Festeggiamenti patronali

Festa patronale: le immagini dei momenti più significativi

13 Mag 2024

di le foto di G. Leva e F. Paolo Occhinegro

A margine dei festeggiamenti patronali in onore di San Cataldo, caratterizzati dalla grande partecipazione di popolo, proponiamo una galleria fotografica dei più significativi avvenimenti, conclusisi venerdì 10 maggio con la processione dell’argenteo simulacro per le vie della città vecchia e del Borgo, il concerto in piazza Municipio e lo spettacolo pirotecnico dal Castello aragonese.

Scoutismo

I festeggiamenti in Puglia per i 70 anni del Masci

La sintesi della tappa tarantina e barese

13 Mag 2024

Il Masci Puglia, nei giorni dal 3 al 5 maggio, ha vissuto una festa di compleanno che, partita da Taranto è arrivata a Bari, coinvolgendo tutte le Comunità pugliesi e gruppi locali dell’Agesci.

Il Masci, che è il movimento degli scout adulti, in Italia conta circa 6000 iscritti e 400 Comunità sparse su tutto il territorio nazionale.

Il Movimento nasce il 20 giugno 1954, alla Domus Pacis in Roma, da una intuizione di Mario Mazza, genovese, che dopo essere stato promotore della nascita di gruppi scout all’inizio del secolo scorso, nel secondo dopoguerra si rivolge agli scout adulti e fonda il Masci.

Questo 70° compleanno è onorato in tutte le regioni d’Italia, con una staffetta che porta in giro una mostra che oltre a raccontare la lunga storia di questi 70 anni, espone anche le attività e i valori che gli Adulti Scout del Masci testimoniano nella vita di tutti i giorni.

Lo slogan delle celebrazioni è “Più Vita alla Vita”, un’occasione unica e speciale per presentare il sistema valoriale dello Scautismo che, in età adulta, si traduce in impegno attivo e verso Se Stessi – attraverso il processo metodologico dell’educazione permanente e la ricerca di senso, in ambito comunitario, del vissuto esperienziale – e verso la cura degli Altri nel pieno convincimento che la Ricerca della Felicità passi attraverso “Servire e fare felici gli altri”.

Il 3 maggio sera, in contemporanea a Taranto e Bari, si sono svolti due convegni su due encicliche di papa Francesco. A Taranto nella parrocchia San Francesco de Geronimo, nel quartiere Tamburi, sull’enciclica “Fratelli tutti” ed a Bari nella sala Odegitria della Cattedrale di Bari sulla “Laudato sii e scautismo”, seguito dalla proiezione del film “The Letter”.

Il 4 maggio a Taranto, dopo l’apertura della mostra, si sono organizzati in piazza Carmine, dei laboratori che intendevano parlare dell’importanza dell’acqua per la nostra vita; del cyberbullismo e dei pericoli della rete; di legalità con particolare attenzione alla figura di don Beppe Diana, sacerdote scout ucciso dalla camorra a Casal di Principe. Apprezzato il saluto del sindaco, ex scout che ha augurato lunga vita al Movimento. Gli adulti scout provenienti da diverse località della Puglia hanno potuto conoscere anche le bellezze della città di Taranto durante le visite guidate organizzate dalla comunità di Taranto 4.

In serata dopo la santa messa, il classico taglio della torta.

Il 5 maggio a Bari, la manifestazione si è svolta in piazza Odegitria, la piazza antistante la Cattedrale di Bari e ha visto la partecipazione del presidente nazionale, Massimiliano Costa, nel pomeriggio si è aggiunto anche il presidente del Comitato Agesci, Francesco Scoppola che festeggiava insieme a noi i 50 anni dell’Agesci.

A Bari oltre alla mostra, si sono tenuti laboratori sulla Pace con l’intento di far conoscere persone che hanno speso la loro vita per la Pace e la Giustizia; sull’Agenda 2030, dove si sono spiegati gli obiettivi della stessa e la necessità di cambiare i nostri stili di vita; sui Migranti con attenzione al percorso tortuoso e pericoloso che questi sono costretti ad affrontare per raggiungere una Terra Promessa che molte volte si rivela invece Terra di morte; ed infine un laboratorio di mani abili perché anche lo scout adulto sa essere laborioso ed economo.

Nel pomeriggio la Masci Music Band ha tenuto un concerto di canzoni scout che ha divertito e fatto cantare tutti i presenti.

Dopo la Santa Messa in Cattedrale alla presenza dei due assistenti regionali Masci e Agesci, la giornata si è conclusa con il taglio di una torta che riuniva i compleanni delle due associazioni Masci e Agesci e la lettura di un messaggio di auguri da parte della segretaria regionale del Masci Puglia.

Gli eventi sono stati anche l’occasione per avviare in Puglia una raccolta fondi per tre progetti che vogliono rappresentare il significato di questi 70 anni di scautismo Adulto, proiettati alla Vita e al Futuro: la donazione di una Culla Termica al Centro di Prima Accoglienza di Lampedusa, la realizzazione del Bosco dell’Educazione con 21 alberi ad Argenta dove Don Giovanni Minzoni fu ucciso nel 1923 per mano fascista proprio perché dell’Educazione libera dei Giovani ne aveva fatto la sua missione, la costruzione di un laboratorio di falegnameria nello Zambia per creare e dare un’opportunità di lavoro in quei villaggi.

Sport

XXXIII Olimpiadi: sulle strade di Francia, verso i Giochi di Parigi

foto Ansa/Sir
13 Mag 2024

di Massimo Lavena

L’arrivo della fiamma olimpica in Francia è stato l’inizio di una grande avventura: una storia, piena di entusiasmo e sorrisi, che segnerà il ritmo della corsa dei tedofori che percorreranno le strade di Francia fino alla cerimonia di apertura della XXXIII edizione dei Giochi olimpici dell’era moderna, che saranno aperti il 26 luglio. La torcia olimpica ha veleggiato attraverso il Mediterraneo dopo essere salpata dalla Grecia, dal porto del Pireo, il 27 aprile: la torcia è partita il 16 aprile scorso durante la solenne cerimonia che nei ruderi dei templi e dello stadio di Olympia ha ricordato la sacralità dei Giochi olimpici e la simbolica espressione di vita e forza che il fuoco sacro olimpico rappresenta, con la sua accensione grazie ai raggi del sole. Da allora ha iniziato un giro attraverso tutte le regioni e isole greche, prima di partire alla volta di Marsiglia, a bordo della Belem, maestosa goletta a tre alberi, monumento nazionale e della marineria francese, che venne costruita nel 1896, anno dei primi Giochi olimpici dell’era moderna, che si svolsero a Atene. La torcia olimpica è arrivata a Marsiglia, la seconda città della Francia, l’8 maggio per iniziare l’avvicinamento a Parigi attraversando tutto il Paese.

Torna la fiamma olimpica a casa del suo ideatore, di quel nobile e visionario sognatore che fu il barone Pierre de Coubertin, l’uomo cercò di dare una svolta all’educazione fisica dei giovani francesi e nel contempo si impegnò, tra alterne fortune e molti dinieghi, alla realizzazione del grande progetto di far rinascere gli ideali olimpici che contrapponevano l’agone sportivo alla guerra. Durante un congresso presso l’Università della Sorbona, che oggi è considerato il primo congresso del Comitato olimpico internazionale (Cio), De Coubertin, anche grazie all’appoggio di molti rappresentanti di società sportive internazionali, affidò ad Atene la realizzazione dei primi Giochi olimpici dell’era moderna, che si svolsero da 6 al 15 aprile 1896. In quel primo congresso del Cio fu stabilito che i Giochi sarebbero stati itineranti, una sede diversa ogni quadriennio olimpico, e venne stabilito il motto “Citius, Altius Fortius” come slogan perenne per gli atleti: che sarebbero dovuti essere capaci di esser più veloci, di saltare più in alto e di esser più forti degli avversari, nel loro rispetto e con lealtà. De Coubertin fu presidente del Cio sino al 1925.

Parigi ospiterà i Giochi olimpici per la terza volta, dopo le edizioni del 1900 (II) e 1924 (VIII). Raggiunge con questa XXXIII edizione Londra, che ha ospitato i Giochi nel 1908 (IV), nel 1948 (XIV) e nel 2012 (XXX). E con i prossimi giochi del 2028 (XXXIV), anche Los Angeles negli Stati Uniti, si fregerà della terza edizione organizzata, dopo il 1932 (X) e il 1984 (XXIII). Per una curiosità enciclopedica, in realtà le edizioni effettivamente organizzate ed effettuate dei Giochi olimpici, ricomprendendo Parigi 2024, sono solo 30. Infatti vennero annullate le edizioni di Berlino 1916 (VI) a causa della prima Guerra mondiale, e le edizioni di Tokyo 1940 (XII) e Londra 1944 (XII) a causa della Seconda Guerra mondiale.

Ebbero vita e fortune differenti le due precedenti edizioni parigine dei Giochi: l’edizione del 1900 fu un totale disastro organizzativo, finendo fagocitata dalla contemporaneità della Esposizione universale. Le due organizzazioni entrarono in conflitto e. nonostante il grande successo di partecipazione di sportivi da tutto il mondo, ben 1.470 che si confrontarono in 20 sport, con le prime 22 donne (a Atene 1896 furono 246, senza donne con 9 sport rappresentati), i Giochi ebbero la peggio. Le gare furono sparpagliate in un gran numero di sedi, ma soprattutto subirono un effetto di dispersione nel tempo: i Giochi durarono dal 14 maggio al 28 ottobre del 1900, arrivando a perdere qualsiasi connotazione di unicità competitiva. Il barone De Coubertin alla fine ammise: “È un miracolo che il movimento olimpico sia sopravvissuto a questo disastro”. Ben diverso fu invece l’esito dei Giochi di Parigi 1924: si svolsero dal 4 maggio al 27 luglio con la partecipazione di 3.072 atleti di cui 135 donne. Per la seconda volta sventolò il vessillo dei 5 cerchi Olimpici. Le gare furono ben organizzate e per la prima volta si manifestò il fenomeno del turismo sportivo mentre, sempre più, diventava difficile salvaguardare la richiesta che tutti gli atleti fossero dilettanti. I Giochi di Parigi 1924 furono resi immortali dal famoso film “Chariots of Fire – Momenti di Gloria”, che attraverso la narrazione delle vicende sportive della squadra di atletica della Gran Bretagna aiuta a capire quanto il sogno di De Coubertin ormai fosse radicato e indirizzato verso ulteriori successi: in particolare con le figure del velocista di origine ebrea Harold Abrahams che vinse i 100 metri piani e del corridore scozzese, missionario protestante, Eric Liddell che trionfò nei 400 metri e vinse anche il bronzo nei 200.
Parigi 2024 giunge 100 anni dopo quella entusiastica edizione. Si prospetta una edizione di successo, con grandi atleti in ogni disciplina. 45 discipline olimpiche vedranno all’incirca 10.500 atleti da 206 Comitati nazionali olimpici più la compagine degli atleti rifugiati sotto il vessillo dei 5 Cerchi. Ancora non sono definiti tutti i partecipanti ma la differenza tra partecipanti uomini e donne potrebbe per la prima volta essere a favore della rappresentanza femminile. Ai Giochi di Tokyo 2020 furono 11.956 atleti di cui 5.498 donne. Il clima di speranza e di pace, che dovrebbe essere portato avanti dallo sport olimpico, è in questi ultimi tempi messo a dura prova. I venti di guerra diffusi, le stragi, l’odio interreligioso, il terrorismo, allontanano purtroppo la speranza che la tanto agognata tregua olimpica possa risultare vincente. Anche la stessa previsione del Comitato organizzatore francese di Parigi 2024 sta venendo riletta, con vari piani di revisione e cambiamento dei programmi alla luce di quello che sarà il panorama internazionale nei giorni prossimi. L’accensione della fiamma olimpica nel giardino delle Tuileries, tra il Museo del Louvre e Place de la Concorde, nel cuore di Parigi, dopo la scenografica sfilata degli atleti delle varie nazioni sulle imbarcazioni tipiche della Senna potrebbe anche saltare, per problemi di ordine pubblico. Ma la speranza che il sogno olimpico di De Coubertin si manifesti ancora una volta è nel cuore di tutti gli atleti e gli sportivi del mondo.

Medimex

Medimex 2024, John Lennon in mostra al MArTa dal 19 giugno al 14 luglio

Dal 20 al 23 giugno sulla facciata del Castello aragonese è in programma il video mapping Infinite Loop, Ai Endless Exploration, opera originale di Roberto Santoro e Blending Pixels

Polaroid of Bob Gruen: John Lennon 29 agosto 1974 © Bob Gruen
13 Mag 2024

Medimex 2024, in programma a Taranto dal 19 al 23 giugno con i concerti di The Smile, Pulp e The Jesus and Mary Chain, presenta la mostra Bob Gruen: John Lennon, The New York Years e il video mapping Infinite Loop, Ai Endless Exploration.  La mostra Bob Gruen: John Lennon, The New York Years, allestita dal 19 giugno al 14 luglio al MArTa, Museo archeologico nazionale di Taranto, racconta, attraverso 60 fotografie e testi, la collaborazione più importante del fotografo, ovvero quella con John Lennon e Yoko Ono. Poco dopo che la coppia si era trasferita a New York nel 1971, Bob Gruen – che sarà presente al Medimex e parteciperà mercoledì 19 giugno ad un incontro al MArTa –  divenne loro fotografo personale, oltre che amico, riuscendo così a documentarne, attraverso la sua macchina fotografica, immagini che li ritraevano sia nella vita professionale che in quella privata. Nel 1974, durante uno shooting con Lennon, Gruen suggerì all’ex Beatles di indossare la t-shirt bianca con la scritta New York City, che Gruen stesso gli aveva comprato in una bancarella per turisti circa un anno prima. Il risultato di quella sessione fotografica furono le oramai iconiche immagini di John Lennon, forse le sue foto più famose, mentre indossa la maglietta bianca – le maniche furono tagliate da Gruen stesso – con lo skyline della sua città adottiva sullo sfondo.

John Lennon in NYC
© Bob Gruen


Che fossero scatti di Lennon e Yoko mentre camminano insieme in un parco, oppure quelle incluse nel booklet del disco “Walls and Bridges”, o ancora Sean Lennon appena nato, Lennon davanti alla Statua della Libertà mentre fa il segno della pace, il lavoro di Gruen testimonia quasi dieci anni di vita di John e Yoko a New York, dopo lo scioglimento dei Beatles. Bob Gruen venne invitato da Yoko Ono a frequentare il loro appartamento situato nel Dakota Building (fuori dal quale Lennon venne assassinato l’8 dicembre del 1980) sempre più spesso. E fu proprio a casa loro che, nel 1977, Lennon registrò alcune audiocassette. In quelle registrazioni ritroviamo brani come Free as a Bird, una prima versione di Real Love e Now and Then. Se le incisioni di Free as a Bird e Real Love erano abbastanza buone da essere “completate” da McCartney, Harrison e Ringo ed essere incluse nelle pubblicate postume nella Beatles Anthology tra il 1995 e il 1996, Now and Then dovette attendere l’intervento dell’intelligenza artificiale per vedere la luce.  Con la tecnologia disponibile nel 1995, infatti, non fu possibile separare le tracce di pianoforte e voce di Lennon. Solo nel 2022, grazie all’utilizzo dell’intelligenza artificiale, la canzone ha potuto essere finita per poi essere pubblicata nel novembre 2023. Possiamo certamente considerare Now and Then l’ultima dimostrazione della genialità senza tempo dei Beatles i quali, partendo da un nastro casalingo di Lennon, a quasi cinquanta anni di distanza, hanno prodotto quello che loro stessi hanno dichiarato essere il loro ultimo brano. La mostra vuole condurre il visitatore, attraverso gli scatti di uno dei maestri della rock photography, non solo negli anni in cui due artisti straordinari come John Lennon e Yoko Ono producevano musica, arte e rivoluzione socio-culturale, ma anche a riflettere sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei superstiti membri dei Beatles nel processo che porta alla nascita di Now and Then. Ancora una volta sono i Beatles a creare musica e testi e, come già accaduto in passato, ad utilizzare la miglior tecnologia a disposizione per realizzare il miglior prodotto possibile.  La mostra è ospitata all’interno del Museo archeologico nazionale di Taranto dove dialogherà con le  migliaia di reperti in esposizione all’interno del MArTa, luogo di tutela e di ricerca, centro di riferimento scientifico per la comunità archeologica internazionale, aperto al dialogo con il contemporaneo e con tutte le espressioni artistiche di ogni epoca. Bob Gruen (New York, 1945) è unanimemente considerato uno dei fotografi più importanti della scena musicale e culturale degli ultimi quarant’anni. I suoi scatti più celebri (John Lennon, Johnny Rotten, Rolling Stones, Elvis, Madonna, Bob Dylan, Bob Marley, Tina Turner e Debbie Harry su tutti), oltre ad avere ottenuto riconoscimenti in tutto il mondo, sono stati esposti in musei come il Moma di New York, il Brooklyn Museum e nelle più importanti gallerie d’arte. La sua foto “Sid Vicious with Hot Dog”, ad esempio, è stata acquisita dalla National Portrait Gallery di Londra nel 1999 per la loro collezione permanente. Le sue immagini sono state utilizzate per le cover di album di Ike & Tina Turner, Yoko Ono, John Lennon, Kiss, Ramones, Bob Dylan, Johnny Winter e molti altri.

Dal 20 al 23 giugno sulla facciata del Castello aragonese di Taranto è in programma il video mapping Infinite Loop, AI Endless Exploration, opera originale di Roberto Santoro e Blending Pixels realizzata per il Medimex, azione di arte pubblica che vuole essere una riflessione sul tema della manifestazione. L’uso dell’Ai si sta sviluppando in molti aspetti della vita quotidiana, sollevando dibattiti di natura etica e filosofica sul nostro rapporto con il progresso tecnologico e sulle opportunità ed i rischi che questo porta con sé. Diventa fondamentale l’esplorazione e l’esposizione di questo tema nella narrativa e nella rappresentazione artistica. Trovare una figura capace di rivelare l’essenza dell’Ai – la certezza e il dubbio, la bellezza e l’orrore –  è stato il primo focus del lavoro. Pensata non solo come esito concettuale di incroci culturali e di memorie iconografiche, l’immagine allegorica della Sirena connette insieme due aspetti: il simbolo dell’inganno e il mito legato alla fondazione di Taranto. La scelta di ritrarre l’Ai con la una Sirena Cibernetica è funzionale a rappresentare la creatura che incanta l’umano, celando la propria pericolosità. L’Ai seduce con la promessa della sua crescente efficienza – offrendo soluzioni avanzate e nuove opportunità in molteplici settori – e nasconde alcuni rischi che potrebbero costituire gravi minacce: è la prima tecnologia nella storia che può prendere decisioni autonomamente e sottrarci il potere, manipolare il nostro comportamento e prendere decisioni per noi o su di noi. La sirena-serpente, rappresenta un avvertimento: avvicinarsi all’Ai con cautela e discernimento, consapevoli dei rischi nascosti sotto la sua superficie, è fondamentale. Fondamentale, però, è anche mantenere la prospettiva, evitando di creare panico: più volte, nel corso della storia l’avvento di nuove tecnologie ha suscitato preoccupazioni e timori, ma spesso queste stesse tecnologie hanno portato a sviluppi positivi e a nuove opportunità. La sfida è recuperare, conservare e conciliare i valori propri dell’essere umano e combinarli nel tempo presente secondo un modello sostenibile.

Sport

Playoff serie C: il Taranto incontra la corazzata Vicenza, tra amarcord e attualità

foto G. Leva
13 Mag 2024

di Paolo Arrivo

La sfida è affascinante. Perché confrontarsi con un grande avversario, con la storia che rappresenta, oltre alla sua forza attuale, è uno stimolo utile alla crescita della squadra e della società. E pure della cittadinanza. Così il Taranto affronterà il Vicenza nella prima partita dei playoff della fase nazionale. Con la consapevolezza che il passaggio del turno sarà decisamente più complicato di quanto riuscito nelle prime due partite contro il Latina e il Picerno. Quest’ultimo è stato superato con un altro zero a zero. Una partita dalla doppia chiave di lettura, quella giocata allo stadio “Erasmo Iacovone”, nella serata di sabato: alla solidità della difesa si è contrapposta la sterilità offensiva, di una squadra che non è stata capace di sfruttare la superiorità numerica avuta per buona parte della gara, grazie all’espulsione di Jacopo Murano  – all’inizio del secondo tempo Mamadou Kanoute ha sbagliato un calcio di rigore. Va però ricordato che gli ionici non avevano l’assillo della vittoria in questa prima fase.

Vicenza, un glorioso passato

“Veramente, non avrei mai creduto che una squadra di provincia giocasse al calcio come ha giocato il Vicenza”. Sono le parole rivolte da Gianni Brera a Giovan Battista Fabbri. Siamo nella stagione 1977-78. E in attacco c’era all’esordio un certo Paolo Rossi, che prese il posto di Alessandro Vitali. Al termine del campionato di serie A la formazione di mister Fabbri chiuse al secondo posto realizzando il record del miglior attacco. Grazie ai goal di “Pablito”, in particolare, che poi sarà il trascinatore della nazionale italiana. Giorni lontani ma rimasti scolpiti nel cuore di tutti gli appassionati del calcio.

L’attualità

Il Taranto viene tenuto in seria considerazione dagli avversari. Gli stessi, infatti, hanno ricordato che senza i quattro punti di penalizzazione i rossoblu avrebbero chiuso al secondo posto la stagione regolare. Ovvero avrebbero cominciato soltanto ora l’avventura nel playoff nazionali. Come il Vicenza, che ha avuto più tempo per ricaricare le batterie e per preparare al meglio la gara. Una doppia sfida con andata allo Iacovone e ritorno al Menti. Domani sera, alle ore 20.30, toccherà ai supporter ionici fungere da undicesimo giocatore in campo, replicando lo spettacolo offerto due giorni fa. Il ritorno poi si giocherà sabato.

Gli altri avversari

I playoff sono un altro campionato. Lo sa bene il Vicenza che, in caso di qualificazione, approderebbe al secondo turno nazionale (andata martedì 21, ritorno sabato 25), fase in cui rientreranno Padova, Torres e Avellino. L’auspicio invece è che sia la squadra meno quotata a passare. Perché ad essere leggermente favorita non è quella allenata da Eziolino Capuano. Per tutti, il calendario dei playoff si completa con le semifinali, martedì 28 maggio e domenica 2 giugno, e la finale. Quest’ultima pure distinta in due gare con epilogo giorno nove. Intanto, le altre partite del primo turno nazionale sono: Perugia-Carrarese, Benevento-Triestina, Juventus NextGen-Casertana e Atalanta Under 23-Catania.

Eventi culturali in città

Il pensiero ‘mediterraneo’ di Aldo Moro

L’interessante seminario organizzato dal Centro di Cultura ‘G. Lazzati’ in collaborazione con il Dipartimento jonico in sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo e la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto

13 Mag 2024

A Taranto, dove Aldo Moro ha vissuto gli anni della sua formazione giovanile, il Centro di Cultura ‘G. Lazzati’ in collaborazione con il Dipartimento Ionico in sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo società, ambiente culture e la Camera di Commercio Brindisi-Taranto, ha proposto il 9 maggio un interessante seminario – a cui hanno partecipato gli studenti del liceo classico Archita – che ha messo in luce la contemporaneità del pensiero dello statista in politica estera rispetto al Mediterraneo, luogo di confronto, dialogo e rinascita.

A quarantasei anni dalla scomparsa di questo grande protagonista della politica italiana, il Comitato organizzatore ha voluto andare al di là della cronaca dei suoi ultimi 55 giorni per riproporre alcuni passaggi del suo pensiero in quel periodo (dal 1969 al 1974) non breve in cui fu Ministro degli Esteri distinguendosi, oltre che per la risoluzione di contenziosi internazionali rimasti aperti tra l’Italia e Paesi come la Jugoslavia o l’Etiopia, per l’impegno nel processo di integrazione europea. Come ha  sottolineato l’on. Gilberto Bonalumi – sottosegretario agli Esteri per diversi anni, per Moro non c’era differenza fra Europa e Mediterraneo, perché la sua visione etica lo costringeva a superare le barriere e a considerare lo sviluppo dei popoli l’unica strada per la pace. Era la visione della “Populorum progressio” di Santo Paolo VI con cui Aldo Moro aveva una consuetudine di rapporti. Una visione che si ritrova leggendo il Manifesto dal Mediterraneo.

Il prof. Antonio Bergamo, docente all’Istituto di Scienze religiose di Lecce, ha partecipato alla stesura del Manifesto di Marsiglia del 2023. Un cantiere aperto che parte da una prospettiva teologica e si pone nella scia dei due appuntamenti di Bari e Firenze voluti dalla Cei nel 2020 e nel 2022. Il documento parla di cittadinanza e giustizia sociale e della «necessità di una gestione non disumana e saggia dei flussi migratori, che non usi le migrazioni come pedina nella scacchiera della geopolitica internazionale». Nella complessità del mondo contemporaneo, ha detto Bergamo, il Mediterraneo si pone come luogo fecondato dalle differenze per una identità plurale. Essere per l’altro è la cifra alla radice di uno stile mediterraneo in cui la prossimità, l’ascolto e l’accettazione della diversità diventano la matrice di quella convivialità delle differenze di cui è stato maestro don Tonino Bello.

Negli interventi dei professori Stefanì e Vinci dell’Università di Bari si è colta tutta l’importanza di riprendere una ricognizione sul pensiero di Aldo Moro, che guardava al Mediterraneo in una dimensione dialogica, partendo dalla sua visione teologica e politica, fra tensione morale e pragmatismo. Quella visione la ritroviamo nel Manifesto di Marsiglia in cui il dialogo si dischiude in uno spazio terzo che è generativo di un pensiero trinitario della realtà.

Da qui vogliono ripartire gli organizzatori di questo seminario con un convegno internazionale, già previsto per il prossimo settembre, nella continuità di un impegno scientifico che vede in prima linea il Centro di cultura Lazzati ed il Dipartimento jonico dell’Università di Bari. “È importante superare la cultura dell’emergenza ed aprirsi a quella del rischio che ogni confronto, dialogo, abbraccio, porta con sé”,  ha concluso il presidente del Centro di cultura Domenico Maria Amalfitano, “questa è la grande sfida culturale di nuova generatività che parte da Taranto, recuperando impegni del passato per un futuro inedito ma non senza radice”.

Convegno Cei

Mons. Baturi: “Prendersi cura dei fragili è interesse della comunità che cresce come popolo, rafforzando il patto sociale”

L’intervento del segretario generale della Cei al convegno dedicato alle povertà sanitarie, in corso a Verona

ph Siciliani Gennari-Sir
13 Mag 2024

di Giovanna Pasqualin Traversa

“La povertà sanitaria non è accettabile se è frutto di una disattenzione che provoca discriminazione e disuguaglianza”: lo ha detto mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, intervenendo – in videocollegamento – in apertura del convegno dedicato alle povertà sanitarie. L’evento è stato promosso dall’Ufficio nazionale per la pastorale della salute con le undici Federazioni e Consigli nazionali delle professioni sanitarie, nell’ambito del XXV convegno nazionale di pastorale della salute, “Non ho nessuno che mi immerga, Universalità e diritto di accesso alle cure”, in corso fino al 15 maggio a Verona.
“Prendersi cura – ha spiegato Baturi – significa prendersi a cuore, caricare sul proprio cuore il bisogno dell’altro. Non a caso i curanti si fanno carico della condizione dei malati. Una storia straordinaria che ha impregnato di senso la nostra storia e collettività”, perché “prendersi cura degli infermi dà anche senso alla vita, perché si entra in contatto con la propria fragilità”, e “la vita non ha bisogno di successo, ha bisogno di senso”. “All’art. 32 la Costituzione sancisce il diritto di essere curati interpretandolo come bene della collettività”; un diritto che “appartiene a qualcosa di inviolabile che precede la stessa organizzazione statuale come interesse della collettività”. “Nessuno deve essere escluso dal bene della salute solo perché non ha le risorse necessarie – il monito del segretario generale Cei -. Prendendosi cura degli indifesi e degli indigenti la comunità cresce come popolo, solidamente ancorata a valori fondamentali. Senza questa cura per l’uomo concreto, anche il tessuto connettivo della nostra società ne risente e diventa sempre più fragile”; prendersi cura è dunque “interesse della collettività perché senza questa energia di cura del singolo e dell’organizzazione sociale, noi non cresciamo come collettività, viene meno il patto sociale”. “Noi possiamo parlare alle organizzazioni pubbliche solo in forza di una passione per l’uomo che ci vede comunque protagonisti come comunità cristiana”, ha sottolineato ancora Baturi; “possiamo chiedere buone leggi e una buona strutturazione del sistema sanitario proprio perché ci prendiamo cura del nostro fratello, e perché siamo partecipi della sorte di questo Paese il cui futuro dipende anche dalla capacità di colmare le disuguaglianze e favorire il benessere di ogni uomo. Non sarebbe giusto né sostenibile né per l’economia, né per la coscienza ammettere situazioni di scarto”, ha concluso.

Regina caeli

Ascensione: guardare al cielo con i piedi piantati in terra

foto Vatican media/Sir
13 Mag 2024

di Fabio Zavattaro

Mettiamoci nei panni dei suoi discepoli: lo hanno seguito, ascoltato, accompagnato lungo le strade della Palestina, fino a Gerusalemme per assistere alla sua morte. Tutti i loro sogni, le loro attese sono svanite in quel venerdì di sofferenza e di dolore. Poi la gioia di averlo ritrovato: non sono più “soli”, è tornato per loro e per quanti hanno creduto e vissuto le sue parole. Quaranta giorni dopo la Pasqua, di nuovo Gesù scompare in una nuvola, come leggiamo in Marco: è “elevato in cielo e sedette alla destra del Padre”. Quaranta giorni come il tempo da lui trascorso nel deserto, digiunando giorno e notte, come gli anni nel deserto trascorsi dal popolo di Israele. Antico e Nuovo Testamento che camminano assieme, per descrivere un tempo di attesa, ma anche di cambiamento, di conversione. Di nuovo un abbandono? No, ora hanno un compito ben preciso: “andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura […] mentre il Signore agiva insieme a loro”. E poi quelle parole di due uomini in vesti bianche: Gesù, che è stato in mezzo a loro, poi assunto in cielo, “tornerà un giorno allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo”.

Ascensione, un guardare al cielo con i piedi piantati in terra; un camminare avendo come meta la Gerusalemme celeste; pellegrini provvisori in questo momento che trascorriamo sulle strade della vita terrena; tempo nel quale, nelle parole dell’autore sconosciuto di A Diogneto, i cristiani “dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo”.

Non si tratta, dunque, di trascorrere la vita fermi a contemplare il cielo attendendo un segno, piuttosto siamo chiamati a guardare un po’ oltre il nostro naso, ad alzare gli occhi per cercare di scrollarci di dosso le nostre piccolezze, le nostre miserie.

E quel ritorno al Padre, afferma Francesco nelle parole al Regina caeli, non è “uno staccarsi da noi, ma piuttosto come un precederci alla meta, che è il cielo”. Belle le due immagini che il papa propone: salire verso la cima di una montagna, un camminare “con fatica e, finalmente, a una svolta del sentiero, l’orizzonte si apre e si vede il panorama. Allora tutto il corpo ritrova forza per affrontare l’ultima salita”. E poi la “cordata”: Gesù, “asceso al Cielo, trascina con sé come in una ‘cordata’. È lui che ci svela e ci comunica, con la sua Parola e la grazia dei Sacramenti, la bellezza della Patria verso la quale siamo incamminati”. E in questo salire insieme “il passo di uno è un passo per tutti” e “nessuno deve perdersi né restare indietro, perché siamo un corpo solo”.

L’Ascensione “non è un andarsene in una zona lontana del corso” scriveva Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazareth, ma “vicinanza permanente”. E poi c’è il compito che Gesù affida ai suoi, un agire “passo dopo passo, gradino dopo gradino”, ovvero, come leggiamo nel Vangelo, “annunciare il Vangelo, battezzare, scacciare i demòni, affrontare i serpenti, guarire i malati”.

Camminare e leggere i segni dei tempi, direbbe don Tonino Bello, perché “siamo stati mandati nel mondo non per rintanarci nelle nostre chiese e chiuderci per fare le nostre processioni all’interno”; siamo comunità, scriveva ancora, “non per noi, non per autoesaltarci, ma siamo cristiani per gli altri, per il mondo”. Il nostro camminare alla sequela di Gesù, dice Papa Francesco, significa “compiere le opere dell’amore: donare vita, portare speranza, tenersi lontano da ogni cattiveria e meschinità, rispondere al male col bene, farsi vicini a chi soffre”. Significa ancora non essere ancorati “alle cose che passano, o ai soldi, o ai successi, o ai piaceri”; non isolarsi, chiudersi, ma “amare i fratelli con animo grande e disinteressato e sentirli compagni di cammino”.

Nelle parole che pronuncia dopo la recita della preghiera mariana, il papa rinnova il suo appello alla pace in Ucraina, Palestina, Israele e Myanmar; e rinnova il suo appello “per uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina, assicurando la disponibilità Santa Sede a favorire ogni sforzo al riguardo, soprattutto per quelli gravemente feriti e malati.

Regina caeli

La domenica del Papa – Ascensione: guardare al cielo con i piedi piantati in terra

foto Vatican media/Sir
13 Mag 2024

di Fabio Zavattaro

Mettiamoci nei panni dei suoi discepoli: lo hanno seguito, ascoltato, accompagnato lungo le strade della Palestina, fino a Gerusalemme per assistere alla sua morte. Tutti i loro sogni, le loro attese sono svanite in quel venerdì di sofferenza e di dolore. Poi la gioia di averlo ritrovato: non sono più “soli”, è tornato per loro e per quanti hanno creduto e vissuto le sue parole. Quaranta giorni dopo la Pasqua, di nuovo Gesù scompare in una nuvola, come leggiamo in Marco: è “elevato in cielo e sedette alla destra del Padre”. Quaranta giorni come il tempo da lui trascorso nel deserto, digiunando giorno e notte, come gli anni nel deserto trascorsi dal popolo di Israele. Antico e Nuovo Testamento che camminano assieme, per descrivere un tempo di attesa, ma anche di cambiamento, di conversione. Di nuovo un abbandono? No, ora hanno un compito ben preciso: “andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura […] mentre il Signore agiva insieme a loro”. E poi quelle parole di due uomini in vesti bianche: Gesù, che è stato in mezzo a loro, poi assunto in cielo, “tornerà un giorno allo stesso modo in cui lo avete visto andare in cielo”.

Ascensione, un guardare al cielo con i piedi piantati in terra; un camminare avendo come meta la Gerusalemme celeste; pellegrini provvisori in questo momento che trascorriamo sulle strade della vita terrena; tempo nel quale, nelle parole dell’autore sconosciuto di A Diogneto, i cristiani “dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo”.

Non si tratta, dunque, di trascorrere la vita fermi a contemplare il cielo attendendo un segno, piuttosto siamo chiamati a guardare un po’ oltre il nostro naso, ad alzare gli occhi per cercare di scrollarci di dosso le nostre piccolezze, le nostre miserie.

E quel ritorno al Padre, afferma Francesco nelle parole al Regina caeli, non è “uno staccarsi da noi, ma piuttosto come un precederci alla meta, che è il cielo”. Belle le due immagini che il papa propone: salire verso la cima di una montagna, un camminare “con fatica e, finalmente, a una svolta del sentiero, l’orizzonte si apre e si vede il panorama. Allora tutto il corpo ritrova forza per affrontare l’ultima salita”. E poi la “cordata”: Gesù, “asceso al Cielo, trascina con sé come in una ‘cordata’. È lui che ci svela e ci comunica, con la sua Parola e la grazia dei Sacramenti, la bellezza della Patria verso la quale siamo incamminati”. E in questo salire insieme “il passo di uno è un passo per tutti” e “nessuno deve perdersi né restare indietro, perché siamo un corpo solo”.

L’Ascensione “non è un andarsene in una zona lontana del corso” scriveva Benedetto XVI nel libro Gesù di Nazareth, ma “vicinanza permanente”. E poi c’è il compito che Gesù affida ai suoi, un agire “passo dopo passo, gradino dopo gradino”, ovvero, come leggiamo nel Vangelo, “annunciare il Vangelo, battezzare, scacciare i demòni, affrontare i serpenti, guarire i malati”.

Camminare e leggere i segni dei tempi, direbbe don Tonino Bello, perché “siamo stati mandati nel mondo non per rintanarci nelle nostre chiese e chiuderci per fare le nostre processioni all’interno”; siamo comunità, scriveva ancora, “non per noi, non per autoesaltarci, ma siamo cristiani per gli altri, per il mondo”. Il nostro camminare alla sequela di Gesù, dice Papa Francesco, significa “compiere le opere dell’amore: donare vita, portare speranza, tenersi lontano da ogni cattiveria e meschinità, rispondere al male col bene, farsi vicini a chi soffre”. Significa ancora non essere ancorati “alle cose che passano, o ai soldi, o ai successi, o ai piaceri”; non isolarsi, chiudersi, ma “amare i fratelli con animo grande e disinteressato e sentirli compagni di cammino”.

Nelle parole che pronuncia dopo la recita della preghiera mariana, il papa rinnova il suo appello alla pace in Ucraina, Palestina, Israele e Myanmar; e rinnova il suo appello “per uno scambio generale di tutti i prigionieri tra Russia e Ucraina, assicurando la disponibilità Santa Sede a favorire ogni sforzo al riguardo, soprattutto per quelli gravemente feriti e malati.

Diocesi

L’allocuzione dell’arcivescovo Ciro Miniero per la festa di San Cataldo

10 Mag 2024

Carissimi fratelli e sorelle,
in San Cataldo rifulge il sacramento di Cristo buon pastore che attraverso i suoi santi si prende cura di noi, ci difende e soprattutto dona a noi la vita, la sua stessa vita. 
Sono grato per queste belle testimonianze di fede di cui continuo a fare esperienze nella nostra amata Taranto. Dico nostra non solo perché il Signore mi ha dato in sposa questa Chiesa millenaria, ma perché sono oltremodo affascinato dal bene con cui voi tarantini mi avete accolto, che dal primo giorno mi manifestate affetto sincero. Spero di fare tanta buona strada con voi!
La novena a San Cataldo è stata sempre partecipata, potremmo dire che, prima di essere visitato, il patrono ha visitato nella peregrinatio le nostre vicarie. 
La devota partecipazione ha confermato un legame con questo uomo del VI secolo che non conosce oblio ma che rimane costante nei credenti di questa terra. Perché sottolineo «uomo del VI secolo?». L’altro giorno mentre in cattedrale guardavo la platea di ragazzi silenziosi attenti nel convegno della Giornata Cataldiana della Scuola sull’intelligenza artificiale mi chiedevo cosa potesse dare loro la vicenda di un uomo di 1400 anni fa. I giovani sono raggiuti da un futuro di cambiamenti sempre più epocali e veloci e giustamente anche preoccupanti. Poi la risposta l’ho intuita nelle nostre processioni. Persone di ogni età guardano a questo meraviglioso simulacro argenteo. Lo facciamo non perché siamo idolatri. L’idolatria dei nostri giorni non è rivolta alle icone sacre, abbiamo imparato a riconoscerle come piccoli segni che ci aiutano a godere dell’Incarnazione del Verbo e del suo ingresso per sempre nella storia degli uomini. Sono altri gli idoli che subdolamente e permanentemente presiedono all’infelicità come nemici di comunione. Seguiamo san Cataldo perché interiormente vorremmo tutti una goccia di quella brillantezza. Ognuno vuole quella scintilla di luce che si chiama santità.
La santità è un dono che Dio ha posto in noi dandoci la vita, chiamandoci per nome a sé. Quella scintilla di luce che fa gioire il cuore voglio augurarla a tutti voi, desidero sia custodita a favore di questa città.

   

Nel discorso di consegna della statua al sindaco ho voluto richiamare al valore della comunione civile ed ecclesiale. 
Non è un auspicio di circostanza, La comunità è un dovere. I cristiani specialmente riconoscono nella comunione il cuore della preghiera del Signore, il suo testamento, la sua grande ambizione, ovvero farci divenire un cuor solo e un’anima sola.
Il segno della festa è il popolo unito verso Dio.
San Cataldo si lascia trattenere sulle coste ioniche da un popolo, quello tarantino, che aveva bisogno di lui. Il suo insegnamento è più che mai attuale perché impegna se stesso per questa Chiesa non aspettando che tocchi a qualcun altro.
 Egli ha detto «tocca a me» e lo ha fatto dimentico della sua terra natìa, portando le ragioni di Cristo prima di qualunque altra cosa.
Prendendo esempio da lui noi non dobbiamo incrociare le braccia. Mi sto rendendo sempre più conto degli affanni di Taranto, ma non mi stancherò di spronarvi ad attuare una narrazione diversa di questa città. Sappiamo cosa ha patito e cosa patisce, sappiamo l’enorme potenziale inespresso, sappiamo che è soffocata da interessi che la sovrastano e la offendono sacrificandola in nome del profitto, ritenendola beffardamente strategica sempre per gli altri e non per noi. Ma ogni cristiano deve dire «tocca a me» occuparmi di Taranto non rallentando il processo di cambiamento con stucchevoli fatalismi lamentele o nella caccia dei capri espiatori di turno. Sono tarantino da pochi mesi eppure ho gioito e mi sono sentito paternamente orgoglioso quando ho appreso la notizia che figli di questa terra si sono distinti nel campo della musica e del cinema. Hanno raccontato il dolore attraverso la bellezza dell’arte narrando una Taranto ferita, ma non uccisa, e quindi capace di riscattarsi.
 Ognuno deve dire «tocca a me» nel rimuovere vecchie muffe che incrostano istituzioni e modi di fare e che talvolta rendono questa città provinciale, autoreferenziale e con le spalle al mare, questo mare che invece ci dice che il futuro è sempre al largo.
Questa è la nostra vocazione: affrontare le tempeste con l’anello della fedeltà a Dio e a Taranto perché nei flutti salati sgorghi l’acqua dolce. C’è un miracolo di San Cataldo di cui nessuno parla, nemmeno nei cicli pittorici della nostra magnifica cattedrale ma che è invece raccontato da ogni pietra della nostra basilica. 
Il miracolo è che il vescovo Cataldo ha sposato Taranto rimanendovi fedele, non è fuggito, l’ha amata, è rimasto qui donando la vita. Questo miracolo lo dobbiamo compiere tutti!
Tocca a me, tocca a ciascuno.

Celeste Patrono, San Cataldo,
approdato sulla nostra terra,
messaggero della misericordia di Dio,
percorri con noi le strade
e i mari di questa città
che affidiamo alla tua paterna intercessione.
Entra nelle nostre famiglie con la tua benedizione;
rema con i pescatori affaticati;
siedi a mensa con i poveri;
porta per mano i fanciulli e i giovani.
Presenta al padre le nostre gioie,
le nostre sofferenze e la speranza di una pace perenne per noi e per il mondo intero.
Amen
† Ciro Miniero

Inventio corporis sancti cataldi

Stamane, venerdì 10, la liturgia del ritrovamento del corpo di San Cataldo

foto F. Paolo Occhinegro
10 Mag 2024

di Angelo Diofano

Stamattina, venerdì 10 maggio alle ore 10.30 il parroco della cattedrale mons. Emanuele Ferro nel battistero della Cattedrale ha presieduto la liturgia del ritrovamento del corpo di San Cataldo esponendo alla venerazione la Crocetta aurea ritrovata sulle reliquie del Santo 953 anni orsono. Dopo la proclamazione della Parola, la Crocetta è stata posta nel reliquiario seicentesco in filigrana d’argento e portata solennemente nel Cappellone.

Cataldus d'argento

Le “Crocette di San Cataldo” agli amici della cattedrale

10 Mag 2024

di Angelo Diofano

A conclusione dalla cerimonia di premiazione dei Cataldus d’argento, svoltasi giovedì 9 maggio in cattedrale a cura della Camera di Commercio e del comitato festeggiamenti, di cui riferiamo a parte, ha avuto luogo la consegna delle “Crocette di San Cataldo”. Questo, quale attestazione di gratitudine da parte del parroco mons Emanuele Ferro, anche presidente del comitato festeggiamenti, alle personalità annoverate tra “Gli amici della Cattedrale” per la loro collaborazione e vicinanza. L’onorificenza consiste in una riproduzione della Crocetta aurea  rinvenuta nel sarcofago di San Cataldo che ne permise il riconoscimento.

Questi i premiati: don Eligio Grimaldi (parroco Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie), Alessandro Ladiana (responsabile comunicazione di Teleperformance), Nicola Pagani (amministratore delegato di Strumentimusicali.net), Giulio De Mitri (artista), Anna Svelto (fotografa).

“Gli ultimi sono stati anni eccezionalmente laboriosi per la basilica cattedrale – ha riferito Elena Modio, componente del comitato festeggiamenti -. Quel che vediamo realizzato oggi e solo parte di quel che, a Dio piacendo, sarà realizzato e ha richiesto il grande impegno di molti. Tutto ciò è stato fatto e si farà anche grazie a uomini e donne che, in maniera del tutto gratuita, hanno reso la propria disponibilità e, soprattutto, la propria sincera amicizia. Per questo essi sono annoverati tra “Gli amici della cattedrale” e il dono della Crocetta aurea è il modo per manifestare loro profonda gratitudine e per ricambiarne l’amicizia”.