Sta germogliando una nuova Europa?
Stiamo attraversando un tempo storico drammatico, del quale le persone interessate alla politica non possono non comprendere la connaturata pericolosità. Ogni giorno, le notizie che leggiamo sono scioccanti e inducono sentimenti di rabbia nei confronti del rozzo e squilibrato riccone che ha preso il potere a Washington e lo sta consolidando con strategie e tecniche mutuate dai nemici della democrazia dei secoli passati. Trump non è elegante e fine, nemmeno dal punto di vista negoziale e, se continua così, rischia anche di diventare monotono e ripetitivo e, quindi, inascoltato e non considerato. Mercoledì pomeriggio, sembrava, in effetti, che l’Unione Europea avesse un bivio davanti: scegliere se sposare la versione del palazzinaro newyorkese oppure rassegnarsi a subire le conseguenze. Poi, inaspettata, la inversione di direzione: in un tête-à-tête con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si è trovata la soluzione a una situazione complicata, quella sull’affare Groenlandia, il pezzo di ghiaccio, come Trump l’ha nominata nel suo soliloquio di settantadue minuti – l’incontinenza non è certo legata all’età – al Forum economico mondiale di Davos, stazione sciistica nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera. È un po’ presto per esultare e dire che è stato evitato uno scontro frontale, perché ci sono diversi punti interrogativi che non possono non essere presi in considerazione. Il primo, e non di poco conto, è in nome di chi abbia trattato Rutte. L’ex primo ministro olandese è il segretario generale della Nato ma è fuor di dubbio che il discorso di Trump avesse come destinatario l’Unione Europea, che è considerata da Trump un disturbo, o forse addirittura un ostacolo a quel mondo multipolare in cui agli Stati Uniti, alla Cina e, marginalmente, alla Russia compete una sfera di influenza su cui ci si può accordare, in nome e per conto del dio danaro. È il quadro di una situazione di grande instabilità, nel quale il peso specifico di ogni paese può cambiare, a seconda della congiuntura e della convenienza degli Stati Uniti, nonché dell’umore di Trump. È evidente che il tycoon ha un modo di gestire le relazioni internazionali del tutto diverso dall’establishment dell’Unione europea e che ciò che appare uno scampato pericolo oggi, potrebbe domani tramutarsi in pericolo. Ed è evidente che l’interlocutore debba essere, oltre al segretario generale della Nato, anche la presidente della Commissione UE, piaccia o non piaccia. Non solo: va pure considerato il cosiddetto Board of Peace, una sorta di Onu parallela a pagamento, in cui si entra su invito – c’è un padrone di casa? e chi è? – e nella quale la propria influenza scaturisce da quanto si è disposti a pagare. Non si sa se partirà, quando partirà e che cosa riuscirà a fare. Di sicuro è un tentativo, senza sottintesi, di rottura con il multilateralismo. Un mondo governato da un leader sempre più autoritario, anche dentro i propri confini nazionali, e nel quale potrebbero rientrare paesi molto, troppo lontani dalla nozione di democrazia che non si daranno pena di tutelare gli interessi dei più deboli. Categoria, questa, in cui finiranno anche tutti paesi europei, Italia inclusa, se questo progetto scellerato dovesse andare avanti. L’Europa è nel pieno di una fase in cui non può più permettersi né le ambiguità, né le sudditanze camuffate da alleanze. La sfida è reale, non solo simbolica. I dazi, le materie prime, le risorse energetiche sono ora diventate armi geopolitiche: il mondo si sta risistemando a colpi bruschi, senza troppi riguardi per le buone maniere multilaterali. In questo scenario l’Unione europea, forse è tardi ma non troppo, sta acquisendo una nuova consapevolezza e a guidarla è di certo Macron, anche per superare la crisi interna che sta attraversando la Francia. L’atteggiamento a muso duro del presidente francese incontra l’ostilità di Trump, con il suo sarcasmo ruvido, che arriva a prendere in giro, con accento francese, il nome Emmanuel e a minacciare dazi del duecento per cento sullo champagne. Non è una bizzarria protezionista: è un messaggio criminale, mafioso e malavitoso, destinato a tutto il continente. “Non capisco cosa stai facendo sulla Groenlandia”. Macron ha preferito un linguaggio di chiarezza. E ha aggiunto: l’Europa ha delle armi e può usarle se e quando l’ordine internazionale viene umiliato, non per vendetta, ma per sopravvivenza. Da Davos il presidente francese ha parlato di tentazioni imperiali che ricompaiono e non è una espressione scelta a caso. L’idea che le grandi potenze possano ritornare alla spartizione del mondo, di territori, di risorse, di rotte, come in un passato remoto, pesante e indigeribile, è tutt’altro che fantasiosa. Qui e ora l’Europa deve decidere che cosa fare da grande: essere semplicemente un mercato oppure diventare un attore politico. Il punto cruciale non è opporsi agli Usa o a Trump per puntiglio o per cocciutaggine. Tutt’altro: è rifiutare il bullismo, il trumpismo, la lucida follia di Caligola come metodo di governo delle relazioni internazionali. È preferire l’educazione al disprezzo, la delicatezza alla critica, la discrezione alla brutalità, lo Stato di diritto alla forza millantata di Camillone, grande, grosso e frescone. La Francia ha imboccato una strada chiara e priva di ambiguità mentre l’Italia, invece, ha preferito assumere il ruolo da mediatrice, da pontiere fra Europa e Stati Uniti. Ha deciso di non decidere. Una scelta fin qui praticata con insistenza, ma che oggi mostra tutti i segni del possibile fallimento.




