Diocesi

L’arcivescovo al Carmine di Grottaglie: “Le parrocchie sono la vita della Chiesa”

11 Dic 2023

di Silvano Trevisani

L’itinerario di incontro dell’arcivescovo Ciro Miniero con la comunità diocesana ha fatto tappa a Grottaglie. Qui ha presieduto, in una gremita chiesa della Madonna del Carmine, la concelebrazione eucaristica, con la partecipazione del parroco, don Ciro Santopietro, i viceparroci don Cosimo e don Eligio, assieme a don Adriano e don Damiano, e ai seminaristi della parrocchia.

Rivolgendogli il messaggio di ringraziamento per la presenza nella Chiesa parrocchiale, don Ciro ha detto, tra l’altro, “è bello che lei presieda questa eucarestia nello sodarsi ordinario del servizio pastorale della comunità nel giorno del Signore”. Illustrando le varie comunità presenti ha ricordato innanzi tutto, il gruppo Giullari di Dio, che anima la liturgia e che da oltre vent’anni, porta la testimonianza presentando un musical a carattere evangelizzatore. E assieme a loro i catechisti, la confraternita del Carmine, la Caritas parrocchiale, il gruppo di preghiera di Padre Pio, dell’apostolato della preghiera, e i tanti impegnati in vario modo nell’oratorio. Don Ciro si è definito “fortunato” ad essere parroco in questa comunità, “e fortunato è anche lei, eccellenza, ad esserne l’arcivescovo, il pastore”.

Nella sua omelia, monsignor Miniero ha proposto alcune riflessioni sul significato autentico del Natale, che ci proietta, nel festeggiare la venuta di Cristo in mezzo a noi, verso la sua nuova venuta trionfale. Che ci deve trovare disposti e attivi nel testimoniare nella pratica quotidiana, la nostra fede, a cominciare dai deboli e dai poveri.

Al termine della celebrazione, monsignor Miniero si è intrattenuto con la comunità parrocchiale per un momento di convivialità. E noi abbiamo approfittato per rivolgergli alcune domande.

Eccellenza, sapeva certamente che questa parrocchia è una vera e propria fucina di sacerdoti, che ha sempre avuto e continua ad avere tante vocazioni. Per essendo una piccola parrocchia ormai nel paese vecchio. Come si spiega questo fenomeno in un momento di crisi di vocazioni?

Innanzi tutto, il Signore sceglie secondo il suo cuore, ma è anche vero che lì dove c’è maggiore attenzione e maggiore cura, il Signore ha più possibilità di toccare il cuore delle persone. Le due cose poi vanno insieme e costituiscono una ricchezza per la parrocchia e per la Chiesa intera.

Anche questa parrocchia, intitolata alla Madonna del Carmine, conferma la venerazione che il popolo di Dio, anche nella nostra diocesi, riserva alla Santa Vergine.

Quella alla Vergine del Carmelo è una devozione diffusa dai padri carmelitani e che resiste nonostante che la presenza dei padri carmelitani sia ormai una presenza rara nelle nostre comunità. Ma la devozione continua ed alimenta l’attenzione verso la Vergine del Carmelo, titolare anche di tante confraternite, che è invocata soprattutto per le anime del Purgatorio, per le persone in difficoltà. Un tema molto caro a ciascuno di noi è la vita che viene dopo la morte.

Lei sta cercando il contatto con il popolo di Dio, con le parrocchie. Che idea si sta facendo dalle nostre comunità?

La vita delle parrocchie è la vita della Chiesa intera, perché la parrocchia è la prossimità della Chiesa alla gente. La parrocchia continua a restare importantissima perché è dentro la vita delle famiglie. L’idea che mano a mano vado formandomi è che le nostre comunità sono belle, vive e anche con tante iniziative. Proprio per cementare la fraternità e viverla esprimendola nei tanti impegni che ogni comunità prende, come ho visto questa mattina qui, nei confronti delle famiglie e delle persone che bussano al nostro cuore.

Intervista esclusiva

Costanze Reuscher: l’informazione in Italia è troppo asservita al potere politico

08 Dic 2023

di Silvano Trevisani

Il suo è un volto familiare per i tanti spettatori che da anni seguono “Propaganda live”. L’accento tedesco appena evidente, la sua risata fragorosa che risuona durante le varie fasi del programma sono segni di riconoscimento inequivocabili. Stiamo parlando di Costanze Reuscher, che a Taranto ha presentato con il coautore Leoluca Orlando, il libro “Enigma Palermo”, per iniziativa di Gianni Liviano e dell’Associazione La Città che vogliamo. Conoscendo la sua esperienza di autorevole giornalista, da ormai trent’anni in Italia, le abbiamo rivolto alcune domande.

A quanto pare, Leoluca Orlando è stato, per lei, come una chiave per entrare nei problemi dell’Italia.

Assolutamente. Ho conosciuto Leoluca Orlando nel 1990 quando, da appena due giorni, aveva fondato La Rete. Era una chiave in molti sensi: era il sindaco di una grande città del Sud, assalita dal potere mafioso e molto sofferente per questo assedio che riguardava tutti gli aspetti della vita pubblica: la corruzione, l’edilizia con il “sacco di Palermo”, fino alla raffica di omicidi. Allo stesso tempo era un politico che faceva la guerra ai partiti tradizionali, a cominciare dal suo, dal momento che aveva il coraggio di opporsi ad Andreotti, di pretendere di poter cambiare qualcosa dall’interno del partito. La cosa però non gli è riuscita, ragion per cui ha fondato un nuovo movimento. Era un politico a due livelli: a livello locale, con il drammatico problema della mafia, e un livello nazionale, dove contrastava i partiti tradizionali che, proprio per il loro livello di corruzione, sarebbero stati travolti, solo pochi anni dopo, da Tangentopoli.

Quanto avremmo bisogno di un nuovo Leoluca Orlando oggi?

Tantissimo. C’è tantissimo bisogno di un novo Leoluca Orlando perché oggi abbiamo solo politici che cercano solo di vincere le elezioni per avere qualche poltrona per se stessi e per la propria corrente. Ci vorrebbe, invece, qualcuno che avesse una visione del paese, più che di se stesso. L’ultimo che avevo individuato nel mio lavoro da giornalista straniera, che deve analizzare il campo e vedere anche nuovi fenomeni, era Matteo Renzi, che però non ce l’ha fatta, perché la sua visione era a breve termine. Aveva ottime idee, ma ha legato tutto esclusivamente alla propria persona. Certamente, i leader importanti sviluppano le proprie idee attorno alla propria persona, ma lui ha esagerato e ha fallito in tutto, e ora guida un partitino che non ha nessuna rilevanza e, mi sembra di capire, nessuna visione del paese.

E la tua visione della cultura e del giornalismo italiano? Da quando sei arrivata in Italia, trent’anni fa, le cose sono migliorate o peggiorate?

È tutto molto peggiorato con l’avvento di Silvio Berlusconi. Con la sua politica ha completamente cambiato la cultura del giornalismo e tante altre culture del paese. Ma per quanro tiguarda specificamente l’informazione, ora i giornalisti sembrano essere più obbedienti al padrone. Sono pochi i giornali sopravvissuti che cercano di essere indipendenti, assolutamente di nicchia. Vedo, ad esempio, “il Manifesto” che però non ha nessuna rilevanza, o “Domani” e altre iniziative che però non incidono. Ma in sostanza vedo un grande appiattimento, anche perché il giornalismo in generale soffre una gravissima crisi. Di consegenza il giornalista fa quello che gli detta la linea del giornale, assenso i giornali tutti dipendenti da persone direttamente coinvolti nella politica e mai liberi e indipendenti. In Italia, infatti, ci sono pochissimi editori indipendenti e il giornalismo non aiuta, limitandosi a seguire il politico del giorno, si esso Lollobrigida piuttosto di Calenda, Conte piuttosto di Meloni. Racconta ciò di cui si parla ma senza una sufficiente analisi. In Europa invece si riscontra una visione molto critica delle politica in sé, si cercano nuove idee, nuove soluzioni, nuovi approcci. È proprio quello che manca in Italia.

Intervista esclusiva

Leoluca Orlando: la politica deve recuperare la sua dimensione etica

07 Dic 2023

di Silvano Trevisani

Gianni Liviano e la sua Associazione La città che vogliamo, ci hanno portato a Taranto un protagonista molto particolare della vita politica italiana. Stiamo parlando di Leoluca Orlando, per 22 anni sindaco di Taranto, oltre che deputato ed eurodeputato, promotore del movimento politico La rete. L’occasione è stata la presentazione del libro “Enigma Palermo”, svoltasi in Concattedrale, grazie all’ospitalità di monsignor Ciro Marcello Alabrese, che ha introdotto la serata, cui era presente un folto pubblico. Dopo la presentazione di Gianni Liviano, anch’egli politico atipico e spesso controcorrente, Leoluca Orlando, assieme a Costanze Reuscher, nota giornalista tedesca, coautrice del volume, è stato intervistato dal direttore di Taranto Buonasera, Enzo Ferrari. Anche noi abbiamo colto l’occasione per rivolgere alcune domande a Leoluca Orlando.

Lei è noto per le sue battaglie contro la mafia ma anche contro un certo modo di intendere il potere politico. Crede che la sua esperienza sia ancora possibile oggi? Quale traccia ritiene di aver lasciato?

Credo che possa essere utile l’esperienza che noi palermitani abbiamo vissuto e alla quale ho partecipato, che è quella di un rivolta morale della città. Palermo è una città carica di contraddizioni. È aristocratica e popolare, antica e moderna, pulita e sporca, mafiosa e antimafiosa, rumorosa e silenziosa. Non è una città del Sud d’Italia ma del Sud del mondo, come tante città: penso a Beirut, a Medellin. Quando Palermo non sarà più una contraddizione vivente sarà morta, e io spero di morire prima.

Un enigma, insomma, come indicato dal titolo del libro.

…Un enigma che si può traslare a Taranto, Barcellona ma anche Milano. Tra le due contraddizioni citate vi è una zona grigia, quanto più è ampia questa zona grigia, nella quale sguazzano i trasformismi, tanto più grande è lo spazio per il malaffare. Lo sforzo mio e dei palermitani è stato quello di ridurre la zona grigia. Perché si può essere diversi ma non si può rinunciare a una visione, ai propri valori e paradossalmente noi l’abbiamo recuperata grazie alla mafia. È drammatico doverlo dire: la mafia ha ucciso talmente tanto che alla fine nessuno ha potuto far finta di non vedere e dire: “non ci riguarda, è un problema egli altri”. Sull’onda di questa rabbia abbiamo scoperto la parte migliore della città, che ha fatto uscire tanti allo scoperto.

Inizialmente lei era considerato un isolato.

Sì, ma ero anche considerato ateo e comunista. Non sono mai stato né l’uno né l’altro, ma quando criticavo la mafia, gli uomini di chiesa collusi con la mafia dicevano che ero ateo. E mi faceva male sentirmelo dire, quando andavo in chiesa. Poi si è scoperto che atei e comunisti allo stesso modo erano Pietro Scaglione procuratore della Repubblica, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il pool antimafia. E poi il cardinale Pappalardo, che diceva parole di verità contro la cultura mafiosa, e poi Giovanni Paolo II quando, nel 1993, nella Vallle dei Templi, si scagliò contro la mafia. Che ha risposto uccidendo don Pino Pugliesi, un sacerdote semplice, che non conduceva crociate; che la mafia la combatteva non chiedendo l’arresto dei mafiosi ma chiedendo la scuola per i bambini. E questo semplice sacerdote ha fatto più paura ai mafiosi delle armi dei poliziotti e delle sentenze dei magistrati. La sera che fu ucciso, vedendo i due killer, disse con grande calma “me l’aspettavo”. Il suo messaggio, in cui c’è una visione diversa della vita, è dirompente.

Cos’ha significato quell’omicidio?

Da quel momento è iniziato il vero cambiamento di Palermo, la rivolta civile delle persone. Un mese dopo sono stato eletto sindaco, con il 75% dei consensi e con me, nel movimento La Rete che avevo fondato, il primo degli eletti è stato Antonino Caponnetto il capo del pool antimafia. È iniziato un cammino virtuoso della città, non per chiedere l’applicazione della legge, ma per chiedere il rispetto dei diritti: no alla pena di morte, rispetto anche dei condannati, rispetto dei diversi a partire dal movimento gay, e poi l’accoglienza dei migranti, che sono essere umani come noi. Mi provoca un po’ di disagio costatare che l’unico che dice parole chiare sui temi della convivenza e dell’accoglienza è Papa Francesco. Quando questo compito spetterebbe alla politica.

Paradossalmente intanto la mafia, che si riteneva appannaggio della Sicilia, si è allargata su territori molto più visti.

Il cambiamento di Palermo non consiste nel fatto che la mafia non c’è più. Ma la mafia è a Palermo come a New York, a Parigi, a Londra, a Milano… Ma non governa più Palermo. Per me questo processo è iniziato quando è stato ucciso Piersanti Mattarella, un cattolico democratico impegnato in politica del quale ero consigliere giuridico. Quando mi sono sposato, 52 di anni fa, era al mio matrimonio. Davanti al suo corpo, ucciso dai mafiosi, gli amici i parenti, gli uomini impegnati mi hanno detto: “non puoi consentire che Piersanti muoia la seconda volta, sei un giovane professore universitario, non hai mai incontrato i politici che lo hanno ucciso e sei un poco pazzo…”

Un poco pazzo lo era davvero!?

Sì, perché occupavo la facoltà di giurisprudenza della quale mio padre era il preside… Non ce l’ho fatta a dire di no. Da quel momento comincia la mia esperienza, carica di eccessi, carica anche di polemiche…

Tra le quali l’incomprensione con Falcone. Da cosa nasceva?

Nel libro ne parlo a lungo perché certamente questo è uno dei capitoli più sofferti. Per me Giovanni Falcone era e rimane un punto di riferimento importantissimo. C’era un bellissimo rapporto tra di noi. Io ho celebrato il suo matrimonio con Francesca un sabato sera, in gran segreto per ragioni di sicurezza. Eravamo presenti solo io, i due sposi, due testimoni che erano Caponnetto e un’amica di Francesca, e sua madre. Non c’erano fotografi, confetti o champagne. Poi con Giovanni e Francesca e mia moglie Milly siamo stati due settimane in Russia: abbiamo vissuto una condivisione molto profonda. Poi negli anni Novanta, durante il maxiprocesso, mi giunge la notizia che qualcosa non andava alla procura di Palermo. Io ho espresso le mie riserve, non certo nei confronti di Falcone ma nei confronti del procurato capo Pietro Giammanco, che era legato al gruppo di Andreotti, che bloccava le inchieste. La sofferenza di Giovanni era di non aver elementi per incriminare politici per l’omicidio di Mattarella, di non poter incriminare politici per l’omicidio di Pio Latorre e di non poter andare avanti. Ha vissuto un momento di grande sofferenza, tant’è che ha lasciato Palermo e se n’è andato a Roma.

Lei invece non accettava che si tacesse.

Io ho cercato di fare il mio dovere nell’insistere a denunciare ciò che non andava. Perché il politico per prendere posizione non deve avere le prove, deve avere la sua autonomia di giudizio. Io rivendico il mio diritto, ad esempio, di parlare bene di un condannato. Perché anche Mandela, Gandhi e prima ancora Gesù Cristo furono condannati da tribunali sebbene innocenti, ma non vorrei per questo che Marcello Dell’Utri pensi di essere Gandhi. Così rivendico il mio diritto di parlar male di un assolto. Su Andreotti, che si dice sia stato assolto – ma non lo è stato – il mio giudizio non cambia. Siamo stanchi di sentire politici che “attendono con fiducia l’esito del processo” e intanto rimangono al proprio posto. La politica dovrebbe avere la capacità di scegliere e selezionare altrimenti diamo la responsabilità di decidere ai magistrati. Io sono contrario ad affidare ai magistrati la selezione della classe dirigente di un paese, perché ognuno deve fare la propria parte. La politica deve recuperare la propria dimensione etica a prescindere dalle sentenze dei tribunali.

Lavoro

Acciaio: mercoledì incontro decisivo, ma anche il Kazakhstan nazionalizza gli impianti ArcelorMittal

04 Dic 2023

di Silvano Trevisani

La notizia forse è sfuggita a molti, come accade per i fatti che succedono in altri continenti. Ma poco più di un mese fa una immane tragedia ha causato la morte di 45 minatori che lavoravano nella miniera di Kostenko, una delle più grandi del Kazakhstan. È il terzo grave incidente che accade in quella miniera che è gestita, pensate un po’, da Arcelor Mittal. Ma questa volta il presidente kazako,

Kassym Jomart Tokayev, ha annunciato di voler interrompere immediatamente i rapporti di cooperazione con Arselor Mittal, puntando il dito sulle responsabilità della compagnia ed ha chiesto al governo di assumere il controllo del ramo kazako della stessa. Forse anche il nostro paese devrebbe decidersi finalmente a questo passo.

Mercoledì si svolgerà in nuovo incontro tra governo e azienda, per capire se Mittal è intenzionato a fare la sua parte, finanziando il risanamento dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa ma, alla luce degli incontri precedenti, regna un certo pessimismo. Notizie contrastanti, in realtà, si inseguono in questi giorni, con il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin che garantisce che le risorse per la conversione green dell’impianto ci sono, e con l’azienda che intanto riduce l’attività produttiva a un solo altoforno e annunzia altra cassa integrazione. Il ministro dell’Ambiente ha assicurato agli industriali di Taranto che “le risorse saranno a breve allocate nel Fondo Coesione e Sviluppo, anche e soprattutto per consentire a Dri Italia, che a partire da gennaio prossimo avvierà un rapporto di collaborazione con Confindustria Taranto, di procedere con l’attività dell’impianto, indispensabile per poter parlare di conversione in chiave green dello stabilimento siderurgico”. Ma i segnali che si colgono dal punto di vista politico e sindacale sono tutt’altro che positivi. Interrogazioni parlamentari a raffica vengono proposte direttamente al presidente del consiglio Meloni, con lo scopo di indurre il governo ad assumere le decisioni necessarie, mentre i consiglieri regionali Mazzarano del Pd e Galante del M5S chiedono alla Regione una seduta monotematica.

Sono oramai in molti a pensare che l’unica soluzione per salvare l’Ilva è nazionalizzare, come del resto sta facendo il Kazakhstan, e tagliare fuori l’attuazione gruppo di maggioranza. Del resto basterebbe guardare con un po’ di attenzione agli eventi internazionali per rendersi conto che il gruppo Arcelor Mittal non è propriamente un benefattore e che è da sempre accompagnato da una fama sinistra per il suo modo di gestire gli oltre quaranta impianti che ha disseminati in una dozzina di stati. La stessa vicenda dell’acquisizione dell’Ilva, in un’asta tutt’altro che esaltante, voluta dal governo per liberarsi della patata bollente dopo la defenestrazione dei Riva, fu accompagnata da grane internazionali che non lasciavano presagire niente di buono. E Mittal impose dei paletti che comprendevano la impunità giudiziaria. Il tempo stringe e va chiarito finalmente il contenuto del Memorandum sottoscritto da Fitto e Mittal.

Cammino sinodale

La lezione di Benigno Papa sul sinodo: la Chiesa è chiamata a essere sempre attuale

29 Nov 2023

di Silvano Trevisani

La lezione sulla sinodalità di monsignor Benigno Papa, arcivescovo di Taranto scomparso nel marzo scorso, è stata al centro di un intenso incontro svoltosi ieri sera nella Biblioteca Marco Motolese, al quartiere Tamburi. L’occasione è stata offerta dalla presentazione del libro “A scuola di sinodalità negli Atti degli Apostoli”, libro scritto da Papa per le edizioni Vivere In, e che doveva essere presentato proprio nei giorni della sua scomparsa, che reca l’esplicito sottotitolo: “Per acquisire uno stile cristiano di missionarietà”. Un’occasione colta dall’arcivescovo Ciro Miniero per precisare, con parole chiare, come l’insegnamento della Chiesa, nella sua costante attualità, e nella sua dimensione sinodale, non possa essere soggetto a tensioni conservatrici o “negazioniste”, ma deve guardare al presente, ricavando dalle scritture le indicazioni per essere attuale oggi.

A organizzare l’incontro di studio, che ha visto tra le altre le presenze degli arcivescovi di Taranto e di Otranto, Ciro Miniero e Francesco Neri, è stata Carmen Galluzzo Motolese presidente della Marco Motolese e del Club per l’Unesco di Taranto, che ha introdotto e coordinato i lavori. Una sorta di debito di riconoscenza lega, infatti, l’Associazione da lei presieduta al pastore che aveva tanto in conto la cultura e la formazione. Nel suo intervento iniziale, infatti, ha sottolineato il contributo che il compianto arcivescovo ha dato, in forma di sollecitazione ma anche di aiuto concreto, allo sviluppo della biblioteca, anche attraverso l’acquisto della libreria che ospita i tanti volumi che si sono andati accumulando nel corso degli anni.

Gli interventi

È toccato, quindi, a padre Massimiliano Carucci, cappuccino da sempre vicino a Benigno Papa, e curatore del libro, ricordare la genesi del volume destinato a raccogliere i suoi scritti riferiti al tema della sinodalità come scaturiti dal Nuovo Testamento. Con lucidità e chiarezza, ha detto padre Massimiliano, monsignor Papa ha dettato, nel luglio scorso, i testi da lui manoscritti, nelle sue visite alla comunità di Alessano, cui era molto legato. Il libro, che ha visto la luce in poco tempo, per la disponibilità dei confratelli cappuccini, sarebbe dovuto essere presentato il 23 marzo, ma monsignor Papa è scomparso i 6 marzo, lasciando intatto l’interesse per il suo lavoro e l’impegno a presentarlo adeguatamente, raccolto dalla Biblioteca Marco Motolese.

In un’ampia e approfondita relazione, il vicario generale monsignor Alessandro Greco, che dell’opera saggistica e pastorale di monsignor Papa si è ampiamente occupato, curando anche i cinque volumi antologici de “In nome di Cristo”, ha enucleato i temi della pubblicazione, legata al Sinodo “Per una Chiesa sinodale, Comunione, Partecipazione e Missione”, voluto da Papa Francesco. Il libro si divide in due parti, nella prima, “A scuola di sinodalità negli Atti degli apostoli”, l’autore analizza cinque pericopi, che evidenziano in maniera approfondita come il tema della sinodalità, la sua “strategia” potremmo dire, permei tutto l’insegnamento contenuto negli Atti, cui Papa si è già occupato in precedenti saggi e commenti pastorali. Dal discernimento di Pietro sul caso di Giuda, dalla preghiera comunitaria, dalla soluzione assembleare dei primi conflitti ecclesiali il libro desume un metodo, poi ripreso dal Concilio Vaticano II che, nel Decreto sulla formazione sacerdotale “Optata totius” che insegna che “non si parte dalla dottrina definita per verificare il fondamento nella sacra Scrittura, ma si parte da essa per far venir fuori le verità della fede che contiene, in modo esplicito o implicito, per giungere alla formulazione delle definizioni dogmatiche”.

Nella seconda parte, ha poi spiegato Monsignor Greco, confluiscono le riflessioni consequenziali sulla spiritualità della comunione, sulla spiritualità della missione, sulle modalità di comunicazione del Vangelo. Che vede nella parrocchia “luogo di formazione per l’acquisizione di una cultura sinodale. Lo stile che caratterizza una comunità cristiana sinodale, quale la parrocchia, è dato dalla comunione e dalla missione. La parrocchia è in perenne stato di missione, è luogo di apprendimento di una cultura sinodale come un cenacolo di fraternità e diventa il quartier generale della missione”.

L’arcivescovo di Otranto, monsignor Francesco Neri, cappuccino, ha ricordato la sua ordinazione diaconale ricevuta a San Lorenzo da Brindisi da monsignor Papa che ha lasciato un grande insegnamento sia da studioso e docente sia da vescovo. Ha voluto poi indicare in alcuni punti quelli che a suo parere sono i tratti caratterizzanti della sua visione pastorale: la modernità, scaturita dalla costante attenzione alle testi conciliari, l’attualità, la sinodalità, il modo indicato dalla Chiesa per superare i conflitti, la carità che, secondo l’insegnamento evangelico, è ciò che resterò alla fine dei tempi, e l’umanità, alla cui dimensione egli sempre ha prestato la massima attenzione.

Una testimonianza è stata portata anche da padre Giampaolo Lacerenza, ministro provinciale dei cappuccini di Puglia, che ha definito monsignor Papa “un gigante con un cuore da bambino”, sempre legato all’ordine e all’obbedienza, nonostante il suo ruolo di pastore. Nel suo intervento ha ricordato la ricorrenza dei 40 anni di episcopato di monsignor Papa, coincidenti con l’ottavo centenario dell’approvazione della regola di san Francesco.

Le conclusioni sono state tratte dall’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, che ha ricordato come le parole di monsignor Papa gli rivolse nel suo primo incontro fossero improntate allo “stare insieme”, che, ha detto “è il dono che il Signore ci ha fatto dell’appartenenza a sé, della comunione. Questo si evince nel testo in maniera preponderante”. “

Non può non essere così La Chiesa – ha aggiunto – una fraternità, una comunità e quando meglio la viviamo nella dimensione umana, nella dimensione divina, noi non facciamo altro che amare Gesù e amare l’umanità che Gesù ha amato, della quale noi pure facciamo parte. È enorme questo patrimonio di grazia che ci è stato donato, quando troviamo persone come monsignor Papa, che ci trasmettono questo. Non a caso a 87 anni ha voluto scrivere un testo così profondo e così attuale. Nell’assemblea diocesana parlavamo proprio di questo ed è bello scoprire la coincidenza delle idee, ecco l’attualità che è incarnata da Cristo che ci apre sempre al mondo attuale”. Ha fotto poi espicito riferimento al paragrafo 33 della “Evangeli Gaudium” dove il papa dice espressamente: “non si deve dire abbiamo sempre fatto così”, perché non è questa la Chiesa cattolica. “La Chiesa non è la comunità ‘che ha sempre fatto così’. Se guardiamo ai tempi più bui della Chiesa è lì che nasce san Francesco. Chi si arrocca nel principio del ‘abbiamo sempre fatto così’ è un negazionista nella vita della Chiesa, a tutti i livelli, anche all’interno delle logiche ecclesiali, perché il Signore rende nuove tutte le cose. Grazie, perciò, per questo momento perché ci fa riprendere il cammino con una fiducia nuova. Se, infatti, un uomo, un vescovo, cappuccino di 87 anni ci chiede di leggere in una dimensione nuova la vita della comunità alla luce degli Atti, noi non possiamo ascoltare senzari prendere quota e camminare come lui che dal cielo ci guida”.

Il convegno, al quale sono intervenute autorità civili e militari, oltre che a una nutritissima rappresentanza del clero tarantino e delle comunità dei cappuccini, è stato allietato da alcuni interventi musicali, particolarmente apprezzati, nei quali la nota cantante lirica Angela Massafra, accompagnata al pianoforte dal maestro Alessandra Corbelli, hanno proposto alcuni brani lirici.

Amministrazione locale

Ecco il rimpasto: cambiano tutte le deleghe ma gli assessori sono sempre gli stessi, o quasi

24 Nov 2023

di Silvano Trevisani

Il preannunciato rimpasto alla fine è arrivato. Dopo giorni di consultazione, è anche rientrata in giunta comunale Francesca Viggiano e così l’unica a “pagare” è stata Laura Di Santo, ex assessore al Patrimonio, alle Politiche abitative e ai Tributi e, più limitatamente Fabrizio Manzulli, non più vicesindaco. Tutte le deleghe però, escluse quelle di Mattia Giorno e in parte quelle del neovicesindaco Azzaro, che conserva lo Sport, sono state rimescolate. Ci si chiede il perché, e se tutto questo sia coerente con l’obiettivo che lo stesso sindaco spiega, cioè quello di una maggiore efficacia dell’azione amministrativa, dal momento che tale efficacia richiede una perfetta conoscenza del settore che si va a guidare. Se il rimescolamento delle deleghe, invece, scaturisce da un’azione politica insufficiente, non si capisce perché gli stessi assessori dovrebbero far meglio in altri ruoli.

Comunque così si legge nella nota diffusa ieri dal Comune: “A seguito dei doverosi chiarimenti politici intercorsi negli ultimi giorni, con tutti i gruppi di maggioranza della coalizione del centrosinistra ionico, il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ha rimodulato quest’oggi le deleghe della giunta comunale come sotto indicato: Giovanni Azzaro, vicesindaco, assessore allo Sviluppo Economico, al Turismo e allo Sport; Mattia Giorno, assessore all’Urbanistica, alle Infrastrutture Strategiche e alla Mobilità Sostenibile; Francesca Viggiano, assessora al Bilancio, ai Tributi e agli Affari Legali; Angelica Lussoso, assessora ai Servizi sociali, alle Politiche di Inclusione e alle Pari Opportunità; Cosimo Ciraci, assessore al Patrimonio, alla Risorsa Mare e alle Politiche Abitative; Gabriella Ficocelli, assessora alla Pubblica Istruzione, all’Università e alle Politiche Giovanili; Maria Luppino, assessora alle Società Partecipate, alle Risorse Umane e agli Affari Generali; Fabiano Marti, assessore all’Ambiente, alla Qualità della Vita e agli Eventi; inoltre: Fabrizio Manzulli, assessore in quota tecnica ai Lavori Pubblici, all’Innovazione e alle Politiche Comunitarie. Il sindaco ha, al momento, trattenuto per sé essenzialmente le funzioni relative a Polizia Locale, Protezione Civile e Cultura. Mentre, altre considerazioni in seno alla compagine amministrativa troveranno spazio nelle prossime settimane”.

Da notare che Manzulli, finora strettissimo collaboratore del sindaco, perde “i Grandi eventi”, che passano, privati dell’aggettivo “Grandi” a Marti, il quale però non ha più “Spettacoli”.

La nota del Comune si chiude con le dichiarazioni del sindaco Melucci, che qualche dubbio lo alimentano, circa la coerenza interna della compagine amministrativa, lasciando intuire che vi siano pressioni esterne sulla Giunta. “A tutti gli esponenti politici provinciali e comunali, – si legge – il primo cittadino ionico ha ribadito l’aspettativa alta dell’amministrazione comunale e dell’intera comunità a non differire ulteriormente il lavoro per le priorità della città, a non alimentare nuova confusione dettata da esigenze e obiettivi esterni agli interessi dell’ente civico, a garantire una maggiore affidabilità innanzi alle grandi sfide che la città sta attraversando. Il sindaco ha invitato tutti ad un comportamento più rispettoso verso cittadini ed elettori, con il contestuale invito a chiarire quanto prima l’atteggiamento nei confronti del piano locale per la transizione giusta denominato “Ecosistema Taranto”, che per stessa recente assunzione delle forze politiche, non ha subito sin qui alcuna revisione nell’agenda dell’amministrazione comunale”.

Sarebbe interessante, per noi e per tutti gli elettori, conoscere a quali esigenze e obiettivi esterni agli interessi dell’ente civico il sindaco si riferisca e come tali esigenze possano essere neutralizzate se, mutatis verbis, la giunga resta pressochè identica.

Arte

Nelle sale del Crac Puglia in mostra le opere di Michael Goldberg a 100 anni dalla morte

23 Nov 2023

di Silvano Trevisani

Sabato 25 novembre alle ore 18, nello spazio museale del Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani avrà luogo l’inaugurazione della mostra “Michael Goldberg. Opere 1957-2007”, a cura del critico e storico dell’arte Alberto Zanchetta, docente di Arte contemporanea all’Accademia di Belle arti di Venezia. La mostra è promossa ed organizzata dal Crac Puglia con il contributo di critici, collezionisti e amici, per celebrare – senza retorica e senza scopo di lucro – il centenario della nascita, un omaggio a un artista che per tanti anni ha profuso impegno e assidua ricerca.

Michael Goldberg è considerato un pittore espressionista astratto di seconda generazione. Ma la sua attività si è allargata anche alla organizzazione  cura di mostre e rassegne e alla scrittura. È stato anche docente in varie università americane: Berkele, Yale, Minnesota. Si mette in luce soprattutto per le sue tele gestuali e piene di azione, ma ha attraversato diverse fasi che includevano opere monocromatiche di rosso e poi nero, bande di bianco su nero, immagini calligrafiche e bande luminose di colore che accennano a forme architettoniche. Sempre allineato con l’Espressionismo astratto, che descrisse nel 2001 come “ancora la principale sfida visiva del nostro tempo”, negli ultimi anni di vita  di attività,si scrollò di dosso la definizione, sostenendo che le etichette hanno sempre un tempo.

La mostra raccoglie una significativa campionatura di disegni e pitture (ventitré tra carte e tele), realizzati dall’artista durante la sua permanenza in Italia e soprattutto nella sua residenza toscana, sino all’estate del 2007.

In occasione della mostra, che è patrocinata dal Comune, dalla Regione, e si avvale della collaborazione do istituzioni territoriali e nazionali, è stata realizzata, per le edizioni Crac Puglia, una pubblicazione contenente una prefazione sul valore educativo dell’arte a firma di Giovanna Tagliaferro, direttore della Fondazione, un saggio critico di Alberto Zanchetta, apparato iconografico e note biografiche sull’artista.

Durante il periodo della mostra, si terranno visite guidate, incontri d’esperienza e laboratori didattici per le scuole del territorio.

Chi volesse scavare nella sua pittura spessa, viscosa e vorticosa, imperlata di sgocciolature e colori raschiati, – scrive in catalogo il curatore Alberto Zanchetta – si imbatterà assai di frequente in forme ad arco, timpani e rosoni, elementi architettonici che si possono far risalire al decennio del Sessanta, allorquando Klaus Kertess gli aveva affibbiato il neologismo di architecting paint. Goldberg non ha mai rinnegato il proprio passato, al contrario, era solito trarre ispirazione dai suoi stessi quadri, cercava di perfezionarne le intenzioni/intuizioni, raggiungendo esiti sempre più solidi e duraturi. In particolare, nei quadri dei primi anni Duemila, la materia pittorica finiva per raggrumarsi a guisa di ciottolo, in tutto simile a un sampietrino. Nel suo percorso – che era degno di un instancabile pellegrino – l’artista aveva attraversato un tragitto tanto estenuante quanto frustrante, costellato pur tuttavia di inesauribili sorprese e scoperte. Interrogandosi sull’essenza stessa della pittura, temeva di vederla scivolare tra le mani, macerandosi all’idea di rincorrere un qualcosa di inafferrabile”.

Musica

La decana mondiale degli organisti, Monserrat Torrent sabato a Grottaglie all’organo più antico di Puglia

23 Nov 2023

Straordinario e prestigioso evento musicale sabato prossimo, 25 novembre 2023, alle ore 19.30, nella Chiesa madre collegiata Maria SS.ma Annunziata, con il concerto che la decana mondiale degli organisti Montserrat Torrent Serra (Barcellona, 1926) terrà nell’ambito della IV Rassegna organistica grottagliese all’organo più antico di Puglia e tra i più antichi d’Italia.

Ne danno notizia con comprensibile emozione il parroco della stessa Chiesa madre don Eligio Grimaldi, Ciro De Vincentis presidente dalla Pluriassociazione S. Francesco De Geronimo e Nunzio Dello Iacovo, direttore artistico della rassegna giunta alla quarta edizione.

Una rassegna che, nel proporre nomi prestigiosi e famosi, esalta e valorizza uno strumento che costituisce motivo di grande orgoglio non solo per la comunità cittadina, ma per l’intero territorio regionale e nazionale.

La grande artista eseguirà brani appartenenti ad autori dei secoli XVI e XVII: un programma mirato ad esaltare le caratteristiche tecniche e foniche dell’antichissimo strumento che la stessa concertista ha chiesto di poter conoscere e suonare.

PROGRAMMA

ANTONIO DE CABEZÓN (1510-1565)

– Discante sobre la pavana italiana

– Diferencias sobre la gallarda milanesa

ANTONIO CARREIRA (1525-1597)

– Tiento a quatro sobre o villancico

– Con que la lavare

BERNARDO CLAVIJO DEL CASTILLO (1545-1626)

– Tiento de 2° tono por ge, sol, re, ut

GIOVANNI MARIA TRABACI (CA. 1575-1647)

– Primo tono con tre fughe

– Gagliarda quarta a 4 detta La morenigna

FRANCISCO CORREA DE ARAUXO (1584-1654)

– Segundo tiento de quarto tono (N. 16 B4)

JAN PIETERSZOON SWEELINCK (1562-1621)

– Mein junges leben hat ein end

GIOVANNI SALVATORE (1611-1688)

– Durezze e ligature

– Canzone francese terza, del primo

– Tuono finto

– Capriccio del primo tono

JOAN B. CABANILLES (1644-1712)

– Pasacalles iv de 4° tono.

– Gallardas v de 8° tono.

A Taranto

Cittadinanza inclusiva: così Taranto porge la mano ai minori stranieri

21 Nov 2023

di Silvano Trevisani

Una società matura è una società inclusiva, non certo elitaria o esclusivista. E per questo il Comune di Taranto ha voluto dare un segno concreto deliberando l’istituzione di un Regolamento per il riconoscimento della cittadinanza inclusiva. Permetterà a tutti i bambini stranieri nati a Taranto o a tutti i minori stranieri che hanno compiuto in città un ciclo di studi, di essere iscritti al Registro di cittadinanza inclusiva. Il provvedimento, che scaturisce da una mozione presentata dal consigliere comunale Luca Contrario, è stato approvato in Consiglio comunale lo scorso 16 novembre, ed è stato presentato in occasione della Giornata internazionale dedicata ai diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. All’incontro hanno partecipato il neovicesindaco Gianni Azzaro, assessore al Decentramento territoriale e l’assessore ai Servizi sociali Gabriella Ficocelli, oltre al consigliere Contrario e all’avvocatessa Daniela Lafratta, dell’Associazione Ohana.

Con il nuovo regolamento, tutti i minori stranieri residenti a Taranto potranno richiedere l’iscrizione nel Registro della cittadinanza inclusiva, ove ricorrano alcuni presupposti: essere nati a Taranto da genitori stranieri regolarmente iscritti all’anagrafe cittadina (ius soli), oppure aver frequentato e completato un intero ciclo di studi in una scuola di Taranto, pur essendo nati all’estero (ius scholae). Questo riconoscimento sarà assegnato dal sindaco ogni anno, proprio il 20 novembre, in una cerimonia ufficiale. Ma è stato precisato che per quest’anno non si è potuto procedere all’assegnazione in quanto i tempi dell’approvazione della delibera e quelli della individuazione di tutti gli aventi diritto non lo hanno consentito, ma dal prossimo anno sarà regolarmente effettuata la consegna in una cerimonia pubblica.

Dell’iniziativa abbiamo parlato con il suo promotore, il consigliere Luca Contrario, espressione dell’Associazione Giustizia per Taranto.

Quale significato si può attribuire all’iniziativa del Comune, fermo restando che la legge sulla cittadinanza, attesa da oltre trent’anni, è competenza governativa?

Ha un valore altamente simbolico di cittadinanza attiva, ma al contempo ha anche un valore sostanziale. Molti minori non sanno, ad esempio, che una volta superati i 18 anni, si può fare domanda per ottenere la cittadinanza italiana, e la cittadinanza “simbolica” servirà a creare un ponte per sensibilizzare all’avvio della richiesta, ma anche per chi vuole esercitare compiutamente i suoi diritti civili.

Si ha un’idea di quanti sono i minori stranieri nella nostra città?

Sono molto numerosi. Stiamo terminando la raccolta dei dati che, oltre che dall’anagrafe comunale (si tratta dei bambini nati a Taranto), vengono forniti anche dalle scuole nelle quali i minori hanno compiuto o stanno compiendo un ciclo di studi, e tra loro ci sono anche i minori non nati a Taranto.

Secondo il ministero dell’Istruzione, circa il 10% degli studenti italiani sono stranieri, questo vale anche per Taranto?

Direi di sì. Grosso modo la percentuale sembra attestarsi attorno al 10%, analoga anche quella dei nati a Taranto, che si attesta attorno al 6/7%.

Si tratta, naturalmente, di minori che possono considerarsi a tutti gli effetti italiani e che parlano perfettamente la nostra lingua.

Proprio così. Le scuole ci stanno fornendo i loro dati e abbiamo notato che, in qualche istituto, ci sono intere classi costituite da minori stranieri. Il che non appare come un fatto positivo, in quanto le disposizioni prevedono che gli stranieri vengano distribuiti in tutte le classi assieme agli italiani, perché si abbia un reale processo di integrazione.

Da parte sua, l’avvocato Daniela Lafratta, in rappresentanza dell’Associazione Ohana, impegnata a sostenere l’iniziativa, sottolinea come non si tratti solo di un provvedimento politico, “ma sostanziale, che ci auguriamo possa avere la giusta risonanza a favore di chi ne usufruirà. La disponibilità mostrata dall’amministrazione comunale ci fa percepire finalmente un collegamento effettivo tra istituzione e terzo settore”.

Questa iniziativa segue il provvedimento con il quale, nel settembre scorso, il Comune di Taranto apre la porta ai cittadini extracomunitari che convivono con comunitari residenti in città: prima nel Sud, infatti, ha promosso l’accoglimento delle richieste di deposito e registrazione dei contratti di convivenza tra cittadini comunitari e cittadini stranieri non residenti e privi di permesso di soggiorno. Anche in questo caso, il sindaco Melucci, aveva raccolto le sollecitazioni del consigliere comunale Luca Contrario, firmando l’apposito decreto destinato agli ufficiali di anagrafe delegati.

L’iniziativa, condivisa dalla maggioranza è dettata da ragioni sociali, che intercettano anche esigenze di natura amministrativa, colmando una lacuna normativa che potenzialmente potrebbe instaurare contenziosi a carico dell’ente.

Questo comporta che, in assenza di altri impedimenti, gli ufficiali di anagrafe potranno accogliere le richieste e rilasciare la certificazione attestante l’avvenuta protocollazione, utile ai contraenti cittadini stranieri per avanzare richiesta alla questura dell’autorizzazione al soggiorno. Senza quest’ultima, infatti, non si può procedere alla loro iscrizione all’anagrafe.

Qualità della vita

Qualità della vita, va sempre peggio per la provincia di Taranto (tranne nei reati)

20 Nov 2023

di Silvano Trevisani

La qualità della vita nella provincia di Taranto continua a peggiorare. Non siamo tra coloro cui piace autodenigrarsi, magari con intenti moralistici, ma non scopriamo nulla di nuovo se sottolineiamo qui i risultati della declassifica della qualità della vita stilata da ItaliaOggi – Ital Communication, in collaborazione con l’Università Sapienza di Roma..

In questa classifica, giunta alla 25ª edizione, la nostra provincia, che nel 2022 era al 99° posto, ora scende di due posizioni e si colloca al 101°.

Non è una novità, poiché solo pochi mesi fa un’altra classifica, quella sulla qualità della vita dei giovani, aveva collocato Taranto all’ultimo posto in Italia. Segno che le cose non vanno assolutamente bene e che senza investimenti occupazionali, formativi, culturali, non si migliorerà. Non sono progetti effimeri, programmazioni estive o cartelloni teatrali, in una realtà come la nostra che non conosce alcuno sviluppo turistico, nonostante crociere ed eventi spot, a poter migliorare le cose. Se i giovani tarantini sono i primi e più numerosi a scappare via e a non tornare più è perché non trovano una adeguata formazione universitaria e occasioni di lavoro adeguate alla loro formazione. E anche quei giovani che, per vari motivi, soprattutto economici, restano a Taranto, non incontrano un’offerta paragonabile a quella delle altre città universitarie, anche pugliesi, come strutture culturali o per il tempo libero, luoghi di incontro, di studio, privilegiati, e così via.

Una ripresa l’Italia del post Covid l’ha conosciuta, ma sono le province e le città metropolitane del Centro-Nord le protagoniste indiscusse. Di riflesso, si fa più netta la separazione rispetto alle aree meno sviluppate quali Mezzogiorno e Isole, dove crescono aree di disagio sociale e personale. E sarà molto peggio ancora se davvero si realizzerà l’autonomia differenziata, che condannerà il Sud alla miseria. Quest’anno la qualità della vita è risultata buona o accettabile in 63 su 107 province. Tradotto in termini di popolazione, significa che 21 milioni 909mila residenti (pari al 37,2% della popolazione italiana) vivono in territori caratterizzati da una qualità della vita scarsa o insufficiente, contro i 21 milioni 789mila della passata edizione, pari al 36,9% della popolazione, registrando quindi un lieve arretramento rispetto al 2022.

La classifica della qualità della vita stilata da ItaliaOggi pone Foggia al penultimo tra le province pugliesi: Bari si posiziona all’82esimo posto su 107, seguita da Lecce e Barletta-Andria-Trani, rispettivamente all’84° e 85° posto, mentre Brindisi si posizionata 90esima. Peggio della Capitanata, solo la provincia di Taranto (101).

Il punteggio

Il punteggio è stato determinato da parametri quali affari e lavoro, ambiente, istruzione e formazione, popolazione, reati, reddito e ricchezza, sicurezza sociale, sistema salute e tempo libero. Settori nei quali Taranto non brilla, se non i reati, nella cui classifica è al 47° posto,seguita da Brindisi al 52°, Lecce (57) e Bat (76), con Bari al 78°, mentre Foggia si attesa al 99° posto, a causa della dimensione inquietante che hanno assunto le organizzazioni criminali nel su territorio. Ma va ancora peggio a Milano, che chiude questa speciale classifica all’ultimo posto, precludendosi così la scalata al primo posto nella classifica generale che gli viene soffiato da Bolzano.

Anche in materia di “Affari e Lavoro”, naturalmente la regione Puglia è fuori dalle prime dieci posizioni, a maggioranza occupate da province del nord Italia; ma qui rasenta la “salvezza” solo Bari, che si piazza al 77° posto.

Amministrazione locale

Ennesimo rimpasto in giunta, Melucci fa fuori Francesca Viggiano. Perché?

17 Nov 2023

di Silvano Trevisani

Ennesimo rimpasto nella giunta comunale guidata da Rinaldo Melucci, che, dopo sei anni, toglie l’incarico assessorile a Francesca Viggiano. Una notizia giunta in redazione nel pomeriggio recita testualmente: “In data odierna il sindaco Rinaldo Melucci ha revocato dall’incarico assessorile l’Avv. Francesca Viggiano, ininterrottamente nell’amministrazione comunale dal 2017. La motivazione è strettamente connessa al venir meno dei necessari elementi fiduciari, in molteplici occasioni, tipici del ruolo da interpretarsi all’interno della giunta comunale, specie in una fase così strategica per la città. Dalla prospettiva dell’amministrazione comunale, dunque, non vi sono valutazioni di carattere politico o di relazione con il Partito Democratico alla base della decisione. Il sindaco ringrazia l’Avv. Viggiano per il lavoro svolto e le augura i migliori risultati personali”.

“In ultimo,- conclude la nota – il sindaco comunica di aver contestualmente assegnato pro tempore la delega all’Ambiente e alla Qualità della Vita alla consigliera comunale Angelica Lussoso. Mentre, nella veste di nuovo vicesindaco è stato individuato l’assessore Gianni Azzaro”.

Ma tutto lascia prevedere che il nuovo rimpasto non si fermi qui perché, come si legge ancora nella nota: “Il sindaco si riserverà nei prossimi giorni, altresì, una valutazione più approfondita delle deleghe attuali in seno alla giunta comunale”.

Ma cos’è accaduto di così grave da giustificare la revoca dell’incarico a un’assessora che è sempre stata un punto di riferimento nella giunta e che tra l’altro ha un ruolo autorevole nel PD, del quale ricopre l’incarico di vicepresidente regionale? Che ruolo ha avuto, nella decisione del sindaco, la sua rottura con Pd, anche se il comunicato stampa sembra escluderlo?

Lo abbiamo chiesto alla stessa Francesca Viggiano che così ci spiega l’accaduto: “Venerdì scorso era in discussione la delibera sulla costituzione del nuovo comitato per i Giochi del Mediterraneo. Data la delicatezza politica della questione, ho chiesto di leggere il contenuto preventivamente. Ma ho atteso inutilmente dalle 8 alle 12,30. Quando ho capito che l’atto non si sarebbe discusso e che il sindaco non si sarebbe neppure collegato via web, sono uscita per andare a prendere le bambine. Lui ha giudicato il mio come un gesto di avversione degna di far venir meno “elementi fiduciari” e questa è la conseguenza”.

Ma quanto ha pesato la rottura di Melucci con Pd?

“Credo che abbia pesato in maniera determinante, nonostante ciò che dice il suo comunicato. Del resto è da tempo che mostrava atteggiamenti gravemente ostili nei confronti del partito e anche contro coloro che avevano scelto una mozione congressuale diversa dalla sua”.

Ma il Pd reagirà in qualche modo a questa decisione del sindaco?

“Credo di sì. Per lunedì è già in programma una riunione del partito”.

Il Pd, però, non ha reagito molto alla fuoriuscita del sindaco. Eppure si dice che da mesi la giunta e il consiglio vivano una situazione difficile.

“La situazione difficile, nella giunta e nel consiglio, la vivono soltanto quelli che hanno il coraggio di parlare”.

E come mai Azzaro è promosso vicesindaco?

“Possiamo considerarla la contropartita per il modo di rapportarsi tra i due?”

Fin qui il colloquio con l’ormai ex assessora. La “motilità” delle giunte guidate da Melucci trova, quindi, un’ennesima conferma che riscontra, poi, il decisionismo di un sindaco che è molto attivo ma anche molto autoritario. E questo ci rinnova la convinzione che la riforma Bassanini ha qualche lato positivo ma molti più lati negativi, dati dalla inutilità del consiglio comunale, dal potere assoluto di un sindaco molto simile a un podestà, che può cancellare un consigliere semplicemente nominandolo assessore per brevissimo periodo. Se la figura attuale del sindaco viene presa ad esempio per il presidenzialismo… ci auguriamo fermamente che non passi.