Diocesi

Roberto Carbotti verso il diaconato: la mia storia vocazionale

26 Feb 2026

Sabato 28 febbraio alle ore 17 nella parrocchia del Carmine di Grottaglie l’arcivescovo mons. Ciro Miniero presiederà la celebrazione eucaristica durante la quale conferirà l’ordine sacro nel grado del diaconato a Roberto Carbotti e a Samuele Pio de Virgiliis.

Ecco come Roberto Carbotti presenta il suo percorso vocazionale:

“Sono nato il 2 novembre 2000 a Grottaglie da Mariagrazia (casalinga) e Ciro (elettrauto), primo dono del loro matrimonio.
Sono stato battezzato il 6 gennaio 2001 nella parrocchia di Santa Maria in Campitelli (Grottaglie) da don Franco Spagnulo. Sin da piccolo ho respirato in famiglia la bellezza della fede e della vita cristiana, specialmente nellatestimonianza dei miei genitori e dei nonni, sulle cui ginocchia ho appreso le prime sillabe del Vangelo. La loro azione educativa è stata anzitutto orientata a mostrare a me e a mio fratello minore Francesco quanto fosse bello e affascinante starecon il Signore, mostrandoci spesso le vite di alcuni santi, cominciando da coloro che sono per i grottagliesi un faro luminoso di amore per Cristo e per la Chiesa: san Ciro e san Francesco de Geronimo. Non posso certamente dimenticare quando, accompagnato dai miei e dai nonni, guardavo con attenzione le loro immagini e restavo incuriosito dalle loro vicende.

Nell’estate del 2005 ho conosciuto don Pasquale Laporta, allora parroco della Maria SS.ma del Monte Carmelo (Grottaglie), durante il Grest. Da quell’incontro primordiale credo sia stata plasmata e orientata la mia piccola vita. Infatti, nell’ottobre successivo, tra la mia insistenza e la gioia dei miei genitori, iniziavo il percorso per l’iniziazione cristiana al Carmine, proseguendo così la mia frequentazione di quella che presto sarebbe diventata la mia seconda casa. In questi primi anni ho riconosciuto alcuni sussurri vocazionali. Anzitutto in una missione giovani guidata dalle Suore francescane alcantarine (Santa Maria degli Angeli) nell’ottobre del 2009, che mi fece accostare per la prima volta al carisma e alla spiritualità francescana che tanto poi avrebbe influito successivamente; in quella settimana autunnale, mentre i miei erano alle prese con gli incontri di catechesi guidati dalle suore, mi arrestai dinanzi al volto sorprendente del Crocifisso di san Damiano: quegli occhi, pur enigmatici, parlavano al mio cuore di bambino, mi rimandavano a un mistero più grande, capace di superarmi e al contempo di farsi così vicino da sentirlo amico, fratello. Con quello sguardo ancora impresso dentro di me, il Giovedì santo successivo, mentre don Pasquale si rivestiva del grembiule per la lavanda dei piedi durante la Messa in Coena Domini, compresi che tutto il senso della mia amicizia con il Signore avrebbe avuto come crocevia quell’amore così semplice, povero, crocifisso.

Dopo la scuola primaria e secondaria di primo grado, ho scelto di compiere gli studi al liceo classico ‘Moscati’ (Grottaglie), per coltivare la naturale propensione per la letteratura, la storia e le arti, finendo per scoprire le lingue antiche del latino e del greco. Sono stati anni decisivi, belli, caratterizzati da discernimento silenzioso e fattivo, tra i libri di scuola e di musica e le serate passate in parrocchia. In questa stagione della mia vita ho avuto la grazia di entrare a far parte del gruppo giovani della comunità, i ‘Giullari di Dio’, cui devo molto della mia scelta vocazionale. Le amicizie sincere e autentiche,il clima fraterno e familiare, la gioia e la prossimità che ho respirato tra loro nel ventaglio di numerose esperienze (musical, campi-scuola, momenti di preghiera e di formazione ecc.) mi hanno fatto comprendere ancor di più che non aveva senso vivere se non per fare di questa vita un dono per gli altri. Nel frattempo, con l’arrivo del nuovo parroco, don Ciro Santopietro, ho manifestato le mie intenzioni e chiesto il suo accompagnamento fino al mio ingresso al pontificio seminario regionale “Pio XI” (Molfetta), nel 2019. Così gli anni di formazione e di studio, uniti al servizio in parrocchia e in diocesi con il sostegno di don Francesco Maranò (rettore del seminario diocesano e con la silente testimonianza orante delle Sorelle Povere di Santa Chiara di Grottaglie, mi hanno permesso di amalgamare la vita spirituale alla crescita umana e affettiva, insieme alla ricerca teologica che tanto mi appassiona e all’anelito pastorale che ho riscoperto con rinnovato entusiasmo. Devo molto al rettore don Gianni Caliandro, ai miei educatori e padri spirituali, agli stessi fratelli di cammino con i quali ho sperimentato la premura della Chiesa per la mia giovane e inquieta ricerca vocazionale. L’esperienza di Icp, alla Caritas di Barletta, poi al Cvs dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, e infine nella parrocchia Sacro Cuore di Gesù in San Ferdinando di Puglia, hanno corroborato la mia scelta di completare la formazione e giungere alle soglie del ministero ordinato. Dallo scorso settembre proseguo il mio servizio come accolito nella mia parrocchia d’origine, collaborando con il parroco don Alessandro Giove.

Faccio mie le parole dell’apostolo Paolo nella Seconda lettera ai Corinzi (cf. 3,18) per esprimere quanto il Signore ha fatto nella mia vita, lasciando che il suo Spirito mi plasmasse con docilità e fermezza, per continuare a conformarmi a lui per ilservizio del popolo di Dio, da cui mi ha chiamato e a cui sarà donato il ministero che mi preparo ad accogliere per l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del nostro arcivescovo, come grazia e come scelta permanente di vita.

Prospettive di pace

Politi (Ndcf): “Il trilaterale è un passo importante, ma la pace in Ucraina non è dietro l’angolo”

A quattro anni dall’inizio del conflitto che ha sconvolto gli equilibri del continente europeo, il panorama ucraino appare oggi bloccato in una drammatica contraddizione

ph Servizio di emergenza statale dell'Ucraina
26 Feb 2026

di Elisabetta Gramolini

A quattro anni dall’inizio del conflitto che ha sconvolto gli equilibri del continente europeo, il panorama ucraino appare oggi bloccato in una drammatica contraddizione: da un lato, un fronte militare che non sembra concedere vittorie risolutive a nessuna delle parti; dall’altro, l’apertura di un tavolo trilaterale sotto l’egida degli Stati Uniti.
Alessandro Politi, direttore della Nato defense college foundation, spiega come senza dubbio la presidenza di Donald Trump abbia un forte impatto sui negoziati ma la pace, pur evocata con forza, resta un “cammino lungo” e ancora tortuoso. Nel frattempo, a distanza di anni, si contano i danni: non solo le vittime civili e militari ma anche la tenuta economica e demografica di Mosca e Kiev – entrambe segnate da perdite che richiederanno generazioni per essere colmate – e l’intricato nodo dei territori occupati. Quando finalmente cesseranno le armi, la vera sfida sarà gestire un’eredità di una guerra che ha già compromesso il futuro strategico di entrambi i Paesi.

Il trilaterale Stati Uniti, Russia e Ucraina non ha ancora prodotto effetti. Dovevamo aspettarcelo?
Negoziare per la pace è molto più difficile che iniziare una guerra. Ricordiamoci che ad oggi ci sono stati 17 tentativi di fermare la guerra, già nel 2022. È già molto importante che il trilaterale sia stato avviato. Fino a pochi mesi fa era in dubbio.

È un passo avanti che si siano incontrati in un trilaterale?
Sì, ci sono state delle sessioni faccia a faccia. Prima era assolutamente impossibile. La questione dei territori chiaramente è difficile perché si tratta di un ritiro unilaterale dai territori non conquistati. Il Cremlino dice che un incontro tra Zelensky e Putin sia possibile solo a Mosca, ciò fa parte del gioco, ma prima un faccia a faccia sarebbe stato escluso. Non vedo il bicchiere mezzo pieno, tuttavia il fatto che si parli di incontri è importante perché, se al contrario, le parti non entrano in contatto diretto, tutto è molto più complicato.

Il fatto che ci siano stati finalmente degli incontri trilaterali sotto l’egida americana è un progresso significativo.
Non siamo ancora vicini alla pace. La pace non si farà in 24 ore o in tre mesi, nessuno si faccia illusioni. Ma è vero che il capo delegazione dell’Ucraina (Rustem Umerov, segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e difesa) ha detto che ci sono state delle discussioni sostanziali e intense. I dettagli non possono essere rivelati a questo stadio. Tutti vogliono la fine della guerra, purtroppo non sarà domani ma fra mesi. Anche per gli accordi di pace della seconda guerra mondiale, fatti dopo la completa sconfitta dei nemici, è stato necessario un lavoro preparatorio tra gli alleati di almeno due anni. Non siamo ancora vicini alla fine della guerra ma, senza questi passi avanti, non si faranno altri passi avanti verso la pace.

La guerra pesa gravemente sulle economie di entrambi i Paesi.
Ovviamente la situazione economica è peggiorata per Russia e Ucraina. Prima della guerra, la Russia era più prospera, aveva conti pubblici invidiabili che ha bruciato in larga parte per il conflitto. Anche demograficamente non stanno bene, entrambe hanno perso molte vite che non saranno rimpiazzate con uno schiocco di vita, ci vogliono 20 anni. È dunque una guerra che ha compromesso il futuro di questi due Paesi in modo più o meno grave.

L’Ucraina alla fine cederà sulla spartizione dei territori.
Il governo di Kiev – è chiaro – non ha nessuna voglia di cedere, foss’anche per soli motivi interni, ben comprensibili. Uno dei punti più difficili è che Putin vuole avere tutto il Donbass, compresi i territori non occupati, e per l’Ucraina questo è inaccettabile, oltre a costituire un pericoloso precedente internazionale. Ci sono stati dei contrattacchi locali ucraini, con limitati risultati. Prima di una accordo i combattimenti sono ancora più furiosi, sperando in risultati politici, a costi incredibili di vite. È un calcolo incerto, ma fa parte del giudizio politico in tutte le guerre.

Chi vuole la pace deve confidare nell’opera di Donald Trump?
Gli americani fanno un lavoro importante, però alla fine sono le due leadership che devono ritirarsi da situazioni insostenibili. La prima che si deve ritirare è quella russa, per questioni strategiche, badando alla sostanza ottenuta e non insistendo su dettagli irragionevoli.  La leva di Putin su Trump sta diminuendo nel tempo: il presidente sta perdendo interesse e, con una possibile sconfitta alle mid-term, Trump può ritrovarsi azzoppato. In questi quattro anni di guerra si è imparata una cosa: sul piano geopolitico si guadagna di più con un’operazione ibrida che con una guerra vera e propria. Putin lo ha imparato a caro prezzo e potrebbe uscirne politicamente ridimensionato.

Diocesi

“La letizia è lasciarsi concimare da Dio”: Davide Rondoni alla Settimana della fede

26 Feb 2026

di Silvano Trevisani

Si è chiusa nel segno di san Francesco d’Assisi la prima parte della della 54ª Settimana della fede, che proseguirà, negli ultimi due giorni, a livello vicariale e parrocchiale. Relatore d’eccellenza, il poeta e scrittore Davide Rondoni, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. “La ferita, la letizia – A tu per tu con Francesco poeta e uomo di pace” è stato il tema della sua seguitissima relazione, aperta dal saluto dell’arcivescovo Ciro Miniero e dalla presentazione di monsignor Gino Romanazzi. Una relazione fatta anche di provocazioni, non poche volte di un pizzico d’ironia che ha fatto sorridere il pubblico, e che, in un certo senso, ha interpretato autenticamente le novità carismatiche di Francesco, smontando molti luoghi comuni sviluppatisi attorno al suo modo di essere. Come le letizia, che non è bonaria giocosità, la povertà, che non è miseria ma amore, l’incanto delle creature che non è naturismo ma amore per il Dio creatore.

Davide Rondoni ha accettato volentieri di rispondere ad alcune nostre domande sul tema dell’incontro.

Tu inviti chi vuol conoscere e vivere la spiritualità di san Francesco ad accostarsi ai suoi frati, come segno di continuità e di attenzione. Ma anche per lui, in vita, il rapporto con i suoi frati non è stato sempre facile.

Ma la dimensione comunitaria è fondamentale, per questo uno che voglia avvicinarsi a comprendere meglio la figura di san Francesco deve fare una cosa molto semplice: stare coi suoi amici, cioè con quelli che hanno dedicato la vita al suo carisma, suore e frati innanzitutto…i “bro”, come li chiamo io. Francesco sapeva benissimo che nel Vangelo non c’è scritto “dove tu sarai bravo, Dio sarà con te”, ma: “dove due o tre saranno insieme nel nome mio, io sarò la”. Anche i libri possono aiutare. Ma magari è meglio non leggere i libri troppo furbetti e preferire i libri scritti dai credenti, perché se uno non crede in Dio e prova a spiegare san Francesco è come se uno provasse a spiegare il calcio senza parlarti del pallone. Per tornare alla tua domanda, credo che sia la dimensione comunitaria la più importante, perché la prima cosa che san Francesco fa è stare coi frati. Certo, la storia ci dice che dopo litigò, se ne andò, perché in tutte le cose umane i problemi non mancano, ma certo non si isolava, andava dalle monache, stava con altri frati. Francesco senza Rufino, Masseo, Leone, Chiara, Jacopa non sarebbe stato Francesco.

Tu parli di lui come di ‘un uomo capovolto’, che cosa vuoi dire?

È un’immagine che veniva usata anche nell’emblematica medievale, quella dell’albero con le radici in cielo. Capovolto perché è un uomo che impegnato la vita a cesellare il terzo aggettivo riportato all’inizio del Cantico delle creature, cioè “buono”: è questo che cambia tutto. Infatti, che la vita sia abitata da qualcosa di altissimo e onnipotente, se uno non è scemo se ne accorge, perché non siamo padroni della vita, né della nostra esistenza, né del mondo, né dell’universo. Però bisogna capire se questo mistero è “buono” o no. E lui lo ha compreso e ha passato tutta la vita commosso dall’aver compreso che questo mistero è buono, perché ha preso forma nel Bambino Gesù, e poi nella croce. Perciò questo terzo aggettivo capovolge tutto.

Il Cantico delle creature, tu scrivi, decanta l’unità del cosmo. Anche papa Francesco ha premuto questo tasto, mettendo insieme pace, ambiente e umanità. È un discorso però che resta molto complicato ai nostri giorni, no?

Ma intanto bisogna chiarire alcuni termini, se no si fa confusione: il Cantico di san Francesco non è un cantico alla flora e alla fauna, ma è un cantico all’Altissimo. Lodabile, lodevole, perché le sue creature, in quanto sue creature, sono buone. Non è scemo, sa benissimo, come Lucrezio o Leopardi, che la natura, quella che noi chiamiamo natura, non è né buona né cattiva. Lui convoca gli elementi fondamentali del cosmo: acqua, fuoco, terra, aria, li convoca nella lode dell’Altissimo, perché sono sue creature. Francesco sa che chi ama è povero perché sa che la creatura non è la sua, anche la creatura amata, i figli, la moglie, gli amici, l’amante, la zia non è la tua e non è tuo possesso. E quindi è un cantico a Dio che è il padrone del mondo. Questo rende amabili le creature. Perché sono sue, non perché sono buone in sé. Il vulcano non chiede il permesso a quelli sotto prima di eruttare. Francesco conosceva i lebbrosi, conosceva che la natura ti dà le cose meravigliose, ma anche terribili, quindi non è buona in sé, dipende da come la guardi.

Il titolo del tuo intervento cita la “letizia”, termine che ci riporta sempre a Francesco. Ma non è stata a volte fraintesa questa sua “letizia”, passata come una sorta di giocosità superficiale?

La parola letizia viene dalla parola letame, è la terra fertile in quanto concimata da un letame che non finisce mai. Potremmo dire così: la letizia di Francesca è concimata da Dio, questo rende la vita fertile, appunto, che non vuol dire un sorrisetto babbeo con cui andare in giro e credere così che, come ci han detto, “andrà tutto bene”. Peccato che poi si sono state tante guerre, e se andava male chissà che succedeva…! No, la letizia non è una sorrisetto stupido, è sapere che la vita può essere fertile sempre, anche nelle circostanze difficili, anche nelle circostanze contrarie, perché la vita è concimata dal cielo.

Ma i concetti di umiltà e povertà di spirito, che legano Francesco al Vangelo, cosa ci dicono?

Anche qui torniamo alla terra. No, l’umiltà non è quell’atteggiamento a volte anche un po’ esibitorio di una sorta di volare bassi. L’umiltà è stare attaccati alla terra, cioè è stare nell’humus, in quello che ti nutre e che ti dà forza. Questa è un’umiltà di fondo, non di atteggiamento. No, io vedo troppa “para umiltà” esibita in giro e magari invece poca umiltà di sostanza. Francesco a volte aveva un temperamento irruento, era tutt’altro che gentile, a volte, anzi abbastanza brusco. No, Francesco non era un uomo, come dire, umile, nel senso che in genere intentiamo. Era umile perché sapeva di essere l’ultimo dei salvati, cioè era umile di fronte all’apocalisse, alla lettera tau, che è la lettera della salvezza. Era umile in quanto diceva: ma come è possibile che Dio si sia chinato per me? Questa è l’umiltà di Francesco, non un atteggiamento così… un po’ bonario. Lo stesso vale per la povertà che non è la miseria ma è la sposa di Cristo, l’amante di Francesco. Questa povertà ha a che fare con l’amore. Per essere chiari: la povertà non è andare a vivere sotto un ponte, quello è meglio evitarlo anzi: è meglio aiutare chi vive sotto un ponte. Francesco non viveva miseramente, viveva poveramente, che è diverso: la povertà è l’atteggiamento di chi ama e conosce la differenza tra amare e possedere. Sa che “ciò che amo non è mio”. Questo vale per la tua donna, per i tuoi figli, per il mondo intero, per la tua stessa vita, perché è la povertà che può far dire sorella morte, ci dice che: io non sono mio.

E infine, come può essere Francesco, un uomo di Dio così fatto, un modello per una società di oggi, così violenta e arrogante?

Oggi? Ma la società è sempre stata violenta e arrogante, anche ai tempi di Francesco. Non dimentichiamoci che san Francesco non sarebbe san Francesco se non fosse andato in guerra e avesse perso contro i perugini. Poi è andato in galera, quindi… la società ai tempi di Francesco era violenta come la nostra, anzi forse anche di più per certi aspetti. La vita media era 44 anni quindi noi possiamo lamentarci troppo. Come Francesco bisogna puntare sulla misericordia e sul perdono. C’è bisogno di “riannunciare”, di aiutare tutti noi a percepirci come creature, perché se sei creatura riconosci che c’è una possibile fraternità, se no la fraternità su cosa si fonda? È finta. Solo così puoi accettare che anche quello che apparentemente ti è contro va bene perché è una creatura. Se non c’è più questo sguardo creaturale, il conflitto è l’unica possibilità.

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

Quaresima in diocesi

La via crucis della Migrantes

25 Feb 2026

Venerdì 27 febbraio alle ore 17 alla parrocchia Madonna delle Grazie, in memoria di tutte le vittime dell’immigrazione, si terrà la via crucis animata dalla Migrantes diocesana, in particolare da alcuni migranti che accompagneranno assieme ai volontari Concetta e Angela alcune ‘stazioni’ con brevi riflessioni ispirate a storie di vita concreta, segni di sofferenza e rinascita.

Nella Stazione della Veronica, per esempio,  ci sarà  Sara, giovane mamma che per anni ha vissuto un grave problema fisico invalidante. Come la Veronica che asciuga il volto di Gesù segnato dal sangue e dal dolore, così la vita della donna è stata segnata dalla sofferenza, aggravata dalla condizione di immigrata; l’incontro con il gruppo della Migrantes diocesana, con le volontarie e con il direttore, don Pino Calamo, ha rappresentato per lei una svolta concreta, permettendole di affrontare e superare una situazione che l’accompagnava da troppo tempo.

All’ottava Stazione sarà proposta la testimonianza di Gloria, mamma sola di due bambini, che ha conosciuto la durezza della precarietà fino a vivere in un sottoscala umido e buio. Attraverso l’accoglienza del Centro Migrantes, la sua vita ha ritrovato luce, dignità e stabilità: un cammino di risalita che diventa segno di speranza.

Infine, nella Stazione del Cireneo sarà richiamata la figura di Armando, segno concreto dell’aiuto fraterno che si traduce in sostegno materiale e distribuzione di beni di prima necessità per le famiglie più fragili.

I simboli della via crucis saranno portati da due gemelle nigeriane mentre la croce sarà affidata alla responsabile del Centro Migrantes, Anna  Giordano. Un momento di fede che unisce spiritualità e impegno concreto, rendendo visibile il Vangelo nella vita quotidiana.

 

Gaza sotto assedio

O’Keefe (Crs-Usa): “In mezzo alla devastazione di Gaza, persone ancora capaci di umanità, leggerezza e dignità”

ph Mohammad Al Hout for Crs
25 Feb 2026

di Daniele Rocchi

“Sono entrato a Gaza tre volte prima della guerra, l’ultima nel 2022. Anche allora c’era distruzione, ma questa volta è su una scala completamente diversa. Sul lato israeliano della Linea gialla tutto appare non solo distrutto, ma livellato: terra, fango, resti di edifici, barre di rinforzo che spuntano ovunque. Sul lato palestinese ci sono innumerevoli edifici distrutti; alcuni sono ancora in piedi, ma così deformati strutturalmente che è difficile immaginare possano mai essere nuovamente abitati”: così inizia la testimonianza di Bill O’Keefe, vicepresidente esecutivo di Crs, Catholic Relief Services (Mission, Mobilization and Advocacy). Rientrato recentemente da Gaza, O’Keefe ha raccontato a un piccolo gruppo di giornalisti collegati online, le sue giornate nella Striscia, tracciando un quadro di immensa distruzione a partire da Gaza City, nella parte settentrionale della Striscia.

Bill O’Keefe, (CNS photo/Philip Laubner, courtesy Catholic Relief Services)

Latrine improvvisate. “Interi isolati di Gaza City giacciono in rovina. Le persone vagano tra le macerie alla ricerca di materiali da riciclare: ferro, mattoni, qualsiasi cosa possa aiutarle a ricostruire. È qualcosa di difficile da immaginare, le foto e i video che circolano online non riescono a dare conto della realtà: la distruzione si estende per chilometri. Subito dopo il Corridoio di Filadelfia (una zona cuscinetto di 14 chilometri lungo il confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, e quindi l’unico accesso terrestre alla Striscia che non passa attraverso Israele), si entra in un’infinita distesa di campi di tende lungo la costa:

“Ho visitato molti campi profughi, ma qui sembrano non finire mai. Le tende sono spesso teloni con pezzi di tessuto appesi sopra. Le persone scavano buche per creare latrine improvvisate; quando piove, l’acqua filtra dentro e le fognature traboccano. Queste tende sono progettate per durare sei mesi, ma le persone vi vivono da uno o due anni”. 

Questi campi sono pieni di un numero enorme di bambini: “Sono ovunque – ha detto il vicepresidente di Crs -. Il sistema educativo è praticamente crollato: le scuole ospitano famiglie sfollate. Prima che i bambini possano tornare in classe, occorre trovare nuove abitazioni, riabilitare gli edifici scolastici e ripristinare condizioni minime di sicurezza”. Una prospettiva che appare lontana quanto l’idea stessa di ricostruzione.

ph Mohammad Al Hout for Crs

Il lavoro di Crs. “Il 4 febbraio scorso ho visitato tre dei nostri magazzini gestiti da Catholic Relief Services. Stiamo ampliando le nostre operazioni umanitarie sul terreno. Siamo in grado di far entrare merci a Gaza, anche se il processo doganale è complesso. Cerchiamo di spostare tutto fuori dai magazzini entro 24 ore per evitare rischi per la sicurezza e, soprattutto, la percezione che stiamo accumulando risorse”. O’Keefe ha sottolineato che “a differenza delle scene caotiche spesso mostrate in televisione, le nostre distribuzioni sono ordinate: le persone ricevono un Sms con il luogo e l’orario per ritirare kit igienici, tende, materiali per ripari, cibo.
Distribuire aiuti a Gaza è possibile, ma richiede relazioni con la popolazione, pianificazione e fiducia”.

Durante la sua visita a Gaza, il vicepresidente di Crs ha potuto anche ispezionare alcuni progetti abitativi. “È chiaro che le persone vivranno nelle tende per anni a meno che non si trovino soluzioni intermedie. Per questo motivo stiamo sperimentando rifugi di transizione: strutture con un telaio in legno, pareti in plastica, un tetto solido, una porta e finestre, che le famiglie possono ampliare. Ho incontrato una famiglia il cui padre, falegname, stava già costruendo un ampliamento. Queste strutture consentono una vita più dignitosa in attesa di soluzioni permanenti”.

Le notti nella parrocchia latina. “Ho parlato con molte famiglie: quasi tutte mi hanno raccontato la stessa storia. Dal 7 ottobre si sono spostate continuamente — dai parenti alle tende — alla ricerca di sicurezza. Uno dei nostri membri dello staff è stato sfollato 21 volte in un anno. È difficile persino immaginare cosa significhi», ha detto O’Keefe. Durante i suoi giorni a Gaza, ha visitato i rifugiati cristiani, tra cui due operatori di Crs, presso la parrocchia latina della Sacra Famiglia, guidata dal missionario argentino padre Gabriel Romanelli. “Ci sono stati incidenti, come un colpo di carro armato che ha colpito il tetto e cecchini che hanno ucciso due donne all’inizio del conflitto, ma il complesso è relativamente sicuro. Il parroco, padre Gabriel, parlava ogni giorno al telefono con Papa Francesco: la sua voce era una vera ancora di salvezza per la comunità. Le notti che ho trascorso nella parrocchia non erano tranquille con jet, esplosioni, colpi di artiglieria”. Il vicepresidente di Crs ha anche descritto lo stato d’animo della popolazione, rilevando “un po’ di sollievo tra le persone perché le bombe non cadono continuamente, ma anche un’immensa incertezza. Nessuno sa cosa accadrà. Molti si sentono esausti, traumatizzati.
Ho visto persone sorridere, cosa che mi ha colpito profondamente, ma ho visto anche livelli enormi di stress e trauma.
Una delle nostre colleghe ha trascorso l’intera guerra confinata in un appartamento a Gaza City. Ha perso molto peso e ha vissuto settimane di bombardamenti continui. Il trauma era evidente nel modo in cui parlava”. C’è stato qualche miglioramento nella disponibilità di cibo, tuttavia permangono difficoltà: «C’è cibo nei mercati, anche verdure fresche, e i prezzi sono scesi – ha spiegato O’Keefe – ma poche persone possono permetterseli. La maggior parte non ha reddito.
Le importazioni commerciali non possono sostituire gli aiuti umanitari mirati. Il contante è scarso; i sistemi di pagamento elettronico funzionano meglio e stanno dando accesso finanziario anche a chi non aveva un conto bancario».

Il futuro. “Nei miei prossimi incontri –  ha detto O’Keefe – chiederò una progressione del cessate il fuoco, più punti di accesso a Gaza, una revisione delle restrizioni sui materiali per i rifugi, più carburante, soluzioni per la liquidità e investimenti in abitazioni, istruzione, lavoro, acqua e servizi igienico-sanitari. Le persone devono vedere benefici concreti dal cessate il fuoco. Altrimenti, tutto ciò che resta loro è la sopravvivenza”. Poi un ultimo ricordo: “Nonostante tutto, ci sono stati momenti di gioia. Una sera ho assistito a una scena semplice: alcuni colleghi si tagliavano i capelli a vicenda, ridendo, scherzando. In mezzo alla devastazione, le persone sono ancora capaci di umanità, leggerezza e dignità”.

Diocesi

Stasera, mercoledì 25, terzo incontro della Settimana della fede con Davide Rondoni

25 Feb 2026

‘La ferita, la letizia – a tu per tu con Francesco poeta e uomo della pace’ è il tema che sarà sviluppato dal dott. Davide Rondoni nel terzo incontro della 54ª Settimana della fede, che si terrà oggi, mercoledì 25 febbraio, in Concattedrale alle ore 19.
Eccone alcuni dati biografici: nato a Forlì nel 1964, poeta e scrittore, Rondoni ha pubblicato diversi volumi di poesia con i quali ha vinto alcuni tra i maggiori premi di poesia. È tradotto in vari Paesi del mondo con la pubblicazione di volumi e riviste. Collabora a programmi di poesia in radio e tv e come editorialista per alcuni quotidiani. Nel 2015 egli vince il Premio Andersen per la narrativa per ragazzi con ‘Se tu fossi qui’ (San Paolo edizioni, 2015). Rondoni è autore di teatro e di traduzioni (Baudelaire, Rimbaud, Péguy, Jiménez, Shakespeare e altri). Ha fondato il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la rivista «clanDestino»; è presidente del Munaf (Museo nazionale di fotografia). Per CartaCanta dirige la collana ‘I Passatori-Contrabbando di poesia’. Ha curato numerose antologie poetiche, tiene corsi di poesia e master di traduzione. Nel 2023 ha scritto e interpretato il documentario ‘SacrItalia’, trasmesso su RaiDue. Davide Rondoni è stato nominato dal Consiglio dei ministri presidente del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi. Nel 2024 Davide Rondoni ha partecipato alla trasmissione ‘La biblioteca dei sentimenti’ trasmessa da RaiTre. Attualmente è ospite fisso del programma ‘Bar centrale’ di RaiUno.

Intervista esclusiva

La politica ha bisogno di ‘filosofia’: a colloquio con il professor Massimo Donà

25 Feb 2026

di Silvano Trevisani

In occasione della presentazione del volume ‘Sguardi trinitari sul sociale. Per un nuovo pensiero agente nel territorio’, svoltasi nella sede dell’Università in città vecchia, che prendeva spunto dal convegno/forum del 2022 intitolato ‘Manifesto per una riforma del pensare’, abbiamo intervistato il filosofo Massimo Donà, ordinario di Filosofia teoretica alla facoltà di Filosofia dell’università San Raffaele e di Milano.

La parola filosofica nella società di oggi ha ancora un ruolo? Noi sentiamo facilmente attribuire l’appellativo di filosofia a operatori di varia natura, ma quanto c’è si pensiero filosofico in quello che ascoltiamo?

Diciamo che mai come oggi si ha bisogno della filosofia, siamo in uno dei periodi più complicati, in un grande passaggio d’epoca difficilmente decifrabile. Per cui, chi meglio della filosofia può cercare di aiutarci nella decifrazione dello stato in cui ci troviamo? Dopo di ché va anche detto che purtroppo in questa confusione generale, spesso sì, vengono definiti filosofi personaggi che con la filosofia non hanno molto a che fare. Perché la filosofia non è solo una disciplina che ci fa studiare quello che hanno detto i filosofi, che sennò, sarebbe poca cosa. Filosofia dovrebbe essere uno stile argomentativo, un atteggiamento nei confronti del mondo, della realtà della vita, più che la conoscenza di determinati testi che, certo, sono fondamentali… ma la filosofia implica un rigore nel pensiero, che molto spesso i cosiddetti filosofi non hanno proprio in dote.

Ma come si fa a trasmettere un pensiero filosofico e a renderlo efficace in una realtà come Taranto che vive una condizione sociale molto complessa?

Ma io direi che proprio nelle situazioni più difficili più complicate si ha bisogno di filosofia. Come si fa? Ma prima di tutto bisogna essere consapevoli di una cosa: che la grande filosofia la vera filosofia ha sempre parlato delle questioni più urgenti, che ci riguardano tutti la filosofia. Nel corse dei secoli non è sempre stato così, perché talvolta è diventata un discorso un po’ astratto. molti dicono “campato in aria”, proprio perché si è un po’ separato dalla realtà. Ma la grande filosofia, e penso ai primi grandi filosofi come Socrate o Platone, parlavano delle cose che ci riguardano tutti. Non cose “da filosofi” ma cose da “esseri umani”. E allora la filosofia? In queste situazioni, come quella di Taranto ma non solo Taranto… io sono di Venezia che vive anche una situazione complessa, niente è meglio della filosofia per cercare di fare ordine in questo caos e cercare di offrire un metodo per comprendere questa realtà. E magari per trovare anche delle soluzioni ai problemi che ci sono. Perché sennò rischiamo che le soluzioni vengano prese per puro arbitro. Per puro sentito dire. Scelte casuali senza una base.

Ma forse in nessun periodo la filosofia è stata così distante dalla politica.

Diciamo pure che oggi giorno la classe politica è di un livello abbastanza sconfortante, bassissimo livello culturale, mentre qualche tempo fa, ai tempi di Amalfitano appunto, la grande politica era fatta di personalità colte, preparate, intelligenti. Cosa che oggi è sempre più difficile trovare. Per cui diciamo che ci sarebbe bisogno anche di “molta” filosofia nel campo della politica. Adesso noi condizionati dall’ontologia trinitaria cercheremo una chiave di lettura dei problemi sociali dei problemi politici, dei problemi reali della popolazione.

Diocesi

Ci lascia Tonino Gigante, anima delle nostre tradizioni religiose

ph G. Leva
25 Feb 2026

di Angelo Diofano

Erano questi giorni di intensi preparativi per Tonino, per l’imminente partenza per il pellegrinaggio di Assisi e per la preparazione dei festeggiamenti in onore di San Giuseppe, in città vecchia. Ma il Signore ha preferito altrimenti, chiamandolo a partecipare gioiosamente alla liturgia celeste assieme ai suoi santi così amati, in particolare i Santi Medici, il ‘santo vecchierello’, San Cataldo e la Madonna del Carmine. Siamo felici per lui, ovviamente, in quanto ha raggiunto la meta cui ognuno cristiano aspira, però ci mancherà tanto.
Lo saluteremo domani, giovedì 26 alle ore 16.30 basilica cattedrale di San Cataldo. Nel frattempo, da  oggi pomeriggio, mercoledì 25, sarà possibile visitarlo nella chiesa giù alla Marina, in via Garibaldi, dov’è ubicata la segreteria delle confraternite di cui era responsabile.
Renderà omaggio a Tonino Gigante anche la banda musicale ‘Santa Cecilia-Città di Taranto’ che accompagnerà il corteo da San Giuseppe fino a San Cataldo, salutando infine l’uscita del feretro, al termine della santa messa.

 

Tonino, scomparso all’età di 78 anni, era l’anima della religiosità popolare tarantina, scrupoloso programmatore dei numerosi appuntamenti in città vecchia, assieme al parroco della Cattedrale, don Emanuele Ferro, che martedì sera lo ha preparato all’ultimo viaggio impartendogli il sacramento dell’Unzione degli infermi.

Chi scrive era in frequente contatto con lui per le informazioni sui vari festeggiamenti, sopportato pazientemente per le telefonate alle tre del pomeriggio, sottraendo momenti al meritato riposo. Però dava atto di tanto interessamento sui vari giornali dove venivano riportate le note: “Iangiulì, sei rimasto fra i pochi che si interessano di queste cose, ma non mi chiamare più a quell’ora! – diceva, pur sapendo che ciò si sarebbe ripetuto.

 

ph G. Leva


Tonino proveniva dai cortili di via Garibaldi e perciò assiduo frequentatore di San Giuseppe e dell’annesso oratorio. Conosceva vita, morte e miracoli delle tradizioni e dell’ambiente della Città vecchia, che ha strenuamente difeso nell’attività di partito (era iscritto alla sezione della vecchia Democrazia cristiana, in piazza Duomo) e come presidente dell’allora circoscrizione Isola-Porta Napoli. Da lui chi scrive riceveva notizie di prima mano su quanto accadeva nei vicoli, di bello e di brutto: “Amma salvà Tarde vecchie!”, era il suo imperativo. Ci si vedeva di frequente alle processioni organizzate con la confraternita di turno, iniziando da quella de ‘U Bammine all’erte’ con la confraternita della Trinità, il 6 gennaio, poi con quella in onore di Santa Cecilia, il 22 novembre, e concludendo con quella de U Bammine curcate, il giorno di Natale.

Ma come non ricordare lo zelo per il grande appuntamento con la festa dei Santi Medici (era gioioso per la riapertura del santuario in via Di Mezzo) e soprattutto per la festa patronale di San Cataldo, con la cura per scelta delle bande musicali, dell’illuminatore e del fuochista, ben attento che le loro prestazioni risultassero all’altezza delle aspettative.

Tonino in particolare va ricordato per gli anni in cui è stato cerimoniere (1978-1999) e segretario (2000-2008) della confraternita del Carmine, nelle cui fila accolse la mia iscrizione, ai tempi dell’avvocato Solito quale priore. E tanto egli ha dato per il bene del sodalizio (assieme all’amico Franco Zito, che ne è stato anche priore) manifestando gioia per l’adesione dei tanti giovani che sempre più numerosi partecipano sia alla processione del 16 luglio sia, ovviamente, ai Sacri Misteri. Mi raccontava in particolare di quando assisteva alle prove delle marce funebri della allora banda Piave del maestro Vernaglione in un vecchio edificio di vico Sant’Agostino (ora restaurato), dove un paio di confratelli davano il tempo nazzecandosi.

Questi e tanti altri ricordi scorrono nella mente di chi scrive ma che restano bloccati nella penna, pardon nei tasti del computer, di chi redige queste poche note. Perciò, spazio alle note biografiche.

Insignito del titolo di commendatore dell’Ordine Equestre di San Silvestro Papa, è stato anche segretario del comitato festeggiamenti patronali di San Cataldo e dal 2012 commissario arcivescovile della confraternita di Santa Maria di Costantinopoli sotto il titolo dei Santi Cosma e Damiano; infine nel 2016 ha ricoperto il medesimo incarico per le confraternite riunite della città vecchia, con sede in San Giuseppe.

Diocesi

Le celebrazioni diocesane della 34ª Giornata mondiale del malato

ph G. Leva
25 Feb 2026

di Angelo Diofano

Venerdì 27 sarà celebrata in diocesi la 34ª Giornata mondiale del malato che mette al centro la figura evangelica del samaritano il quale, prendendosi cura dell’uomo malmenato dai ladri, vuole sottolineare l’aspetto dell’amore verso il prossimo attraverso gesti concreti di vicinanza,  facendosi carico della sofferenza altrui, soprattutto di quanti vivono la malattia, spesso in un contesto di fragilità per la povertà, dell’isolamento e della solitudine.

La Giornata sarà vissuta in due momenti. Il primo avrà luogo alle ore 8.30 nel seminario minore di Poggio Galeso con la conferenza di padre Carmine Arice, superiore generale della Società dei sacerdoti cottolenghini nonché padre generale della Piccola casa della Divina Provvidenza, sul tema: ‘Qualità di vita e dignità del malato: Il ruolo cruciale delle sinergie tra professionisti ospedalieri e servizi territoriali’. L’evento nasce con l’idea di percorrere le difficoltà dei pazienti cronici che la struttura ospedaliera non riesce a gestire, per gli spazi e le risorse a disposizione. Spesso i pazienti, superato il momento acuto della malattia, necessitano di recupero e cure domiciliari, che non sempre possono essere erogate in maniera uniforme. Le strutture e i reparti per post acuti non sono sufficienti e la famiglia in primis e la Asl poi devono accudire la persona malata spesso senza le capacità, le competenze e le risorse necessarie. In quest’ottica l’evento si propone di dare delle significative istruzioni per l’uso in modo da non far trovare le famiglie impreparate per muoversi in un mondo dove, spesso c’è tutto ma non sempre è visibile a tutti.

A conclusione della Giornata, alle ore 18, nella parrocchia Madonna della Fiducia ci sarà la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero, cui sono particolarmente invitati, insieme ai loro familiari, tutti i malati, i disabili e le figure professionali legate al mondo della sanità (medici, infermieri, operatori sanitari, volontari in ambito sanitario, operatori pastorale della salute ecc.).

Settimana della fede

Profeti di pace, segni di luce in Terra Santa

Martedì 24 febbraio, in Concattedrale, la seconda serata con la relazione di Andrea Avvenuto

25 Feb 2026

di Luana Comma

«Se il mio dolore è più forte del tuo, allora non potremo mai incontrarci»: è a partire da questa consapevolezza, semplice e insieme disarmante, che si è aperto il secondo incontro della 54ª Settimana della fede dell’arcidiocesi di Taranto. Le parole di Andrea Avveduto non si sono limitate a descrivere una realtà lontana, ma hanno attraversato le coscienze, obbligando a riconoscere come il dolore, quando diventa misura assoluta, rischi di chiudere ogni possibilità di relazione. 

La Terra santa si presenta così, non solo come uno scenario segnato da un conflitto che dura da oltre un secolo, ma come un luogo in cui la sofferenza tende a stratificarsi, a sovrapporsi, a competere. La recente tregua non può ancora essere confusa con la pace: resta fragile, sospesa, incapace di guarire ferite profonde. La Striscia di Gaza, con i suoi circa 360 km², porta i segni evidenti di questa devastazione: infrastrutture distrutte, vite spezzate, un’intera popolazione costretta a vivere nell’incertezza. E colpisce, più di ogni altro dato, la condizione dei più piccoli: quasi la metà della popolazione è composta da bambini e adolescenti a cui è stata sottratta non solo la quotidianità, ma perfino la possibilità di immaginare un futuro. 

È proprio a partire da questa realtà che Avveduto ha articolato una riflessione essenziale: non è più sufficiente pensare interventi per queste popolazioni, ma diventa urgente avviare processi con loro, restituendo protagonismo e responsabilità. In assenza di tale prospettiva, il rischio è quello di alimentare, quasi inevitabilmente, una spirale di risentimento e violenza destinata a perpetuarsi. Le condizioni di vita, infatti, risultano segnate da perdite radicali: casa, lavoro, terra, stabilità. Non mancano testimonianze che rivelano la drammaticità quotidiana, come quella di chi è costretto a scegliere «se mangiare o curarsi». 

All’interno di questo scenario, i bambini emergono come le vittime più esposte: nei loro disegni si imprimono immagini di guerra — bombe, rifugi, fuga — e non di rado essi stessi vengono coinvolti in dinamiche che li privano precocemente dell’infanzia. Da qui l’insistenza su un punto decisivo: l’urgenza dell’educazione. Senza un investimento reale in questo ambito, quei bambini rischiano di essere assorbiti, domani, dalle stesse logiche di violenza che oggi li feriscono. 

A partire da tale contesto, Avveduto ha posto una domanda tanto semplice quanto radicale: come è ancora possibile parlare di pace? La risposta si è sviluppata attorno a quattro parole — presenza, cura, dono e miracolo — che non restano categorie astratte, ma prendono forma in storie concrete, capaci di illuminare anche le situazioni più oscure. 

La presenza si manifesta nella vicenda di Aishia, una donna che, dopo aver partorito sotto i bombardamenti, viene creduta morta. Solo all’ultimo momento si scopre che è ancora viva. Accolta e curata per due mesi, riesce a sopravvivere e, successivamente, a ritrovare il proprio bambino, nel frattempo custodito e accudito. Ciò che rende possibile questo esito è, anzitutto, il fatto che qualcuno sia rimasto: una presenza discreta e fedele che, anche nel dolore, non si ritrae. 

La cura emerge nella storia di un bambino disabile, abbandonato due volte perché ritenuto un peso. Accolto dalle suore, alla domanda «come stai?» risponde: «Sono felice, perché qui qualcuno mi ama». In questa affermazione si condensa una verità essenziale: essere riconosciuti e amati restituisce senso e dignità anche laddove ogni prospettiva sembra preclusa. 

Il dono si incarna nella vita di un architetto palestinese musulmano che, a seguito dell’incontro con un frate francescano, sceglie di dedicarsi alla conservazione della bellezza, restaurando anche luoghi cristiani e formando giovani del suo popolo. La sua esistenza diventa così uno spazio di incontro e di costruzione. Persino nel tempo della sofferenza finale, il suo dolore non si chiude in sé, ma si offre come apertura agli altri, mantenendo intatta la logica del dono. 

Il miracolo, infine, si rende visibile nella vicenda di un agricoltore cristiano in Siria, privato delle proprie terre e costretto a scegliere tra la conversione e la persecuzione. Minacciato, egli avverte interiormente una parola di incoraggiamento: «Non temere, io sono con te». Forte di questa certezza, rifiuta di rinnegare la propria identità. Arrestato, diventa in carcere una presenza capace di sostenere gli altri, affermando con forza: «Niente potrà farci del male. Niente potrà toglierci il bene dalla vita». 

Dopo aver attraversato queste quattro parole — presenza, cura, dono e miracolo — non si resta semplicemente con delle storie edificanti, ma con una provocazione che interpella in profondità. Esse, infatti, non descrivono soltanto ciò che accade in una terra lontana, ma dischiudono un criterio con cui guardare la realtà tutta: là dove l’uomo sceglie di non sottrarsi, di farsi prossimo, di offrire sé stesso e di credere ostinatamente al bene, lì qualcosa cambia davvero. 

In questo senso, essere profeti di pace non è un compito straordinario riservato a pochi, ma una forma quotidiana di fedeltà. È una postura interiore che si traduce in gesti concreti: nel rimanere dentro le relazioni anche quando sono ferite, nel non lasciare che il dolore diventi chiusura, nel custodire l’umano quando tutto sembra negarlo. 

In questo orizzonte si collocano anche le parole di Don Tonino Bello: «Se un volto non è rivolto verso l’altro, non è più volto». La guerra, infatti, prende forma proprio nel momento in cui il volto dell’altro si dissolve, smarrendo la sua consistenza umana.

La pace, allora, prima ancora che un orizzonte politico, si rivela come un evento fragile e potente insieme, che prende forma dentro la storia attraverso volti, scelte, incontri. E proprio per questo non è un’utopia irraggiungibile, ma una possibilità reale, affidata alla responsabilità di ciascuno. 

Così, quei segni di luce che emergono dalla Terra Santa non restano confinati a quel contesto, ma diventano una chiamata: riconoscere che anche nel cuore delle contraddizioni più profonde può germogliare un bene inatteso. Un bene discreto, spesso nascosto, e tuttavia capace di aprire varchi dove tutto sembrava chiuso. 

È in questa speranza concreta, umile e tenace, che il cammino della pace continua ad avere inizio. Sempre. 

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

 

Società

Affrontare i conflitti adolescenziali

24 Feb 2026

di Paolo Morocutti

C’è un momento, nella vita di ogni genitore, in cui il figlio o la figlia che conoscevamo comincia a cambiare. Non solo nel corpo, negli orari, nella musica che ascolta, ma anche nelle idee. Può succedere che un adolescente metta in discussione la fede della famiglia, che esprima opinioni politiche opposte a quelle dei genitori, che scelga uno stile di vita che non ci aspettavamo, o che cominci a frequentare persone che ci preoccupano. Per molti genitori è un colpo duro: ci si sente traditi, incompresi, perfino falliti. “Dove ho sbagliato?”, ci si chiede. Eppure, proprio questo passaggio è uno dei più importanti e sani dell’adolescenza: il momento in cui un figlio comincia a costruirsi come persona distinta, con le proprie idee e i propri valori. Questa fatica non riguarda solo i ragazzi. Anche i genitori vivono un lutto: quello del bambino che obbediva, che condivideva tutto, che ci guardava come eroi. Accettare che un figlio diventi “diverso da noi” è un lavoro interiore impegnativo, che nessuno ci insegna e che spesso affrontiamo da soli. Proviamo a capire insieme cosa succede nel cuore di una famiglia quando emergono queste differenze, perché è importante non ricorrere a ricatti affettivi né a muri di silenzio, e quali atteggiamenti concreti possono aiutarci a restare vicini ai nostri figli anche quando la pensiamo in modo molto diverso. L’adolescenza, lo dice la parola stessa (dal latino adolescere, “crescere”), è il tempo in cui si comincia a diventare grandi. E diventare grandi significa, tra le altre cose, costruirsi un’identità propria, che non può essere la fotocopia di quella dei genitori. Lo psicologo Murray Bowen, uno dei padri della terapia familiare, ha descritto questo processo con il concetto di differenziazione del sé: ogni individuo ha bisogno di distinguersi dalla “massa emotiva” della propria famiglia, cioè di poter pensare, sentire e scegliere in modo autonomo, senza per questo rompere i legami affettivi. Quando un figlio comincia a contestare i nostri valori, non sta necessariamente rifiutando noi come persone: sta provando a capire chi è lui, chi è lei. È come se dicesse: “Ho bisogno di verificare se le cose in cui credo le credo davvero, oppure le ho solo assorbite senza pensarci”. Questo processo può passare attraverso provocazioni, scelte estreme, silenzi, oppure attraverso un dialogo aperto, a seconda di come noi adulti reagiamo. Il punto è questo: se ostacoliamo troppo la differenziazione con il controllo rigido, le scenate, i ricatti emotivi non la eliminiamo, la rendiamo più conflittuale e dolorosa, e rischiamo di spingere i figli verso la ribellione radicale o la chiusura completa. Se invece la accogliamo con rispetto, pur mantenendo le nostre posizioni, offriamo ai ragazzi un terreno sicuro su cui sperimentarsi. Di fronte a un figlio che cambia, molti genitori spesso senza rendersene conto mettono in atto forme di ricatto emotivo. Sono frasi come: “Se fai così, mi fai morire”; “Dopo tutto quello che ho fatto per te, mi ripaghi così?”; “Se non la smetti, non ti considero più mio figlio”; oppure silenzi carichi di disapprovazione, sguardi che comunicano delusione profonda, ritiro dell’affetto come forma di punizione. Il ricatto emotivo funziona nel breve periodo: il figlio, per paura di perdere l’amore, può cedere, tornare sui suoi passi, nascondere le proprie idee. Ma il prezzo è altissimo. A lungo andare, il ragazzo impara che l’amore dei genitori è condizionato (mi vuoi bene solo se sono come vuoi tu), sviluppa insicurezza, senso di colpa, oppure al contrario una rabbia profonda che può esplodere in futuro in una rottura ben più grave di quella che si voleva evitare. Il ricatto può anche andare nell’altra direzione: a volte sono gli adolescenti a ricattare emotivamente i genitori, con minacce, scene o ritiri. In entrambi i casi, il meccanismo è lo stesso: si usa la paura al posto della comunicazione, e la relazione si avvelena. Uscire dal ricatto richiede prima di tutto riconoscerlo: ammettere con sincerità che lo stiamo usando, capire da quale nostra paura nasce (paura di perdere il figlio, paura del giudizio sociale, paura di aver sbagliato come genitori), e poi scegliere un’altra strada. La ricerca psicologica più recente lo conferma con dati chiari: la strategia più efficace per proteggere gli adolescenti e mantenere viva la relazione con loro non è il controllo, non è la punizione, non è nemmeno il semplice “dare il buon esempio” (anche se conta molto). È la presa di prospettiva: lo sforzo autentico di capire come si sente il figlio, quali sono le sue ragioni, cosa lo muove. Uno studio condotto su adolescenti che avevano messo in atto comportamenti problematici ha mostrato che i genitori più efficaci non erano quelli più severi, né quelli più permissivi, ma quelli capaci di mettersi nei panni dei figli. Quando un ragazzo percepisce che il genitore sta davvero cercando di capirlo non per dargli ragione, ma per comprenderlo è molto più probabile che si apra al dialogo e che rifletta sulle proprie scelte.

Ascoltare in modo empatico significa alcune cose molto concrete:

· Sospendere il giudizio, almeno nei primi minuti di una conversazione difficile. Non partire con “Ma come puoi pensare una cosa del genere?”, bensì con “Aiutami a capire cosa pensi e perché”.

· Guardare il figlio negli occhi, mettere via il telefono, dare il segnale che quello che dice conta davvero.

· Non interrompere per correggere, convincere o moralizzare. Prima si ascolta fino in fondo, poi si parla.

· Restituire ciò che si è capito: “Se ho capito bene, tu pensi che… e questo ti fa sentire…”. Spesso solo questo basta perché il ragazzo si senta visto.

· Accettare che non si deve risolvere tutto subito: a volte il figlio ha solo bisogno di sentirsi accolto, non di ricevere una soluzione o un consiglio.

L’ascolto empatico non vuol dire essere d’accordo su tutto. Vuol dire comunicare: “Anche se la penso diversamente, tu mi stai a cuore e il tuo punto di vista ha valore per me”. Uno degli errori più comuni, quando si parla di ascolto e rispetto, è pensare che il genitore debba rinunciare alle proprie convinzioni. Non è così. La ricerca sulla teoria dell’autodeterminazione mostra che gli adolescenti hanno bisogno di adulti che siano coerenti con i propri valori: quando le azioni dei genitori rispecchiano davvero ciò in cui credono, i ragazzi percepiscono i loro messaggi come autentici e non come tentativi di controllo. Il punto non è nascondere ciò in cui crediamo, ma comunicarlo nel modo giusto. C’è una grande differenza tra dire “In questa casa si fa così e basta” e dire “Io credo in questo valore per queste ragioni, e per me è importante. So che tu stai pensando in modo diverso, e voglio ascoltare le tue ragioni. Non sono sicuro che saremo d’accordo, ma voglio che sappiamo parlarne”. Questo atteggiamento chiamiamolo autorevolezza senza autoritarismo permette al genitore di restare un punto di riferimento chiaro senza diventare un muro che il figlio deve per forza abbattere. I genitori che combinano calore emotivo con regole chiare e flessibili ottengono risultati migliori sia nel rapporto con i figli sia nel benessere psicologico dei ragazzi, rispetto a quelli troppo rigidi o troppo permissivi.

Alcune buone pratiche concrete:

· Distinguere tra valori negoziabili e non negoziabili. Non tutto è sullo stesso piano. Il rispetto per le persone, la sicurezza personale, la legalità non si negoziano. Ma l’orario di rientro, il look, le scelte musicali, le amicizie (entro certi limiti) possono essere terreno di confronto e compromesso.

· Negoziare le regole insieme, dove possibile. Non significa che il figlio comanda, ma che partecipa al processo. Questo gli insegna responsabilità e gli fa sentire che la sua voce conta.

· Dare l’esempio più che le prediche. Se vogliamo che i nostri figli siano rispettosi delle idee altrui, dobbiamo esserlo noi per primi — anche quando le loro idee ci sembrano sbagliate.

Ci sono momenti in cui le divergenze diventano conflitto aperto: discussioni accese, porte sbattute, silenzi pesanti. È naturale, e non è necessariamente un male. Il conflitto tra genitori e figli adolescenti è considerato dalla psicologia dello sviluppo un processo fisiologico e necessario per la costruzione dell’identità. Non è il conflitto in sé il problema: è come lo gestiamo.

Alcuni suggerimenti pratici per attraversare i momenti più difficili:

· Non reagire a caldo. Quando la rabbia è alta, è meglio fermarsi: “Ne parliamo tra un’ora, adesso siamo troppo arrabbiati”. Non è debolezza, è saggezza.

· Non attaccare la persona, ma discutere il comportamento. “Quello che hai fatto mi preoccupa” è diverso da “Sei un irresponsabile”.

· Non usare frasi assolute come “sempre” e “mai”, che chiudono il dialogo e fanno sentire il ragazzo etichettato e incompreso.

. Cercare il momento giusto. Le conversazioni importanti non si fanno di corsa, né davanti ad altri. Trovare un momento tranquillo, magari durante una passeggiata o in auto, può fare la differenza.

· Riconoscere quando serve un aiuto esterno. Se il conflitto diventa cronico, se si ha la sensazione di non farcela, chiedere il supporto di uno psicologo o di un percorso per genitori non è un fallimento: è un atto di responsabilità e di cura verso la famiglia.

La tentazione più grande, di fronte a un figlio che ci spiazza con le sue scelte, è quella di chiudersi: nel giudizio, nel silenzio, nel ricatto, nella rigidità. Oppure, all’opposto, di arrendersi e lasciar correre tutto pur di evitare il conflitto. La strada più difficile ma anche la più feconda è un’altra: restare presenti. Restare nella relazione anche quando fa male, continuare a dire “ci sono” anche quando non siamo d’accordo, mantenere aperta la porta del dialogo anche quando il figlio sembra volerla chiudere. Non si tratta di approvare tutto, né di rinunciare ai propri valori. Si tratta di comunicare, con i fatti prima che con le parole, un messaggio fondamentale: “Ti voglio bene non perché sei come me, ma perché sei tu. E anche quando non capisco le tue scelte, non smetterò di starti accanto”. Questo è forse il dono più grande che un genitore può fare a un figlio adolescente: la certezza che l’amore non è condizionato all’obbedienza, e che crescere anche in direzioni impreviste non significa perdersi, ma ritrovarsi.

Diocesi

Seconda giornata della 54ª Settimana della fede: incontro con Andrea Avveduto

ph G. Leva
24 Feb 2026

Sarà il dott. Andrea Avveduto il relatore della seconda giornata della 54ª Settimana della fede, martedì 24 febbraio alle ore 19 in Concattedrale, che parlerà sul tema ‘Profeti per la pace. Esperienze dalla Terra santa’.
Eccone alcuni dati biografici: giornalista, sposato con due figlie, è nato a Novara nel 1984. Debutta nel 2008 come analista televisivo su RAI 3 e nel 2010 si trasferisce a Gerusalemme per lavorare al centro televisivo della Custodia di Terra santa. Rientrato a Milano nel 2013, cura la comunicazione per l’Associazione pro Terra Sancta e collabora con diverse testate italiane. Dal 2022 è docente a contratto all’Università degli studi Niccolò Cusano di Roma. Nel 2012 Avveduto ha pubblicato il libro ‘Aggrappati alle radici. Storie e volti dei cristiani in Terra Santa’; nel 2015 ‘Kikot, la partita più importante’ e ‘L’ora prima del miracolo. Nel 2025 egli ha pubblicato l’ultimo libro, ‘Un Maestro per Samir’.