Arte

Una mostra personale di Bruno Ceccobelli per il Mysterium Festival al Crac-Puglia

16 Mar 2023

di Silvano Trevisani

La grazia, l’armonia, l’equilibrio, la pacificazione, il trovare la propria via per la coscienza superiore: sono questi, per Bruno Ceccobelli, gli attributi della bellezza e, quindi, i concetti verso cui lo indirizza la propria ricerca artistica. Anche per questo Ceccobelli ha accettato di partecipare, con il proprio progetto “Mysteria Manifesta” al programma del Mysterium Festival 2023. La sua mostra, progettata da Giulio De Mitri e curata da Giovanni Gazzaneo, sarà inaugurata sabato 18, alle 18,30, e sarà visitabile fino al 10 maggio, nelle sale del Crac-Puglia, il centro di ricerca per l’arte contemporanea della Fondazione Rocco Spani, in corso Vittorio Emanuele II, in Città vecchia. L’artista di origini umbre ha realizzato appositamente per questa mostra 25 opere su tela con varie tecniche che vanno dall’acrilico ai pastelli a olio, a collage di stoffe e carte, alla cera, alla gomma lacca, a materiali vari che fondono una matrice figurativa a diverse evoluzioni pregne di significati ed elementi simbolici.

“Bruno Ceccobelli propone – scrive il curatore Giovanni Gazzaneo, che è tra l’altro l’ideatore de “Luoghi dell’Infinito”, mensile culturale del quotidiano “Avvenire” – un’arte che è sempre in cammino, rivolta a un Oltre che attrae, chiama e si offre come inesauribile meta. Tanti i sentieri esplorati e le tecniche affrontate, ma sempre con quella sete e quella aspirazione di Infinito che traspare in ogni sua opera e da cui ogni sua opera trae sostanza e spessore.(…) Bruno avverte tutta la

tensione che scorre tra spirito e materia, si lancia nel vortice in cui tornano a farsi uno. L’Infinito per lui non è mai una sfida alla finitudine della nostra esistenza (e quindi anche dell’opera che l’uomo crea), ma è l’orizzonte primo e ultimo della vita e dell’arte”.

Per l’occasione è stata realizzata, per le edizioni Crac-Puglia, per la collana di ate contemporanea Parola & Immagine, una pubblicazione contenente prefazione di Fabiano Marti, assessore comunale alla Cultura, introduzione di Giovanna Tagliaferro, direttore della Fondazione Rocco Spani onlus, testo critico di Giovanni Gazzaneo che intervista l’autore, chiude un’intervista di Anna D’Elia.

Nel periodo della mostra si terranno visite guidate, incontri d’esperienza e laboratori didattici per le scuole del territorio.

La mostra sarà visitabile (ingresso libero) sino al 10 maggio 2023, con i seguenti orari: dal martedì al venerdì, dalle 17.30 alle 19.30. Sabato e festivi su appuntamento

Confraternite

La Confraternita dell’Addolorata propone un singolare progetto “multisensoriale”

13 Mar 2023

di Silvano Trevisani

“Ascoltare per vedere. Vedere per toccare” è il titolo di un singolare progetto culturale organizzato dalla Confraternita dell’Addolorata e San Domenico per la Quaresima 2023, in vista della Settimana Santa tarantina. Il progetto, che partirà già mercoledì 15 marzo, prevede tre tappe, pensate come incontri che coinvolgono tre percezioni sensoriali, l’udito, la vista e il tatto, relative a un evento che la città sente da sempre in maniera molto particolare: “Ascoltare la Settimana Santa”, “Vedere la Settimana Santa” e “Toccare la Settimana Santa”.

Il primo evento è rappresentato da una tavola rotonda, il secondo da una mostra fotografica, il terzo da un’esposizione dei simboli sacri legati alla ritualità specifica. Ne parliamo con Angelo Riondino, membro del consiglio di amministrazione della confraternita.

Qual è il senso di questa iniziativa promossa per la Quaresima?

Il percorso che abbiamo proposto vuol allargare i punti di vista della comprensione della Settimana Santa a partire dall’ascolto che, in questo caso, non è l’ascolto dei “suoni” ovvero della marce funebri, ma dei pareri su come la ritualità tarantina viene percepita e vissuta da diverse prospettive: religiosa, storica e politica. Quello su cui si punta è di ottenere un quadro interpretativo di come viene sentita e “vista” la Settimana Santa. La seconda iniziativa, la mostra fotografica “La lunga notte della madre”, che si avvale della partecipazione di tantissimi appassionati fotografi, si svolgerà nel chiostro della Soprintendenza ai Beni culturali di Taranto, accanto a San Domenico e, con tutta probabilità, per l’occasione apriremo il portoncino affianco al portone della chiesa. Il terzo evento, “Toccare la Settimana Santa” riguarderà una mostra che sarà allestita all’interno della Chiesa di San Domenico: si potranno ammirare e toccare gli elementi della processione dell’Addolorata: la troccola, la pesare, i vestiti della Madonna, le stanghe, i mozzetti, e così via. Si potranno vedere da vicino in quanto la chiesa sarà liberata dai banchi. In questa occasione saranno anche realizzati dei laboratori didattici.

Da quale esigenza nasce questa iniziativa?

L’esigenza che avvertiamo è quella di dare un aspetto culturale alla confraternita e agli eventi di cui è promotrice La nuova dirigenza, insediatasi a novembre dopo regolari elezioni, ha avvertito l’esigenza di affiancare alla prioritaria necessità di rappresentare adeguatamente l’aspetto religioso anche la valorizzazione di quello culturale che, assieme all’aspetto caritatevole, caratterizzano la presenza e la vita della confraternita. Già a Natale abbiamo proposto delle iniziative, con una rassegna di cori itineranti nelle chiese della Città vecchia, cui hanno partecipato quattro cori della città di Taranto che poi insieme, con l’accompagnamento della banda, hanno cantato la pastorale tarantina. A questo è seguito il momento gastronomico con i dolci tipici della tradizione tarantina.

Avete altri programmi in vista?

Abbiamo sicuramente intenzione di proporre altri progetti, ancora con la collaborazione della soprintendenza di Taranto, ma ora siamo molto intensamente occupati nella preparazione della Settimana Santa che richiede moltissimo impegno.

Ma ora vediamo da vicino il programma dell’evento, il cui primo appuntamento si svolgerà nel “Centro San Gaetano” (largo San Gaetano – Città vecchia) il 15 marzo alle ore 19 e coinvolgerà tre relatori esperti, che esamineranno il tema “Ascoltare la Settimana Santa” dal punto di vista religioso, storico, politico. I temi affidati loro saranno: “Non c’è Passione senza Resurrezione” (monsignor Franco Semeraro); “Fede, Tradizione e Identità” (il docente di antropologia Antonio Basile); “Sacralità: bene comune” (assessore Fabiano Marti). Moderatore monsignor Emanuele Ferro. La tavola rotonda sarà accompagnata da alcuni interventi musicali offerti dall’Orchestra di arpe, diretta dalla professoressa Maria Grassi.

Il secondo appuntamento, “Vedere la Settimana Santa”, consiste in un Concorso fotografico, con relativa mostra, dal titolo: “La lunga notte della Madre”, realizzato in collaborazione con la soprintendenza ai Beni culturali, che ha sede in via Duomo. L’esposizione delle foto, che si terrà nel chiostro della soprintendenza ai Beni Culturali, riguarderà le opere selezionate da una giuria di professionisti nel settore e sarà inaugurata il 25 marzo alle ore 11, mentre la premiazione dei primi tre classificati, con lettura della motivazione, si svolgerà il 27 marzo 2023, durante il Concerto del “Lunedì di Passione”, nella Chiesa di San Domenico Maggiore.

La mostra sarà visitabile fino al 3i marzo dalle dalle ore 9 alle 13 e dalle 15 alle ore 17,30, ma nei giorni 27 e 31 sarà protratta fino alle 19,30.

Il terzo ed ultimo incontro, “Toccare la Settimana Santa”, si svolgerà, nei giorni 29 e 30, nella navata centrale della Chiesa di San Domenico dove saranno esposti i simboli del Pellegrinaggio della Vergine Addolorata. La mostra seguirà il seguente orario di apertura: dalle ore 9 alle 13 e dalle 17 alle 20. Nell’occasione ci sarà la presentazione del libro di illustrazioni “Riti a colori” di Sara Sebastianelli e Maria Gravina, seguita da un laboratorio didattico offerto alle scolaresche che verranno a visitare la mostra.

Diocesi

Tarquinio, direttore di Avvenire: “Sono rimasti solo i cattolici a schierarsi apertamente per la pace”

Foto G. Leva
10 Mar 2023

di Silvano Trevisani

Un messaggio chiaro, persino duro, quello che ha lanciato ieri a Taranto il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio, chiamato ad affrontare, all’interno della 51a edizione della Settimana della fede, un argomento delicato come la guerra, col tema assegnatogli: “Conflitto e unità – guerra e pace”. Sempre accogliendo e propalando le paterne sollecitazioni di papa Francesco, Tarquinio ha sottolineato come la pace, la giustizia, la verità non devono mai uscire dalla coscienza dei credenti e devono essere il loro criterio di affacciarsi nel mondo. Lo abbiamo intervistato per chiedergli:

La sua voce è stata una delle pochissime voci che anche nei dibattiti televisivi oltre che nel lavoro quotidiano, si è spesa dal primo momento in favore della pace, mentre tutti gli altri sembravano impegnati a fare calcoli strategici, puntando sulla guerra come una necessità. Come lo spiega?

Questa è una novità del panorama mediatico italiano, dove la diversità degli accenti, delle voci, la profondità della lettura non sono mai stati qualcosa di estemporaneo ma di radicato. Colpisce perché nel tempo in cui siamo sono rimasti soprattutto i cattolici, a cominciare dal papa, e da tanta parte delle nostre comunità cristiane, a essere capaci di vedere l’insidia che è rappresentata dalla guerra oggi nel mondo come logica che presiede ai rapporti tra gli stati. Io credo che tutti gli italiani si siano emozionati il 27 febbraio, tutti quelli che hanno avuto orecchie per sentire evche hanno trovato media disposti a diffondere, le parole dell’angelus del papa sulla guerra, la 169a scatenata nel mondo, vale a dire quella fra russi e ucraini. Papa Francesco ha citato l’articolo 11 della Costituzione italiana e credo che sia venuto il brivido a tutti al sentire il papa citare la nostra Costituzione che recita: “l’Italia ripudia la guerra come strumento per la risoluzione delle controversie tra gli stati”. Ne deriva un grande impegno morale che dobbiamo cercare di essere all’altezza di recepire.

Nel video l’intervista completa

Fotografia

In mostra le foto artistiche di Enzo Ferrari ispirate ai brani musicali di Franco Battiato

09 Mar 2023

di Silvano Trevisani

Sarà visitabile fino al 24 marzo, nella project room del centro espositivo Crac-Puglia, in corso Vittorio Emanuele n.17 in Città vecchia, guidato da Giulio De Mitri, la mostra fotografica “I giardini della preesistenza, un viaggio fotografico nell’universo musicale di Franco Battiato”, a cura dello storico e critico d’arte Lara Caccia, promossa e organizzata dal Crac, patrocinata da Comune di Taranto e dalla Regione Puglia. Si tratta di uno spaccato essenziale tra fotografia e musica, due linguaggi artistici strettamente collegati da un significativo rapporto percettivo, mentale, artistico e culturale.

Ne è autore il giornalista, direttore di “TarantoBuonasera”, Enzo Ferrari, appassionato di fotografia e vicepresidente del Circolo fotografico Il Castello, che espone dieci “scatti” ispirati dalla musica e dai testi di Franco Battiato, uno degli autori più importanti che l’Italia abbia avuto, certamente tra i più amati da Ferrari che proprio dai suoi brani ha tratto ispirazione oltre che il titolo stesso della sua mostra. Si tratta di immagini ricavate da foto digitali, senza alcuna elaborazione in post produzione, che trasformano un dato emozionale in effetto cromatico, ma anche viceversa. Ne viene fuori uno spaccato coscienziale, sicuramente concettuale, in quanto elaborazione intellettuale connessa a una propria visione ispirata attraverso sensazioni mnemoniche, ma che non sarebbe errato neppure definire astratte, dal momento che di astrazione rispetto a un’idea sinolica di connessione materia-forma si tratta, dove la relazione è affidata agli effetti più che alle cause formali, foniche e linguistiche, o anche filosofiche.

Del resto la fotografia astratta accompagna, se non addirittura precede, anche l’arte astratta, come dimostrano gli esperimenti dell’americano Alvin Langdon Coburn risalenti agli inizi del Novecento, e naturalmente Man Ray, sempre con procedimenti tecnici di tutt’altra materia e in bicromia, anche se già nel 1940 le esperienze di foto astratte a colori si vanno moltiplicando, soprattutto in Usa e in Francia. Non possiamo esimerci, qui, neanche dal citare gli esperimenti formali condotto dal futurismo, pensiamo soprattutto alle fotografie di Anton Giulio Bragaglia, che hanno molto a che fare proprio con il movimento e la sua dinamica, ma anche al “nostro” Carlo Belli, teorico dell’astrattismo geometrico e padre dei convegni sulla Magna Grecia, e alle sue esperienze di fotografia dinamica, dei quali ebbi occasione di occuparmi nel catalogo della mostra “Giorgio De Chirico e la Metafisica del Mediterraneo”.

Enzo Ferrari ci mette grande passione per innestarsi in questo complicato settore, portandoci il gusto per il cromatismo e il movimento che riescono ad assumere una dimensione autonoma nell’ispirarsi alla musicalità di Battiato, anch’essa fondamentalmente legata al movimento e alla ritmicità propria delle culture mediterranee.

La mostra è presentata in catalogo da Lara Caccia che nota come nelle opere di Ferrari “il tempo e lo spazio si protraggono verso un infinito: filamenti di luce colorata guizzano da fondi di luce bianca o dalla sua assenza, fondi neri o scuri. Essi creano una sensazione di movimento circolare e/o oscillatorio che scandisce ritmicamente il tempo, il quale oramai non segue la successione di momenti uguali, come punti in una retta, ma diviene onde che seguono uno slancio vitale, verso una cognizione temporale personale”.

Diocesi

L’arcivescovo Santoro: la prospettiva sinodale deve avere i suoi risvolti sulla vita della gente

08 Mar 2023

di Silvano Trevisani

In una pausa delle sessioni della Settimana della fede abbiamo rivolto alcune domande all’arcivescovo Filippo Santoro.

L’edizione 51 della Settimana della fede ruota attorno al tema della sinodalità. Quali riflessioni derivano dal lavoro che la Conferenza episcopale sta portando avanti?

Il lavoro che in Conferenza episcopale stiamo facendo, su sollecitazione di Papa Francesco, è un grido d’allarme per superare l’individualismo, per costruire in noi, per avere rapporti più intensi di unità nella Chiesa, camminare insieme e valorizzare gli organismi di partecipazione e quindi di annuncio, di presenza nella società e di condivisione dei drammi del nostro tempo.

Quali significati va assumendo questa 51sima Settimana della fede, in questo senso?

È cominciata con la memoria e la preghiera per monsignor Benigno Papa, poi con la presenza del cardinale Zuppi abbiamo vissuto un’esperienza di grande passione, di grande esperienza, di vicinanza della gente. E poi con la presenza di don Marco Pagniello, stiamo approfondendo il tema della sinodalità nell’aspetto della “carità sinodale”, che non è un discorso astratto ma una pratica concreta, un’esperienza di vicinanza agli ultimi, ai più bisognosi. Poi avremo la presenza del direttore dell’”Avvenire”, Marco Tarquinio, che interrogheremo specificamente sul tema “conflitto e unità – guerra e pace”, proprio per andare a fondo in questa drammatica vicenda direzione di per poterli poi riportare. Tra le iniziative concrete, a proposito del conflitto, anche io ho ospitato qui, nel giorni scorsi, un’italiana che è venuta dall’Ucraina con 30 bambini che ha portato in salvo e sta introducendo nella vita italiana. Tra le belle iniziative è quella di portare, con gli amici dell’Isola che vogliamo, un bassorilievo di San Michele Arcangelo a Kiev, un santo guerriero che sostiene le ragioni della pace che vincono la guerra: è quella la nostra speranza.

Ma tra i conflitti di diverso genere, che viviamo qui a Taranto, abbiamo la vicenda dell’Ilva e del risanamento, che sembrano ancora senza via d’uscita.

Certo, questa vicenda è ancora aperta e per risolverla bisogna senz’altro mettere un punto fermo di ripartenza che significa cambiare il processo produttivo, passando dal ciclo completo del carbone e fonti alternative: idrogeno, forni elettrici e gas. Ma per fortuna nel nostro territorio l’attenzione non si concentra più solo sull’Ilva, ma ci sono tante altre fonti di sviluppo in vista. Il governo locale e quello regionale sono impegnati, oltre che per i giochi del Mediterraneo, anche ad aprire ad altre iniziative industriali che diano lavoro e vita. Il futuro di Taranto non può più identificarsi solo con l’Ilva. Che resta un problema penoso, difficile, per il quale il governo deve giocare tutte le sue carte, perché l’attenzione alla vita e all’ambiente sia prioritaria sulla produzione. Infatti, la vita e la cura dell’ambiente hanno la precedenza sulla produzione: ma il governo deve mettersi poi a favorire, sia a livello locale che nazionale, tante forme di occupazione in favore soprattutto dei nostri giovani. Tutto il problema del lavoro dev’essere illuminato da una visione globale.

Foto G.Leva

Diocesi

Il cardinale Zuppi: la politica ascolti la Chiesa impegnandosi a lavorare per la pace e l’accoglienza

foto G. Leva
07 Mar 2023

di Silvano Trevisani

È stata una giornata intensa quella che ha vissuto il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, martedì a Taranto. Ospite della seconda giornata della 51 Settimana della fede, dopo che la prima giornata è stata dedicata alla veglia funebre del compianto arcivescovo emerito Benigno Luigi Papa, egli ha voluto, infatti, partecipare alla concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Filippo Santoro, prima di affrontare la relazione che gli è stata proposta: “Realizzare il cammino sinodale nell’attuale momento della Chiesa italiana”. Ma prima ancora ha voluto mettersi a disposizione della stampa, rispondendo volentieri alle domande dei giornalisti. Così anche noi abbiamo potuto rivolgergli delle domande sui temi più attuali che riguardano la Chiesa in questo momento difficile per l’umanità tutta: emergenza immigrazione, guerra, emergenza ambientale con specifico riferimento a Taranto.

Migrare è un diritto, come anche lei ha affermato, però ancora è così difficile realizzare dei corridoi legali. Perché?

Perché vi è ancora intatta la necessità di operare delle scelte, finora mancate, ma non solo da parte italiana. Dobbiamo affrontare il problema non legandolo al contingente poiché sono trent’anni che non l’affrontiamo. Certo: questa ennesima tragedia deve rafforzare in maniera decisiva la consapevolezza della necessità di trovare risposte adeguate, e questo vale sia per l’Italia che per l’Europa.

Lei ha detto che è la politica che deve risolvere i conflitti e non la guerra. Ma come può avvenire questo quando la politica è così innestata nelle regioni della guerra e quando anche il Parlamento europeo bocca una risoluzione per avviare una mediazione?

La pace ci coinvolge tutti nelle varie responsabilità e credo che tutti debbano essere in maniera diversa artigiani di pace. Sì è vero: c’è una debolezza della politica, una debolezza della diplomazia, una debolezza della società degli uomini che assiste a una tragedia nel cuore dell’Europa, ma ancora di più è necessario che la politica sappia trovare gli strumenti per tessere le fila di un dialogo che tanti invocano perché la risoluzione dell’Onu, che era chiarissima, possa essere applicata.

Lei ha avuto un ruolo in conflitti lunghissimi nel mondo, come il Mozambico e Burundi; cosa c’è di diverso qui che rende così difficile aprire spazi di dialogo, fortemente invocati da papa Francesco?

Anche in passato molti papi non sono stati presi sul serio, a cominciare da Benedetto XV con la Prima guerra mondiale, che ci ha portato fino ad oggi, o Giovanni Paolo II che ha tentato in tutti i modi di scongiurare la guerra in Iraq. Semmai dobbiamo aiutare la Chiesa e gli uomini di fede a parlare e a essere ascoltati. Quel che manca ad esempio sono degli spazi di organizzazioni internazionali, come l’Onu che possano avere una autorevolezza, una forza tale da creare l’opportunità del dialogo. Dobbiamo aiutare perché ci siano organismi in grado di creare incontri necessari e di applicare le risoluzioni conseguenziali.

Taranto continua a vivere il suo dilemma: lavoro contro salute. Come tenere insieme le due cose?

Le due cose devono essere insieme perché se c’è il lavoro ma non c’è la salute dopo un po’ non c’è più neanche il lavoro! Ma su questo credo che l’arcivescovo di Taranto, direttamente coinvolto, sappia dare tutte le risposte adeguate. Ma occorre fare di tutto perché le cose sussistano in maniera efficace.

La transizione ecologica vede però decisamente schierata la Chiesa.

Per forza, perché la Chiesa non è una porta verde “cromatica”, la Chiesa ha sempre messo al centro le persone. La preoccupazione per l’ambiente ha due motivi: la devastazione dell’ambiente rende il mondo invivibile, e poi perché il creato ci è stato affidato perché noi lo sappiamo curare e non distruggere piagandolo al nostro interesse, compromettendo il futuro.

Il suo libro Odierai il prossimo tuo come te stesso, che è un chiaro paradosso, è diretto a chi: alla società, all’umanità, ma anche agli uomini di Chiesa?

Certo! A me stesso, innanzitutto, perché l’odio è sorprendente come il male ha la capacità di annidarsi nel cuore degli uomini, nelle relazioni tra gli uomini, di apparire inerte quando non lo è. Crea mutismo, impedisce di parlare, cancella l’altro. Se nostro Signore ci ha detto che non dobbiamo neppure dire “pazzo” al nostro fratello, non ha posto una questione di galateo, perché il male cresce, il suo seme è sorprendentemente fertile. L’odio che veniamo indirizzati a coltivare ha frutti terribili, che dominano l’uomo stesso e diventano una macchina di morte che l’uomo non riesce più a fermare.

Diocesi

Benigno Papa fu pastore negli anni difficili di Taranto e seminò fiducia nella fede e nella cultura

06 Mar 2023

di Silvano Trevisani

“Desidero che si preghi per tutti gli operatori pastorali, perché comprendano che compito fondamentale della Chiesa oggi è quello di aiutare gli uomini e le donne del nostro tempo a capire e vivere la vita come una vocazione. La comunicazione del Vangelo è, infatti, una proposta di vita che l’Autore della vita ci offre nella persona di Gesù e nel dono del suo Spirito”.

Sono le parole con le quali concludeva il messaggio per le vocazioni diffuso nel 2002, una sollecitazione a cogliere in pieno la propria vocazione e trasformarla nella vita della Chiesa: era stato da poco eletto vicepresidente della Conferenza episcopale italiana ed era il suo modo di chiedere il sostegno dei fedeli a sorreggerlo in nuove sfide pastorali.

Attraverso il suo pastore, la Chiesa di Taranto vedeva ancora una volta riconosciuto lo spessore del suo contributo alla dinamica teologica, sociale e culturale della Chiesa italiana.

Schivo, sereno, incline a una velata ironia, ma sempre severo quando le condizioni lo imponevano, monsignor Papa aveva accolto con gioia ma anche con la consapevolezza della gravosità della responsabilità, l’incarico che i vescovi italiani, guidati da monsignor Camillo Ruini, gli attribuivano e che, prima di lui, era stato ricoperto da monsignor Guglielmo Motolese.

Con la ritrosia che lo contraddistingueva sempre, misurava le parole, centellinandole per dirsi “grato ai confratelli che hanno voluto confidare nella sua esperienza” e “pronto a dare, come sempre, il mio contributo alla Chiesa, nel segno del suo magistero”.

Nato a Spongano, in provincia di Lecce, il 25 agosto 1935, entrato nell’ordine francescano, Benigno Papa ha da sempre prediletto l’esegesi biblica: teologo di grande spessore ha insegnato per molti anni al seminario teologico di Santa Fara (Bari) prima di essere nominato vescovo nella diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, dove ha dovuto misurarsi con emergenze ambientali note, come la criminalità mafiosa e dove ha fatto apprezzare le sua capacità pastorali, tanto da essere inviato a Taranto, da sempre terreno di duri conflitti sociali per coprire, nel 1990, la sede lasciata vacante dall’arcivescovo Salvatore De Giorgi, divenuto poi cardinale di Palermo. A Taranto egli arrivò proprio negli anni in cui la guerra di mala insanguinava queste contrade e, forte dell’esperienza acquisita, mostrò di possedere la giusta tensione morale e umana per sollecitare la comunità civile e quella cristiana a reagire contro la civiltà della morte.

Ma ben presto egli si trovò, nella sua funzione di pastore, alle prese con un altro problema centrale nella storia della comunità: l’emergenza ambientale, per la quale ereditava le sollecitazioni di Giovanni Paolo II, nella sua storica visita a Taranto, per un’ecologia integrale, ma doveva spendere la sua capacità pastorale nell’impegnativa battaglia che metteva a confronto il lavoro e la salute di cittadini e lavoratori.

“La disoccupazione – così monsignor Papa si rivolse alla diocesi annunciando il suo incarico – resta un’emergenza gravissima, sicuramente sottovalutata. Ma il tema del lavoro in sé è delicatissimo perché vitale per la società. Chi se ne occupa oggi è in prima linea, perché vi è in atto uno scontro sociale pericoloso. La fame di lavoro è una forza dirompente, ma lo è anche il suo sfruttamento. E noi avvertiamo le tensioni, così come l’inadeguatezza dell’iniziativa pubblica. Che dalle nostre parti promette investimenti, che poi non arrivano mai”.

Si spese, sollecitando e promuovendo anche iniziative di confronto istituzionale, così come fu promotore di confronti internazionali sul tema della pace, e a dieci anni dalla visita del Papa, nel 1999, promosse il congresso internazionale per un “Arcobaleno di pace” sul Mediterraneo.

Ma anche sui temi dell’immigrazione, così attuali, prese posizione con parole lungimiranti, persino profetiche, sostenendo con decisione che “le istituzioni devono affrontare il problema, ponendo condizioni e regole, ma non possono dare una risposta in termini “utilitaristici”, pensando di contingentare gli ingressi in base al “nostro fabbisogno”. Ridurremmo i nostri fratelli a semplici numeri da sfruttare per i nostri calcoli. Va privilegiato il ricongiungimento dei parenti con quelli ospiti del nostro paese. Fu, questa, una battaglia che anche l’Italia fece in favore dei suoi emigrati”.

Anche in seno alla Conferenza episcopale italiana Benigno Luigi Papa, già membro del Consiglio permanente e già presidente della Conferenza episcopale pugliese, svolse un lungo e importante lavoro, dopo essere stato coordinatore del consiglio per i problemi della famiglia, poi come responsabile per la vita consacrata, un incarico al quale diede notevole spessore, dal momento che egli proviene dalle fila dei cappuccini.

Quello che egli fornì un contributo specifico nei temi della pastorale teologica, nella coniugazione dell’interpretazione dei testi sacri alla loro attualizzazione “in un mondo che cambia”, sempre più scristianizzato ma sempre più bisognoso di spiritualità.

Ma vogliamo rimarcare, in questo ricordo necessariamente breve, il grande impegno che profuse per la “inculturazione della fede”, promuovendo la cultura e la valorizzazione dei beni culturale diocesani e, tra le altre cose, al restauro della residenza episcopale, alla creazione del Museo diocesano, al restauro e utilizzo del Palazzo Visconti, sede dell’Istituto di scienze religiose, e della Biblioteca arcivescovile.

Ecclesia

Francesco ordinato diacono permanente a Bologna ma è nativo di Grottaglie e cugino di mons. Ligorio

27 Feb 2023

di Silvano Trevisani

È stato ordinato diacono permanente lo scorso 12 febbraio a Bologna, coronando una vocazione maturata nel tempo. Stiamo parlando di Francesco Monaco, originario di Grottaglie, cresciuto nella parrocchia del Carmine, chiesa particolarmente ricca di vocazione, dalla quale proviene, tra i tanti altri, anche l’arcivescovo metropolita di Potenza, Salvatore Ligorio, che è suo cugino, e che solo il giorno prima aveva festeggiato i 25 anni dell’ordinazione episcopale e poi è volato a Bologna per partecipare all’ordinazione di Francesco. In questi giorni il nuovo diacono è tornato a Grottaglie per salutare la mamma e i parenti, e ha assistito don Ciro Santopietro nella messa domenicale.

Nato nel 1964, ultimo di quattro fratelli, Francesco dopo il liceo ha proseguito gli studi e Lecce e qui ha iniziato, dopo la formazione in scienze religiose, a insegnare religione, si è sposato e poi si è trasferito a Bologna, dove è poi nata sua figlia. Lo abbiamo incontrato proprio in parrocchia e gli abbiamo rivolto alcune domande.

Partiamo dal diaconato: un’istituzione importante, forse poco apprezzata, ma utile.

Il Concilio Vaticano II ha ripristinato il ministero del diaconato ed è stata una cosa importantissima perché in qualche modo ha definito il diaconato come il ministero che conserva il senso del servizio all’interno della Chiesa. È molto importante perché testimonia una Chiesa che deve essere al servizio di tutta quanta l’umanità. Prima del Concilio, il diaconato non aveva tale importanza ed era pensato soltanto come un momento di passaggio per il sacerdozio. Il Concilio ha reso possibile per gli uomini sposati, essere ordinati ed attivare questo che è un servizio prettamente legato alla carità, alla liturgia e alla predicazione della parola.

Come nasce la tua vocazione?

La mia vocazione nasce all’interno di un percorso che ha inizio in giovane età, condiviso con mia moglie. Si è trattato, quindi, di un’evoluzione naturale, nel senso che non c’è stato nessuno strappo, nessun passaggio particolare: un percorso che ha visto una serie di tappe, conclusosi al momento specifico della formazione, nel quale ho integrato gli studi fatti precedentemente, come filosofia e scienze religiose con una licenza in ecclesiologia, più altri piccoli momenti di formazione specifici per il diaconato.

Tu vivi a Bologna, una città che, come altre città del Centro Nord, si caratterizzano, anche per motivi storici, per una scarsa partecipazione alla vita della Chiesa. Quanto è più difficile la tua missione in quel territorio?

Io ho la fortuna di insegnare religione in un liceo di Bologna, evidentemente c’è un contesto culturale più faticoso rispetto a un contesto meridionale. Ma in realtà ci sono tante belle sensibilità che bisogna soltanto provare a intercettare. La fatica, da parte mia, è quella di mettere nella stessa frequenza, di sintonizzarmi con le diverse sensibilità e il fatto che ci sia una sensibilità anche variegata, poiché ci sono anche persone che vengono da altre culture, da altre religioni, è molto importante perché ci si può sentire, come nel mio caso, molto più ricchi.

Papa Francesco ha indetto il Sinodo per riagganciare tutto il sistema Chiesa. Senti anche tu il “problema”?

Sì ci sono dei gruppi sinodali che si incontrano tra di loro e ne discutono, ma il messaggio importante è che la Chiesa si rimette in discussione dal basso e coinvolge tutti quanti a partire dal proprio sacerdozio ministeriale, tutti quanti siamo chiamati a partecipare dallo stesso sacerdozio che ci deriva dal battesimo.

Letteratura

A Grottaglie la presentazione dell’antologia poetica “La guerra che è in noi”

25 Feb 2023

“La guerra che è in noi. Canto corale per la Terra, sconfinato campo di battaglia, sempre in cerca di pace”, questo è il titolo di un importante progetto culturale che prende spunto dall’attualità ma che riflette su un fenomeno tristemente endemico come la latente conflittualità, da cui l’umanità è sempre afflitta, anche quando non si trasforma in conflitto armato. Si tratta di un’antologia, edita da Macabor, una casa editrice molto impegnata nella promozione della poesia, ideata e curata da Silvano Trevisani, che sarà presentata mercoledì 1 marzo, alle ore 19 nella Chiesa di Santa Maria in Campitelli, via Campitelli Grottaglie per iniziative dei Club service: Lion club Grottaglie, Rotary club Grottaglie, Soroptimist club Grottaglie, e dell’Università dell’età libera di Grottaglie.

Il programma della manifestazione prevede: il saluto del sindaco di Grottaglie, avv. Ciro D’Alò, del parroco di Santa Maria in Campitelli, don Gianni Longo, del coordinatore Lion per i rapporti con le associazioni, dott.ssa Angela Matera.

La prof.ssa Daniela Anicchiarico, docente di Lettere al Liceo Moscati, dialogherà con il curatore dell’Antologia, Silvano Trevisani.

Saranno lette alcune poesie da Sabrina Del Piano, Roberto Burano e da due studenti del Moscati.

Al progetto dell’antologia hanno aderito il poeta ucraino Anatolij Dnistrovyj, il poeta in lingua russa Igor’ Kotjuch (tradotti dal noto traduttore Paolo Galvagni) e alcuni dei più noti poeti italiani: Franco Arminio, Luca Benassi, Franco Buffoni, Ennio Cavalli, Valentina Colonna, Vittorino Curci, Giuseppe Goffredo, Davide Rondoni e lo stesso Trevisani.

L’introduzione è di Eraldo Affinati, scrittore e saggista, oltre che editorialista di vari giornali, tra cui “L’Avvenire”,

Ai testi firmati da poeti direttamente coinvolti nella tragica contesa – scrive, tra l’altro, Eraldo Affinati nella intensa introduzione – seguono altri composti da autori i quali si sono sentiti chiamati in causa da una guerra fratricida che si sta svolgendo nel cuore antico dell’Europa, nei medesimi luoghi che videro gli scontri della Seconda guerra mondiale fra le truppe naziste e quelle sovietiche con la partecipazione attiva dei nostri alpini, allora schierati dalla parte sbagliata. Potrebbe essere l’ultimo battito del cuore di tenebra novecentesco, oppure, come molti paventano, l’agghiacciante preludio di un fatale conflitto nucleare.

Cosa può fare la poesia di fronte alla natura ferina dell’uomo se non assumere su di sé l’energia cieca della Storia nel tentativo di trasfigurarla stilisticamente? E’ questa la ragione per cui pensare è, come spiegò Albert Camus, cominciare a essere minati, cioè pronti ad esplodere. Scrivere significa mettere le mani in pasta. Fare un passo in avanti. Esporsi. Uscire dalla zona di sicurezza. Rischiare di sbagliare. Incidere il nome sulla roccia. Prendersi in carico il punto di vista altrui. Accendere le torce per segnalare una presenza. Attraversare i boschi. Nuotare negli acquitrini. Dare via tutto. Una questione di vita e di morte. Pubblica e privata.

Una posizione radicale pre-politica, pre-giuridica, persino pre-morale, io credo, ben sintetizzata dal titolo di questa silloge: la guerra non può essere mai lontana perché la campana suona sempre anche per me, per te, per voi, per tutti, sulla scia di quanto pensava il John Donne richiamato da Ernest Hemingway. Noi che non possiamo essere felici se l’infelicità colpisce chi ci sta accanto. Noi che in quanto individui siamo legati da nessi profondi, invisibili e sottili, che la letteratura è chiamata ogni volta a ricordare, raschiando sulle croste fino a vederle sanguinare”.

Canonizzazioni

Un’altra pugliese agli onori degli altari: madre Elisa Martinez, fondatrice delle figlie di S.M. di Leuca

24 Feb 2023

di Silvano Trevisani

Un’altra pugliese agli onori degli altari. La serva di Dio madre Elisa Martinez, originaria di Galatina e fondatrice della Congregazione delle Figlie di Santa Maria di Leuca, sarà beata per volontà espressa da Papa Francesco. Grazie al riconoscimento di un miracolo attribuito alla sua intercessione, nel corso dell’udienza al cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, il Papa ha autorizzato la promulgazione dei Decreti riguardanti la prossima nuova beata salentina, e altri cinque nuovi venerabili.

Il miracolo riguarda la guarigione di un feto destinato a morire, per una diagnosi di “trombosi e occlusione completa calcifica dell’arteria ombelicale sinistra fetale”, che ha dato la vita ad una bambina nata il 19 marzo del 2018. La gravissima situazione affrontata da una madre di Rimini ha trovato efficace sostegno grazie alla superiora generale della Congregazione delle Figlie di Santa Maria di Leuca che hanno fatto iniziare, nelle varie comunità, una novena di preghiera per chiedere il miracolo per intercessione di Madre Elisa Martinez. Proprio questo evento miracoloso, ritenuto inspiegabile dalla medicina, ha fatto sì che si abbreviassero i tempi per la beatificazione della suora salentina, il cui processo era iniziato soltanto il 19 agosto 2020.

Nata il 25 marzo 1905 a Galatina (morta l’8 febbraio 1991 a Roma), Elisabetta entra nel 1930 nella Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore, che in seguito è costretta a lasciare a causa di una grave infezione polmonare. Matura quindi l’idea di fondare una nuova Congregazione impegnata nella formazione delle adolescenti, nell’educazione della prima infanzia, nell’assistenza delle madri nubili e nel servizio parrocchiale e dà inizio all’Istituto delle Figlie di Santa Maria di Leuca. Eletta superiora generale, trasferisce la sede della casa generalizia e del noviziato a Roma, dove appunto muore nel ’91

La congregazione fondata da madre Elisa conta oggi 55 comunità divise in 8 paesi, con 600 suore; 24 sono le case presenti in Italia, 12 in India, 7 nelle Filippine, 6 in Svizzera e in Portogallo, 4 in Canada, e 1 in Francia e Messico. La sua tomba, che si trova a Roma, nella Cappella della Casa generalizia, a Prima Porta, è meta di continui pellegrinaggi.

Gli altri decreti firmati dal Santo Padre, che riconoscono le virtù eroiche, riguardano: il servo di Dio Giuseppe di Sant’Elpidio, fondatore della Congregazione delle sorelle francescane delle vocazioni, nato il 15 marzo 1885 a Sant’Elpidio a Mare e morto il 23 novembre 1974 a Pesaro; il servo di Dio Aloísio Sebastião Boeing, fondatore della Fraternità mariana del Cuore di Gesù, nato il 24 dicembre 1913 a Vargem di Cedro (Brasile) e morto il 17 aprile 2006 a Jaraguá do Sul (Brasile); la serva di Dio Maria Margherita Lussana, cofondatrice della Congregazione delle suore orsoline del Sacro Cuore di Asola, nata il 14 novembre 1852 a Seriate e lì morta il 27 febbraio 1935; la Serva di Dio Francisca Ana María Alcover Morell, laica, nata il 19 ottobre 1912 a Sóller (Spagna) morta il 10 marzo 1954; la serva di Dio Albertina Violi Zirondoli, laica e madre di famiglia, nata il 1° luglio 1901 a Carpi e morta il 18 luglio 1972 a Roma.

Lavoro

Il nuovo decreto salva Ilva passa al Senato ma viene reintrodotto lo “scudo penale”

22 Feb 2023

di Silvano Trevisani

Alla fine, lo scudo penale per gli amministratori dell’Ilva è stato varato dal Governo. L’impegno che in merito aveva assunto il ministro Adolfo Urso è quindi vanificato a tutto vantaggio di chi avrà mano libera nella gestione dello stabilimento siderurgico, senza rispondere dei danni alla salute e all’ambiente che produrrà.

Il Senato ha approvato il decreto-legge 5 gennaio 2023, n. 2 che introduce “Misure urgenti per gli impianti di interesse strategico nazionale” con 78 voti favorevoli, 57 contrari e 7 astenuti. Il provvedimento passa alla Camera per l’approvazione definitiva e va convertito in legge entro il 6 marzo ed è difficile pensare che possa subire cambiamenti a meno che non intervengano novità significative per ora da escludere. Varato lo scorso 5 gennaio, il provvedimento permette di trasferire 680 milioni ad Acciaierie d’Italia, in forma di prestito ponte che sarà utilizzato per coprire i debiti, soprattutto nei confronti delle aziende energetiche, ed evitare di portare i libri in tribunale, oltre a sostegni a favore di altre aziende strategiche. Viene quindi instaurato una sorta di scudo che impedirà, da parte dell’autorità giudiziaria, sanzioni interdittive che mettano in discussione la “continuità dell’attività” degli stabilimenti considerati di interesse strategico nazionale.

“Viene escluso – ha spiegato il relatore senatore Pogliese – che le sanzioni interdittive relative alla responsabilità dell’ente siano applicate qualora esse pregiudichino la continuità dell’attività svolta in stabilimenti industriali, o in parti di essi, dichiarati di interesse strategico nazionale e l’ente abbia eliminato le carenze organizzative alle quali è conseguito il reato mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi”.

Ma dall’opposizione si sono levate voci polemiche, di tutt’altro tenore. “Ci troviamo a discutere di un provvedimento che è del tutto inadeguato – ha dichiarato il senatore Martella del Pd – Perché non muove dalla comprensione di una realtà, quella di Taranto, che da anni vive una situazione drammatica e perché è privo di una strategia nazionale per il nostro Paese”.

Per il senatore Mario Turco, vicepresidente del M5S “è un provvedimento pericoloso. Con il ripristino dello scudo penale si reintroduce l’autorizzazione a mettere a rischio la salute dei cittadini in violazione del diritto alla vita e alla sicurezza sociale. Si priva la magistratura e le istituzioni stesse di quegli strumenti necessari per impedire che impianti dannosi per la salute e l’ambiente possano continuare a inquinare sollevando tutti da ogni responsabilità”.

Insomma, siamo ancora in presenza della netta contrapposizione tra produzione e ambiente, lavoro e diritto alla salute, che non trovano, in questo provvedimento, un adeguato equilibrio.

Intanto, sul fronte dell’impegno del governo a sottoscrivere un accordo di programma con il Comune, si registra la positiva valutazione del sindaco Melucci che, dopo aver incontrato il ministro Urso, ha dichiarato: “Bene la road map del Mimit, accordo di programma sull’ex Ilva e Tecnopolo del Mediterraneo, si parte”, affermando di aver “trovato il signor ministro molto consapevole e seriamente al lavoro sui nostri dossier, nonostante la loro intrinseca complessità e le tante urgenze del Paese, questo mi conforta davvero”. Ma, anche su questo, è tutto da verificare. Il Tecnopolo è già finanziato ma la sua realizzazione e la realizzazione dei progetti per lo “sviluppo alternativo e sostenibile per l’area di crisi industriale di Taranto” sono tutti da scrivere, come ci insegnano i vari piani di reindustrializzazione che tra gli anni Ottanta e gli anni Dieci hanno seminato solo sogni.

Letteratura

I lunedì alla Biblioteca Monteleone di San Giorgio Jonico: terzo incontro con Letteratura e impegno sociale

18 Feb 2023

Dopo il successo del primi due appuntamenti del 6 e 13 Febbraio scorsi si conclude la rassegna “I lunedì di febbraio tra Letteratura ed Impegno Sociale”, organizzata dalla Biblioteca Comunale “G. Monteleone” di San Giorgio Jonico, gestita dall’ACSI Comitato Provinciale di Taranto in collaborazione con il Laboratorio Urbano Mediterraneo/Presidio del Libro di San Giorgio Jonico e con il sostegno del Comune di San Giorgio Jonico.

Lunedì 20 Febbraio 2023, sempre alle ore 18:30, ci sarà il giornalista e scrittore, nonché curatore di questa rassegna, Silvano Trevisani, che presenterà l’antologia di poesia contemporanea “LA GUERRA CHE È IN NOI. Canto corale per la Terra, sconfinato campo di battaglia, sempre in cerca di pace” (Macabor editore, 2023).

La guerra è vicina? Non sarà che è anche dentro di noi e che, in qualche modo, la coltiviamo continuamente anche fingendoci estranei? È l’idea che è venuta a Silvano Trevisani e che lo ha spinto a coinvolgere alcuni poeti perché riflettessero, ognuno a suo modo, su quello che sta accadendo, ma anche su quello che è accaduto e che potrà accadere ancora. I dieci poeti che hanno condiviso l’idea sono: Franco Arminio, Luca Benassi, Franco Buffoni, Ennio Cavalli, Valentina Colonna, Vittorino Curci, Giuseppe Goffredo, Davide Rondoni, un poeta di lingua ucraina, Anatolij Dnistrovyj, e un poeta di lingua russa, Igor’ Kotjuch, entrambi tradotti da Paolo Galvagni. Un libro, questo, che ha la capacità di esprimere una riflessione profonda, in forma di poesia, su questo vento d’incoscienza che sta attraversando tutti. Perché la poesia ha molto da dire, se i poeti hanno qualcosa da dire.

A dialogare con il curatore dell’antologia Silvano Trevisani ci sarà il sociologo e Responsabile della Biblioteca “G. Monteleone” Massimo Giusto

La rassegna “I lunedì di febbraio tra Letteratura ed Impegno Sociale” è organizzata dalla Biblioteca Comunale “G. Monteleone”, gestita dall’ACSI Comitato Provinciale di Taranto, in collaborazione con il Laboratorio Urbano Mediterraneo/Presidio del Libro di San Giorgio Jonico, con il sostegno del Comune di San Giorgio Jonico.

👉Dato il ridotto numero di posti disponibili, è consigliabile la prenotazione, chiamando in orario ufficio il numero: 099 221 41 55