Diocesi

Torricella, l’accoglienza a don Danilo Minosa

Il benvenuto al nuovo amministratore parrocchiale nel corso della sua prima celebrazione eucaristica

ph Paola Pro
14 Gen 2026

Domenica 11 gennaio, nella chiesa madre di San Marco Evangelista di Torricella, i fedeli hanno dato il benvenuto all’amministratore parrocchiale don Danilo Minosa nel corso della sua prima celebrazione eucaristica. Hanno concelebrato con lui il diacono don Cosimo Argentino e il precedente parroco don Antonio Quaranta – salutato calorosamente dai parrocchiani – in procinto di raggiungere la comunità religiosa dei padri Venturini, a Treviso.  Hanno presenziato rappresentanze delle confraternite del Rosario e del Sacro Cuore, degli scout e dei gruppi di preghiera, oltre alle maggiori autorità locali.

Diocesi

Il trentennale de L’ora di Gesù fra riflessioni e testimonianze

14 Gen 2026

di Antonio Agresta

“Eh già! Sono trascorsi 30 anni da quando il Signore ha benedetto questo momento di Grazia. Sappiamo che per Te, Signore, 30 anni sono un soffio ma per noi il tempo ci dice la valenza della Tua Creazione; e ancor più l’ora trascorsa davanti a Te, per Te è ancora meno che un soffio ma per noi è nutrimento vitale. Tu ci hai insegnato cosa vuol dire guardarTi, parlarTi, adorarTi in silenzio e che questo ci porta serenità e forza vitale per affrontare le difficoltà nella vita a partire dalla famiglia sotto il Tuo sguardo e la Tua Grazia. Come non ringraziarTi perché hai illuminato Antonietta Palantone promotrice, don Tommaso Rota fautore e mons. Luigi Benigno Papa creatore dell’associazione e della preghiera ad essa dedicata.

Tutto partì quando l’esperienza dei tre giorni del Cursillos di cristianità ha permesso di scoprire la bellezza, la dolcezza, la forza e la grazia di essere davanti a Te confessando tutto noi stessi e attingendo Verità dalla Tua Parola; e che dire, nell’incontro pregare per gli altri in particolare per le famiglie.

È vero che la Chiesa promuove e vive ore di adorazione settimanali per tutti i fedeli ma la particolarità di quest’Ora di Gesù è che da un’intuizione da Te benedetta e suggerita ad Antonietta è quella dell’esigenza di incontrarTi per coloro che per impegni di lavoro non hanno altre ore della giornata a disposizione se non quella di fine lavoro alle ore 20, e questo il lunedì perché benedicesse e conducesse ad inizio settimana il cammino cristiano di tutte le famiglie per l’intera settimana. Altra particolarità è l’unione in simbiosi silenziosa e intensa alla stessa ora nelle varie comunità parrocchiali sparse dalla provincia alle città finanche in Burkina Faso con don Casimiro. Si sono vissute esperienze forti, ricche e ispirate condotte dall’interpretazione di ciascuno come quelle durante le estati celebrati nei rioni della parrocchia fra le case e la gente tenute da don Lucangelo De Cantis o quella di non fermarsi mai né per festività né per condizioni climatiche avverse.

Sono trascorsi 30 anni e sono davvero pochi nell’infinità del Tuo tempo; ti chiediamo Signore di concederne ancora a noi tuoi fedeli e alle nostre famiglie per la nostra conversione, perché possiamo ‘spargerla’ con la tua Benedizione per la Pace degli animi.

Si sa che quando si festeggia un anniversario lo si fa davanti ad una tavola riccamente imbandita; si sa che il festeggiato è a capotavola  e che i regali per il festeggiato non mancano e noi abbiamo vissuto tutto questo la sera del 9 gennaio 2026 per festeggiare i 30 anni dell’Ora di Gesù. Ma che tavola riccamente imbandita! Che festeggiato! E che regali! Sulla tavola c’erano dai succulenti frutti di grazia ai dolci di benedizione, dai farciti di pace alle bevande di gioia .

Il festeggiato era lì a capotavola con un sorriso pieno di felicità per vedersi festeggiato da tanti suoifigli e amici: era Gesù e, anche se non era lunedì, è stato con noi in mezzo a noi per un’altra oretta. I commensali tutti, da persone illustri, non uno ma tre vescovi (…), personalità istituzionali (…), dai prelati giovani ai più navigati ognuno con il proprio bagaglio ministeriale spirituale e umano , e per finire dalle coppie rappresentanti delle famiglie tutti con l’abito nuziale hanno gradito, partecipato con gioia e sono tornati alle loro case satolli di grazia. E i regali? L’unico regalo che ha ricevuto e da Lui molto gradito è stata la nostra presenza, ma a dire il vero è stato il Festeggiato a distribuire regali a tutti: gioia ,pace, forza, coraggio, speranza e il più bello e grande di tutti: il SuoCorpo. Dall’arcivescovo metropolita mons. Ciro Miniero, al termine, due sole parole di temperanza e auguri: Continuate e moltiplicatevi!

Il sindaco di Crispiano, Luca Lopomo: una testimonianza che continua a parlare al cuore

Nella concattedrale Gran Madre di Dio ho avuto l’onore di partecipare alla celebrazione per i 30 anni dell’istituzione de ‘L’Ora di Gesù’, una straordinaria esperienza di preghiera che da tre decenni unisce famiglie, sposi e comunità davanti all’eucaristia. È stato un momento intenso, vissuto insieme all’arcivescovo di Tarato mons. Ciro Miniero e ai vescovi emeriti mons. Filippo Santoro e mons. Salvatore Ligorio e a tantissimi parroci provenienti da tutto il territorio, segno di una Chiesa viva, unita eprofondamente radicata nelle comunità.

Con me anche il collega e amico, il sindaco di Statte Fabio Spada, a testimoniare la vicinanza delle istituzioni a questo cammino di fede e di comunità.

Un pensiero speciale va alla folta delegazione di crispianesi che ogni lunedì, con fedeltà e amore, vive questo appuntamento di adorazione e prega per tutte le famiglie, anche per quelle che non ce la fanno più. Sapere che, mentre il nostro paese affronta le sue sfide quotidiane, c’è chi ogni settimana si ferma davanti al Tabernacolo a intercedere per tutti noi, è un dono enorme.

Desidero ringraziare di cuore Donato Simonetti e Maria Carrieri responsabili dell’associazione suCrispiano, per l’invito personale e affettuoso che mi hanno rivolto. La loro lettera, così semplice e così vera,racconta lo spirito autentico de L’Ora di Gesù: una fede che non fa rumore ma che costruisce

Un ringraziamento speciale va anche ad Antonietta Palantone, di Statte, che ha fondato questa associazionecon l’aiuto e la benedizione di mons. Benigno Papa. Da Statte questo cammino di preghiera è partito,diffondendosi poi in tutta la diocesi di Taranto e oggi in tante realtà italiane e anche all’estero, portandoovunque un messaggio di amore, fedeltà e speranza. Eventi come questo ricordano a tutti noi che la famiglia la preghiera la comunità sono ancora il cuore pulsante della nostra società. Grazie a chi,da trent’anni, continua a custodire questa luce”.

Il sindaco di Statte, Fabio Spada: una data da ricordare

“Come statte si sentiamo un orgoglio particolare: sapere che da qui è partita un’opera che ancora oggi, ogni settimana, fa incontrare tante persone per pregare per le famiglie, per chi soffre e per l’intera società. Un cammino che affonda le sue radici nella fede semplice e profonda della nostra comunità e che porta il segno indelebile della sua fondatrice, la sig.ra Antonietta Palantone, donna di grande spiritualità che, con coraggio, umiltà e amore ha saputo trasformare un’intuizione in un’opera che ancora oggi sostiene famiglie e comunità con la preghiera.

Con l’aiuto di don Tommaso Rota e la benedizione di mons. Benigno Papa, Antonietta ha dato vita, proprio a  Statte, a un’esperienza che in trent’anni ha saputo attraversare confini, generazioni e territori, portandoovunque un messaggio di fede, di preghiera e di speranza.

La celebrazione è stata presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero, insieme ai vescovi emeriti mons. Filippo Santoro e mons. Salvatore Ligorio e a tanti sacerdoti provenienti da tutta la diocesi: una Chiesaviva, unita e profondamente legata alla vita delle comunità.

Accanto a me anche il sindaco di Crispiano Luca Lopomo, a testimonianza di quanto questo cammino di fede sia diventato patrimonio di tutto il nostro territorio.

A nome dell’intera comunità di Statte, esprimo un grazie profondo alla sig.ra Antonietta Palantone e a tutti coloro che, in questi trent’anni, hanno custodito e fatto crescere questa luce. Statte continuerà ad essere casa e cuore de L’Ora di Gesù”.

Musica

A Cuore aperto, il cd di padre Francesco Cassano

13 Gen 2026

di Angelo Diofano

‘A Cuore aperto’ è il titolo del cd, appena uscito, di padre Francesco Cassano, sacerdote dell’Ordine dei Minimi e nuovo parroco alla San Francesco di Paola in Taranto. Brani bellissimi, alcuni noti e rivisitati, fanno parte di questo disco molto curato anche negli arrangiamenti e sono vere e proprie preghiere in canto proposte dalla voce di padre Francesco.

Il brano che intitola il cd, ‘A Cuore aperto’, è stato scritto da Rosa Martirano, voce superlativa, che duetta con padre Francesco in questo ed in un altro pezzo di musica cristiana contenuti in questo album che si avvale anche della collaborazione dell’eccellente fonico e arrangiatore Alessandro Guido. 

Oltre ‘A Cuore aperto’, queste le altre canzoni contenute nel lavoro di padre Francesco: ‘Resuscitò’, ‘La mia preghiera elevo a Te’ (feat. Rosalba Martirano), ‘Dell’aurora’, ‘Cristo vive in me’, ‘Mashalem’, ‘Ave Maria’, ‘Io sono Francesco’, ‘Mi rialzerai’.

Il cd è disponibile nella chiesa di San Francesco di Paola e alla Libreria Paoline, a Taranto.

Diocesi

Anno giubilare francescano: i luoghi per le indulgenze

ph Sir
13 Gen 2026

di Angelo Diofano

Nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, la Penitenzieria apostolica indice uno speciale Anno giubilare, con annessa indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione, comunione e preghiera secondo le intenzioni del Santo padre), anche in suffragio per le anime del purgatorio. Ne potranno fruire i fedeli che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno qualsiasi chiesa o convento francescani o luogo di culto in ogni parte del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per qualsiasi motivo,  trascorrendo un congruo periodo di tempo in meditazione e pregando Dio affinché, sull’esempio di San Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli. Il tutto, concludendo con il Padre nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d’Assisi, a Santa Chiara e a tutti i santi della Famiglia francescana.

In attesa di una comunicazione ufficiale della curia, ecco i luoghi nei quali si potrebbe lucrare l’indulgenza: San Massimiliano Kolbe, San Pasquale Baylon e San Lorenzo da Brindisi (Taranto), Sant’Egidio (Lama-Tramontone), Cristo Re e San Francesco d’Assisi (Martina Franca), San Pasquale Baylon (Lizzano), San Francesco d’Assisi (Crispiano), Santi Patroni d’Italia- San Francesco e Santa Caterina (San Giorgio Jonico), Monastero Santa Chiara (Grottaglie).

Fari di pace

Mons. Gallagher: “Serve un cambio di rotta per la pace”

Paul Richard Gallagher (ph Afp-Sir)
13 Gen 2026

di Riccardo Benotti

Deterrenza nucleare, crisi dimenticate e il peso delle parole nei conflitti globali. In quello che in tanti considerano il Mese della pace (la Giornata mondiale della pace cade il 1° gennaio), mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, traccia un bilancio dell’ordine mondiale all’inizio del 2026. Dalla frammentazione geopolitica alle emergenze umanitarie normalizzate, il presule britannico sottolinea il ruolo della Santa Sede come “coscienza critica” del sistema internazionale e richiama alla necessità di ‘gesti verificabili’ per una riconciliazione reale.

Eccellenza, il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”. In un mondo fondato sulla deterrenza, quali passi realistici possono indicare un cambio di paradigma?
Nel periodo della Guerra fredda, la deterrenza nucleare veniva ammessa a volte come misura di equilibrio provvisoria, mentre ci si sforzava a lavorare, in modo concertato, in favore di un progressivo disarmo. Sono poi state siglate varie convenzioni internazionali mirate a limitare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, e in particolare delle armi nucleari. Tale sforzo è rimasto purtroppo incompiuto. Mi sembra degno di nota il fatto che, con il diminuire dell’impegno per il disarmo e la pace, si sia perso di vista anche la lotta alla fame, alla povertà, alle migrazioni forzate, nonché la promozione dei diritti fondamentali della persona umana.

Cosa si è perso con l’abbandono della strada del disarmo progressivo?
In effetti, la vera pace non è frutto solo del disarmo, ma si basa sulla fiducia e le relazioni pacifiche tra i popoli. Solo la vera pace garantisce una sicurezza integrale, la quale non si riduce a questioni meramente militari. Nel contesto attuale, in cui regna un certo “disordine internazionale”, non possiamo rassegnarci a una logica puramente contrappositiva, in cui il rapporto tra i popoli rischia di chiudersi nella paura dell’altro e quindi nel dominio della forza.
Non dimentichiamo che la via del dialogo è sempre possibile, anzi auspicabile, un dialogo “umile e perseverante” come ci esorta papa Leone XIV, per contribuire a un cambiamento di rotta, per ricostruire rapporti di fiducia e per il bene di tutta l’umanità.

Si parla di crisi dell’ordine internazionale, di ritorno ai blocchi o di un pluralismo instabile. Quale scenario le sembra più realistico?
Lo scenario che stiamo attraversando non è semplicemente multipolare: è profondamente instabile. Non assistiamo a un ritorno ordinato ai blocchi del passato, ma a una frammentazione in cui le alleanze sono mobili, il diritto è spesso subordinato alla forza e la paura diventa criterio politico.
Lo vediamo chiaramente in Ucraina, in Medio Oriente, nel Mar rosso, nello Sahel e in altre parti del mondo.

In questo quadro di instabilità, quale spazio resta alla Santa Sede come mediatrice credibile?
Papa Leone XIV ha messo in guardia da una forma di diffusione del sentimento di impotenza che in realtà è una resa: quando si considera inevitabile ciò che è frutto di scelte umane, si perde lucidità. In questo quadro, la Santa Sede non si propone come un attore geopolitico tra gli altri, ma come una coscienza critica del sistema internazionale, è la sentinella nella notte che vede già l’alba, che richiama alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona. La sua credibilità come mediatrice nasce dal rifiuto di accettare la guerra come normalità e dalla capacità di restare fermamente ancorata alla dignità delle persone e dei popoli coinvolti.

La polarizzazione mediatica sembra incidere direttamente sulla dinamica dei conflitti. Quanto pesa oggi il linguaggio nella costruzione o nel fallimento della pace?
Incide enormemente. Oggi il linguaggio non descrive semplicemente i conflitti: spesso li precede, li prepara e li alimenta. La semplificazione, la demonizzazione dell’avversario, l’uso sistematico della paura e la psicosi bellica rendono la pace impronunciabile prima ancora che impraticabile.
È un dato che riguarda sia i media sia la comunicazione politica. Si crea un clima in cui il compromesso è percepito come debolezza e il nemico viene disumanizzato.

Quali conseguenze concrete ha questa dinamica sul piano diplomatico?
Il Papa ha ricordato che la pace fallisce quando diventa indicibile, quando non si trovano più “le parole giuste” per pensarla vicina. Un linguaggio che rinuncia alla verità e alla complessità costruisce un mondo deformato, nel quale il compromesso appare come tradimento e la violenza come necessità. Anche sul piano diplomatico, questo è uno dei principali ostacoli alla pace. La Santa Sede continua a insistere su un linguaggio che non divide o alimenti la paura e l’odio, ma che unisce e renda possibile il riconoscimento reciproco, anche tra avversari.

 

Diocesi

A Taranto, concorso internazionale di marce funebri

13 Gen 2026

Anche quest’anno la confraternita Maria SS. Addolorata e S. Domenico ha bandito il concorso internazionale di marce funebri per la Settimana Santa ‘Trofeo Città di Taranto’, per favorire la promozione e la divulgazione di questo genere musicale legato ai riti della Settimana Santa, con lo scopo di incrementare il già nutrito repertorio tarantino. Le iscrizioni sono aperte a tutti i compositori di qualsiasi nazionalità, senza limiti di età che possono presentare un solo brano che deve essere inedito, mai eseguito e non aver ricevuto premi o segnalazioni in altri concorsi, pena la squalifica. Le composizioni dovranno essere attinenti al contesto storico, religioso e tradizionale del luogo e del repertorio già esistente nei riti della Settimana Santa a Taranto. Sarà determinante, ai fini della selezione e della premiazione, la fattiva eseguibilità in forma itinerante e/o processionale.

Tutti gli spartiti (partitura e parti staccate comprese) devono essere impaginati in forma anonima e privi di qualsiasi segno di riconoscimento (motto, titolo, nomi, codici in cifre e/o lettere ecc.).

Per partecipare al concorso, i compositori potranno scegliere di inviare la propria composizione in formato digitale tramite mail o in formato cartaceo tramite posta raccomandata. Non è prevista in alcun caso la quota di partecipazione.

Le composizioni dovranno pervenire alla segreteria del concorso entro il 16 febbraio.

Al ricevimento del materiale, digitale o cartaceo, la segreteria del concorso provvederà a contrassegnare il materiale musicale e la documentazione con un numero di protocollo univoco e progressivo. Solo a lavori ultimati nella fase finale verranno aperte le buste chiuse e si procederà all’identificazione dei vincitori.

Il materiale pervenuto non sarà restituito ed entrerà a far parte dell’archivio del concorso.

Il direttore artistico del concorso, nominato dal consiglio di amministrazione della confraternita, è il maestro prof. Giuseppe Gregucci. Sarà una giuria di musicisti di chiara fama a decretare la classifica finale

Le composizioni selezionate per la fase finale verranno eseguite in occasione del concerto-evento eseguito dalla Grande Orchestra di fiati ‘Santa Cecilia-Città di Taranto’ diretta dal m° Giuseppe Gregucci, che si terrà il 7 marzo alle ore 19 nella chiesa di S. Domenico a Taranto.

I premi saranno così ripartiti:
1° premio   € 1.500,00 e trofeo Città di Taranto;
2° premio   € 700,00;
3° premio € 500,00;
4° premio  € 200,00;
5° premio  € 200,00,
e premio speciale della tradizione tarantina (che sarà assegnato dalla giuria popolare che sarà formata da una rappresentanza di tutte le confraternite della città) e la menzione assegnata dai musicisti della banda. A tutti i finalisti sarà consegnato il diploma di partecipazione.

Il regolamento e gli eventuali aggiornamenti relativi allo svolgimento del concorso, sono visualizzabili sulla pagina ufficiale facebook denominata ‘“Concorso di composizione di marce per la Settimana Santa – Città di Taranto’, accessibile dal link: https://www.facebook.com/profile.php?id=61584678702181

Venti di guerra

Vincenzo Buonomo: “Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945”

Venezuela, Groenlandia e il ritorno della forza

ph Ansa-Sir
13 Gen 2026

di Giovanna Pasqualin Traversa

Contraddizioni, inerzie, fallimenti del sistema internazionale: al “soft power” della diplomazia si sostituiscono multipolarismo e una sorta di “normalizzazione” della forza. Che fine ha fatto il diritto internazionale? Ne parliamo con Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, affrontando crisi degli Stati, ruolo di Onu e Nato, geopolitica artica, Venezuela e fragilità dell’Unione europea. Sullo sfondo, l’esortazione incessante di papa Leone XIV ad una “pace disarmata e disarmante”.

ph Siciliani-Gennari-Sir

Professore, alla luce dei conflitti in Ucraina e a Gaza, del blitz militare Usa in Venezuela che ha portato all’arresto di un capo di Stato in carica come Nicolás Maduro e delle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, molti osservatori parlano di un “declino” se non addirittura di una scomparsa del diritto internazionale. È una percezione corretta?
Più che scomparso, il diritto internazionale è profondamente cambiato. Siamo regrediti ad un modello che assomiglia più a quelli pre‑Prima e pre‑Seconda guerra mondiale.
Le acquisizioni maturate dopo il 1945 – diritto umanitario, diritti umani, crimini internazionali – sembrano essersi indebolite. Un primo segnale è stato il ritorno alla “battaglia dei dazi”, che ripristina logiche di trattamento differenziato tra Stati, superate con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995.

Oggi il diritto internazionale rischia di essere usato come arma politica?
Il rischio esiste. Ucraina, Gaza o l’operazione statunitense contro Maduro mostrano come il diritto possa essere piegato a logiche di forza. Ma questo non è un fenomeno isolato: rientra nella regressione sistemica che stiamo vivendo, nel ritorno ad un mondo dove la forza prevale sul diritto.

Anche il principio di sovranità territoriale appare in crisi…
Sì. Si è indebolito il divieto per uno Stato di modificare con la forza i confini di un altro Stato secondo la logica del “fait accompli” (fatto compiuto). Lo vediamo in Ucraina e a Gaza: acquisizioni territoriali manu militari, spostamenti forzati di popolazione, assenza di garanzie sulla composizione etnica dei territori. E’ il primato della forza e della deterrenza attraverso il riarmo, a scapito della diplomazia legale.

In questo scenario le istruzioni internazionali sembrano paralizzate e impotenti. Le Nazioni unite e il multilateralismo sono in crisi?
Nate per garantire una visione comune, le istituzioni internazionali appaiono oggi quasi inerti. Vedo una sorta di “accanimento terapeutico” nell’insistenza a volerle far funzionare a tutti i costi pur sapendo che non ne hanno più la capacità. Una crisi duplice: strumenti giuridici inadeguati e volontà politica degli Stati, che da quattro anni – dall’inizio della guerra in Ucraina – hanno di fatto esternalizzato i conflitti dal contesto Onu, riducendo la centralità del multilateralismo.

Qual è oggi, invece, il ruolo della Nato?
La Nato respira con due polmoni: quello politico e quello militare. Ma oggi predomina il pilastro militare. L’Alleanza esprime valutazioni su armamenti e sistemi di difesa, dando indicazioni agli Stati sui requisiti di sicurezza. La funzione politica preventiva è invece in crisi o molto limitata, schiacciata dagli aspetti tecnico‑militari. È un segnale della crisi più ampia della diplomazia multilaterale.

Passiamo all’Artico. La Groenlandia, pur essendo indipendente ma con sovranità ancora in capo alla Danimarca, è tornata oggetto di mire geopolitiche da parte di Trump che non ha usato giri di parole sui possibili mezzi da adottare. Dopo il blitz in Venezuela e considerando lo scenario peggiore, quali sarebbero le conseguenze di un intervento militare Usa (Paese Nato) contro la Danimarca, altro membro Nato?
L’interesse statunitense per la Groenlandia nasce da esigenze di sicurezza e dalla volontà di contenere Russia e Cina nell’Artico. Le opzioni sul tavolo possono essere molte: intervento militare, acquisto in stile Alaska, accordi con il governo locale. Ma porre opzioni non significa rompere l’Alleanza, è piuttosto un voler dimostrare la propria potenza.
Una frattura della Nato – i cui confini oggi si spingono ben oltre il progetto originario del 1949 per l’interesse di un singolo Paese sarebbe pericolosa e destabilizzante. Molto dipenderebbe dalla reazione degli altri attori artici, Russia in primis.

L’Artico è privo di una regolazione internazionale?
Sì. A differenza dell’Antartide, territorio regolato da uno specifico trattato del 1959, riformulato 50 anni dopo, l’Artico non ha un quadro normativo generale. Esistono solo i cosiddetti “settori circolari” assegnati agli Stati che si affacciano sul Circolo polare, ad esempio le Isole Svalbard. Per le grandi potenze – Usa, Russia, Cina, forse anche Giappone – la vera posta in gioco non sono solo le terre rare, ma il passaggio marittimo a nord‑ovest, corridoio strategico per le rotte commerciali globali, una sorta di nuova via della seta.

Intanto, sullo scenario internazionale l’Unione europea continua a presentarsi fragile, divisa – ad oggi solo la Spagna ha espresso ferma condanno per il blitz Usa in Venezuela – e priva di una politica estera e di difesa comune…
Il problema è antico. Già nel 1954 fallì il progetto di Comunità europea di difesa perché la Francia non voleva rinunciare alla propria autonomia in ambito militare e in politica estera. Ancora oggi la voce isolata di alcuni Paesi impedisce all’Ue una politica estera unica e una difesa comune.
Anche le spinte al riarmo cui stiamo assistendo non rispondono solo agli impegni Nato, ma alla volontà di singoli Stati di rafforzare la propria autonomia nazionale, e questo compromette la costruzione di una sicurezza comune che si può costruire solo sulla base di intenti condivisi. Come l’unione doganale tra i Paesi Ue protegge gli spazi commerciali ed economici interni, così una politica di sicurezza comune dovrebbe permettere a Bruxelles di parlare con una sola voce. Il caso Venezuela mostra, appunto, l’assenza di una visione comune.

In questo scenario sempre più polarizzato, papa Leone XIV non si stanca di invocare una “pace disarmata e disarmante”. È un appello realistico?
Nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace dello scorso 1° gennaio, il Papa richiama al “risveglio delle coscienze” come unica condizione per la pace.
La pace non nasce dal riarmo, ma da dialogo, comprensione, accoglienza, coesistenza, coesione. Richiede un rinnovamento dell’intelligenza e del cuore. Contro la logica della violenza, la voce del Papa invita al disarmo dei cuori e alla riscoperta dell’umanità, da tradurre in scelte concrete.

Morti sul lavoro

Le Acli sull’ennesima morte all’ex-Ilva: “È finito il tempo del silenzio!”

ph ND
13 Gen 2026

Sono trascorsi solo dodici giorni del nuovo anno per listare nuovamente a lutto i cancelli di una fabbrica obsoleta che non cade a pezzi solo metaforicamente ed economicamente, ma collassa – letteralmente – nelle strutture, parimenti agli altiforni che dovrebbero esserne il cuore pulsante.

Claudio Salamida, operaio dell’acciaieria2, addetto alle valvole, è precipitato da un’altezza di diversi metri, perdendo la vita per il cedimento del pavimento ‘grigliato’ sul quale svolgeva le sue funzioni di lavoro.

“Questa non è fatalità! – ha commentato Giuseppe Mastrocinque, presidente provinciale delle Acli tarantine -. È giunto il momento che non si usino più espressioni che sono false, oltre che offensive verso le vittime e i loro affetti.

Come possiamo parlare di fatalità, se a cadere sono passerelle arrugginite, gru senza più accorgimenti di sicurezza, se esplodono altiforni, in un regime di totale assenza di manutenzione ordinaria, non straordinaria!

Come Acli, seppure col pudore che oggi dobbiamo a Claudio, non riteniamo che sia il momento del silenzio e della riflessione: questo, per noi, è il momento della rabbia, delle urla e della protesta. Unendoci a quelle della moglie e dei genitori del povero operaio, gridiamo che è giunto il tempo di dire un definitivo ‘Basta così!’ a una mattanza dentro e fuori da uno stabilimento siderurgico che non è sicuro per nessuno e per diverse ragioni, che vanno dalle norme elementari di sicurezza bypassate, agli inquinanti sparsi allegramente su Taranto e tutti i comuni attigui al siderurgico.

Il silenzio – ha proseguito l’avv. Mastrocinque – fa il gioco di chi ha interessi a tenere acceso ciò che doveva essere spento quasi quattordici anni fa; fa il gioco di uno Stato che, dopo aver costruito la fabbrica a ridosso della città, oggi si lava le mani e, attendendo investimenti privati che non saranno mai in grado di ambientalizzare realmente lo stabilimento, brucia miliardi di euro di risorse pubbliche che, dal 2012, sarebbero state sufficienti a ricostruire totalmente l’impianto o a smantellarlo, convertendo l’economia del territorio.

Il dolore per la morte di Claudio, come quello per la morte di Francesco, di Alessandro e tanti altri padri che non sono tornati a casa dai loro figli, sono lutti di un’intera comunità e non devono essere derubricati a drammi di una sola famiglia. Quelle morti, come le morti silenziose di centinaia di tarantini assassinati dalle emissioni dell’ex Ilva, sono un macigno che pesa sulle spalle della classe politica locale e nazionale, incapace di assumere decisioni capaci di cambiare il destino infausto di questa comunità.

È l’ora delle scelte: chiudere, riconvertendo l’economia territoriale oppure, se si ritiene imprescindibile mantenere in vita l’impianto, ricostruire la fabbrica completamente con risorse che solo lo Stato può stanziare.

Le Acli si sottraggono a questa ipocrisia – ha concluso il presidente provinciale – e chiedono che si metta fine all’accanimento terapeutico su una fabbrica morta oramai da anni”.

Disabilità

Fish: “Per la prima volta il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico”

ph Siciliani Gennari-Sir
13 Gen 2026

di Riccardo Benotti

“Per la prima volta nel nostro Paese, il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico, superando una lunga fase caratterizzata da annunci e iniziative prive di risposte strutturali”: lo ha dichiarato il presidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) Vincenzo Falabella, commentando l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge recante ‘Disposizioni in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare’.

Le nuove norme consistono in un pacchetto di interventi strutturali che prevedono il riconoscimento giuridico, tutele previdenziali e lavorative e sostegno economico. “Si tratta di una questione di grande rilevanza sociale, che riguarda direttamente la tenuta del nostro sistema di welfare e la qualità della vita di milioni di cittadini, che si trovano a sostenere un impegno costante, gravoso e altamente complesso, senza adeguate tutele, riconoscimenti o sostegni”, sottolinea Falabella. Il disegno di legge passerà ora all’esame delle Camere per il completamento dell’iter legislativo. “L’auspicio della Federazione è che il Parlamento sappia cogliere pienamente questa occasione, lavorando per approvare una normativa giusta, inclusiva e realmente efficace, capace di incidere positivamente sulla vita delle famiglie e di riconoscere il valore sociale, umano e civile della cura”, conclude la Fish, ribadendo “la propria disponibilità al confronto con le istituzioni e tutti i soggetti coinvolti”.

Diocesi

Il messaggio dell’arcivescovo Ciro Miniero per la morte dell’operaio dell’ex-Ilva

ph ND
13 Gen 2026

Riportiamo il messaggio che il nostro arcivescovo, mons. Ciro Miniero, ha inviato per la morte dell’operaio dell’ex-Ilva:
«Ho appreso con profondo dolore e sconcerto della morte dell’operaio Claudio Salamida, vittima dell’ennesimo incidente nello stabilimento siderurgico. Il giovane operaio era impegnato in un’attività di controllo e, pare sia precipitato da una passerella in metallo. Da anni si denuncia lo stato di degrado degli impianti, il rischio che lo stato degli stessi rappresenta per i lavoratori. Ancora una volta confidiamo nella magistratura perché si faccia piena luce sulle responsabilità di questo grave e luttuoso episodio, ma intanto, cosa si è fatto e si sta facendo perché lavorare nell’ex Ilva non metta a rischio la vita di alcuno né dentro né fuori dallo stabilimento? Il prezzo pagato alla produzione continua ad essere intollerabile. Quando le strade percorse non portano al traguardo prefissato, quando è troppo alto il costo umano e ambientale, allora bisogna interrogarsi profondamente e, con coraggio, proporne di nuove. Intanto, invitiamo tutta la comunità ad unirsi nella preghiera per il povero Claudio alla cui famiglia ci stringiamo con affetto».
† Ciro Miniero, arcivescovo metropolita di Taranto 

Mondo

Liberati in Venezuela Alberto Trentini e Mario Burlò

ph Ansa-Sir
12 Gen 2026

di Bruno Desidera

La notizia tanto attesa è giunta all’alba, in Italia, quando anche in Venezuela, ormai, era notte fonda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, verso le 5 del mattino (ora italiana), ha annunciato la liberazione del cooperante veneziano Alberto Trentini e dell’imprenditore torinese Mario Burlò, i due cittadini italiani detenuti per oltre un anno nelle carceri venezuelane. Trentini e Burlò si trovano ora nell’Ambasciata d’Italia a Caracas, accolti dall’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito. Ha affermato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò. Ho parlato con loro e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa”. La premier ha ringraziato espressamente la presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez. Tajani ha confermato che il rientro in Italia è previsto tra oggi e domani: “Sono in buone condizioni. La loro liberazione è un segnale forte che il governo italiano apprezza molto”.

Ma le liberazioni arrivano con il contagocce

Una gioia giunta al termine di giorni difficili e trattative serrate, a partire da giovedì scorso. In effetti, il ritorno a casa degli italiani non ci deve far dimenticare il fatto che chi si aspettava la liberazione di centinaia di detenuti politici è rimasto deluso. Con il passare dei giorni, l’annuncio di giovedì scorso del presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, il quale aveva anticipato la scelta, esplicitamente apprezzata da Donald Trump, di liberare “un numero significativo di” detenuti, è, almeno per ora, smentito dai fatti. Otto le liberazioni immediate, altre otto, per un totale di sedici, quelle arrivate fino alla mattinata di ieri con il contagocce (per la contabilità aggiornata, è bene attendere qualche ora), su un totale di ottocento prigionieri. Sempre ieri è giunta la notizia che uno di questi detenuti, Edison José Torres Fernández, agente di polizia arrestato lo scorso 9 dicembre, è deceduto nel carcere di Boleíta, a Caracas. In generale, la situazione si conferma quanto mai fragile e incerta, se si pensa che ieri il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha chiesto ai propri concittadini di lasciare il Paese, di fronte alla possibilità che milizie armate stiano cercando di rintracciare gli statunitensi che vivono in Venezuela. Tutto questo, nonostante una delegazione diplomatica Usa sia giunta a Caracas per il riavvio delle relazioni diplomatiche. Notizie, all’apparenza contraddittorie, spiegabili con l’alto grado di incertezza sul futuro.

Poche scarcerazioni per disaccordi tra chavisti

Da Caracas, una “lettura” di questo scenario incerto arriva da una qualificata fonte ecclesiale, che mantiene l’anonimato: “Dopo l’annuncio della liberazione di detenuti politici, ci si aspettava il rilascio di 400 di loro, su un totale di circa 800, ma a quanto pare, a causa di tensioni e disaccordi interni alla coalizione dominante, ci sono state solo poche scarcerazioni, per cui i comitati dei familiari stanno vegliando all’uscita dei centri di detenzione e tortura. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Trump ha incontrato i rappresentanti delle compagnie petrolifere, offrendo loro il business del petrolio e garantendo loro, secondo lui, sicurezza fisica, giuridica e un buon affare. Purtroppo, noi venezuelani non siamo padroni del nostro destino. E mentre è arrivata una delegazione diplomatica degli Stati Uniti per riavviare le relazioni diplomatiche e la riapertura dell’ambasciata, il settore più radicale del chavismo si sta organizzando e sta tenendo riunioni nei quartieri suburbani, preparandosi alla resistenza armata, sotto il concetto di guerra asimmetrica. La sensazione è che siamo immersi in una serie Netflix o, peggio ancora, in un videogioco”. Come accennato, sono molte le istituzioni, le Ong e le associazioni dei familiari dei detenuti che stanno chiedendo a gran voce la liberazione di tutti i detenuti politici. Molti parenti stazionano, da giorni, all’esterno delle principali strutture carcerarie.

L’economia prima della democrazia

Afferma Rafael Uzcátegui, attivista venezuelano in esilio in Messico, attualmente condirettore dell’Ong Laboratorio de Paz: “L’annuncio sulla liberazione dei detenuti era atteso da giorni. Ritengo che, nell’attuale contesto, la liberazione di tutti i detenuti politici, un’amnistia che li riguardi, sia un gesto doveroso, il minimo che si possa fare. Accanto a questo, è urgente anche la chiusura di El Helicoide, a Caracas. Non sappiamo, però, quale sia la reale volontà dei chavisti”. Come molti attivisti, Uzcátegui ha inizialmente condannato l’attacco americano, pur essendo molto critico verso Maduro. Ben presto, è rimasto sorpreso e sconcertato per gli sviluppi della situazione, e soprattutto per il modo in cui i chavisti, e in particolare i maggiori collaboratori di Maduro, sono rimasti al potere: “Per cominciare, non è stato rivelato il bilancio definitivo, per quanto riguarda morti e feriti, dell’attacco americano. Direi che si tratta di una curiosa omissione. Mi pare, poi, evidente che quello di Maduro sia stato un arresto frutto di una negoziazione, ma ciò che mi lascia molto perplesso è la modalità della collaborazione tra le autorità chaviste e gli Stati Uniti. Mi pare evidente che è stata privilegiata la stabilità economica rispetto alla stabilità politica e al ritorno della democrazia. Lo stesso segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha ammesso che la transizione potrebbe durare anni. Io, invece, credo che le elezioni libere debbano essere un obiettivo prioritario, non l’ultimo punto dell’agenda. In ogni caso, alcuni segnali potrebbero essere dati fin da subito, come un rinnovo del Consiglio nazionale elettorale”.