Angelus

La domenica del Papa – Essere sale e luce

ph Vatican media-Sir
09 Feb 2026

di Fabio Zavattaro

Sono persone semplici, umili, pescatori. A loro ha parlato delle beatitudini su quel monte che degrada verso il mare di Galilea. In questa domenica si rivolge loro non con un invito, ma per dire: voi siete il sale della terra e la luce del mondo. Proprio coloro la cui vita è umile, povera, mite, piccola, quasi insignificante rispetto alle grandi cose del mondo, sono i destinati a portare sapore e luce. Cose insignificanti ma delle quali il mondo non può farne a meno, non solo al tempo di Gesù.

Riflettiamo per un momento su queste parole di Gesù che Matteo propone nel suo Vangelo. Il sale innanzitutto; serviva a conservare, a purificare ancor prima che a condire i cibi. In molte culture è simbolo di sapienza, di amicizia, di condivisione. La legge ebraica prescriveva di mettere un po’ di sale sopra ogni offerta come segno di alleanza con Dio.

E poi la luce. Non abbiamo bisogno di citarla perché grazie a lei possiamo esprimere meraviglia per un panorama, per un volto che, diciamo, si illumina; per un tramonto che proprio il sole, che lentamente si nasconde, ci permette di ammirare. È al buio che capiamo la sua importanza e ne cerchiamo il conforto. Ma se il sale da sapore è proprio perché, una volta aggiunto alla pietanza, non ne abbiamo più traccia, si è sciolto; cioè sappiamo della sua presenza grazie al sapore ma non riusciamo a individuarlo, a vederlo.

La luce quindi. Il riferimento ovviamente è alla candela che non può essere nascosta sotto il moggio, ovvero un piccolo recipiente utilizzato anticamente per misurare le granaglie. La luce della candela va posta, dunque, su un candelabro e quella candela farà luce consumandosi. La luce, ricordava papa Benedetto XVI, è “la prima opera di Dio Creatore ed è fonte della vita; la stessa Parola di Dio è paragonata alla luce, come proclama il salmista: lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino.”

Commentando il passo del Vangelo, Leone XIV sottolinea che “è la gioia vera a dare sapore alla vita e a far venire alla luce ciò che prima non era”. È la gioia che “risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”.

Nel citare il brano del profeta Isaia, il Papa elenca i gesti che “interrompono l’ingiustizia: dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi vediamo nudo, senza trascurare i vicini e le persone di casa. Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto”.

Gesù invita a non rinunciare alla gioia perché “il sale che ha perso sapore a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”. Quante persone, afferma ancora il vescovo di Roma, si sentono “da buttare, sbagliate, è come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però, ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro nome, la nostra unicità”. La gioia afferma ancora papa Leone è riaccesa da “gesti di apertura agli altri e di attenzione”, gesti che “nella loro semplicità ci pongono controcorrente”.

Matteo mettendo questa riflessione su sale e luce dopo il discorso della montagna sembra quasi dirci che proprio chi è mite, puro di cuore può essere quel sale e quella luce, capace di dare sapore alle cose e accendere i cuori.

Papa Leone, nelle parole che pronuncia dopo la preghiera mariana, chiede di continuare a pregare per la pace: “le strategie di potenza economica e militare, ce lo insegna la storia, non danno futuro all’umanità. Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”.

Esprime quindi “dolore e preoccupazione” per gli attacchi in Nigeria contro varie comunità nelle regioni settentrionali dove “violenza e rapimenti tengono in ostaggio” queste terre, e hanno causato gravi perdite di vite umane”. Così esprime vicinanza “a tutte le vittime della violenza e del terrorismo” e auspica che “le autorità competenti continuino ad adoperarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”.

Ricorda infine la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. Occasione, per il Papa di ringraziare “le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”.

Diocesi

La scomparsa di fra Francesco Milillo

09 Feb 2026

di Angelo Diofano

Grande dolore ha suscitato nella parrocchia di San Lorenzo da Brindisi la notizia della scomparsa di fra Francesco Milillo, frate francescano cappuccino, 59 anni, deceduto domenica 8 febbraio nell’infermeria provinciale di Santa Fara, a Bari.

Originario di Gioia del Colle, prima di entrare fra i cappuccini, egli ha lavorato nel settore turistico, nell’accoglienza alberghiera e, soprattutto, come dj, “uno di quelli (ricorda l’amico Gregorio Stano) che sanno leggere l’anima della folla attraverso il ritmo. Celebre era il suo legame profondo con Giuliano Sangiorgi e i Negramaro”.

Fra Francesco – continua Stano – è stato vicario parrocchiale a Taranto dal  2006 al 2011, punto di riferimento per il Cammino Neocatecumenale, l’Ofs , gli Araldini e la Gifra; era molto amato in particolare dai giovani. In quel periodo ha insegnato religione nelle scuole tarantine, in particolare all’Alfieri, dove ha portato la sua forte testimonianza di fede”.

Successivamente ha assunto l’incarico di parroco alla Santa Maria Immacolata in Barletta, dove ha lasciato un segno profondo grazie alla sua capacità di ascolto, alla sobrietà e alla costruzione di relazioni autentiche. Dal 2020 è stato cappellano ospedaliero a Scorrano nel tempo doloroso del coronavirus. “In quell’incarico – rammenta Stano –  è stato il volto della consolazione nei corridoi gelidi della pandemia, portando il sacramento della presenza dove regnava l’isolamento. Il suo amore per i poveri e per i ragazzi in gravi difficoltà non era fatto di proclami, ma di gesti concreti, di tempo regalato, di dignità restituita”.

Dal 2021 fra Francesco Milillo  è stato parroco all’Immacolata a Trinitapoli dove nel 2023 ha festeggiato il 25° di sacerdozio.

 

Diocesi

San Roberto Bellarmino, ingresso del nuovo parroco don Pinuccio Cagnazzo

ph G. Leva
09 Feb 2026

di Paolo Simonetti

Non ha dubbi don Pinuccio, alla domanda sul tempo vissuto in questi anni in Germania risponde deciso: “Non mi pento di aver fatto questa esperienza!”, pur riconoscendo che “all’inizio è costato una fatica enorme, lasciare l’Italia, lasciare la propria diocesi, la mia diocesi, i miei amici, la mia famiglia, andare e spostarsi di un bel po’ di chilometri, in una terra che non conoscevo, insomma questo mi ha toccato”.

Nella giornata di domenica 8 febbraio si fa festa a San Roberto, parrocchia situata nel rione Italia di Taranto, all’incrocio tra viale Liguria e corso Italia: è una domenica speciale per l’accoglienza del nuovo parroco, don Pinuccio Cagnazzo, di rientro da una missione in Germania, a servizio delle comunità di origine italiana che vivono e lavorano in quel grande Paese.

L’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presentato il nuovo parroco ai fedeli ricordando la storia di don Pinuccio, già parroco alla Madonna delle Grazie di Grottaglie e alla Santa Famiglia alla Salinella.

Rivolgendosi al nuovo parroco, l’arcivescovo ha subito precisato l’identità della comunità parrocchiale che è luogo di incontro, luogo di preghiera. Partendo dalla ricca pagina evangelica di Matteo, proclamata in questa quinta domenica del Tempo ordinario, ha tratteggiato la missione del discepolo chiamato a essere “sale della terra”. Dalle parole dell’arcivescovo tutti hanno compreso la cura del pastore che accompagna il suo gregge e sa gioire con esso nei momenti lieti.

In una giornata così importante, all’emozione di un nuovo inizio si accompagnano i ricordi. “Quando sono arrivato in Germania – rammenta don Pinuccio – nei primi giorni mi colpiva molto l’organizzazione della società tedesca, il l grande senso civico, il rispetto per le cose comuni, l’ordine, la bellezza delle città, la cura del verde, anche se non hanno niente a che fare con la bellezza delle città italiane. Le città tedesche sono quasi un ritornello, un cliché, sono quasi tutti uguali, ma colpiscono per la cura dei dettagli”.

Non sono mancate le difficoltà legate a questa scelta, soprattutto quelle legate alla vita quotidiana: “Non conoscevo il tedesco – racconta – quindi, per ogni cosa dovevo portarmi sempre un traduttore, o una traduttrice, per il medico, per andare alle riunioni organizzate dalla diocesi e così via. Poi ho cominciato a studiare il tedesco, sono andato a scuola, ho preso i certificati e quindi ho cominciato più o meno a destreggiarmi”.

L’arrivo a San Roberto sicuramente sarà il modo per arricchire il ministero di parroco con quanto appreso e vissuto a contatto con le chiese tedesche. Ne è convinto don Pinuccio che per sei anni si è immerso in quella realtà ecclesiale: “Ho vissuto la Chiesa tedesca, l’organizzazione delle diocesi che è molto, molto diversa dalle nostre. Nelle parrocchie, nelle comunità, oltre alla figura del parroco o del viceparroco che loro chiamano cappellano, c’è la figura dell’assistente pastorale, che è un laico. Quindi ho dovuto anche riorganizzare la mia mente. Se in Italia c’è un’esperienza troppo clericalizzata, col prete al centro di tutto, invece in Germania c’è proprio l’esatto opposto, anzi c’è quasi uno strapotere del laicato, dove i ministri ordinati a volte sembrano figure di comparsa. Ero a servizio degli italiani provenienti da diverse regioni, soprattutto meridionali, con una lingua italiana un pochettino lasciata ai tempi che furono, non aggiornata insomma. Ho continuato a parlare l’italiano in modo preciso, perché pensavo di rendere un servizio anche ai nostri italiani, perché certi vocaboli non erano compresi risvegliando così l’interesse per la stessa lingua italiana”.

“La pastorale – prosegue – non è organizzata come in Italia. Qui da noi i parrocchiani vivono intorno alla parrocchia, nelle comunità all’estero invece le parrocchie abbracciano fino a 50 chilometri di distanza, un raggio enorme di distanza, quasi come in diaspora. Ho avuto a che fare con una pratica alla messa domenicale altalenante, proprio a causa di queste difficoltà. La pastorale è orientata al sociale, specialmente per tenere insieme gli italiani, organizzando anche delle feste. Ma non ho rinunciato alla mia presenza evangelizzatrice, per cui ho inserito incontri sulla parola di Dio a cadenza mensile e lectio divina anche con belle soddisfazioni. Non sono mai mancate le prime comunioni, ma con numeri molto ridotti, con le cresime in numeri ridottissimi”.

Don Pinuccio sa anche quali luci di posizione tenere ben accese all’inizio del nuovo servizio a San Roberto. Ce lo indica con la schiettezza che lo caratterizza. “Il rapporto con il laicato, innanzitutto, che già rispettavo molto prima di partire per la Germania; ho sempre creduto e continuo a credere nel laicato, non come una pedina alle dipendenze del parroco, ma come presenza che si esprime a partire dal Battesimo; una presenza di uomini e donne che partecipano alla missione della Chiesa, partecipazione che non è il contentino che dà il parroco, un diritto del battezzato. Certo, conservo nel cuore l’aver imparato a confrontarmi con questa esperienza tedesca dove la presenza del laicato si manifestava anche nelle stanze dove si prendono decisioni forti anche, a livello curiale”.

Non si può trascurare di chiedere a don Pinuccio come ne esce arricchita la sua fede e il suo sacerdozio. Ci risponde con un volto pensieroso: “Un prete che va all’estero resta da solo perché è difficile avere rapporti col clero della nuova diocesi. Resti pure sempre uno straniero. Anche la lingua non permette quella fluidità di comunicazione con un confratello ma anche perché le comunità di madrelingua che ho incontrato vivevano una vita a sé stante, non del tutto integrata all’interno della pastorale diocesana. La solitudine può essere pericolosa perché potrebbe venire meno la preghiera o la pratica sacramentale del sacerdote stesso. Occorre irrobustirsi, cioè avere un forte carattere spirituale per non cedere, per non cadere. Sì, credo che questa esperienza abbia irrobustito ancora di più il mio sacerdozio. Sono convinto, senza presunzione, che in Italia non abbiamo da imparare niente da nessuno, perché l’esperienza della chiesa italiana è completa: va dalla pastorale dei bambini con l’iniziazione cristiana, con gli oratori, per andare alla pastorale giovanile che è ricchissima in Italia, per non parlare poi della pastorale familiare, ancora di più. In Germania tutto questo non l’ho trovato”.

Già in questa prima settimana di permanenza nella nuova parrocchia il nuovo parroco ha potuto confrontarsi con tante persone felicissime di averlo accolto. “Mi sono chiesto – dice – quali sentimenti sto provando in queste ore mentre vengo presentato alla comunità di San Roberto. Sono dei sentimenti di forte emozione perché entro in una storia che non invento io, ma in una storia che continua; quindi, sento di dovermi muovere con grande rispetto, con grande delicatezza, con la paura di infrangere qualcosa, di rompere qualcosa. La paura di non essere accettato o di non riuscire a farmi capire mi porta a pensare che alla fine ti fidi del Signore e basta, riponi in Lui tutto te stesso. Tra l’altro, questo rientro in Italia non l’ho cercato, mi è caduto così, improvvisamente. È stato l’arcivescovo a prendere l’iniziativa, ha cominciato delicatamente a propormi il rientro in Italia. Ma non l’avevo preventivato, tant’è vero che sono stato sei anni nella regione dell’Assia e poi, quindici mesi fa, mi sono trasferito nella Foresta nera. Se avessi avuto in mente il rientro in Italia non mi sarei spostato, sarei rimasto ancora lì. E questo ha comportato ancora più fatica, a distanza di quindici mesi fare un altro trasloco. Mons. Miniero, quando mi ha contattato, non mi ha menzionato per nulla la parrocchia, anzi è stato chiaro: ‘Non ti dico niente’ e io non l’ho voluta sapere. La parrocchia l’ho saputa solo dopo che ho detto il mio sì all’arcivescovo, “Sì, io rientro in Italia”. E mi sono abbandonato, mi sono fidato. Credo che per noi l’obbedienza è una virtù e quando obbedisci non ti devi pentire, perché nell’obbedienza crediamo che ci sia anche la mano del Signore che ci guida. Spero di essere all’altezza della situazione e di poter servire non con le mie idee, ma con le idee di Dio questa comunità”.

Il clima di festosa e commossa accoglienza che la comunità parrocchiale ha riservato al nuovo pastore già è una conferma che questa nuova missione inizia nel migliore dei modi.

Buon cammino, don Pinuccio!

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

 

Incontro di preghiera

Talsano, la preghiera del cuore

09 Feb 2026

di Angelo Diofano
Stasera, lunedì 9, alle ore 19.30 continua la scuola de ‘La preghiera del cuore’ alla parrocchia della Madonna del Rosario di Talsano. “Un tempo di silenzio che parla, un ascolto che guarisce, un respiro che riconduce all’essenziale”,  dice il parroco don Armando Imperato. 

L’incontro sarà tenuto, come sempre, da suor Tiziana Sciò e dalle suore Discepole di Gesù eucaristico.

 

Diocesi

Nella basilica di San Martino si celebra la Madonna di Lourdes

ph ND
06 Feb 2026

di Angelo Diofano

Anche la basilica di San Martino, a Martina Franca, celebra la memoria della Beata Vergine di Lourdes e la 34ª Giornata mondiale del malato.

Lunedì 9, alle ore 8.30 si terrà la santa messa; alle ore 18 avrà luogo l’adorazione eucaristica durante la quale i sacerdoti saranno disponibili per le confessioni; alle ore 17.30, recita del santo rosario animato dai  ministri straordinari della comunione; alle ore 18, santa messa alla quale seguirà l’atto di affidamento alla Beata Vergine di Lourdes.

Martedì 10, alle ore 8.30 santa messa; nel corso della mattinata i sacerdoti visiteranno gli ammalati della parrocchia; alle ore 17, adorazione eucaristica con possibilità di confessarsi; alle ore 17.30, il santo rosario sarà animato dai ministri straordinari della comunione; alle ore 18, celebrazione della santa messa.

Mercoledì 11, memoria della Beata Vergine di Lourdes e 34ª Giornata mondiale del malato, alle ore 8.30 verrà celebrata la santa messa; al mattino, visita dei sacerdoti ai malati della parrocchia; alle ore 17 si terrà l’adorazione eucaristica con l’amministrazione del sacramento della confessione; alle ore 18, recita del santo rosario solenne; alle ore 19, celebrazione della santa messa con l’impartizione dell’unzione degli infermi (malati e anziani); al termine avrà luogo la processione aux flambeaux in onore della Beata Vergine Maria.

Emergenze sociali

Fermarsi nel corridoio dell’indifferenza per spezzare il silenzio del bullismo

ph Sara Masella
06 Feb 2026

di Sara Masella

Domani, sabato 7 febbraio, Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, non è solo una data da ricordare. È un invito a fermarsi. A guardarci attorno. A chiederci, con onestà, che posto occupiamo quando qualcuno viene ferito: siamo tra quelli che passano oltre o tra quelli che scelgono di restare?

C’è un corridoio che tutti, prima o poi, abbiamo attraversato: è il corridoio dell’indifferenza. Un luogo silenzioso, dove qualcuno soffre e altri tirano dritto, abbassando lo sguardo, convincendosi che “non è affar mio”. È proprio da lì che nasce il mio ultimo lavoro: una canzone e un video dedicati al bullismo, pensati per questa giornata ma, soprattutto, per ogni giorno in cui un ragazzo si sente invisibile.

Il video si intitola “Quando qualcuno si fermò… nel corridoio dell’indifferenza” e racconta una storia semplice, ma intensa. La racconta attraverso le voci dei protagonisti: la vittima, il bullo, chi guarda e passa oltre e chi, invece, decide di fermarsi. Non ci sono eroi nè mostri. Ci sono persone. Emozioni. Pensieri che spesso restano chiusi dentro e che, finalmente, trovano spazio per essere ascoltati.

Questa storia è una rivisitazione moderna della parabola del Buon Samaritano, calata nella quotidianità dei nostri ragazzi. Non c’è bisogno di citare esplicitamente il Vangelo ma il suo messaggio è chiaramente riconoscibile: davanti al dolore dell’altro non basta “non fare del male”, occorre scegliere se farsi prossimi o restare spettatori. Perché il bullismo non vive solo nei gesti di chi colpisce, ma anche nel silenzio di chi guarda.

A dare voce ad alcuni personaggi sono stati Paolino Blandano e Fabrizia Martano, professionisti del doppiaggio e del teatro, che hanno scelto di prestare la loro voce e la loro sensibilità a questo progetto. Il loro contributo ha dato profondità e verità ai personaggi, rendendo le emozioni più reali, più vicine, più difficili da ignorare. A loro va il mio grazie sincero, perché hanno saputo trasformare parole scritte in emozioni che arrivano dritte al cuore.

La colonna sonora del video è “Non passo oltre”, una canzone di cui ho scritto il testo personalmente. Per la parte musicale e vocale ho utilizzato l’intelligenza artificiale, così come per la creazione delle immagini. Anche questa scelta racconta qualcosa del mio modo di vivere l’educazione oggi. Come insegnante di Religione cattolica, e come professionista socio-educativa, sento il bisogno di tenere insieme due dimensioni che non possono più viaggiare separate: la spiritualità e la tecnologia.

I nostri studenti sono nativi digitali. Parlano un linguaggio che passa attraverso video, musica, immagini, intelligenza artificiale. Se vogliamo essere credibili ai loro occhi, non possiamo restare spettatori di questo cambiamento. Non per inseguire le mode, ma per abitare questi strumenti con consapevolezza, per usarli come ponti e non come muri. La tecnologia, se guidata da una visione educativa ed etica, non

allontana dai valori cristiani: può diventare un modo nuovo per incarnarli, per renderli comprensibili, vicini, vivi.

Il messaggio di questa storia è semplice, ma attuale: ognuno di noi può fare la differenza. Il bullismo cresce dove manca empatia, dove entra in gioco il disimpegno morale: “non è così grave”, “non mi riguarda”, “non posso farci nulla”. È così che il dolore dell’altro diventa rumore di fondo e l’ingiustizia si normalizza.

Per questo credo profondamente nell’importanza di lavorare con bambini e ragazzi sull’intelligenza emotiva. Imparare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a leggerle negli altri, a gestire rabbia, frustrazione e paura. Spesso il bullo è un ragazzo che non sa dire ciò che prova; chi osserva e non interviene è qualcuno che non riesce a reggere il peso emotivo di ciò che vede. Educare all’empatia significa prevenire, prima ancora che correggere.

Empatia, solidarietà, fermarsi, accorgersi, piegarsi sulle sofferenze degli altri. In fondo, tutto questo può essere racchiuso in una sola parola: tenerezza. Una parola che papa Francesco ha più volte indicato come forza rivoluzionaria, capace di cambiare il mondo partendo dai piccoli gesti. La tenerezza non è debolezza né sentimentalismo: è il coraggio di lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’altro, di non anestetizzare il cuore, di non voltarsi dall’altra parte. È ciò che ci permette di fermarci, di chinarsi, di farci prossimi. È l’antidoto più potente contro l’indifferenza e, forse, la forma più autentica di educazione all’empatia che possiamo offrire ai nostri ragazzi.

Il 7 febbraio non lasciamolo scorrere via come un giorno qualunque, da archiviare una volta spente le luci di un evento o chiuso un progetto. Proviamo, piuttosto, a fare in modo che, per noi adulti e per i nostri ragazzi, sia 7 febbraio ogni giorno: ogni volta che qualcuno viene preso in giro, escluso, ferito; ogni volta che assistiamo a un’ingiustizia e sentiamo la tentazione di passare oltre.

Perché educare significa questo: insegnare, con le parole ma soprattutto con l’esempio, che fermarsi è possibile. Che non siamo condannati all’indifferenza. Che anche un solo gesto, una sola voce, una sola presenza può cambiare una storia. E a volte, senza nemmeno accorgercene, può salvare qualcuno.

 

Il video “Quando qualcuno si fermò… nel corridoio dell’indifferenza” è disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=rJ1EN0Y4_pw&t=9s

La canzone “Non passo oltre” può essere ascoltata a questo link:
https://www.youtube.com/watch?v=VKGfjhVovv0

Candelora

La luce che splende, la tenebra non l’ha soffocata

06 Feb 2026

di Luana Comma
La celebrazione della Presentazione del Signore apre uno spazio di riflessione che va oltre il gesto liturgico e tocca il cuore stesso della rivelazione cristiana. Ciò che Simeone accoglie tra le braccia non è semplicemente un compimento rituale, ma il manifestarsi di una presenza capace di dare orientamento all’esistenza umana. In quel bambino si rivela un principio che non resta esterno all’uomo, ma lo raggiunge nel punto più profondo della sua domanda di senso.
Nella tradizione veterotestamentaria, la luce che guida il cammino dell’uomo è intimamente connesso alla Legge di Mosè. La Torah è intesa come dono che custodisce l’alleanza e rende praticabile la vita davanti a Dio. Il Salmo afferma con chiarezza: «Lampada è la tua parola per i miei passi, luce sul mio sentiero» (Sal 119,105). Essa precede l’agire, ne stabilisce i confini e preserva dall’erranza. In questo orizzonte, l’uomo vive sotto una guida che gli viene incontro dall’esterno, offrendo criteri stabili per la sua condotta.
Con l’evento di Cristo, tale prospettiva viene radicalmente riorientata. Il Vangelo di Giovanni compie un passaggio decisivo: ciò che illumina non è più soltanto ciò che orienta la vita, ma ciò che coincide con essa. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4). La rivelazione non si presenta anzitutto come insegnamento, ma come esistenza donata, nella quale il volto di Dio diventa riconoscibile. Non è più una norma a precedere l’uomo, ma una presenza che lo raggiunge e lo trasforma dall’interno.
Da qui scaturiscono conseguenze antropologiche decisive. L’identità dell’uomo non si definisce primariamente nella conformità a una prescrizione, ma nella sua apertura alla vita che gli viene incontro. Il Vangelo non impone dall’alto un comando, ma dischiude una possibilità di pienezza. L’esistenza non è valutata sulla correttezza formale, bensì sulla sua capacità di generare vita. La verità si riconosce laddove qualcosa fiorisce.
L’intera vicenda di Gesù si colloca entro questa logica. Nei segni compiuti e nelle parole pronunciate emerge una priorità non negoziabile: la vita precede ogni sistema dottrinale. La risurrezione di Lazzaro, la guarigione del cieco nato, le azioni compiute in giorno di sabato non sono provocazioni arbitrarie, ma rivelazioni di un ordine più profondo. Quando la Legge diventa ostacolo, essa perde il suo significato originario. Gesù non la relativizza, ma la riconduce alla sua funzione autentica: essere al servizio dell’uomo.
In questa prospettiva, ciò che Cristo porta non coincide con un nuovo assetto religioso, ma con la manifestazione di Dio come alleato della vita. Viene così smascherata ogni riduzione ideologica del sacro e restituita all’uomo la sua vocazione più vera: vivere. La fede non nasce dall’adesione a un sistema chiuso, ma dall’incontro con una presenza che apre l’esistenza a un orizzonte più ampio.
Il Vangelo, tuttavia, non ignora la realtà dell’oscurità. «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno soffocata» (Gv 1,5). Le tenebre non coincidono solo con il rifiuto storico di Gesù, ma designano ogni forma di potere che, in nome dell’ordine o dell’efficienza, ostacola la pienezza dell’umano. Esse emergono là dove l’uomo viene sacrificato a un’idea, a una struttura o a un’ideologia che pretende di decidere chi o cosa meriti di vivere.
Lo splendore che promana da Cristo non affronta l’oscurità con la forza, ma la attraversa nella logica del dono. Non elimina il conflitto, ma lo assume, mostrando che la vita è più forte di ogni chiusura. Qui si concentra il cuore della proposta cristiana: non una verità da imporre, ma un’esistenza da accogliere.

In questa prospettiva, anche l’esperienza credente di oggi è chiamata a un discernimento esigente. Riconoscere Cristo come principio che illumina significa interrogarsi su ciò che, nella vita personale ed ecclesiale, genera vita e su ciò che invece la soffoca. La fede diventa così uno spazio di responsabilità, nel quale scegliere ogni giorno ciò che permette all’uomo di giungere alla pienezza. È in questo esercizio quotidiano che la luce continua a splendere, anche quando le tenebre sembrano avere l’ultima parola.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Diocesi

Il Carnevale Terra ionica dell’Anspi

06 Feb 2026

di Alessandra Munno

Dopo il successo delle edizioni precedenti anche quest’anno si terrà il ‘Carnevale Terra ionica’, giunto alla quarta edizione, intitolato ‘Il paese dei balocchi’, promosso dall’oratorio e dal circolo Anspi ‘San Giuseppe dal cuore castissimo’. Il tema del carnevale è ispirato a ‘Il circo della farfalla’, un cortometraggio dal profondo significato che celebra la rinascita interiore, la resilienza e la capacità di trasformare i propri limiti in punti di forza.

La manifestazione sarà contornata dalla partecipazione e intrattenimento della scuola di ballo ‘Mi sueno latino’ della maestra Valentina Damiani e dell’associazione ‘Diversamente giovani’ di San Giorgio jonico e prenderà vita in tre centri: sabato 7 febbraio alle ore 15 a Monteiasi; domenica 8 febbraio alle ore 15 a San Giorgio jonico; il 15 febbraio alle ore 15 a Monteparano.

Il Carnevale non stanca mai (riferiscono gli organizzatori) ed è una delle feste più amate da grandi e piccini e riscuoterà sempre grande entusiasmo con piazze gremite, musica e maschere nuove.

Divenuto ormai una tradizione, l’evento, che prevede l’uscita dei carri allegorici,  è stato fortemente voluto per vivere insieme al cittadini momenti di leggerezza, svago e di gioco all’insegna del puro divertimento.

E così, il ‘Carnevale Terra ionica’ si conferma non solo una festa, ma un vero e proprio momento di condivisione e identità per il territorio, occasione speciale per riscoprire il valore dello stare insieme, tra sorrisi, colori, musica e tradizioni che si rinnovano anno dopo anno. L’impegno dell’Oratorio e del Circolo Anspi ‘San Giuseppe dal cuore castissimo’ rende questo evento un simbolo di gioia e partecipazione, capace di unire grandi e piccoli in un clima di spensieratezza e allegria.

Tre città, un solo grande cuore che batte all’unisono: quello del carnevale, pronto ancora una volta a regalare emozioni indimenticabili e a lasciare un segno di felicità nella comunità.

 

 

Diocesi

Crispiano, Giubileo delle confraternite

06 Feb 2026

di Angelo Diofano
Domenica 8 febbraio a Crispiano si svolgerà il Giubileo delle confraternite: queste ultime sinonimo non solo di tradizione ma anche di presenza e servizio”: così riferisce don Michelino Colucci, parroco della Santa Maria della Neve a proposito dell’evento che rientra nell’ambito del celebrazioni del Giubileo per i duecento anni dalla fondazione della prima parrocchia crispianese.
Dopo la santa messe delle ore 18, che sarà presieduta  da mons. Paolo Oliva, direttore dell’ufficio diocesano per le confraternite (preziosa occasione per lucrare l’indulgenza plenaria), alle ore 19 si terrà un confronto a più voci sull’attività dei sodalizi, appunto sul tema ‘Tradizione, presenza, servizio’. Vi parteciperanno, oltre allo stesso mons. Oliva, Paolo Caramia, priore della confraternita Santa Maria della Neve, e Donato Fragnelli, priore della confraternita dell’Immacolata, con l’introduzione del padre spirituale e parroco don Michele Colucci.

L'argomento

Frana a Niscemi: quando l’emergenza crea comunità

ph Sir
05 Feb 2026

Nella palestra girano poche persone. Per lo più volontari e qualche troupe televisiva. Era stata pensata, a Niscemi, come sede per l’accoglienza delle persone costrette a lasciare la casa, dopo la frana. Che ha causato il crollo di uno dei costoni di quella collina dove si trova il quartiere delle Sante Croci. Una zona già segnata da un evento simile nel 1997, quando andarono distrutte diverse abitazioni e anche la chiesa settecentesca del quartiere. Sono circa duemila le persone rimaste senza casa. Ma non hanno avuto bisogno delle brandine allestite in quella palestra. Perché, alcune hanno una seconda casa in campagna, tante altre sono state accolte da altre famiglie di parenti, amici, conoscenti, o semplici cittadini. Come hanno fatto Giuseppe, suo padre e le sue sorelle che vivono a due passi dalla chiesa madre di Niscemi. Non hanno esitato ad aprire le porte di casa loro, dando speranza ed anche tanti sorrisi ai nuovi ospiti grazie a Gioia Marie, la piccola di casa. “A Niscemi ci si riconosce, nei quartieri e nelle chiese – racconta Giuseppe, 54 anni, dipendente pubblico –. Dire ‘sono delle Sante Croci’ non è solo un’indicazione geografica, è un’appartenenza”.

Giuseppe ha accolto la famiglia di Francesca, Pino e della madre Rosaria, colpita per la seconda volta da una frana


“Non ci lega una parentela, ma una grande amicizia – racconta Giuseppe –. Non hanno chiesto nulla. Siamo stati noi a proporci”.

In casa Giuseppe e la sua famiglia aveva un appartamento libero, autonomo, che hanno deciso di mettere subito a disposizione. “Ci è sembrato giusto. Nel momento del bisogno sentiamo il desiderio di essere pronti ad aiutare”.

All’inizio Giuseppe era restio a raccontare la sua esperienza. “Siamo convinti che il bene vada fatto senza clamore, come dice il Vangelo”. Poi la scelta di parlare, per contrastare una narrazione che ferisce. “Sui media stiamo passando per abusivi, mafiosi, come se il fatto che la palestra sia vuota fosse uno snobbare l’accoglienza”.

“In realtà è successo il contrario: la frana ha creato legami”.

La palestra, infatti, è diventata soprattutto un luogo di incontro. “È usata come mensa. Ci si ritrova, si mangia insieme, ci si conforta. È un segno bello. Ma è altrettanto bello che poi le persone rientrino in una casa, anche se non è la loro”.

In questi giorni, Niscemi appare diversa agli occhi di chi la vive. “C’è molta emotività, ma anche una grande sensibilità. Ho conosciuto persone che prima nemmeno salutavo, semplicemente perché non ci conoscevamo. Ora ci sentiamo più popolo”. Una solidarietà che nasce dalla consapevolezza reciproca:

“Quando abbiamo detto a Francesca che l’avremmo ospitata, le abbiamo detto anche questo: siamo certi che, a parti invertite, avreste fatto lo stesso per noi”.

“Troppe volte questa mia comunità è stata violentata a torto nella sua immagine per i gravi fatti di mafia e di violenza che si sono verificati – gli fa eco Giovanni Di Martino, ex sindaco di Niscemi, che da sempre ascolta il sentiment popolare -. Il destino ha voluto che proprio in questo drammatico momento sia venuto fuori il meglio della mia gente che ha mostrato il proprio spirito di solidarietà umanità e accoglienza”.

Sul futuro si discute, anche di nuove aree abitative. Ma il legame con la collina resta forte. “Un paese è fatto di radici – dice Giuseppe -. Niscemi è stata fondata nel 1626, quest’anno compie 400 anni. È nata attorno alla devozione alla Madonna del Bosco, la nostra patrona. In questo momento la immaginiamo abbracciare quella collina ferita”. Per Giuseppe andare via non è la risposta: “Qui c’è un’identità storica e culturale che va custodita. Anche dentro una frana possono nascere legami che tengono insieme una comunità”.

Sport

Olimpiadi invernali, Gianola: “La pace è la gara che siamo chiamati a correre”

ph Ansa-Sir
05 Feb 2026

di Andrea Regimenti

Le guerre in corso, le fratture geopolitiche e un clima internazionale segnato da crescente polarizzazione mettono alla prova anche i grandi eventi globali, chiamati a misurarsi con il loro significato più profondo. In questo contesto, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si collocano non solo come appuntamento sportivo di rilievo mondiale, ma come possibile spazio simbolico di incontro, dialogo e responsabilità condivisa. Il valore della tregua olimpica, il linguaggio universale dello sport, la dimensione educativa rivolta alle giovani generazioni e il rapporto tra competizione, fraternità e vocazione interrogano il senso stesso dei Giochi in un tempo attraversato da conflitti e incertezze. Dalla capacità dello sport di parlare di pace alla forza educativa dell’impegno e della fatica, fino al richiamo a una visione alta della vita che unisca talento, responsabilità e servizio, emergono prospettive che intrecciano fede, società e cultura. Una lettura che si colloca nel solco del magistero recente, da papa Francesco a Leone XIV, e che invita a guardare alle Olimpiadi come a una palestra di umanità, capace di formare persone prima ancora che atleti. Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni e dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza episcopale italiana, offrendo uno sguardo che va oltre lo spettacolo e le medaglie, per interrogare il significato umano e spirituale dello sport alla vigilia di Milano-Cortina 2026.

ph Siciliani Gennari-Sir

Le Olimpiadi nascono come occasione di incontro tra i popoli. In un tempo segnato da guerre e divisioni, che messaggio possono ancora lanciare?
Già Papa Francesco nel suo messaggio in occasione delle scorse olimpiadi di Parigi ricordava che i Giochi sono per natura portatori di pace e non di guerra. “L’Assemblea generale delle Nazioni unite – dichiara il Ministero degli Esteri – ha adottato per consenso la Risoluzione sulla Tregua olimpica in vista dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026. Il testo, facilitato dal Governo italiano in qualità di Paese ospitante in stretto coordinamento con il Comitato olimpico internazionale e con la Fondazione Milano-Cortina, ha raggiunto oltre 160 co-sponsorizzazioni”. Trovo decisivo per noi credenti ricordare che la pace è anzitutto dono del Risorto – ricordiamo con forza le prime parole di Leone XIV – ed è lui che abbatte i muri di separazione, vince l’inimicizia e la separazione. E questo sia a livello globale che locale, nel piccolo. La pace è da custodire ed è compito di ciascuno: la gara che siamo chiamati a correre è quella di imparare a stimarci a vicenda.

Come leggere, da credenti, il valore simbolico dell’incontro tra atleti di Paesi in conflitto?
Noi credenti non possiamo dimenticare di guardare avanti per costruire secondo un senso, una direzione. A volte dimentichiamo che il futuro non solo scorre sulla linea del tempo ma è aperto oltre la storia alla vita eterna, alla città del Cielo: non lo preghiamo tutti i giorni? Come in Cielo, così in terra? Ricordi le letture del tempo d’Avvento, le profezie di Isaia? “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-9). Un simbolo che sia tale lascia trasparire la vera essenza delle cose e vedere avversari che si stringono la mano oltre ad essere una preghiera costante della Chiesa è la prospettiva di pace che sentiamo come nostalgia, dolore per un futuro che ancora non c’è (e non accadrà per magia) ma deve essere costruito.

Lo sport parla molto ai giovani. In che modo le Olimpiadi possono diventare un’occasione educativa e non solo spettacolare?
Ricordo che durante la Gmg di Panamà un giovane scrisse su un foglietto che la vocazione è la versione migliore di sé stessi. In fondo è quello cui anche Papa Leone ha invitato durante l’omelia del Giubileo a Tor Vergata: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate”. Lo sport mette a contatto con la fatica e l’impegno, insegna l’allenamento, il rispetto dell’altro e la presa di consapevolezza dei propri limiti. Non tutti diventano campioni olimpici, tutti possono lavorare per diventare uomini e donne sani e santi – ha ricordato papa Leone ai giovani di Roma – senza rincorrere surrogati di felicità ma lottare per custodire e valorizzare tutto quanto di buono c’è nel mondo e nella vita e rifiutare quanto non lo è. La vocazione è riconoscere, alla scuola della Parola il proprio spazio nel quale versare la vita, tutta la vita, per amore di qualcuno.

Il linguaggio della competizione può convivere con quello della fraternità e della gratuità? Concetti spesso richiamati prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV
La vera competizione sportiva non vede l’altro come un nemico ma come un avversario che stimola un circolo virtuoso di crescita personale. Vincere, in fondo è anche migliorare sé stessi e confrontarsi con l’altro nel rispetto e nella stima reciproca è fecondo per la vita. Si impara a guardare l’altro con dignità perché si conosce bene lo sforzo e la fatica che si trovano dietro il gesto sportivo. La stessa cosa avviene con l’arte o l’artigianato, con ogni azione umana che abbia a che fare con la materia: chi ha provato a lavorarla conosce tempi, fatiche, bellezza, soddisfazione. Forse in questo la mentalità indotta dalla tecnologia non ci aiuta perché ci fa sembrare tutto facile, immediato, ci toglie il tempo di godere della fatica, dell’impegno, il piacere di plasmare con il tempo e con le mani la pasta della storia. La fraternità e la gratuità vengono da questo, riconoscere la preziosità propria e dell’altro e prendere consapevolezza che insieme possiamo costruire il futuro di tutti.

Che augurio fa agli atleti che si preparano a Milano-Cortina 2026?
Certamente di vincere il più medaglie possibili, di divertirsi e far divertire tutti noi tifosi con uno spettacolo sano e bello, ma più ancora di essere campioni nello sport e campioni nella vita.

E quale augurio rivolge ai giovani che, come nello sport, stanno cercando la propria strada nella vita?
La propria strada, la vocazione, la si riconosce come un invito che viene dalla realtà e dall’amicizia con Gesù che apre gli occhi e allarga il cuore per far vedere qual è la nostra impresa da compiere a servizio degli altri, per amore di qualcuno e insieme a qualcun altro. La nostra strada non è mai soltanto la nostra ma sempre insieme a qualcuno.

Eventi culturali in città

Domenica 8, ‘Sotto il cielo di Taras’ presenta l’ultimo lavoro di Sara Notaristefano

05 Feb 2026

‘La città dalle finestre chiuse’ l’ultimo lavoro di Sara Notaristefano è il libro che l’associazione ‘Sotto il cielo di Taras’ presenterà in anteprima nazionale domenica 8 febbraio a partire dalle ore 18:30 A Casa di Titti, in via Acclavio 88 a Taranto.

La città dei due mari, tra bellezza e devastazione, è il teatro di un dramma familiare che si fa questione collettiva, affondando lo sguardo nelle pieghe dell’adolescenza e nel silenzio degli adulti.
Sarà Daniela D’Oronzo a dialogare con l’autrice per approfondire i temi dell’opera, le ispirazioni e i retroscena del romanzo.
Il reading letterario sarà a cura di Titti Voccoli, che darà vita e voce alle pagine più intense del libro.
L’evento è stato organizzato con collaborazione di A Casa di Titti, della libreria Dickens, presente con un corner dedicato per l’acquisto del libro e il firma-copie, e lo sponsor della serata ‘U Cafè Argento, in via D’Aquino 24.

Al termine dell’evento, ‘U Cafè Argento offrirà un rinfresco a tutti i convenuti.