Tracce

Se prevale la legge del più forte …

Foto Afp/Avvenire
09 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

La nuova panoramica geopolitica mondiale sta scrivendo giorno per giorno la parola fine alla illusione di pacificazione post guerra fredda, anzi alla assenza di guerre, molte volte confusa con pace. Illusione che cominciò con la caduta del muro di Berlino, che poi continuò con lo scioglimento del Patto di Varsavia, che proseguì con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dall’altro versante della ex cortina di ferro un calvario per le condizioni sventuratissime in cui era ridotto l’ex impero sovietico, divisosi in tante repubbliche, con la principale, la Russia, alla fame, alla miseria, alla povertà. Si può ricordare, soltanto per fare un esempio, che non fu possibile corrispondere, per moltissimo tempo, le paghe agli appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine. Cominciò la corsa all’oro, la conquista dell’est: tanti, tantissimi affaristi, faccendieri europei e americani vi si riversavano per i loro convenienti business. Dalla notte dei tempi, il capitalismo peggiore – quello che dimentica la centralità della dimensione umana e sociale – sorveglia il profitto immediato, si occupa dell’oggi e non si occupa del domani o del dopodomani. Forse, è definitivamente tramontata una stagione, è finito un mondo, ma alcune volte si ha la netta sensazione che, per l’Unione europea e per tutta l’Europa, non sia terminata l’era delle ipocrisie, l’era del “non vedo, non sento, non parlo” di fronte alle nefandezze che Putin, Trump e Xi Jinping e i loro giannizzeri spargono per tutto il mondo, come se fosse letame. La crepa del vecchio schema si manifestò totalmente quando la Russia, sotto la guida di Putin, programmò di riprendere il ruolo egemone del passato e di realizzare la trasformazione di quelle che, un tempo, erano le repubbliche sovietiche in stati vassalli. Operazione, però, che non riuscì nei confronti dell’ormai indipendente Repubblica Ucraina, il cui presidente fantoccio, Viktor Janukovyc, fu costretto a furore di popolo a fuggire come un ladro e a rifugiarsi a Mosca. Era previsto e prevedibile che Putin sferrasse l’assalto all’Ucraina: dopo essersi assicurato la Crimea e piccole parti del Donbass, nel “non vedo, non sento, non parlo” di tutto il mondo, mise in scena la operazione militare speciale, la blitzkrieg, la guerra lampo che va avanti dal 24 febbraio del 2022, con il non riuscito tentativo di catturare e arrestare Zelensky e di segregarlo in Russia. Progetto, questo, scopiazzato da Trump – gli autocrati di solito sono poveri anche di creatività e di inventiva – con il sequestro di Maduro e la sua deportazione a New York. È un cambiamento di paradigma, che ha trovato terreno fertile, soprattutto perché Biden era tanto legato agli schemi precedenti, al mondo accantonato da Putin, e ai suoi riti. Cambiamento che, peraltro, ha trovato una sponda ad elevata spinta di rimbalzo al di qua della linea di separazione, nel momento in cui Trump ha raggiunto per la seconda volta la Casa Bianca: un’esperienza più congeniale al suo temperamento visto che adesso non c’è alcuna remora a frenarlo. È chiaro che Trump, dopo una discutibile storia personale e imprenditoriale, farcita di procedimenti giudiziari e di stupefacenti proscioglimenti, sia un personaggio dalla psicologia immatura, infantile e caratterizzata da un ego spropositato, che celebra in ogni istante della sua vita, e da una smisurata autostima. In politica interna, ha attuato una serie irreparabile di esondazioni, cui di recente la Corte suprema, a maggioranza repubblicana, ha posto freno ingiungendo il ritiro della Guardia nazionale dal territorio di alcuni comuni, dichiarati vittime di moti insurrezionali e criminali. Freno che, però, non ha scongiurato l’omicidio di Renee Nicole Good, una donna bianca, americana, madre di tre figli, 37enne e disarmata, colpita in auto dagli spari di un poliziotto durante un controllo anti-migranti nel centro di Minneapolis, nello stato del Minnesota. Ma è in politica estera che Trump ha dato il meglio di sé: non si è reso conto che gli elogi elargitigli dopo le decisioni sui dazi erano accorte falsità, somministrategli per la sua capacità di bere senza incertezze gli elogi. Una linea, quella della politica estera, che ha contraddetto clamorosamente le verità fondamentali e isolazionisti dei MAGA, per impegnare il futuro degli Stati Uniti su scenari pericolosi e di difficile manovrabilità. Si pensi a tal proposito alle diverse guerre che Trump dichiara di avere risolto con la pace e che continuano indisturbate a produrre morti, feriti e danni. E mentre continua a distribuire minacce a destra e a manca, Trump ha messo in atto l’operazione Venezuela. La reazione della politica italiana è stata di ordine morale, cioè che non riguarda il fatto né le reazioni che ha prodotto, ma soddisfa la loro incapacità di prendere in esame il tema odierno. Chi si sta occupando saggiamente dei conflitti in corso e di quelli in maturazione, è papa Leone XIV che, nell’invito ai cristiani a coltivare la pace nel loro animo, formula un richiamo all’insegnamento di Sant’Agostino: è l’animo umano il tempio in cui si onora il Signore e quindi è l’animo umano che deve essere disarmato. Un processo lungo e difficile, da perseguire con fede, al fine di recuperare alla ragionevolezza soprattutto i fautori della guerra. Sul banco degli imputati c’è, per l’amministrazione degli Stati Uniti, il narcotraffico. Ma dopo che l’allora segretario di Stato Colin Powell mostrò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una fialetta di polvere bianca per legittimare l’invasione dell’Iraq, viene complicato credere a qualcuno dell’attuale establishment. C’entra il petrolio e la sua nazionalizzazione e basta. Trump rende noto che governerà il Venezuela ma non c’è un membro del suo governo che abbia soltanto una idea di cosa e come fare. Adesso l’aspirante premio Nobel per la pace annuncia che si comprerà la Groenlandia. Occorre qualcos’altro?

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