Eventi nazionali

Il Concilio di Nicea e le origini della ‘hospitalitas’ cristiana all’Accademia di Storia dell’arte sanitaria

02 Mar 2026

di Silvano Trevisani

Celebrato, a Roma, l’Anno accademico dell’Accademia di Storia dell’arte sanitaria, nella storica e suggestiva cornice del complesso monumentale dell’ospedale Santo Spirito di Lungo Tevere in Sassia 3. L’evento, a 106 anni dalla fondazione dell’ente, presieduto dal dottor Gianni Iacovelli (nella foto), medico già sindaco di Massafra e presidente della Provincia, si è sviluppato nelle giornate di giovedì 19 e venerdì 20 febbraio, riunendo illustri accademici, esponenti del mondo scientifico, autorità istituzionali ed appassionati di cultura umanistica. Tema della manifestazione, a 1700 anni dal Concilio voluto dall’imperatore Costantino: “Il Concilio di Nicea – Le origini della hospitalitas cristiana”.

Il Concilio di Nicea (335 dC) fu un grande evento, non solo religioso, ma con una forte impronta politica e sociale: di fatto da Nicea nascono le prime forme di ospedale e si strutturano gli embrioni di quella che oggi chiamiamo “sanità pubblica”.

Le due giornate hanno celebrato non solo la ripresa delle attività didattiche e di ricerca, ma anche il ruolo centrale che l’Accademia ricopre nella custodia della memoria medica nazionale. Fondata per promuovere lo studio dell’evoluzione delle scienze mediche e biologiche, con uno sguardo alla rappresentazione della sanità nell’arte, l’Asas ha riaffermato l’importanza odierna di un approccio multidisciplinare  alla pratica medica, coniugando il progresso tecnologico con la tradizione storica. Nella prima delle due giornate, i lavori accademici hanno esplorato gli aspetti di fede e politica del Concilio (cardinale Kurt Koch), l’analisi della nascita degli ospedali (Maurizio Vaglini, Pisa), con il nascere della carità per i malati ed i bisognosi (monsignor Luigi Magnano, Torino).

La seconda giornata si è aperta con le prolusioni sul ruolo della donna nell’assistenza sanitaria nei primi secoli del Cristianesimo (Massimo Aliverti, Università dell’Insubria) e sui medici e medicina nella tarda romanità (Giuseppe Trincucci, Società di Storia Patria per la Puglia). La celebrazione si è chiusa con la consegna delle annuali benemerenze culturali, scientifiche ed umanitarie.

“Inaugurare un nuovo anno accademico in questi spazi significa onorare secoli di sapere medico che hanno segnato la storia di Roma e del mondo” – ha sottolineato il Segretario Generale ASAS, Giuseppe Marceca. “La nostra missione resta quella di formare una coscienza critica che, aprendo alle giovani generazioni, guardi al futuro della sanità senza mai dimenticare le sue radici artistiche e umanistiche”, ha ribadito il presidente nazionale ASAS, Gianni Iacovelli.

L’evento è stato anche l’occasione per tenere accesi i riflettori sul Museo Storico Nazionale dell’Arte Sanitaria, che custodisce tesori rari: dalle antiche farmacie ai laboratori alchemici, fino alle collezioni anatomiche. L’Accademia si conferma un polo culturale vivo, capace di attrarre ricercatori e visitatori da tutto il mondo, pronti a scoprire come l’arte e la medicina si siano intrecciate nel corso dei secoli.

Quaresima in diocesi

Faggiano, le ‘Quarantore’

02 Mar 2026

Sono in corso alla parrocchia Maria Santissima Assunta di Faggiano le solenni Quarantore che saranno guidate da don Francesco Mànisi, vicario parrocchiale alla Santa Maria La Nova di Pulsano, responsabile del Servizio di pastorale giovanile e vocazionale.
Questo è il programma per le giornate dal 2 al 4 marzo:
ore 9, esposizione del Santissimo Sacramento e Lodi mattutine; ore 12, Ora media; ore 16, esposizione del Santissimo Sacramento e adorazione; ore 18, santa messa; ore 19, meditazione; ore 22, Compieta.
Il parroco don Francesco Santoro sarà a disposizione per le confessioni un’ora prima di ogni santa messa.

Eventi in diocesi

Che cosa è la verità: incontro al Sacro Cuore di Statte

02 Mar 2026

Martedì 3 marzo alle ore 19.30 a Statte nel salone della parrocchia del Sacro Cuore si terrà un incontro sulla Passione secondo Giovanni dal titolo ‘Che cosa è la verità’ (Gv 18,38). Guiderà la riflessione don Simone Andrea De Benedittis, direttore dell’ufficio catechistico diocesano. L’iniziativa è delle parrocchie stattesi del Sacro Cuore, San Girolamo Emiliani e Maria Santissima del Rosario.

 

Tracce

Doppia morale, doppio standard

Reuters/Avvenire
02 Mar 2026

di Emanuele Carrieri

C’era un mondo prima, ci sarà un altro mondo dopo. Tutto quello che sta accadendo nel mondo ogni giorno è tale che, se tutto ciò avrà una fine, non si potrà solamente voltare pagina e riprendere il corso delle cose come nulla fosse. E come potrà il mondo fare i conti con quanto sta accadendo in ogni luogo? Come sarà quella contabilità? L’Occidente farà i conti con la sua coscienza oppure farà finta di niente? Sempre più si sta cercando, da parte di tutti, di porre la questione su un piano relativo, del tipo “tutti colpevoli, nessun colpevole”. La storia occidentale e della sua supremazia è disseminata di violente vicende di sottomissione ed eliminazione di intere popolazioni, di predazione di terre e di risorse. Dai nativi americani ai congolesi, dagli indigeni dell’Africa sud-occidentale ai nativi di Algeria, Kenya e India, fino agli schiavi africani spostati in America, sono troppi gli esempi in cui a prevalere, in definitiva, è stata semplicemente la legge del più forte e l’annichilimento di massa. Ma dalla fine della seconda guerra mondiale molti, se non tutti, i paesi dell’area geopolitica e culturale fondata su tradizione democratica e stato di diritto, di tipo capitalistico, avevano difeso e avvalorato, sempre e comunque, i principi dei diritti dell’uomo, delle minoranze, dei popoli e della loro autodeterminazione, sui quali l’Organizzazione delle Nazioni Unite era stata fondata. Forti della loro preponderanza politica e militare, affermatasi grazie al predominio tecnologico ed economico fondato sul colonialismo, quei paesi si erano erti a garanti del mondo libero, rispettoso dei diritti umani, portatori dei valori di progresso ed emancipazione, equità e giustizia alla base della civiltà occidentale. Tutto questo con percorsi diversi: talvolta accantonando gli errori commessi, a volte autoprocessandosi e autoassolvendosi, fino a giungere, alle volte, a parlare perfino di compensazioni, di risarcimenti oppure di indennizzi. C’era un dato inconfutabile, incontestabile, sicuro e pacifico: lo sterminio e l’appropriazione coloniale erano realtà del passato non più accettabili e tutti avrebbero dovuto conformarsi a questo standard. La contrapposizione con il blocco del patto di Varsavia e il periodo di tensione geopolitica comunemente detto guerra fredda avevano rafforzato l’alleanza dei paesi occidentali, esaltandone un modello che congiungeva le libertà individuali, la democrazia e il progresso economico provocato dal capitalismo dell’economia di mercato. Quando, fra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, prima la caduta del Muro di Berlino e dopo lo scioglimento del patto di Varsavia e il crollo dell’Unione Sovietica, ne avevano ratificato la superiorità, si era parlato di fine della storia, per il fatto che quel modello si sarebbe esteso a tutto il mondo. Tutti ci avevano creduto. Che quel modello fosse uscito da un passato macchiato di soprusi e discriminazioni, sterminii e trasferimenti forzati di milioni di persone poco importava, c’era la libertà, la democrazia e le pari opportunità, adesso da difendere e da godere. L’Occidente si era così trovato alla sommità del suo dominio, sentendosi battezzato a governare le vicende mondiali, intervenendo in ogni dove per stabilire il rispetto di quei principi fondativi per esportare democrazia e capitalismo. Nacque quella narrazione del mondo libero e democratico vincente, che celava il passato e che consentiva l’utilizzo delle istituzioni internazionali per intervenire in quei paesi che non si conformavano ai principi sanciti – in Iraq come in Serbia, in Afghanistan come in Libia e in altri casi –, perfino ricorrendo alla Corte penale internazionale per punire i colpevoli di crimini contro l’umanità o crimini di guerra. Ma continuando a consolidare la propria supremazia, ampliando la propria sfera di influenza e continuando a peccare di violenze (come ad Abu Ghraib), arbitrarie interferenze (in Kosovo) o illeciti (come con Guantanamo), nel nome della guerra al terrore o altre parole d’ordine. La storia era finita, ma c’era chi non si adeguava e intanto, non solo il suo prestigio andava scolorendo, ma la sua stessa egemonia crollava con il proseguire della globalizzazione. Alla luce di ciò che sta avvenendo in queste ore in Medio Oriente, sarà ancora possibile per l’Occidente parlare in nome della difesa dei diritti umani? Si può ancora parlare di diritto internazionale o di diritti umani? Chi è tanto credibile da poterlo fare? Chi ancora ha autorevolezza morale e politica da poterlo fare? Si può ancora assistere a ciò che succede senza chiedersi come e perché tutto ciò è stato consentito? I barbari, storicamente, erano gli altri. Che senso ha dire bisogna fermare la barbarie se non ci si ferma mai? Il quadro è quello di un baratro che sta risucchiando l’Occidente e che sta smontando le certezze che aveva di essere baluardo di civiltà. La doppia morale, il doppio standard – sono crimini quelli degli altri – sancisce la fine di un pezzo di storia, quel pezzo in cui è stato l’Occidente a signoreggiare. Una nuova pagina di storia è già iniziata, un nuovo capitolo di storia è ormai cominciato, in cui il mondo cerca un altro ordine internazionale, un mondo con un Occidente svalutato non solo perché non ha più l’egemonia, ma anche perché quella supremazia che aveva reclamato nelle sfere del diritto internazionale e dei diritti umani è venuta meno, e per sempre. Manca una idea di futuro, un piano per stabilizzare e per pacificare una regione importante per gli equilibri internazionali. È impressionante sentire i protagonisti che parlano di sicurezza e di pace quando ogni loro azione e decisione va in senso opposto. Con le ripercussioni, anche quelle più lontane, che nessuno, mai, calcola. Chi spiegherà agli ucraini che la chiusura dello Stretto di Hormuz può far schizzare alle stelle il prezzo del petrolio e fornire a Putin nuove risorse economiche per continuare la guerra?

Diocesi

Sinergia tra fede e sanità per la dignità del malato

Un evento, organizzato in occasione della 34ª Giornata mondiale del malato, che nella diocesi di Taranto è stata celebrata venerdì 27 febbraio

02 Mar 2026

Venerdì 27 si è tenuto al seminario arcivescovile di Taranto il convegno su ‘La qualità della vita e la dignità del malato: il ruolo cruciale delle sinergie tra professionisti ospedalieri e servizi territoriali’, un evento di alto profilo organizzato in occasione della 34ª Giornata mondiale del malato.

L’incontro è stato il frutto di una stretta collaborazione tra l’ufficio di pastorale della salute dell’arcidiocesi, diretto da don Cristian Catacchio, e l’ufficio formazione dell’Asl di Taranto. L’obiettivo principale è stato quello di riflettere sulla necessità di un approccio integrato alla cura, che non si limiti all’aspetto clinico ma abbracci la dimensione umana e spirituale del paziente.

Tra i relatori di rilievo, il convegno ha ospitato l’intervento di padre Carmine Arice (superiore generale della Società dei Sacerdoti Cottolenghini), che ha offerto una profonda riflessione sulla qualità della vita nelle fasi di maggiore fragilità. La discussione ha messo in luce quanto sia vitale la cooperazione tra le strutture ospedaliere e la rete dei servizi territoriali per garantire una continuità assistenziale dignitosa.

Inoltre il dott. Elio De Blasio ha approfondito le sfide attuali dei percorsi di cura, evidenziando come la dignità del malato non passi solo attraverso l’eccellenza delle terapie, ma dipenda in modo determinante dall’integrazione tra ospedale e territorio. Secondo la sua analisi, la creazione di ‘reti di prossimità’ è lo strumento indispensabile per evitare che la cronicità si trasformi in solitudine e abbandono.

 Il convegno ha visto la partecipazione dell’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero, che ha sottolineato come la ‘compassione del Samaritano’ debba essere il faro guida per chiunque operi nel mondo della salute.

L’evento non è stato solo un momento di formazione tecnica per i professionisti della sanità ma anche un forte segnale di vicinanza della Chiesa tarantina ai sofferenti. Come ricordato durante i lavori, curare non significa solo guarire, ma ‘prendersi cura’ della persona nella sua interezza, combattendo l’isolamento e la cultura dello scarto.

La giornata si è conclusa con la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo nella parrocchia Madonna della Fiducia: un momento di preghiera corale dedicato a tutti i malati e agli operatori sanitari del territorio.

 

Il servizio fotografico della celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo nella parrocchia Madonna della Fiducia, è stato curato da G. Leva

Angelus

La domenica del Papa – Trasfigurazione, annuncio di Resurrezione

ph Vatican media-Sir
02 Mar 2026

di Fabio Zavattaro

Si è passati dalla forza, debole, della diplomazia alla diplomazia della forza. Leone XIV dedica quasi tutto il post Angelus a quanto sta accadendo in Medio Oriente, all’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. “Ore drammatiche” e rischio di una “voragine irreparabile” afferma il Papa parlando dalla finestra dello studio che si affaccia su piazza San Pietro: “la stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”.

In queste parole echeggiano quelle pronunciate a inizio anno al Corpo diplomatico ricevuto per gli auguri, quando aveva detto che “è tornata di moda la guerra e un fervore bellico sta dilagando”; non c’è più una diplomazia che “promuove il dialogo e la ricerca di consenso” è sostituita da “una diplomazia della forza” di singoli “o di gruppi di alleati”.

Angelus, in questa seconda domenica di Quaresima, nel quale il Papa dice che siamo di fronte a una “tragedia di proporzioni enormi”. Di qui l’appello alle parti coinvolte a “assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia”.

Così invita a continuare “a pregare per la pace” e non solo per l’Iran, perché “notizie preoccupanti” sono gli scontri al confine tra Pakistan e Afghanistan: “elevo la mia supplica per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli”.

Parole nella domenica in cui la liturgia ci porta sul monte della trasfigurazione, probabilmente il Tabor, e con Gesù troviamo Pietro, Giacomo e Giovanni – i tre saranno testimoni delle sofferenze di Cristo nel Getsemani – che assistono alla trasfigurazione del Signore. Il monte è luogo privilegiato di una vicinanza fatta di ascolto, di incontro, di preghiera; e il tema è la chiamata: Abramo che lascia la sua patria e inizia un cammino verso una terra che gli indicherà il Signore. Sul monte i tre discepoli vengono chiamati all’ascolto del Signore, prima di continuare la strada verso altro monte a Gerusalemme, il Calvario. Gesù si mostra loro trasfigurato, luminoso; il suo volto “brillò come il sole e le sue vesti così candide come la luce” tanto che Pietro vorrebbe rimanere lì, quasi fermare quel momento. Assieme a Gesù trasfigurato, ai tre appaiono Mosè e Elia, come dire tutto l’Antico Testamento: Antico e Nuovo che si fondano per aiutarci a capire il mistero di Gesù: “il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente – afferma Papa Leone – che porta a compimento ogni parola divina. Tutto ciò che Dio ha comandato e ispirato agli uomini trova in Gesù manifestazione piena e definitiva”.

Matteo ci dice che Pietro vorrebbe costruire tre capanne sul monte, ma è avvolto, assieme agli altri due, da una nube dalla quale una voce dice loro: “questi è il figlio mio, l’amato… Ascoltatelo”. Ecco che ci troviamo di fronte alla duplice esperienza del volto e della voce, ovvero l’incontro e la parola. È l’esperienza del comunicare che caratterizza il nostro cammino. Come diceva papa Francesco, “siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole”, come facevano le folle del Vangelo “che lo rincorrevano per le strade della Palestina”.

Sul monte Pietro, Giacomo e Giovanni contemplano una “gloria umile, che non si esibisce come uno spettacolo per le folle, ma come una solenne confidenza”. Afferma Leone XIV: “la Trasfigurazione anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio. Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza”.

C’è un altro aspetto che mi piace sottolineare, ovvero ci è chiesto di salire al monte per cercare il silenzio trovare meglio noi stessi e ascoltare la voce del Signore. Ma poi si deve scendere, tornare in basso per incontrare i tanti volti feriti da malattie, ingiustizie, dolori, povertà materiale e spirituale, guerre.

Nel volto di Cristo trasfigurato, afferma papa Leone, i discepoli hanno visto “l’annuncio della risurrezione futura … ma per capirlo occorre tempo. Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore”.

Diocesi

L’odinazione diaconale di don Roberto Carbotti e don Samuele De Vergiliis

ph Vincenzo Orlando
02 Mar 2026

di Francesco Mànisi

Nel cuore di Grottaglie, la parrocchia Maria Santissima del Monte Carmelo rappresenta da secoli un punto di riferimento spirituale e sociale per il territorio. Comunità viva e generativa, che ha visto nascere numerose vocazioni al sacerdozio e alla vita laicale impegnata. In questo solco fecondo si inserisce l’ordinazione diaconale di don Roberto Carbotti e don Samuele De Vergiliis, celebrata sabato 28 febbraio nell’antica chiesa carmelitana, parrocchia di origine dei due giovani.

La solenne celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero. Concelebranti principali sono stati mons. Salvatore Ligorio, arcivescovo emerito di Potenza e nativo di questa stessa comunità parrocchiale, e il vicario generale mons. Alessandro Greco. Insieme a loro hanno concelebrato il parroco don Alessandro Giove, che ha rivolto un saluto introduttivo carico di commozione, i vicari parrocchiali don Cosimo Arcadio e don Eligio Bonfrate, alcuni formatori del Seminario Maggiore di Molfetta, in cui i diaconi sono stati accompagnati, e numerosi sacerdoti della diocesi.

La chiesa era gremita di fedeli che hanno voluto stringersi attorno a questi due giovani cresciuti nella vivace cittadina delle ceramiche. Particolarmente significativa è stata la presenza del gruppo giovanile “Giullari di Dio”, segno di un cammino condiviso che continua a portare frutto. Al termine della celebrazione, un momento di convivialità nei locali parrocchiali ha prolungato la gioia in un clima familiare e intensamente partecipato.

Durante il rito, dopo la presentazione e l’elezione dei candidati, don Roberto e don Samuele hanno espresso pubblicamente la volontà di assumere gli impegni propri del diaconato transeunte: il servizio della Parola, dell’altare e della carità, la preghiera quotidiana della Liturgia delle Ore, la scelta del celibato per il Regno di Dio e l’impegno di obbedienza filiale al vescovo. Con l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria, seguite dai riti esplicativi della vestizione con la dalmatica e dalla consegna del Libro dei Vangeli, la Chiesa ha confermato la chiamata del Signore su di loro. Il diaconato transeunte, tappa immediatamente precedente al presbiterato, configura gli ordinati al mistero di Cristo Servo, inviandoli a rendere visibile l’amore di Dio nella concretezza del servizio ecclesiale.

Nell’omelia, mons. Miniero ha salutato l’assemblea sottolineando il carattere familiare della celebrazione: «È una celebrazione veramente particolare, perché due giovani figli di queste famiglie, che hanno frequentato questa comunità per tanti anni, giungono oggi a questo passo». Ha ricordato il loro cammino di formazione, nato dal desiderio di «stare con Gesù per capire cosa il Signore chiedesse», fino alla piena adesione alla vocazione ricevuta.

Richiamando la liturgia della seconda domenica di Quaresima, l’arcivescovo ha meditato sul monte della Trasfigurazione come luogo di incontro tra Dio e l’uomo: spazio di luce e contemplazione che però conduce necessariamente alla discesa del servizio. «La contemplazione non è evasione – ha affermato il presule – ma esperienza che trasfigura il cuore e rimanda alla quotidianità, dove il volto luminoso di Cristo si rende presente nel volto spesso sofferente dei fratelli».

Forte anche il riferimento ad Abramo, chiamato a lasciare sicurezze e radicamenti per affidarsi totalmente alla promessa di Dio. Come il patriarca, anche i nuovi diaconi sono invitati a un cammino di fiducia e di abbandono, sostenuti dalla grazia dello Spirito e dalla comunione ecclesiale. «Da questa sera inizia il vostro cammino di amore, di servizio, di gioia, ma anche di sacrificio» – ha affermato il vescovo, esortando i giovani diaconi a rendere credibile, con la vita, l’amore di Dio per l’umanità. «La vostra missione sarà efficace se vi fiderete ciecamente della potenza dello Spirito e se conserverete il dono della comunione ecclesiale» – ha concluso mons. Miniero.

Insomma, ua serata di gioia che ha confermato come il Signore continui a chiamare e a far fiorire vocazioni nel cuore delle nostre comunità.

A don Roberto e a don Samuele l’augurio di vivere questo tempo di grazia con cuore umile e lieto, custodendo ogni giorno la bellezza della chiamata ricevuta.

 

Il servizio fotografico è stato curato da Vincenzo Orlando