Giubileo2025

Giubileo 2025: aperta la Porta santa di San Paolo fuori le mura

Il rito nell’ultima delle quattro basiliche papali a cui si è aggiunta quella di Rebibbia

07 Gen 2025

di Riccardo Benotti

Con la solenne apertura della Porta santa nella Basilica di San Paolo fuori le mura, avvenuta domenica 5 mattina e presieduta dal card. James Michael Harvey, arciprete della Basilica e già prefetto della Casa pontificia, si è completato il rito dell’apertura delle Porte sante nelle quattro basiliche papali di Roma per il Giubileo del 2025.
La serie era iniziata il 24 dicembre con papa Francesco che, nella Basilica di San Pietro, ha dato il via ufficiale al Giubileo, affermando: “Questa è la notte in cui la porta della speranza si è spalancata sul mondo”.
Il 29 dicembre il card. Baldassare Reina ha aperto la Porta santa di San Giovanni in Laterano, mentre il 1º gennaio 2025 il card. Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica di Santa Maria Maggiore, ha presieduto il rito nella Basilica di Santa Maria Maggiore.
Il 26 dicembre, il pontefice ha anche aperto una Porta santa nel carcere di Rebibbia, portando il messaggio giubilare di speranza ai detenuti. Con l’apertura a San Paolo, i pellegrini possono attraversare le Porte sante delle basiliche papali, simbolo di rinnovamento spirituale e conversione, ottenendo l’indulgenza plenaria.
Le Porte sante furono ufficialmente incluse nel rito giubilare nel 1540 da papa Paolo III. Per chi non può recarsi a Roma, è possibile partecipare virtualmente grazie alla webcam installata sulla Porta santa di San Pietro.

Missione

Padre Alessandro e la missione tra i profughi del Myanmar

Il missionario saveriano, da 12 anni in Thailandia, è impegnato con i profughi in fuga dal Paese, sparsi tra i villaggi e i campi improvvisati lungo il confine con la Thailandia

foto Alessandro Brai/Popoli e Missione
07 Gen 2025

di Massimo Angeli *

Non solo Rohingya, ma anche Karen, Hmong, Rakhíne, Shan, Akha: sono quasi due milioni i profughi fuggiti dal Myanmar (ex Birmania) che hanno trovato riparo in Thailandia. Se in passato fuggivano per il mix di nazionalismo birmano e buddismo theravada che la giunta militare che ha governato il Paese per 50 anni usava per mantenere il potere, adesso fuggono da una guerra civile che ha provocato una delle maggiori crisi umanitarie al mondo. “Sono intere famiglie ad attraversare il confine, senza documenti, senza soldi, senza niente, ricchi solo di una speranza difficile da comprendere – racconta padre Alessandro Brai, saveriano da 12 anni in Thailandia –. Cercano di inserirsi nella vita dei villaggi, si rendono disponibili a lavorare i campi, ma poi finiscono a vivere in baraccopoli in condizioni misere”.

foto A. Brai/Popoli e Missione

In cammino verso i profughi

Da ‘Km 48’, la località in cui sorge la parrocchia di San Giuseppe Lavoratore, così chiamata perché dista 48 chilometri dalla città più vicina, quella di Mae Sot, padre Alessandro ogni giorno si mette in viaggio per raggiungere i villaggi al confine con il Myanmar dove è maggiore la presenza di profughi. Cibabo, Pakka Mai, Pawuai, Padhi, Baan 5, Baan 10 e Baan 14: alcune delle località dove si reca per portare conforto, prendersi cura dei malati e offrire un’istruzione ai più giovani. Nel campo profughi di Umpiem, invece, uno dei sei rimasti lungo il confine, si reca per celebrare l’eucaristia. “Loro sono in migliaia e noi facciamo il possibile per far fronte ai bisogni primari e provvedere al cibo, alle medicine, ai vestiti – prosegue padre Alessandro –. Cerchiamo di inserirli nella vita dei villaggi e di avviare i bambini allo studio, ma nelle scuole thailandesi è sempre più difficile, per questo stiamo pensando di acquistare un terreno dove costruire un centro in cui possano studiare e ricevere una formazione adeguata”.

Manodopera sfruttata

In una società che considera le minoranze birmane alla stregua di popoli inferiori, i saveriani lavorano per promuoverne l’uguaglianza, la dignità e l’integrazione. Arrivata in Thailandia nel 2012, la Pia Società di San Francesco Saverio per le Missioni estere è presente anche a Umphang (diocesi di Nakhonsawan), dove ha avviato un centro che accoglie e avvia allo studio una trentina di ragazzi in difficoltà, e nella baraccopoli di Khlong Teoi, al porto di Bangkok, una città nella città con 44 grandi quartieri e oltre 100mila persone. Se il governo thailandese lascia entrare i profughi sul proprio territorio senza opporre grosse resistenze – considerato il bisogno di manodopera in agricoltura e nell’industria – e permette loro anche di stabilirsi nei rifugi informali sorti lungo il confine, le autorità impongono però severe restrizioni ai loro movimenti e all’ingresso degli aiuti umanitari. La Thailandia, infatti, non ha aderito alla Convenzione sui rifugiati del 1951 e non dispone di un quadro giuridico per la protezione dei richiedenti asilo.Per questo la gran parte di loro rimane bloccata in Thailandia in una sorta di limbo amministrativo, e senza la possibilità di emigrare verso Paesi terzi. “La Thailandia è un po’ come tanti Paesi dell’Asia, una terra di grandi contrasti, ricchezza e povertà, apertura ma anche chiusura, regola e corruzione, valori e disvalori arrivati con la globalizzazione. Questi contrasti li viviamo nella vita di tutti i giorni nella missione che portiamo avanti, perché incontriamo povertà, droga, prostituzione, turismo sessuale, tante famiglie indebitate, anche quelle che apparentemente sembrano stare bene. Paese ricco e povero, avanzato per alcuni aspetti, ma arretrato per altri”.

I bambini della baraccopoli di Klong Toei

Contrasti che conosce molto bene padre Alessandro: per otto anni ha vissuto in quell’enorme conglomerato urbano di Klong Toei, dove fra baracche di lamiera e legno convivono 100mila persone di 30 diverse comunità etniche, condividendo in tutto e per tutto la vita dei suoi residenti. “Dopo il mio arrivo non ho dormito per tre giorni – ricorda il missionario –. Mi dicevo come posso io dormire sapendo che ci sono tanti bambini che non si sa come passeranno la notte. Abbiamo quindi iniziato un cammino di conoscenza della baraccopoli, e poi avviato progetti per l’educazione dei bambini, il sostegno alla loro scolarità, l’accompagnamento dei malati, la costruzione di case o di bagni per chi ne aveva bisogno, la formazione degli adulti, spesso lasciati a loro stessi, e la realizzazione di interventi legati allo sport o alla musica”.

I due volti della Chiesa

Duplice l’immagine che i thailandesi hanno del cristianesimo e del cattolicesimo (rispettivamente 1% e 0,5% della popolazione). C’è l’immagine di una Chiesa ricca e benestante, impegnata soprattutto nel campo dell’istruzione e della sanità, perché all’arrivo dei francesi – circa 350 anni fa – non essendoci ancora la libertà di culto, quello che hanno fatto è stato di costruire scuole e ospedali, che sono ancora presenti nel Paese e sono tra le strutture migliori della Thailandia. E c’è l’immagine di una Chiesa impegnata nel sociale, vicina ai poveri e agli emarginati, una presenza amata e apprezzata per quello che sta facendo con la gente in tanti contesti difficili.“Oggi la sfida più importante per la missione è ricordare che siamo tutti a servizio della missione di Gesù, che non siamo qui per mostrare qualcosa, o per raggiungere chissà quali risultati – chiude il religioso –. Ricordare che Lui è il protagonista e che ci guida lo Spirito Santo. I documenti della Chiesa lo dicono chiaramente, il vero protagonista della missione è lo Spirito Santo, e noi siamo chiamati a metterci in gioco, confrontarsi con gli altri, unire le forze per l’unico obiettivo che è quello di servire i nostri fratelli in Cristo”.

(*) Popoli e Missione

Lavoro

Si apre una stagione decisiva per la Taranto dell’industria e del lavoro

07 Gen 2025

di Silvano Trevisani

Si apre una stagione decisiva per la Taranto industriale. Reduce dalla sonora bocciatura de “Il Sole “4 Ore”, che ha stigmatizzato l’assenza di propensione imprenditoriale nel settore cittadino, Taranto si trova in una situazione molto delicata. Tra ipotesi di sviluppo, concrete ma ancora futuribili e crisi di interi settori, che mettono a rischio moltissimi posti di lavoro.

Ex Ilva

L’appuntamento più atteso è quello che riguarda la presentazione delle offerte vincolanti per l’acquisizione dell’AdI, ovvero l’ex Ilva. La data, già slittata, è quella del 10 gennaio, data nella quale dovrebbero essere definite, ma il condizionale non è mai sprecato, le offerte da parte dei candidati all’acquisizione, dell’intera società (offerta ovviamente privilegiata) o di settori di essa.

Le candidature ritenute più valide finora sono quelle di Vulcan Green Steel (del gruppo indiano Jindal) e l’azienda siderurgica dell’Azerbaijan, Baku Steel Company. Ma prende corpo, negli ultimi giorni, l’ipotesi di un ritorno d’interesse da parte di investitori americani, che rimarcherebbe la strategicità della siderurgia e soprattutto per l’ancor più strategica posizione di Taranto. Soprattutto dopo che il presidente Biden ha posto il veto sulla vendita di US Steel alla giapponese Nippon Steel.

Nei prossimi giorni ne sapremo di più, ma ricordiamo che i commissari straordinari di AdI hanno indicato cinque requisiti fondamentali che devono trovare spazio nei piani industriali del nuovo proprietario deve garantire: lo sviluppo di una produzione siderurgica in Italia, l’attuazione della decarbonizzazione, la tutela dell’occupazione, l’individuazione di attività e forme di compensazione in favore delle comunità locali e la continuità dei complessi aziendali per portarli rapidamente ai massimi livelli di attività. Ricordiamo anche che il valore preliminare della cessione dell’azienda, comprensivo della dismissione dei magazzini, pari a 1,8 miliardi di euro.

Occupazione

Intanto, per quanto riguarda l’occupazione, nello stabilimento di Taranto che lo scorso anni ga prodotto 1,7 milioni di tonnellate di acciaio, e che ora ha in marcia due altoforni, ci sono quasi 3.000 lavoratori in cassa integrazione e, dopo l’accordo del mese scorso, dovrebbe essere esteso a tutto il 2025 lo smart working, previsto per oltre 2.000 impiegati e quadri dello stabilimento.

Call center

Sul fronte occupazione, la nuova stagione di proteste, che già nei prossimi giorni vedrà due giorni di sciopero nazionale dei trasporti, 9 e 10 gennaio, si apre a Taranto con una manifestazione prevista per venerdì prossimo. A protestare sono i 600 lavoratori che solo a Taranto (ma sono 5.000 in Puglia) rischiano di perdere le già risicate tutele nel mondo dei call center. Alla base dello sciopero, si legge in una nota “la decisione di Assocontact, associazione di rappresentanza di una parte minoritaria dei call center, di smettere di adottare il contratto collettivo nazionale delle Telecomunicazioni e applicare un nuovo contratto di lavoro scritto esclusivamente su misura dei propri interessi”. Un incontro è stato chiesto alla Regione.

Leonardo

Domenica scorsa, inoltre, è terminata è la cassa integrazione ordinaria allo stabilimento Leonardo di Grottaglie, che era cominciata a metà novembre per 931 addetti a rotazione. Al momento la misura non è stata prorogata, ma dallo stabilimento di Foggia (anch’esso appartenente ad Aerostrutture), sono rientrati 20 montatori impegnati sul programma Airbus. Ritorno alla normalità? Solo il 14 si potrà capire perché per quella data è in programma a Roma l’incontro tra Leonardo e sindacati nazionali nell’ambito dell’Osservatorio strategico per discutere di tutte le questioni lasciate in sospeso nel 2024.

Hiab

Ma molte altre sono le vertenze aperte, a cominciare dalla Hiab di Statte, che prevede la chiusura dello stabilimento che occupa 100 lavoratori, per i quali l’azienda ha chiesto la cassa e sono in corso verifiche, tramite la Regione, per capire se vi sono interessi di aziende a subentrare alla Hiab.

Porto

E poi c’è il porto, che ha in prospettiva il passaggio della piattaforma logistica alla Vestas, per la realizzazione del più grande stabilimento per la costruzione di pale eoliche, e il progetto di realizzazione di piattaforme eoliche off-shore. Ma si ipotizza anche il subentro di cantieri di Puglia a Ferretti per la costruzione di grandi yacht, mentre viene confermata per due anni la cassa per i 327 dell’ex Tct. Tale conferma rassicura i lavoratori che avrebbero la precedenza per l’assunzione nelle nuove imprese nel porto.

Comune e asili

L’elenco della “instabilità” potrebbe continuare ancora, comprendendo i lavoratori delle imprese impegnate nei servizi per il Comune e per i dipendenti degli asili nido comunali che rischiano di essere privatizzati, nonostante la generale contrarietà al progetto. Nelle prossime settimane molte di queste questioni dovrebbero chiarirsi, a cominciare proprio dal futuro dell’ex Ilva

Eventi culturali in città

Un calendario per i ragazzi della città vecchia di Taranto

07 Gen 2025

Ci sono Picasso e Andy Warhol, Salvador Dalì, Modigliani e molti altri. Dodici grandi dell’arte moderna e contemporanea ritratti da Michele Tursi, giornalista con la passione per il disegno e la pittura. ‘Dipinsi l’anima. I volti dell’arte’: questo il titolo del calendario che sarà presentato venerdì 10 gennaio, alle 17.30, nel salone del circolo fotografico ‘Il Castello’, in via Plinio 85. Una serata di arte e solidarietà durante la quale saranno raccolti fondi in favore di realtà che si occupano dei minori della città vecchia.
“Ho sempre avuto la passione per il disegno pur non avendo mai effettuato studi artistici – spiega l’autore –; ho iniziato a dipingere i volti di pittori famosi dopo la visita al museo Picasso di Barcellona. Ho proseguito ispirato dal mio gusto personale e infine ho deciso di raccogliere i ritratti nel calendario, incoraggiato da alcuni amici”. Il titolo Dipinsi l’anima trae spunto da ‘Un tempo piccolo’, un successo di Franco Califano. Non è l’unico riferimento musicale. Ad ogni pittore e ad ogni mese corrisponde un brano che si può ascoltare inquadrando il qrcode.
“Non è una novità – aggiunge Tursi – ci sono calendari più noti e prestigiosi che abbinano tracce musicali ai mesi dell’anno. Nel mio caso, però, la colonna sonora ha preso forma ben prima del calendario con la pubblicazione dei ritratti sui social accompagnati da brani musicali. Ho dato nuova forma a qualcosa che era già in essere”. La serata del 10 gennaio sarà l’occasione per una conversazione sui pittori presenti nel calendario. Insieme all’autore ne parleranno Giulio De Mitri, artista, già docente dell’Accademia delle Belle Arti di Catanzaro e il giornalista e critico d’arte Silvano Trevisani. L’incontro sarà moderato dal giornalista Enzo Ferrari, direttore di Taranto BuonaSera.
Previsto l’intervento dei rappresentanti dell’Oratorio diffuso della Basilica San Cataldo e della Fondazione Rocco Spani cui saranno devoluti i fondi raccolti con il calendario realizzato da PrintMe,  laboratorio di stampa, fine art, editoria.

 

Tracce

Unica via: dare un dispiacere agli Usa

Foto Ansa-Avvenire
07 Gen 2025

di Emanuele Carrieri

Era così. Fu così con l’India, nel caso dei due marò, nella controversia sorta per la uccisione di due pescatori al largo della costa sudoccidentale di cui vennero accusati due militari del San Marco, imbarcati su una petroliera italiana, per la protezione in acque a rischio di atti di pirateria. Un caso giudiziario durato ben dieci anni, durante i quali si è sentito sempre molto forte il miasma del ricatto, o meglio, del sequestro di persona a scopo di estorsione. Fu così con la Libia di Gheddafi, vale a dire un tiranno, un despota, un dittatore, ma, innanzitutto, un terrorista, quello che nel 1970 buttò fuori in quattro e quattr’otto e con due soli soldi in tasca italiani che vivevano in Libia da venti, trenta o quaranta anni e gli italiani nati in Libia, e, perciò, libici. La gratitudine fu talmente tanta che, molti decenni dopo, un presidente del Consiglio dei ministri gli baciò la mano come gesto di considerazione. È stato così molte volte con gli Stati Uniti. Nell’elenco dei casi analoghi il più tragico fu la strage del Cermis nel 1988. Venti morti, per i giochi spericolati di un top gun o rambo dei cieli, il pilota americano Richard Ashby, decollato dalla base di Aviano, volando a una velocità molto elevata e a una quota inferiore a quanto concesso, in violazione dei regolamenti, tranciò il cavo della funivia del Cermis, facendo precipitare la cabina e determinando la morte dei venti viaggiatori. Inflessibile, il governo degli Stati Uniti non esitò ad applicare verso un governo amico la convenzione internazionale sullo statuto militare Nato che garantisce che un militare americano sia processato solo dai “suoi”. E pochi giorni dopo, il capitano Richard Ashby e il resto dell’equipaggio venne rimpatriato. Un altro caso grave fu l’uccisione di Nicola Calipari, numero uno delle operazioni all’estero del Sismi, da parte dei soldati americani, in Iraq nel 2005, nelle fasi successive alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena. I tentativi di processare il principale imputato, Mario Lozano, appartenente alla 42ª divisione della New York Army National Guard, fallirono indecorosamente. Un episodio di segno diverso, uno dei rarissimi esempi, avvenne a Sigonella, in Sicilia, nel 1985. Alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan, a Palazzo Chigi Bettino Craxi. Ecco nella notte fra il 10 e l’11 ottobre di quell’anno, si fronteggiarono con le armi in pugno da un lato la Delta Force, il corpo antiterrorismo dell’esercito statunitense e dall’altro i VAM dell’aeronautica e i carabinieri, attorno all’aereo civile egiziano – a cui era stato intimato l’atterraggio da parte di caccia militari statunitensi – su cui si trovavano quattro palestinesi coinvolti nel dirottamento della nave Achille Lauro e nell’assassinio di un passeggero. Reagan si infuriò a seguito del comportamento italiano e telefonò nel cuore della notte a Craxi, il quale fu irremovibile: i reati erano stati commessi a bordo di una nave italiana, quindi in territorio italiano, e sarebbe stata l’Italia a decidere cosa fare. Alla fine a cedere fu Reagan. Ne seguì una lunga crisi nei rapporti Washington – Roma. Adesso si fa in modo diverso: si parte senza avvertire manco il proprio ministro degli esteri, gli alleati di governo, i partner europei. Il dubbio è che la causa del colpo di ala con cui la premier ha preso in contropiede tutti non sia proprio la vicenda di Cecilia Sala. Se la sua liberazione è inscindibilmente legata a quella dell’ingegnere iraniano arrestato all’aeroporto di Malpensa, la via maestra per ottenerla, l’unica sicura, la sola accettabilmente rapida, è una decisione celere e coraggiosa non del solo ministro della giustizia ma del governo e dunque, in primo luogo, di chi lo presiede. Nella politica, sia nazionale che internazionale, si può ma qualche volta capita che sia invece necessaria la drasticità e in quei momenti difficili nessun leader politico è mai felice. Eppure il caso non è tanto difficile. Eppure sia la presidente del Consiglio dei ministri che il ministro della giustizia avrebbero un’argomentazione solidissima. Il traffico per cui l’iraniano è in carcere era diretto al corpo delle guardie della rivoluzione islamica, ossia a una organizzazione terroristica per gli Stati Uniti. È indispensabile ribadire: per gli Stati Uniti. Il principio che regolamenta l’estradizione è quello della “doppia incriminazione”. Richiede che il fatto sia penalmente proibito sia per l’uno che l’altro Stato, per chi chiede l’estradizione e per chi deve concederla. Una scelta del genere non farebbe piacere agli Stati Uniti. È normale e comprensibile che a qualsiasi governo italiano spiaccia dare un dispiacere agli Stati Uniti. Adesso la speranza è che Meloni abbia preso di petto la situazione e che abbia deciso di decidere. Fece così anche Craxi che, al momento giusto, decise di decidere. La consolazione giunse addirittura che da Henry Kissinger che, con il cinismo e la freddezza che lo caratterizzava, disse all’ambasciatore italiano: noi fummo costretti ad arrabbiarci, voi foste costretti a liberarlo. Le speranze sono diverse ma connesse e legate: che Meloni abbia detto a Trump tutto ciò a muso duro, che Trump abbia compreso e, ultima e più importante, che Trump si rassegni. Forse solamente così Cecilia Sala potrà al più presto ritornare a casa.

Sport

Gioiella Prisma Taranto: è tempo di scontri diretti e non si può sbagliare

foto G. Leva
07 Gen 2025

di Paolo Arrivo

Una squadra che combatte. Che sa esprimere anche una grande pallavolo, a sprazzi. Eppure la Gioiella Prisma Taranto si ritrova a un solo punto di distanza dal fanalino di coda della Superlega Credem Banca. La classifica si è fatta ora preoccupante. Colpa del Grottazzolina, della sorprendente risalita della squadra che continua a vivere la sua favola nel massimo campionato di pallavolo maschile; e soprattutto delle ultime partite nelle quali i rossoblu sono rimasti a bocca asciutta. La riprova è stato il match perso col Piacenza per 3-1. Anche la fortuna ha voltato le spalle alla formazione di coach Boninfante: il primo set perso ai vantaggi (29-31), dopo una tenace battaglia, fa il paio con quello ceduto all’Itas Trentino nell’ultima partita interna del 2024.

Le rassicurazioni del presidente Bongiovanni

“L’importante è essersi divertiti e aver dimostrato all’Italia intera che questo sport è meraviglioso, perché coinvolge e stimola le persone, dai più giovani ai più anziani, creando momenti di grande partecipazione”. Così Tonio Bongiovanni ha commentato l’ultima sconfitta. Senza fare drammi: “Noi siamo per le cose garbate, per le cose fatte bene, e dobbiamo dire grazie a questi ragazzi per la prestazione che hanno offerto. Abbiamo affrontato il Piacenza, una squadra importante, non certo una di poco conto, e siamo riusciti a contrastarla e a opporci con intelligenza”. Il presidente della Gioiella Prisma Taranto sottolinea che ci sono peraltro delle attenuanti. “Avevamo qualche atleta con piccoli problemi fisici, che si risolveranno nei prossimi giorni – ha assicurato – ma tutto sommato la gente era contenta”. Lo spettacolo, quindi, va anteposto al risultato: “Quanta gente, avete visto quanta gente? È stata una gioia per me, per noi che viviamo a Taranto, e credo anche per tutte le persone che hanno assistito alla partita, comprese quelle arrivate dalle regioni limitrofe”.

Il cammino della Gioiella Prisma Taranto

Domenica prossima dodici gennaio si giocherà proprio in casa della Yuasa Battery Grottazzolina. Uno scontro diretto di fondamentale importanza nell’economia del campionato della Gioiella Prisma Taranto, ferma a quota 10 in classifica, da ben cinque giornate – l’ultimo punto conquistato è quello strappato al Modena il primo dicembre. L’obiettivo non può che essere la vittoria. E pure piena, possibilmente, in 3 o in 4 set, per superare la stessa formazione marchigiana; e soprattutto per non farsi scavalcare dalla Mint Vero Volley Monza, che attualmente occupa l’ultima piazza. Quest’ultima poi sarà affrontata domenica 19 al PalaMazzola. Due partite nelle quali lo spettacolo offerto dai “gioielli” non potrà bastare. Occorrerà fare punti, con l’obiettivo di continuare a rappresentare la Puglia e il Meridione in Superlega, anche nel prossimo anno. Vincere, magari giocando male. I tifosi lo preferiranno. Senza dimenticare che, fino a poche settimane fa, le aspettative erano più alte, attorno a questa splendida realtà.

 

Il match Taranto-Piacenza nel racconto fotografico di G. Leva

Francesco

L’augurio di Francesco per l’Epifania: “Tutta l’umanità viva nella pace”

foto Vatican media-Sir
07 Gen 2025

“La stella ci parla del sogno di Dio: che tutta l’umanità, nella ricchezza delle sue differenze, giunga a formare una sola famiglia, e che viva concorde nella prosperità e nella pace”: è l’augurio del papa per l’Epifania, formulato nell’omelia della messa presieduta nella basilica di San Pietro.
La luce della stella, per Francesco, “ci invita a compiere un viaggio interiore che, come scriveva San Giovanni Paolo II, liberi il nostro cuore da tutto ciò che non è carità, per incontrare pienamente il Cristo, confessando la nostra fede in lui e ricevendo l’abbondanza della sua misericordia”. Secondo il pontefice, “camminare insieme è tipico di chi va alla ricerca del senso della vita. E noi, guardando la stella, possiamo rinnovare anche il nostro impegno ad essere uomini e donne ‘della Via’, come venivano definiti i cristiani alle origini della Chiesa, sempre animati da una sana inquietudine, che ci spinga a cercare occasioni nuove per allargare i nostri cuori e intensificare i vincoli che ci stringono gli uni agli altri nella carità”.

Natale in diocesi

Il pranzo dell’Epifania della Caritas diocesana

07 Gen 2025

di Angelo Diofano

Come ogni anno la Caritas diocesana ha rinnovato il tradizionale appuntamento dell’Epifania con il pranzo per una sessantina di bisognosi che ha avuto luogo al centro di accoglienza ‘San Cataldo vescovo’. Si è trattato di una iniziativa all’insegna della solidarietà che si aggiunge alle tante altre realizzate nel corso dell’anno, segno tangibile dell’attenzione e dell’amore per i poveri, dove nessuno è lasciato solo.

A porgere il benvenuto agli ospiti, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero – che precedentemente aveva celebrato la santa messa in cattedrale -, il direttore della Caritas diocesana don Nino Borsci, la responsabile del centro Rosanna Putzolu e i volontari, al lavoro già dalla prima mattina per preparare le portate, decorare la sala e curare l’accoglienza e il servizio a tavola.

Questo il menu: aperitivo e antipasto a base di ‘Ginger’, patatine, olive, salumi, formaggio e tarallini, pasta al forno come primo e hamburger di pollo come secondo con contorno di insalata mista, mandarini, panettoni (donati dai supermercati Pascar), bibite e caffè. Il tutto è stato reso possibile grazie alla Coop Alleanza 3.0 (che ha anche consegnato alla Caritas buoni spesa utilizzati l’acquisto di viveri per il pranzo e per tutte le attività natalizie), da sempre vicina alle necessità della Caritas con la consegna settimanali di generi di prima necessità e con l’organizzazione delle raccolte alimentari e di materiale scolastico. Infine a ognuno degli ospiti sono state donate calze della Befana, regalate dalla comunità parrocchiale di Santa Rita (grazie alla sensibilità del parroco mons. Gino Romanazzi), dai volontari della Croce Rossa e dell’associazione ‘Per un quartiere migliore – Paolo VI’.

“In questo giorno in cui Gesù bambino riceve la visita dei Re Magi, abbiamo voluto donare ad ognuno dei nostri assistiti un posto speciale nel nostro cuore, assieme ai più vivi auguri di ‘Buona Epifania!’” – è stato il commento da parte del direttore della Caritas diocesana, don Nino Borsci.

 

Angelus

La domenica del Papa – Dio non si ferma mai

foto Vatican media-Sir
07 Gen 2025

di Fabio Zavattaro

In questa prima domenica del nuovo anno, per la liturgia è la seconda domenica dopo Natale, il quarto Vangelo nel suo prologo ci fa riflettere sul mistero dell’incarnazione, di un Dio sapienza che, dopo aver riempito di sé l’intera creazione, dall’alto dei cieli fino agli abissi della terra – “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”, leggiamo in Giovanni – ha fissato la sua tenda in mezzo al suo popolo, come dice il brano del Siracide.
La nostra speranza, allora, è in un Dio che abbiamo accolto bambino pochi giorni fa e che ha messo radici nella storia del suo popolo: “in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”. Si tratta di una speranza vera, non una “generica religiosità” o un “fatalismo ammantato di fede”, diceva Benedetto XVI all’angelus quindici anni fa, perché “non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti”; e Paolo ricorda, nella seconda lettura, che Dio ci ha scelti “prima della creazione […] predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”, per questo si è fatto carne e è venuto ad abitare in mezzo a noi.

E questo “si è fatto carne” ci dice, afferma papa Francesco all’angelus, che “la luce splende nelle tenebre”, che “è potente l’amore di Dio, che non si lascia vincere da nulla e che, al di là di ostacoli e rifiuti, continua a risplendere e a illuminare il nostro cammino”. Un Dio fattosi uomo che supera muri e divisioni, che non è preoccupato di difendere il potere come i grandi del suo tempo; che, afferma Francesco, “condivide la vita umile di Maria e Giuseppe, che lo accolgono e crescono con amore, ma con le possibilità limitate e i disagi” di chi è povero.

Le letture e il Vangelo di questa domenica mettono in risalto il fatto che abbiamo sempre bisogno di uno spirito di sapienza che ci permetta di saper cogliere quei segni, quei disegni di Dio nascosti nella nostra esistenza. Così Francesco ricorda che di fronte a sfide e contraddizioni “Dio non si ferma mai, trova mille modi per arrivare a tutti e a ciascuno di noi, là dove ci troviamo, senza calcoli e senza condizioni, aprendo anche nelle notti più oscure dell’umanità finestre di luce che il buio non può coprire”. E questo “ci consola e ci dà coraggio” in un tempo non facile come il nostro segnato dal bisogno di luce, di speranza e di pace”. Troppe le aree del mondo ferite dalla guerra, ricorda il Papa dopo la preghiera mariana. Così chiede, come già la notte della vigilia, Natale e il primo gennaio, di pregare per la pace, invitando ogni popolo e Nazione “a avere il coraggio di varcare la Porta e farsi pellegrini di speranza, a far tacere le armi e a superare le divisioni”; chiede ancora di continuare “a pregare per la pace in Ucraina, in Palestina, Israele, Libano, Siria, Myanmar, Sudan. La comunità internazionale agisca con fermezza perché nei conflitti sia rispettato il diritto umanitario. Basta colpire i civili, basta colpire le scuole, gli ospedali, basta colpire i luoghi di lavoro. Non dimentichiamo che la guerra sempre è una sconfitta, sempre”.

Dio non si ferma mai, riprendiamo le parole del vescovo di Roma, anche in quelle situazioni complicare create dagli uomini e dalle quali sembra impossibile uscire. La Parola di Dio “ci dice che non è così. Anzi, ci chiama a imitare il Dio dell’amore, aprendo spiragli di luce dovunque possiamo, con chiunque incontriamo, in ogni contesto: familiare, sociale, internazionale. Ci invita a non aver paura di fare il primo passo”.

Certo ci vuole coraggio per farlo, ma non dobbiamo avere paura, soprattutto in questo anno giubilare da poco iniziato con il motto “Pellegrini di speranza”. La strada che il Papa prospetta in questa domenica ci chiede di spalancare “finestre luminose di vicinanza a chi soffre, di perdono, di compassione, di riconciliazione”. Ecco i passi che dobbiamo fare “per rendere il cammino più chiaro, sicuro e possibile per tutti”; per essere “messaggeri di speranza con semplici ma concreti ‘sì’ alla vita, con scelte che portano vita”.

Francesco

L’augurio di Francesco per l’Epifania: “Tutta l’umanità viva nella pace”

foto Vatican media-Sir
07 Gen 2025

“La stella ci parla del sogno di Dio: che tutta l’umanità, nella ricchezza delle sue differenze, giunga a formare una sola famiglia, e che viva concorde nella prosperità e nella pace”: è l’augurio del papa per l’Epifania, formulato nell’omelia della messa presieduta nella basilica di San Pietro.
La luce della stella, per Francesco, “ci invita a compiere un viaggio interiore che, come scriveva San Giovanni Paolo II, liberi il nostro cuore da tutto ciò che non è carità, per incontrare pienamente il Cristo, confessando la nostra fede in lui e ricevendo l’abbondanza della sua misericordia”. Secondo il pontefice, “camminare insieme è tipico di chi va alla ricerca del senso della vita. E noi, guardando la stella, possiamo rinnovare anche il nostro impegno ad essere uomini e donne ‘della Via’, come venivano definiti i cristiani alle origini della Chiesa, sempre animati da una sana inquietudine, che ci spinga a cercare occasioni nuove per allargare i nostri cuori e intensificare i vincoli che ci stringono gli uni agli altri nella carità”.

Ordinazione diaconale

La storia vocazionale di Antonio Acclavio

ph G. Leva
03 Gen 2025

di Angelo Diofano

“Quando penso alla mia vocazione, mi viene in mente la parabola del seminatore (Mt 13,1-9). Quel seme che cade sulla terra buona, dopo tante vicissitudini, alla fine germoglia, portando frutto. La mia chiamata è stata proprio così: un seme piantato da Dio molto tempo prima, che ha iniziato a germogliare in età adulta”: esordisce così Antonio Acclavio, 39 anni, che sarà ordinato diacono sabato 4 gennaio alle ore 17.30 nella cappella del seminario arcivescovile.

Nel suo caso ce n’è voluto, di tempo, addirittura risalendo alla fine degli anni 90, quando era ministrante alla parrocchia del Rosario di Talsano, allora affidata a don Vittorio Emanuele Marilli, con l’abbandono, come spesso accade, negli anni dell’adolescenza, subito dopo la cresima.

“Prima di entrare in seminario – racconta – ho trascorso tanti anni lavorando nell’ambito della ristorazione. Diversi i bar dove sono stato e proprio in uno di questi, a Taranto2, una cliente, oggi carissima amica, Lorenziana, nel 2010 mi invitò a frequentare la chiesa dello Spirito Santo, di cui era parroco di Martino Mastrovito, partecipando alla santa messa e agli incontri di Azione Cattolica: fu quasi un ritorno a casa”.

“Durante gli orari lavorativi, quando il Signore me ne offriva l’opportunità e senza venir meno ai miei doveri di dipendente, non mancavo di parlare della bellezza della fede ai giovani – racconta – Sulle stesse problematiche mi sono anche confrontato a lungo con due miei colleghi, un musulmano e un evangelico pentecostale, con reciproco arricchimento”.

Nel frattempo la chiamata verso una scelta impegnativa, quella della consacrazione della propria vita a Dio, si faceva sempre più forte, fino al “sì” definitivo. “Questo è avvenuto mentre lavoravo al bar L’Orchidea, un nome che ora mi sembra quasi profetico: un fiore che sboccia dopo un lungo processo di crescita. Così è stata la mia vocazione. Non è stata una decisione facile, ovviamente, in quanto rinunciavo a uno stipendio sicuro e a ulteriori soddisfazioni professionali – riferisce –. Mi rasserenarono i colloqui con il mio parroco di allora, don Danilo Minosa, con don Giovanni Chiloiro e don Davide Errico, già rettori dal seminario diocesano. Tutto ciò fu accettato con gioia dalle mie sorelle e da mio fratello e soprattutto da mia madre, che ha sostenuto appieno il cammino verso il sacerdozio, fino alla scomparsa avvenuta due anni fa (mio padre era deceduto dieci anni prima)”.

“Entrare in seminario – spiega – è stato per me come tornare nel grembo materno: un luogo che mi ha accolto con le mie cicatrici, un’umanità che ha saputo dare sollievo alle mie ferite. Durante questo periodo ho approfondito non solo il senso della chiamata di Dio, ma anche la mia vera identità. Il seminario non è stato semplicemente un luogo di formazione, ma un laboratorio di umanità, dove ho imparato a guardare me stesso e gli altri con occhi nuovi”.

Nel 2019, dopo l’anno propedeutico, l’entrata nel Pontificio seminario regionale pugliese Pio XI di Molfetta, dove Antonio ha potuto approfondire la bellezza della fede, unitamente alla consapevolezza dell’amore infinito di Dio, al di là delle fragilità dei suoi figli e, in particolare, di chi è destinatario della sua chiamata. “Non vi nascondo che diversi sono stati i momenti di prova, superati grazie alla preghiera personale, al sostegno dei miei compagni di cammino e alla guida del mio padre spirituale, don Alessandro Rocchetti, e di tutta l’equipe formativa guidata dal rettore don Gianni Caliandro” –  racconta.

Attualmente Antonio svolge il suo ministro nella sua parrocchia di origine, il Rosario di Talsano, affidato all’amorevole cura del parroco, don Armando Imperato, il quale ha organizzato una serie di incontri di preghiera in vista dell’ordinazione diaconale che, a causa degli esigui spazi della chiesa, si terrà nella cappella del seminario arcivescovile.

“Il fatto che la mia ordinazione avvenga all’inizio dell’Anno giubilare è per me un segno di speranza, in quanto tempo di grazia e un invito a riscoprire la bellezza della misericordia di Dio – conclude -. Il mio desiderio è che ogni persona, attraverso il  ministero che mi verrà affidato, possa incontrare un frammento di quella misericordia. Invito tutti a non aver paura di rispondere alla chiamata di Dio, qualunque essa sia. Nonostante eventuali ferite troppo profonde o un passato troppo ingombrante, il Signore sa trasformare ogni cosa in una storia di salvezza e, fidandosi di Lui, ogni vita può diventare terra buona in cui il seme della Sua Parola può portare frutti abbondanti”.

Diocesi

La marcia della pace a Faggiano

03 Gen 2025

di Angelo Diofano

Anche quest’anno a Faggiano la parrocchia dell’Assunta e l’oratorio San Giuseppe organizzano la marcia della pace dal titolo ‘Todos, todos, todos: siamo fratelli e sorelle’, per i quali da tempo giovani e adulti della comunità sono all’opera per preparare cartelli, disegni e striscioni. L’appuntamento è per venerdì 3 gennaio alle ore 19 in piazza Vittorio Veneto da dove si percorreranno via Vittorio Emanuele, via Mazzini, via Trieste, via Dante, via Schkanderberg, via Alfieri, via Vittorio Emanuele con conclusione in piazza Vittorio Veneto.

“Il tema affidato da papa Francesco per la Giornata mondiale della Pace è ‘Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace’ – il commento del parroco, don Francesco Santoro -. Come viene ricordato nell’Evangelii Gaudium, ‘Il tempo è superiore allo spazio’, pertanto non si tratta di organizzare eventi ma piuttosto fare un percorso di educazione alla pace. Organizzare una marcia è parte di un percorso comunitario per educarsi ad uno stile di pace che nasce nelle nostre famiglie, nella quotidianità, nei rapporti nel paese. Le famiglie sono chiamate a fare questo percorso per educare i più piccoli e molte volte per lasciarsi convertire da loro”.

“Nel percorso parrocchiale ‘La convivialità delle differenze’ – continua – è l’esperienza quotidiana che parte dal Vangelo e dall’incontro con Gesù che crea fratellanza, rapporti nuovi. Tutto ciò anima la parrocchia e l’oratorio San Giuseppe nell’organizzare l’annuale marcia che continua in iniziative durante tutto l’anno. Quando il sogno di pochi si mette insieme diventa impegno quotidiano nel costruire un mondo diverso, nel diventare artigiani di pace, nel vincere le logiche di egoismo e individualismo che regnano nella nostra società. Le immagini, le notizie che arrivano da ogni parte del mondo, il gemellaggio con Betlemme non lasciano indifferente la comunità che si interroga, si forma e agisce in iniziative concrete di pace. La parrocchia e l’oratorio diventano perciò presidio di pace, di riflessione su politiche di disarmo, scuola di non-violenza e l’esempio di figure come don Tonino Bello aiutano la comunità nel difficile percorso della ricerca della pace”.