Natale a Taranto

Calata dei Magi, la premiazione del concorso per gli studenti della ‘Salvemini’

12 Gen 2026

di Angelo Diofano
Si è svolta nella serata di domenica 11 nella chiesa della Regina Pacis la cerimonia di premiazione del concorso ‘Calata dei Magi’ cui hanno partecipato gli studenti della scuola ‘Salvemini’. L’iniziativa nasce dal desiderio di realizzare un percorso culturale e creativo capace di coinvolgere bambini e studenti alla tradizione, di cui forse un giorno potranno diventarne i protagonisti, e, nel contempo, di far conoscere la ‘Calata’ alle loro famiglie, spesso di recente trasferitesi a Lama da altri centri o quartieri.

Premesso che tutti gli elaborati pervenuti hanno meritato attenzione per l’impegno e la sensibilità mostrata dai bambini, la commissione ha ritenuto questi elaborati più originali, creativi e più rispondenti al tema del concorso.

Per la categoria ‘Racconti’: il 3°premio è andato al testo ‘Il fiore nella roccia’ per la fantasia di Raffaele Urro; il 2º premio, al testo ‘Il mio amico Gesù’ per la spontaneità e la purezza del pensiero di Marta Caputo; il 1º premio a ‘Ritorno dei re Magi’ di Valentina Pacifico per la profondità del pensiero verso un tema molto sentito negli anni difficili che stiamo vivendo.

Per la categoria ‘Lettere’: il 3º premio è stato assegnato a ‘Lettera a Gesù Bambino’ per la tenerezzacon cui Cecilia Palmisano ha raccontato rapporto con Gesù Bambino; il 2º premio è andato a ‘Caro Dio’ di Martina Plotonia per l’umiltà espressa nel chiedere il sostegno di Gesù nell’affrontare le debolezze umane; il 1° premio è stato assegnato a ‘Grido del cuore’ di Angelo Zingaro per la particolare sensibilità e per la delicatezza e l’originalità dei sentimenti.

Per la categoria ‘Poesie’: il 3º premio è andato a ‘L’alba del Natale’ di Alessandro Liuzzi per la gratitudine verso Gesù nel dare i doni più preziosi per la vita degli uomini;  il 2° premio a ‘I tre Re e la stella brillante’ di Raffaele Schifone per la creativa narrazione del viaggio dei Magi; il 1° premio a “La calata dei Magi” di Cosimo Roberti per l’attinenza del testo alle richieste del bando e mostrando di conoscere e di appartenere attivamente alla realtà del luogo.

Per la scuola ‘Salvemini’ alla presenziato alla premiazione la vice preside Roberti e il prof. Paradiso

Successivamente, si è svolta l’estrazione dei biglietti della lotteria, i cui proventi sono finalizzati a coprire parzialmente le spese per organizzazione della popolare manifestazione.

Sport

Prisma La Cascina, un’inaspettata battuta d’arresto: Fano sbanca il Palafiom

ph G. Leva
12 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Un match indecifrabile. Un set, quello conclusivo, che è stato una inspiegabile resa per la Prisma La Cascina, uscita sconfitta dalla prima giornata di ritorno della serie A2 Credem Banca. La Virtus Essence Hotels Fano si è imposta agevolmente al Palafiom in 4 set (23-25, 19-25, 25-22, 17-25) bissando il successo della partita d’andata, quando vinse per 3-0. Gli ionici sono usciti a mani vuote dal confronto diretto con un avversario di pari livello. Un passo indietro, sia in termini di prestazione che di atteggiamento. Una serata decisamente storta. Che poteva essere raddrizzata attraverso il contributo dei giocatori più forma – bene Jannis Hopt, 17 punti, e Marco Pierotti.

Il match Taranto-Fano

Si lotta punta su punto. È Taranto a prendere un lieve margine nella prima parte del set. Maksym Tonkonoh, gigante ucraino alto 2 metri e quattordici, che sarà il miglior marcatore a fine match (24 punti), con un ace pareggia (14-14). La Prisma è fallosa. Fano ne approfitta, dimostrando più lucidità nella parte finale del set. Nel secondo parziale i padroni di casa partono bene (5-3). Ma arriva presto la reazione degli ospiti (6-8), che costringe coach Lorizio al primo timeout. Fano dilaga nella fase centrale. Gli ionici appaiono deconcentrati e cedono il set. Alla ripresa la Prisma trova finalmente continuità, e più combattività conducendo sempre e vanificando il tentativo di rimonta della formazione allenata da Daniele Moretti. Il match è riaperto ma La Cascina si scioglie come neve al sole in una serata sferzata dal vento gelido. La squadra molla mentalmente, incapace di allungare l’incontro portandolo al tie break. Errori anche grossolani indispettiscono il pubblico che ha riempito la tribuna del palazzetto. Per loro, l’appuntamento con la vittoria è rimandato di almeno due domeniche.

Il campionato

Nel prossimo turno, domenica diciotto, la Prisma è attesa dalla Romeo Sorrento in trasferta. All’andata furono gli ionici a imporsi per 3-0 riscattando il primo inatteso insuccesso. Allora, la vittoria sul Sorrento, avrebbe fatto credere che la falsa partenza sarebbe stata solamente un piccolo incidente. Poi invece si è presa coscienza delle asperità di questo percorso. Duro al punto da vedere La Cascina precipitare al penultimo posto in graduatoria, prima dell’inizio del girone di ritorno, che si era aperto all’insegna della speranza, preceduto da due vittorie consecutive – 3-1 in rimonta su Aversa, poi 3-0 sul Catania in trasferta. La distanza dalla zona playoff adesso aumenta. Ma di una sola lunghezza (3 punti dallo stesso Fano). Niente è irrecuperabile. La sensazione, però, con quei due set persi malamente, è che qualcosa si sia rotto. Sta a Pino Lorizio trovare la cura per ridare slancio al percorso di crescita. I nuovi innesti, Simone Maiorano e Filip Gavenda (non utilizzati, non giudicabili al momento), dovranno integrarsi al gruppo al meglio; i più esperti (su tutti, Oleg Antonov) devono dare importanti conferme.

Ricorrenze

Una ‘due giorni’ nel ricordo di don Pierino Galeone

12 Gen 2026

di Floriano Cartanì

San Giorgio jonico si prepara a vivere un momento di intensa commozione e riflessione sulla figura di don Pierino Galeone. Il 14 e 15 gennaio prossimi nell’auditorium Padre Pio della Casa dei Servi della sofferenza si terrà l’evento commemorativo ‘In ricordo del Padre’, dedicato appunto al sacerdote, figura spirituale e guida carismatica della comunità sangiorgese, nel primo anniversario della sua salita al Cielo. Nello specifico mercoledì 14 gennaio, alle ore 19, sarà celebrata la santa messa presieduta da mons. Giuseppe Russo, originario proprio di San Giorgio jonico e attualmente arcivescovo della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti.

Un appuntamento che non è solo liturgico, ma profondamente simbolico: un anno dopo la scomparsa di don Pierino, la comunità si raccoglie per rinnovare il legame spirituale col sacerdote che ha saputo incarnare con forza e dolcezza il carisma del servizio e della sofferenza. Il giorno seguente, giovedì 15 gennaio, alle ore 19.30, si terrà invece una tavola rotonda dal titolo «Don Pierino Galeone e il suo impegno per la comunità di San Giorgio Jonico». Sarà un’occasione unica quanto importante per rileggere la sua opera pastorale e sociale attraverso le voci di chi lo ha conosciuto e accompagnato nel suo cammino.
Nell’occasione interverrà il prof. Vittorio De Marco dell’Università del Salento, con una relazione che promette di restituire la profondità teologica e antropologica del pensiero dell’indimenticato sacerdote. A seguire, le testimonianze di mons. Franco Semeraro e di Giorgina Tocci, madre dell’istituto Servi della sofferenza, offriranno uno sguardo intimo e vissuto sull’eredità spirituale del sacerdote.

Don Pierino Galeone non è stato solo un fondatore, ma un padre nel senso più pieno del termine: guida, educatore, confidente. La sua opera ha lasciato un’impronta indelebile nella vita di tanti, soprattutto nei giovani, ai quali ha saputo trasmettere il valore della vocazione e della dedizione. La Casa Servi della sofferenza, da lui voluta e realizzata, è oggi più che mai il segno tangibile di un progetto che continua a vivere, alimentato dalla memoria e dall’impegno di chi ne ha raccolto il testimone. L’evento si inserisce in un contesto di rinnovata attenzione verso le radici spirituali della comunità jonica, in un tempo in cui il bisogno di riferimenti autentici si fa sempre più urgente.
‘In ricordo del Padre’ non è solo un titolo, ma una dichiarazione d’intenti: ricordare per continuare, celebrare per custodire, raccontare per tramandare.

La partecipazione è aperta a tutti, credenti e non, perché la figura di don Pierino Galeone ha saputo parlare al cuore di chiunque lo abbia incontrato. Un appuntamento che promette di essere non solo commemorativo, ma generativo: di pensiero, di fede, di comunità al punto tale che, forse, sarebbe il caso che le autorità civiche potessero mettere in atto la dedicazione di una via della cittadina a un insigne benefattore della comunità.

Angelus

La domenica del Papa – Battesimo, il sacramento che ci fa cristiani

ph Vatican media-Sir
12 Gen 2026

di Fabio Zavattaro

Venti bambini nella Cappella Sistina nel giorno che la chiesa fa memoria del battesimo di Gesù. Papa Leone battezzando i piccoli parla, nell’omelia, della fede che, dice, “è più che necessaria”, come il cibo e i vestiti; se queste non possono mancare così la fede “perché con Dio la vita trova salvezza”. Il pensiero del vescovo di Roma va a tutti i bambini che hanno ricevuto il battesimo, e in modo particolare “prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni”.

Lo sguardo è rivolto al Medio oriente, “in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone”. Le proteste contro la Repubblica islamica hanno finora provocato, secondo le organizzazioni non governative, circa 460 morti e almeno 10 mila persone arrestate. Nella riflessione dopo la recita dell’angelus il Papa dice: “auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società”. Il vescovo di Roma ha parole anche per la situazione in Ucraina sottoposta a violenti bombardamenti: “nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”.

In questa prima domenica dopo l’epifania Matteo ci mostra Gesù che scende confuso tra la folla dei peccatori in attesa di accettare il battesimo da Giovanni; scende nelle acque del fiume che scorre 400 metri sotto il livello del mare; scende dalla Galilea. Scende per unirsi a quanti vanno da Giovanni per immergersi con gli altri peccatori per poi risalire verso il Padre, compiendo un cammino che lo porterà nel deserto e quindi a compiere la missione per la quale è stato inviato dal Padre, cioè la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e del male. Quanta similitudine con il cammino del popolo di Israele che liberato dalla schiavitù, vaga nel deserto prima di raggiungere la terra promessa e bagnarsi nelle acque del fiume Giordano. Uno scendere, quello compiuto da Cristo, che si trasforma in un “salire” al Padre, perché egli è l’atteso, il Messia che “uscendo dalle acque del Giordano – afferma Benedetto XVI – stabilisce la rigenerazione nello Spirito e apre, a quanti lo vogliono, la possibilità di divenire figli di Dio”.

Il battesimo, afferma Leone XIV, è “il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita”. immergendosi nel fiume Giordano “Gesù vede lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Nello stesso tempo, dai cieli aperti si ode la voce del Padre che dice: questi è il Figlio mio, l’amato. Allora tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di lui e, attraverso di lui, ci viene donato quale forza di salvezza”.

Angelus nel quale Leone XIV afferma che “Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese”; viene in mezzo a noi per coinvolgerci “in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”, viene “per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare”. Ecco perché, di fronte a Giovanni che è “pieno di stupore” per la presenza del Signore, Gesù “si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.

E questo accade “in ogni tempo e in ogni luogo”, afferma ancora il Papa, “introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito”.

Nel battesimo Gesù ha “accettato di farsi uomo”, affermava papa Ratzinger nell’epifania di quindici anni fa, anzi “si è abbassato per farsi uno di noi” e si è umiliato “fino alla morte in croce”. Il battesimo, spiega papa Leone XIV, “è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

Ecclesia

Dalla luce cercata, alla voce che chiama

09 Gen 2026

di Luana Comma
Nell’Epifania e nel Battesimo del Signore la Chiesa contempla un unico mistero di rivelazione: l’incontro salvifico tra Cristo e l’umanità. Due eventi distinti, ma intimamente connessi, che accompagnano la fede dallo stupore della ricerca alla piena manifestazione dell’identità di Gesù.
Nell’Epifania l’incontro assume la forma del cammino. I Magi, figure dell’umanità in ricerca, si lasciano guidare da una luce che non possiedono, ma che li precede. Il Santo Curato d’Ars, in una sua omelia, coglie in essi la prontezza di una fede autentica: una fede inquieta, capace di lasciare le proprie sicurezze pur di incontrare la grazia. Essi non hanno ancora udito la voce di Dio, e tuttavia si mettono in viaggio, certi che la verità non si trattiene, ma si incontra. I doni offerti al Bambino — oro, incenso e mirra — esprimono il riconoscimento progressivo del mistero: Gesù è Re, è Dio, è uomo. Ma l’Epifania rivela soprattutto che l’incontro con Cristo non si limita ad arricchire la conoscenza: trasforma l’esistenza e apre alla relazione.
Con il Battesimo al Giordano questo movimento trova il suo compimento. Se nell’Epifania è l’uomo a mettersi in cammino verso Dio, nel Battesimo è Dio stesso che si china verso l’uomo. Gesù, adorato dai Magi come Signore, sceglie ora di condividere fino in fondo la condizione umana, immergendosi nelle acque insieme ai peccatori. Qui la rivelazione non passa più attraverso una luce da seguire, ma attraverso una parola che interpella: il cielo si apre e la voce del Padre proclama Gesù come Figlio amato.
In questo evento si manifesta il cuore della fede cristiana. In Cristo, il Verbo fatto carne, Dio rende visibile e accessibile il suo disegno di salvezza. Egli è il sacramento originario, nel quale l’amore di Dio si fa presenza concreta e operante nella storia. Non una somma di eventi o di riti, ma una Persona nella quale l’alleanza giunge alla sua pienezza.
Epifania e Battesimo sono così due momenti di un’unica pedagogia divina. La luce che guida i Magi e la voce che risuona sul Giordano conducono alla stessa verità: Cristo è il luogo in cui il desiderio dell’uomo incontra l’iniziativa gratuita di Dio. La ricerca delle genti trova risposta non in un’idea, ma in una relazione viva.
Entrambi gli eventi, inoltre, possiedono una chiara apertura universale. I Magi rappresentano i lontani; il Giordano diventa il segno dell’immersione di Cristo nell’umanità intera. Nessuno è escluso: la salvezza si manifesta come dono offerto a tutti.
Questo itinerario non appartiene solo al passato, né si esaurisce nella contemplazione liturgica di eventi lontani. In Cristo, manifestato alle genti e rivelato come Figlio nel Battesimo, Dio continua a farsi incontro all’uomo di ogni tempo. La luce che ha guidato i Magi e la voce che ha risuonato sul Giordano raggiungono ancora oggi il cuore dell’uomo, là dove abitano il desiderio, la fatica del credere, la sete di senso.
In Cristo si manifesta il motivo onnicomprensivo di tutta la storia della salvezza: l’Amore di Dio. Un amore che, nel Battesimo del Signore, si rivela come scelta irrevocabile di Dio di entrare nelle acque dell’umanità per sollevare ogni uomo alla comunione filiale. È qui che la fede diventa esperienza viva: non solo ricerca di una luce lontana, ma accoglienza di una voce che chiama per nome.
Accogliere questa rivelazione significa lasciarsi raggiungere dall’Amore che salva e riconoscere che la propria vita è inserita in una storia più grande. Il Battesimo del Signore ricorda a ciascun credente che Dio non resta ai margini dell’esistenza umana, ma la attraversa e la trasfigura. Così, illuminati dalla luce dell’Epifania e sostenuti dalla parola che il Padre rivolge al Figlio, anche noi siamo chiamati a vivere come figli amati, testimoni di un Amore che continua a manifestarsi nel cuore del mondo.
* referente alla comunicazione Gris Taranto

Sport

Dal calcio alla pallavolo: il 2026 sia l’anno della ripartenza per lo sport ionico

ph G. Leva
09 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Un sussulto finale. Una prova di carattere, uno scatto d’orgoglio: così si era chiuso il 2025 per la Prisma La Cascina, a due turni dal girone di ritorno. Con la bella vittoria in rimonta sulla Virtus Aversa. Un successo inatteso, dopo il primo set perso malamente, quanto gli applausi del Palafiom a scena aperta. Perché quando i nostri progetti non vengono portati a compimento è giusto gioire per i piccoli progressi. La serie A2 Credem Banca non è il posto in cui far dimorare l’ex Gioiella nel 2026 o nelle stagioni prossime. Men che meno i bassifondi della graduatoria. I piccoli successi servono a riaccendere l’entusiasmo, a ricaricare l’ambiente depresso. Il riferimento non è soltanto alla pallavolo ma all’intero sport ionico. Al Taranto calcio, che sta molto peggio: la squadra precipitata nel campionato di Eccellenza era stata fischiata sonoramente dalla tifoseria dopo l’ultimo pareggio interno. Quando gli uomini di mister Panarelli non sono riusciti ad avere la meglio sulla Nuova Spinazzola sfruttando la superiorità numerica, vedendo crescere ulteriormente la distanza dalla vetta.

Calcio e pallavolo nel 2026: approcci diversi, comune orizzonte

Cosa è accaduto nei primi giorni del 2026? La Prisma ha perso Ryu Yamamoto e Ibrahim Lawani: con i due giocatori, il palleggiatore giapponese e l’opposto francese, la società ha raggiunto l’intesa per la risoluzione anticipata e consensuale dei contratti. La notizia ha colto di sorpresa la tifoseria. Che contava in particolare sul contributo di Lawani. A ogni modo, senza di loro il gruppo di coach Lorizio ha centrato il primo successo esterno stagionale andando a vincere per 3-0 in casa del Catania. Una gran prestazione frutto del gioco di squadra. Tutt’altro che dolce è stato invece l’inizio 2026 della SS Taranto calcio. Sul campo del Poliminia, infatti, i rossoblu sono stati capaci persino di perdere per 1-0. Subito dopo l’incontro è arrivato l’esonero di Gigi Panarelli e le dimissioni di Vito Ladisa – il timone è passato al fratello Sebastiano. Così dal mondo del pallone e da quello del volley arrivano segnali diversi. L’obiettivo comune non può che essere la rapida risalita. La lezione unica: per vincere non servono le prime donne ma atleti seri, combattivi. La vittoria larga del Taranto sul Gallipoli (5-1 nella semifinale regionale di Coppa Italia) dice che, per il gruppo riaffidato a Ciro Danucci, attraverso l’atteggiamento giusto un nuovo inizio è sempre possibile.

I Giochi del Mediterraneo

Il conto alla rovescia è cominciato da tempo. E ormai mancano cinquantadue settimane al grande evento: i Giochi del Mediterraneo 2026 daranno lustro alla città di Taranto, alla Puglia, al Meridione, dal 21 agosto al 3 settembre. I lavori procedono in linea con le scadenze. Il quadro è positivo, nel complesso, ha rilevato la Relazione del Collegio per il controllo concomitante della Corte dei Conti. L’ottimismo ha preso il posto del disfattismo. I Giochi si faranno, sebbene i ritardi avessero fatto pensare al peggio. Il rischio da scongiurare adesso è l’eccesso di aspettativa rispetto allo stesso evento. Che è sì imponente, capace di coinvolgere 26 Paesi del continente, ma che non può essere la panacea di tutti i mali del territorio ionico. Lo sguardo più lungimirante andrebbe puntato anche sullo stato di salute dello sport. Sulle discipline che sono più in sofferenza – non dimentichiamo la pallacanestro.

 

Diocesi

Don Antonio Quaranta si congeda dalla comunità di Torricella

09 Gen 2026

di Angelo Diofano

Giovedì sera, 8 gennaio, don Antonio Quaranta, parroco di Torricella, ha salutato i fedeli durante la santa messa di ringraziamento nella chiesa madre della SS. Trinità, prima di raggiungere la sua comunità religiosa dei padri Venturini, a Treviso. Con lui hanno celebrato il parroco di Monacizzo, don Cosimo Lacaita, e il diacono Cosimo Argentino. Erano presenti le confraternite del Rosario e del Sacro Cuore, gli scout e i gruppi di preghiera, oltre alle maggiori autorità locali.

Domenica 11 durante la celebrazione eucaristica delle ore 18, sempre in Chiesa madre, ci sarà una sorta di passaggio di consegne con l‘amministratore parrocchiale don Danilo Minosa, che presiederà l’eucarestia.

Don Antonio, nell’omelia, ha preso atto del dispiacere causato ai torricellesi per la sua partenza: “Nn pensavo – ha detto – di essere entrato così stato nel vostro cuore. Anche per me non è assolutamente facile questo distacco. Sto male quanto voi e piango insieme a voi”. Egli ha voluto sottolineare il suo grande desiderio di riprendere il cammino interrotto tredici anni fa tra i padri Venturini, più volte manifestato agli arcivescovi Santoro e Miniero: “Voglio ritornare da loro per riprendere il cammino di discernimento per capire se il Signore mi chiama realmente a quel tipo di vita e perché sento forte il bisogno di riprendere in mano la mia vita sacerdotale, di fare un’esperienza spirituale e di maggiore intimità con il Signore e di vivere in fraternità”. E ha aggiunto: “Anche io non so come si svolgerà nel dettaglio il mio percorso e a quali conclusioni potrò un giorno arrivare. Dobbiamo affidarci al Signore e lasciarci guidare da Lui (…) Le novità a volte spaventano e i cambiamenti sono difficili da affrontare e accettare, ma è proprio in queste situazioni che dobbiamo mostrare maturità di vita”.
Successivamente don Antonio ha passato in rassegna i tanti avvenimenti vissuti insieme alla sua comunità, come la riapertura della chiesa della SS. Trinità e il 25° di consacrazione della stessa, l‘ordinazione presbiterale di padre Salvatore Frascina e di don Cosimo Lacaita, la venuta del corpo di San Gabriele dell’Addolorata, il restauro e la riapertura al culto della chiesa di San Marco, la nascita dell’oratorio Anspi e il rilancio delle feste patronali, cercando  nel contempo di risvegliare il senso di appartenenza alla parrocchia e di far comprendere come essa è famiglia di famiglie, casa di tutti appartenente a tutti.

“Ho fatto la mia piccola parte, tracciando un solco, gettando un seme, indicando la giusta direzione. Ora tocca a voi sotto la guida dell’amministratore parrocchiale continuare il cammino. Accogliete don Danilo con disponibilità. Non lasciatelo solo, ma collaborate. Non fate i confronti ma accogliete la diversità” – ha rimarcato.

Al termine della santa messa la comunità, come ringraziamento per la sua opera pastorale, ha donato a don Antonio Quaranta una targa raffigurante le quattro chiese di Torricella.

 

Diocesi

Educare alle relazioni oggi: una giornata di formazione per educatori

09 Gen 2026

di Francesco Mànisi

Il Servizio diocesano per la pastorale giovanile propone una giornata di formazione rivolta agli educatori di adolescenti e giovani, pensata come tempo prezioso di ascolto, riflessione e confronto su alcune delle sfide educative più urgenti del nostro tempo. L’incontro si terrà sabato 17 gennaio al seminario arcivescovile di Poggio Galeso, dalle ore 9 alle 18.30. A guidare la giornata di formazione sarà don Davide Abascià, incaricato regionale per la pastorale giovanile, da anni impegnato nell’accompagnamento dei giovani e nell’ambito della formazione.

Il tema scelto, ‘Al passo dei giovani. Accompagnare i giovani nelle relazioni’, mette al centro una dimensione decisiva della crescita umana e cristiana: la qualità dei legami. In un contesto sociale e culturale spesso frammentato, segnato da solitudini, fragilità e relazioni intermittenti, emerge con forza il bisogno di adulti capaci di camminare accanto ai ragazzi con competenza, autenticità e passione educativa.

La giornata intende offrire strumenti e piste di lavoro per interrogarsi su cosa significhi oggi essere adulti significativi e credibili, capaci di generare fiducia e di aprire spazi di dialogo vero. Particolare attenzione sarà dedicata all’accompagnamento dei giovani nelle relazioni affettive, amicali e comunitarie, aiutandoli a riconoscere e costruire legami sani, liberi e responsabili.

Attraverso il contributo di don Davide Abbascià e il confronto tra le esperienze dei partecipanti, si rifletterà inoltre sulle competenze relazionali, comunicative ed educative sempre più necessarie per chi svolge un servizio educativo nella Chiesa e nei diversi contesti formativi: dall’ascolto empatico alla gestione dei conflitti, dalla comunicazione autentica alla capacità di stare accanto senza sostituirsi.

La proposta formativa è rivolta a catechisti delle fasce preadolescenziali, animatori di giovani e giovanissimi, educatori di oratori, associazioni e movimenti, e a tutti coloro che, a vario titolo, condividono la responsabilità di accompagnare adolescenti e giovani nel loro cammino di crescita. Vi invitiamo ad accogliere questa importante occasione per fermarsi, rileggere la propria esperienza e ripartire al passo dei giovani, con uno sguardo rinnovato e uno stile educativo sempre più attento alla vita e alle relazioni.

Per partecipare è necessario iscriversi compilando il modulo online al seguente link:
https://forms.gle/5wNVaHNSuQitifq4A

Natale a Taranto

Il pranzo dell’Epifania al centro di accoglienza Caritas

09 Gen 2026

di Angelo Diofano

Si è svolto nel giorno dell’Epifania nel salone del centro di accoglienza per i senza fissa dimora ‘San Cataldo vescovo’, in città vecchia, il pranzo per i poveri organizzato dalla Caritas diocesana. In sessanta, circa, i convenuti che hanno apprezzato le ottime e abbondanti portate a base di antipasto freddo, lasagne, salsiccia con patate, frutta, panettone.

Nell’androne, prima di sedersi a tavola, il presidente della Caritas diocesana, don Nino Borsci, ha consegnato a ognuno la tradizionale calza ripiena di dolciumi.

“Quella cui stiamo partecipando – ha detto don Nino, dopo aver impartito la benedizione – è una giornata particolare in quanto ricordiamo Dio che si manifesta all’umanità attraverso il Bambino di Betlemme, ecco perché il termine ‘Epifania’: manifestazione di Dio. E i Re Magi che portano i doni sono il segno di riconoscimento del dono più grande che il Signore ha fatto all’umanità. In questo pranzo perciò diamo l’opportunità a tutti i poveri che sono qui di vivere appieno questo momento di grazia sia attraverso il pranzo sia attraverso la tradizionale calza, espressione con cui vogliamo attestare la nostra vicinanza”.

Quindi, la testimonianza di un commensale, Giuseppe: “Ringrazio il Signore perché sono tanti anni che ho abbandonato la mia dipendenza e finalmente vedo il mondo in maniera sana. Ringrazio anche don Nino, il nostro padre spirituale, e apprezzo la vita che non bisogna assolutamente distruggere”.

 

Mondo

“People first”: è quello che chiedono innanzitutto i venezuelani

A Caracas, dopo l’attacco Usa la vita rimane sospesa, mentre la gente invoca “il bene del popolo”

08 Gen 2026

di Patrizia Caiffa

A Caracas la gente non festeggia, non commenta, non è né a favore di Trump né di Maduro. Ha solo più paura e cerca di ritrovare una parvenza di normalità, tra mille pericoli e incertezze. Il popolo venezuelano, a pochi giorni dall’attacco statunitense del 3 gennaio con droni e bombe, culminato nell’arresto e incriminazione negli Usa del presidente Nicholas Maduro e della moglie Cilia Flores, con l’uccisione di 100 militari (tra cui 32 cubani), è l’unico che non ha avuto finora voce in capitolo: il bene del popolo e una vera democrazia che tuteli i diritti umani non sono la priorità. Lo è il petrolio, lo è il potere. I giovani sono costretti a cancellare dai profili social e dai telefonini tutte le cronologie e le chat per timore che la polizia o i colectivos armati che la sera perlustrano i quartieri trovino una notizia su Trump. Già sono state arrestate arbitrariamente numerose persone. Le persone non si esprimono, parlano solo in privato, tra le mura domestiche. Ma nemmeno quelle potrebbero essere sicure. Si lavora solo fino alle 15 o alle 16 perché altrimenti è troppo rischioso girare per strada. Nei pochi supermercati e negozi aperti c’è la fila ma i beni sono pochi, costosi e la gente non ha soldi a sufficienza. Si torna a casa con due buste della spesa e non si riesce a fare scorte per l’incognito futuro.

Le prime due settimane dell’anno tutto si ferma. La vita quotidiana è molto diversa per le persone che vivono nella capitale, direttamente colpita dall’aggressione statunitense, e chi risiede nelle altre zone del Paese, dove la situazione è più tranquilla. Inoltre, come spiega da Caracas una autorevole fonte venezuelana che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, “a causa della grave crisi economica e delle sanzioni che durano da anni le prime due settimane dell’anno i negozi solitamente sono chiusi, fanno l’inventario, verificano i prezzi. L’economia è più lenta. È tutto fermo, come ad agosto in Italia. Anche l’anno scorso, dopo le contestate elezioni, è successo qualcosa di simile, quindi con la minaccia dell’invasione americana già si prevedeva una situazione di questo tipo”.

Ma stavolta è successo qualcosa di diverso. Qualcosa di troppo. “È entrato qualcuno e ha portato via il presidente. Al di là che piaccia o non piaccia Maduro – afferma – proviamo la sensazione come se fosse stato un rapimento o una violenza ad una donna. Non è uno scherzo”. “Alcuni sono contenti, ma molti sono preoccupati. Non piace a nessuno l’idea di un intervento straniero, è un fatto gravissimo per l’America latina e crea un preoccupante precedente a livello internazionale”.

Ma soprattutto, ci tiene a sottolineare, “in nessun discorso pubblico, né di Trump, né della nuova presidente, né dell’Unione europea, si è parlato del bene della popolazione. Solo il Papa e il cardinal Parolin, che ha parlato con il segretario di stato americano Marco Rubio, se ne stanno preoccupando”. Anche in Italia, puntualizza, “il dibattito è ideologico, tra chi è a favore di Trump e chi di Maduro, senza conoscere veramente la realtà che stiamo vivendo, senza mettere al centro il bene della gente”. “I politici europei – osserva – non hanno ancora capito che oramai l’Europa non conta più niente. L’Unione europea, che culturalmente è stata la più vicina all’America Latina, che ha favorito i programmi di sviluppo, con questa azione di Trump è fuori dal discorso. Eppure, continuano a dibattere. Fa tutto parte dello stesso show. Ma chi pensa alla gente? I venezuelani hanno bisogno di sentirsi dire ‘People first’. Qualsiasi cambiamento dovrebbe mettere al primo posto il bene del popolo. La gente vuole andare al lavoro, portare il cibo a casa e fare la propria vita pacificamente”, prosegue, “invece non ci sono soldi, l’inflazione è alle stelle, non c’è sicurezza”.

Quale scenario futuro? Intanto la presidenza ad interim è stata assunta da Delcy Rodriguez (già vicepresidente con Maduro) con il favore di Trump, mentre la leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la pace Maria Corina Machado reclama il diritto a governare il Paese. Come andrà a finire? Si rischia una situazione di repressione peggiore? Secondo la fonte “dipende da come si metteranno d’accordo i fratelli Delcy e Jorge Rodriguez con Diosdado Cabello, Ministro dell’interno, della giustizia e della pace del Venezuela, che controlla i gruppi armati. Questo è il punto chiave. Per avere un po’ di tranquillità devono fare un accordo. Cabello, più radicale e più vicino a Chavez, deve entrare nell’equazione”.

 

ph Afp-Sir

Ricorrenze

L’arcivescovo Miniero alla messa de ‘L’Ora di Gesù’

08 Gen 2026

di Angelo Diofano

Venerdì 9 gennaio in Concattedrale l’arcivescovo mons. Ciro Miniero celebrerà alle ore 18 la santa messa per il trentennale  dell’associazione ‘L’Ora di Gesù’; concelebreranno con lui l’arcivescovo emerito di Taranto mons. Filippo Santoro, l’arcivescovo emerito di Potenza mons. Salvatore Ligorio e l’assistente ecclesiastico diocesano mons. Pasquale Morelli, oltre al vicario generale, mons. Alessandro Greco, e ai diversi pastori delle parrocchie in cui questa realtà è presente (una ventina delle diocesi di Taranto, Castellaneta e Mileto-Nicotera-Tropea (Calabria).

Le origini

‘L’Ora di Gesù’ nasce grazie a Antonietta Palantone (attuale responsabile interdiocesana)  che avvertì la necessità di fermarsi in preghiera davanti al SS.Sacramento per un momento di contemplazione la sera dopo il lavoro, in quanto impossibilitata negli orari normali delle funzioni. L’allora parroco della Maria SS. Rosario di Statte, don Tommaso Rota, venendo incontro a questa esigenza, dette inizio a quest’ora di preghiera, diffusasi nel tempo ad altre parrocchie. L’iniziativa di pregare a tarda ora trovò una partecipazione sempre crescente, diventando un appuntamento immancabile: quello di incontrarsi ogni lunedì sera dalle 20 alle 21 per una forte esperienza spirituale.
Nel 1995 in occasione della visita pastorale nella parrocchia del SS. Rosario di Statte l’allora arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa, venne a conoscenza di questa esperienza  e il 9 gennaio 1996 la  denominò ‘L’Ora di Gesù, proponendo uno statuto sperimentale con le prime indicazioni al gruppo. La finalità de “L’Ora di Gesù” è quella di restare e vegliare con Gesù nella tarda sera, con l’impegno di recuperare la famiglia intorno all’Eucaristia e portare la propria esperienza negli ambienti dove si vive e si opera.
Dopo tre anni, il 3 settembre 1999 mons. Papa con apposito decreto approvò lo statuto definitivo dell’associazione  accompagnandone i primi passi e predicando i ritiri spirituali. Inoltre in occasione della sua visita ad limina, mons. Benigno Luigi Papa informò di questa iniziativa Benedetto XVI, che la benedisse incoraggiandone la diffusione.
Attualmente sono un migliaio le persone che ogni lunedì si incontrano in comunione di preghiera, nella stessa sera, nella stessa ora nella parrocchie dei diversi paesi, formando così una numerosa assemblea invisibile, ma esistente.

Chiusura Giubileo 2025

Africa: “Si chiude la Porta santa ma restino aperte tutte le altre porte”

ph diocesi di Bangassou
08 Gen 2026

di Ilaria de Bonis

Con la chiusura della Porta santa nella basilica di San Pietro a Roma, papa Leone XIV conclude l’anno giubilare. Questa può essere anche un’occasione per tracciare un primo bilancio del Giubileo della speranza, coinciso con un anno denso di avvenimenti drammatici e crisi internazionali. È stato un Giubileo cruciale sia per l’Europa che per il Sud del mondo, e in particolare per il continente africano in balia di grandi squilibri economici e sociali. Le celebrazioni per il Giubileo hanno tuttavia favorito apertura, accoglienza e comunione, creando dei precedenti che non andranno persi.

Benin: avvio di un processo

L’evento ecclesiale “ha assunto in Africa un significato simbolico e concreto che va ben oltre la Porta santa”. Ce lo raccontano i protagonisti delle Chiese missionarie. “Non pensate al Giubileo come a qualcosa che ha un inizio e una fine: qui in Benin è stato l’avvio di un processo che ci ha consentito di mettere l’accento sulle migrazioni interne, dandoci l’occasione per aprire ancora di più le porte ai migranti.E questo non avrà termine con la chiusura della Porta santa”. A portare questa straordinaria testimonianza è la salesiana suor Johanna Denifl, missionaria tra le bambine schiavizzate del Benin. “Il nostro è un Paese dove il cattolicesimo ha un’importanza fondamentale: la Chiesa durante l’anno giubilare ha organizzato diverse azioni sociali, molto concrete. Le parrocchie hanno offerto una pastorale per i migranti interni, per gli sfollati, per i rifugiati, e per quelli di ritorno dai Paesi confinanti (Nigeria, Burkina Faso, Mali, Togo, Niger, Chad). Si è donato orientamento e accompagnamento spirituale. Tante parrocchie hanno aperto le porte ai migranti”.

Il senso dell’accoglienza

L’ex Dahomey – antico nome dell’antico regno che corrisponde più o meno all’attuale Benin – divenne fulcro della tratta atlantica degli schiavi con deportazioni verso le Americhe tra il XVI e il XIX secolo. E ancora oggi reca i segni e le conseguenze di questa orrenda violazione dei diritti umani: il passato doloroso si ripete con la tratta delle bambine, commerciate e rese schiave. A dicembre scorso si è temuto che anche in Benin l’esercito potesse prendere il potere, in seguito a un colpo di Stato, poi fallito.  Tutta la regione del Sahel è sotto l’effetto dei golpe che rimuovono leder autoritari per poi instaurare regimi militari. “Qui c’è tanto bisogno di accogliere rifugiati che arrivano da altri Paesi vicini in guerra o toccati da instabilità politiche e catastrofi naturali, frutto del cambiamento climatico”, dice ancora suor Johanna.

padri carmelitani – ph diocesi di Bangassou

Centrafrica: parrocchie giubilari

Altro Paese africano iconico, ancora instabile e poverissimo è il Centrafrica, che ha vissuto un Giubileo della speranza all’insegna della conversione. Con le parole del vescovo-missionario padre Aurelio Gazzera (nella foto), carmelitano scalzo: “Abbiamo voluto che fosse veramente l’occasione di un incontro con la misericordia di Dio e un momento di conversione”. Lo racconta da Bangassou. Aperto il 29 dicembre 2024 nella cattedrale, il Giubileo è stato chiuso il 27 dicembre 2025 e il vescovo parla di “una fede che si è rinnovata”. “Per moltissima gente – racconta – è stata l’occasione di un ritorno a Dio, per ricevere i sacramenti”. “In una parrocchia abbiamo confessato in tre, dalle nove del mattino alle 17 di sera, ininterrottamente”. Le distanze nella Repubblica centrafricana, che vive una delicata fase di pacificazione dopo anni di guerra civile tra milizie armate, sono enormi, e le strade pessime: “Tra le parrocchie più lontane ci sono più di 600 km – spiega Gazzera –. Per questo motivo abbiamo voluto che tutte le chiese parrocchiali fossero luogo giubilare”.

padri carmelitani – ph diocesi di Bangassou

Aggiunge: “Abbiamo privilegiato due piste di celebrazione: a livello diocesano, con i giubilei per categorie: malati, donne, prigionieri, seminaristi, movimenti ecclesiali… A livello locale c’è stata una celebrazione in ogni parrocchia, presieduta dal vescovo, e preceduta da catechesi sul senso del Giubileo”. Ci sono state anche molte iniziative di carità per orfani, anziani, ammalati: “Ma al di là di questo – dice il vescovo – rimane il senso forte del richiamo alla speranza ‘che non delude’ e alla fede”.

Giovani verso Roma…

Da Roma, e dalla sua missione con i rifugiati del Centro Astalli, Paola Arosio delle suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret dice: “La Chiesa deve fare il possibile affinché si chiuda la Porta santa ma restino aperte tutte le altre porte!”. Quello che non ha funzionato, secondo suor Paola, è stata la difficoltà di ottenimento dei visti per i tanti giovani che durante il Giubileo a loro dedicato, volevano raggiungere Roma dai rispettivi luoghi di provenienza in Africa e America Latina. E riferisce lo sgomento di molte sue consorelle che operano nei Paesi di missione. “Non si possono chiudere le frontiere ai giovani, per nessun motivo – dice –. Altrimenti neghiamo a un’intera generazione la possibilità di fare esperienze importanti e di crescita nell’incontro e nello scambio”. Per i giovani dei Paesi latinoamericani e africani, “dove noi siamo in missione, è fondamentale viaggiare e raggiungere i coetanei durante i grandi eventi ecclesiali”. Se questo non accade, si limita anche la forza storica e il senso dei grandi pellegrinaggi giubilari, nati per favorire il viaggio, anche simbolico, verso Roma.

 

*Popoli e Missione