Chi nasce piromane e non muore pompiere
Gli Stati Uniti di Trump hanno smesso di fare il vigile del fuoco di tutto il mondo per trasformarsi nell’incendiario di tutto il mondo, con buona pace dei creduloni, anche italiani, che spiegavano che Trump sarebbe stato una colomba e non un falco e che avrebbe meritato il premio Nobel per la pace. In meno di un anno, Trump ha cannoneggiato due paesi, Venezuela e Iran, più qualche altra operazione speciale qua e là, ha dato l’“avanti tutta” al governo di Netanyahu per radere al suolo la striscia di Gaza, per aggredire il Libano, la Siria, lo Yemen e l’Iran, ed è il principale responsabile – alla pari e con uguale merito con Putin – del peggioramento del conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina, avendo legato le mani e i piedi alle forze armate ucraine in ogni modo possibile e avendo accolto la narrazione del Cremlino sull’esigenza di punire gli ucraini solamente per il fatto di essere ucraini. Maduro, Assad, gli Ayatollah, Hamas e Hezbollah sono personaggi agghiaccianti e organizzazioni aggressive, il peggio del peggio assieme ad altri che però danno la bustarella a Trump – “Mi rispettano” – e perciò vengono lasciati pascere. Le conseguenze del blitz in Venezuela, sono per il momento da valutare, considerato che non sono state pianificate con prudenza da una Casa Bianca che agisce prima di pensare. L’idea che ora il Venezuela sarà governato direttamente da Trump da Washington per il semplice fatto che Maduro e sua moglie sono stati rapiti è una presa in giro, oltre che un’evidente manifestazione dell’intramontabile espansionismo statunitense. Trump ha citato la “dottrina Monroe”, che ha subito ribattezzato “Donroe”, appropriandosi del nome come già fatto con il “John F. Kennedy Center” di Washington. Quella “dottrina Monroe” di 200 anni fa stabiliva che il continente americano era zona di esclusiva influenza statunitense, ed erano seri guai per le potenze europee e non, se si fossero azzardate a ficcarci il naso. Il concetto è stato ripreso nel “National Security Strategy 2025”, pubblicato qualche settimana fa, il documento dell’abbandono dell’Europa, che nella sua interpretazione più nobile significa che la Russia ha lo stesso diritto di fare quello che crede nella sua zona di influenza, che la Cina può occupare Taiwan senza che a Washington venga il mal di pancia, e che Netanyahu e i suoi giannizzeri possono occupare tranquillamente ogni centimetro di terra altrui che vogliono. Ciò spiega anche l’apparente, ma insignificante, contraddizione della politica trumpiana, che abbraccia Putin in Ucraina e fa fuori il suo alleato venezuelano nell’America Meridionale e quello iraniano e siriano in Medio Oriente. Ma chiedere a Trump perché rimuove il presidente Maduro, accusato di esportare droga negli Stati Uniti, ma ne grazia un altro, Hernández dell’Honduras, già condannato a 45 anni di carcere da una corte americana per traffico di droga negli Stati Uniti, è una fatica inutile. La faccenda del narcotraffico venezuelano è solo un “pretesto”, in grado di servire due interessi di Trump. Il primo lo ha spiegato lui stesso durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago: dopo la scorreria, le compagnie petrolifere americane torneranno a gestire i giacimenti del Venezuela, i più grandi del mondo. Per usare le parole di Vance, “il petrolio rubato deve tornare agli Stati Uniti”: in sostanza, non vogliono esportare la democrazia o abbattere un dittatore, si vogliono riprende tutto quello che considerano cosa loro (semmai americani sono alcuni degli impianti di estrazione nazionalizzati da Chávez). Il secondo è quello di un presidente americano in difficoltà per il conto della spesa insostenibile per tanti americani, che si ripercuote in tutti i sondaggi. Il diversivo Venezuela serve per cambiare argomento, per esibire forza, per vantare un successo nella lotta all’epidemia di droga che affligge il paese. Trump si presenta come un super-eroe che arresta i trafficanti per proteggere i cittadini, mentre la opposizione democratica parla di legalità internazionale e di altri arzigogoli con cui vorrebbe limitare il suo potere di difendere gli americani. Il rapimento di Maduro, tuttavia, apre anche altri due aspetti rilevanti: il primo è quello del governare il Venezuela dalla Casa Bianca, senza alleati nel paese, senza soldati sul campo e in più con il regime che nega di essere pronto a cedere, al contrario di quanto rivendicato da Trump. La seconda interessa noi, molto da vicino: la applicazione della dottrina Monroe, vale a dire che le Americhe sono il cortile di casa degli Usa, consente una divisione del mondo per sfere di influenza e significa dare il verde alla Cina su Taiwan, e anche il lasciapassare a Putin sull’Ucraina e su tutta l’Europa orientale. C’è una coerenza nella politica trumpiana: con l’operazione Maduro, Trump ha avviato la fase finale del progetto politico orchestrato dalle autocrazie del pianeta, Cina e Russia, al semplice scopo di smantellare il mondo libero e dividersi le zone d’influenza regionale in mandamenti su cui esercitare un potere. Prima c’erano gli Stati Uniti a scongiurare questa eventualità, ma da quando alla Casa Bianca c’è il “piromane” Trump, il progetto si sta compiendo.
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