quindi quelle della vasca nuova sul piano della piazza ed il limite della piazza stessa, creando nell’intersezione con le precedenti direttrici, un reticolo di riferimento formale e proporzionale. In tal modo elementi strutturali e linee percettive da questi determinate si irradiano dal centro verso le fabbriche delimitanti la scena della piazza e da queste ultime ritornano verso il centro, tendendo a riaggregare il tessuto urbano e spaziale dell’insieme. La scultura composta da 36 moduli L di 75x75x225 cm, è realizzata in acciaio inossidabile e misura nella totalità 2,25 m in altezza per 21,10 m in lunghezza. l moduli sono assemblati tra loro a parete, con ampie aperture intervallate, ed alcuni sono dislocati sulla piazza e nella vasca al piano della piazza stessa. La scultura al centro della piazza si struttura ad angolo, sino a sostenere le vasche in pietra della fontana antica, svolgendo quindi funzione sostitutiva per la parte mancante del vecchio basamento. La scultura si dispone diagonalmente sulla piazza ricalcando l’andamento dell’originario condotto adducente l’acqua. La piazza è strutturata su 3 livelli ripartiti dalle direttrici predette e dispone come ulteriori presenze scultoree di 3 elementi di seduta in pietra a grande scala a forma di L”.

L’allarme nasce dal fatto che dai rendering si evince che il progetto, pur salvaguardando l’elemento scultoreo in acciaio e i reperti archeologici dell’antica fontana ottocentesca, prevede la realizzazione di un “nuovo plateau”, e non si comprende come e se venga mantenuta la struttura planimetrica della piazza su tre livelli ripartiti dalle direttrici dell’antico condotto adducente l’acqua, dopo l’eliminazione delle ulteriori presenze scultoree di tre elementi di seduta in pietra a grande scala a forma di “L”, con conseguente evidente grave pregiudizio dei caratteri originali e della qualità dell’opera d’arte contemporanea di Nicola Carrino. Pertanto chiediamo il Suo Autorevole intervento, affinchè gli interventi da realizzarsi salvaguardino l’integrità dell’Opera d’Arte. Per meglio illustarLe le osservazioni, le scriventi associazioni Le chiedono di incontrarLa, ovunque Ella ritenga.

In attesa di un suo cortese riscontro

cordiali saluti

● AICC – Ass. Italiana di Cultura Classica “Adolfo Mele” – Taranto
● Amici dei Musei – ass. culturale Taranto
● ARCI Gagarin – Taranto
● Comitato Qualità della Vita – Taranto
● CRAC – Centro Ricerca Arte Contemporanea – Puglia
● FAI – Fondo Ambiente Italiano (delegazione di Taranto)
● FLC CGIL – sindacato di categoria
● Fucina ‘900 – ass. culturale
● Gruppo Taranto – ass. culturale
● Italia Nostra – Sez. di Taranto
● Nobilissima Taranto – ass. culturale
● Tarenti cives – ass. culturale
● Società Dante Alighieri (Comitato di Taranto)
● Società di Storia Patria per la Puglia (sezione di Taranto)

Otium

Giuseppe Fiorello diventa regista: a Taranto per “Stranizza d’Amuri”

03 Apr 2023

di Marina Luzzi

Un omaggio alla sua Sicilia ma anche la denuncia di un clima omertoso, in cui la crudeltà del branco, lo sguardo rozzo, senza compassione, riesce a cambiare il cuore anche a due madri, prima amorevoli e poi ostili, forse fino alle estreme conseguenze. Una storia d’amore e formazione, che trae spunto da un fatto di cronaca per scandagliare l’animo di chi non può che riconoscersi per quello che è, anche se per la sua famiglia e la sua comunità quel suo essere è sbagliato. “Quello che si fa di nascosto si può fare per cent’anni”, dice il fratello più grande ad uno dei due protagonisti in crisi. Continua a vivere la tua omosessualità lontano da occhi indiscreti e tutto filerà liscio, è in sostanza il consiglio tristemente ancora attuale in molte circostanze. Lui non lo ascolterà e pagherà con la vita. Si chiama “Stranizza d’amuri” il primo film di Giuseppe Fiorello alla regia. La storia è liberamente ispirata a quella di Giorgio Agatino Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola di 15, vittime del delitto di Giarre, in provincia di Catania, avvenuto il 13 ottobre del 1980. Scomparsi da casa due settimane prima, furono trovati morti, mano nella mano, uccisi da un colpo di pistola alla testa. In un primo momento si parlò di omicidio-suicidio, ma il clima di omertà fu rotto dalla nascita del primo circolo Arcigay, che cinque anni dopo divenne nazionale proprio grazie a quei due ragazzi della provincia di Catania, accusati di omosessualità e vittime del pregiudizio e dell’omertà dei loro concittadini. Il delitto rivelò subito la sua matrice omofoba e le indagini portarono all’individuazione di un colpevole, Francesco Messina, nipote di Toni Galatola, all’epoca tredicenne e dunque impunibile. Il giovane sostenne che a chiedergli di essere uccisi fossero state proprio le due vittime sotto minaccia di morte: riferì alle forze dell’ordine che i due lo costrinsero a sparar loro minacciandolo che, in caso contrario, lo avrebbero ucciso. Due giorni dopo, però, Messina ritrattò tutto. A oggi, quel delitto non ha ancora un colpevole. Prodotto da Ibla Film con Rai Cinema, in associazione con Golden Goose e Silvio Campara e Distribuito da BIM Distribuzione, nel film spicca anche la colonna sonora, con Franco Battiato e le sue Cuccuruccucu e Stranizza d’Amuri, nel finale, brano che dà anche il titolo al film. Un racconto lento, due ore e un quarto filate, per tre anni di lavoro anche psicologico, con i due ragazzi che hanno interpretato la coppia. Si tratta di Samu Segreto, ballerino dell’ultima edizione di Amici eliminato due giorni fa dal serale, e del romano Gabriele Pizzurro.  Giuseppe Fiorello, nel tour promozionale che lo vede in giro per l’Italia, ha toccato anche Taranto, incontrando il pubblico e i giornalisti al cinema Savoia. Lo abbiamo intervistato.

Come sta andando la promozione del film?

“Direi molto bene, è in sala già da due settimane e vedo che c’è una grande attenzione e affetto. Sono felice e fiero. Ho aspettato, per la mia prima volta da regista, perché volevo arrivare ad una certa età. Io ho due figli adolescenti e, inconsciamente, penso di aver atteso che loro raggiungessero questo periodo della vita per dirigere due loro coetanei. Dovevo conoscere meglio la materia umana e quel tratto di esistenza che io ritengo essere quasi divino, che è l’adolescenza. Penso dovesse succedere tutto questo dentro di me ma non era un calcolo, è stato inconscio”.

Hai pensato ad un film che segue quasi i ritmi di quella Sicilia. Due ore e un quarto di proiezione, grande spazio per i dettagli, la fotografia, la luce naturale, le ambientazioni. Un lavoro certosino, insomma.

“Ci ho messo tanto, a pensarlo e anche a girarlo. Circa tre anni di lavoro. C’erano due ragazzi al loro primo film che si dovevano amare profondamente, quindi li ho dovuti in qualche modo plasmare, farli conoscere profondamente. Purtroppo ora i tempi cinematografici sono sempre più brevi. Si producono film come fossero episodi di serie tv. Io sono andato controcorrente, proponendo un cinema classico, che ha il sapore di un altro tempo, molto apprezzato dal pubblico giovane e questo mi fa molto piacere. Ogni cosa che vedete nei due protagonisti è uno sguardo mio, lo sguardo di quando ero adolescente. Sono un po’ dentro l’uno e un po’ dentro l’altro. C’è la mia timidezza ma anche la mia ricerca di senso, il guardare il futuro con smarrimento e un po’ di paura”.

Come hai scoperto questa storia e perché hai deciso di raccontarla?

“L’ho scoperta tanti anni fa, a 30 anni da quel delitto, dai giornali. Mi incuriosì ed emozionò tantissimo. Provai smarrimento e dolore nell’immaginare la scena dei due ragazzi, quando furono trovati soli, con le mani intrecciate tra loro. Così mi feci una promessa: raccontare prima o poi quella storia, a cui mi sono liberamente ispirato (es: il delitto è del 1980 ma lui ambienta la storia nel 1982, di pari passo con i mondiali vinti dall’Italia). Ed è un film che senza esitazione mi sento di dedicare proprio a loro due, Tony e Giorgio”.

Che importanza ha avuto la famiglia in questo sogno della regia, diventato realtà?

“Mia moglie, Eleonora Pratelli, ha prodotto e protetto il mio sogno. Sono le sue parole, dette durante l’anteprima. E mi ha colpito ed emozionato tanto”.

Sei stato a far vedere il film nella tua Sicilia? Nei luoghi dove hai girato e che sono stati al centro dei fatti di cronaca?

“Siamo stati a Siracusa, poco lontano da dove sono nato e cresciuto, poi ad Augusta, Catania e Palermo. Conto di tornare perché ci sono molte altre città che aspettano il film e sono molto felice che la mia terra abbia accolto questo film con gioia e grande emozione. Ho cercato di raccontare con grande verità quei luoghi, che poi sono i miei, senza essere didascalico o patetico. Quella è una terra che genera tanto amore, cultura, passione, e non solo, come vogliono gli stereotipi, la mafia. Purtroppo con l’arresto di Matteo Messina Denaro questo aspetto è ritornato alla ribalta ma Sicilia non è solo quello. Certo da una parte è bellissimo pensare che abbiamo estirpato un male alla radice, come in questo caso, dall’altro non deve emergere questa iconografia. Mi auguro che il film faccia da contraltare”.

Stranizza d’amuri contiene due pezzi di Franco Battiato, Cucurucucu  e Stranizza d’Amuri, che dà anche il titolo al tuo lavoro. Che rapporto avevi con lui?

“Il mio rapporto con Franco Battiato è stato bellissimo ed è durato una sera ma quella sera è stata lunga dieci anni. Un’immensità. L’ho incontrato una mattina, alle 5.30, su una spiaggia siciliana, a Donnalucata. Era estate, faceva molto caldo. Andavamo in direzioni opposte, quando l’ho riconosciuto all’inizio ero impietrito. Poi ho deciso di tornare indietro e chiamarlo. Era il mio mito. E con grande sorpresa lui mi conosceva. Mi ha invitato a cena. Ho passato il pomeriggio a pensare a quali cose intelligenti dire, una volta lì ed invece è stata una serata di risate e barzellette. Era una persona profonda ma al contempo spassosa. Peraltro c’è un altro pezzo, di Giovanni Caccamo, nel film. E lui è stato un’altra scoperta di Battiato, a cui per tanto tempo ha cercato di consegnare una cassetta con dei sui brani, appostandosi accanto alla sua villa. Il film poi è uscito il 23 marzo, che è il giorno del compleanno di Battiato. Una coincidenza che mi ha sorpreso”.

Direi che la prima esperienza è andata benissimo. Altri progetti che ti vedranno alla regia?

“Diciamo che ho molte storie in testa ma per ora non dico niente. Non perché voglia essere misterioso ma perché potrebbe essere una cosa come un’altra. Io mi faccio trascinare dall’emozione e dall’istinto. Sicuramente sono attratto ancora dal mondo adolescenziale”.

 

 

 

 

Hic et Nunc

I volti della via crucis: il Cireneo

Salita al Calvario, Tiziano Vecellio, 1565, San Pietroburgo.
03 Apr 2023

di Emanuele Ferro

I volti della via crucis
Il Cireneo

 

Dal Vangelo secondo Marco
Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio.

MEDITAZIONE

Anche Tu, Signore, hai bisogno delle braccia di un fratello e trovi sollievo nel soccorso compassionevole di Simone di Cirene, seppur costretto ad aiutarti. È una delle Tue ultime lezioni: non esiste al mondo chi non abbia bisogno di nessuno, chi non abbia bisogno degli amici, dei fratelli.

E se per un attimo scambiassimo l’ordine di questa scena? Tutto ci sembrerebbe più chiaro. Sì, perché Gesù non ha inventato il dolore e la croce, se li è trovati come li trova ogni uomo sulla sua strada. Accade però che sulla via del nostro Calvario possiamo incontrare Lui, il Maestro e non Simone di Cirene, che viene costretto ad aiutare il Signore, ma incrociamo proprio Gesù ci viene incontro nel dolore e nella sofferenza ed è così che nelle tenebre comincia brillare la luce.

«Lo costrinsero a portare la croce». È la vita che ci costringe, è il peccato che ci ha fatto incontrare il dolore. Il mistero della sofferenza coinvolge la vita di ciascun uomo, non c’è nessuno di noi che non passi prima o poi dal vaglio della sofferenza. Ad un certo punto è la miseria che ci costringe, la restrizione della nostra liberà ci costringe, il lutto ci costringe, la malattia ci costringe. Ogni uomo o donna di questa terra viene costretto in questa spirale tentacolata. Quelle poche centinaia di metri, però, che vanno dalla dimora di Pilato al calvario possono intersecare e recidere il groviglio di strade del dolore. La via Crucis taglia la via della morte. Così, quando le nostre croci diventano la croce di Gesù, l’umanità, seppur in salita ma benedetta da un amore incondizionato, si illumina e scopre il fine e il senso, se non altro perché vi è la costatazione che Dio cammina con noi e che non ci abbandonerà. Mai.  

Editoriale

Il ruolo dell’Europa nel processo di pace

(Foto ANSA/SIR)
03 Apr 2023

di Emanuele Carrieri

Fra qualche giorno il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron si recheranno a Pechino per incontrare Xi Jinping, il leader cinese che le riforme, da lui stesso proposte e imposte, hanno fatto diventare un monarca a vita, più e peggio di Mao e di tutti gli altri presidenti. Il motivo? È certo: non per approfondire i termini della proposta di pace cinese che non è altro che un ulteriore strumento propagandistico volto a riaffermare, anzitutto nei confronti di chi è disponibile all’egemonia cinese, il ruolo del Celeste Impero. Non si scorgono spiragli nel documento cinese, neanche nella riaffermata esigenza di volere rispettare le sovranità statuali, visto che per Xi la sovranità ucraina non esiste: esiste solo quella russa. Ci sono motivi commerciali nel summit fra la rappresentante dell’Unione europea e il presidente francese e la massima autorità cinese. È complicato credere nell’assioma di una ventina di anni fa per il quale, finché si commercia, non si combatte o, finché si commercia, non possono prevalere le pulsioni autoritarie e guerrafondaie. È sotto gli occhi di tutto il mondo l’esempio della Russia che, dagli scambi vicendevoli con l’Occidente, aveva guadagnato in abbondanza e molto di più avrebbe potuto ottenere da una maggiore integrazione finanziaria e commerciale. Salvo il fatto che Putin, da poliziotto del famigerato Kgb, impossessatosi del potere, e diventato zar di tutte le Russie, ha voluto opporsi alla ventata di libertà che attraversava il suo popolo, distruggendo ogni opposizione, anche con la eliminazione fisica dei suoi avversari, e ha voluto interrompere le relazioni con l’Occidente elevando la nuova cortina dell’immaginaria corruzione morale del medesimo. Tuttavia, e questo è certo, almeno in questo momento storico, permangono seri interessi nella collaborazione fra gli stati dell’Unione europea e la Cina. Una esigenza, quella di mantenere i livelli degli scambi, che non guarda al domani né al dopodomani, in relazione al riposizionamento del potere mondiale, in corso e in via di consolidamento, salvo il solo elemento di novità costituito dalla crescita indiana, addirittura più impetuosa di quella cinese. Questi ultimi quindici mesi ci hanno consegnato un mondo dominato da due potenze egemoni, Usa e Cina, nel quale l’ex potenza mondiale Russia ha ridotto il suo ruolo a quello di primo satellite del vicino di Oriente, già nemico della stessa, odiato dalla popolazione russa. Gli errori politici di Putin l’hanno posto nella scomoda posizione di non vincitore del confronto militare con l’Ucraina, potenza minore dello scacchiere est-europeo, vitalizzato da un patriottismo di altri tempi. Per quante mosse politiche possa compiere, Putin è confinato nei suoi margini, anche se può ancora recare danni mortali al resto del mondo, Cina compresa. E in questi termini va visto l’annuncio della dislocazione in Bielorussia, con il fedele dittatore di un popolo non fedele e disponibile alla sollevazione, di bombe atomiche tattiche. L’Europa, potenza commerciale e manifatturiera, è un’impotenza politica, sprovvista, come è, di una sua politica estera, dato che non c’è politica estera senza strumento militare, specie di questi tempi nei quali le relazioni internazionali sono tornate ai livelli e alle regole dell’Ottocento. E, allora, che cosa vanno a fare a Pechino? A parte il mantenimento delle attuali relazioni economiche, è possibile che Xi dia loro ciò che non ha dato né a Putin né a Biden? Da scartare, nel modo più assoluto. Potranno portare a casa una intesa preliminare in settori produttivi interessanti per le due nazioni, a eccezione di ciò che accadrà fra breve, quando le tensioni fra Usa e Cina saranno tali da imporre una scelta precisa: o di qua o di là. Il fattore militare rimane sul tappeto, più importante che mai. L’Europa, sprovvista di autonoma personalità militare, prende a prestito la sua difesa dalla Nato, l’alleanza che la tranquillizza sulla disponibilità di armamenti e sulla sua unicità di comando che le ha conferito l’importanza che altrimenti sarebbe soltanto impotenza. L’alternativa fra democrazia e schiavitù è l’unico gioco in corso. Di ciò l’Europa non può disporre perché diversamente partecipi delle esigenze di difesa assicurate dalla Nato. Il modo razionale di contribuire alla costruzione di una pace futura è rimanere nel campo occidentale e contribuire così al rafforzamento del suo patto, contando su due fattori sostanziali: il primo è costituito dalla forza di cui disponiamo tutti insieme, anche perché gli Usa godono di un decennio, se non di più, di vantaggio tecnologico sulla Cina; il secondo è la deterrenza innata nella forza occidentale, unica assicurazione contro i colpi di testa di Xi e quelli di Putin, alle prese con i propri squilibri personali, politici, militari.

Ecclesia

Padre Matthew Schneider, sacerdote autistico: “Superiamo i luoghi comuni e apriamo la Chiesa alle esigenze di tutti”

Nella giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo: “L’autismo non è una condizione monolitica dove tutti hanno gli stessi sintomi. Dobbiamo chiedere alle persone di cosa hanno bisogno”

foto FB-FrMatthewLC
03 Apr 2023

di Riccardo Benotti

“Nonostante i suoi punti di debolezza, l’autismo spesso genera aree di forza: occorre cercarle e vedere la bellezza complessiva. L’autismo è semplicemente un modo diverso di essere, né del tutto buono né del tutto cattivo”. Padre Matthew Schneider è una delle voci cattoliche più seguite sui social (il suo canale Twitter conta più di 65mila follower). Ma, soprattutto, è uno dei pochi sacerdoti ad aver ricevuto una diagnosi di autismo.

Cosa significa essere un sacerdote autistico?
Essere un sacerdote significa essere consacrato al Padre e portare Gesù alla gente e la gente a Gesù. Quando mi è stato diagnosticato il disturbo ero già stato ordinato al sacerdozio: prima di allora non pensavo di essere un sacerdote autistico. Ora la considero una sorta di missione che mi consente di trasmettere il Vangelo specificamente alle sorelle e ai fratelli con disturbi dello spettro autistico, poiché, avendo una condizione neurologica analoga, sono spesso in grado di comunicare meglio con loro o di “inculturare” il Vangelo in base alla nostra condizione neurologica.

C’è bisogno di una diversa sensibilità pastorale nei confronti delle necessità delle persone autistiche?
Partirei dalle messe compatibili con le sensibilità sensoriali delle persone affette da autismo, ovvero messe con suoni e luci meno intensi. Una conseguenza dell’autismo è che tendiamo a essere più sensibili alle luci e ai suoni, anche a quelli che molte persone considerano normali. Per questo motivo, alcune persone autistiche hanno difficoltà ad assistere alla messa, in quanto le luci e i suoni potrebbero opprimerli e scatenare una crisi.
Inoltre, una messa di questo tipo aiuta ad evitare alcuni commenti percepiti dalle persone autistiche come me nel caso di reazioni impulsive durante la messa (ad esempio, se agitiamo le mani per trovare un equilibrio), se usiamo occhiali da sole o tappi per le orecchie all’interno della chiesa o se ci comportiamo in modo insolito per alcune persone.

E la confessione?
La confessione è caratterizzata da diversi elementi, quali la chiarezza su ciò che è peccato, in quanto a volte crediamo che un problema sociale di cui non eravamo a conoscenza o un pensiero passeggero sia un peccato.
Il peccato è un atto consapevole, se non c’è scelta o non c’è conoscenza di ciò che è sbagliato (ad esempio, essere involontariamente scortesi), non c’è peccato. Inoltre, va ricordato che la Chiesa ci insegna che tutti devono confessare i propri peccati al sacerdote affinché la confessione sia valida. La maggior parte delle persone lo fa parlando, ma se per una persona autistica è più semplice scrivere su un foglio di carta o usare un iPad, questo deve essere pienamente ammissibile.

Che consigli darebbe ai suoi confratelli che devono rapportarsi con persone autistiche?
Il primo e più prezioso consiglio che darei agli altri sacerdoti è quello di chiedere a una persona autistica di cosa ha bisogno. Generalmente preferiamo che ci si rivolga a noi in maniera diretta, e le persone autistiche sono molto diverse tra loro: una persona potrebbe aver bisogno di una messa compatibile con le sue esigenze sensoriali, mentre un’altra potrebbe non giovarne in alcun modo, ma potrebbe invece aver bisogno di aiuto per partecipare alle iniziative della propria parrocchia o a eventi di questo tipo.
L’autismo non è una condizione monolitica dove tutti hanno gli stessi sintomi: è più probabile che si abbiano alcuni sintomi che rientrano in alcune categorie.

Perché ha scelto il titolo “Dio ama la mente autistica” per il suo libro? C’erano dubbi a riguardo?
Penso che in un libro sulla preghiera ci si debba concentrare sulla relazione tra l’individuo e Dio. L’amore costituisce il nucleo centrale di questa relazione. D’altra parte, esistono alcune situazioni in cui le persone vedono l’autismo come un fenomeno puramente negativo e non come un qualcosa amato da Dio. Il libro contiene un capitolo dedicato ai miti riguardanti la preghiera degli autistici, i primi due dei quali potrebbero mettere in dubbio il fatto che “Dio ama la mente autistica”.
Il primo luogo comune è che l’autismo debba essere curato con la preghiera, e questo potrebbe derivare dalla convinzione che si tratti di fenomeni demoniaci o che abbia un’origine psicologica e quindi che la preghiera sia la cura di tutto, piuttosto che adottare una prospettiva che includa sia la fede che la scienza. La maggior parte di noi non vuole essere curata, vuole semplicemente essere aiutata a vivere appieno la sua vita autistica.
Il secondo mito è spesso più implicito: è la falsa credenza che gli autistici non possano pregare. Alcuni lo rendono esplicito quando spiegano come intendono le capacità autistiche nella teoria della mente, mentre altri lo lasciano intendere implicitamente con pagine web in cui si spiega come pregare “per” il proprio figlio autistico e non come pregare “con” lo stesso figlio.

foto FB-FrMatthewLC

Ci sono stati santi ai quali sono stati attribuiti comportamenti autistici, come Tommaso d’Aquino o Léonie Martin. Eppure una diagnosi di autismo ancora spaventa le famiglie…
Non vorrei parlare di diagnosi post mortem, ma vedo tratti autistici in alcuni santi come quelli citati, o in Tholák d’Islanda e Cristina l’Ammirabile. A loro possiamo ispirarci come esempi. Questi quattro personaggi sono citati nella seconda parte del mio libro, che comprende 52 brevi devozioni quotidiane. I genitori di un bambino affetto da autismo possono ancora sentirsi spaventati per diversi motivi. Nonostante la maggiore quantità di informazioni disponibili, l’autismo è ancora poco conosciuto e gli esseri umani hanno una innata paura dell’ignoto.
Inoltre, per una persona autistica può essere più complicato completare il percorso scolastico, trovare un buon lavoro e fidanzarsi. Sono problemi reali che l’autismo rende ancora più complessi. Ma allo stesso tempo si tratta dello stesso figlio di prima della diagnosi, e la nuova consapevolezza probabilmente accrescerà le opportunità al riguardo.
Nonostante i suoi punti di debolezza, l’autismo spesso genera aree di forza, occorre cercarle e vedere la bellezza complessiva dell’autismo, indipendentemente dall’aver identificato quelle aree. L’autismo è semplicemente un modo diverso di essere, né del tutto buono né del tutto cattivo.

Quando ha preso consapevolezza di essere autistico?
La diagnosi è arrivata nel gennaio 2016. Il fine settimana precedente ero andato all’incontro per la pastorale sociale e avevo intervistato diverse persone chiedendo loro come ritenevano che i cattolici potessero vivere meglio il Magistero sociale della Chiesa, ma ho montato il video solo dopo aver ricevuto la diagnosi. Quando ho chiesto a Bob Quinlan della National Catholic Partnership on Disability (Associazione cattolica nazionale per la disabilità, ndt) di parlarne, mi ha risposto che dobbiamo aiutare le persone con disabilità non solo a ricevere assistenza, ma anche a diventare pastori: “Non voglio solo aiutarli a senso unico, in modo che mi aiutino a loro volta; voglio aiutarli a migliorare le loro capacità, aiutarli a dare il meglio di sé”.
Questo mi ha colpito durante il montaggio del video, subito dopo la mia diagnosi, poiché mi stava dicendo di non mettermi in un angolo a rattristarmi per la mia malattia, ma di utilizzarla in qualche modo per aiutare gli altri.

Paradossalmente la diagnosi l’ha aiutata nel ministero?
In modo diverso, il mio primo anno di sacerdozio è stato molto importante. In qualità di sacerdote, avevo svolto piuttosto bene il mio incarico nella pastorale giovanile, così fui nominato cappellano di una scuola (dall’asilo al liceo) per tre anni. Dopo il primo anno, mi resi conto di aver commesso alcuni errori, ma pensai che fosse una normale curva di apprendimento. Successivamente, dopo un anno, il preside mi informò che non voleva che tornassi e mi suggerì di informarmi sul disturbo dello spettro autistico o sulla Sindrome di Asperger, in quanto non riuscivo a riconoscere i segnali relazionali dei bambini. Questo evento segnò una svolta importante per me, perché se non mi fosse stato detto o se avessi avuto un altro incarico, forse starei ancora lottando in ministeri non particolarmente adatti a me, mentre la diagnosi mi ha aiutato a concentrarmi su ministeri più consoni ai miei punti di forza.

Diritti umani

Corridoi umanitari: arrivati in Italia 58 siriani dal Libano e 15 profughi dai campi in Grecia

Tra loro vi sono 24 bambini. Il corridoio umanitario rientra nel protocollo tra Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Tavola Valdese, in accordo con i ministeri dell’Interno e degli Esteri

foto Sir
03 Apr 2023

di Patrizia Caiffa

L’abbraccio tra le due sorelle siriane è toccante. Gli occhi azzurri che le legano sono come laghi cristallini che straripano. Nour, 18 anni, e Nirmin, 25, non si vedevano da quasi cinque anni. Da quando la maggiore è riuscita ad entrare in Italia grazie ai corridoi umanitari insieme al marito. Nour era rimasta in Libano, dove avevano trovato riparo dopo la fuga dalla città di Hama, in Siria, insieme alla madre e ai fratelli. Oggi Nour è riuscita ad arrivare a Roma per ricongiungersi alla sorella e spera di riuscire finalmente a coronare il suo sogno: studiare farmacia.

Compresa lei sono 58 i rifugiati siriani arrivati dai campi profughi del Libano e 15 i richiedenti asilo iracheni, somali e congolesi provenienti dai campi della Grecia. Sono sbarcati stamattina a Fiumicino, grazie al protocollo tra Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche in Italia e Tavola Valdese, in accordo con i Ministeri dell’Interno e degli Esteri.
Da febbraio 2016 ad oggi i corridoi umanitari, finanziati dalle Chiese cattoliche e protestanti, hanno permesso a 6.091 persone di raggiungere l’Europa in sicurezza. L’Italia ne ha accolti 5321, più della metà provenienti dai campi del Libano (in maggioranza siriani) ma anche da Etiopia, Grecia, Libia, Niger, Giordania, Afghanistan, Cipro. Le nazionalità più rappresentate sono Siria, Eritrea, Afghanistan, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Iraq, Yemen, Congo, Camerun, tutti Paesi dove sono in corso conflitti dimenticati. Tra gli altri Paesi europei solo la Francia (576), il Belgio (166) e Andorra (16) hanno seguito l’esempio italiano e aperto le porte a 770 persone.

Tra loro ci sono 24 bambini

I rifugiati e richiedenti asilo arrivati oggi a Fiumicino saranno ospitati in comunità, parrocchie e famiglie che fanno capo alle Chiese protestanti (in Sicilia e Calabria) e nelle case della Comunità di Sant’Egidio. Tra loro ci sono 24 bambini. Uno dei più piccoli, un siriano, ha un occhietto chiuso e si aggira con curiosità tra le sedie dell’aeroporto, sotto lo sguardo vigile della mamma. Per lui e per i genitori è già pronto un rifugio sicuro a Roma, in una struttura della Diaconia Valdese. Il bimbo sarà presto operato agli occhi nell’ospedale Bambino Gesù e starà nella capitale per due mesi. Quindi si sposteranno in Piemonte.

Tra i profughi provenienti dalla Grecia ci sono Cinzia e Serge, rispettivamente 28 e 38 anni, congolesi di Kinshasa. Sono fuggiti da uno zio maligno che li sfruttava come schiavi nei lavori domestici, senza pagarli. Hanno risalito il fiume Congo in piroga fino al Congo Brazzaville, poi li hanno guidati verso la Turchia e la Grecia in gommone. Con loro hanno due bambini di pochi anni, nati nel famigerato campo di Moria, nell’isola di Lesbo. Serge cammina con la stampella, non parla e ha lo sguardo perso. “Ha avuto un ictus mentre eravamo a Lesbo – racconta Cinzia -. E’ stata durissima. Io ero con due bambini piccoli e mio marito bisognoso di cure”. Da Lesbo sono riusciti a trovare accoglienza nel centro Neos Kosmos di Atene, gestito da Caritas Hellas. Ora vivranno a Palazzo Leopardi, nel cuore di Trastevere, un edificio che la Comunità di Sant’Egidio ha destinato all’accoglienza dei rifugiati. Li aiuteranno ad imparare la lingua, mandare a scuola i bambini, assicurare cure mediche e trovare un lavoro.

Jean con la moglie – foto Sir

Molti rifugiati arrivati anni fa con i corridoi umanitari sono riusciti ad integrarsi con successo ed oggi erano a Fiumicino per accogliere i parenti. Jean, siriano, ha 34 anni e lavora a Itri, in provincia di Latina, come muratore. E’ arrivato tre anni fa con la moglie e 5 figli. “Ad Hama ci sono ancora bombardamenti e in Libano la vita era troppo difficile – dice -. Oggi i miei figli vanno a scuola, io ho un lavoro. Solo imparare l’italiano è stato difficile ma ci siamo trovati molto bene in Italia e… il cibo è buonissimo”.

“Italia Paese di grande umanità”

“Agli adulti dico di imparare subito l’italiano perché la lingua è il primo strumento di integrazione – sottolinea Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, accogliendoli in aeroporto – . L’Italia è un Paese di grande umanità, per questo ha aperto la strada con vie legali per entrare nel nostro Paese e salvarsi dalle trame dei trafficanti. Oggi la vostra vita è al sicuro e vogliamo costruire insieme il vostro futuro”. Manuela Vinay, della Tavola Valdese, esorta tutti i Paesi a “sentire l’obbligo morale di definire politiche per far migrare le persone in sicurezza. Noi come società civile abbiamo agito, tutti devono fare la propria parte”. Marta Bernardini, coordinatrice del programma migranti della Federazione delle Chiese evangeliche (Fcei), ricorda la tragedia di Cutro avvenuta un mese fa: “A livello italiano ed europeo bisogna trovare altri modi per farli arrivare in sicurezza e non farli morire nel Mediterraneo”.

Valerio Valenti, funzionario del Ministero dell’Interno, suggerisce ai profughi di essere “testimoni e messaggeri”: “Testimoni che è possibile arrivare in Italia e in Europa credendo nei corridoi umanitari e nelle istituzioni che lavorano per le persone e messaggeri nei confronti di tanti compatrioti che invece si affidano ai trafficanti per essere sfruttati”. “L’arrivo di oggi – gli fa eco Luigi Vignali, funzionario del Ministero degli Esteri – conferma il forte impegno del governo ad assicurare canali di arrivo regolari, sicuri ed ordinati”.

Musica

Da “30 anni suonati”, per formare i giovani con la musica

03 Apr 2023

Qui si inizia da giovani. Giovanissimi. Gli aspiranti musicisti più piccoli hanno solo cinque mesi. La formazione musicale come fondamentale strumento di crescita mentale, personale, sociale e culturale. Generazioni di bambini sono state formate qui e molti di loro sono diventati professionisti della musica. Far crescere giovani talenti sul territorio, svezzando piccoli orchestrali già in tenera età. E per questa ricorrenza storica, offrire sette esibizioni dal vivo al pubblico, corsi e seminari per docenti, laboratori e lezioni nelle scuole del territorio.

Entra nel vivo il calendario di appuntamenti per celebrare i 30 anni dalla fondazione dell’associazione musicale Matteo Mastromarino di Statte, che opera nel settore dell’educazione, formazione e didattica musicale. Una festa in tour, che vedrà sul palco anche la Ma.Ma.Òrchestra: formazione composta da ragazzi tra gli 11 e i 18 anni. Dopo aver suonato in giro per l’Italia e l’Europa, essere stati diretti dal maestro Peppe Vessicchio e aver accompagnato Francesco De Gregori, è tutto pronto per la rassegna «30 anni suonati».

Per il pubblico, la possibilità di assistere al talento dei giovanissimi musicisti in un viaggio all’insegna della migliore musica classica, jazz e pop. Si parte mercoledì 5 aprile alle ore 19.30 nel palazzo Ducale di Martina Franca con «Note combinate», un percorso tra combinazioni di stili, epoche e strumenti musicali, che vedrà protagonisti i Solisti della Ma.Ma.Òrchestra.

Poi il 21 aprile «FluteClariCello surprises», nel palazzo Ducale di Martina Franca: 4 flauti, un clarinetto e 3 violoncelli interpretano brani dal repertorio solistico e cameristico. Nel teatro comunale di Crispiano il 19, 20 e 21 maggio «Ma.Ma. Konzert»: 136 allievi per il saggio conclusivo delle classi di strumento e canto. Si torna a Martina Franca il 26 maggio con «Il mondo che vorrei» nel teatro Cappelli: la Ma.Ma.Band, neonata formazione pop/jazz, canta la pace attraverso i brani più famosi. Il 16 giugno di scena nel Tatà di Taranto con «Altro che…musical!», la Ma.Ma.Òrchestra racconta i musical più famosi, miscelando arti diverse.

Rientrano nel cartellone due appuntamenti nel mese di settembre: «Primaria Musica», seminari di formazione per docenti della scuola dell’infanzia e primaria e «La musica va a scuola», lezioni aperte, laboratori e spettacoli offerti gratuitamente alle scuole del territorio, con la partecipazione di alunni, genitori e docenti. La kermesse vanta il patrocinio di Provincia di Taranto, Comune di Taranto, Comune di Martina Franca, Comune di Crispiano. Sponsor Sismalab e Taffetà B&B.

Una realtà che, da sempre, crede fortemente nel valore formativo della musica, fin dai primi mesi di vita. Nasce nel 1992 come «Centro Musicale Pier Giorgio Frassati», dall’idea dei maestri Paolo Mastromarino e Maria Rita Borgia, in collaborazione con un gruppo di genitori. Nel 2011, in occasione del ventesimo anniversario della sua scomparsa, l’associazione prende il nome di «Matteo Mastromarino», indimenticato docente di Statte, che molto si è speso per l’educazione delle giovani generazioni, utilizzando proprio la musica come strumento di formazione personale e sociale. Nel 2015 nasce la Ma.Ma.Òrchestra e nel 2022 la Ma.Ma.Band.

Il commento della professoressa Loredana Chiore, ieri alunna e oggi docente e presidente dell’Associazione musicale Matteo Mastromarino: «Trent’anni ininterrotti di musica, bellezza, emozioni, entusiasmo e centinaia e centinaia di giovani che, passando dalle nostre aule, hanno fatto della musica la loro amica per la vita. Oggi abbiamo 136 allievi dai 5 mesi in su, 27 corsi e 16 maestri pronti a fornire gli strumenti per giocare, crescere, formarsi e lavorare con la musica».

Cinema

Ritratti familiari tra commedie, drammi di matrice politico-sociale e fantasy

foto Chiara Calabro
03 Apr 2023

di Sergio Perugini

Ritratti familiari giocati tra commedie, drammi di matrice politico-sociale e fantasy. Un filo rosso che corre lungo tre titoli nelle sale a fine marzo. Dopo un passaggio al Bari international film festival, è nei cinema “Quando” di Walter Veltroni con Neri Marcorè e Valeria Solarino, sguardo tragicomico striato di nostalgia che ripercorre la storia del Paese dagli anni ’80 a oggi. Da Hollywood, due titoli di richiamo: la commedia avventurosa di matrice fantastica “Dungeons & Dragons: L’onore dei Ladri” del duo Jonathan Goldstein e John Francis Daley, con Chris Pine e Michelle Rodriguez, che porta sullo schermo il noto gioco di ruolo lanciato negli anni ’70 negli Stati Uniti; e ancora, “Armageddon Time. Il tempo dell’apocalisse” firmato James Gray, rilettura graffiante e malinconica della propria infanzia, del difficile dialogo in famiglia, nella New York di inizio anni ’80, all’alba della presidenza Reagan. Nel cast Anne Hathaway, Jeremy Strong e Anthony Hopkins. Il punto Cnvf-Sir.

“Quando” (Cinema, 30.03)
Dopo una serie di documentari giocati tra politica, società e valore della memoria – “Quando c’era Berlinguer” (2014), “I bambini sanno” (2015) e “Indizi di felicità” (2017) –, compreso un film di finzione (“C’è tempo”, 2019), Walter Veltroni è tornato dietro alla macchina da presa per adattare un suo romanzo del 2018: parliamo di “Quando”, di cui oltre alla regia firma anche la sceneggiatura insieme a Doriana Leondeff e Simone Lenzi. Prodotto dalla Lumière & Co. di Lionello Cerri, “Quando” trova la sua forza su un soggetto acuto e interessante, ma anche per un cast bene scelto, di cui è capofila un ottimo Nei Marcorè.Accanto a lui Valeria Solarino, Fabrizio Ciavoni e Olivia Corsini; da ricordare anche Gian Marco Tognazzi, Stefano Fresi e Michele Foresta.

La storia. Nel giugno del 1984, in una piazza San Giovanni gremita per il ricordo dello scomparso leader del Pci Enrico Berlinguer, un palo ferisce e manda in coma Giovanni, un giovane diciottenne. Dopo 31 anni, nel 2015, Giovanni si risveglia destando non poca sorpresa tra i medici e suor Giulia, che lo vegliava da anni. Dopo lo spaesamento iniziale, Giovanni prova a rimettersi in partita con la vita grazie a suor Giulia e al giovane introverso Leo, affetto da mutismo selettivo. Il suo primo obiettivo, ormai quasi cinquantenne, è ritrovare il suo grande amore, Flavia.

foto Chiara Calabro

“Ho cercato di raccontare questa storia – ha dichiarato Veltroni – intrecciando il percorso della comprensione di un mondo caotico e così diverso dal passato, dei mutamenti politici e tecnologici con quello della ricerca di affetti consumati dal tempo. Può essere una fiaba. Forse è un modo per parlare di questo tempo e di noi, oggi”. Parole che ben descrivono il tratto dominante del film, la malinconia, il rimpiangere un tempo sfuggito via troppo presto. Giovanni sperimenta un cortocircuito emotivo-esistenziale: tutte le sue certezze sono crollate, si sono dissolte nei tre decenni in cui ha chiuso gli occhi al mondo: non ritrova più la sua musica – si chiede che fine abbiano fatto Battisti, Dalla, De Andrè, Daniele – come pure i riferimenti politici: nel domandare a suor Giulia chi sia il nuovo segretario del Pci, lo sguardo di risposta della religiosa è eloquente, un senso di vuoto mai colmato. Ancora, quando un professore chiede a Giovanni come si senta, gli risponde con disincanto: “Come un marziano! Sono caduto 31 anni fa tra le bandiere rosse di pizza San Giovanni e mi sono svegliato tra le pareti bianche di un ospedale cattolico”.

Nel film di Veltroni non c’è però solamente la nostalgia per una dimensione politica, partecipativa e culturale tramontata, emerge anche una riflessione sulla famiglia, sul rapporto genitore-figlio, nello specifico sul ruolo di padre, da cui non si può e non si deve abdicare.Rispetto ai titoli precedenti, Veltroni regista convince ancora di più, perché sembra governare il racconto cinematografico con maggiore consapevolezza e controllo, muovendosi con decisa disinvoltura tra note brillanti, malinconiche e poetiche. Merito anche di un “primo violino” eccellente, Neri Marcorè, che regala al personaggio di Giovanni colore e calore, rendendolo prossimo. Bene, misurata, anche Valeria Solarino nei panni di suor Giulia, cui dà freschezza e attualità, evitando inciampi in macchiette stereotipate. “Quando” è consigliabile, poetico, per dibattiti.

“Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri” (Cinema, 30.03)
Viene ricordato non come uno dei tanti, bensì come “il” gioco di ruolo più apprezzato.Parliamo di “Dungeons & Dragons”, lanciato sul mercato degli Stati Uniti nella metà degli anni ’70 e che ha conosciuto grande popolarità nel decennio successivo. La via del cinema era stata già tentata – in maniera poco convincente – all’inizio degli anni Duemila con “Dungeons & Dragons. Che il gioco abbia inizio” (2000) diretto da Courtney Solomon con Jeremy Irons e Thora Birch. L’attenzione si riaccende ora con un nuovo titolo targato Paramount Pictures, “Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri” (“Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves”), scritto e diretto dal duo Jonathan Goldstein e John Francis Daley, autori dei copioni di “Spider-Man: Homecoming” (2017) e dell’imminente “The Flash” (2023). Protagonisti Chris Pine, Michelle Rodriguez, Regé-Jean Page, Hugh Grant e con un cameo (esilarante!) di Bradley Cooper.

La storia. A seguito di una tentata rapina, Elgin (Chris Pine) e l’amica guerriera Holga (Michelle Rodriguez) sono reclusi in una remota prigione. Elgin vuole a tutti i costi evadere perché deve ricongiungersi con la figlia adolescente Kira (Chloe Coleman), abbandonata nelle mani dello spregiudicato truffatore Forge (Hugh Grant). Una volta in libertà, Elgin e Holga mettono insieme un gruppo di guerrieri – il mago Simon (Justice Smith), l’elfo Doric (Sophia Lillis) e il cavaliere Xenk (Regé-Jean Page) – per espugnare il regno di Neverwinter, la fortezza dove Forge tiene chiusa Kira e la Tavoletta del risveglio, oggetto magico in grado di riportare in vita una persona morta. A ostacolare i loro piani la potente maga Rossa Sofina (Daisy Head)….

Michelle Rodriguez plays Holga, Justice Smith plays Simon, Chris Pine plays Edgin and Sophia Lillis plays Doric in Dungeons & Dragons: Honor Among Thieves from Paramount Pictures and eOne

Sul binario del racconto fantasy di matrice avventurosa, puntellato da diffuse tonalità comiche, “Dungeons & Dragons: L’onore dei ladri” è un film pensato per un pubblico adolescente (anche preadolescente) e adulto, richiamando in sala soprattutto gli appassionati del gioco. Sorretto da una generosa dose di effetti speciali, a tratti eccessivi o fuori controllo, il racconto scorre veloce e compatto, con una viva tensione. Qua e là dei passaggi risultano tirati via in maniera furba, ma nel complesso la narrazione procede spedita senza incontrare stanchezza o lungaggini. Gli attori stanno al gioco, anche in maniera divertita, amalgamando ancora di più il racconto. Una proposta vivace, improntata all’evasione. Consigliabile, semplice.

“Armageddon Time. Il tempo dell’apocalisse” (Cinema, 23.03)
Dopo aver cercato di risolvere il rapporto con la figura paterna tra le stelle, nel dramma spaziale “Ad Astra” (2019), il regista newyorkese James Gray ha deciso di mettere in racconto la propria infanzia, segnata da un dialogo faticoso con i genitori e da tensioni politico-sociali roventi,deflagrate con l’inizio della presidenza di Ronald Reagan. Parliamo del film “Armageddon Time. Il tempo dell’apocalisse”, presentato in gara al 75° Festival di Cannes (2022) e poi alla 17a Festa del Cinema di Roma, ora nei cinema con Universal. Protagonisti nomi di peso nell’industria a stelle e strisce: Anne Hathaway, Jeremy Strong, Anthony Hopkins e Jessica Chastain.

La storia. New York 1980. Mentre Reagan domina la campagna elettorale, il preadolescente Paul (Banks Repeta) fronteggia uno stato di confusione tra casa e scuola. Il rapporto con i genitori Esther e Irving risulta difficile, teso – l’unico in famiglia a capirlo, con dolcezza e saggezza, è il nonno Aaron –, nella nuova scuola frequentata da rampolli di buona famiglia, in cerca dell’ascensore sociale, le cose non vanno meglio. A segnare la sua adolescenza l’amicizia con il meno fortunato Johnny (Jaylin Webb).

(L to R) Michael Banks Repeta as “Paul Graff” and Anthony Hopkins as “Grandpa Aaron Rabinowitz” in director James Gray’s ARMAGEDDON TIME, a Focus Features release. Courtesy of Anne Joyce / Focus Features

James Gray mette in racconto non solo la sua famiglia, il difficile percorso di affrancamento dalle umili origini, ma in generale il “sogno americano”: il regista smonta e scompone uno dei pilastri socio-culturali del Paese, svelandone ambiguità e illusioni. Lo fa con una cifra dolente viziata da sofferenza e astio: mostra i chiaroscuri di una società che si dipinge meritocratica, dove però all’interno dimorano ancora feroci spinte discriminatorie di stampo razzista o antisemita. Gray non è tenero né verso la famiglia né verso la città natale, il Paese tutto. Tratteggia il suo percorso di crescita svelandone l’inganno, sottolineando il bagno di realtà incontrato sulla soglia della vita adulta, dove l’illusione cede il passo al cinismo.A ben vedere, non tutto sembra tornare nella logica del racconto, nella gestione dei contenuti, ma l’intensità condotta dagli interpreti – splendido il trio Hopkins, Hathaway e Strong – appiana sbavature e incertezze, portando a casa il film.

Francesco

La domenica del Papa – Occhi e cuore per gli abbandonati

03 Apr 2023

di Fabio Zavattaro

È in piazza San Pietro, papa Francesco: presiede la celebrazione della Domenica delle Palme, il giorno dopo aver lasciato il Policlinico Gemelli: “anche io ho bisogno che Gesù mi accarezzi”, dice rivolto alle 60 mila persone che hanno assistito al rito. La Quaresima è giunta alla sua conclusone, tempo nel quale ci è chiesto di lasciare quanto di negativo ci siamo portati dietro e di far crescere la nostra relazione con Dio. Inizio della Settimana Santa, un tempo per capire che la vittoria finale passerà attraverso la passione e la croce.
Domenica nella quale facciamo memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, festeggiato dalla folla, i mantelli stesi a terra per accogliere “colui che viene nel nome del Signore”; la stessa folla che ben presto cambierà idea. Ci sono gli “spettatori” che lo vedranno percorrere la Via dolorosa, un camminare solitario sotto il peso della croce; i discepoli che non sapranno vegliare nemmeno un’ora al Getsemani; Pietro che lo rinnegherà tre volte, e c’è anche chi lo tradirà per trenta denari.
“Dio mio, perché mi hai abbandonato”. Inizia da qui la riflessione di Francesco. Con voce flebile ricorda che Gesù sulla croce ci invita a avere attenzione – “occhi e cuore” – per i “cristi abbandonati” di oggi, come quel clochard tedesco morto sotto il colonnato berniniano. Sulla croce il Signore ha portato i tanti nostri fallimenti, esclusioni, ingiustizie, malattie, ferite. Quel grido dell’abbandono è il “prezzo che ha pagato per me”, dice il vescovo di Roma, che ha pagato per tutti noi “facendosi solidale con ognuno di noi fino al punto estremo […] Ha provato l’abbandono per non lasciarci ostaggi della desolazione”. Nelle nostre cadute, nella desolazione, nei tradimenti, quando mi sento scartato, abbandonato, il Signore è lì perché anche lui “è stato abbandonato, tradito, scartato”.
Sotto la croce troveremo la madre di Gesù, che soffrirà il silenzio, le due Marie che resteranno al sepolcro pregando e piangendo, e Giuseppe di Arimatea che gli darà sepoltura. La passione è anche nei dolori di un mondo ferito dalle guerre – Francesco rinnova l’appello per la pace in Ucraina – dalla violenza, dalla mancanza d’amore, dall’incapacità di cogliere la novità che viene da quel sepolcro trovato vuoto il terzo giorno. Gesù, afferma il Papa, “è capace di trasformare i nostri cuori di pietra in cuori di carne”, perché il suo stile è: “vicinanza, compassione e tenerezza.” E ci invita “Cristo abbandonato” a cercarlo e a amarlo negli abbandonati”. Nei tanti cristi abbandonati che incontriamo lungo le nostre strade: “ci sono popoli interi sfruttati e lasciati a sé stessi; ci sono poveri che vivono agli incroci delle nostre strade e di cui non abbiamo il coraggio di incrociare lo sguardo; ci sono migranti che non sono più volti ma numeri; ci sono detenuti rifiutati, persone catalogate come problema. Ma ci sono anche tanti cristi abbandonati invisibili, nascosti, che vengono scartati coi guanti bianchi: bambini non nati, anziani lasciati soli – può essere tuo papà, tua mamma forse, il nonno, la nonna, abbandonati negli istituti geriatrici –, ammalati non visitati, disabili ignorati, giovani che sentono un grande vuoto dentro senza che alcuno ascolti davvero il loro grido di dolore. E non trovano altra strada se non il suicidio. Gli abbandonati di oggi. I cristi di oggi”.
Avere “occhi e cuore per gli abbandonati”. È il messaggio che Francesco ripete dall’inizio del suo pontificato, con quell’invito a essere chiesa in uscita, ospedale da campo, con il suo no alla cultura dello scarto, all’indifferenza. Proprio perché siamo “discepoli dell’Abbandonato”, afferma il vescovo di Roma, per noi “nessuno può essere emarginato, nessuno può essere lasciato a sé stesso”, e questo perché “le persone rifiutate ed escluse sono icone viventi di Cristo, ci ricordano il suo amore folle, il suo abbandono che ci salva da ogni solitudine e desolazione”. L’invito, anzi l’appello, di Papa Francesco in questa domenica inizio della Settimana Santa, è avere la “grazia di saper amare Gesù abbandonato e di saper amare Gesù in ogni abbandonato, in ogni abbandonata”; la grazia “di saper vedere, di saper riconoscere il Signore che ancora grida in loro. Non permettiamo che la sua voce si perda nel silenzio assordante dell’indifferenza”.