Tracce

L’ex-Ilva e la logica di leccarsi le ferite finora hanno prodotto solo disastri

14 Gen 2026

di Silvano Trevisani

L’assegnazione al Gruppo Mittal pone grossi interrogativi, che riguardano la ripartizione delle quote di produzione europee, il riequilibrio del mercato mondiale e la sua ripartizione tra i colossi produttivi, gli intenti speculativi in relazione alle necessità ricostruttive e, soprattutto, il lavoro di migliaia e migliaia di famiglie pugliesi. Mittal è uno degli uomini più ricchi del mondo e la sua gestione di decine e decine di impianti in tutto il pianeta non è caratterizzata da “spirito fraterno”: i fatti avvenuti recentemente in Francia ce lo ricordano…”.

Lo scrivevamo sul ‘Nuovo Dialogo’ del 6 giugno 2017, conoscendo, come tutte, la storia dell’imprenditore indiano. Il governo Gentiloni e il suo ministro Calenda avevano spinto l’acceleratore per liberarsi subito dell’Ilva e l’avevano gettata nelle braccia di Mittal, famigerato in tutto il mondo per il suo modo di comportarsi. Certamente non potendo ignorare quanto avveniva negli altri stabilimento gestiti dal magnate indiano in tutto il mondo, ma spinti dalla fretta di scaricare la patata bollente. Quella patata che ora ritorna nelle mani del governo che cita Mittal per 7 miliardi di danni, per aver deliberatamente distrutto gli impianti, affidati alla signora Morselli che eseguiva perfettamente gli ordini di torcere loro il collo.

Tocca al governo, quindi, anche se i colori politici nel frattempo sono cambiati tante volte, riprendersi la patata bollente e magari chiedere (e rendere) anche conto politico sugli esuberi che quella cessione aveva già causato e per i quali Calenda aveva spudoratamente dichiarato, come riportiamo nello stesso articolo di quasi nove anni fa, “gli operai dichiarati in esubero e che resteranno nella gestione provvisoria, lavoreranno per l’ambientalizzazione”. E noi chiudevamo quell’articolo osservando: “Tale affermazione di principio, fatta apponendo la firma al decreto di assegnazione dell’azienda a un colosso straniero, che fino a ieri era uno spietato concorrente, sembra davvero uno zuccherino che aiuti a ingoiare una medicina troppo amara”.

Fa molto male ricordare oggi queste cose, alla vigilia di una nuova, ennesima cessione dell’ex-Ilva, anche questa a forte rischio fallimento se portata avanti nei modi finora annunciati, il giorno dopo di una tragica morte di Claudio Salamida, un giovane, generoso operaio, che al lavoro dedicava una passione straordinaria, sia per sua attitudine umana sia per garantire a se stesso e a tutti i suoi colleghi la continuità di un lavoro che, per quanto maledetto e pericoloso, era l’unica fonte di reddito in una realtà produttiva così povera. Una morte che ne segue di pochi mesi un’altra, anche quella causata dalla vetustà degli impianti e dalla totale mancanza di manutenzione, condizione che aveva già caratterizzato le gestioni di Riva e Mittal. Perché è proprio l’ingordigia di uomini senza scrupoli, tollerata da una politica fondamentalmente incapace di scelte coraggiose e adeguate, a rappresentare un pericolo mortale non solo per gli operai che vi lavorano, ma per tutta la città.

Le solidarietà e le belle parole del giorno dopo non servono a nulla, anzi rappresentano un ritornello fastidioso se non preludono a scelte concrete e coerenti che il governo prima di tutti deve attuare, a prescindere da quello che è stato fatto perché, nella pura logica evangelica, bisogna guardare avanti, voltarsi indietro è ormai inutile, e decidere: se l’acciaio è davvero strategico bisogna agire di conseguenza, senza lanciare la patata bollente a chi, avendo fini esclusivamente speculativi, fornirà risposte – magari efficaci – ma sicuramente parziali.
Altrimenti, occorre fare altre scelte.

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