Diocesi

Alla parrocchia San Pasquale, un laboratorio musico-emozionale

30 Ott 2025

Venerdì 31 ottobre a  Taranto alle ore 17 alla pinacoteca-museo Sant’Egidio della chiesa di San Pasquale Baylon si terrà un Laboratorio musico-emozionale ‘IT.A.CÀ for kids – I suoni delle emozioni’, a cura de La Palomba aps, IsacPro coop sociale, Plasticaqqua aps, ConTatto aps, Pinacoteca-museo Sant’Egidio

Il laboratorio musico-emozionale, dedicato alle famiglie, è un percorso in musica, che ha lo scopo di stimolare i partecipanti alla scoperta della propria dimensione musicale, emozionale e creativa.

“Le nuove generazioni – riferiscono i promotori – sono già il nostro futuro da curare e custodire, insegnare loro a conoscere, gestire e mettere in circolo le proprie emozioni, crea dei rapporti sani e saldi per il futuro. Tutto questo lo facciamo attraverso la musica e la creatività. Il laboratorio musico-emozionale ‘ Custodi del futuro: gestire le relazioni attraverso i suoni delle emozioni’ è un percorso in musica, rivolto a famiglie con bambini dai 4 ai 10 anni, che ha lo scopo di stimolare i partecipanti alla conoscenza delle prime nozioni musicali quali: ritmo, suono, ascolto, utilizzo della voce e movimento associate alle emozioni”.

Per info e prenotazioni contattare: 3290050480

 

Salvaguardia del Creato

Laudato si’: una strada segnata verso la cura e la responsabilità per il creato

ph Sir
30 Ott 2025

di Alfonso Cauteruccio *

A dieci anni dalla pubblicazione della Laudato si’ è possibile fare un primo bilancio sull’incidenza di questo documento così particolare e che tocca la vita di tutti gli abitanti del pianeta.

Il primo elemento innovativo che vorrei sottolineare è quello del linguaggio. È vero che potrebbe essere inquadrato nel solco dei documenti della dottrina sociale della Chiesa, ma questa enciclica rappresenta un unicum perché raccoglie le tante anime della sensibilità ecologica ma inserendole in modo sistemico e armonico sotto il cappello della cura della casa comune. Un linguaggio moderno e diretto ma che fa riflettere, provoca discussioni, invita all’azione e che si rivolge a tutti coloro che hanno a cuore la casa comune rendendo chiaro che non esiste un’alternativa.
Un linguaggio che evidenzia che il creato è un insieme di relazioni e che tutto si tiene e si rapporta secondo un’ottica di ecologia “integrale”; un linguaggio che ha superato le tante distinzioni a cui eravamo abituati e il modo di leggere l’azione per il creato in modo olistico.

Un secondo elemento è senza dubbio il fatto di aver fondato il documento sulla scienza consolidata valorizzando così il lavoro di tanti scienziati di discipline diverse.  La Laudato si’ stabilisce un rapporto maturo con la scienza riconoscendone il valore ma evidenziandone anche i limiti o gli eccessi. Senza dubbio un fatto nuovo per un documento pontificio e un riconoscimento non scontato di quanto il contributo della scienza possa essere dirimente per la cura della casa comune.

Un terzo aspetto è quello della consapevolezza che il dibattito attorno a questi temi ha generato nei credenti e in tutti gli uomini di buona volontà. A partire dalle giovani generazioni, tutti hanno potuto comprendere che il tema della cura passa attraverso il lavoro della politica, delle organizzazioni mondiali, da quelle locali e che riguarda la vita di ciascuno e quindi l’impegno personale con il conseguente cambiamento degli stili di vita.

Un quarto aspetto è l’aver reso immediato e centrale il rapporto tra spiritualità e creato: una vita di fede matura e armoniosa passa anche attraverso l’empatia con il creato. La stessa infinitezza ci rende creature consapevoli di essere piccoli, bisognosi di protezione, solo di passaggio. I ritmi incalzanti e frenetici odierni ci portano a condurre un’esistenza sganciata da tutto ciò che ci circonda mentre la natura ci ricorda che siamo parte di un tutto e ci fa scorgere l’impronta del Creatore e risalire alla sua bontà.

Un quinto aspetto è l’aver chiarito che non basta l’approccio economico o utilitaristico per risolvere la crisi ecologica in atto. Va bene l’apporto della tecnologia e della scienza, vanno bene gli incentivi economici, va bene il conseguimento di risparmio, ma se non cambia il modo di rapportarsi con il creato la crisi ambientale non si risolve! Occorre un cambiamento nel cuore dell’uomo e nei suoi stili di vita, un cambiamento che viene dall’interno e che ci porta a sentirci parte del coro di creature che rende lode a Dio.

Infine, grandi attese si erano generate per l’azione politica internazionale già dalla Cop21 di Parigi e la voce di papa Francesco appariva come un richiamo forte e autorevole all’azione. Oggi tutto ciò sembra affievolirsi e si ritorna a mettere in dubbio gli studi e il lavoro degli scienziati… Ritengo però che, nonostante la sensazione di impotenza e frustrazione, la strada sia segnata e prosegua verso il tema della cura e della responsabilità. Di questo siamo grati a papa Francesco.

 

* presidente di Greenaccord

 

ph L’Osservatore Romano (www.photo.va)-Sir

Percorsi di pace

Da Betlemme, la voce di due padri uniti dal dolore e dalla speranza di pace

Rami e Bassam, un israeliano e un palestinese, hanno perso entrambi una figlia nel conflitto. Oggi trasformano il dramma più grande in impegno per la riconciliazione

ph Gianni Borsa-Sir
30 Ott 2025

di Gianni Borsa

“La nostra è l’unica associazione al mondo che non cerca nuovi membri”: lo dice con un mezzo sorriso Rami Elhanan. Un sorriso generoso ma, in fondo, amaro. Israeliano, 75 anni, figlio di un sopravvissuto all’Olocausto, ora fa parte dei Parents circle families forum, organizzazione fondata nel 1995 in Terra santa e che riunisce genitori israeliani e palestinesi che hanno perso un figlio a causa del conflitto. Rami si è visto uccidere una figlia. Esattamente come il suo ‘caro amico’ Bassam Aramin, già attivista palestinese per la pace, e ora convinto sostenitore dei Parents Circle.

Rami e Bassam raccontano la loro storia ai vescovi lombardi, in pellegrinaggio nella terra di Gesù, cara alle grandi religioni monoteiste. Hanno già spiegato altre volte la loro vicenda personale e familiare, sono volti conosciuti del pacifismo in questa terra di divisioni e di sofferenza. Ma non si tirano indietro. Si presentano ai vescovi, qui a Betlemme, abbracciati. Rami Elhanan torna agli anni giovanili, arruolato nelle Forze di difesa israeliane: combatte la guerra dello Yom Kippur e si congeda nel 1973. Nella sua memoria ci sono patriottismo e disagio per la situazione del suo Paese. Sposa Nurit Peled e avranno quattro figli. La prima Smadar, “una ragazza brillante, bella, piena di gioia”. “La mia vita è cambiata il 4 settembre 1997: due kamikaze palestinesi si sono fatti esplodere in una via centrale di Gerusalemme, causando sei vittime, tra loro la mia Smadar”. Seguono giorni di dolore profondo, di odio che cova… “Dopo il funerale siamo tornati nella nostra casa che si è riempita di gente. Per i successivi sette giorni – i giorni del lutto in Israele – siamo stati avvolti nell’abbraccio consolatorio di migliaia di persone. Ma poi, l’ottavo giorno, all’improvviso tutti sono scomparsi e siamo rimasti soli”. La voce di Rami si fa pesante. Racconta di momenti di sconforto, di riflessione sulla vita e sulla morte, sugli esiti infausti della violenza. “Un giorno ho incontrato Yitzchak Frankenthal, il cui figlio, Arik, era stato ucciso da Hamas nel 1994”. Frankenthal gli parla dell’associazione che ha fondato, i Parents Circle. “Ho iniziato a frequentare uomini e donne come noi, con lo stesso dolore. Ci raccontavano la nostra stessa storia… Non so dire come e perché, ma adagio adagio ho capito che è necessario spezzare la spirale dell’odio. Solo così potremo vivere in pace. Basta sopraffazioni, basta violenza”. E lo dice in una terra e in un tempo in cui il suono delle armi prosegue, apparentemente senza sosta.

Accanto a lui c’è Bassan Aramin, già fondatore dei “Combatants for peace”. Bassam è di Hebron, nato – dice – nel 1968 in “un contesto molto difficile per via dell’occupazione israeliana”. Una città piena di check-point, con addosso la pressione dei coloni israeliani. Si convince che occorre agire e si avvicina a movimenti di protesta palestinesi. Poi passa all’azione. Con alcuni amici crea i “Combattenti per la libertà”: sassi e bottiglie molotov, qualcuno si arma. Un compagno, nel 1985, lancia una granata contro una jeep israeliana causando numerosi feriti. Bassam a 17 anni finisce in carcere dove resterà 7 anni. A questo punto il suo racconto prende un’altra piega: “In carcere ci hanno fatto vedere un film sull’Olocausto. Mi sentivo felice, Hitler aveva sterminato sei milioni di ebrei. Ricordo di aver desiderato che li avesse uccisi tutti. Ma dopo alcuni minuti di film, mi sono ritrovato a piangere e ad arrabbiarmi perché gli ebrei venivano ammassati nelle camere a gas…”. Comincia una revisione, la coscienza è turbata. Nel 1993 viene rilasciato, sono in corso gli accordi di Oslo, “guardavamo con fiducia al futuro, forse la pace era possibile”. Nel 2005 Bassam Aramin crea un gruppo di discussione tra palestinesi ed ex soldati israeliani vicini alla causa palestinese: nascono i “Combatants for peace”, che credono nella lotta non violenta. Ma tutto precipita di nuovo il 16 gennaio 2007: una dei sei figli di Bassam, Abir, dieci anni, viene uccisa da un soldato israeliano mentre cammina in strada, all’uscita da scuola. Abir Aramin muore dopo due giorni all’ospedale Hadassah di Gerusalemme, lo stesso in cui era nata.

“L’omicidio di Abir avrebbe potuto riportarmi sulla strada dell’odio e della vendetta, ma per me non c’era ritorno dal dialogo e dalla non violenza”. Si commuove: “Un soldato israeliano ha sparato a mia figlia, ma cento ex soldati israeliani hanno costruito un giardino in suo nome nella scuola dove è stata assassinata”. Qualche tempo dopo Bassam Aramin conosce i Parents Circle, vi si iscrive e ne diventa un volto conosciuto. La chiacchierata con i vescovi prosegue, ma il messaggio è chiaro, univoco: “Questa nostra terra ha bisogno di pace. Per realizzarla dobbiamo incontrarci, parlare. Vivere insieme. Chi vuole odio e guerra è pazzo – affermano all’unisono –. Possiamo vivere da fratelli. Vogliamo vivere da fratelli”. Tornano nelle loro case tenendosi la mano.

 

Crimini contro l'umanità

Striscia di Gaza, Caritas Gerusalemme: “Situazione catastrofica”

Aprire con urgenza corridoi per gli aiuti”

ph Afp-Sir
30 Ott 2025

Una situazione catastrofica in particolare per quanto riguarda l’insicurezza alimentare, decine di migliaia di persone rimaste senza casa, il 90% delle abitazioni residenziali risulta distrutto; mancanza di acqua; carenza grave di medicine e cure ospedaliere con conseguente diffusione di malattie infettive; scarsissime possibilità di lavoro: così Caritas Gerusalemme descrive la Striscia di Gaza oggi. In una nota l’organismo che opera in seno al Patriarcato latino di Gerusalemme, fa il punto sulle condizioni di vita dei gazawi dopo l’accordo di cessate il fuoco, entrato in vigore lo scorso 10 ottobre e continua, spiega la Caritas, “a subire ripetute violazioni e a essere fonte di incertezza. Hamas ha affermato che Israele non ha rispettato le disposizioni chiave, tra cui la completa riapertura del valico di Rafah e l’ingresso tempestivo degli aiuti umanitari. Israele, d’altra parte, ha dichiarato che Hamas ha lanciato un razzo e ha effettuato un attacco nei pressi di Rafah, provocando una risposta militare. Sebbene l’accordo non sia stato annullato, la sua attuazione rimane fragile e la pressione per rispettarne i termini è estremamente elevata”.

ph Caritas Jerusalem

La situazione umanitaria

La situazione umanitaria complessiva rimane catastrofica, in particolare per quanto riguarda l’insicurezza alimentare. Gli esperti, spiega la Caritas, hanno confermato che Gaza è entrata in una carestia di Fase 5, con oltre mezzo milione di persone ancora dipendenti dagli aiuti umanitari, inclusi cibo, acqua e beni di prima necessità, poiché la produzione locale è stata completamente distrutta. Le infrastrutture in tutta Gaza sono gravemente danneggiate. Molti ospedali e centri medici sono fuori uso o operativi solo parzialmente. Vi è una grave carenza di medicinali, forniture mediche e servizi di salute mentale. Caritas Gerusalemme continua i suoi sforzi per procurarsi medicinali e beni di prima necessità attraverso il mercato locale, ma le forniture rimangono in gran parte indisponibili.

Circa il 90% delle abitazioni residenziali è stato completamente demolito, lasciando decine di migliaia di persone senza casa. Si prevede che la rimozione delle macerie richiederà anni. Interi quartieri di Gaza City, come Tal Al-Hawa e Al-Zaitoun Street, un tempo densamente edificati e vivaci, ora assomigliano a deserti desolati e senza vita. I prodotti alimentari surgelati sono a malapena reperibili a causa dell’interruzione della catena di approvvigionamento, che contribuisce anche alla diffusione di malattie infettive.

Ricostruzione

Ad oggi, riferisce la Caritas, non sono stati avviati sforzi di ricostruzione su larga scala. I rifugi temporanei promessi non si sono materializzati e non sono visibili sul campo attività di ricostruzione sostanziali. Gli esperti stimano che saranno necessari miliardi di dollari per ripristinare le infrastrutture essenziali, con un periodo di recupero che probabilmente supererà i dieci anni. Sono necessari materiali da costruzione, attrezzature e manodopera, mentre la sicurezza pubblica rimane debole, con conflitti  inter familiari e tensioni comunitarie ancora diffuse.

Gaza, centro medico di Der El Balah – ph Caritas Jerusalem

Situazione economica

La situazione economica rimane disastrosa. Quasi tutte le famiglie vivono in povertà e le opportunità di lavoro sono estremamente limitate. Solo poche organizzazioni umanitarie continuano a operare, impiegando un numero limitato di personale locale.

La Caritas auspica la revoca del blocco e l’apertura di corridoi di aiuti che sono urgenti e necessari. Beni di prima necessità come carne, pollame e uova rimangono scarsi o inarrivabili. Ad esempio, un singolo pollo congelato nel nord costa oltre 160 shekel (circa 42 euro, ndr.) rendendolo inaccessibile per la maggior parte delle famiglie.

La comunità cristiana

La comunità cristiana di Gaza continua ad affrontare gravi difficoltà. Sia nella parrocchia latina della Sacra Famiglia che in quella greco-ortodossa di San Porfirio, solo poche famiglie le cui case non sono state completamente distrutte sono tornate a casa; la maggior parte rimane rifugiata all’interno dei locali della chiesa. Diverse famiglie cristiane, tra cui alcuni membri dello staff di Caritas Gerusalemme, sono emigrate all’estero, soprattutto i giovani, diretti in Australia. Altri, ricorda la Caritas, hanno scelto di rimanere, esprimendo la loro determinazione a rimanere e ricostruire.

Gaza, parr. Sacra Famiglia – ph Ilquddas Ara

La partenza delle giovani famiglie cristiane rappresenta una seria sfida per il mantenimento della presenza cristiana a Gaza, poiché la maggior parte di coloro che rimangono sono anziani.

Attività di Caritas Gerusalemme

In questo contesto Caritas Gerusalemme continua a servire la popolazione gazawa concentrandosi principalmente sui governatorati meridionali. L’organismo gestisce attualmente sette punti medici nel sud, con il supporto di un team dedicato sul campo. Al personale è stato consigliato di non tornare al nord a causa delle condizioni di insicurezza e inabitabilità: distruzione diffusa, assenza di elettricità e acqua e mancanza di infrastrutture di base. Il principale centro medico nel nord (Al Shatei Medical Center) è stato riaperto e sono in corso limitati lavori di manutenzione e riparazione. Le strutture sono state messe in sicurezza contro i saccheggi e i lavori di ristrutturazione stanno affrontando i danni interni causati dai bombardamenti. Continua anche la distribuzione del latte in diverse aree della Striscia.

Cisgiordania

Nel comunicato la Caritas Gerusalemme ricorda anche la situazione in Cisgiordania dove la tensione rimane elevata, con frequenti scontri, un numero crescente di posti di blocco e varchi che limitano gli spostamenti tra i villaggi e un aumento degli attacchi dei coloni. Gli incidenti quotidiani continuano a verificarsi a Jenin, Tulkarem e Nablus. Nonostante queste sfide, Caritas Gerusalemme rimane operativa in diversi governatorati, adattando attività e interventi al contesto di sicurezza instabile. Anche la situazione economica rimane grave: l’assenza di pellegrini o turisti in visita a Gerusalemme o Betlemme, influisce in modo significativo sui mezzi di sussistenza delle famiglie che dipendono dal turismo e dal commercio su piccola scala.
La stagione della raccolta delle olive è ormai iniziata e accompagnata dai continui attacchi dei coloni che impediscono agli agricoltori palestinesi di raccogliere le olive, da cui molte famiglie dipendono come fonte vitale di reddito familiare.
Nonostante le immense sfide umanitarie ed economiche sia a Gaza che in Cisgiordania, Caritas Gerusalemme, si legge nel comunicato, rimane ferma nella sua missione di servire i più vulnerabili con compassione, professionalità e fede, garantendo una presenza costante di speranza e solidarietà in tutta la Terra santa.

Inclusione

Aifo: “Costruire un mondo più giusto, accessibile e solidale”

ph Aifo
30 Ott 2025

di Gigliola Alfaro

Nel segno del proprio impegno storico per la salute, la dignità e i diritti di tutte e tutti, Aifo (Associazione italiana Amici di Raoul Follereau) si fa promotrice di una campagna per l’inclusione che nasce per stimolare la coscienza collettiva, sensibilizzare le istituzioni e mobilitare la società civile affinché “nessuno sia lasciato indietro, nella convinzione che l’inclusione delle persone con disabilità non sia una concessione ma un diritto umano fondamentale”.
Da oltre sessant’anni Aifo lavora in Italia e nel mondo per garantire accesso alle cure, riabilitazione e inclusione sociale alle persone con disabilità e fragilità, sempre con un approccio integrato e partecipativo. La campagna rappresenta un’occasione per rendere visibile questo percorso e, soprattutto, chiedere un cambiamento profondo: non si tratta solo di offrire assistenza, ma di trasformare mentalità, sistemi e pratiche, in modo che l’esclusione non sia più tollerata.

Il cuore della campagna è il Manifesto dell’inclusione, che raccoglie i principi e le richieste rivolte a istituzioni, comunità e cittadini. Rappresenta un appello a impegnarsi concretamente per politiche più giuste, accessibili e inclusive, affinché la giustizia sociale diventi un orizzonte condiviso.La campagna invita ognuno a dare il proprio contributo, attraverso la firma del Manifesto, la condivisione del messaggio o la partecipazione diretta agli eventi. Allo stesso tempo, si rivolge alle istituzioni affinché gli impegni si traducano in azioni concrete nei campi della salute, dell’accessibilità, dell’istruzione, del lavoro e della vita sociale.

In occasione della campagna, che si svolgerà fino a dicembre 2025, ci sono eventi, incontri e iniziative culturali dedicati al tema dell’inclusione. “All’interno del nostro percorso troveranno spazio anche riflessioni sulla guerra e sulle sue conseguenze – spiega l’Aifo -. Crediamo infatti che una società veramente inclusiva non possa prescindere dal rifiuto di ogni forma di violenza, emarginazione e conflitto armato: per questo la nostra organizzazione si dichiara fermamente contraria alla guerra, che non solo genera nuove disabilità fisiche e psicologiche, ma produce anche processi di emarginazione per milioni di persone costrette a vivere ai margini. Ogni appuntamento è un’opportunità per conoscere, partecipare e sostenere un futuro senza barriere”. Da Bologna ad Ostuni, passando per diverse città italiane (Imperia, Ventimiglia, Cagliari, Piano di Sorrento, Lozzo Atestino, Oristano, Carpi e Vedano al Lambro) e per alcuni Paesi del mondo (Liberia, Tunisia e Mozambico) la campagna per l’inclusione 2025 unisce comunità, associazioni e istituzioni sotto un unico messaggio: “Costruire un mondo più giusto, accessibile e solidale”. Tra eventi, cortei e incontri, la campagna sta raccontando l’impegno di chi lavora per una società in cui le persone con disabilità siano protagoniste attive, animando da ottobre a dicembre scuole, piazze e centri culturali in Italia grazie alla collaborazione tra Aifo, enti del Terzo settore e realtà locali. La campagna e gli eventi diffusi in tutta Italia sono resi possibili grazie al supporto di istituzioni e partner, associazioni, istituzioni e realtà locali che credono nel valore dell’inclusione.

 

foto Aifo


Emilia-Romagna e Puglia sono le due regioni più attive, dal Disability Pride al Festival della Cooperazione internazionale. Il 28 settembre, le vie del centro di Bologna si sono riempite di musica, cartelli e orgoglio. Il Disability pride 2025 ha sfilato con uno slogan chiaro: “Facciamoci una vita”, una richiesta concreta a cui anche Aifo ha preso parte per chiedere di poter vivere pienamente, lavorare, uscire con gli amici, muoversi liberamente. Tra i temi centrali della marcia: vita indipendente, disabilità e migrazione, accessibilità urbana. Ad arricchire il percorso, nei mesi di ottobre e novembre, tre aperitivi inclusivi, una proiezione cinematografica e la presenza dei volontari di Aifo alla partita di serie A del Bologna Fc, stanno portando al centro libri, podcast e corti dedicati ai diritti e all’autonomia.

La campagna ha trovato eco al IX Festival della Cooperazione internazionale ad Ostuni, che ha acceso i riflettori sulla Dichiarazione di Amman-Berlino 2025, documento che impegna i Paesi firmatari – Italia compresa – a includere la disabilità nelle politiche di cooperazione internazionale (entro il 2028, il 15% dei programmi di cooperazione dovrà includere progetti di inclusione); e sulla figura del Garante dei diritti delle persone con disabilità, figura territoriale ancora poco diffusa ma cruciale in Italia. I diversi eventi del Festival sono stati essenziali per aprire un confronto tra comunità, Terzo settore ed istituzioni, ricordando quanto sia importante rendere effettive le politiche e le convenzioni internazionali per ottenere un cambiamento reale. Il coordinatore del Festival della Cooperazione internazionale Francesco Colizzi, socio di Aifo, chiarisce: “Abbiamo voluto affrontare un tema ambizioso, cercando di portare nel nostro territorio la riflessione su come il mondo stia ripensando il concetto stesso di diritti umani e di convivenza pacifica tra i popoli. Siamo riusciti a offrire momenti di confronto di alto livello, senza mai perdere il legame con la nostra comunità e con la dimensione umana che anima da sempre questo progetto”.

In Lombardia, diritti umani e empowerment. A Vedano al Lambro (Mb) è stata presentata alla comunità e alle istituzioni la ricerca emancipatoria sulla disabilità in Tunisia, riconosciuta come una buona pratica di cooperazione inclusiva di Aifo dove le persone con disabilità diventano protagoniste della ricerca, non più oggetto di studio. Individuano barriere, propongono soluzioni e condividono conoscenze per promuovere una reale partecipazione alla vita sociale. Un cambio di paradigma da utilizzare non solo nella cooperazione ma potenziale strumento di cambiamento anche nelle comunità italiane. In Sardegna l’impegno per l’inclusione e la solidarietà ha preso forma in tanti modi. A Cagliari, una tavola rotonda con i capi scout e un incontro con l’Ordine dei medici hanno aperto un dialogo su educazione inclusiva e salute globale come temi di giustizia sociale.

foto Aifo

Il 3 dicembre a Bologna l’evento “L’inclusione diventa vita – Un viaggio tra Mongolia e Italia per conoscere storie di vita rivoluzionarie”chiude le iniziative della campagna per il 2025. Un aperitivo solidale per condividere esperienze e sostenere i progetti di Aifo in Italia e in Mongolia. Durante la serata, Simona Venturoli (Aifo) e il giornalista Paolo Lambruschi di Avvenire racconteranno il loro recente viaggio, moderati da Lucia Bellaspiga, in un percorso di storie vere che parlano di inclusione, dignità e cambiamento. La campagna per l’inclusione 2025 porta un messaggio chiaro: l’inclusione non è un tema di nicchia, ma una scelta urgente e concreta che riguarda tutti. Dalle piazze alle biblioteche, dai teatri alle scuole, dai laboratori di ricerca ai luoghi di comunità, Aifo mostra che costruire un Paese più accessibile è possibile e significa migliorarlo per tutti.

L’inclusione non è una concessione, ma un diritto

“Il termine ‘inclusione’ è ampio e può acquisire molti significati, ma acquista una chiarezza inequivocabile quando lo si affianca alla cura. L’associazione ‘cura e inclusione’ definisce infatti un percorso preciso e mirato”, afferma il presidente di Aifo, Antonio Lissoni, che spiega: “La cura, intesa come l’atto di prendersi cura dell’altro, rappresenta il passo fondamentale. Che si tratti di assistenza sanitaria, supporto riabilitativo o sostegno sociale, essa non è un punto di arrivo, ma il primo stadio di un cammino che mira a riportare la persona vulnerabile a pieno titolo nel tessuto della propria comunità”. Per Lissoni, “la piena dignità di un individuo non si esaurisce nell’affermazione formale di un diritto. Essa si realizza pienamente attraverso la costruzione di comunità autenticamente accoglienti. In tali contesti, le persone vulnerabili non sono viste solo come destinatarie passive di aiuto o assistenza, ma come soggetti attivi, capaci di autodeterminazione e di prendere decisioni sulla propria vita”. Il presidente di Aifo conclude: “Il vero obiettivo è superare la semplice garanzia del diritto: in un cammino comune, dobbiamo creare concretamente le opportunità per una vita libera e partecipata”.

Diocesi

Celebrazioni per i defunti a Talsano

30 Ott 2025

di Angelo Diofano

A Talsano ci si prepara ad onorare i defunti con celebrazioni al cimitero ‘Porta del Cielo’.

Nella mattinata di sabato primo novembre, secondo convenzione stipulata con l’amministrazione comunale, la banda musicale cittadina ‘Giovanni Paisiello’ diretta dal m° Vincenzo Simonetti girerà per i vialetti del cimitero talsanese.

Domenica 2, alle ore 15.30, sul piazzale antistante la cappella comunale, i sacerdoti della vicaria di Talsano celebreranno la santa messa in suffragio di tutti i defunti.

Sabato 8 novembre, infine, le confraternite talsanesi del Carmine e del Rosario si ritroveranno alle ore 9.30 sulla via che conduce al cimitero (all’incrocio con la strada per San Donato) per dar vita, alle ore 10, accompagnate dalla banda musicale, al pellegrinaggio al luogo sacro assieme agli altri gruppi parrocchiali e alle realtà di volontariato del territorio.
Il corteo si concluderà al piazzale antistante la cappella comunale dove don Armando Imperato, padre spirituale delle due confraternite, assieme al diacono Antonio Acclavio, celebrerà la santa messa.

Drammi umanitari

Naufragio al largo della Tunisia, Forti (Caritas Italiana): “Occorre investire per consentire a queste persone di raggiungere l’Europa in sicurezza”

ph Laurin Schmid/Sos Mediterranée
30 Ott 2025

“Proviamo sgomento per l’ennesimo naufragio al largo delle coste tunisine. Purtroppo continua questa mattanza che ormai da oltre un decennio sta interessando un numero crescente di migranti, soprattutto dell’Africa subsahariana, che cercano di raggiungere l’Europa”: così Oliviero Forti, responsabile ufficio Immigrazione di Caritas Italiana, commenta il naufragio di migranti nel Mediterraneo. Questa volta al largo della Tunisia con 40 morti: tra questi anche alcuni bambini come ha riferito un portavoce della magistratura tunisina. Trenta persone presenti sull’imbarcazione sono state salvate. Per la Caritas, che ancora una volta si schiera a favore dei migranti, “non sono serviti gli accordi con la Tunisia. Non sono serviti – spiega Forti – neanche gli accordi con la Libia, peraltro recentemente rinnovati dal Governo italiano per trovare una soluzione all’apertura di vie legali e sicure di ingresso”. Per questo è necessario “urgentemente” rafforzare i presidi di salvataggio nel Mediterraneo centrale e “al tempo stesso investire risorse per consentire a queste persone di raggiungere l’Europa in sicurezza. Diversamente, conclude Forti, dovremo assistere ancora una volta a quello che è accaduto oggi di fronte alle coste tunisine”.

Chiusura assemblea sinodale

Mons. Busca (Cei): “Più corresponsabilità, formazione e ministerialità per una Chiesa davvero sinodale”

ph Siciliani Gennari-Sir
30 Ott 2025

di Riccardo Benotti

“La sinodalità è una mentalità e una metodologia: ora serve passare all’attuazione”: mons. Gianmarco Busca, vescovo di Mantova e presidente della Commissione episcopale per la Liturgia, sintetizza così il cammino che attende la Chiesa italiana. Alla vigilia della terza Assemblea sinodale, il presule richiama corresponsabilità, formazione e unità di sguardo come criteri decisivi per tradurre il Documento di sintesi in scelte pastorali concrete, capaci di rinnovare la vita delle comunità ecclesiali.

Eccellenza, qual è la priorità da cui partire perché il Documento di sintesi non resti solo programmatico ma diventi realmente operativo?
Occorre distinguere tra valore e urgenza. Mi sembra importante partire da tutto ciò che amplia il soggetto attivo della Chiesa. Non solo il clero, ma tutti gli organismi di comunione, chiamati a una rinnovata responsabilità di leadership e di governance delle comunità. Penso ai consigli pastorali e presbiterali, ma anche a nuove forme di gestione condivisa.

ph Siciliani Gennari-Sir

Quale ruolo può avere la formazione in questo processo di rinnovamento?
È fondamentale ridefinire la formazione in senso unitario e integrale. Nelle diocesi esistono molte proposte formative, ma spesso non si muovono come un corpo unico: molte attività, poca visione. Serve unità di sguardo e di progetto, per evitare dispersioni e sovrapposizioni.

E le ministerialità? Quale spazio possono trovare oggi nella vita ecclesiale?
È un ambito prioritario. Le ministerialità, anche quelle nuove istituite, sono strumenti preziosi di corresponsabilità. Solo valorizzandole il Documento potrà tradursi in un agire trasformativo. Dobbiamo far passare il messaggio che la Chiesa è tutta la comunità, non solo i ministri ordinati.

Che immagine di Chiesa emerge da questa terza Assemblea sinodale?
Il fatto stesso che si celebri una terza Assemblea, in continuità con le precedenti, è segno di unità e condivisione. Il Documento è organico, radicato nella Scrittura e nel Concilio Vaticano II, fedele al percorso compiuto. Non è stato semplice armonizzare i contributi, ma il risultato è equilibrato e restituisce una visione realistica e plurale della Chiesa italiana.

Ci sono temi che ritiene maturi per scelte più rapide?
Sì, alcuni non possono attendere. Penso all’iniziazione cristiana e, più in generale, ai percorsi di introduzione alla fede.
Dopo decenni di sperimentazioni, è tempo di delineare orientamenti comuni su padrini, sacramenti e collaborazione tra parrocchie e famiglie.

Un’altra urgenza riguarda la gestione dei beni e delle strutture. In che direzione muoversi?
Serve una gestione più condivisa e trasparente, con il coinvolgimento di laici competenti ai quali riconoscere corresponsabilità effettiva. Il calo dei sacerdoti impone nuove forme di collaborazione. Penso a figure di supporto economico-amministrativo accanto ai parroci e a deleghe specifiche ai laici per sostenere le comunità nel modo giusto.

Passiamo alla liturgia. È spesso percepita come questione di linguaggi: lei concorda?
No, bisogna evitare che sia ridotta a un problema comunicativo. La liturgia è un atto di fede, non una forma estetica o emozionale.
Le richieste di maggiore accessibilità sono legittime, ma devono integrarsi con un autentico approfondimento del mistero.

La liturgia può diventare una via per rigenerare la fede?
Certamente. Papa Francesco, in Desiderio desideravi, invita a formare “alla liturgia e dalla liturgia”. Ma serve un approccio sistemico: valorizzare parola, canto, gesti, ministerialità. Occorre una formazione liturgica diffusa, cura dell’ars celebrandi, attenzione agli stili della presidenza e accompagnamento dei giovani alla preghiera comunitaria.

ph Marco Calvarese-Sir

Come educare le nuove generazioni alla partecipazione liturgica?
È una sfida culturale e pedagogica. La messa è una soglia alta della vita ecclesiale e si raggiunge per gradi, con percorsi propedeutici. Dobbiamo alfabetizzare alla fede i giovani immersi nella cultura digitale, accogliendo i linguaggi contemporanei senza banalizzarli, per condurli a un’autentica esperienza di preghiera.

Molti temono che il lavoro sinodale non trovi continuità nelle diocesi. Condivide questa preoccupazione?
La comprendo, ma oggi è il tempo della sussidiarietà. I livelli più ampi devono sostenere la creatività dei livelli locali. Il confronto sinodale ha mostrato una buona alleanza tra Chiesa italiana e Chiese locali. Sarebbe utile istituire un organismo permanente che accompagni questa sinergia.
Nella mia diocesi, ad esempio, abbiamo scelto di dedicare un biennio alla ricezione coordinata dei processi sinodali, con delegati formati.

Questa Assemblea segna la conclusione del percorso di ascolto o l’inizio di una nuova fase?
Direi entrambe le cose. Dopo anni di ascolto e discernimento, si apre la fase dell’attuazione. La sinodalità è una mentalità e una metodologia: ora dobbiamo passare “dalla testa alle gambe”, dare concretezza a ciò che lo Spirito ha ispirato. La vera sfida è la ricezione, perché il Documento diventi lievito nella vita delle comunità.

Tutto questo avendo sempre Cristo al centro, come ribadisce papa Leone XIV.
Esatto. Rimettere al centro la liturgia significa rimettere al centro Cristo, non l’esperienza rituale in sé. È nella celebrazione che la Chiesa nasce e lascia agire il suo Signore. Senza il volto di Cristo, ogni valore si riduce a ideologia. Il Documento lo ricorda chiaramente: «Porre Cristo al centro per rinnovare l’incontro personale e comunitario con Lui oggi».

Un auspicio per il futuro del Cammino sinodale?
Che si consolidi uno stile di comunione, meno particolarismi e più corresponsabilità. La sinodalità non è un progetto da archiviare, ma un modo di essere Chiesa. È un percorso che coinvolge tutti e che, se vissuto con fede, può aprire una stagione nuova per le nostre comunità.

 

Il Cammino sinodale in Italia

Avviato nel 2021, il Cammino sinodale della Chiesa italiana si articola in quattro fasi: narrativa, sapienziale, profetica e attuativa. Dopo due Assemblee nazionali (2023 e 2024), la terza Assemblea completa la fase profetica, consegnando al Consiglio permanente della Cei le proposte per l’attuazione nelle diocesi. L’obiettivo è promuovere una Chiesa più missionaria, corresponsabile e unita nella diversità dei carismi e dei ministeri.

Diocesi

Riprendono gli incontri per gli anziani all’istituto M. Immacolata

30 Ott 2025

di Angelo Diofano

All’istituto Maria Immacolata (ingresso da via Mignogna 9, nei pressi di piazza Immacolata) riprendono gli incontri settimanali per gli anziani di tutti i quartieri finalizzati a creare momenti di amicizia, ascolto e condivisione.

L’appuntamento è per ogni giovedì dalle ore 16 alle ore 19 a cura della Famiglia Vincenziana i cui aderenti cureranno l’accoglienza e l’animazione a base di giochi, conversazioni, balli e, perché no, con la degustazione di un buon dolce fatto in casa. Tutto questo, prendendo spunto e realizzando le parole di papa Francesco: “L’amicizia di una persona anziana aiuta il giovane a non appiattire la vita sul presente e a ricordarsi che non tutto dipende dalle sue capacità…  Per i più anziani, invece, la presenza di un giovane apre alla speranza che quanto hanno vissuto non vada perduto e che i loro sogni si realizzino… Lasciamoci plasmare dalla grazia di Dio che, di generazione in generazione, ci libera dall’immobilismo nell’agire e dai rimpianti del passati”.

Nell’occasione viene lanciato un appello per quanti volessero prestare opera di volontariato in favore dei nostri anziani, presentandosi il giovedì pomeriggio al centro di via Mignogna.

Diocesi

Rete mondiale di preghiera, incontro all’istituto Maria Immacolata

29 Ott 2025

Giovedì 30 ottobre alle ore 16.30 all’istituto Maria Immacolata (via Mignogna, a Taranto)  si ritroveranno tutti i gruppi diocesani della Rete mondiale di preghiera-Apostolato della preghiera per l’incontro sul tema ‘La spiritualità del Sacro Cuore di Gesù’. Dopo introduzione dell’assistente diocesano mons. Tonino Caforio, la relazione sarà tenuta da don Giuseppe D’Alessandro, parroco all’Immacolata di San Giorgio jonico.

Eventi in diocesi

Rinascere donna: incontro culturale alla parrocchia del Rosario di Talsano

29 Ott 2025

di Angelo Diofano

Giovedì 30 ottobre alle ore 19 alla parrocchia Maria Santissima del Rosario di Talsano il parroco don Armando Imperato dialogherà con suor Palmarita Guida sui temi del suo ultimo libro intitolato ‘Rinascere donna – Oltre il femminismo una nuova libertà’ (Antonio Dellisanti editore).

Collaboratrice di Radio Maria, Famiglia Cristiana e Maria con te, nonché pittrice e autrice di numerose pubblicazioni, la religiosa vincenziana affronta nel suo lavoro editoriale un percorso di riflessione che va oltre il femminismo tradizionale, invitando le donne – e i lettori sensibili alla dignità umana – a un cammino di rinascita interiore, fondato sulla dignità, la spiritualità vissuta e la memoria storica.

Nella prefazione, il vescovo di Castellaneta mons. Sabino Iannuzzi scrive che ‘Rinascere donna’ non offre ricette semplici né soluzioni preconfezionate; al contrario, pone domande, apre sentieri, invita a una riflessione personale e comunitaria. L’autrice parla con franchezza e dolcezza insieme, quasi prendendo per mano chi legge. Ci invita a guardare dentro di noi con onestà, a confrontarci con la nostra eredità culturale e spirituale senza paura, e soprattutto ad aprirci alla speranza di un cambiamento possibile”.

 

Editoriale

Migranti, Pietro Bartolo: “Non far cadere l’oblio sui morti e sui vivi”

ph Ansa-Sir
29 Ott 2025

“Una volta sognai di essere una tartaruga gigante con scheletro d’avorio che trascinava bimbi e piccini e alghe e rifiuti e fiori e tutti si aggrappavano a me, sulla mia scorza dura. Ero una tartaruga che barcollava sotto il peso dell’amore molto lenta a capire e svelta a benedire. Così, figli miei, una volta vi hanno buttato nell’acqua e voi vi siete aggrappati al mio guscio e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina è la terra che vi salva dalla morte dell’acqua”: sono i versi di “Una volta sognai”, la poesia dedicata a Lampedusa scritta da Alda Merini e letta alla vigilia dell’inaugurazione della Porta d’Europa (28 giugno 2008), il monumento di Mimmo Paladino dedicato ai migranti morti nel Mar Mediterraneo. Pietro Bartolo li cita a memoria, un modo tutto personale per rievocare la sua storia quotidiana di medico di Lampedusa, per oltre 25 anni responsabile delle prime visite ai migranti sbarcati sull’isola su barconi fatiscenti. L’incontro con Bartolo avviene a margine di un evento che si è svolto nei giorni scorsi a Subiaco (Rm), chiamato dai giovani della locale associazione “Subiaco letteraria” per parlare del suo libro “Lacrime di sale” (Mondadori, 2016), appuntamento inserito nel programma “Subiaco Capitale italiana del libro 2025”. Un volume denso di ricordi e di storie nel quale il medico cerca di ridare un nome, un volto e un’umanità a migliaia di corpi senza nome arrivati sull’isola.

Persone, non numeri

“Sono persone, non numeri – precisa subito il medico – persone alla ricerca di un futuro migliore e che sono morte nel mio mare Mediterraneo”. Si commuove quando rievoca i terribili momenti del naufragio del 3 ottobre 2013, quando 368 persone persero la vita proprio davanti alle coste di Lampedusa. Senza immaginare, allora, che altre tragedie avrebbero avuto esiti ancora peggiori: “Oggi a 12 anni di distanza il mio incubo è un bambino che stava nel primo sacco che ho aperto, ogni notte mi chiede in sogno perché non l’ho salvato. Mi sveglio con questa immagine, poi mi riaddormento ma torna di nuovo. Io faccio le ispezioni cadaveriche perché non restino dei numeri, ma i numeri li ho dovuti mettere, purtroppo, perché non sai chi sono, non hanno documenti.
Quel 3 ottobre ho messo 368 numeri, ma non erano numeri.
Le ispezioni dei cadaveri servono per dare una identità a quelle persone, la dignità. Non ho mai amato fare le ispezioni dei cadaveri, ho sofferto tanto per farle, ma tanto. Io che avevo studiato ginecologia e ostetricia per dedicarmi della vita nascente mi sono ritrovato ad avere a che fare con la morte. A volte ho avuto paura, molte volte ho pianto, ho vomitato, però era giusto farlo e lo facevo proprio per dare dignità a queste persone perché non restassero solo dei numeri”. I morti come i vivi, perché, ricorda il medico, “coloro che vengono tratti in salvo, o che muoiono annegati o per le violenze e le torture subite dai trafficanti di esseri umani, hanno legami familiari come ciascuno di noi. E su di loro non può cadere l’oblio. Molti di noi che vivono in questa sponda del Mediterraneo possono pensare: ‘Vabbè, se sono morti nessuno li cerca’. Invece vengono i parenti a cercarli, genitori, figli, mogli e questo accade perché dietro questi numeri, dietro questi cadaveri ci sono delle storie di forti legami personali e familiari”.

Rischio dell’oblio

Al rischio di oblio Bartolo risponde con il racconto di queste storie, delle sofferenze, delle umiliazioni, delle torture, delle sevizie, delle violenze, degli abusi patiti nei lager della Libia e di altri Paesi da dove i migranti partono per affrontare veri e propri viaggi della speranza. Storie che riempiono le pagine dei suoi libri, del documentario “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi (Orso d’oro a Berlino nel 2016) cui ha preso parte, del film Nour (2019) liberamente tratto dal suo libro “Lacrime di sal”. E sono storie che giacciono in fondo a quel mare dove Bartolo è nato, lui lampedusano, figlio di pescatori.

“Nel mio mare – dice con voce fioca – hanno perso la vita più di 50-60mila persone, che sono quelli di cui abbiamo contezza, ma saranno almeno il doppio, un genocidio, una mattanza che avviene nell’indifferenza generale. Certo – aggiunge – ci indigniamo, piangiamo, se vediamo un bambino esanime tra le braccia di un soccorritore o riverso sulla spiaggia come avvenne per il piccolo Alan Kurdi, il 2 settembre di 10 anni fa. La sua foto scatenò l’indignazione a livello globale. Ma sono reazioni destinate a scemare in breve tempo. Poi ritorna l’indifferenza, come diceva Papa Francesco. Magari fosse solo indifferenza”, insiste Bartolo. “Purtroppo, c’è contrarietà, ostilità nei confronti di queste persone. C’è chi fa accordi con Paesi terzi (Turchia, Libia, Tunisia, Albania, ndr.) per poter, pagando fior di miliardi, far fare il lavoro sporco agli altri. Così mentre ci laviamo le mani, ci sporchiamo la coscienza. E io di questa cosa sento tutta la responsabilità e la colpa perché conosco ciò che succede per averlo visto con i miei occhi”.

Il fallimento della politica

Un senso di impotenza sentito dal medico e amplificato anche dal suo impegno nel Parlamento europeo dove è stato eletto nel 2019, “ma senza incidere come avrei voluto”, riconosce Bartolo. “L’Europa sta sbagliando, e anche io ho sbagliato, perché continua a utilizzare un sistema inefficace, il cosiddetto regolamento di Dublino che è lo strumento che governa il fenomeno della migrazione. È un fallimento se dopo 30 anni si continua a parlare ancora di migrazione, di sbarchi, di morte, di problemi. Ma non è con la deterrenza, con il rimpatrio, con il farli morire che puoi fermare queste persone”.

Per Bartolo “bisogna cambiare visione sulla migrazione e cominciare a capire che può rappresentare un’opportunità e una risorsa anche alla luce dei problemi demografici certificati solo pochi giorni fa dall’Istat. L’Europa è diventata una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale, ndr.), siamo tutti vecchi. I migranti ci possono aiutare dal punto di vista culturale, sociale, economico. Tra loro ci sono anche professionisti, artisti, musicisti, medici, ingegneri, persone preparate. E per chi non ha una preparazione serve pensare a corsi di formazione lavorativa e di apprendimento della lingua. Regolarizzarli, trattandoli con dignità – senza schiavizzarli come molti casi di cronaca, vedi Rosarno per esempio, hanno dimostrato – i migranti possono aiutarci a risolvere i nostri problemi. Noi non abbiamo più giovani che vanno a lavorare in settori come l’agricoltura, l’edilizia, l’alberghiero”.
“Queste persone devono arrivare attraverso i canali regolari. Invece, per mero riscontro elettorale, una certa politica crea il mostro, promettendo di ricacciarlo indietro”.

Il dna dei pescatori

Intanto Lampedusa continua ad accogliere: “Lampedusa è la mia isola, ci sono nato. È un’isola di pescatori, un’isola di gente che ha sempre accolto, perché l’accoglienza è nel dna dei pescatori. Spesso qualche giornalista mi chiede ‘Ma come mai, dottore, dopo 30 anni i lampedusani non si sono stancati, non hanno mai protestato?’ La risposta è facile: ‘Perché noi siamo un popolo di mare e tutto quello che viene dal mare è benvenuto’”.