Libri

Giubileo 2025, Jovanotti: “Ogni viaggio è un pellegrinaggio”

foto Siciliani Gennari-Sir
11 Feb 2025

“Restaurare, catalogare e digitalizzare il fondo di periodici appartenenti al diplomatico ed erudito biellese Cesare Poma (1862-1932), e di presentarne la vita e l’opera mediante una mostra che a partire da quel fondo librario e allargandosi a molti altri conservati nella Biblioteca Vaticana, ha tratto una serie di racconti di viaggio, letterari e concreti, diplomatici e culturali, giornalistici e politici”: è questo l’obiettivo della mostra “En route”, realizzata dalla Biblioteca apostolica vaticana in occasione del Giubileo 2025, e visitabile durante tutto l’anno giubilare. “Questi racconti – ha spiegato mons. Angelo Vincenzo Zani, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, durante la presentazione dell’iniziativa in sala stampa vaticana – sono poi affidati a tre creativi di fama internazionale, profondamente ancorati nella cultura di questo nostro secolo”. Si tratta, in particolare, del cantante Jovanotti, della direttrice artistica delle collezioni donna Dior, Maria Grazia Chiuri, e di Kristjana S. Williams, illustratrice e graphic artist. La mostra è collocata nelle sale della Biblioteca adibite a questo scopo: la Kerkorian Exibition Hall, la Sala Barberini e gli ambienti adiacenti. I visitatori, per questa occasione, potranno ammirare anche i luoghi storici della Biblioteca vaticana, in particolare il Salone Sistino. “Trovare un punto di incontro tra un’istituzione secolare e il tempo in cui viviamo”, lo spirito dell’iniziativa nelle parole di uno dei curatori, don Giacomo Cardinali. La mostra sarà aperta al pubblico dal 15 febbraio al 20 dicembre 2025, secondo modalità e calendario consultabili sul sito: https://enrouteproject.com/. Perno dell’intera esposizione è il recente ritrovamento di un fondo proveniente dall’eredità del diplomatico ed erudito Cesare Poma (1862-1932). Si tratta della collezione Poma.Periodici, una straordinaria raccolta di circa 1.200 giornali, provenienti dalle località e stampati nelle lingue più remote dei cinque continenti. Da questo fondo emergono, oltre alla vicenda biografica e culturale del diplomatico, anche quella di un bizzarro periodico, intitolato appunto “En route!”, che due giornalisti francesi, Lucien Leroy e Henri Papillaud, pubblicarono durante il loro viaggio intorno al mondo tra 1895 e 1897, per finanziare la loro impresa e raccontare i luoghi visitati. A fianco di queste avventure, tutte maschili, sono state poste le storie di alcune donne che, in piena età vittoriana, vincendo gli stereotipi culturali del tempo, partirono sole alla volta del loro particolare giro del mondo: giornalistico, politico, culturale, archeologico o propagandistico.

Ritorno e partenza. “Per me questo è un ritorno alle mie radici, ma anche una nuova partenza. Come si dice, tutte le strade portano a Roma, e quindi anche tutte le strade partono da Roma”. Così il cantante Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha spiegato il suo contributo alla mostra. “Le parole chiave del progetto — viaggio, mappe, esplorazioni, pellegrinaggio, Giubileo, Vaticano — mi hanno colpito profondamente”, ha raccontato ai giornalisti: “Il Vaticano è casa per me: mio padre ha lavorato qui per 55 anni, sono nato a Porta Cavalleggeri, ho vissuto questi luoghi da bambino”. “Quando mi hanno raccontato del progetto, ero in convalescenza dopo un viaggio piuttosto drammatico”, ha proseguito: “Potevo viaggiare solo con la fantasia, quindi ho accolto questa proposta con entusiasmo. Ho cercato di portare il mio contributo alla mostra attraverso un’installazione personale. Ho esposto la mia bicicletta da viaggio, con cui ho girato il mondo, una chitarra decorata da un’artista argentina, una palla da discoteca trasformata in mappamondo e i miei disegni come diario di bordo. Il mio intento non è stato autocelebrativo, ma quello di fare da cavallo di Troia: portare qualcuno che non sarebbe mai entrato in Vaticano a scoprire questo luogo straordinario”. “Il viaggio è esplorazione, scoperta dell’altro, ogni viaggio è un pellegrinaggio”, ha concluso il cantante: “Oggi siamo minacciati dall’illusione dell’opportunità: gli algoritmi ci ripropongono ciò che già conosciamo, mentre il senso del viaggio è l’opposto, è scoprire quello che non siamo e quello che potremmo essere”. Ad una domanda personale sul suo rapporto con la fede, Jovanotti ha risposto: “Preferirei fare uno spogliarello che spogliare l’anima. Rimango nella nuvola di una fede molto debole, molto altalenante, continuamente alla ricerca di segni, di conferme che arrivano e poi sfuggono. E’ un viaggio anche quello”.

La moda è storia. “Studiando la storia della moda si può capire il mondo, la forma dei corpi, l’evoluzione dei pensieri”. Ne è convinta Maria Grazia Chiuri, direttrice artistica delle collezioni donna Dior, che ha spiegato come “la moda è spesso considerata qualcosa di frivolo, mentre è molto più seria di come possa apparire”. All’interno della mostra Maria Grazia Chiuri, in collaborazione con Karishma Swali e gli artigiani della Chanakya School of Craft, tramite una installazione propone una riflessione che, a partire dalle vicende di sei viaggiatrici di fine ‘800, si sviluppa intorno al rapporto tra moda e viaggio, sul potere dell’abito di liberare il corpo, renderlo idoneo al movimento, e un giro del mondo tra carte e cartamodelli. “La moda è in se stessa è un viaggio”, ha spiegato Chiuri: “i suoi momenti costituiscono delle mappe, la prima delle quali è il cartamodello. Tessere è stata la prima attività umana, il telaio è stato il primo computer dell’umanità”. Nella sala espositiva curata dalla direttrice creativa di Dior, campeggia la scritta “Femininity, the trap”, tratta da un articolo scritto nel 1947 da Simone de Beauvoir per Vogue America. Un forte richiamo all’attualità, così come il mix delle canzoni di Jovanotti più significativamente legate al tema del viaggio che accolgono il visitatore all’inizio del percorso espositivo.

Politica italiana

Politica e scelte fiscali

Nonostante tutte le misure effettivamente varate e le dichiarazioni programmatiche dell’esecutivo, la pressione fiscale è aumentata, non diminuita

foto presidenza del Consiglio dei ministri
11 Feb 2025

di Stefano De Martis

Le scelte in materia fiscale sono da sempre uno dei terreni principali della contesa politica. Tra maggioranza di governo e opposizioni, naturalmente, ma anche all’interno della stessa maggioranza. Proprio sul terreno fiscale, infatti, si è aperto nei giorni scorsi un nuovo capitolo delle tensioni nell’esecutivo, con la Lega che non perde occasione per cercare di smarcarsi dalla tendenziale egemonia meloniana. Con FdI, Salvini e i suoi si sentono in competizione diretta, come dimostrano anche i movimenti a livello europeo, in una fase in cui a destra si sgomita per accreditarsi come interlocutori privilegiati del nuovo corso americano.
Stavolta il motivo specifico del contrasto è negli scarsi risultati del concordato preventivo, la misura che avrebbe dovuto portare nuove risorse nelle casse pubbliche soprattutto per poter ampliare la portata della revisione delle aliquote Irpef. Su questa operazione il governo ha puntato molto, con qualche risultato significativo e tuttavia anche con alcune distorsioni rilevanti: nel nuovo assetto degli scaglioni non tutti guadagnano e, anzi, c’è chi perde o comunque non ottiene benefici. Un problema che riguarda soprattutto il ceto medio, ma pure una particolare fascia dei meno abbienti. Intanto però la Lega rilancia e propone una nuova rottamazione delle cartelle in versione maxi. Del resto molti osservatori attribuiscono il flop del concordato preventivo al fatto che chi non ha pagato le tasse non corre il rischio di emergere se non ne ricava un vantaggio chiaro e sostanzioso. La forma “gentile” di condono rappresentata dal concordato, in questa chiave, non avrebbe avuto un’attrattiva sufficiente.
Il grande paradosso, però, è un altro. Nonostante tutte le misure effettivamente varate, in particolare il taglio del “cuneo”, e le dichiarazioni programmatiche dell’esecutivo, la pressione fiscale è aumentata, non diminuita. Lo ha certificato l’Istat nell’ultimo Conto trimestrale delle amministrazioni pubbliche, relativo al terzo trimestre del 2024 e diffuso all’inizio di quest’anno (il prossimo arriverà ad aprile). La pressione fiscale è salita di quasi un punto (+0,8%) rispetto allo stesso periodo del 2023, attestandosi sul 40,5%. Un’autentica beffa dovuta in larga misura al fiscal drag, letteralmente “drenaggio fiscale”, il fenomeno che si manifesta in tempi di inflazione quando le tasse crescono più dei redditi in maniera automatica. Detto in altre parole, i redditi crescono nominalmente a causa dell’inflazione e la tassazione aumenta come se si trattasse di una crescita reale, ma non è così. Manco a dirlo, questo effetto colpisce soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati e in particolare quelli a basso reddito, mentre ne sono esenti coloro che già godono dei benefici di una tassazione piatta, la cosiddetta flat tax.
Senza tornare a forme di indicizzazione già sperimentate negli anni Settanta e Ottanta (la famosa “scala mobile”) che però finivano per innescare e moltiplicare le dinamiche inflazionistiche, ci sarebbero oggi gli strumenti tecnici per restituire ai lavoratori quanto impropriamente “drenato” sul piano fiscale. Ma è un problema di volontà politica e ancor di più di risorse da reperire, mentre quello che abbiamo davanti è “uno scenario decisamente sfavorevole”, per dirla con il ministro dell’Economia Giorgetti.

Diocesi

Il card. Marcello Semeraro a Taranto per l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Scienze religiose

foto G. Leva
11 Feb 2025

di Giada Di Reda

Riflessione, cultura, musica e preghiera hanno caratterizzato l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di scienze religiose, momento fondamentale per l’impegno accademico-pastorale in cui è coinvolta, da sempre, tutta la metropolìa: erano presenti docenti, studenti, insegnanti di religione, operatori pastorali e rappresentanti delle tre diocesi.
Ad introdurre l’incontro, il direttore dell’istituto, don Francesco Nigro, che ha rivolto i saluti all’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, ai vescovi di Castellaneta e Oria, mons. Sabino Iannuzzi e mons. Vincenzo Pisanello, ai vescovi emeriti Filippo Santoro e Salvatore Ligorio, al preside della facoltà teologica pugliese Vito Mignozzi, nonché a tutti i docenti e gli studenti.
La cerimonia è proseguita con la preghiera iniziale e le letture introduttive tratte dalla Lettera di San Paolo apostolo ai Romani, e dalla bolla di indizione del Giubileo del 2025 di papa Francesco, Spes non confundit, intervallate dalle suggestive musiche dell’Orchestra della Magna Grecia, che hanno contribuito a rendere l’atmosfera ancora più suggestiva.

Momento centrale della serata la prolusione del cardinal Marcello Semeraro sul tema ‘Il giubileo e la Speranza: aspetti teologici e risvolti ecclesiali’, caratterizzata da innumerevoli riferimenti di carattere teologico, biblico e filosofico, con le interpretazioni di autori antichi e moderni, mettendo al contempo in luce l’urgenza della speranza in quello che è il tempo che stiamo vivendo.
Una speranza da intendere come slancio, attesa, dimensione essenziale per il cristiano, ha evidenziato il cardinale: “alla luce di ciò, è pure da comprendere il senso dell’attesa proprio di chi spera. Anche l’attesa, difatti, è un atteggiamento fondamentale della speranza cristiana. È ancora san Paolo, difatti, a parlare di «attesa della beata speranza» (cf. Tit 2,13). Ci sarà utile, in proposito, riprendere l’avvertimento dell’indimenticato prof. Antonio Pitta, biblista recentemente e immaturamente scomparso che tanto ha illustrato le nostre Chiese di Puglia. In quella che è praticamente l’ultima sua opera pubblicata, egli ha sottolineato l’originalità dell’uso paolino del verbo «aspettare» (prosdéchomai), dove l’attenzione è portata sulla persona che attende, descritta come uno che è in tensione, è proteso. La speranza, dunque, è slancio e questo contrasta con il nostro uso comune del verbo attendere che, contrariamente alla sua etimologia, ha ormai il senso prevalente dell’«aspettare» passivamente, sicché noi parliamo, ad esempio di «sala d’attesa».

Il richiamo, inoltre, alla speranza cristiana, che si distingue da quella umana in virtù del suo fondamento: essa si poggia su Dio e sulla sua promessa, non sull’uomo e le sue illusioni. Il rimando simbolico è l’àncora che rappresenta la certezza delle promesse di Dio, di cui ha parlato papa Francesco (udienza 26 aprile 2017). “La simbologia dell’àncora – ha spiegato il cardinale – nasce nel contesto di culture vitalmente legate alla navigazione e al mare: poiché ha funzione di tenere ferma la nave sia nel porto, sia in mare aperto ecco che l’ancora diviene un simbolo di salvezza, di speranza. È, però, nel quadro cristiano che la figura dell’àncora ha un ulteriore sviluppo. La si trova, infatti, nella Lettera agli Ebrei dove si legge che nella speranza noi «abbiamo come un’àncora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi, divenuto sommo sacerdote per sempre secondo l’ordine di Melchisedek» (6,19-20). Ecco, allora, che san Tommaso d’Aquino sottolineerà la radicale differenza tra l’àncora marina e quella cristiana: «C’è differenza tra l’àncora e la speranza, perché l’àncora è gettata in fondo al mare, mentre la speranza è posta in cima, cioè in Dio. Infatti, nulla in questa vita presente è stabile, dove l’anima possa essere stabile e trovare riposo»”.
Il cardinale ha ricordato Pier Giorgio Frassati, quale esempio di speranza cristiana vissuta nel concreto: una vita dedicata ai poveri e agli emarginati, in azione e al servizio. Una speranza che può ritornare ad essere giovane e per i giovani.

A chiudere i lavori, l’intervento dell’arcivescovo, mons. Ciro Miniero, che si è soffermato sul valore dell’impegno accademico-pastorale, sulla formazione dei laici e sull’importanza di questi aspetti per la costruzione e il rafforzamento di una fede concreta e consapevolmente radicata nel tempo, per donare concretezza al cammino sinodale della Chiesa.
Mons. Miniero ha , infine, augurato un buon nuovo anno accademico con l’auspicio di un rinnovato e continuo impegno da parte di tutti i coinvolti.
La riflessione sul Giubileo è stata in questa occasione, una feconda occasione di unione tra fede e cultura, oltre che un impegno all’azione concreta, per rendere la speranza sì una virtù teologale, ma anche una prassi da attuare.

 

Il servizio fotografico è a cura di G. Leva

 

Eventi formativi

Al Sacro Cuore di Statte, il prof. Fabio Mancini sulla ‘Dilexit Nos’

11 Feb 2025

di Lucia Lanza *

Recentemente la parrocchia del Sacro Cuore di Statte ha ospitato un incontro di grande rilevanza spirituale e culturale sulla enciclica di papa Francesco ‘Dilexit Nos’ sull’amore umano e divino del Cuore di Gesù. Nonostante il freddo e la pioggia battente, l’evento ha visto la partecipazione di numerosi fedeli, curiosi e desiderosi di conoscere tale documento mediante l’intervento del prof. Fabio Mancini, pedagogista e docente all’istituto superiore di scienze religiose ‘Giovanni Paolo II’.

Il prof. Mancini ha sapientemente guidato i partecipanti attraverso un viaggio di riflessione e di formazione, partendo da tre premesse fondamentali. Per prima cosa ha evidenziato la differenza sostanziale con l’enciclica ‘Deus Caritas est’di Benedetto XVI in cui si passa dalla definizione teologica di Dio (Dio è amore e l’amore esprime la relazione trinitaria) a quella antropologica (l’uomo è chiamato ad amare il prossimo). Nella ‘Dilexit Nos’, invece, papa Francesco parte dall’esperienza umana per poi far rifermento all’incarnazione di Gesù Cristo. La seconda premessa riguarda il linguaggio utilizzato, molto più accessibile, e i riferimenti alla letteratura e alla filosofia, oltre che alla teologia. Il Santo Padre, infatti, cita Omero, Dante Alighieri, Platone, Romano Guardini.  Infine la terza, strettamente collegata alla seconda, mette in evidenza l’uso di analogie e similitudini quotidiane: il linguaggio della memoria, ricco di ricordi e di vita vissuta.

Il prof. Mancini ha poi analizzato la struttura del documento, il quale si compone di cinque parti: l’importanza del cuore; gesti e parole del cuore; il cuore che ha tanto amato; l’amore che dà da bere; amore per amore.

La prima  parte prende in considerazione il significato della locuzione latina ‘Dilexit nos ‘che significa letteralmente ‘Ci ha amato” (Rm 8, 37) e rappresenta pienamente il nucleo centrale a cui si ispira l’enciclica: la riflessione sulla relazione tra l’amore umano e divino. Papa Francesco fa poi riferimento alla parola “cuore”, mettendone in luce l’excursus esegetico-filosofico e i significati assunti nella tradizione greca (kardìa) ed ebraica (lev). Inoltre, parla del bisogno di “ritornare al cuore”, poiché oggi appare assente e messo continuamente in difficoltà dalla liquidità dei costumi e dei valori: «Occorre affermare che abbiamo un cuore, che il nostro cuore coesiste con gli altri cuori che lo aiutano ad essere un “tu”» (n.12) ma anche a riconoscere la presenza dell’altro nella nostra vita.

La seconda parte afferma l’importanza del riconoscere il linguaggio dell’amore di Cristo fatto di gesti e parole, solo così è possibile amare come Egli ha fatto e fa tutt’ora. I gesti sono racchiusi nel verbo “venire”, che allude all’incontro e nello sguardo che non è solo fisico ma soprattutto spirituale e che indica l’attenzione e la cura di Gesù verso il dolore di chi incontra lungo il suo cammino. Poi ci sono le sue parole, parole di vita, espressione di compassione, commozione, sofferenza, gioia; anche la croce è espressione dell’amore oblativo di Cristo per l’uomo: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me: questa era la sua più grande convinzione: sapere di essere amato» (n.45).

La terza parte si sofferma, invece, sulla devozione al Sacro Cuore di Gesù e al suo mistero, tema fortemente sentito dalla comunità parrocchiale del Sacro Cuore. Qui il Pontefice afferma che la devozione non è orientata all’organo in sé, ma alla persona di Gesù Cristo, cioè all’amore umano e divino. Si tratta di un’immagine che pone ogni essere umano in comunione con la totalità di Cristo, con Dio, e che presuppone una devozione autentica. Papa Francesco mette in guardia dal sentimentalismo, da un amore vuoto e indifferente che renderebbe l’uomo semplice amministratore della fede invece che testimone di speranza.

L’amore genera dinamismo. Come Cristo ha aperto la strada della consolazione sulla croce, così l’uomo è chiamato ad essere testimone di consolazione. È nella compunzione del cuore che troviamo la consolazione e veniamo consolati. È quanto affermato nella quarta parte, la quale attinge dalle Sacre Scritture la simbologia legata all’acqua viva che disseta.

L’amore genera amore, converte l’uomo e lo spinge a non peccare. Si tratta di un amore autentico, così potente da rendere straordinaria la vita di ogni persona. L’uomo è chiamato a vivere la vocazione alla vita con amore, per amore e nell’amore, consapevoli del fatto che è importante «Percepire nel nostro cuore la presenza di Qualcuno che è al di fuori di noi. Nella consapevolezza di quell’incontro inizia a vivere il nostro cuore». Si conclude così la quinta parte dell’enciclica.

Un caloroso ringraziamento è stato espresso dai partecipanti al prof. Mancini, le sue parole hanno profondamente arricchito il cuore di ognuno e hanno offerto spunti di riflessione preziosi per la nostra comunità, coinvolgendo con la sua competenza e la sua passione, rendendo l’incontro un momento di crescita spirituale e approfondimento teologico e permettendo a tutti di avvicinarsi con maggiore consapevolezza all’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo.

 

* parrocchia Sacro Cuore di Statte

 

Diritti negati

“No alla deportazione dei palestinesi”: l’indignazione della Don Bosco 2000 per le parole di Trump

11 Feb 2025

L’associazione Don Bosco 2000 esprime la propria indignazione per le parole di Donald Trump sulla Striscia di Gaza, che evocano scenari di deportazione e reinsediamento forzato, lesivi della dignità e dei diritti fondamentali del popolo palestinese. Un’idea discriminatoria e inaccettabile, che non solo ignora la sofferenza di milioni di civili, ma mina ogni prospettiva di pace giusta e duratura.

Come associazione ispirata ai valori evangelici e alla costruzione del dialogo, rigettiamo ogni proposta che perpetui l’ingiustizia e alimenti il conflitto. La nostra visione è quella della pace attraverso la giustizia, nel solco di Giorgio La Pira, che già decenni fa sosteneva la necessità di due popoli e due Stati, nel rispetto reciproco e nella convivenza pacifica.

Per questo appoggiamo l’approccio del ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che ribadisce l’impegno dell’Italia nel sostenere le vittime innocenti e nella ricerca di una soluzione diplomatica basata sulla coesistenza tra israeliani e palestinesi. La pace non si costruisce con esili forzati o piani imposti dall’alto, ma con il riconoscimento dei diritti, della dignità e della storia di entrambi i popoli.

Messaggio del Santo padre

Francesco: “La malattia diventa l’occasione di un incontro che ci cambia”

Il messaggio del Papa per la XXXIII Giornata mondiale del malato che si celebra martedì 11 febbraio

foto Vatican media-Sir
11 Feb 2025

“La speranza non delude e ci rende forti nella tribolazione”: con queste parole, tratte dalla Lettera ai Romani, papa Francesco apre il Messaggio per la XXXIII Giornata mondiale del malato, che si celebra oggi, martedì 11 febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes.
Francesco invita a riflettere su tre aspetti della presenza di Dio accanto a chi soffre: l’incontro, il dono e la condivisione. Sul tema dell’incontro, il papa ricorda che “la malattia diventa l’occasione di un incontro che ci cambia, la scoperta di una roccia incrollabile a cui scopriamo di poterci ancorare per affrontare le tempeste della vita. Egli non ci abbandona e spesso ci sorprende col dono di una tenacia che non avremmo mai pensato di avere”. Sul dono, Francesco sottolinea: “Ogni speranza viene dal Signore, e quindi è prima di tutto un dono da accogliere e da coltivare, rimanendo ‘fedeli alla fedeltà di Dio’”. Infine, sulla condivisione, afferma: “I luoghi in cui si soffre sono spesso luoghi di condivisione, in cui ci si arricchisce a vicenda. Quante volte, al capezzale di un malato, si impara a sperare! Quante volte, stando vicino a chi soffre, si impara a credere!”. Francesco invita tutti a scoprire che la speranza nel Signore trasforma il dolore in un cammino di salvezza, illuminato dalla presenza di Dio: “Ci si rende conto di essere ‘angeli’ di speranza, messaggeri di Dio, gli uni per gli altri”.

 

Dipartita

Il cordoglio per la scomparsa della mamma di mons. Angelo Raffaele Panzetta

11 Feb 2025

Il direttore mons. Emanuele Ferro, il presidente del consiglio di amministrazione mons. Gino Romanazzi e la redazione di Nuovo Dialogo partecipano al grave lutto che ha colpito mons. Angelo Raffaele Panzetta, arcivescovo coadiutore della diocesi di Lecce, per la perdita dell’adorata mamma, la signora Maria Teresa Gioia.

I funerali si svolgeranno mercoledì 12 alle ore 16 a Pulsano nella chiesa di Santa Maria La Nova.

Diseguaglianze uomo-donna

Donne nella scienza, Operation Smile: per promuoverne il ruolo strategico, il programma ‘Women in Medicine’

foto Operation Smile
10 Feb 2025

di Gigliola Alfaro

Dal 1982, Operation Smile ha curato più di 415mila persone e ambisce, entro il 2032, a raggiungere 1 milione di pazienti nei Paesi a basso e medio reddito. Per raggiungere questo ambizioso obiettivo e per creare un impatto duraturo nel tempo a sostegno dei sistemi sanitari mondiali, è indispensabile coinvolgere ed includere le donne, aumentando la formazione medica, accademica, la ricerca e le opportunità lavorative e di leadership.
Nel mondo le donne rappresentano il 70% del personale medico sanitario, ma ricoprono soltanto il 25% dei ruoli di leadership: uno squilibrio che ha un impatto negativo sui sistemi sanitari. In occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza (11 febbraio), la Fondazione Operation Smile Italia ets – impegnata nel fornire cure e assistenza sanitaria alle persone con malformazioni del volto nei Paesi a basso e medio reddito – intende ribadire il ruolo strategico delle donne in campo medico, un ruolo che l’organizzazione promuove attraverso il programma “Women in Medicine” (Wim), che ha come scopo quello di formare le professioniste dei Paesi a basso e medio reddito in specialità mediche avanzate e di rafforzare la loro leadership.
Il programma ‘Women in Medicine’ è stato lanciato per la prima volta nel 2020 a Oujda, nel nord-est del Marocco ed ha visto in quell’occasione la partecipazione di 95 professioniste del settore medico-sanitario e volontarie di Operation Smile provenienti da 23 Paesi, ognuna con competenze specialistiche diverse. L’iniziativa è stata poi replicata con successo anche in Perù, Malawi, Filippine, Egitto e continuerà nel 2025 con 4 iniziative di formazione chirurgica. Sempre nell’ambito del programma WIM, Operation Smile ha partecipato ad attività come la Women Deliver Conference in Ruanda e i lavori della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne.
Nel mondo 5 miliardi di persone non hanno accesso alle cure chirurgiche e si stima servirebbero circa altri 2,2 milioni di chirurghi, anestesisti e ostetrici per soddisfare la domanda globale. “Per colmare questo gap, il ruolo delle donne è cruciale – sottolinea Marcella Bianco, direttore generale della Fondazione Operation Smile Italia ets – e in Operation Smile siamo consapevoli che l’health equity è strettamente legata alla gender equity. E per riuscire ad ottenere piena ed equa partecipazione delle donne in ambito sanitario è necessario rimuovere gli ostacoli socioculturali che frenano il loro accesso in medicina. Il limitato numero di modelli e leader femminili, nonché di opportunità lavorative, di mentorship e le pressioni sociali rappresentano un ostacolo alla partecipazione e all’avanzamento di carriera. Il nostro obiettivo è incoraggiarle e supportarle concretamente nel superare queste barriere”.
La Fondazione Operation Smile Italia ets non solo raccoglie fondi a sostegno di queste iniziative, ma mette anche a disposizione il Centro di cura di Milano, unico hub di formazione di Operation Smile in Europa. Proprio a gennaio il Centro ha ospitato un team multidisciplinare al femminile di 3 specialiste provenienti dall’Honduras.

 

Salute

Autismo e inquinamento: un nuovo studio conferma che c’è una relazione

10 Feb 2025

di Silvano Trevisani

C’è una relazione tra inquinamento e autismo? Alla domanda, che circola da anni negli ambienti sanitari e sociali della città, alla luce dei dati allarmanti che confermano un preoccupante aumento della patologia nel nostro territorio, è stata data una risposta sostanzialmente positiva dal convegno “Autismo e ambiente: correlazioni e buone prassi”. La relazione tra inquinamento è patologia c’è. Promosso dalla rete di “BES-T Community in Best Practice”, il convengo si è svolto sabato scorso a Palazzo di città. Si tratta di un progetto selezionato da “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, coordinato dal partner Centro Servizi per il Volontariato della provincia di Taranto, nell’ambito dell’intervento Community e Capacity Building. L’iniziativa è patrocinata dall’Ordine dei Medici di Taranto, in collaborazione di Isde Medici e Ambiente sezione di Massafra.

I risultati, pubblicati nel luglio del 2024 sulla rivista “Nature” e illustrati per la prima volta a Taranto nel corso del convegno, infatti, hanno evidenziato l’insistenza a Taranto e Statte, la cosiddetta Area Sin, di una casistica che presenta il 50% in più di casi di disturbo autistico (Asd) rispetto al resto della provincia ionica e a quella di Lecce. Ne hanno parlato autorevoli rappresentanti esperti della materia, tra i quali, in collegamento da remoto, il dottor Roberto Lucchini, professore ordinario di Medicina del Lavoro all’Università di Modena e alla Florida International University. Che è coordinatore dello studio Iseia (Impatto sulla salute dell’esposizione a inquinanti ambientali) che, portato avanti in collaborazione con il Dipartimento di Prevenzione dell’Asl di Taranto, aveva già evidenziato l’associazione tra la vicinanza residenziale urbana alle strutture industriali che emettono inquinanti atmosferici e una maggiore prevalenza di Asd.

Il convegno, moderato da Paola Casella, è stato introdotto da Lucia Lazzaro, responsabile del progetto “BES-T Community in Best Practice”, e da Caterina Buonomo, presidente della Cooperativa sociale Logos, soggetto responsabile di progetto.

Dopo i numerosi interventi istituzionali previsti dal programma, è toccato alla pediatra Annamaria Moschetti, presidente della commissione Ambiente dell’Ordine dei Medici di Taranto e responsabile dell’Associazione Culturale Pediatri di Puglia e Basilicata per le malattie dei bambini legate all’inquinamento, illustrare i risultati della ricerca che sostanzialmente conferma quanto già emerso in un precedente studio, condotto a partire dal 2020, confrontando il numero di bambini e di ragazzi nella fascia 6-18 anni con diagnosi acclarata e sostegno a scuola.

La ricerca, ha detto la dottoressa Moschetti, fornisce una conferma al dato già noto secondo il quale il rischio di avere un bambino con disturbo del neurosviluppo nel sito di interesse nazionale di Taranto e Statte è maggiore. Tale relazione è stata confermata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità. “Di conseguenza si impongono azioni di natura politica che eliminino l’immissione in ambiente di sostanze ad azione neurotossica”.

A entrare nel merito dei dati scientifici dell’ultima ricerca è stato il professor Lucchini, ha dichiarato: “Siamo stati in grado di testare che concentrazioni più elevate di piombo nel sangue e arsenico nelle urine e la loro interazione aumentano il rischio di problemi neurocomportamentali”.

Nel periodo di studio dell’ultima ricerca pubblicata nel luglio scorso, ed elaborata da un team di medici ed esperti, tra i quali la dottoressa Moschetti, infatti, sono stati identificati nella provincia di Taranto 344 bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 18 anni con Asd in una popolazione totale di 70.325 bambini della stessa fascia di età. Insomma, secondo quanto è emerso, l’esposizione ai metalli e la distanza dalle emissioni industriali sono state associate senza ombra di dubbio a impatti cognitivi negativi in questi bambini, a cominciare dal piombo.

Nel dibattito sono intervenuti: la dottoressa Anna Cristina Dellarosa, direttore della Npia (Neuropsichiatria Infantile e dell’Adolescenza) e del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl Taranto; il presidente dell’Associazione “Autisticamente” Damiano Cecere; e la dirigente del Dipartimento Welfare della Regione Puglia Valentina Romano.

Insomma: non c’è dubbio che le sostanze immesse nell’ambiente interferiscono con lo sviluppo neurologico. Oltre a creare tutta una serie di conseguenza drammatiche sulla salute di cittadini e lavoratori. Ricordiamo soltanto che era già stata riscontrata, nei precedenti studi una riduzione del quoziente di intelligenza (QI) di circa 15 punti nei bambini e negli adolescenti che vivono più vicini all’area industriale. Per questo è urgente assumere tutte le iniziative necessarie per combattere l’inquinamento, che nel 2022 portò le Nazioni Unite a inserire Taranto tra le cosiddette “sacrifice zones” (zone di sacrificio).

Giubileo2025

Erri De Luca: “L’asfissia del presente si squarcia con progetti, visioni, utopie”

ph Siciliani Gennari-Sir
10 Feb 2025

di Gigliola Alfaro

‘Spes non confundit’, la speranza non delude (Rm 5,5). Lo scrive papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo 2025, richiamando le parole dell’apostolo Paolo alla comunità cristiana di Roma ed evidenziando che “la speranza è anche il messaggio centrale” del Giubileo, da poco cominciato. “L’imprevedibilità del futuro”, osserva il pontefice ancora nella bolla di indizione del Giubileo, “fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità”.
Abbiamo chiesto allo scrittore Erri De Luca cosa pensa della speranza e le sue aspettative per il Giubileo 2025.

foto Ansa-Sir

Da poco è iniziato il Giubileo della speranza, un evento di fede, che ripropone però anche temi molto importanti dal punto di vista sociale e civile. Per lei cos’è la speranza?

Mi sono fatto un’idea negativa della speranza, induce ad aspettare qualche aiuto, un colpo di fortuna, una salvezza dall’esterno. Perciò, la considero passiva e improbabile come l’aspettativa di una vincita al lotto.

Di quale speranza abbiamo bisogno oggi?

Oggi manca e dunque serve il sentimento di appartenenza a una comunità di cittadini. Ci si sente isolati postulanti di una fila davanti allo sportello. Ma ogni volta che quella fila di dispersi riunisce le fibre, si organizza per far valere i propri diritti ecco che rinasce la cittadinanza.

La speranza come si traduce in impegno concreto?

L’impegno è più una necessità che una scelta. Non ci si sveglia al mattino e ci si chiede in cosa impegnarsi. Si è spinti dalle circostanze intorno a dare una risposta, perché ogni avversità, difficoltà, paura è una domanda. Conta nella risposta una disposizione cordiale, un buon sorriso di partenza.

In una società individualista come la nostra, in cui le notizie negative sono tante, dalle guerre ai disastri ambientali, passando per la povertà, chi sono, secondo lei, le persone che più soffrono per la mancanza di speranza di futuro?

Non sono i vecchi a soffrire di mancanza di futuro, sono le nuove generazioni alle prese con una massiccia negazione degli sconvolgimenti climatici. L’accumulo di ritardi e indifferenze da parte dei governi intossica la loro aria e i loro orizzonti.

Come si colma questo deficit di speranza?

L’asfissia del presente si squarcia con i progetti, con le visioni, con le utopie, che significa luoghi che non ci sono ancora. Le società si rinnovano con gli esploratori di soluzioni, con i laboratori, con gli istituti d’arte.

Lo scrittore Erri De Luca a Napoli dove con il cardinale Mimmo Battaglia ha inaugurato Casa Bartimeo, un polo della carità nel cuore di Napoli costruito dalla diocesi insieme ad associazioni di cittadini – ph Ansa-Ciro Fusco

Lunedì 20 gennaio a Napoli il card. Battaglia ha inaugurato ‘Casa Bartimeo’, prima opera segno per il Giubileo in diocesi. In quell’occasione lei ha tenuto una lectio su ‘Giubileo. Libertà, restituzione e riscatto’. Può esistere speranza senza libertà, restituzione e riscatto? E quanto siamo lontani oggi da una vera libertà e da concetti come restituzione e riscatto?

Il Giubileo è una norma scritta nel libro Levitico. Impone il riposo della terra, la libertà per chi ne è privo, la reintegrazione dei beni perduti. È una generale remissione dei debiti. Il Giubileo cristiano è un pellegrinaggio chiesto ai fedeli, un’assemblea lunga un anno. Lo vedo come un tempo di raccoglimento più che di risarcimento del danno provocato alla vita del pianeta.

foto Ansa-Sir

Da un punto di vista laico, ha delle aspettative per l’Anno santo 2025 e quali temi vorrebbe che emergessero durante questo Giubileo?

Alla mia età le aspettative sono ravvicinate. La grande capacità di accoglienza di pellegrini, come quella di profughi della guerra in Ucraina, dimostra che esiste da noi lo spazio materiale e fraterno. Quando si sente dire che non possiamo accoglierli tutti, sappiamo invece che l’abbiamo già fatto.

Città

La proposta del mondo culturale per fare di Taranto un laboratorio dinamico

10 Feb 2025

di Silvano Trevisani

Taranto ha un grande patrimonio culturale, e questo è chiaro a tutti. In cosa consista questo patrimonio, in quali condizioni versa e cosa “farne” è certamente meno chiaro. Sebbene le enormi devastazioni portate dal tempo, dall’incuria e dalle industrializzazioni ne abbiano distrutto gran parte, quello che resta e che ci è stato consegnato è ancora importante. Molta parte è nascosta nel sottosuolo, poiché è l’archeologia la prima fonte di ricchezza e conoscenza, per una città che ha tremila anni di storia. Altre parti importanti sono rappresentate dai monumenti di varia età, dalle chiese, dalla città vecchia, ma anche dal paesaggio. Urbano e non solo. Per fare il punto sulla situazione, con l’obiettivo di Costruire Sistema tra le istituzioni e gli operatori culturali e dare un contributo al realizzando Pug, con l’aiuto di uomini di scienza e operatori culturali, si è svolto, nella biblioteca Acclavio, il convegno “Valorizzazione del patrimonio artistico, archeologico e architettonico a Taranto”. A organizzarlo e coordinarlo è stato Gianni Liviano che in precedenza aveva organizzato un convegno sul Parco del Mar Piccolo, conclusosi con la sottoscrizione di un documento rivolto a decisori e amministratori. Intenzione replicata, come vedremo, anche in questo caso. I numerosi convegnisti intervenuti si sono divisi in quattro gruppi di lavoro, che si sono occupati dei vari periodi storici: “Periodo greco-romano”; “Dalla caduta dell’Impero romano fino ai Borboni”; “Dall’Unità d’Italia fino al fascismo”; “La città moderna”. I gruppi sono stati coordinati dagli operatori culturali Pino Loconte, Fabrizio Iurlano, Nello De Gregorio, Antonio Greco e Rino Montalbano che, al termine dei lavori, hanno condiviso la sintesi del lavoro fatto con l’assemblea.

Da tutti i gruppi sono venite fuori indicazioni e analisi che poi hanno trovato piena adesione negli interventi degli autorevoli rappresentanti delle istituzioni scientifiche o preposte alla gestione del patrimonio. A cominciare dalla soprintendente Francesca Paolillo, che ha espresso condivisione e disponibilità a collaborare, anche per individuare le risorse necessarie. L’archeologo Francesco D’Andria, facendo riferimenti a quanto avvenuto nella vicina Lecce, ha auspicato una politica culturale per la città, che parta dalla consapevolezza che Taranto era la “metropoli” dell’antichità. Giorgio Rocco, direttore del Centro di studi per la storia dell’architettura, ha posto in risalto il valore del patrimonio storico architettonico, suddiviso in vari filoni tutti ugualmente importanti. L’ammiraglio Francesco Ricci, egli stesso esempio vivente di come si possa coniugare una funzione pubblica con la promozione di una completa valorizzazione delle risorse, ha fatto il punto sui lavori del Castello, completati al 70%. Sottolineando che esso ha avuto finora 1.435.000 visitatori. I giovani studiosi, Gianluca Caputo (archeologo medioevale) e Roberta Genualdo (storica dell’arte) hanno brevemente parlato della loro ricerca: “Incontri bizantini, musulmani ed ebrei nell’area appulo-lucana”, mentre Giovanni Guarino ha rappresentato una sintesi del suo lavoro: “Vico Ospizio”. Ha chiuso l’incontro Rino Montalbano, professore di pianificazione strategica Politecnico di Bari, che ha fatto il punto sulle indicazioni ricavandone una sintesi e sottolineando con forza la necessità di un coinvolgimento della scuola e soprattutto dell’università, che deve operativamente collaborare alle scelte e indirizzare la politica per il futuro.

Dal convegno è scaturita una “Proposta per la valorizzazione del patrimonio culturale e identitario di Taranto”. Si tratta di un documento articolato e condiviso che sarà proposto alla città e alle istituzioni con l’obiettivo si delineare un percorso di intervento strutturato che favorisca il recupero, la promozione e lo sviluppo del patrimonio culturale tarantino attraverso una serie di azioni sinergiche. Per quanto riguarda la “Strategia di Governance e Monitoraggio”, si propone la creazione di un tavolo permanente di progettazione e monitoraggio, con il coinvolgimento della soprintendenza e degli enti culturali locali, per coordinare e supervisionare le azioni di valorizzazione del territorio. Si suggerisce l’istituzione di un tavolo tecnico ministeriale con la partecipazione delle Forze Armate, del Demanio e delle amministrazioni locali, per affrontare le questioni legate al recupero di immobili strategici e alla riqualificazione delle aree di interesse storico e culturale. Tra gli altri punti si chiede “sostegno a indagini e ricerche”; “percorsi universitari incentrati sullo sviluppo”; una riscrittura delle sue narrazioni storiche e future, con l’obiettivo di valorizzare le radici locali in chiave innovativa e contemporanea. Molti altri sono i punti oggetto della proposta che si pone “l’obiettivo di trasformare Taranto in un laboratorio culturale dinamico, capace di valorizzare il proprio patrimonio storico e identitario attraverso strategie integrate di governance, ricerca, formazione e imprenditorialità culturale. La collaborazione tra istituzioni, associazioni e cittadini sarà la chiave per rendere questo progetto una realtà concreta e duratura”.

Tracce

Sabbie rosse, di sangue

10 Feb 2025

di Emanuele Carrieri

Adesso che una fragilissima tregua è stata raggiunta, che cosa fare con Gaza? Le fantasie abbondano. Quella di Hamas, senza dubbio, è di ricominciare tutto da capo e di andare avanti come se nulla fosse successo. Lo provano le diverse sceneggiate che stanno accompagnando il rilascio degli ultimi superstiti della mattanza del 7 ottobre. Uno show insieme irreale e sadico, con quelle povere ragazze costrette a sorridere davanti alle telecamere, dopo quasi cinquecento giorni passati in balìa di rapitori, capaci di congedarle con un piccolo souvenir, ricordo della prigionia. Sul versante opposto, metà governo Netanyahu preme perché la Striscia torni allo status di colonia di Israele. Proprio come era prima del ritiro nel 2005 dei militari e dei coloni israeliani e del breve periodo in cui è stata sotto il governo della Autorità nazionale palestinese, scacciata da Hamas nel 2007. Fra questi due opposti, si colloca l’idea di Trump di ‘ripulire’ la scena, ricollocando altrove i circa due milioni di abitanti di Gaza. E ciò per permettere di ricostruire quel corridoio lungo quaranta chilometri e largo poco più di dieci ridotto, ormai, a una infinita distesa di rovine. Si tratta di una idea irrealizzabile e su cui la promessa di ‘mettere fine alle guerre’ è destinata a fallire. Nessuno è o sarà disposto a prendersi quei disperati, inclusi i favoreggiatori di Hamas e di altre formazioni terroristiche palestinesi. Non è e non sarà così folle dal farlo la Giordania di Abdullah, che ha già escluso qualsiasi disponibilità in tal senso. Idem, l’Egitto di Al Sisi. Entrambi i Paesi verrebbero destabilizzati da un esodo che, oltre a portare un pericolo umanitario e sociale, li esporrebbe al rischio di un contagio fondamentalista. Lo stesso a cui è sfuggito, dodici anni fa, l’Egitto, a un soffio dal cadere nelle mani del fondamentalismo sotto la presidenza del leader dei Fratelli Musulmani, Morsi, deposto da un golpe militare guidato dal suo attuale successore Al Sisi, il quale mai accetterebbe di aprire le frontiere a degli alleati dell’Iran. Dovendosi escludere anche il Libano in crisi permanente e la Siria sul cui futuro qualunque previsione risulterebbe azzardata, quali altre zone di smistamento resterebbero nell’area? Se si aggiunge che, fino a questo momento, nessuno ha interpellato gli abitanti di Gaza, il quadro è completato. E non è un quadro che induca all’ottimismo, se si considera che Trump non si smentisce mai. Dopo l’offerta di acquisto della Groenlandia, la provata unione del Canada nella sua personale cartina geopolitica, la tentata riappropriazione del canale di Panama e il nuovo rito battesimale del Golfo del Messico, adesso vuole trasformare Gaza in una Trump coast. L’obiettivo? Deportare due milioni di persone, situare delle Trump Tower sulle macerie e dar vita a dei resort sulle spiagge con vista mare in una zona di storiche guerre fra popoli e religioni. Se non fosse una follia, sarebbe una frase di cattivo gusto. Ma il palazzinaro che ora è alla Casa Bianca – che forse ha pensato questo intento mentre discuteva con Netanyahu – ha anche l’appoggio del Pentagono e del suo budget da 850 miliardi di dollari. Un dettaglio ‘esiguo’, che gli consente di lanciare sparate via via sempre più sconvenienti e di giocare a risiko con la vita degli esseri umani. E come sempre, c’è chi lo prende sul serio. Netanyahu, primo leader a rendere omaggio al neo presidente, spera di risolvere il problema palestinese. Peccato che Egitto e Giordania abbiano già rispedito la genialata al mittente. Gli alleati occidentali degli Usa sono ancora sotto trauma, mentre l’Arabia Saudita ripete che senza lo Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, con Netanyahu non ci si siede nemmeno a parlare. E poi c’è il retroscena. Meno di un anno fa, il genero di Trump, Jared Kushner, parlava del ‘prestigio’ delle proprietà sulla costa di Gaza. “A pensare male degli altri si fa peccato, ma sovente si indovina” diceva Andreotti. Se il Wall Street Journal ha scritto che la guerra commerciale dei dazi decisa da Trump “è l’idea più stupida mai sentita”, ora questa di Gaza come Riviera del Medio Oriente è la più stupida proposta di politica estera del secolo. Chi lo dice all’uomo che ora è nell’Ufficio Ovale che la Striscia di Gaza è una polveriera, intrisa di lacrime e sangue, di dolore, di sofferenza, di lutto, di rabbia, di rancore e di disperazione e che il risentimento dei gazawi sarà fuoco vivo per molte generazioni, difficilissimo da circoscrivere? Assodato che non lo farà Giorgia Meloni, che, nella eccitazione generale, si candida come ‘pontiera’ fra Washington e Bruxelles. Una figura utile, perché qualcuno deve pur dire a Trump che, dato che di ricostruzione di Gaza occorrerà continuare a discutere, c’è un nuovo fronte a cui sarebbe di vitale importanza destinare molti capitali economici e umani adeguati. Ma non con lo scopo di conquistare un successo economico – magari ricorrendo ad abusi, corruzioni, violazioni dei regolamenti edilizi e urbanistici – o con quello di fare l’ennesimo buco nell’acqua. Bensì, da sottoporre al controllo e alla gestione di un nuovo organismo internazionale veramente indipendente e affidabile. Chi, se non l’Unione europea e, in prima fila, l’Italia, potrebbe farsi carico di fondare una nuova “Custodia di Terra Santa” in cui abbia stabile dimora una politica della istruzione e di una cultura fatta di pace, di tolleranza e reciproca comprensione? In ogni caso, parlando di utopie, sempre meglio questa piuttosto che quella di chi ha ‘scambiato’ Gaza per una striscia di sabbia su cui costruire un grandissimo resort con vista mare. Magari con una spiaggia come il Twinga, da affidare al primo Briatore di passaggio.