Tracce

Nella crisi epocale della democrazia americana

(Foto AFP/SIR tratta dal sito internet https://www.agensir.it/)
03 Giu 2024

di Emanuele Carrieri

Guilty. Trump è guilty. Non una volta sola, ben trentaquattro volte: colpevole. Tante quante erano le violazioni di legge a lui attribuite e studiate, nel corso di un processo durato un paio di mesi, da una giuria popolare. Nel marzo dello scorso anno, cioè quando un’altra giuria popolare aveva stabilito che esistevano le basi per aprire un processo penale contro di lui, Trump era diventato il primo caso di un presidente, chiamato come imputato, al cospetto del tribunale penale. Così era incominciata la storia, che ora si è conclusa. Fino a giovedì, Trump era il primo presidente imputato: adesso è il primo presidente dichiarato colpevole dalla autorità giudiziaria del Paese che ha governato e che potrebbe, da colpevole, tornare in futuro a governare. La storia continua, considerato che questo processo è il meno rilevante dei quattro aperti, per un totale di 89 capi d’accusa contro Trump. Le altre inchieste riguardano il suo ruolo nell’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021, i suoi tentativi di frodi elettorali in Georgia e Arizona, nelle presidenziali del 2020, e la appropriazione indebita e l’indebito maneggio di documenti segretissimi, mesi fa rinvenuti dalla polizia nella sua villa, in Florida. Come ha potuto un personaggio come Trump, arrivare fino alla presidenza degli USA? Come è possibile che, dopo aver perso la corsa alla rielezione, e poi cercato di rovesciare l’esito del voto, questo personaggio possa ora da colpevole sperare di essere rieletto? L’analisi di questo processo appena terminato a New York non solo non offre risposte, ma non fa che riproporre in termini ancor più drammatici una serie infinita di interrogativi. Ha comportato una contingenza senza precedenti nella storia americana e, oltre a ciò, ha reso impossibili le previsioni sulle elezioni del prossimo novembre. È la prima domanda: Trump, in quanto colpevole e fra non molto condannato, può votare? Può essere candidato? La risposta è sì: è stato condannato a New York, dove la legislazione non contempla la perdita del diritto del voto in caso di condanne penali. Può essere candidato, proprio come lo fu Eugene Victor Debs, lo storico sindacalista e attivista socialista che era addirittura detenuto nel carcere di Atlanta quando corse per la presidenza nel 1920. Era stato condannato, a 10 anni di carcere, per la sua opposizione alla partecipazione degli Stati Uniti nella Prima guerra mondiale. La seconda domanda: le sue possibilità di vittoria diminuiscono? Non è dato per sicuro. Trump ha una approvazione solidissima fra gli elettori repubblicani e l’intero partito lo favorisce: perfino Nikki Haley, la sua concorrente nelle primarie fino a poche settimane fa. Questa base di consenso lo ha mantenuto allo stesso livello di Biden nei sondaggi fino a oggi e, addirittura, in vantaggio nei cosiddetti Swing States, (la traduzione che rende meglio l’idea è “stati altalenanti”), cioè negli stati in cui il risultato si gioca sul filo di poche migliaia di voti. Sono soltanto mezza dozzina, Wisconsin, Pennsylvania, Nevada, Michigan, Georgia e Arizona, ma stringono nelle mani dei loro elettori le chiavi della Casa Bianca. La stranezza del sistema elettorale statunitense è che consente di trionfare alle elezioni chi ha avuto meno voti su scala nazionale, ma ne ha avuti di più nei collegi elettorali, cioè fra i delegati che alla prova dei fatti eleggono il presidente. Questo è esattamente ciò che successe nel 2016, quando Hillary Clinton raccolse quasi tre milioni di voti più di Trump ma non ebbe la maggioranza nei collegi elettorali perché il suo antagonista prevalse in Wisconsin, Minnesota e Michigan, con 77.744 voti in più, su oltre13 milioni di voti validi nei tre stati. E negli stessi stati e nella Georgia, Biden vinse, ma con troppo affanno, nel 2020: per esempio, in Georgia raccolse appena 11.000 voti in più di Trump, che cercò di rovesciare il risultato estorcendo la leadership repubblicana di quello Stato. Vicenda che è oggetto di un altro dei vari processi dell’ex presidente. Su scala nazionale Biden conseguì circa sette milioni di voti più di Trump. Questa totale incertezza da un lato impedisce di fare delle previsioni fondate perché mancano ancora cinque mesi alle elezioni e in questo periodo può accadere di tutto e il contrario di tutto. Dall’altro, i minimi spostamenti negli stati chiave fanno pensare che anche un numero molto limitato di elettori autonomi, sconcertati per la colpevolezza di Trump – verrà emanata l’11 luglio prossimo – potrebbero cambiare convinzione e astenersi oppure votare per Biden. I sondaggi reputano che questi elettori siano il sei per cento dell’intero corpo elettorale: pochi, ma è un numero sufficiente a far pendere il piatto della bilancia da un lato o dall’altro. Ma al quadro poco consolante contribuisce Trump che, per la seconda volta, corre per la conquista della Casa Bianca. Un personaggio che lo scrittore americano Percival Everett definì “un mix di narcisismo, ritardo nello sviluppo e limitata intelligenza” e che è a capo di una forza antidemocratica in cui sono radunate, nella forma del culto personale, le più feroci aree sociali e politiche cospirative, eversive, settarie, razziste, segregazioniste e sovversive che, non da oggi, scorrono nel sangue della più antica democrazia della storia. E la storia che il processo di New York e la condanna di Trump raccontano è proprio questa: quella della crisi epocale della democrazia statunitense. In quale modo finiranno questa storia e questa crisi si saprà solamente dopo il 5 novembre.

Sport

Taranto capitale del paratriathlon e delle discipline acquatiche

World Triathlon Para Cup
03 Giu 2024

di Paolo Arrivo

Lo sport che ci piace. Quello che sa realizzare appieno l’inclusività coniugando agonismo e spettacolo: ne è un esempio la World Triathlon Para Cup, ovvero la Coppa del Mondo di paratriathlon, che farà tappa a Taranto, questo fine settimana. A seguire il Campionato italiano di Aquathlon classico. Un altro grande evento, organizzato per il terzo anno consecutivo nella città dei due mari, sotto l’egida del responsabile federale per lo Sviluppo nell’Area Centro Sud Nicola Intini, con il sostegno della Federazione Italiana Triathlon e del Comitato Regionale FITri.

La Coppa del Mondo di paratriathlon

La competizione, in programma l’otto giugno, assegnerà punti per la Coppa del Mondo, e per le qualificazioni alle Paraolimpiadi di Parigi 2024. Location della gara è la Scuola volontari Aeronautica militare che si affaccia sul secondo seno del Mar Piccolo. Al via ci saranno 80 atleti, provenienti da ogni continente, in rappresentanza di 29 Paesi. Si tratta di una grande vetrina internazionale. Che mira a bissare il successo della prima edizione, a beneficio di Taranto e della Puglia raggiunte dal paratriathlon. È una tappa collocata all’interno di un calendario ricco comprendente anche l’appuntamento di Roma del 5 ottobre.

Il turismo sportivo

“La dimostrazione che se tante forze si mettono insieme si può fare tanto. A partire dalla nostra società, che organizza e mette il supporto alla Federazione, che ci ha voluto riconoscere anche quest’anno l’assegnazione del campionato; e non era affatto scontato”. Lo ha detto alla stampa la presidente dell’Asd Triathlon Taranto Edvige Mattesi con riferimento alla portata della due giorni del fine settimana. I numeri sono significativi anche nella seconda giornata, domenica: più di 300 gli atleti provenienti da tutta Italia, e anche oltre, con un entourage che sarà anche familiare e non solo tecnico sportivo. Così lo sport turistico può vivere un nuovo importante capitolo nel capoluogo ionico. Il paratriathlon, in particolare, è quella variante del triathlon per atleti con disabilità fisiche, che sfrutta anche la risorsa mare attraverso il nuoto. Ovvero ciò su cui Taranto deve puntare sempre di più per realizzare la propria vocazione naturale.

Gli azzurri

Questi gli atleti italiani in gara nella prova della Coppa del Mondo di paratriathlon: Giuseppe Romele (PTWC H1), Giovanni Achenza (PTWC H1), Gianluca Valori (PTS2), Giovanni Sciaccaluga (PTS3), Fabrizio Suarato (PTS4), Manuel Lama (PTVI) con la sua guida Alessandro Degasperi, Michele Pasquazzo (PTS4), Anna Barbaro (PTVI B1) con Silvia Sivaggi, Azzurra Carancini (PTS5), Veronica Yoko Plebani (PTS2) e Annalisa Minetti (PTVIB1) con Charlotte Bonin. Le start list sono consultabili sul sito della Federazione internazionale. Quanto alla competizione del Campionato italiano di Aquathlon classico – individuale Assoluto e di categoria Age Group, i partecipanti si sfideranno su un tracciato frazionato in un giro di corsa, per 2,5 km, 1 giro di nuoto (1 km) e un giro di corsa (2,5 km).

Ordinazione sacerdotale

In cammino verso il sacerdozio: Federico Marino

03 Giu 2024

di Angelo Diofano

Sabato 8 giugno in concattedrale alle ore 17 l’arcivescovo mons. Ciro Miniero, nel corso della solenne celebrazione eucaristica ordinerà sacerdoti i diaconi Federico Marino, Stefano Manente, Marco Albanese, e Paolo Martucci.

Ecco la storia vocazionale di:

Federico Marino

Federico Marino, 28 anni, di Martina Franca, è figlio di Franco e Nunzia Salamina, operanti nel settore del tessile; suo fratello, Alessio, di 30 anni, è ingegnere a Como. Dopo i sacramenti ricevuti alla Santa Famiglia, con don Diego Semeraro quale parroco, Federico iniziò a frequentare la parrocchia di Sant’Antonio dove, sotto la guida di don Dino Lepraro prima e don Mimmo Sergio dopo, fu ministrante e partecipò con grande impegno alle attività di Azione Cattolica, fra esercizi spirituali, campi scuola e incontri formativi fra parrocchia e diocesi. Dopo le medie, egli si iscrisse al liceo scientifico Tito Livio di Martina Franca, continuando a frequentare la parrocchia. In quegli anni Federico sperimentò la bellezza della vita nella Chiesa intesa come famiglia e come casa, dove poter entrare in contatto con Dio e il prossimo. Così, nei momenti di preghiera, un pensiero diventò sempre più incalzante: “La Chiesa mi ha avviato a una proficua relazione con gli altri e con Dio. Ma se fossi io dall’altra parte, diventando strumento nelle mani del Signore? E se per questo Lui mi chiedesse di consacrarmi al Suo servizio?”. Iniziò così il tempo della verifica, in attesa di prendere decisioni importanti per il suo futuro. Nell’ultimo anno di liceo, Federico frequentò gli incontri vocazionali al seminario di Poggio Galeso, con don Davide Errico quale rettore. Inizialmente avrebbe voluto diventare ingegnere ma durante l’anno propedeutico cominciò ad attrarlo sempre più la prospettiva del cammino verso il sacerdozio, aiutato in questa scelta dall’accompagnamento di don Andrea Favale e di don Luciano Rametta. “Eravamo in tutto una cinquantina di giovani di ogni età da tutta la Puglia, di cui sei da Taranto, fra cui don Antonio Di Reda e don Giorgio D’Isabella, fra gli ultimi ordinati” – racconta.

“Negli anni del seminario di Molfetta non mancarono i momenti di difficoltà o ripensamenti, dettati dal mio non ritenersi all’altezza del ministero ordinato – riferisce – Più volte mi trovai a discernere insieme allo Spirito e ai formatori sulla mia vocazione sacerdotale e al celibato. In tutto risultò prezioso il sostegno da parte del rettore don Gianni Caliandro e degli educatori don Donato Liuzzi, don Davide Abascià, don Claudio Maino e del mio padre spirituale don Gerardo Rauseo che mi proposero anche un’esperienza di anno pastorale alla parrocchia di San Marcello a Bari, nel periodo della pandemia, che rafforzò la mia scelta di diventare sacerdote”. Mentre si svolgevano le varie tappe del suo cammino, fondamentali furono la frequenza alla Facoltà teologica Pugliese negli istituti Regina Apuliae a Molfetta e San Nicola a Bari (ambito ecumenico). Quindi, dopo aver ricevuto il diaconato (esercitato, oltre che in San Marcello, alla Santa Lucia, a Taranto, con mons. Luca Lorusso quale parroco), ecco finalmente in arrivo l’ordinazione presbiterale, sabato 8 giugno in concattedrale assieme a don Stefano Manente, don Marco Albanese e don Paolo Martucci. “Modelli sacerdotali? Ce ne sono tanti – conclude il futuro sacerdote – Da don Francesco Nigro a don Martino Mastrovito e mons. Benigno Luigi Papa, insieme al quale ho avuto il piacere di trascriverne le omelie. In tutto questo una frase mi accompagna: ‘Nella notte, benedite il Signore!’”.

Angelus

La domenica del Papa – Il dono dell’eucarestia

foto Siciliani-Gennari/Sir
03 Giu 2024

In quella “camera alta”, la sala del Cenacolo già pronta per celebrare la Pasqua nel primo giorno degli Azzimi, ci sono tutti i dodici apostoli; c’è anche colui che di lì a poco lo tradirà tra gli ulivi del Getsemani. Una scena che Leonardo da Vinci ha reso meravigliosamente nel capolavoro suo e del Rinascimento italiano – l’Ultima cena – conservato nel refettorio adiacente al Santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano. Con Marco, con il suo Vangelo, torniamo indietro nel tempo, a quel gesto dello spezzare il pane – carta d’identità del credente, ricordava il Papa – a quella condivisione che già nei profeti dell’Antico Testamento indicava la volontà di essere capaci di dividere il pane con i poveri, i bisognosi, gli affamati.

Una festa, il Corpus Domini, che coinvolge la dimensione cosmica, il cielo e la terra, affermava Benedetto XVI con una suggestiva immagine; festa che evoca “questa stagione così bella e profumata in cui la primavera volge ormai all’estate, il sole è forte nel cielo e nei campi matura il frumento”. Nella chiesa le feste, così come nella tradizione ebraica, fanno riferimento al ritmo dell’anno solare, alla semina e al raccolto. In modo particolare il Corpus Domini, al cui centro sta il segno del pane. Pane della vita, di un Dio “che si è rivelato nascondendosi nel segno del pane spezzato”, e che si è donato per gli altri: l’eucaristia afferma Papa Francesco all’Angelus, “richiama la dimensione del dono. Gesù prende il pane non per consumarlo da solo, ma per spezzarlo e donarlo ai discepoli, rivelando così la sua identità e la sua missione”. Di più, “non ha trattenuto la vita per sé, ma l’ha donata a noi; non ha considerato un tesoro geloso il suo essere come Dio, ma si è spogliato della sua gloria per condividere la nostra umanità e farci entrare nella vita eterna”.

Con il Vangelo di Marco ricordiamo, in questa domenica, l’istituzione dell’eucaristia. Cibarci di questo pane “non è un atto di culto staccato dalla vita o un semplice momento di consolazione personale”, afferma Francesco all’Angelus; prendendo il pane, la comunione con Gesù, “ci rende capaci di diventare anche noi pane spezzato per gli altri, capaci di condividere ciò che siamo e ciò che abbiamo”. Gesù eucaristia è lo stesso che ci viene incontro nel povero che tende la mano, nel sofferente che implora aiuto. E non ci può essere festa del Corpus Domini, scriveva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, “finché un uomo dorme nel porto sotto il ‘tabernacolo’ di una barca rovesciata, o un altro passa la notte con i figli in un vagone ferroviario?”. La nostra credibilità di cristiani, scriveva, “non ce la giochiamo in base alle genuflessioni davanti all’ostensorio”, ma nella capacità di “scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, del bisogno, della sofferenza, della solitudine”.

Siamo chiamati a diventare “eucaristici” per Papa Francesco, chiamati, cioè, a diventare “persone che non vivono più per sé stesse, nella logica del possesso e del consumo, ma che sanno fare della propria vita un dono per gli altri […] profeti e costruttori di un mondo nuovo” capaci di “superare l’egoismo”, coltivare “legami di fraternità”, partecipare “alle sofferenze dei fratelli” e condividere “il pane e le risorse con chi è nel bisogno”.

Ringraziamento, memoria, e presenza sono le tre dimensioni del mistero eucaristico, nelle parole che il Papa pronuncia nell’omelia in San Giovanni, prima della processione verso Santa Maria Maggiore. Tre dimensioni che ricordano, spiega Francesco, il dovere di ringraziare per i talenti, i doni ricevuti “perdonando e risollevando chi sbaglia e cade per debolezza e errore”; rendere grazia ma anche fare memoria della Pasqua quando Gesù “ci ha liberato del peccato e della morte. Infine, presenza “di un Dio che non è lontano e geloso, ma vicino e solidale con l’uomo; che non ci abbandona, ma ci cerca, ci aspetta e ci accompagna, sempre”.

Anche in questa domenica non è mancata la preghiera per la pace, in Sudan “dove la guerra che dura da oltre un anno non trova ancora una soluzione di pace”. In Ucraina, Palestina, Israele, Myanmar: “cessi l’escalation e si ponga ogni impegno nel dialogo e nella trattativa”.

 

Corpus domini

L’allocuzione dell’arcivescovo Ciro Miniero per la solennità del Corpus Domini

foto G. Leva
03 Giu 2024

Nella serata di domenica 2 giugno si è svolta per le strade del Borgo la grande processione del Corpus Domini, conclusasi in piazza della Vittoria con l’allocuzione dell’arcivescovo mons. Ciro Miniero che ha successivamente impartito la solenne benedizione eucaristica.
Riportiamo di seguito il suo discorso integrale:

Carissimi fratelli e sorelle,

sostiamo ancora qualche minuto davanti all’Eucaristia portata in processione in questo giorno solenne e caro per tutti noi cattolici.

Taranto esprime molte volte durante l’anno la bellezza della devozione popolare attraverso tante processioni, come quelle della Settimana Santa e quelle del santo Patrono. Eppure questa, appena compiuta, rimane la più importante, la più significativa, la più essenziale e la più coraggiosa.

Adorando il santo mistero del Corpo e del Sangue di Gesù, vogliamo polarizzare nuovamente le nostre vite e i nostri cammini verso il centro della nostra fede. Sì lo affermiamo con convinzione: in quest’ostia candida è presente il Signore in corpo anima e divinità.

Mutuando le parole del Vangelo di questa domenica è come se il Signore, nella sua ultima cena, presentando il pane e il vino ai suoi amici ci abbia detto: «questo pane e questo vino sono proprio io, io che mi offro per voi». In questo pezzo di pane troviamo l’annuncio di un amore per sempre offerto e diviso, nostro nutrimento, nostra forza e nostro farmaco.

In un mondo secolarizzato ed ipertecnologico, abitato da violenze e da sfide emergenti e gravi, dove l’aspetto religioso è sempre più relegato nella sfera privata e relativistica, trovo il segno dell’Eucarestia, per utilizzare una terminologia paolina, ancora più scandaloso e paradossale del crocifisso stesso. Lì dove il mondo vede un segno debole e improbabile, il fedele coglie la promessa di Gesù di restare sempre con noi, di abitare nei nostri cuori e nelle nostre comunità.

foto G. Leva

Mi rendo conto che spiegare l’Eucaristia a chi non crede è quanto mai impossibile, ma non siamo chiamati a spiegare. Siamo chiamati ad annunciare, a testimoniare, un amore del quale a nostra volta siamo stati destinatari e che non siamo capaci di contenere. Questo Mistero cambia il mondo a partire dalla nostra vita personale. L’amore ci mette in cammino, l’Eucaristia è il sostegno di una Chiesa in movimento, di un popolo penitente e festante che esprime un pellegrinaggio che amando questa terra progredisce verso beni eterni.

Abbiamo cantato più volte:

Il tuo popolo in cammino,
cerca in te la guida,
sulla strada verso il Regno sei il sostegno col tuo corpo.
Resta sempre con noi o Signore.

Stiamo semplicemente manifestando che la Chiesa ha un estremo e continuo bisogno di rimettere al centro questo Mistero per prendere coscienza ogni giorno della propria identità ovvero del suo essere Corpo del Signore.

La Chiesa potrebbe fare tante cose per il mondo, anche le più encomiabili ma se non facesse l’Eucaristia non sarebbe la Chiesa di Cristo. Tutte le nostre attività pastorali devono consistere in questo grande invito al banchetto di Gesù dove Egli si manifesta cibo e bevanda per una moltitudine e continuamente ci trasforma con il suo amore.

Talvolta siamo spaventati dai progressi scientifici e tecnologici che sembrano impadronirsi di noi come ad esempio l’intelligenza artificiale, invece crediamo di avere ancora qualcosa da dire e dare al mondo, qualcosa che altri non possono dare ovvero l’amore di Dio, Dio stesso, in questo pezzo di pane che è capace di renderci creature nuove, veri uomini e donne a immagine e somiglianza di Dio.

Nei giorni scorsi abbiamo gioito per l’annuncio della canonizzazione del Beato Carlo Acutis. Questo giovane nel suo diario rivolgendosi direttamente al Signore scrive così:

«Questo pianeta che ha visto in Te, per una generazione, la seconda Persona della Santissima Trinità, incarnata, da venti secoli, non è più quello di prima. Sì, astronomicamente, scientificamente, geologicamente, può essere il pianeta di prima, ma, dal punto di vista dell’Evangelo, dell’Incarnazione, non è più il pianeta di prima, è un pianeta che è stato inglobato nell’Eternità, in un disegno divino, per cui noi siamo veramente immessi, da ventuno secoli, in questo disegno. Dobbiamo pensare a questa “abitazione” come a una appropriazione del pianeta da parte di Gesù, quel Gesù che si muove tutt’ora nell’Eucaristia, come nella fede, in mezzo a noi, per cui cammina in mezzo a noi, vive in mezzo a noi, con noi divide questo quotidiano, sia nell’Eucaristia, sia nella fede, per cui dobbiamo vedere questa abitazione come un vero dimorare di Cristo in questo pianeta Terra».

Questo è il pane dei fratelli e delle sorelle di Gesù. Gesù comunicandoci a sé tocca ciascuno, ha a cuore la nostra salvezza, perché ognuno riceva quel frammento. Al contempo ci invita alla sua mensa chiamandoci alla condivisione, alla bellezza di essere la sua famiglia senza nessuna distinzione perché ognuno di noi indegnamente riceve il Tutto.

Nelle parole “dato per tutti” come anche “dato per molti” noi cogliamo un aspetto ambivalente ovvero sentiamo che tutti noi che ora siamo intorno alla sua mensa possiamo essere saziati. Quel cibo, però, è per una moltitudine. Siamo una moltitudine? No. Ci sono molti posti vuoti alla mensa eucaristica, nelle nostre messe. Ecco perché l’Eucaristia ci rende missionari perché mette nel cuore la gioia dell’invito alla festa del Signore. Cristificati dal dono, noi diveniamo pane per i fratelli e le sorelle che ancora non conoscono Gesù. Non lo consocono perché nessuno gli ha parlato di Lui o perché si sono allontanati dalla fede. Dobbiamo andare a cercarli.

Il prefazio dell’Eucaristia recita

In questo grande mistero
tu nutri e santifichi i tuoi fedeli,
perché una sola fede illumini
e una sola carità riunisca l’umanità diffusa su tutta la terra.

È il pane dell’unità. L’unità è il desiderio di Gesù per noi. Questo cibo infatti è comunione. Siamo illuminati dall’unica fede e costituiti da una sola carità che ci deve spingere fino ai confini della terra.

L’Eucaristia è cantiere di unità in ogni angolo dove viene celebrata, in ogni chiesa piccola o grande che sia. Siamo tutti membra dello stesso corpo. Unità vissuta nella carità ovvero nell’amore, nella misericordia.

Eucaristia è perenne ringraziamento. In questo pane e questo vino dobbiamo sempre benedire e ringraziare!

Prego il Signore Gesù perché da quest’Ostia promani la forza per tutti i sacerdoti ed in particolare per i parroci. L’esperienza pastorale più bella che mi porto con maggiore gratitudine è quella di parroco. Ecco perché prego perché i nostri parroci non smarriscano mai la gioia e l’entusiasmo di essere vicini alla gente, di sentirsi cooperatori di Dio nella crescita di generazioni di persone da quando vedono la luce a quando si incamminano verso l’eternità, con uno spirito eucaristico di quotidianità, di ferialità, di umiltà e fedeltà. Prego perché sentano la forza di accompagnare tutti con lo stile di Dio nelle gioie e nelle sofferenze senza perdersi ma ritrovandosi proprio qui nell’Eucaristia insieme con Maria, la Madre di Gesù. In questo Sacramento il Signore rinnovi il fervore la gratitudine dei sacerdoti di appartenere al presbiterio. Cari sacerdoti, quando attraversiamo le delusioni, la stanchezza, le incomprensioni fermiamoci di più dinanzi all’Eucaristia, pane donato, spezzato, distribuito… Non aspettiamoci nulla perché in quel Pane abbiamo già tutto, abbiamo il Signore! come dice liturgia:

accostiamoci a questo sacro convito,
perché l’effusione del tuo Spirito
ci trasformi a immagine della tua gloria.

Nell’adorazione eucaristica il momento più alto è la benedizione. Questa sera vorrei che ponessimo anche attenzione al gesto della reposizione, quando il diacono riporta la teca con l’ostia nel tabernacolo. Desidero che ognuno di voi si senta tabernacolo, custodia. Così vorrei riporre il Signore nel cuore dei bambini, dei giovani, degli anziani, degli ammalati, di ogni famiglia, delle persone sole. Il Corpus Domini sia lo stile di passaggio e di custodia di ogni momento della nostra vita e missione, il Signore che passa in mezzo a noi per essere condiviso possa inabitare i cuori di questa città. Ci faccia sentire tutti missionari della comunione, suoi custodi e responsabili. Se la Chiesa di Taranto si identificherà in questo momento culminante, eucaristico, di fede, di unità e carità, se si sforzerà di essere un popolo di veri adoratori di questo Pane allora sì che riuscirà a fare la sua parte per questa terra.

Concludo facendo mia e condividendo questo desiderio del nostro amato papa Francesco:

«Fratelli e sorelle, sogniamo. Sogniamo una Chiesa così: una Chiesa eucaristica. Fatta di donne e uomini che si spezzano come pane per tutti coloro che masticano la solitudine e la povertà, per coloro che sono affamati di tenerezza e di compassione, per coloro la cui vita si sta sbriciolando perché è venuto a mancare il lievito buono della speranza. Una Chiesa che si inginocchia davanti all’Eucaristia e adora con stupore il Signore presente nel pane; ma che sa anche piegarsi con compassione e tenerezza dinanzi alle ferite di chi soffre, sollevando i poveri, asciugando le lacrime di chi soffre, facendosi pane di speranza e di gioia per tutti».

Sia Lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e divinissimo Sacramento.

foto G. Leva