Ecclesia

Mons. Gioia: “Dai diari di Alberico Semeraro traspare la luce mistica di un santo”

17 Dic 2022

di Silvano Trevisani

Il 19 gennaio prossimo, come abbiamo già riportato nei giorni scorsi, si aprirà la causa di beatificazione di monsignor Alberico Semeraro, che fu vescovo di Oria per trent’anni dal 1949 al 1978 e fondatore della congregazione delle Oblate di Nazareth. L’annuncio alla diocesi è stato dato in occasione della tavola rotonda per la presentazione del volume “Il pastore mite” scritto da monsignor Francesco Gioia, già arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche, ma è stato proprio il lavoro documentale realizzato dall’arcivescovo Gioia, con gli auspici della Congregazione delle Oblate e la collaborazione di don Andrea Casarano, direttore dell’Archivio diocesano e ora postulatore della causa di beatificazione, a dar nuovo luce alla dimensione spirituale di un pastore noto per il suo attivismo ma che rivela ora grande profondità. Ne parliamo con lo stesso monsignor Gioia.

Lei insiste particolarmente sul concetto di “mitezza” che ha richiamato anche nel titolo. È quindi un aspetto fondamentale del suo carisma?

Lo descrivo sicuramente come una persona mite, con tutta l’estensione del termine “mitezza” che egli riversava in ogni sua manifestazione in ogni sua relazione. E la mitezza, lo ricorda Papa Francesco, è già condizione di santità. Però quando io ho scoperto il suo diario sono rimasto sorpreso perché c’è una discrepanza molto evidente nel suo modo di essere: tanto mite nel suo comportamento, anche fisico, tanto dilaniato spiritualmente nell’anima. Lui aveva la sensazione, come padre Pio, di non amare sufficientemente il Signore e questo gli creava una sofferenza intima incredibile, una tensione attraverso la quale si può ipotizzare di proporlo come esempio all’uomo del nostro tempo. Poi la Chiesa, nella sua saggezza e nella sua prudenza, deciderà se inserirlo tra i beati o meno. Certamente è un esempio che in una società come la nostra, così violenza in tutti i campi, dall’economia alla politica, che po’ dire molto, non solo a chi governa le comunità cristiane, ma anche a chi governa la società civile.

La sua intraprendenza ha lasciato delle eredità precise a noi?

Sì, infatti: oltre alla sua mitezza e al suo tormento mistico, aveva un grandissimo senso pratico. I suoi giovani hanno lasciato delle testimonianze molto belle, ricordando che nelle tasche della sua veste da prete si trovava di tutto: un paio di tenaglie, dei fili elettrici, chiodi… e quindi c’è questo apparente contrasto che però è segno di un impegno costante e attivo, nella sua missione di pastore e di uomo. Attraverso il diario si capisce senza alcun dubbio che è un uomo mistico, che incanta, affascina. Si rimane anche sorpresi perché dalla lettura delle sue pagine viene istintivo un esame di coscienza personale. Si è portati a chiedersi: se lui si sentiva così indegno come sacerdote e come vescovo, che dovrei dire io? Che dovremmo dire noi? Che siamo così distratti?.

Un raffronto, quindi, come pastore e come credente.

Sì, la sua dimensione pastorale, il suo amore totale per la sua missione, si percepiscono chiaramente attraverso la sua grande delicatezza, che traspare in tutti i suoi scritti, anche nelle sue lettere, che parlano in maniera molto evidente, in questo senso. Anche nella sua sofferenza, nei problemi che ha dovuto affrontare, e credo che si evinca chiaramente anche dal libro, egli è sempre consapevole e disposto ad accettare ogni difficoltà come una prova.

Hic et Nunc

Monsignor Alberico Semeraro: il 19 gennaio si aprirà la causa di beatificazione

14 Dic 2022

di Silvano Trevisani

Il 19 gennaio si aprirà ufficialmente la causa di beatificazione di monsignor Alberico Semeraro, che fu vescovo di Oria per trent’anni dal 1949 al 1978 e fondatore della congregazione delle Oblate di Nazareth. Lo ha comunicato il suo attuale successore, il vescovo di Oria monsignor Vincenzo Pisanello che firmerà il decreto di apertura in occasione del 120° anniversario della nascita del pastore, originario di Martina Franca, cugino di monsignor Guglielmo Motolese e come lui padre conciliare, e che per dieci anni è stato parroco del Carmine di Taranto.

L’annuncio alla diocesi è stato dato in occasione della tavola rotonda per la presentazione del volume “Il pastore mite” scritto da monsignor Francesco Gioia, già arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche, svoltasi nella chiesa del Carmine, alla presenza di numerosi sacerdoti e di molte suore della congregazione delle Oblate, molte delle quali provenienti dalle case fondate all’estero, in Brasile, India e Nigeria.

La causa di canonizzazione, che si apre su iniziativa delle Oblate e dell’arcidiocesi di Taranto, vedrà come postulatore don Andrea Casarano che, come direttore dell’archivio diocesano, ha avuto parte attiva nelle ricerche archivistiche che hanno consentito a monsignor Gioia di realizzare un lavoro capillare che ha messo in luce, oltre che gli eventi storici di cui Semeraro fu protagonista, anche le virtù eroiche che vengono richieste per valutare la fama di santità dei cristiani candidati agli onori degli altari.

Aprendo la tavola rotonda, monsignor Emanuele Ferro, direttore dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, ha dato lettura dei messaggi, tutti particolarmente intensi, che sono pervenuti dal cardinale Marcello Semeraro, dal cardinale Salvatore De Giorgi e dal vescovo di Oria Vincenzo Pisanello, tutti accomunati oltre che dall’origine pugliese, anche dalla relazione con la diocesi di Oria, della quale i due cardinali sono stati vescovi prima dell’attuale, Pisanello, mentre monsignor De Giorgio è anche indimenticato arcivescovo di Taranto. È lui a scrivere, tra l’altro: “L’ho conosciuto, come vero uomo di fede, intesa nel suo senso più pieno, come abbandono fiducioso nelle mani della divina volontà, I cui progetti, egli diceva, sono insondabili e misteriosi, ma certamente più grandi di ogni nostro desiderio”.

La figura e le opere di Alberico Semeraro sono state ripercorse nell’intervento storico da Vittorio De Marco, direttore della biblioteca arcivescovile che ha ricordato in particolare l’opera di guida dei giovani che egli svolse, tra l’altro, anche con il Circolo San Francesco d’Assisi, attivo nel convento di San Pasquale, cui aderirono, tra gli altri, Aldo Moro e suo fratello Carlo Alberto, che ne fu segretario, assieme agli Acquaviva, ai Cassano, ai Pasanisi, e poi i dieci anni di guida della parrocchia del Carmine, che andrebbero meglio approfonditi.

Monsignor Franco Semeraro, vicario episcopale per la Nuova evangelizzazione, e a lungo arciprete della Collegiata di San Martino, ha evidenziato alcuni tratti pastorali di monsignor Alberico, sottolineando, in particolare, “la forza della mitezza e il coraggio del perdono; la sfida della fede come cammino anche nelle ore buie”. Il vescovo del sì, ha aggiunto, è testimone del cristianesimo vissuto nella sua interezza.

Don Andrea Casarano, da parte sua, ha sottolineato come la mitezza, richiamata nel titolo del libro di monsignor Gioia, traspare immediatamente nel considerare i suoi documenti. “Ho subito notato che nei suoi scritti – ha detto – non vi è mai, ripeto mai, una parola aspra, risentita o che non cerchi la comunione, la comprensione”. “Egli usa parole senza misericordia solo quando deve parlare di se stesso” e lo fa, ad esempio, quando respinge la prima proposta di nomina a vescovo giunta da papa Pio XII.

È toccato quindi a suor Immacolata Carrozzo, superiora generale della Oblate di Nazareth, portare la testimonianza a nome della congregazione: l’opera più bella compiuta da Alberico Semeraro, ricordando come attualmente le Oblate sono a servizio della Chiesa in 6 case in Italia (2 a Roma, poi Alberobello, Francavilla, Martina Franca e Foggia), 4 in Nigeria, 3 in India e 2 in Brasile.

   

Chiamato a dare una testimonianza, l’autore del volume, monsignor Gioia ha rivolto un breve e appassionato pensiero al pastore che, ha detto: “mi ha dato la forza e l’impulso a riscoprire la mia vocazione vescovile, grazie alla energica mitezza, a una fede incrollabile e a un amore immenso per la missione evangelizzatrice di cui egli si riteneva umile operaio”.

Chiudendo la tavola rotonda, l’arcivescovo Filippo Santoro che ha ricordato come la presenza indiretta di Alberico Semeraro egli l’abbia avvertita negli anni passati in Brasile quando, divenuto vescovo di Potrepolis, venne a contatto con le suore Oblate di Nazareth che proprio nella città avevano da tempo avviato un loro casa. Ha, quindi, espresso l’auspicio che attraverso Alberico Semeraro la diocesi di Taranto possa ritrovare l’ala protettrice di un nuovo santo che dia sostegno e riferimento alla comunità.

Città

Qualità della vita: perché Taranto scende ancora nella classifica del Sole 24 Ore

12 Dic 2022

di Silvano Trevisani

La classifica annuale che il “Sole 24 Ore” dedica alla qualità della vita della province italiane sospinge ancora una volta in giù Taranto che pure un certo recupero lo aveva avuto in altre classifiche rituali più settoriali. Taranto scende di due punti e si attesta al posto 101°, a distanza di soli sei punti dal fondo classifica che è detenuto stabilmente da Crotone.

A decretare il peggioramento della situazione sono due voci in particolare: quella riguardante “affari e lavoro”, che vede il nostro territorio quasi ultimo (105°), e quello riguardante “demografia e società” che vede tutto il territorio provincia, ma soprattutto Taranto, scendere sempre più, come avevamo già segnalato qualche settimana fa esaminando i dati Istat, che vedono la città perdere 15.000 abitanti nel giro di neppure dieci anni: un andamento allarmante.

Per il resto è una città nella quale si legge poco e gli spazi vedi fruibili sono molto modesti. Certo: è una condizione storica, questa, ma non bastano a migliorarla manifestazioni o spettacoli in serie, che pure hanno una incidenza positiva nell’offerta e nella relativa classifica, ma occorre ben altro per risollevare le sorti di un territorio che è in sofferenza da anni soprattutto per la crisi industriale che ha ridotto ai minimi termini l’impresa settoriale (che pure era presente) e che accelera l’emigrazione in uscita delle giovani generazioni e di intere famiglie che non trovano più occasioni di sussistenza.

L’esame delle varie graduatorie è inoppugnabile ed è basato su fattori numerici. Pesa la mancanza di un’università autonoma e appetibile. Pesa la mancanza di lavoro e di imprenditorialità, che non è stata mai un punto forte, pesano le tante ore di cassa integrazione, che sono un indicatore significativo della qualità della vita e delle potenzialità economica delle famiglie. È evidente che per invertire la rotta non bastano vetrine o festival, campionati o eventi, come non basta neppure il turismo, che, ormai tutti dovrebbero saperlo, ha qualche “pro” e molti “contro” e in genere accresce una impresa di consumo ma danneggia le fasce più povere della popolazione. E non può ritenersi “fare impresa” continuare ad aprire bar di cui il Borgo, ad esempio, è saturo! Quello che occorre è creare ricchezza e benessere diffuso e questo si fa attraverso il lavoro, stabile, qualificato, moderno, cui si arriva attraverso formazione e investimenti. La bellezza della città e della sua provincia, note e molto gettonate non sono mai bastate e non potranno mai bastare senza un’inversione della tendenza alla desertificazione industriale, alla fuga di quasi tutti i giovani, che non trovano come formarsi adeguatamente e anche se lo trovano non sanno come impiegare quella formazione.

Anche Reggio Calabria, Caserta, Napoli, Salerno sono città bellissime, e anche tra le più turistiche d’Italia, ma questo non le evita di restare, con noi, in fondo alla classifica.

Libri

Moro e la sua lezione ancora da capire in un nuovo saggio di Leonardo Brancaccio

10 Dic 2022

di Silvano Trevisani

La parrocchia di San Pasquale ritrova per un giorno uno dei suoi ragazzi fantastici e lo fa chiamando a raccolta quanti si sono battuti, in questi anni, a partire dal centenario della morte, per tenere viva la sia figura assieme al suo insegnamento. Stiamo parlando naturalmente di Aldo Moro del quale la comunità di San Pasquale, il Centro di cultura dell’Università Cattolica Lazzati e altri enti ed istituzioni celebrarono il centenario con una serie di eventi importanti a partire dal 2016, compresa la grande mostra documentaria che venne esposta anche a Roma e raccolta in un volume.

Ieri sera è toccato alla presentazione del saggio di Leonardo Brancaccio: “Aldo Moro il politico, il professore, il filosofo del diritto” edito da Ecra, che è stato presentato nella Biblioteca Sant’Egidio.

Dopo i saluti di fr. Francesco Zecca, guardiano del convento, e di Valentina Esposito, direttrice dell’Archivio di Stato, si è svolto un dibattito, moderato dallo storico Vittorio De Marco, introdotto dallo stesso autore e al quale sono intervenuti Antonio Troisi dell’Uniba, Leonardo Laterza, consigliere comunale di Acquaviva delle Fonti, Maurizio Sozio, dell’Uniba e Federico Serio presidente della consulta degli studenti. Le conclusioni sono state tratte dal presidente del Centro di cultura, Domenico Amalfitano.

A Leonardo Brancaccio, autore del volume, avvocato, docente incaricato del corso “Il diritto a servizio della pace. La lezione di Aldo Moro” presso l’Istituto Universitario Sophia e segretario generale della Scuola di Economia Civile, abbiamo chiesto:

Quali indicazioni nuove ci propone questo suo saggio?

Ho svolto un lavoro di studio ed approfondimento delle dispense di Filosofia del diritto, le lezioni che Aldo Moro svolge presso la Regia Università di Bari a partire dall’anno accademico 1940/1941 quando, a 25 anni, riceve l’incarico di insegnare questa materia che Moro svolgerà fino al 1963, quando si trasferisce a Roma presso l’Università La Sapienza. Queste lezioni sono poco conosciute, tra l’altro, il libro che le raccoglieva, edito da Cacucci, oggi non si stampa più e quando ho scoperto che Moro aveva insegnato Filosofia del diritto ho subito rintracciato queste dispense ed ho scoperto così un mondo nuovo. In occasione della sua prima lezione del 3 novembre 1941 – siamo in piena guerra con le leggi razziali in vigore – entra in aula, e dopo aver salutato gli studenti del primo anno, afferma “la persona prima di tutto”; parla dei diritti umani e termina la lezione dicendo: “ogni persona è un universo”. In queste frasi c’è l’input e l’incipit della sua vita e della sua morte. Dopo aver letto queste lezioni, ho cercato di capire cosa ha fatto Moro, di approfondire la sua attività politica ed istituzionale dal 2 giugno 1946, quando viene eletto all’Assemblea Costituente, fino al 16 marzo 1978, giorno in cui è rapito dalle Br (quando Moro muore – il 9 maggio 1948 – ho solo tre anni e mezzo): ho potuto verificare che Moro mette in pratica queste lezioni di Filosofia del diritto, con la centralità della persona, con l’etica che permea tutta l’azione politica. In Moro, il pensiero è azione ma anche l’azione è pensiero.

In che misura era stata capita la lezione di Moro, già in tempi di fascismo e poi nell’Italia democratica?
Secondo me, da quello che ho avuto modo di verificare in questi anni, tante persone hanno apprezzato la grandezza di Moro, che è stato un grande mediatore e politico, ma solo pochi lo hanno capito fino in fondo. Se i cosiddetti colleghi di partito lo hanno abbandonato negli ultimi 55 giorni, è perché non l’hanno capito fino in fondo: loro pensavano che Moro avesse chissà quali idee innovative. No, Moro voleva aiutare la democrazia italiana a fare dei passi avanti – a raggiungere la cosiddetta democrazia compiuta – e per questo cercava di individuare, e proporre a livello politico, quali fossero le forme migliori per poter garantire stabilità alla Repubblica italiana. Anche il compromesso storico è stato considerato da alcune persone, e anche da alcuni esponenti delle correnti interne della Dc, come una iniziativa da ostacolare, ed interrompere a tutti i costi, mentre lui stava cercando di far comprendere a tutti che, dopo anni in cui la democrazia italiana si era espressa con un solo partito al governo, o solo con alcuni partiti, era giunto il momento, vista la crescita di due partiti popolari (la Dc ed il Pci), di allargare la base di governo e che, in futuro, la democrazia compiuta si sarebbe dovuta realizzare anche attraverso la cosiddetta alternanza.

Ma non è che questa sua disponibilità al cambiamento gli ha inimicato i potentati? Come del resto avviene anche oggi regolarmente?

Certo, perché all’interno della democrazia italiana, nella giovane Repubblica nata nel ’46, vi erano delle frange, di destra e sinistra, pronte a destabilizzare il sistema democratico. Moro, dopo il ventennio fascista, lavora, insieme a tanti altri politici per il bene comune, per realizzare la democrazia: ma molti lo hanno ostacolato già negli anni Sessanta, quando propose la formula governativa del centrosinistra: molti hanno dipinto all’esterno la figura di un politico che voleva fare cose “strane” per il Paese. Queste false rappresentazioni sono state utilizzate dalle frange estreme – che negli anni di piombo utilizzavano la violenza per destabilizzare la democrazia italiana – per giustificare la sua eliminazione.

In questi giorni si è molto discusso su Moro alla luce dello sceneggiato di Marco Bellocchio. La polemica che ne è scaturita ha delle sue ragioni o bisogna considerare, come alcuni sostengono, il lavoro come “artistico” più che analitico?

Bellocchio è un bravissimo regista. Ci ha fatto rivivere gli anni di piombo e della strategia della tensione. Nel suo sceneggiato si sofferma molto su alcune figure: la moglie di Moro ed i suoi familiari, il Papa, i vari brigatisti e, in particolare, la brigatista Faranda. Ci sottopone gli aspetti psicologici ed i drammi che vivono queste persone; ci propone anche la sceneggiatura di alcuni passaggi drammatici di Moro, come per esempio, la confessione finale con il sacerdote. Io apprezzo il lavoro svolto da questo grande registra ma il focus dei film su Moro è sempre lo stesso: gli ultimi 55 giorni, tragici, della sua vita. Credo però sia arrivato il momento che i produttori ed i registri italiani inizino a progettare un film che ci presenti la vita di Moro: dal giorno della sua nascita (Maglie 23 settembre 1946) al giorno del suo rapimento (Roma 16 maggio 1978). Con il mio libro ho desiderato soffermarmi sul pensiero, sulle opere e sulla testimonianza di Moro. È arrivato il momento di restituire a Moro la sua voce e la sua vita. Moro ha ancora ha molto da insegnare a tutti noi.

Archeologia

I tesori del Museo nazionale di Taranto in mostra in Argentina fino a marzo

09 Dic 2022

È stata inaugurata il 7 dicembre al Museo nazionale delle Belle arti di Buenos Aires, in Argentina, la mostra: “Tesori del Museo archeologico nazionale di Taranto. Greci e altre civiltà antiche del Sud Italia”, porta all’attenzione del pubblico argentino una selezione di reperti appartenenti alle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MArTA e illustrativi degli aspetti culturali e produttivi maggiormente rappresentativi dell’antica città di Taranto, unica colonia greca della Puglia, e delle altre popolazioni che abitavano in antico la regione pugliese

La mostra, che sarà visitabile fino al 5 marzo, è curata da Eva Degl’Innocenti, direttrice del Museo e da Lorenzo Mancini, funzionario archeologo del MarTA. Gli oggetti selezionati sono stati scelti per la loro capacità di evocare, con l’efficacia sintetica del simbolo, temi complessi quali la società, l’ideologia funeraria, la cultura figurativa, le produzioni, il patrimonio di racconti mitici e le credenze religiose dei Greci di Taranto e delle altre antiche civiltà della Puglia, in un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il II secolo a.C., quando si compie l’inserimento della regione nella nascente Italia romana.

Frutto del lavoro “corale” scientifico-culturale, di diplomazia culturale e di internazionalizzazione del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, dell’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e del Museo Nacional de Bellas Artes (Buenos Aires, Argentina), il progetto esporta le eccellenze dell’archeologia europea e racconta le storie di una delle più importanti città del Mediterraneo antico: la colonia greca di Taranto, definita la “Parigi del mondo antico” per la sua influenza culturale e la sua capacità di plasmare mode e costumi. Ma anche le storie dei popoli che hanno convissuto con i Greci nella regione Puglia, la più orientale del Sud Italia, il tacco della Penisola.

Il racconto del lungo periodo compreso fra le fasi immediatamente precedenti alla fondazione della colonia spartana di Taras, e la conquista romana della città (209 a.C.), è affidato a una serie di opere con funzione di symbola – elementi in grado di evocare in forma riassuntiva, tematiche o problematiche storiche illustrate anche dalla comunicazione culturale che accompagna il visitatore lungo il percorso espositivo all’interno del prestigioso Museo Nacional de Bellas Artes di Buenos Aires. Con questa mostra finanziata dall’Istituto Italiano di Cultura, il MArTA – tra i musei archeologici più importanti al mondo, punto di riferimento per l’archeologia dell’Italia meridionale al tempo Magna Grecia – con il suo territorio tarantino e pugliese, si svela al pubblico argentino e internazionale attraverso i suoi tesori archeologici. Il percorso della mostra si articola in quattro sezioni diacroniche: Taranto colonia spartana. Dalla fondazione al V sec. a.C.; Dall’età “felicissima” di Taranto alla conquista romana. IV-II sec. a.C.; Doni agli dei. Aspetti del sacro nella Taranto greca; I popoli indigeni del sud-est d’Italia

Otium

Al Crac Puglia mostra retrospettiva dell’artista tedesco Winfred Gaul a vent’anni della morte

07 Dic 2022

Sabato 10 dicembre alle 18, nelle sale del Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani onlus sarà inaugurata la mostra retrospettiva dell’artista tedesco Winfred Gaul (Düsseldorf, 1928 – Kaiserswerth, 2003) a cura di Alberto Zanchetta.

La mostra è promossa e organizzata dal Crac Puglia, patrocinata da Comune, Regione Puglia e Università di Bari “Aldo Moro” e in collaborazione con istituzioni territoriali e nazionali, le associazioni Amica Sofia di Perugia, F@MU (Famiglie al Museo), Comitato per la Qualità della Vita, Ella, Federazione italiana delle associazioni e Club per l’Unesco di Taranto, Associazione Marco Motolese, Associazione Contaminazioni, Amici dei musei o, Tarenti Cives, #Ante Litteram, Gruppo Taranto e Fai di Taranto.

La mostra raccoglie una significativa selezione delle opere della serie Recycling 1981-1997, nel solco della ricerca e della sperimentazione visiva, con opere realizzate attraverso il riciclo di vecchi cartoni. Winfred Gaul è stato protagonista della ricerca artistica in Germania e in Europa per tutta la seconda parte del Novecento e, nel corso degli anni, ha avuto importanti legami con il Belpaese, collaborando con alcune delle più note gallerie italiane. Attento e raffinato ricercatore, fondò la pittura analitica negli anni ’70 e diede un contributo decisivo al suo sviluppo internazionale. Come afferma il curatore: “anziché affrontare la pittura come un problema da risolvere, Gaul la interroga come si farebbe con un oracolo, in attesa di una rivelazione che gli permetta di allargare il proprio repertorio, nella speranza di portare a compimento un’arte d’après l’art. Ammettendo di non essere diventato un artista per annoiare se stesso e gli altri, Winfred Gaul insiste a spogliare la pittura da ogni pretesto figurativo per riuscire a indagarla nei suoi punti di arresto o di ripresa, di rilancio e di riciclaggio. È con questo spirito che si approccia alla serie Recycling mediante la quale intende emendare la maladresse di alcuni suoi vecchi disegni che, ridotti a brandelli, vengono incollati su cartoncini Bristol o Fabriano”.

Per l’occasione è stata realizzata, per le edizioni Peccolo di Livorno, una pubblicazione contenente una

prefazione di Fabiano Marti, Assessore alla Cultura di Taranto; un’introduzione di Giovanna Tagliaferro, direttore della Fondazione Rocco Spani; testi critici di Alberto Zanchetta e di Roberto Lacarbonara; testimonianze dello stesso artista e di Roberto Peccolo.

Nel periodo della mostra, oltre alle visite guidate, si terranno gli “Incontri d’esperienza” e si realizzeranno laboratori didattici con le scuole del territorio. La mostra resterà aperta sino al 30 gennaio 2023. Programma dell’inaugurazione prevede i saluti dell’assessore Marti, l’introduzione del presidente del comitato scientifico del Crac, Giulio De Mitri, gli interventi di Roberto Lacarbonara critico d’arte e docente all’Accademia di belle arti di Lecce, Alberto Zanchetta storico dell’arte e docente all’Accademia di belle arti di Venezia.

La mostra (corso Vittorio Emanuele II n. 17) si potrà vsitare in questi orari: dal martedì al venerdì, dalle 17.30 alle 19.30, Sabato e festivi su appuntamento. Info www.cracpuglia.it email cracpuglia@gmail.com / roccospani@gmail.com tel. 099.4713316 / 348.3346377 / 347.8058049

Emergenze sociali

A colloquio con Graziano Delrio: “Basta con la guerra. Lo dice la gente, a partire dai cristiani”

06 Dic 2022

di Silvano Trevisani

Il comitato Uniti per la pace, che raggruppa oltre settanta tra associazioni, movimenti di varia natura, organizzazioni sindacali, oltre a parrocchie, comunità e gruppi cattolici di Taranto e dei Comuni vicini, dopo le manifestazioni di giovedì e venerdì scorsi, ha organizzato una conferenza, svoltasi nella Concattedrale Gran Madre di Dio. Illustre relatore è stato Graziano Delrio, parlamentare e più volte ministro in vari governi, oltre che sottosegretario alla presidenza del Consiglio e presidente del gruppo parlamentare del Pd che, introdotto da Gianni Liviano consigliere comunale e promotore del comitato e da monsignor Ciro Marcello Alabrese, parroco della Concattedrale, ha trattato il tema: “I cristiani e la pace”. In quell’occasione lo abbiamo avvicinato per porgli alcune domande.

Parlare di pace ai credenti ha qualcosa di diverso che invocare la pace come soluzione politica?

Beh sì, ha una certa differenza, perché i cristiani hanno la consuetudine di riconoscere nel loro Dio e in Gesù Cristo la fonte della pace. Sanno che Gesù è la nostra pace: è il Principe della pace. Se per l’uomo di tutte le ere e di tutte le civiltà la pace è un anelito comprensibile, per un cristiano è un’urgenza, un impegno insopprimibile.

E perché le parole del Papa, allora, suscitano entusiasmi più di circostanza che non di sostanza?

Come sempre avviene, le parole profetiche vengono derubricate come poco realistiche, poco capaci di incidere sulla realtà, come dichiarazioni di principio più che strade su cui camminare. Molto spesso è accaduto così nella storia, purtroppo, e così le parole profetiche dei papi, in tante situazioni, a partire dalla Prima Guerra Mondiale, che fu definita “Un’inutile strage” da Benedetto XV, fino alla Seconda guerra mondiale, cui si opposero i papi in maniera determinata, purtroppo restano parole inascoltate, ma che poi si rivelano vere.

E la posizione della politica di fronte al tema della pace come la valuta? Non c’è crescente perplessità da parte della gente su come i partiti si stanno ponendo di fronte alla questione della guerra?

Credo che sia proprio così, perché si nota che in questa fase storica in cui l’urgenza della pace viene a galla in tutta la sua drammaticità, proprio in questa fase storica sembra di notare una certa timidezza della politica quindi, mentre si vede il Papa che ha in coraggio di dire le parole giuste e sagge non si vede, invece, la politica dire parole altrettanto determinate alla ricerca di un soluzione di pace.

E infatti tutte le istituzioni, sia quelle governative che quelle sovranazionali, come i singoli Stati, l’Unione Europea, la Nato, Gli Stati Uniti sembrano tutti presi dalla voglia di portare avanti questa guerra, mentre invece la gene sta cominciando a pensarla diversamente.

La gente la pensa diversamente! È assodato ormai da parte di tutti i sondaggi che la gente non vuole abituarsi all’idea di una guerra. Si può spiegare questo fatto in molti modi ma certamente c’è di fondo una saggezza del popolo che sa che la guerra è un fallimento vero dell’umanità, oltre che della politica, e credo che questa saggezza di fondo del nostro popolo andrebbe ascoltata di più dalla politica.

Emergenze sociali

Un appello chiaro alla pace e alla concordia dalle manifestazioni svoltesi in città

02 Dic 2022

di Silvano Trevisani

Si è concluso con un girotondo in piazza Carmine e un concerto offerto dal gruppo Yakarà “Nastia” il programma di iniziative del comitato Uniti per la pace, del quale ha assunto il ruolo di animatore Gianni Liviano, che raggruppa oltre settanta tra associazioni, movimenti cittadini, organizzazioni sindacali e numerosi associazioni, oltre a parrocchie, comunità e gruppi cattolici di Taranto e dei Comuni vicini.

Dopo l’incontro svoltosi giovedì in Concattedrale, con Valentino Castellani, già sindaco di Torino, che ha affrontato il tema: “La comunità plurale educa alla pace”, nella mattina di venerdì 2 si è snodato, a partire da piazza Marconi, il lungo corte della la marcia della pace, che ha percorso alcune vie del centro per giungere a piazza Carmine, dove gli studenti del conservatorio “Paisiello” e del liceo “Archita” hanno eseguito alcuni brani musicali.

In serata, i rappresentanti delle associazioni si sono ritrovati a piazza Carmine, dove Giovanni Guarino ha letto il “Discorso all’umanità di Charlie Chaplin” e i gruppi scout dell’Agesci hanno proposto alcuni gesti di pace e promosso alcune testimonianza, inscenando il girotondo della pace.

Quindi i manifestanti si sono trasferiti nella Chiesa del Carmine dove, dopo il saluto introduttivo del parroco, monsignor Marco Gerardo, che ha insistito sul significato della pace e sul ruolo che Papa Francesco chiede a credenti e uomini di buona volontà di svolgere, vi sono stati alcuni momenti di riflessione, con le esibizioni musicali di Grazia Maremonti e del complesso di musica popolare Yakarà.

Nel “documento per la pace”, sottoscritto dal comitato, si legge: “Noi sottoscritti Uomini e donne di Taranto e Provincia, ci dichiariamo fortemente contrari ad ogni conflitto bellico. Siamo inorriditi dall’atteggiamento di coloro che ritengono di poter risolvere i problemi del mondo con l’uso delle armi. Riteniamo che la guerra, ogni guerra sia la forma più becera di respingimento della vita, la modalità peggiore per opporsi al dono della creazione. Aborriamo la Guerra, ritenendola “avventura senza ritorno”, emblema dell’assenza di buon senso da parte di chi la provoca e di chi a vario titolo la sostiene”.

La Vita è un dono da salvaguardare continua il documento che invita a farsi testimoni della Pace, della “convivialità delle differenze”, del dialogo, del permanente sforzo di mediazione. Rispetto al rischio di una catastrofe infinita che deriverebbe dall’uso del nucleare ai fini bellici, si fa appello al confronto e alla mediazione.

Chiediamo – conclude il documento – che le armi tacciano e che i governanti di tutti i paesi in guerra facciano prevalere il buon senso e il rispetto della Vita: dei propri connazionali e degli uomini e delle donne di tutto il mondo. Chiediamo altresì che si percorrano tutte le strade possibili per pervenire ad un negoziato di pace tra tutti gli Stati in conflitto”.

Festival

Il Festival “Poeti in viaggio” approda a Castrocielo (Frosinone). Tra loro c’è anche Silvano Trevisani

02 Dic 2022

L’Amministrazione comunale di Castrocielo, in provincia di Frosinone, in collaborazione con la locale Pro loco e la casa editrice Macabor, organizza la seconda tappa del Festival itinerante di poesia dal titolo “Poeti in Viaggio. Festival itinerante di poesia”, partito in agosto da Francavilla Marittima, in provincia di Cosenza. L’evento si terrà in due giornate, presso il Monacato di Villa Eucheria. Si inizierà sabato 3 dicembre alle ore 16.30 con i saluti istituzionali del sindaco di Castrocielo Gianni Fantaccione, del direttore artistico del festival Bonifacio Vincenzi. A seguire Tommaso Di Brango intervisterà i poeti. Conversazione /reading tra i poeti: Maria Benedetta Cerro, Carlo Giacobbi e Irene Sabetta. Domenica 4 dicembre sempre alle ore 16.30 dopo i saluti istituzionali del sindaco Gianni Fantaccione, del direttore artistico del festival Bonifacio Vincenzi, Romina D’Aniello intervisterà i poeti. Conversazione /reading tra i poeti Domenico Adriano, Claudia Di Palma, Silvano Trevisani.
Il progetto culturale, da un’idea dell’editore e poeta Bonifacio Vincenzi, che è tra l’altro direttore della rivista “Il sarto di Ulm”, intendo legare varie località italiane in un progetto di promozione della poesia che veda coinvolti, in ogni appuntamento, autori di diverse località italiane.
Questi i nomi dei poeti che prendono parte al secondo incontro: Domenico Adriano (Coreno Ausonio), Maria Benedetta Cerro (Castrocielo), Claudia Di Palma (Lecce), Carlo Giacobbi (Rieti), Irene Sabetta (Alatri), Silvano Trevisani (Grottaglie).

Otium

Lino Angiuli e Vito Matera propongono “Duemilaventitrè” calendario artistico in poesia e immagini

02 Dic 2022

di Silvano Trevisani

Ci hanno preso gusto Lino Angiuli e Vito Matera, un poeta e un artista entrambi noti e di grande esperienza, a lavorare insieme e così per il terzo anno mettono fuori il loro gustoso almanacco annuale. “Duemilavenitre un nuovo anno”, si chiama semplicemente, ed è un volumetto-calendario che accompagnerà ancora per un nuovo anno gli amici e i cultori che lo custodiranno. Quorumedizioni trasforma l’operazione voluta dai due amici in una bella tradizione annuale che unisce la poesia, cioè le stanze composte da Lino Angiuli, le illustrazioni di Vito Matera, alle pagine dei calendari e a una massima, aforisma o verso di un grande autore del passato, da Krishna a Ungaretti, passando per Leonard Cohen e Simone Weil e traducendo le pagine in Qcode, tanto per dare un tocco di modernità.

Con la sua verve descrittiva, Lino Angiuli, uno dei maggiori poeti meridionali viventi, originario di Valenzano ma residente a Monopoli, per ben tre volte selezionato per il Premio Viareggio, ma vincitore di importanti premi e autore di oltre venti libri di poesie, oltre a numerosi altri libri di saggistica e narrativa, compone dodici strofe, sul modello di massima delle lasse, benché prive di rima ed assonanza, ciascuna composta da dodici endecasillabi.

Ogni poesia di “Duemilaventitrè”, che ha per tema la luce, è dedicata a un mese e in questo l’autore riesce a dare, anno dopo anno, senza perdere il suo proverbiale slancio creativo, sempre improntato a una sottile ironia, variazioni sul tema. Come riandando tematicamente ai modi poetici degli autori del dopoguerra, tanto cari ai compilatori di sussidiari e libri di lettura per l’infanzia, da Libero de Libero ad Angelo Silvio Novaro, con l’occhio sempre puntato a Gianni Rodari, Angiuli umanizza i mesi personificandoli e, naturalmente, scherzando o ironizzando con le loro peculiarità. Così se gennaio “Si sciacqua il cervello nel bianco”, a febbraio “un etto di luce lo paghi salato / per questo ne apprezzi la sua leggerezza”, a marzo “la nuvola passa saluta gli ulivi / i gatti si svegliano prima al mattino”, “Aprile s’annuncia con un pesce in bocca / per fare sorprese e burlarti pertanto / giocare è la vera natura dell’uomo”.

E qui viene fuori anche quella che è poi la vera natura di Lino Angiuli, giocosa e a volte sarcastica, ma sempre tesa a una lettura ironica e disincantata della vita, persino quando assume connotazioni drammatiche, sia ne versi complessi delle sue sillogi, sia in queste filastrocche divertite che vogliono far riflettere puntando sul buonumore, sulla freschezza un po’ infantile che ci riporta proprio al clima dell’abecedario, e sempre con uno sguardo alla natura della quale Lino è ormai paladino conclamato.

In compenso, le illustrazioni di Vito Matera, artista anche lui pugliese, originario di Gravina, in un’atmosfera un po’ fauve affrescano territori essenzialmente astratti, in allegorie cromatiche che sembrano mutuare i colori dalle stagioni e dalle strofe di Angiuli, e trasfonderle in una leggerezza sognante. Matera, artista che ha collaborato come illustratore con numerose case editrici oltre che con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, completa la impaginazione con gustosi schizzi che campeggiano tra eserghi e calendari mensili.

Insomma: una singolare strenna artistica che, con leggerezza e anche con intensità, mette l’accento sul passare del tempo e lo trasforma in un piccolo oggetto da collezione.

Ricordo

“Il Pastore mite”: saggio del vescovo Gioia che racconta monsignor Alberico Semeraro

30 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Il pastore mite: un appellativo che si trasforma nel titolo di un libro appena uscito per i tipi delle edizioni TAU. Lo ha scritto Francesco Gioia, arcivescovo emerito di Camerino – San Severino Marche per raccontare la vicenda umana e religiosa di un suo conterraneo, il martinese Alberico Semeraro, che fu per un trentennio vescovo di Oria, mentre lui è originario di San Vito dei Normanni. Entrambi pugliesi, quindi.

Un ampio e documentato volume di circa 350 pagine ricostruisce la missione pastorale di monsignor Semeraro, nato a Martina Franca il 1903, e scomparso il 24 maggio del 2000, cugino dell’arcivescovo di Taranto, Guglielmo Motolese e come lui padre conciliare.

Nell’introduzione, che è affidata a un altro autorevolissimo pugliese, il cardinale Marcello Semeraro, originario di Monteroni di Lecce e che fu tra i successori dell’altro Semeraro sulla cattedra di Oria, fa proprio riferimento alle pagine in cui si parla del loro rapporto. “Nel leggere queste pagine un particolare coinvolgimento l’ho avvertito quando nel capitolo VII dedicato agli ultimi anni di vita, nel rapporto epistolare con mons. Guglielmo Motolese, arcivescovo di Taranto e suo cugino, mons. Alberico Semeraro parla della condizione del vescovo “emerito”. È, per un vescovo, la stagione della vita nella quale la sua “paternità” spirituale e pastorale può giungere alla perfezione”. “Queste pagine, redatte dall’arcivescovo Gioia – scrive il cardinale Semeraro – sono frutto di un’attenta ricerca archivistica, ma anche espressione di un legame dalle profonde e solide radici, sia con la persona di mons. Alberico Semeraro, sia con l’Istituto religioso da lui fondato. Anche questo atto di amicizia, conservata nel tempo, è un’utile chiave di lettura per chi ha fra le mani questo libro”.

E in effetti, la passione che l’autore mette nel ricostruire la vicenda umana e religiosa del vescovo di Oria, e anche la controversia che segnò gli ultimi anni della sua missione pastorale, da lui vissuti come un prova da attraversare per rafforzare misticamente la propria fede, dimostrano come egli stesso si identifichi in qualche modo in lui, anche per le vicende umane che lo hanno riguardato durante il suo vescovato, e faccia emergere la sua personalità, la sua fiducia nella Provvidenza divina, lo spessore di uomo e le preclare virtù che meriterebbero una adeguata considerazione da parte della Chiesa. E in effetti lo stesso monsignor Gioia sottolinea, nella sua nota introduttiva, che “il vero motivo che mi ha spinto ad affrontare questa fatica assomiglia in qualche modo a quella dello scrittore greco Plutarco (45 ca – 125), che a proposito della sua celebre opera Vite parallele (46 biografie in chiave psicologico-morale di personalità greche e romane abbinate spesso artificialmente, confessa: “Ho iniziato a scrivere le biografie per rendere un favore agli altri, ma poi ho continuato l’opera anche per me, servendomi della storia come di uno specchio, in modo da ornare la mia vita con le virtù descritte in quelle”.”

Il volume approfondisce con il rigore di un ricercatore, la controversia che riguardò il pastore, accusato da alcuni sacerdoti per le modalità di organizzazione e gestione di alcune delle numerosissime realizzazioni a cui si dedico durante oltre un trentennio di guida della diocesi, in particolare l’ampliamento del Santuario di Sano Cosimo alla Macchia e l’Ordine delle Oblate di Nazareth da lui istituito e il cui riconoscimento fu molto travagliato. E ricostruisce anche la meritoria attività dell’ordine, impegnato prima in varie locali della diocesi, poi ad Alberobello, a partire dal 1967, quindi a Roma, prima di proiettarsi anche all’estero, prima in Brasile, poi in Nigeria e in India.

Questa controversia, che l’autore chiarisce in maniera approfondita è stata, a suo parere, l’occasione per esaltare le doti mistiche e spirituali di monsignor Alberico Semeraro, la cui opera più importante, per monsignor Gioia, resta proprio la fondazione dell’Ordine delle Oblate di Nazareth. “La vicenda di mons. Semeraro e delle Oblate di Nazareth si sono svolte secondo la logica del Vangelo. Per prima cosa hanno accettato le condizioni preliminari poste da Gesù per tutti coloro che desiderano seguirlo da vicino. (…) Successivamente il Pastore mite e le Oblate di Nazarth, per rispondere alla rispettiva “vocazione speciale” ricevuta, hanno percorso il cammino tracciato per ogni “profeta”: attraversare il sentiero dall’incomprensione “nella propria patria e nella propria casa”, vivendo la notte oscura della “persecuzione” per giungere alla sicura “beatitudine”

Emergenze sociali

Ilva: durissimo giudizio contro i Riva e sodali nella motivazioni della sentenza di condanna

29 Nov 2022

di Silvano Trevisani

“Una gestione della fabbrica disastrosa” è quella che hanno portato avanti i Riva con i loro sodali ed è quella che ha indotto i giudici della corte d’assise di Taranto a emettere, il 31 maggio 2021, un verdetto di condanna molto pesante: 270 anni per 26 imputati al processo “Ambiente svenduto”. Ci sono voluti ben 18 mesi per scrivere la motivazione della sentenza, che si spiegano però con le 3.700 pagine che i giudici hanno depositato per motivare come e perché i comportamenti degli imputati fossero da considerarsi decisamente illeciti e perché meritassero condanne così pesanti che arrivavano, come si ricorderà, ai 22 anni di Fabio Riva e ai 20 del fratello Nicola, che rispondevano in concorso di “associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro”.

La condotta che i giudici definiscono “disastrosa” avrebbe messo “in pericolo concreto la vita e la integrità fisica dei lavoratori dello stesso stabilimento, la vita e l’integrità fisica degli abitanti del quartiere Tamburi” e quella “dei cittadini di Taranto”. Il provvedimento, diviso in 15 capitoli e filoni d’indagine, ripercorre la storia dell’inchiesta e del processo di primo grado concluso con le condanne di dirigenti della fabbrica, manager e politici, tra i quali l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e l’ex presidente della Provincia, Gianni Florido, condannati rispettivamente a tre anni e mezzo e tre anni di reclusione. I giudici hanno anche disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo e quella, per equivalente, dell’illecito profitto nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva Fire e Riva forni elettrici, per 2,1 miliardi. Tra le condanne più pesanti inflitte dalla corte d’assise: 21 anni e 6 mesi all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinì, 21 anni all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso.
Nelle motivazioni della sentenza si evidenziano inoltre i “danni alla vita e all’integrità fisica che, purtroppo, in molti casi si sono concretizzati: dagli omicidi colposi, alla mortalità’ interna ed esterna per tumori, alla presenza di diossina nel latte materno. Modalità gestionali che sono andate molto oltre quelle meramente industriali, coinvolgendo a vari livelli tutte le autorità, locali e non, investite di poteri autorizzatori e/o di controllo nei confronti dello stabilimento stesso”. La frase pronunciata da Fabio Riva “due tumori in più all’anno…una min…ata”, intercettata durante una conversazione telefonica del giugno 2010, secondo la corte “riassume meglio di ogni altro elemento di prova la volontarietà della condotta delittuosa posta in essere dagli imputati, e anzi la consapevolezza degli effetti dell’inquinamento sulla salute della popolazione tarantina”. I giudici parlano anche di “connivenze che a vari livelli sono emerse e solo in parte risultano giudizialmente accertate”. Per i giudici, “con questo processo si è potuta cogliere una visione unitaria della gestione illecita dello stabilimento da parte della proprietà, dei vertici aziendali e dei responsabili delle varie aree e dei reparti che compongono questa realtà industriale di enormi proporzioni, nonché dei soggetti estranei che a vario titolo vi hanno concorso”. Il bilancio per la Corte “è agghiacciante”.

Ora i difensori degli imputati avranno 4 giorni per presentare appello contro la sentenza.

Il deposito delle motivazioni della sentenza di “Ambiente svenduto” arriva in un momento molto complicato per l’azienda, ora Acciaierie d’Italia, che si sta distinguendo per comportamenti estremi nei confronti delle aziende dell’indotto, che in questi giorni stanno facendo massiccia richiesta di cassa integrazione per i propri dipendenti espulsi dal ciclo produttivo, e dei lavoratori diretti, per i quali l’utilizzo della cassa è andata aumentando, anche se è stata riavviata l’acciaieria uno. Sindacati e politici, compresi membri del governo, ormai si orientano a chiedere, a monte della statalizzazione (o almeno della preannunciata acquisizione della maggioranza), l’allontanamento di Mittal dalla compagine societaria.