Francesco

La papamobile di Francesco diventa una mini clinica per i bambini di Gaza

foto Caritas Jr
05 Mag 2025

La papamobile trasformata in una piccola stazione sanitaria mobile per i bambini di Gaza: è quanto ha chiesto papa Francesco alla Caritas Gerusalemme, prima della sua scomparsa. L’auto, infatti, è stata messa a disposizione della Caritas gerosolimitana che la sta già allestendo con l’aiuto di Caritas Svezia.
“Con il veicolo, saremo in grado di raggiungere i bambini che oggi non hanno accesso, nel momento in cui il sistema sanitario di Gaza è quasi completamente al collasso”, afferma Peter Brune, segretario generale di Caritas Svezia. Il veicolo sarà gestito da un autista e da medici. Al suo interno attrezzature per la diagnosi, l’esame e il trattamento, tra cui test rapidi per le infezioni, kit di sutura, siringhe e aghi, fornitura di ossigeno, vaccini e un frigorifero per i medicinali. Quando il corridoio umanitario verso Gaza riaprirà, sarà pronto a fornire assistenza sanitaria di base ai bambini di Gaza. Da più di due mesi, infatti, l’esercito israeliano non permette l’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza e i più colpiti sono proprio i bambini, la cui vita è a rischio a causa di fame, infezioni e altre malattie. “Questo veicolo rappresenta l’amore, la cura e la vicinanza dimostrati da Sua santità per i più vulnerabili, che ha espresso durante tutta la crisi”, afferma Anton Asfar, segretario generale di Caritas Gerusalemme, che rilancia un forte appello per “un cessate il fuoco immediato e duraturo. Il nostro lavoro a Gaza è una testimonianza del nostro impegno incrollabile per la salute e il benessere della comunità, anche nelle condizioni più difficili”. La Caritas di Gerusalemme ha una lunga storia di assistenza sanitaria a Gaza in condizioni difficili. L’organizzazione ha più di cento dipendenti sul campo e ha intrapreso una missione per fornire un totale di 14 équipe mediche in tutta la Striscia di Gaza. Di queste squadre, dodici sono di stanza nelle regioni meridionali di Gaza, mentre due lavorano attivamente a Gaza City. Questa distribuzione strategica è progettata per massimizzare la portata dei servizi di assistenza sanitaria di base in tutta la Striscia.

 

Ecclesia

Giubileo degli imprenditori: “Promuovere un modello etico sensibile al bene della collettività”

A parlare è Michele Casali, amministratore delegato del gruppo editoriale Eli

05 Mag 2025

di Francesca Cipolloni

Quarantasette anni, sposato e padre di tre figli, una laurea in Economia all’Università Politecnica delle Marche, un master all’Istao ed un Executive Mba al Sole 24 ore – Altis Cattolica di Milano, Michele Casali è amministratore delegato del gruppo editoriale Eli (https://www.gruppoeli.it/), composto da diverse e storiche case editrici acquisite nel tempo. Una realtà industriale, con sede a Loreto (An), fiore all’occhiello del territorio marchigiano e particolarmente apprezzata in tutta Italia, specializzata nell’editoria scolastica – è l’unico editore italiano che esporta testi di didattica all’estero – e leader nell’insegnamento della scuola primaria. Oltre 1,5 milioni di bambini ogni anno studiano sui libri di questo marchio nato per volere e intuizione di don Lamberto Pigini, sacerdote recanatese venuto a mancare nel 2021, illuminato da un vero e proprio genius loci: “Occorre avere sempre qualcosa di unico e di originale da offrire e da rinnovare nel tempo, il cosiddetto plus. Ma per ottenerlo sono necessarie ricerca e formazione, nel pieno convincimento che si tratta di qualcosa di essenziale per la vita dell’azienda. Senza ricerca e senza innovazione non c’è futuro”. Oggi Casali, che ricopre anche la carica di vicepresidente di Confindustria Ancona, prosegue l’opera avviata da don Pigini, con lo stesso ‘sguardo’ proteso verso un’etica imprenditoriale che va oltre il mero profitto aziendale e si fa custode di valori morali imprescindibili.

Casali, il mondo dell’imprenditoria si appresta a vivere il proprio Giubileo e lo fa nella memoria di papa Francesco, che il 12 settembre 2022, ai partecipanti all’assemblea pubblica di Confindustria ebbe a dire: “L’imprenditore stesso è un lavoratore. Non vive di rendita, vive di lavoro. Il buon imprenditore conosce i lavoratori perché conosce il lavoro e molti sono imprenditori artigiani, che condividono la stessa fatica e bellezza quotidiana dei dipendenti”. Si riconosce in questo identikit?
Assolutamente sì. Questa descrizione dell’imprenditore-lavoratore è, inoltre, particolarmente vera e reale in Italia, e nelle Marche ancor di più.
Le piccole e medie imprese, spina dorsale dell’economia nazionale e della mia regione, sono spesso guidate da imprenditori che guidano con l’esempio e l’operatività quotidiana. Ma, al tempo stesso, sono convinto che il fare non può diventare un limite; l’impegno nell’agire non deve sottrarre troppo tempo e risorse dal fare strategia e prendere decisioni sul percorso da far fare alla propria azienda. Utilizzando una metafora sportiva, la sfida più grande che un imprenditore, specie di aziende di dimensioni non enormi, è quella di giocare ed allenare allo stesso tempo. Saper fare è una condizione necessaria ma non sufficiente per essere in grado di far fare: la delega richiede competenza, fiducia, accettazione dell’errore come parte di un processo di crescita ed apprendimento. Di certo, l’aver condiviso il lavoro conferisce all’imprenditore una certa autorevolezza che produce, nei confronti dei propri collaboratori, un effetto motivante molto migliore della semplice autorità derivante da un titolo.

Don Lamberto in vita affermò: “Io non ho lavorato per me ma per garantire salario e occupazione ai miei dipendenti”. Lei ha assunto una grandissima responsabilità nel passaggio di testimone alla guida di un’azienda con 100 dipendenti, che ha saputo fronteggiare con coraggio anche la delicata fase della pandemia. Cosa significa far quadrare bilanci senza smarrire, però, il “capitale umano” che ogni lavoratore rappresenta?
Far tornare i numeri cercando di tutelare il “capitale” umano non è affatto semplice, soprattutto quando, nella già complessa dinamica industriale che il settore dell’editoria scolastica ha entrano fattori esterni come appunto la pandemia, o il caro materie prima derivante dalle guerre.
Pensiamo, inoltre, al costante calo demografico che riduce ogni anno il numero degli studenti e, conseguentemente, il mercato di chi produce libri per la scuola. Credo, tuttavia, che il miglior modo per preservare la dimensione umana nel contesto lavorativo sia quello di ricercare efficacia ed efficienza, agendo con equità e meritocrazia.
Efficacia ed efficienza permettono di conservare produttività, anche in periodi turbolenti, ricordando che alla fine è la capacità che singoli e organizzazioni hanno di adattarsi al cambiamento a permettere la sopravvivenza. Equità e meritocrazia, appunto: un binomio che deve essere sempre applicato dall’imprenditore, per creare delle strutture in cui ci sia motivazione ed incentivo a fare del proprio meglio e, di conseguenza, proteggere la “salute” dell’azienda e il posto di lavoro.

 Sappiamo quanto il pontificato di Bergoglio abbia promosso il ruolo della donna anche nelle posizioni di vertice. Tuttavia, in Italia non si è ancora superato il gap delle madri lavoratrici spesso costrette a scegliere tra carriera e famiglia…
È un tema molto delicato, e ne parlo lavorando in un azienda e in settore in cui, soprattutto in certi ambiti, molti ruoli apicali sono ricoperti da donne. È, a mio avviso, una questione che va affrontata non tanto o non solo per decreti, ossia istituendo delle ‘quote’, ma lavorando sulla cultura, sulla percezione che ancora a volte è condizionante. Come gruppo editoriale, da alcuni anni abbiamo avviato un progetto, insieme all’Università di Macerata, denominato EquiLibri, che mira a mappare gli stereotipi di genere nei libri di testo, e a elaborare delle linee guida per evitarli, al fine di proporre degli strumenti didattici che favoriscano la diffusione di una cultura di pari opportunità. Credo anche che sia giunto il tempo di elaborare degli strumenti legislativi che favoriscano ed incentivino le aziende nella gestione del periodo post maternità delle collaboratrici, in modo che essere madre non diventi un ostacolo alla carriera.

Globalizzazione no limits, capitalismo spietato, logica del guadagno ad ogni costo. In base alla sua esperienza, in che misura si può proporre un modello di etica che pone al centro il vero bene comune?
Credo che alla fine la differenza la facciano le persone, i leader, ma anche le norme.
Per promuovere un modello etico sensibile al bene della collettività servono imprenditori che possiedano queste sensibilità, ma anche norme che incentivino comportamenti virtuosi.
L’attenzione crescente che si dovrebbe porre su report e bilanci sociali (reali e non fatti solo per placare le coscienze), ma soprattutto sulle società Benefit è uno dei passaggi fondamentali per promuovere dei modelli positivi in cui il profitto individuale e privato – che non va assolutamente demonizzato se ottenuto con correttezza, perché è condizione indispensabile per la crescita non solo della singola azienda ma del sistema Paese – si coniuga con quello sociale e collettivo.

Ecclesia

Il Vangelo della domenica – Tre Papi per il Vangelo di Giovanni

foto Vatican media-Sir
05 Mag 2025

di Fabio Zavattaro

Domenica di vigilia del Conclave, liturgia caratterizzata dall’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni che racconta la terza e ultima manifestazione di Gesù, questa volta sulle rive del lago di Tiberiade, ma i suoi faticano a riconoscerlo. Il testo del quarto evangelista narra la volontà di Simon Pietro di uscire a pescare accompagnato dai suoi amici; escono ma tornano con le reti vuote: “quella notte non presero nulla”.

Il mare di Galilea è il luogo della chiamata dei primi discepoli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. La barca, in un certo senso, è il luogo della prova, della paura di fronte al mare che simboleggia il male che minaccia la vita degli uomini. Ma è anche simbolo ecclesiale, luogo in cui la poca fede, per usare le parole di Matteo, è chiamata a diventare una fede matura.

In questo simbolicamente ci aiuta la scena del ritorno a riva, dove trovano Gesù, che non riconoscono; chiede loro del cibo e di fronte alla risposta negativa li invita a tornare a pescare: “gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete. La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci”. È a questo punto che capiscono di aver incontrato Gesù, che ora li aspetta sulla riva con la brace accesa e per loro cucina il pesce pescato. Giovanni, nel suo Vangelo, ci fa comprendere che fidandosi del Signore si possono superare le difficoltà. Pietro e suoi amici erano usciti assecondando una scelta personale, vissuta nell’assenza del Signore. Ascoltando e obbedendo alle parole di Gesù tornano con una pesca straordinaria, tanto che è faticoso portare a riva la rete con i 153 grossi pesci.

Come non vedere in questo episodio, si chiedeva Giovanni Paolo II, il 29 aprile 2001, un “segno eloquente di ciò che il Signore continua a compiere nella Chiesa e nel cuore dei credenti, che confidano senza riserve in lui?”. Il brano di Giovanni, spiegava il Papa nell’omelia, ci indica “come e quando possiamo incontrare Cristo risorto: nell’Eucaristia, dove Gesù è realmente presente sotto le specie del pane e del vino. Sarebbe triste se questa presenza amorosa del Salvatore, dopo tanto tempo, fosse ancora disconosciuta dall’umanità”.

Il 18 aprile 2010 Benedetto XVI è a Malta, celebra nel piazzale dei Granai a Floriana e, nell’omelia, ricorda il naufragio di Paolo e l’invito a porre fiducia solo in Dio, perché “in ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed abbiamo la nostra esistenza”. Poi si sofferma sul dialogo tra Gesù e Pietro il quale, durante la passione del Signore lo aveva rinnegato tra volte: “dopo la Resurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione”.

Papa Francesco, il 14 aprile 2013, commenta il Vangelo di Giovanni proponendo tre verbi: annunciare, testimoniare, adorare. “Quando si sperimenta nella propria vita la presenza di Gesù – dice Francesco al Regina coeli – non si può fare a meno di comunicare questa esperienza”; e se si incontrano incomprensioni e avversità, il cristiano “risponde con l’amore e con la forza della verità”. Annunciare il Vangelo, dunque, ma soprattutto testimoniarlo, come diceva san Francesco ai suoi fratelli: “predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole. Predicare con la vita: la testimonianza”. Papa Francesco aggiunge: “l’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa”.

Infine, il terzo verbo: adorare il Signore. Questo significa non solo fargli posto nella nostra vita, ma metterlo al centro, “sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte”. Significa ancora, “spogliarci dei tanti idoli, piccoli o grandi, che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri”.

Giubileo2025

Giubileo delle famiglie e dei fidanzati

05 Mag 2025

Nell’ambito dei festeggiamenti patronali in onore di San Cataldo mercoledì 7 maggio si terrà nella basilica cattedrale il Giubileo delle famiglie e dei fidanzati. Il programma prevede alle ore 17 nel santuario della Madonna della Salute (piazza Monteoliveto) la cerimonia di accoglienza presieduta da don Mimmo Sergio, direttore dell’ufficio diocesano di pastorale familiare. Alle ore 17.30 inizierà il pellegrinaggio verso la basilica cattedrale dove alle ore 18 l’arcivescovo mons. Ciro Miniero celebrerà la santa messa con il rinnovo delle promesse matrimoniali. Le coppie di coniugi che festeggiano un particolare anniversario (60°, 50°, 25°, 1° di matrimonio) al termine della celebrazione riceveranno una pergamena ricordo Seguirà alle ore 20.30 la veglia di preghiera per i fidanzati.

 

Diocesi

‘Terre cataldiane vade Tarentum’: l’abbraccio a San Cataldo da parte delle sue comunità

foto G. Leva
02 Mag 2025

di Angelo Diofano

Fra i raggi del sole primaverile (forse anche troppo) che si riflettevano sull’argentea struttura del simulacro, mercoledì pomeriggio San Cataldo ha fatto la sua prima uscita per le vie della città vecchia, accompagnato da una folla di devoti, richiamata anche dalle musiche delle bande cittadine. L’occasione è stata data dall’evento ‘Terre cataldiane vade Tarentum’ che ha inteso riunite comunità italiane unite nella devozione al santo vescovo irlandese. All’iniziativa intrapresa dal parroco della basilica cattedrale, mons. Emanuele Ferro, hanno aderito le comunità di Corato (Bari), Pattano (Vallo della Lucania-Salerno), Rocca Romana (Caserta), (Supino) Frosinone, Cirò e Ciro Marina (Crotone) Caltanissetta, Cariati (Cosenza) e San Cataldo (Caltanissetta). E dall’estero, specificatamente dalla verde Irlanda, non poteva mancare la rappresentanza della terra natìa del nostro patrono, coincidente con la diocesi di Lismore-Waterford e guidata dal vescovo mons. Alphonsus Cullinan, che ha così voluto ricambiare la visita fatta precedentemente da da don Emanuele per costruire una relazione tra Taranto e i luoghi di provenienza di San Cataldo.

Il primo appuntamento con le delegazioni è stato a piazzale Democrate per l’imbarco sulla motonave Clodia, messa a disposizione da Kyma Mobilità, per giro per Mar piccolo e Mar grande, quasi riproponendo l’itinerario della spettacolare processione a mare che si svolge l’8 maggio. Gli ospiti hanno potuto apprezzare lo spettacolare panorama della città e la bellezza degli specchi d’acqua che la circondano; molta curiosità c’è stata per il citro d’acqua dolce a Mar grande, che leggenda vuole sia scaturito dopo che San Cataldo vi abbia gettato l’anello vescovile.

Lo sbarco è avvenuto alla banchina del castello aragonese da dove la folta comitiva ha raggiunto palazzo di città nel cui salone degli specchi il commissario straordinario dott.ssa Giuliana Perrotta ha rivolto un indirizzo di saluto in cui (dopo un commosso omaggio allo scomparso papa Francesco) ha auspicato che il culto di San Cataldo possa costituire un ponte di cultura, amicizia e spiritualità tra l’Italia e l’Irlanda, tra Taranto e i luoghi dove il santo ha esercitato il ministero episcopale, costruendo comunità fondate sulla fede sul rispetto reciproco e sulla solidarietà.

Nel suo intervento mons. Emanuele Ferro ha così riferito: “Ogni anno cerchiamo di iniziare la novena con l’intronizzazione del santo e con l’esposizione solenne delle reliquie. Quest’anno invece abbiamo inteso farlo invitando rappresentanti delle terre cataldiane, cioè di quei luoghi dove è particolarmente vivo il culto a San Cataldo. L’evento che celebriamo serve anche a noi tarantini per comprendere l’importanza del legame con questo santo venuto dal mare, di ritorno dal pellegrinaggio in Terrasanta, che riporta Taranto alla bellezza della vita cristiana”.

“Il nostro vescovo – ha continuato – è stato innanzitutto un pellegrino e un uomo straordinariamente moderno che è riuscito a raggiungere le terre lontane per annunciare il Vangelo. Nel viaggio di ritorno egli si è lasciato sorprendere dalla Provvidenza, che, a causa di una tempesta lo ha fatto approdare forzatamente a Taranto. Ma anche in tal caso San Cataldo non ha rinunciato alla sua missione di apostolo, anzi, ha trovato nuovo vigore nell’espletarla, decidendo così di rimanere con noi fino alla morte”.

Molto interessante e dettagliata è stata la relazione sul culto di San Cataldo tenuta da don Francesco Simone, direttore sia dell’ufficio diocesano beni culturali ecclesiastici sia del museo diocesano di arte sacra. Egli ha parlato, in particolare, delle vicende che hanno interessato le statue, i reliquiari e i reperti legati al nostro santo, soffermandosi sugli studi da lui effettuati sull’interpretazione delle scritte della crocetta aurea posta sulle spoglie di San Cataldo, venute alla luce nel 1071 durante i lavori per la nuova cattedrale, voluti dall’arcivescovo Drogone. Don Francesco ha infatti riferito che potrebbero esserci nuove sorprendenti interpretazioni sulle parole che identificano San Cataldo e la sua provenienza da Rachau. Infine egli ha proposto una banca dati su quanto attiene al vescovo irlandese, con il contributo di tutte le comunità legate dal culto al nostro patrono.

“La proposta di una banca data sulla vita del santo va realizzata perché tutti possiamo renderci conto della ricchezza del suo culto, di come si sia propagato nel mondo e delle modalità in cui viene vissuto. È un fenomeno che va esaminato da ogni punto di vista e nelle sue varie esplicazioni: artistiche, devozionali, delle immagini e anche enogastronomiche; in particolare mi appassiona il legame tra il santo e la grande tradizione contadina esistente dell’entroterra siciliano. Sono tutti aspetti poco conosciuti e che hanno bisogno invece di essere raccordati perché possiamo infine raccontarceli” – ha commentato mons. Emanuele Ferro.

Successivamente le delegazioni si sono recate al castello aragonese per la processione con il simulacro di San Cataldo e l’artistico reliquiario a forma di vascello, quest’ultimo portato da alcuni membri delle rappresentanze ospiti; erano presenti, nel proprio abito di rito, anche le confraternite tarantine dell’Addolorata, dell’Immacolata e di San Cataldo in Santa Caterina assieme ai Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro e di Malta.

Nel tradizionale passo della “nazzecata” del portatori del simulacro (i confratelli di San Cataldo), la processione ha percorso via Duomo fino alla basilica cattedrale per la santa messa celebrata dal vescovo di Lismore-Waterford, mons. Alphonsus Cullinan, alla presenza del nostro arcivescovo mons. Ciro Miniero.

A conclusione, le delegazioni sono state invitate al centro San Cataldo per un momento conviviale.

Le altre iniziative della novena

Sabato 3 maggio, alle ore 18, mons. Emanuele Tagliente, arcidiacono del Capitolo Metropolitano, celebrerà la santa messa in basilica con la partecipazione di: Azione Cattolica, Agesci, Acli, Convegni di cultura Maria Cristina, Cursillos di cristianità, Cvs, Fuci, Gifra, Istituto secolare Servi della Sofferenza, Legio Mariae, Movimenti dei Focolari, Ofs, Rete mondiale di preghiera, Terz’Ordine dei Minimi, Unitalsi, volontariato vincenziano.

Domenica 4 maggio, alle ore 10, dall’istituto Maria Immacolata inizio del pellegrinaggio giubilare delle confraternite dell’arcidiocesi fino alla basilica cattedrale dove alle ore 11.30 mons. Paolo Oliva, delegato arcivescovile per le confraternite, celebrerà la santa messa; alle ore 17 al santuario della Madonna della Salute, accoglienza della comunità parrocchiale del Cuore Immacolato di Maria e alle ore 17.30, pellegrinaggio verso la basilica cattedrale dove alle ore 18 celebrerà la santa messa mons. Giovanni Chiloiro, canonico del Capitolo Metropolitano.

 

Eventi in diocesi

Amore e sessualità: incontro alla Santa Maria La Nova

02 Mag 2025

Domenica 4 maggio alle ore 20 nella parrocchia di Santa Maria La Nova, a Pulsano, si terrà un incontro sul tema ‘Amore e sessualità: che cosa è cambiato? Magistero, teologia e pastorale al tempo di papa Francesco’, con un’attenzione specifica ai divorziati in nuova unione e alle relazioni omoaffettive. Ne tratterà don Roberto Massaro, docente di teologia morale alla Facoltà teologica pugliese.

“Il relatore parlerà dell’amore e della sessualità, facendo anche riferimento alle relazioni ferite, alle nuove unioni e alle relazioni omosessuali secondo il pensiero, i gesti e l’azione pastorale di papa Francesco. È importante guardare alle strade aperte dallo scomparso pontefice perché non vada perduto il patrimonio spirituale che ci ha lasciato – spiega il parroco don Davide Errico –  È un’occasione straordinaria, invito tutti a partecipare!”.

Diocesi

‘Pietre vive’ di Lizzano, Una vita per la Passione

02 Mag 2025

Domenica 4 maggio a Lizzano si rinnova l’appuntamento dell’associazione ‘Pietre vive’ con ‘Una vita per la Passione’, momento celebrativo della grande rappresentazione vivente della ‘Passione di Gesù Cristo’, giunto alla 20ª edizione.
Tale circostanza costituirà l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno collaborato, in qualsiasi modo, per l’organizzazione e la realizzazione dell’appuntamento che caratterizza la Domenica delle Palme.

Ci si ritroverà in San Pasquale, alle ore 18.30, per la santa messa: “Occasione – riferiscono i responsabili di ‘Pietre vive’ – per dire grazie al Signore, a Colui che da sempre riconosciamo come unico vero regista di tutte le nostre azioni”.
Al termine della celebrazione eucaristica, ci si trasferirà nel salone Sant’Egidio del convento per rivivere alcuni momenti della Passione 2025 e ascoltare l’esperienza di alcuni dei protagonisti; durante la serata saranno consegnate onorificenze per attestare il riconoscimento dell’associazione a quanti hanno speso la propria vita e continuano a farlo affinché ogni anno la ‘Passione’ riesca nel migliore dei modi
L’incontro si concluderà con la consueta agape fraterna.

Sport

Il volley per costruire ponti: la Gioiella Prisma Taranto si affida a Yamamoto

foto social Ryu Yamamoto
02 Mag 2025

di Paolo Arrivo

È il primo acquisto del roster da rinnovare nella prossima stagione. Un elemento capace di assicurare qualità, e quindi di rassicurare la tifoseria sulle ambizioni della società: il giapponese Ryu Yamamoto ha firmato per la Gioiella Prisma Taranto. I supporter ne hanno avuto notizia a inizio settimana. L’impatto è positivo: il giocatore si candida a diventare un beniamino, un personaggio, potremmo prevedere, a giudicare dall’attenzione che lo stesso sa concentrare su di sé.

Chi è Ryu Yamamoto

Classe 2000, nato a Otsu, nella prefettura di Shiga, il nipponico arriva dalla squadra greca AO Milon Neas Smyrnis – lì formava la diagonale principale insieme all’ex Gioiella Kyle Russell. Precedentemente ha giocato in Romania nella Dinamo Bucuresti. Alto 185 cm per 85 kg, a Yamamoto viene riconosciuta una combinazione di tecnica raffinata, rapidità di esecuzione e visione di gioco. Un giocatore di esperienza che è abituato a calcare i grandi palcoscenici della pallavolo. Sarà, insomma, una pedina importante nello scacchiere ionico, chiamato a riconquistare la Superlega. Lui intanto si è detto onorato di far parte di una squadra dalla storia prestigiosa. Di venire a giocare nel BelPaese, considerata la patria della pallavolo. L’obiettivo dichiarato è quello di essere il palleggiatore capace di guidare la squadra alla vittoria, step by step, partita dopo partita. Va ricordato che il neo acquisto rossoblu ha ottenuto importanti risultati con la nazionale giapponese. Si è distinto in competizioni internazionali come la Volleyball Nations League e i Giochi Asiatici. I risultati sono frutto del lavoro e della qualificata preparazione di chi si è formato nella prestigiosa Tokai University, prima di esordire in campionato con i Suntory Sunbirds in Giappone.

Un ponte per la rinascita della pallavolo

“Siamo felici di dare il benvenuto a Ryu Yamamoto nella famiglia della Gioiella Prisma Taranto Volley. La sua scelta di venire a Taranto, una città ricca di storia e tradizione, ci riempie d’orgoglio”. Così Tonio Bongiovanni ha commentato quello che può essere considerato il primo colpo di mercato. “Crediamo fortemente che l’arrivo di un talento giapponese rappresenti non solo un valore tecnico aggiunto per il nostro progetto sportivo, ma anche un bellissimo ponte tra culture lontane, unite dalla passione per la pallavolo – aggiunge il presidente della Prisma – siamo certi che Yamamoto saprà conquistare i nostri tifosi con il suo talento, la sua professionalità e il suo spirito di squadra”. Proprio la capacità di fare gruppo appare come una componente imprescindibile. Perché le individualità, da sole, non bastano ad assicurare il successo di una formazione. Ce lo ha insegnato la Superlega. Il neo gruppo, allora, dovrà essere plasmato dalle mani esperte di un allenatore: l’intenzione della società sembrerebbe essere quella di ricorrere a un tecnico di serie A2, con trascorsi in Superlega. In modo che si possa dare continuità al progetto rilanciato con entusiasmo dalla Gioiella Prisma.

Festeggiamenti patronali

San Cataldo: le diverse ricostruzione del rinvenimento del corpo in un libro di Lucio Pierri

02 Mag 2025

di Silvano Trevisani

Sarà presentato lunedì 5 maggio, alle 19,30, nel soccorpo nella Basilica cattedrale, dove venne rinvenuto il corpo del santo, il libro “San Cataldo tra storia e leggenda”. Scritto da Lucio Pierri e pubblicato dalle edizioni Scorpione, sarà presentato Piero Massafra, col coordinamento di monsignor Emanuele Ferro e i saluti l’arcivescovo Ciro Miniero. Il volume è il quarto della Collana di studi storici e archeologici degli Amici del Castello Aragonese di Taranto OdV.

Alla presentazione sarà presente l’autore, al quale abbiamo rivolto alcune domande sul lavoro, scaturito da una ricerca seguita al reperimento integrale del Sermo de inventione corpporis sancti Kataldi. Che è stato possibile attraverso il rinvenimento sul mercato antiquariale, della trascrizione che venne operata nel 1924 da Adolf Hofmeister, in occasione di un convegno organizzato dalla Biblioteca di Monaco.

Lo studio

Rinvenimento che, come abbiamo già anticipato nei giorni scorsi, sostanzia una seconda narrazione, più antica di quella che si vuole fondata sulla testimonianza del Berlingerio (XII/XIII sec.) in cui si riverisce della morte e del seppellimento a Taranto nella cappella di San Giovanni in Galilea, e del ritrovamento del corpo dopo diversi secoli da parte dell’arcivescovo Drogone nel rifacimento dalle fondamenta della chiesa. Il racconto contenuto nel Sermo risalirebbe, invece, a una testimonianza precedente, trascritta attorno al 1150. Vi si riferisce del ritrovamento del corpo di Cataldo in una chiesa rurale presso Taranto a opera di un monaco longobardo e la sua traslazione nella chiesa di San Biagio all’interno città, prima del trasferimento in cattedrale.

Abbiamo, quindi, chiesto a Lucio Pierri:

In che modo il reperimento integrale del Sermo de inventione corporis sancti Kataldi, ha sollecitato la sua attenzione sulla storia del santo patrono Cataldo?

Il Sermo de invenzione corporis sancti Katali è venuto, in realtà, dopo; la motivazione che mi ha spinto a ricercare le origini del culto di san Cataldo è stato il reperimento casuale sul mercato antiquariale di un vecchio Officium di San Cataldo datato 1710. Da qui la curiosità ad indagare, avevo comunque già letto quanto scritto dagli antichi e dagli storiografi moderni, e poi sono particolarmente legato alla chiesa di San Cataldo, ho conosciuto il Soccorpo prima dei restauri dello Schettini del 1951, si entrava allora da una porticina laterale, per terra vi erano ancora alcune ossa, e poi sono salito da una scala polverosa anche sul vecchio campanile normanno; mi portava mio nonno Egidio Baffi che era amico di monsignor Blandamura.

La novità del mio lavoro è data dal fatto, che con la diffusione di internet ho potuto avere accesso ai documenti originali, che nessuno di quelli che mi hanno preceduto aveva potuto consultare nella loro interezza. Il rinvenimento del Sermo è dovuto invece ad un colpo di fortuna, ho trovato in vendita il testo integrale, pubblicato in Germania nel 1924 negli gli atti di una conferenza organizzata dalla Biblioteca di Monaco. È il più antico documento su San Cataldo, firmato e datato da un monaco di nome Marinus del convento di San Severino a Napoli. Oggi conservato in una trascrizione del 1174 custodita nella biblioteca nazionale di Vienna.

Può aver avuto un ruolo decisivo la diatriba tra Normanni e Longobardi sulle origini del santo? La diversità delle fonti può avere un ruolo in questo senso?

Più che tra Normanni e Langobardi, penso che si tratti di conflitti tra la chiesa bizantina e i Normanni, nuovi venuti. Quando arrivarono i Normanni, fecero delle alleanze con il Langobardi contro il potere bizantino, la loro prima guida in Puglia fu Melo che era longobardo.

Poiché le fonti storiche nel caso di Cataldo come di tanti altri santi, sono comunque incerte, trattandosi di fatti accaduti molti secoli fa, si può pensare di unificare la tradizione in un’unica narrazione? Avrebbe un senso?

Si la cosa può essere tentata, partendo da un presupposto, la storia, quella documentata parte dalla sepoltura (seconda o terza) di San Cataldo nel Soccorpo, tutte le fonti sono concordi su questo. Prima di questo avvenimento abbiamo diverse narrazioni a volte discordanti. Possono essere individuate tre tradizioni, quella primitiva del Sermo che parla di San Cataldo come un antico vescovo venerato in una chiesa di campagna vicino la città di Taranto e da lì traslato prima a San Biagio e poi nel Duomo. Quella ufficiale della antica chiesa tarantina che ne nobilita l’origine facendolo nascere in Irlanda e attribuendogli diversi miracoli, tra i quali appena nato la resurrezione della madre morta di parto, il viaggio in Italia, la morte a Taranto e il successivo rinvenimento del corpo in cattedrale ad opera di Drogone. Vi è poi una tradizione “veneta” secondo la quale san Cataldo nasce e muore in Irlanda, senza una spiegazione di come il suo corpo possa essere arrivato a Taranto, con una rocambolesca invenzione di un autore del seicento, Lodovico Zacconi, che nel suo Catalogo dei santi, pubblicato a Venezia nel 1610, afferma che Drogone sia andato con una banda di armati a rubare il corpo in Irlanda.

Si, riunendo i vari tasselli, si può tentare di ricomporre il puzzle, ma devono essere trovati tutti i tasselli, gli anni cruciali sono quelli a cavallo di undicesimo e dodicesimo secolo, quando da Taranto si irradiano queste narrazioni, probabilmente attraverso cartigli che accompagnavano le donazioni delle sue reliquie. Il Capecelatro ricorda quelle in occasione della traslazione del 1346, ma certamente un’altra donazione deve essere avvenuta all’epoca dell’arcivescovo Gerardo nel 1151. A comporre il puzzle vi è inoltre un documento molto antico (ne ho potuto avere la foto solo pochi giorni fa), di poco posteriore a questa epoca, (la Biblioteca Ambrosiana che lo custodisce lo data scritto tra 1201 e 1209); sembra un documento originale proveniente da Taranto che farà molto discutere. Oltre ad una vita di San Cataldo, il cui testo sarà ripreso ed ampliato dagli autori veneti del secolo successivo, contiene anche la storia di un altro santo venerato in Taranto con una colorita descrizione della città.

Si intravedono collegamenti tra il culto tarantino testimoniato delle tradizioni orali e scritte con il culto professato in altre comunità? E altrove quali ricostruzioni prevalgono sulla sua vita?

Può darsi, il culto di san Cataldo ebbe una enorme diffusione proprio nel XII secolo in Italia, come ci informa Alberto Carducci, con propaggini in Sicilia, a Malta, in Terra Santa, a Costantinopoli, ed anche in Francia, come provato dalla documentazione archivistica ed archeologica. Una ricerca richiederebbe uno studio lungo e complesso, ma per quanto se ne sappia, dopo l’ufficializzazione del suo culto da parte della Chiesa di Roma nel 1580, sarebbe stato difficile produrre documenti contrastanti. San Cataldo è anche protettore di Corato in Puglia, dove si utilizzava nelle celebrazioni religiose lo stesso Officium tarantino, che nel 1681 venne ristampato, congiuntamente alla diocesi di Taranto, da una tipografia di Trani.

Ordinazione sacerdotale

L’abbraccio commosso a don Giuseppe Basile, novello sacerdote

foto G. Leva
02 Mag 2025

“Pregate per me perché io possa essere prete per amore e mai fare il prete per dovere”: così don Giuseppe Basile ha detto nell’indirizzo di saluto, al termine della cerimonia della sua ordinazione presbiterale, svoltasi martedì sera nella chiesa dello Spirito Santo, stracolma di fedeli, con una folta rappresentanza della sua parrocchia d’origine, la San Francesco d’Assisi di Martina Franca.

Molto toccanti sono state, nell’omelia, le parole di incoraggiamento al novello sacerdote da parte dell’arcivescovo mons. Ciro Miniero, che ha presieduto la santa messa. Ha concelebrato mons. Giuseppe Russo, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e già parroco alla San Francesco assieme a tanti sacerdoti della diocesi e a quelli del seminario regionale di Molfetta, dove don Giuseppe ha completato il cammino di formazione sacerdotale.

A conclusione, l’abbraccio a don Giuseppe di familiari e amici e tanta gioia per i parrocchiani che hanno collaborato materialmente e con la preghiera assidua alla cerimonia dell’ordinazione sacerdotale allo Spirito Santo, svoltasi a distanza di tanti anni da quella di don Mimmo Rizzo.

 

Il servizio fotografico è a cura di G. Leva

Festeggiamenti patronali

San Giorgio Jonico, la festa patronale

02 Mag 2025

di Angelo Diofano

Si svolgono sabato 3 e domenica 4 maggio a San Giorgio jonico i festeggiamenti patronali in onore di San Giorgio martire. Così il parroco della Santa Maria del Popolo, don Ettore Tagliente, invita la popolazione a partecipare alle iniziative civili e religiose in programma: “Con grande gioia ci prepariamo a celebrare la festa del nostro patrono, San Giorgio martire, valoroso testimone del Vangelo che ha affrontato il martirio con una fede incrollabile e una speranza salda nel Signore. Il suo esempio ci incoraggia a non temere le prove quotidiane, di affrontarle con il cuore rivolto a Cristo e ci invita a rinnovare la speranza, quella stessa speranza che il Giubileo ci chiama a vivere con intensità. In un mondo segnato da incertezze e paure, il nostro patrono ci ricorda che la vera vittoria sta nell’affidarsi a Dio, nella certezza che il Suo amore è più grande di ogni difficoltà, più forte di ogni avversità e le trasforma in occasioni di crescita spirituale, di rinnovata fiducia e di testimonianza autentica di fede. Affidiamo a San Giorgio le nostre famiglie, i giovani, i malati e quanti attraversano momenti difficili, perché la sua intercessione ci faccia riscoprire la gioia di essere comunità viva e fraterna e di aprire i cuori alla pace, alla misericordia e alla solidarietà”.

Ecco il programma nei dettagli:

Sabato 3: in piazza San Giorgio alle ore 11, ‘Ragazzi in festa per San Giorgio’, a cura degli oratori di San Giorgio jonico; alle ore 18.30, santa messa solenne; alle ore 20.30, in piazza San Giorgio, ‘Ciccio Riccio on tour’.

Domenica 4: sante messe alle 7, alle 9,30 e alle 11; alle 16,30 la processione, alle 18, in piazza San Giorgio, santa messa solenne presieduta da monsignor Giuiseppe Russo, vescovo di Altamura, Gravina e Acquiviva delle Fonti. Seguirà alle ore 20.30 il concerto della grande banda musicale ‘Nino Farì – Città di Lecce’; in via Diaz, alle ore 21, esibizione della ‘Justx Band’; sempre alle ore 21, in via Moscatelli-zona panoramica, spettacolo pirotecnico della ditta L’Artificiosa dei fratelli Di Candia di Sassano (Salerno).

Nei giorni 3 e 4, dalle ore 19 in piazza San Giorgio, ‘Self Point San Giorgio Family’, a cura di ‘Bell’è Generazione Bellezza aps’ in collaborazione con Art Photography Production.

Le luminarie saranno allestite dalla ditta Star Luce-Storie di Luce.

Diocesi

Pulsano, la processione del SS. Crocifisso

foto di Puglia Grand tour
02 Mag 2025

di Angelo Diofano

Si festeggia sabato 3 a Pulsano il SS. Crocifisso. Il programma, molto semplice, prevede alle ore 16.30 l’uscita della processione dalla chiesetta intitolatagli per via Crocifisso, via Paolucci, via Amendola, via XX settembre, via Vittorio Veneto, piazza Maria Immacolata, via Villanova, via Luogovivo, con ingresso in Santa Maria La Nova per il santo rosario (ore 18.30) e la santa messa (ore 19); al termine, si riprenderà per via Costantinopoli, via Roma, via San Francesco, via Crocifisso con rientro nella propria chiesetta. Presterà servizio la grande orchestra di fiati ‘Santa Cecilia-Città di Taranto’ diretta dal m° Giuseppe Gregucci.

Secondo notizie attinte dalla pagina ‘Puglia Grand Tour’, la chiesa del Crocifisso nella periferia di Pulsano, circondata da un orto botanico e dalla macchia mediterranea, risale al 1840, quando vennero unificate le cappelle di San Nicola e Santo Spirito. Essa deve il nome al Crocifisso del XV secolo, proveniente dalla cappella di San Nicola e attualmente conservato in una nicchia alle spalle dell’altare maggiore. Leggenda vuole che il prezioso crocifisso ligneo sia stato rinvenuto da un soldato disertore, al quale era stata affidata la custodia della chiesa.

La chiesa del Crocifisso è tuttora meta di pellegrinaggi di fedeli, soliti a recarvisi a piedi ogni Venerdì santo.