Emergenze sociali

Festeggiato a Taranto padre Marafioti, fondatore comunità Emmanuel

padre Mario Marafioti con la responsabile del Centro di via Pupino, Maria Anna Carelli
05 Lug 2023

di Angelo Diofano

Il centro diurno a bassa soglia di via Pupino, a Taranto, ha festeggiato lunedì sera padre Mario Marafioti, fondatore della comunità “Emmanuel”, per l’importante riconoscimento ricevuto a Montecitorio in occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga. Nell’aula dei gruppi parlamentari, su iniziativa di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri, padre Marafioti è stato premiato per il suo impegno contro le dipendenze patologiche con la «Medaglia come testimone nell’educazione per iniziative contro le droghe» in occasione dell’evento organizzato dalla residenza del Consiglio dei ministri e dal dipartimento politiche antidroga del Governo. La cerimonia si è svolta alla presenza del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

La Comunità Emmanuel è nata a Lecce, la notte di Natale del 1980, da un gruppo di uomini e donne che, accompagnati da padre Mario Marafioti, hanno voluto incarnare nel servizio il loro cammino di fede, aprendo una prima casa famiglia per persone svantaggiate. Da allora le attività e le accoglienze si sono moltiplicate. Il bisogno ha cercato i volontari e la sofferenza altrui ha suscitato, in tanti di essi, energie insospettate di solidarietà umana e cristiana. Oggi la Comunità Emmanuel è organizzata in 6 settori di intervento: famiglia e minori, salute mentale e disabilità, dipendenze, amministrazione e promozione sociale, migrazioni e Sud del Mondo, diakonia. Nel territorio jonico sono presenti tre centri di accoglienza: due a Martina Franca (località San Paolo) e uno a Marina di Ginosa.

Nel centro di via Pupino, invitato dalla responsabile Maria Anna Carelli, padre Marafioti ha celebrato la santa messa nella cui omelia, prendendo spunto dal Vangelo domenicale, ha invitato a non negare il semplice ”bicchiere d’acqua” al bisognoso, consistente nell’aiuto concreto, secondo le proprie possibilità, nel consiglio o nel semplice ascolto a chi non riesce a trovare via d’uscita alla propria situazione:  un gesto, sia pur piccolo, necessario all’intervento del Signore il quale non negherà il compenso a quanti non negano il proprio apporto. Nel corso della celebrazione padre Mario ha presentato alcuni ospiti della comunità di Marina di Ginosa che hanno dato la loro testimonianza del loro percorso di vita, assieme a un giovane novizio gesuita che ha fatto esperienza di volontariato presso di loro.  Ha fatto seguito alla santa messa un gioioso momento di convivialità.

Il Centro diurno a bassa soglia ospita giornalmente persone che hanno bisogno di aiuto per affrontare i problemi della marginalità sociale, della dipendenza e della povertà. Il servizio è in funzione dal 1996 e accoglie circa 250 persone ogni anno.

Oratori

Oratori estivi, la carica dei 300mila (solo a Milano!)

04 Lug 2023

di Gianni Borsa

I numeri dicono molto, ma non tutto. Nell’estate degli oratori ambrosiani – un migliaio nella diocesi più grande d’Europa – ci sono gioco, amicizie, preghiera, sport, gite. Ma soprattutto si incontrano una infinità di bambini, adolescenti, giovani che stanno bene insieme e crescono anche grazie a questa esperienza dalle profonde radici storiche. Sono 300mila i ragazzi che frequentano quest’anno gli oratori estivi dell’intera diocesi, 40mila gli animatori e gli educatori, circa 10mila gli adulti volontari. Solo nella città di Milano sono in funzione le proposte formative e aggregative in 157 oratori, con 30mila bambini coinvolti, 8mila animatori e duemila volontari adulti. Perché l’oratorio estivo, che mediamente dura tre o quattro settimane a partire dalla fine delle lezioni scolastiche, richiede giovani, sacerdoti e religiosi che accolgono e vivono il servizio educativo, assieme a mamme, papà e pensionati che si occupano degli aspetti organizzativi, di pranzi e merende, di trasporti, di pulizie…

Delpini: “siate felici”. “Non dovete perdere l’occasione per amare. Non lasciate che qualcuno vada via da voi senza un sorriso… Infine, non sottovalutatevi mai. Questo vale soprattutto per gli educatori, perché gli adolescenti, talvolta, non sono contenti di loro. Invece vi dico che siete capaci, per esempio, di servire i più piccoli. Ma, anzitutto, pensate che siete fatti a immagine di Dio e perciò siete autorizzati ad avere stima di voi, perché Dio ha stima di voi. Non dimenticatevi mai di essere felici”. Mons. Mario Delpini, arcivescovo di Milano, ogni anno tiene fede a una serie di visite agli oratori. Queste parole le ha pronunciate incontrando nei giorni scorsi le realtà della Valsassina, in montagna, e di Lecco città. Poi ha proseguito con Trezzano sul Naviglio (inaugurando i campi sportivi dell’oratorio della parrocchia di San Lorenzo al Quartiere Zingone). Martedì 27 giugno ha visitato gli oratori del decanato di Rho, alle porte di Milano. Infine mercoledì 28 è stato a Veniano (in provincia di Como, ma diocesi di Milano).

Accompagnare i più piccoli. Gli educatori hanno ricevuto il mandato dell’arcivescovo a fine maggio: ne erano presenti 5mila in piazza Duomo, per una serata coloratissima e vivace. Si erano formati nei mesi precedenti per il delicato compito di accompagnare i più piccoli, certamente nel gioco, ma anche nella preghiera e nell’ascolto. All’oratorio estivo arrivano ragazzi dalle elementari fino agli studenti delle superiori e dell’università: una comunità che accoglie ragazzi che già frequentano la comunità cristiana, altri arrivano a digiuno di tale esperienza, e ci sono anche numerosi ragazzi di altre fedi religiose. Non ci si nasconde che negli ambienti parrocchiali si riscontra una “emergenza educativa”, che talvolta arrivano minori provenienti da famiglie in difficoltà affettive o economiche, che vi siano tanti ragazzi di altre nazionalità, non ultimi gli ucraini. Così l’oratorio diventa anche un presidio sociale che richiede la collaborazione con le famiglie stesse.

don Stefano Guidi – foto chiesadimilano.it

Accoglienza incondizionata. Il direttore della Fondazione oratori milanesi (Fom), don Stefano Guidi, spiega il senso dello slogan di quest’anno: “TuXTutti”. “L’oratorio si apre a un’accoglienza incondizionata, per tutti e tutte, e ha uno sguardo di predilezione e di affetto soprattutto per gli adolescenti”, i quali, forse più che in passato, affacciandosi al mondo dell’oratorio portano con sé tutta la complessità della loro età, comprese alcune fragilità. Del resto un perno fondamentale degli oratori estivi sono le migliaia di “ado” che si danno da fare mettendosi al servizio dei più piccoli. Guidi aggiunge: “l’oratorio non è un servizio di cui siamo utenti, una proposta di cui fruiamo passivamente. È un’esperienza che si realizza con la partecipazione di tutti; ciascuno a partire da ciò che sa fare, da ciò che gli piace fare, dall’età che ha. In oratorio scopriamo di non essere soltanto chiamati a giocare, ma a metterci in gioco, con l’atteggiamento del servizio, che è l’essenza del Vangelo». Nell’esperienza dell’oratorio, inoltre, “la dimensione spirituale e quella sociale si compenetrano l’una con l’altra, in giornate che sono piene di passione, di esperienze, di incontri”.

Progetto Giovani in cammino. Una annotazione particolare merita il fatto che l’oratorio estivo, chiamato anche Grest, non è certo una proposta isolata, bensì uno dei punti più alti, e partecipati, della proposta oratoriana ambrosiana che si dipana lungo tutto l’arco dell’anno. Con esperienze educative che vanno in profondità. Fra queste, anche per il 2022-2023 è stato rinnovato il progetto Giovani in cammino, un’iniziativa multilivello – spiegano alla Fom – dedicata alla prevenzione del disagio tra i giovani (14-25 anni) che prevede la realizzazione di 150 interventi divisi per aree tematiche. L’impegno nasce dalla collaborazione tra Odielle (Oratori diocesi lombarde) e Regione Lombardia (assessorato ai Giovani) “per stimolare l’aggregazione giovanile attraverso la tradizionale presenza educativa degli oratori in un territorio che ne conta oltre 2.300” (il 40% degli oratori di tutta Italia). L’obiettivo di Giovani in cammino è “ripensare il sistema educativo delle parrocchie con discernimento pastorale e creatività, ponendosi in ascolto dei giovani che più di altri hanno sofferto l’isolamento dei due anni di pandemia e valorizzando le loro risorse”. In questo contesto gli oratori “rappresentano più che mai un ponte fra la strada e la Chiesa, uno strumento pastorale chiamato a conoscere e approfondire vecchie e nuove forme di disagio”. Sono quattro le linee progettuali. Giovani INsieme volto a sviluppare l’aggregazione. Giovani IN campo che intende valorizzare lo sport come strumento generativo di valori. Giovani IN formazione vuole attivare percorsi formativi di orientamento in un contesto sociale sempre più complesso. Giovani Indipendenti, infine, per far sperimentare forme nuove, quotidiane e comunitarie di autonomia e di primo distacco dalla famiglia.

L’esempio di Varese. Un esempio viene dalla città di Varese: l’oratorio della basilica di San Vittore Martire, nel centro della città, ha aderito al progetto “Giovani in cammino”. Destinatari dell’iniziativa, che si articola in due linee operative, sono stati quest’anno 350 ragazzi dagli 11 ai 25 anni italiani e stranieri della città e provincia. La prima proposta, intitolata AdOratorio, ha offerto ogni giorno agli studenti delle medie, dalle 14 alle 18, un dopo-scuola con uno spazio compiti e per attività ricreative. “Finite le lezioni, si ritrovano a pranzare in oratorio e poi, con la supervisione di due educatrici professionali e di volontari, studiavano insieme, seguendo anche il metodo della peer education, educazione tra pari”, spiega un responsabile. “L’obiettivo è di offrire un luogo educativo a supporto degli studenti e delle loro famiglie in sinergia con la scuola e vivere momenti di socializzazione ed integrazione alternativi rispetto alle dinamiche relazionali che vivono quotidianamente con il gruppo dei pari e sui social”. Non mancano i laboratori artistici, le attività sportive (calcetto, basket, pallavolo e giochi di gruppo), e momenti di formazione e condivisione. “E si arriva persino a dimenticare il cellulare!”.

Happiness, esperienze di socialità. Il secondo progetto a Varese si chiama Happiness, in funzione da due anni, e si rivolge in particolare agli adolescenti spesso privi nel territorio di spazi aggregativi, se non di natura commerciale. “Ad Happiness i ragazzi possono trovare un luogo accogliente dove vivere esperienze di socialità e incontrare figure adulte di riferimento: una vera casa. Sono coinvolti giovani che frequentano le scuole della città, spesso a rischio dispersione, ma anche altri che non studiano né lavorano, i cosiddetti Neet esposti al rischio della marginalità sociale”. Educatori professionali, due psicologhe e volontari qualificati, “dedicando il loro impegno a seguire ed entrare in empatia con i ragazzi, cercano di intercettare i loro bisogni specifici. Il progetto si fonda sulla libera partecipazione, sulla costruzione comune di percorsi finalizzati a rispondere alle specifiche esigenze di ciascuno così come emergono”.

Emergenze ambientali

Un’isola ecologica blu, a Campomarino, dove conferire i rifiuti del mare

04 Lug 2023

Agci Pesca Taranto e l’amministrazione comunale di Maruggio hanno presentato, sabato 1° luglio a Campomarino, l’Isola ecologica blu. L’isola ecologica sarà punto di riferimento e luogo dove conferire i rifiuti che i pescatori, durante la loro attività, troveranno in mare.

Si tratta del progetto che rientra nella misura 1.40 Feamp Puglia (contributo della pesca professionale alla protezione dell’ambiente e della biodiversità) e che è stato colto al volo da Agci, e questi sono gli effetti della legge “Salvamare” che consente di ridurre la presenza, ormai insostenibile, di rifiuti nei nostri mari.

È dunque nel pieno la fase operativa, quella che vede i pescatori protagonisti di una maxioperazione di pulizia. Il punto di partenza è la consapevolezza della serietà della questione e della gravità del problema: la plastica in particolare purtroppo rimane in acqua per secoli, per poi trasformarsi in microplastiche ed essere ingerita da pesci e molluschi per finire poi nella nostra alimentazione. Alcuni ricercatori prevedono che, entro il 2030, il rapporto tra quantitativo di plastica e pesce sarà di uno a tre: una tonnellata di plastica ogni tre tonnellate di pesce. I pescatori lo sanno e intendono contribuire più possibile ad alleggerire il carico.

L’iniziativa coinvolge 420 imbarcazioni in 20 porti pugliesi: Taranto è la seconda marineria per numero di imbarcazioni partecipanti (92) dopo quella di Manfredonia.

Festival

Brillante affermazione della fashion designer Delauro, di Roccaforzata

04 Lug 2023

di Angelo Diofano

Agnese Delauro, fashion designer della Corallo Sartoria di Roccaforzata, si è aggiudicata il terzo posto alla 27ma edizione di Moda Movie, il festival che premia il talento nella moda e nel cinema, svoltosi al teatro “A. Rendano” di Cosenza. Con lei nella serata conclusiva erano in gara quindici finalisti fra le giovani promesse del mondo della moda. I capi presentati dalla giovane creatrice erano ispirati al mondo trasgressivo delle “flapper”. “Queste ultime – ha spiegato la stilista – rappresentavano un movimento di donne emancipate degli anni Venti con un forte desiderio di riscatto. Sfacciate e con un comportamento sempre al limite, dominavano quegli anni con atteggiamenti aggressivi ed un abbigliamento non omologato. La paura che tutto potesse finire in un lampo spinse questa generazione a vivere al massimo. Da qui che nasce l’idea delle mie creazioni”.

Gli abiti sono stati realizzati con tessuti 100 seta, dalle linee sinuose con particolare attenzione alle frange cucite interamente a mano di organza, in una originalità tale da convincere la qualificata giuria ad assegnare ad Agnese il prestigioso piazzamento finale.

La passione nel mondo della moda di Agnese Delauro nasce fin da piccola nella sartoria di famiglia, la Corallo di Roccaforzata, presente da oltre 20 anni nel settore, che con dedizione e competenza trasforma i tessuti in vere opere d’arte. Oggi l’attività è in continua evoluzione: tra la tradizione della titolare Antonella Corallo e l’innovazione della figlia Agnese, guardando al futuro e continuando e rafforzando l’arte dell’artigianato Made in Italy.

Teatro per bambini

Oggi e domani, Taranto, il Nina Theatre di Pamela Mastrorosa

Sino al 5 luglio, il magico spettacolo premiato all’EuroPuppet

04 Lug 2023

Vedere Pamela Mastrorosa muovere i suoi pupazzi nelle creazioni teatrali che porta in giro per il mondo, è un’esperienza magica. Ha incantato pubblico e giuria all’EuroPuppet, il festival internazionale di teatro di figura che si tiene ogni anno a Valsesia, in Piemonte. E ora lo spettacolo «Mettici il cuore», per il quale è stata premiata nella categoria «migliore manipolazione», arriva a Taranto per tre date nell’ambito della rassegna «In Cortile» promossa dal Teatro Crest con il sostegno della Regione Puglia e dell’amministrazione comunale e la collaborazione delle parrocchie della città. Gli appuntamenti ancora in programma sono per oggi, martedì 4 luglio (ore 19), nella parrocchia Santi Angeli Custodi e mercoledì 5 luglio (ore 20.30) nella parrocchia Regina Pacis (Lama).
Senza parole, utilizzando solo sguardi, musica e sorrisi, l’artista pugliese racconterà con i compagni di avventura, da lei stessa animati, piccole e tenere storie tratte da un libro. Proprio da questi racconti, pupazzi e oggetti prenderanno vita e si trasformeranno in dolci e simpatici personaggi, infondendo eleganza e poesia a uno spettacolo che Pamela Mastrorosa ha voluto dedicare alla memoria del padre. E, come dice il titolo stesso, «Mettici il cuore» si propone di arrivare al cuore dello spettatore. L’obiettivo è fare emozionare, sorridere, sognare, destare la meraviglia che si manifesta davanti alla semplicità delle piccole cose: una missione per l’artista pugliese, che ha appreso l’arte della recitazione da Pasquale D’Attoma Fanizzi, Damiano Nirchio, Paolo Panaro, Lello Tedeschi, Emmanuel Gallot-Lavallee, Ippolito Chiarello, Cristina Pezzoli, Massimiliano Civica e molti altri ancora, mentre a scuola di puppets è stata da Neville Tranter e Laura Kibel. A sua volta, la scrittura comica l’ha avuta in dono da Domenico Lannutti, che per «Mettici il cuore» ha fornito la propria consulenza artistica (Roberto Ostuni firma, invece, i costumi).
Ha girato il mondo, Pamela Mastrorosa, che a un certo momento della propria vita ha deciso di mollare tutto e partire per la Cina. Unico bagaglio, uno zaino. Al seguito, qualche pupazzo, così da potersi sostenere tenendo degli spettacoli in strada. Da lì, la Thailandia, l’Egitto, Israele, la Turchia e molti Paesi europei, prima del ritorno in Italia, dove ha deciso di fondare il Nina Theatre. Un progetto dedicato ai puppets che Pamela ha creato a propria immagine e somiglianza. Con dentro l’idea del viaggio e del coraggio.
Biglietti 5 euro, info e prenotazioni al numero 366.3473430 (attivo anche WhatsApp).

Ordinazione sacerdotale

Don Gianluca, il Belgio, la fede e la ‘christian music’

04 Lug 2023

di Angelo Diofano

Gianluca Loperfido, 33 anni, tarantino dei Tamburi, il prossimo 15 agosto sarà ordinato sacerdote in Belgio, dove risiede da qualche anno, vantando una discreta popolarità fra i giovani per la sua “christian music” diffusa sulle piattaforme on line. Nei commenti sui social molti lo ringraziano per i messaggi di speranza e che parlano di Dio, ancor più significativi in un contesto, come quello belga, fortemente secolarizzato.

“Mi trovo in Belgio perché innamorato di questi posti in cui, in compagnia della nonna, trascorrevo le vacanze estive – racconta – Dopo il diploma ho fatto il cuoco per quattro anni, ma per me c’era la chiamata al sacerdozio. Così dieci anni fa sono entrato in seminario a Lovanio. Qui in Belgio le vocazioni sono scarse e nelle chiese la presenza di fedeli non è certo eccessiva, permane in ognuno il bisogno di Dio e di chi aiuti a far riscoprire il senso vero della vita, che si realizza nell’incontro con il Padre. Così ho ritenuto fosse più importante la mia presenza in questa nazione che, come gran parte dell’Europa, ha bisogno di rievangelizzazione”. Secondo Gianluca la musica può essere un strumento opportuno per la nuova evangelizzazione in quanto aiuta a uscire da se stessi per andare incontro agli altri e stare insieme, conducendo a Dio.

Attualmente don Gianluca Loperfido collabora con un sacerdote, il decano, nella guida di un’unità pastorale composta da quattro parrocchie (le vocazioni scarseggiano sempre di più) dove la messa viene celebrata solo una volta nei week end.

“In prevalenza opero con un gruppo di giovani, denominato ‘Camminiamo insieme nella fede’. Più che con la spiegazione della Parola, cerco di far loro trovare Dio attraverso esperienze forti, come quelle nelle carceri, nelle case di riposo, nei centri disabili, con i rom, gli immigrati ecc. Ritengo che ciò permetta di far riconoscere nelle sofferenze del prossimo quelle del Signore, morto per noi, avvicinando così alla fede” – spiega.

Don Gianluca riferisce che in Belgio sono pochi i giovani che vanno in chiesa, a causa della forte secolarizzazione e del materialismo dominante: “Si tratta di una situazione pressoché comune a tutta l’Europa – dice – specialmente a quella del Nord. Abbiamo riempito la nostra vita di tante cose riducendo sempre più lo spazio per il Signore. Ma nella vita di ognuno non si spegne la sete di Dio, che è enorme e spinge alla Sua ricerca. Noi cristiani, quei pochi rimasti, dobbiamo così essere lo strumento che aiuta in questa ricerca, che in verità impegna anche noi, in quanto la conoscenza di Dio non termina mai. Qui in Italia, specialmente al Sud, la situazione è nettamente migliore nella pratica cristiana, ma non dobbiamo abbassare la guardia e vivere di rendita. Pur anch’essa tentata dalla sirene del materialismo, anche la nostra Taranto è riscontabile una buona frequenza nelle chiese, con una intensa devozione che va però purificata e arricchita di contenuti profondi. Bisognerebbe insistere, a mio parere, nella formazione di giovani e adulti,  da impegnare anche loro in attività che permettano di toccare le ferite di Cristo”.

Nei suoi viaggi per il mondo il prossimo sacerdote ha invece riscontrato un notevole risveglio religioso negli Stati Uniti, in particolar modo nelle città di Baltimora, New York e Washington dove, nonostante il materialismo, le chiese sono incredibilmente piene, con molti giovani: “Non so spiegarne le cause  – commenta – ma è così. Dio agisce in modo a noi misterioso per farsi trovare e dare così pienezza alla nostra vita”.

Don Gianluca parla anche della sua esperienza in una nazione fortemente multiculturale (“Il Belgio racchiude il mondo”) e in particolare degli islamici, con i quali i cristiani intrattengono, dice, un rapporto buono e pieno di solidarietà. Con il terrorismo ormai alle spalle, anche la realtà dei mussulmani risente della forte secolarizzazione. “Anche i loro giovani – dice  – sono alla ricerca, ponendosi la domanda di Dio. Nei loro confronti noi cristiani dobbiamo essere attenti, più che nel parlare della nostra fede, a offrire una coerente testimonianza con la nostra vita”.

Don Gianluca conclude insistendo sulle sfide che rivengono dal mondo del materialismo, in particolarmente quella dell’individualismo. “Siamo una società che si sta chiudendo, dove ognuno vuol esserne il centro. Non siamo più capaci di essere comunità chiudendoci all’altro, specialmente di chi soffre. Dobbiamo invece riabituarci a  riscoprire la bellezza dell’altro, permettendo così all’altro di riscopre quella che è in me. Siamo inseriti in un mosaico meraviglioso, dove ognuno per completarsi ha bisogno dei talenti dell’altro. In caso contrario, siamo condannati alla tristezza e all’insoddisfazione perenne”.

Eventi religiosi cittadini

Processione e intronizzazione della Madonna del Carmine

03 Lug 2023

Martedì 4 luglio alle ore 18.30 si terrà la processione dei  confratelli e le consorelle dell’arciconfraternita del Carmine in abito di rito dalla loro chiesa in piazza Giovanni XXIII  verso il santuario del SS.mo Crocifisso, dove alle 19.30 sarà celebrata la santa messa dal parroco don Andrea Mortato.

Successivamente, alle 20.30, partirà la processione per il rientro al Carmine, dove avverrà l’intronizzazione del simulacro della Beata Vergine del Monte Carmelo.

Rigenerazione di Taranto

Lo storico Idroscalo fra le trasvolate e il parco regionale del Mar Piccolo

03 Lug 2023

“L’Idroscalo di Taranto dalle trasvolate storiche al futuro ruolo di aggregatore culturale nel Parco regionale del Mar Piccolo”: questo è stato il tema di un interessante convegno che si è tenuto il 30 giugno nella sede della Svam, la scuola volontari AM e sede dello storico Idroscalo.

L’iniziativa è stata presa congiuntamente dal Comando della Scuola AM, dalla sezione tarantina dell’Anua, e dall’associazione culturale Arca.

Il coordinatore del convegno, il giornalista e addetto stampa dell’Anua tarantina, Antonio Biella, in una breve introduzione ha entusiasticamente parlato della storia del Mar piccolo sin dalla fondazione di Taranto; del fiume Galeso cantato da Virgilio, Orazio, D’Aquino, Pascoli; dei primi idrovolanti quando ancora non era nata la Regia Aeronautica; delle eroiche trasvolate.

E così, i saluti istituzionali si sono trasformati in preziosi interventi sull’argomento in discussione, dimostrando l’importanza del tema e l’accorata partecipazione a un convegno che mirava a cercare delle soluzioni per il futuro: la realizzazione di un Parco regionale del Mar Piccolo già da qualche anno dotata di una “legge istitutiva” ma senza ulteriori atti concreti.

Tutti gli interventi hanno portato soluzioni diverse ma tutte compatibili fra loro per valorizzare le risorse del mare, dell’agricoltura circostante, gli sport acquatici e non solo, il turismo (possibile per storia, cultura, ambiente) e altro ancora.

I saluti-relazioni sono stati portati dal “padrone di casa”, il col. Claudio Castellano, comandante Svam che ha mostrato concretamente di avere a cuore ogni migliore connessione “Arma-Città” e ha esplicitato le due principali direttive: valorizzazione dell’Idroscalo e razionalizzazione dell’ex 65° Deposito.

Ha fatto seguito quello dell’amm. Div. MM Flavio Biaggi, comandante del Comando Marittimo Sud, che ha mostrato di aver assorbito in pochi mesi tante problematiche e potenzialità della città di Taranto; seguito dal vicesindaco dott. Fabrizio Manzulli che ha ribadito la totale sinergia fra Taranto e le Forze Armate presenti.

Si è, quindi, dato spazio agli interventi programmati. Il primo è stato del dott. Alfredo Cervellera, presidente Arca, su “Cenni storico-urbanistici sull’Idroscalo”; seguito dall’avv. Ivan D’Addario sulle “Trasvolate storiche di De Pinedo e Balbo”; il col. AM Piergiorgio Farina, già comandante del 65° Deposito, sul “Riuso del 65° e l’importanza del tecnopolo”; il dott. Vito Crisanti – esperto agro-forestale – sul tema specifico del “Recupero del secondo seno e Parco del Mar Piccolo”;

Ha concluso i lavori il dott. Aldo Marturano, presidente della sez. tarantina dell’Anua e consigliere naz. onorario, nonché motore dell’organizzazione dell’importante appuntamento culturale.

Dopo aver portato il saluto del presidente nazionale dell’Anua, gen.S.A. Claudio Debertolis, Marturano ha ringraziato le autorità, tutti i numerosi convenuti e i co-organizzatori. Ha salutato i rappresentanti di altre associazioni Combattentistiche e d’Arma e, in particolare l’amm. Filippo Casamassima, presidente dei sommergibilisti e Nicola Colucci alla sua prima uscita come presidente dell’Ipa. In conclusione, il pres. Marturano ha consegnato un pregevole attestato di partecipazione a tutti i protagonisti dell’evento.

Del direttivo locale dell’Anua facevano parte, oltre al presidente e all’addetto stampa, il gen. Domenico Rossini; nonchè Marino Oliva, Francesco Palmieri, Francesco Marturano (che hanno scortato Labaro e Bandiera dell’Anua) e Giancarlo Albano, titolare di AutoAffare, il socio che ha sponsorizzato l’evento.

Editoriale

È una vera e propria occasione perduta

Dal sito famigliacristiana.it
03 Lug 2023

di Emanuele Carrieri

“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti, che cosa sono se non dei piccoli stati?”. Non sono parole di un comunista, di un marxista, di un rivoluzionario, di un estremista, di un sovversivo. Sono di sant’Agostino e stanno nel quarto capitolo del “De Civitate Dei”: all’interno di questa opera, apparsa verso il 400 d.C., il vescovo di Ippona avanza considerazioni critiche sulle questioni politiche e sociali della sua epoca. A distanza di 1600 anni, sembra incredibile quanto questa affermazione sia ancora calzante nel descrivere le condizioni dei familiari delle vittime della strage di Viareggio. A ben quattordici anni dall’evento che ha segnato per sempre le loro vite, privandoli in modo atroce degli affetti più cari e parti del loro stesso corpo, si trovano dinanzi alla ennesima beffa, attuata a loro danno, dalla giustizia dello Stato italiano. Dopo la sentenza di Cassazione dell’8 gennaio 2021, con cui la corte ha deciso che il deragliamento di un treno guidato da lavoratori sulla base di un incarico lavorativo per cui dovevano trasportare un carico commerciale acquistato da qualcuno e venduto da altri, non deve essere chiamato “incidente sul lavoro”, i familiari dei morti della strage di Viareggio pensavano di averle viste tutte. Si sbagliavano: il finale riserbava ancora brutte sorprese. Esattamente un anno fa, la giustizia dello Stato italiano ha dato loro la conferma: la sentenza che tredici persone hanno avuto responsabilità penali su quanto verificatosi il 29 giugno 2009 nella stazione di Viareggio, cioè su un incidente ferroviario, trasformatosi in una catastrofe e conclusasi nella strage che ha ucciso trentadue incolpevoli, ferito un centinaio di persone e pressoché annientato un quartiere della cittadina toscana. Quando dopo quattordici anni di processi, un tribunale dice “questi sono i colpevoli anche per noi, sentiamo cosa dice la Cassazione”, ci si aspetterebbe che dopo ciò, quanto indispensabile per porre fine a questa storia giudiziaria, sia attuato. E invece no. La giustizia dello Stato italiano ha deciso che non è ancora il tempo dell’efficienza e dell’interesse prioritario e ha lasciato il fascicolo del processo in tribunale a Firenze, per ragione ignota, permettendo, così, un ritardo che parrebbe cucito addosso alla possibilità di approdare alla sentenza della corte di Cassazione dopo il compimento dei settanta anni del principale condannato – per ora in appello – Mauro Moretti. Allora amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana e prima amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, ha subito, dalla corte di appello di Firenze, una condanna a cinque anni. Compiuti i settanta anni, se la Cassazione confermasse la condanna, eviterebbe la prigione, sostituita con un anno di arresti domiciliari e i rimanenti in servizi sociali. No, non è possibile che l’attenzione di un paese debba fermarsi al fatto se un condannato di settanta anni debba avere o meno delle condizioni di reclusione diverse da un sessantanovenne: forse l’attenzione di questo paese dovrebbe trattenersi sul tempo come indicatore di decenza e anche sulla variabile in cui il tempo diventa metro per valutare l’interesse di uno stato verso un evento, come la strage di Viareggio, e l’idea di giustizia da questo rappresentata. Quando un sistema giustizia ci mette la bellezza di quattordici anni per arrivare a decidere se sei o non sei responsabile di qualcosa, e avviarti a una qualche forma di rieducazione a riguardo, non sta solo compiendo un errore di efficienza. Sta trasformando la sua applicazione della legalità in un esercizio quasi lezioso, di facciata, sconnesso dal fine per cui esiste la legge: rendere giuste le relazioni fra chi gravita nel territorio di uno stato per rendere il suo sistema più sostenibile. Lo Stato italiano su Viareggio, come su altre stragi identiche, sembra quasi costretto a concedere delle caricature di giustizia per salvare la faccia, preferendogli l’oblio e qualche palliativo assicurativo. Quel disastro poteva cambiare il concetto di sicurezza ferroviaria, poteva imporre leggi di maggior tutela, determinare, attraverso la rapidità stessa di giudizio penale, un cambio di atteggiamento popolare sul concetto stesso di responsabilità diffusa, dalla sommità alla base di una organizzazione, di fronte a fatti di tale gravità. È una occasione perduta: quella catastrofe poteva aiutarci a migliorare, come Stato, come persone, come sistema paese.

Cinema

Vite ai margini tra sguardi alla Ken Loach e l’ironia irriverente di Zerocalcare

03 Lug 2023

Nel panorama europeo, il britannico Ken Loach da oltre cinquant’anni presidia, con coerenza, un cinema di impegno civile che racconta i precari, i senza lavoro e l’orizzonte sociale dove sbiadiscono i diritti e dilagano gli affanni. Tra i suoi titoli più recenti i bellissimi e struggenti “Io, Daniel Blake” (2016) e “Sorry We Missed You” (2019). Sul suo tracciato molti autori offrono sguardi sulle zone d’ombra della nostra società. Due le novità: dal 5 luglio su Disney+ “Full Monty. La serie”, titolo che venticinque anni dopo il successo della commedia “Full Monty” (1997) riaccende l’attenzione sulle periferie dell’umano nel Regno Unito. A produrre gli 8 episodi il regista Uberto Pasolini (“Still Life”, “Nowhere Special”). Per l’occasione si ricompone il cast originario a cominciare da Robert Carlyle, Mark Addy e Tom Wilkinson. L’abbiamo vista in anteprima: intensa, dolente, esilarante e irriverente. Inoltre, da inizio giugno è su Netflix la nuova serie del fumettista Michele Rech in arte Zerocalcare “Questo mondo non mi renderà cattivo”, animazione che si rivolge a un pubblico adulto mettendo a tema le tensioni sociali di oggi, tra accoglienza migranti e dispersioni nelle dipendenze. Con stile acuto e caustico Zerocalcare direziona lo sguardo dove l’umanità è piegata. Il punto Cnvf-Sir.

“Full Monty. La serie” (Disney+, 05.07)
Nella stagione 1997-98 la commedia britannica “Full Monty. Squattrinati organizzati” (“The Full Monty”) diretta da Peter Cattaneo lascia un segno arrivando a correre per quattro Premi Oscar – vince nella categoria colonna sonora firmata Anne Dudley – e conquistando tre Bafta di peso: miglior film, attore protagonista Robert Carlyle e non protagonista Tom Wilkinson. Venticinque anni dopo il team ideativo-produttivo, in testa lo sceneggiatore Simon Beaufoy e il produttore Uberto Pasolini, come pure gran parte del cast originario hanno accettato di tornare sul set per raccontare cosa è accaduto ai celebri disoccupati di Sheffield, che per sbarcare il lunario si erano reinventati spogliarellisti.

La storia. Sheffield oggi. Nella caffetteria gestita da Lomper (Steve Huison) e dal compagno Dennis (Paul Clayton), si ritrovano puntualmente gli amici di sempre Gus (Robert Carlyle), Dave (Mark Addy), Horse (Paul Barber), Gerald (Tom Wilkinson) e Darren (Miles Jupp). Ognuno di loro barcolla nel proprio quotidiano tra problemi di lavoro, assistenza sanitaria o sfide educative. Esistenze ammaccate ma sempre con il sorriso, pronti ad aiutarsi l’un l’altro…

Full Monty. La serie

Strappa risate ma anche riflessioni dense di dolcezza e amarezza “Full Monty. La serie”. I protagonisti, tutti goffi, caotici e persino “spericolati” nel proprio quotidiano, attivano linee di racconto di matrice sociale di chiara rilevanza.Tra le più interessanti troviamo quella di Dave, bidello che ha a cuore la serenità del dodicenne “Twiglet” (Aiden Cook), emarginato a scuola, nel mirino dei bulli, con una situazione familiare al collasso; ci sono poi le battaglie di Horse, che si muove con uno scooter per persone con disabilità intento a farsi riconoscere dall’amministrazione la dignità di un sussidio. Ancora, c’è Gus che si arrabatta tra più lavori per arrivare a fine mese, con la speranza di un alloggio sociale e un modo per pagare una nuova carrozzina al nipote con disabilità. Infine, sempre nella scuola dove lavora Dave, diretta dalla moglie Jean (Lesley Sharp) – la coppia attraversa un gelido inverno, incapace di riprendersi dalla morte del figlio in fasce –, la situazione delle aule è drammatica: perdono le condutture e gli allagamenti sono diffusi, limitando molte attività didattiche; tra queste il corso di musica tenuto da Hetty (Sophie Stanton), una vera e propria “safe zone” per ragazzi divorati dai problemi.

Insomma, il quadro sociale è frastagliato, opaco, condito di disagi tipici del nostro presente.Se dunque si lascia apprezzare, e molto, la linea del racconto che esplora pagine di affanno dell’umano con sguardo attento e ironico – un umorismo pensato per “detonare” la complessità delle storie in linea con lo spirito del film originario –, convince un po’ meno l’articolazione generale della narrazione, spesso sovraccarica al punto da perdere di intensità, compattezza. Non mancano, poi, qua e là soluzioni segnate da furbizia nella direzione del politically correct (riferimenti a minoranze, comunità Lgbtqi+, ecc.), che rischiano di essere più stancanti che interessanti. Nel complesso, “Full Monty. La serie” possiede ritmo, sostanza, respiro da cinema di impegno civile, puntellata da raccordi esilaranti e graffianti nella tradizione della commedia sociale inglese. Serie complessa, problematica, per dibattiti.

“Questo mondo non mi renderà cattivo” (Netflix, 09.06)
Nello stesso perimetro sociale, ma con genere, stile e dinamiche differenti, si muove la nuova serie animata di Zerocalcare “Questo mondo non mi renderà cattivo”. Il fumettista Michele Rech, forte di un solido seguito di lettori, dopo il successo della serie d’esordio “Strappare lungo i bordi” (2021) è tornato a offrirci un racconto del quadro sociale odierno, che si compone di sfumature acute e livide. Zerocalcare ci mostra la vita nella Capitale, tra consolidate prassi sociali, simpatiche furbizie e allarmanti frizioni, tratteggiando una storia che si fa parametro, allegoria, del nostro presente.A produrla con Netflix sono Movimenti Production e Bao Publishing. Tra le voci Valerio Mastandrea nel ruolo dell’Armadillo, la coscienza “ribelle” di Zerocalcare, e Silvio Orlando nei panni di un grigio detective della Digos.

La storia. Roma oggi, nel quartiere dove vivono Zero e i suoi amici Sarah e Secco è stata appena individuata una sede per l’accoglienza dei migranti. Si accende subito una feroce protesta da parte di un gruppo che istiga all’odio sociale, che spinge Zero e gli altri a prendere posizione in difesa degli ultimi. Tra i contestatori Zero individua un amico di infanzia che non vedeva tempo, Cesare, scomparso per problemi di dipendenza…

Alla presentazione stampa Zerocalcare ha sottolineato: “Si tratta di una serie divisiva. Non cerco mai la provocazione. La suggestione di fondo è provare a dare risposte collettive ai problemi, cercare di partire dall’idea di non lasciare mai indietro nessuno: non basta stare bene da soli”.
A livello narrativo, l’autore esplora le sfide del quotidiano, tra incertezze economiche, lavori precari o demotivanti, solitudine rispetto a un sistema sociale infiacchito.
Zerocalcare racconta gli scontri di quartiere, tra amici, le divisioni divampate davanti a un centro di accoglienza per migranti, dove soffiano agitatori che antepongono l’Io al Noi. Dall’altro, tratteggia i complicati sentieri della crescita attraverso le storie dei personaggi (che intersecano anche qui svariati fronti, comprese minoranze e comunità Lgbtqi+), in particolare le difficoltà economiche che aprono a vertigini fagocitanti come quelle in cui finisce Cesare, un escluso, un sopravvissuto a droghe ed eccessi, che diventa il capro espiatorio di una realtà cinica e distratta.
Nella linea narrativa di Zerocalcare si ritrovano molte delle istanze del cinema di Ken Loach. Il suo stile però è diverso, personalissimo: muovendosi lungo il binario dell’animazione, Michele Rech usa un umorismo brillante e irriverente, a tratti caustico alla Ricky Gervais, compreso un turpiloquio spesso debordante. Non lascia di certo indifferenti “Questo mondo non mi renderà cattivo”: sulle prime la serie può apparire scomoda e un poco urticante, ma addentrandoci nel cuore si coglie tutta l’intensità dello sguardo di Zerocalcare, quel suo guardare ai fragili e agli ultimi tra denuncia e poesia. Indirizza la camera, attraverso la lente del fumetto, là dove l’umanità è sola e disgraziata. Serie complessa, problematica, per dibattiti.

Emergenze sociali

La rivolta in Francia è l’epilogo del fallimento di una politica trentennale

Se a far da detonatore è stata l’ingiustizia di troppo – l’omicidio di un ragazzo di diciassette anni, Nahel M., da parte di un poliziotto – la rivolta viene da lontano, dal sentimento di umiliazione di chi abita nelle banlieues, dal razzismo strisciante e da altri crimini passati sotto silenzio

foto Ansa/Sir
03 Lug 2023

di Piero Pisarra

Saccheggi e incendi dal Nord al Sud della Francia. Bruciano le banlieues delle grandi città, devastate per la quarta notte consecutiva. Presi di mira i commissariati di polizia, i municipi, le scuole, i mezzi di trasporto. A Metz è stata incendiata e distrutta una biblioteca. Una violenza nichilista che, come sempre, si ritorce contro i più deboli, aggiungendo ingiustizia a ingiustizia. Seppure in calo, secondo il ministero dell’Interno, il numero degli arresti è ancora alto: più di milletrecento nell’ultima notte. Settantanove i poliziotti e i gendarmi feriti. E se a far da detonatore è stata l’ingiustizia di troppo – l’omicidio di un ragazzo di diciassette anni, Nahel M., da parte di un poliziotto – la rivolta viene da lontano, dal sentimento di umiliazione di chi abita nelle banlieues, dal razzismo strisciante e da altri crimini passati sotto silenzio: quindici giorni prima di Nahel un altro giovane di origine africana è stato ucciso dalla polizia in circostanze simili ad Angoulême, ma senza i telefonini a filmare la scena. Ora la rabbia che nasce dalla disperazione si estende a macchia d’olio e sono sempre più chiari i bersagli: uno Stato considerato come nemico e la polizia che ne incarna il braccio armato e a cui una legge del 2017 dona poteri di discrezionalità nell’uso delle armi mai avuti prima.
È il fallimento di una politica trentennale. Con molti responsabili e un unico catalizzatore del malcontento generale, l’attuale presidente, visto come un tecnocrate senza cuore, mai così impopolare. E così, anche nell’opinione a lui non pregiudizialmente ostile, aumentano i dubbi.

Liberista in economia e dirigista in tutto il resto. Libertario in bio-etica e sui diritti individuali (vedi la nuova, contestata legge sul suicidio assistito in discussione al parlamento) e refrattario a ogni politica sociale. Quando fu eletto per la prima volta nel 2017 pochi sospettavano che dietro l’enigma Macron si celassero anche queste versioni del famoso “en même temps“, traduzione francese dell’italico “ma anche”. Candidato di centro-sinistra, ma anche di destra, una volta giunto all’Eliseo, Macron è stato costretto a scegliere, in ossequio alla real-politik che non sopporta il “même temps” e le vie di mezzo. Perché anche in un regime presidenziale contano i numeri e le maggioranze. E i numeri imponevano nuove alleanze. Così, dopo aver assorbito il Partito Socialista (ridotto a circa il 2 per cento alle ultime elezioni presidenziali), ha lanciato un’opa su quel che resta di LR, Les Républicains, il partito di Chirac e di Sarkozy. Se la riforma delle pensioni è stata approvata senza il voto del parlamento – grazie alla procedura prevista dall’articolo 49.3 della Costituzione – si deve anche all’assenso dei Repubblicani… che non hanno votato la mozione di censura delle opposizioni.
La fine del ‘ma anche’ ha prodotto frutti avvelenati. Mai un presidente è stato considerato così distante dalle preoccupazioni quotidiane dei Francesi. E mai, nella storia recente, le proteste di piazza sono state trattate con tale brutalità.

L’Afp, la più importante agenzia di stampa francese, non sospetta di simpatie partigiane, ha calcolato che nelle manifestazioni dei gilets gialli, nel 2018 e nel 2019, trecentocinquantatré persone hanno subito gravi lesioni da parte della polizia e trenta di queste hanno perso un occhio: un record per la patria dei diritti dell’uomo. Ma anche questo fa parte dell’enigma Macron e della sua gestione “distratta” dell’ordine pubblico, fin dall’affaire Benalla, dal nome del consigliere per la sicurezza del presidente sorpreso, nel 2018, a pestare, travestito da poliziotto, i partecipanti a una manifestazione. E poi dalla delega in bianco al ministro dell’interno Christophe Castaner e al successore Gérard Darmanin. Ora in molti reclamano la modifica della legge del 2017 che, nella sua ambiguità, dà di fatto ai poliziotti licenza di uccidere. È difficile, però, che basti a fermare la rabbia e le violenze, senza le politiche sociali in grado di dare una risposta al malessere delle banlieues.