Arte

In una mostra d’arte e poesia al Crac
l’omaggio al grande pedagogista Mario Lodi

24 Ott 2022

Giovedì 27 ottobre alle 18 al Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani avrà luogo, nel nuovo spazio “Project room”, l’inaugurazione della mostra tra parola e immagine dal titolo “Opere & Opere. Omaggio a Mario Lodi”, a cura di Lara Caccia e Massimo Iiritano, nell’ambito della mostra retrospettiva “Ettore Sordini anni ’60-70”.

La mostra è promossa e organizzata dalla Fondazione Rocco Spani, dall’associazione Amica Sofia (ricerca e la promozione delle pratiche di filosofia dialogica, dipartimento Fissu dell’Università di Perugia) e dal Crac Puglia,unitamente al Comitato Nazionale per il Centenario Mario Lodi e in collaborazione con istituzioni nazionali e territoriali e varie associazioni.

L’omaggio a Mario Lodi è un progetto realizzato, in occasione del centenario della sua nascita, con il contributo di quattro affermati maestri della scena artistica contemporanea: Giulio De Mitri, Pietro Fortuna, Marco Pellizzola, Antonio Violetta, e di quattro noti poeti pugliesi – Vittorino Curci, Daniele Giancane, Gabriella Grande, Silvano Trevisani – i quali, attraverso linguaggi diversi, celebrano, senza retorica, l’impegno profuso dal maestro Lodi per una pedagogia attiva in cui la crescita emotiva, sociale, linguistica e culturale dei minori abbia luogo in un contesto educativo e didattico fondato sulla comunità di classe, aperta al contesto territoriale e democraticamente gestita dall’educatore in collaborazione con i suoi allievi. Mario Lodi (Piadena, 17 febbraio 1922 – Drizzona, 2 marzo 2014) è stato uno dei primi grandi educatori e teorico della pedagogia italiana, nonché autore e giornalista tra i più acuti osservatori della spontaneità e del quotidiano di bambini e ragazzi.

L’omaggio all’illustre pedagogista è dettato soprattutto dal rapporto di stima e amicizia che lo stesso
nutriva nei confronti della Rocco Spani. In una delle sue lettere inviata alla Fondazione affermava: “un filo comune unisce le nostre esperienze (Casa delle Arti e del Gioco, cooperativa da lui fondata Drizzona nel 1989), che si possono collocare nel quadro del recupero del modo di pensare e di vivere dell’uomo intero per mezzo dell’arte e quindi della fantasia. I segni di pace e di superamento della follia che ha rovinato il nostro pianeta, emersi in quest’ultimo periodo, la voglia di libertà e di giustizia sociale, hanno bisogno di essere sostenuti, alimentati, realizzati a tutti i livelli, partendo dalle realtà locali.” Prosegue Lodi: “I nostri progetti hanno questo significato: contribuire a costruire un nuovo modo di essere persone, a recuperare valori, a restituire ai bambini e agli adulti i linguaggi espressivi e creativi che nella passività del mondo tecnologico moderno stanno perdendo. […] Tutti i bambini del mondo amano disegnare -scriveva Lodi alla Fondazione Rocco Spani – e lo fanno naturalmente sin dai primissimi anni di vita.

I loro primi scarabocchi si evolvono col tempo, si arricchiscono di particolari e accompagnano lo sviluppo mentale. Il bambino ha il diritto di sviluppare questo linguaggio in piena libertà creativa, a casa e a scuola.”

Mario Lodi ha espresso, sin dagli anni ’90, numerosi consensi sull’attività della Fondazione, scrivendone sul settimanale “Avvenimenti”, sul mensile “Riforma della scuola” e sul “Giornale dei bambini”. Alla serata inaugurale interverrà l’assessore alla Cultura del Comune, Fabiano Marti, i curatori Lara Caccia, storica e critica d’arte, Massimo Iiritano, filosofo e presidente dell’Associazione Amica Sofia, Aldo Perrone, già dirigente scolastico e presidente del “Gruppo Taranto”, e Carmine Carlucci, presidente del comitato per la qualità della vita.

Introdurrà e modererà l’incontro. Giulio De Mitri, presidente del comitato scientifico del Crac. Saranno presenti all’evento gli artisti e i poeti. Nel periodo della mostra, oltre alle visite guidate, si terranno gli “Incontri d’esperienza” e si realizzeranno laboratori didattici con le scuole del territorio. La mostra resterà aperta sino al 30 novembre, in parallelo con la mostra di Ettore Sordini.

CRAC Puglia, corso Vittorio Emanuele II n. 17 – 74123. Orari: dal martedì al venerdì, dalle 16.30 alle 19.30. Sabato e festivi su appuntamento.

Diocesi

Don Andrea, nuovo assistente regionale Agesci, ci spiega la vitalità del movimento

22 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Don Andrea Mortato, parroco del SS. Crocifisso di Taranto, è il nuovo assistente ecclesiastico regionale dell’Agesci, l’associazione che in Italia persegue gli ideali dello scoutismo ideato da Baden Powell. Lo ha nominato la Conferenza episcopale pugliese col nulla osta dell’arcivescovo Filippo Santoro. Con don Andrea abbiamo scambiato alcune battute a proposito del suo nuovo incarico.

Questa scelta compiuta dalla Conferenza episcopale pugliese non arriva a caso. Lei, infatti, proviene proprio dal mondo dello scoutismo.

Sì, sono nel mondo degli scout da quando avevo sette anni. Ho iniziato il mio percorso da bambino al Carmine, poi ho continuato da capo scout alla Madonna della Fiducia; come viceparroco, ero assistente del gruppo “Taranto 12”. Proprio in quel periodo sono stato scelto per partecipare a due grossi eventi internazionali, due raduni mondiali degli scout, i Jamburee, in Giappone nel 2013 e in Nord America nel 2019. Poi, tornato dall’America, son venuto qui in parrocchia, ma già al ritorno dal Giappone, il comitato regionale mi aveva chiesto una collaborazione per tutta la fascia d’età 11-14 anni. Adesso, durante l’estate, mi è arrivata questa richiesta dall’arcivescovo e dall’assistente regionale uscente.

La realtà degli scout a Taranto e Puglia è sempre stata importante, con i suoi 143 gruppi e oltre 11.200 aderenti.

Sicuramente è un movimento che oggi attira ancora tantissimi giorni. Un’idea antica, poiché il fondatore Baden Powell non è certo un uomo che vive i nostri giorni, ma che continua a coinvolgere in un modo sempre nuovo le generazioni anche attuali.

Qual è la forza dello scoutismo?

La bellezza di vivere un percorso che ti aiuta a riscoprire te stesso; che alimenta la capacità di ritrovare te stesso in un cammino che non nasce come un cammino puramente cristiano, ma sicuramente con una ricerca di Dio fonte di ogni nostra attività. In Italia, a differenza di quanto avviane in altri paesi, vi è una caratterizzazione cattolica del movimento, presente già nella denominazione dell’associazione: Associazione guide scouts cattolici italiani.

Come mai lo scoutismo in Italia ha questa connotazione e quanto questa consente ai ragazzi di oggi di percepire i valori ella fede?

Sicuramente quella proposta dall’Agesci è una modalità diversa di vivere un percorso di fede. Non possiamo dire che tutti i nostri ragazzi sono dei ferventi cristiani, così come anche tanti dei nostri capi, perché c’è un’esperienza di fede vissuta all’interno di quello che papa Francesco inserirebbe nell’enciclica “Laudato si’”: nel rapporto rapporto con il creato e la bellezza di quanto ci è intorno. Il vivere il contatto con la natura, che è il perno dello scoutismo e forse la chiave per poter scorgere quella presenza di Dio che tante volte, in un cammino di fede vissuto nelle nostre città, dove siano circondati solo da palazzi a abbiamo spesso la difficoltà di alzare gli occhi verso un tramonto, verso un’alba o verso un cielo stellato, diventa difficile. Invece nei nostri campi il contatto con il creato diventa lo splendore del “buonanotte”, forse la chiave giusta per poter scoprire quel Dio che è presente in ogni cosa intorno a noi.

Questo incarico comporterà un ulteriore impegno per lei.

Sicuramente sì. Io però ho premesso, dando il mio consenso a rendermi disponibile, che sicuramente la mia priorità è la parrocchia, la comunità che servo, ma sicuramente svolgerò in pieno questo servizio che mi è chiesto. Ho la fortuna, in questo senso, di avere, per quest’anno, la provvidenziale presenza in parrocchia di don Marco Morrone. Io ho potuto dire il mio sì avendo la certezza della presenza accanto a me di una persona che sicuramente mi consentirà di potermi allontanare quando sarà necessario.

Diocesi

Monsignor Santoro: “L’arcivescovo coadiutore è un aiuto prezioso per la nostra comunità”

19 Ott 2022

di Silvano Trevisani

“Sono contento di questa nomina, che dimostra che papa Francesco è stato attento a una mia richiesta e l’ha benevolmente accolta. Monsignor Ciro Miniero, nominato arcivescovo coadiutore di Taranto, collaborerà con me, conoscerà la nostra diocesi e potrà succedermi, quando il mio mandato avrà termine, in maniera armonica e consapevole. In questo modo, non ci sarà l’effetto sorpresa ma un affiancamento e un cammino comune”.

Con queste parole, chiare ed esaurienti, l’arcivescovo Filippo Santoro risponde alla nostra domanda circa la funzione inedita, affidata a monsignor Miniero, che ci ha colti di sorpresa, poiché è la prima volta che accade. Gli abbiamo poi domandato:

È evidente che la sua richiesta di un ausilio deriva dall’impegno che il recente incarico di commissario dei Memores Domini le ha richiesto.

Proprio così. L’incarico di commissario dei Memores Domini si è rivelato molto impegnativo: sono stato a visitare le comunità della Spagna, a fare degli esercizi spirituali negli Stati Uniti e nell’America Latina. Poi mi chiedono di andare a visitare le comunità del Kazakhstan, di Mosca e di altre parti del mondo, perché abbiamo una casa a Tokio, una a Shangai… Proprio per poter garantire a Taranto un servizio pastorale degno, viste le mie necessarie assenze, ho chiesto un collaboratore. È un dono del Signore di cui ringrazio il Papa, che ho avuto modo di salutare, in occasione del centenario di don Giussani, sabato scorso a piazza San Pietro e che mi ha detto: “Ti ho dato un bravo collaboratore”. Già nell’affidarmi il nuovo incarico mi aveva detto: “È giusto che tu abbia un aiuto perché il compito che ti ho affidato è molto importante e tengo tantissimo ai Memores Domini, che richiedono una dovuta attenzione. L’impegno che rivolgi alla diocesi di Taranto lo rivolgerai anche a quest’altro compito”.

Quali funzioni avrà l’arcivescovo coadiutore?

Dovrà svolgere le funzioni di vicario generale. È una figura prevista dal Codice di diritto canonico proprio per affiancare il vescovo o l’arcivescovo: una figura specifica di ausilio al pastore con cui viene a collaborare. Poi, in vista del compimento, a luglio prossimo, dei miei 75 anni, scriverò una lettera di rinuncia e il Papa deciderà i tempi della conclusione del mandato, che potrà durare ancora per un certo periodo oppure no, ma intanto viene garantita la continuità importante di tutto ciò che abbiamo attuato. Mi riferisco al rapporto con la Chiesa, con le comunità e a quello che abbiamo messo in atto nei confronti della città e dei suoi problemi, sociali e ambientali. Egli potrà acquisire una conoscenza adeguata della realtà, perché dovunque c’è un segno di rinascita della vita cittadina, siamo presenti per sostenere il meglio per la nostra terra. Tenendolo vicino, posso già illustrargli l’esperienza che stiamo portando avanti. Sarà, comunque, una collaborazione intensa, proficua, che penso porterà buoni frutti.

Potrà essere delegato a occuparsi di questioni specifiche?

Svolgendo le funzioni di vicario generale, avrà una visione d’insieme, poi, alla luce delle sue propensioni, della propria visione, gli chiederò, dialogando con lui, di rivolgere maggiore attenzione a questioni specifiche. Quando lui sarà qui, avrò più spazio anche per visitare le comunità anche durante la settimana. Gli impegni del vescovo, in questa vasta diocesi, sono tanti: di recente abbiamo fatto un sacco di immissioni canoniche dei nuovi parroci, organizzato il pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo… La sua collaborazione sarà ad ampio raggio, poi se lui mostra un interesse particolare per alcuni settori, definiremo meglio la divisione dei compiti. In questo tempo cammineremo insieme.

Quando inizierà il suo mandato?

Monsignor Miniero verrà a trovarci nei prossimi giorni e credo che a novembre si trasferirà a Taranto, intanto resta amministratore apostolico della diocesi di Vallo della Lucania, finché non è nominato il nuovo vescovo.

Qualcuno si chiede se questa attenzione che il Santo Padre rivolge alla nostra comunità non possa preconizzare una sua visita.

La visita di papa Francesco l’ho chiesta tante volte ma ora, viste le sue attuali condizioni fisiche, mi sembra ancora più difficile.

Salute

Autismo e disabilità: i servizi stanno sparendo
Ne parliamo con il dottor Salvatore Pignatelli

18 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Una madre di Taranto segnalava, nei giorni scorsi, sulla stampa locale, di essere stata indirizzata dalla Asl all’ospedale di Massafra, che per lei è impossibile raggiungere, per l’assistenza del bambino affetto da autismo. Un’altra madre ci ha segnalato che per il proprio bambino disabile occorre un presidio sanitario, ma che per ora non può avviare la pratica per richiederlo perché le liste specialistiche sono chiuse e se ni parlerà tra mesi. Episodi come questi dimostrano che la sanità pubblica sta disastrosamente arretrando, ma si ripetono purtroppo con cadenza quotidiana e sono inaccettabili. Ancora di più lo sono quando colpiscono i bambini in condizioni di gravi difficoltà, perché affetti da disabilità o, sempre più frequentemente, da autismo. Fenomeni di cui si parla poco tanto che a volte sembrano scomparsi dalla scena sociale pubblica. Ma che invece sono drammaticamente presenti, come sanno le tante famiglie che li devono affrontare e sono spesso lasciare da sole ol loro fardello di dolore e sofferenza.

Una cappa di silenzio sembra calata soprattutto per coprire la carenza di attenzione da parte della sanità pubblica e in particolare dalla Asl, che ha di fatto smantellato i servizi che nella nostra città avevano trovato punte di eccellenza e livelli di attenzione all’avanguardia nel Paese.

Ne parliamo con il dottor Salvatore Pignatelli, che per anni ha diretto il Dipartimento di riabilitazione dell’età evolutiva dell’Asl di Taranto e ha da sempre lavorato nel settore della riabilitazione che ha permesso a Taranto di essere tra le primissime città italiane, se non la prima, ad avviare il servizio dell’integrazione scolastica degli alunni portatori di handicap.

Dottor Pignatelli che fine ha fatto la riabilitazione dell’età evolutiva?

Nel 2014 sono andato in pensione, ma già l’anno prima l’Asl aveva assegnato la direzione a un neuropsichiatra infantile piovuto da Bari. Ma la neuropsichiatria non è congruente con la riabilitazione, e non entrava in continuità con l’esperienza di servizio sul territorio, ormai quarantennale, che si è occupato all’inizio prevalentemente dei bambini grazie anche alle Utr che erano ambulatori di riabilitazione sparsi su tutto il territorio. Così tra il pensionamento di sanitari esperti e l’inadeguatezza dei nuovi operatori che non avevano nessuna esperienza nel campo specifico (ma assumono decisioni da una posizione diversa), si è arrivati via via all’esaurimento di tutte le nostre risorse, di conseguenza: l’Area non c’è più. Io, infatti, sono andato al centro della Cooperativa Logos, chiamato dalla mamma di un bambino e ho trovato altre madri i cui bambini avevo seguito, dalle quali ho raccolto l’unanime sconforto. Fortunatamente sono riusciti a creare un centro socio-educativo funzionale, che però non è un’area riabilitativa. Diciamo che si sono spinti un po’ più in là proprio per non mettere fuori bambini e famiglie, ma occorrerebbero strategie sanitie più complete per fornire risposte risolutive.

Ma la nuova struttura di neuropsichiatria infantile che funzione svolge?

Una funzione esclusivamente diagnostica. Noi eravamo un servizio territoriale che aveva conoscenza di tutta la realtà: la scuola, le famiglie, i servizi sociali. Loro non partono da questa conoscenza. Si pensi alle diagnosi funzionali. Noi le facevamo anche tramite le Utr, andando a misurare i problemi dei bambini in ambito scolastico. Abbiamo fatto tante lotte e tanta formazione con la scuola e col Comune. Insomma: un’operatività tutta sul campo. È vero che c’è un impoverimento delle risorse e degli operatori, ma sta di fatto che non si è più pensatoi a potenziare un servizio che, al tempo della dirigenza Petroli, veniva definito “di eccellenza”.

Insomma: quella che era una ricchezza di esperienze e conoscenze ora è stata dispersa.

Cosa dire? Purtroppo Taranto sembra affetta da dimenticanza cronica. Si dimentica, ad esempio, che nel 1977/1978 siamo stati i primi in Italia a inserire i bambini disabili nelle scuole, siamo stati all’avanguardia anche per l’inserimento nel mondo del lavoro. Quando andavo nei vari convegni al Nord mi venivano sempre chieste spiegazioni sulla nostra esperienza pionieristica, mentre questa ricchezza si va perdento. Si è voluto copiare il modello barese e questi sono gli effetti.

I bambini a chi sono affidati?

È rimasta una piccola struttura da me creata tanti anni fa, ora gestita dalla dottoressa Colucci, con un gruppo di educatori che cerca di fare il possibile, ma è una goccia nell’oceano, perché al di là dei bambini piccoli poi ci stanno gli scolarizzati, gli adulti…

Stiamo parlando di bambini che rientrano nello spettro autistico. Mi diceva la signora Salvato, della Logos, che l’aumento di bambini con spettro autistico è spaventoso.

In uno studio che pubblicai sul “Corriere del giorno”, che prendeva in considerazione il periodo di tempo tra il 1997 e il 2007, si dimostrava che in dieci anni erano notevolmente aumentati i bambini con spettro autistico, ma negli ultimi anni la situazione è notevolmente peggiorata.

Ma si ha un’idea del numero e dei problemi dei bambini con disabilità?

Prima avevamo un rapporto diretto con la patologia neonatale, quando c’era il dottor Vitacco, facevamo un monitoraggio, oggi non sappiamo più quanti sono i bambini a rischio, nonostante la limitatezza delle risorse. Ora, se mi chiedi se a Taranto nascono bambini con le paralisi celebrali, non sono in grado di trovare una risposta. Non si parla più di queste cose, non c’è più un corso di formazione per queste patologie e la riabilitazione si è spostata solo sull’adulto. Mail bambino ha un cervello plastico che, a differenza dell’adulto, si costruisce il futuro portandolo all’adattamento funzionale. A una possibile autonomia.

Letteratura

Mara Venuto ospite del 26° Festival letterario “Ditët e Naimit” in Macedonia e Kosovo

13 Ott 2022

Mara Venuto, poeta e drammaturga tarantina, sarà ospite in Macedonia e Kosovo dello storico Festival letterario internazionale “Ditët e Naimit”, giunto alla 26^ edizione. Poeta pubblicata in sette lingue e premiata a livello nazionale e internazionale, Venuto è anche nota come autrice teatrale, in particolare per opere di stampo civile, e per la sua attività di promozione letteraria e culturale.

Dopo l’esperienza nel 2016 al Festival internazionale di Poesia Slava a Varsavia, e nel 2021 al Meeting poetico di Saranda in Albania, l’autrice tarantina prenderà parte, quale unica autrice italiana, a un nuovo convegno di poesia all’estero assieme ad autori provenienti da diciotto Paesi del mondo, tra cui Turchia, Israele, Pakistan, Svezia e Stati Uniti.

Lo scorso biennio ha segnato nuove tappe nella carriera letteraria di Venuto: nel 2021, la sua ultima raccolta poetica “La lingua della città” (Delta3 Edizioni) è risultata fra le opere di poesia più vendute per la piccola e media editoria, accanto ai volumi di autori storicizzati come Rilke, Merini e Toma. Più di recente, una selezione di sue poesie è stata pubblicata in Cile, sulla prestigiosa rivista letteraria “Altazor”, organo della “Fundaciòn Vicente Huidobro” in collaborazione con l’Università Nazionale del Cile, all’interno della rubrica “Nuova Poesia Italiana” curata da Cinzia Marulli, con la traduzione di Stefania Di Leo.Il Festival letterario internazionale “Ditët e Naimit”:
Il Festival macedone “Ditët e Naimit”  è diretto dal poeta, editore e docente universitario Shaip Emerllahu, e si svolgerà dal 20 al 23 ottobre nella città di Tetovo, a pochi chilometri dalla capitale Skopje, nel Nord – Ovest della nazione balcanica. La manifestazione farà tappa anche nel Sud -Est del Kosovo, nell’antica città di Prizren.
La 26^ edizione dello storico Festival, notissimo fra i poeti di tutto il mondo, sarà caratterizzata da un fitto programma letterario, artistico e culturale: sono previste numerose letture e dibattiti multilingua, ma anche visite a monumenti storici e religiosi delle città ospitanti, caratterizzate dallo stile ottomano, con bazar storici, moschee e monasteri ortodossi. In occasione dell’edizione 2022 del Festival, inoltre, sarà pubblicata e diffusa un’antologia che ospiterà le traduzioni delle poesie degli autori ospiti.

Ecclesia

Pregare, marciare: la pace chiama tutti
Ne parliamo con mons. Alessandro Greco

Pregare e marciare sono entrambe azioni utili alla pace. Abbiamo intervistato il vicario generale dell’arcidiocesi tarantina

13 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Si allarga, finalmente, l’iniziativa di quanti chiedono un impegno attivo per la pare. La situazione di disagio umano e spirituale che stiamo vivendo e le parole con cui il papa invoca continuamente la fine della guerra, alimentano l’iniziativa di gruppi, partiti e movimenti che, seppure ancora da fronti distinte, vogliono che la parola pace entri costantemente nell’opinione pubblica. Ma si ha una chiara visione di quanto sta accadendo e dei pericoli che il mondo corre e della necessità che il dialogo prenda il posto dell’odio? Quanto è pericolosa l’assuefazione e quanto contano i criteri di giustizia? Infine: è utile manifestare per la pace? Sono le domande che rivolgiamo a monsignor Alessandro Greco, vicario generale della diocesi, docente di teologia e già direttore dell’Istituto superiore metropolitano Giovanni Paolo II.

Don Alessandro Greco (foto G. Leva)

Cominciamo dalle sollecitazioni di papa Francesco: ritiene che esse siano percepite e valutate nella loro autentica portata?

Il papa, come figura eminente e segno della presenza di Cristo, che è la nostra pace, attua la sua missione denunciando la dannosità della guerra e incoraggiando coloro che possono compiere passi decisivi. Credo che il papa parli a due livelli distinti, il primo livello è quello dei responsabili del conflitto, voglio dire gli attori: capi di stato, paesi europei, Nato, Onu… insomma gli organismi che possono concretamente intervenire. Il secondo livello riguarda tutti quanti gli altri, a tutti noi insomma, ai quali sembra che la guerra non interessi più di tanto, nel senso che si ascoltano le notizie, i bombardamenti, le stragi continue ma tutto rientra in una certa routine. Fino a quando il conflitto non ci sfiora, noi rimaniamo un po’ distanti, non voglio arrivare a dire “insensibili”, ma certamente un po’ distanti, mentre l’uomo della strada si chiede: che possiamo fare!?

Ma succede che poi si fanno i conti con i risvolti che la guerra ha anche dal punto di vista economico.

Proprio così: i costi aumentano sensibilmente, se poi ci aggiungiamo la mancanza di energia elettrica, di gas, di carburante e poi l’incidenza che questo ha sulle aziende e sulle famiglie, allora la guerra comincia pian piano a toccarci più da vicino e allora siamo più attenti all’assurdità e alla mostruosità della guerra. Ecco: io credo che questi due livelli vadano distinti. Il papa deve esortare alla conversione per giungere a un punto di dialogo e ricominciare a ricostruire, ma sappiamo molto bene come la guerra e l’odio, come anche l’amore, non siano altro che la proiezione di ciò che c’è nel cuore di ogni uomo. La guerra non scoppia mai all’improvviso, ma è l’effetto di ciò che matura nel cuore e nell’anima di ogni persona e perciò ognuno di noi dovrebbe in qualche modo sentirsi responsabile.

Cosa può fare ognuno di noi, oltre che pregare?

Deve fare una vita coerente, di pace, eliminando litigi e divisioni. La guerra può sembrare un fatto a sé, in realtà è un’espressione massima che coinvolge un po’ tutti ed è il risultato di come noi viviamo, anche se al momento non ce ne accorgiamo.

Senza giudicare il comportamento dei popoli, viene alla mente chi, come Gandhi, invitata alla “resistenza passiva”, e viene da chiedersi, guardando al Vangelo: una risposta violenta anche a un’aggressione violenta è sempre il metodo giusto per risolvere i conflitti?

Di solito si dice che le responsabilità sono sempre da condividere, ma può essere che non sia sempre così. Se parliamo di un paese che invade un altro è logico che emotivamente mi schiero dalla parte dell’aggredito. Se un paese è sovrano ha diritto al rispetto degli altri stati, di difendere la propria indipendenza, la propria identità culturale, economica, ecc… un’intromissione violenta è un’intromissione indebita che io non posso sostenere. Attenzione, però, questo è principio, poi bisognerebbe conoscere tutti i particolari, per poter determinare in maniera più chiara la presa di posizione. La resistenza passiva certamente ci sta perché è nella linea evangelica, ma mi domando fino a che punto possa essere sostenibile, di fronte a distruzioni e massacri. Il diritto alla vita non è anche un principio evangelico?

Porgere l’altra guancia è il dettato evangelico? Ma è evangelico che l’Ucraina debba essere rasa al suolo? Il principio della legittima difese è valido a tutti i livelli, per il singolo cittadino come per il popolo. Ciò non toglie che la via della pace deve essere sempre privilegiata.

I segnali che si possono fare, a partire dalla marcia di Assisi per arrivare alle marce che si stanno organizzando in questi giorni e per le settimane future, che significato possono avere? Solo simbolico o sono uno stimolo per una presa di coscienza?

La preghiera che il cristiano deve fare ed elevare a Dio che è la fonte della pace è essenziale. Le altre manifestazioni di tipo diverso, perseguono una sensibilizzazione dell’opinione pubblica, manifestazioni di dissenso nei confronti della guerra e del male, esse coinvolgono tutti e hanno come fine il bene comune. La preghiera è una sua funzione, una sua efficacia, una sua identità, ma anche le altre manifestazioni hanno un loro senso e un loro significato. Creare un movimento di opinione, anche di idee e di pensiero è fondamentale per la società di oggi.

Concilio Vaticano II

60 anni dopo, il Concilio ancora da attuare? Giriamo la domanda a due sacerdoti

11 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Sessant’anni: un periodo che, nella vita bimillenaria della Chiesa, può sembrare breve, ma che diventa lungo se lo si misura con la velocità della dinamica sociale e dei cambiamenti che hanno coinvolto l’umanità nello stesso periodo. Così il giorno inaugurale del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’11 ottobre 1962, può apparire ancora vicino, nei ricordi dei meno giovani che rivedono la paterna figura di san Giovanni XXIII rivolgersi alla luna e inviare un bacio a tutti i bambini del mondo, ma volte anche “lontano”, se si pensa all’esito delle indicazioni e sollecitazioni dettate dai padri conciliari.

Noi proviamo a improvvisare un commento di come il Concilio sia stato accolto e attuato e lo facciamo con l’aiuto di due autorevoli interlocutori monsignor Franco Semeraro, già parroco di San Martino e autore di un importante volume riguardante proprio l’accoglimento del Concilio nella nostra diocesi, e di don Ciro Santopietro, docente di Teologia fondamentale e Teologia delle religioni all’Istituto superiore metropolitano di scienze religiose Giovanni Paolo II.

A monsignor Semeraro abbiamo chiesto:

Alla luce dei sessant’anni e del lavoro che tu hai fatto proprio sull’accoglienza e attuazione del Concilio, credi che sia stata giusta eco alla ricorrenza e, soprattutto, giusta attenzione ai dettati del Concilio?

Il Concilio è stato il più grande avvenimento della Chiesa di questi ultimi secoli; dobbiamo riandare al Concilio di Trento del 1500 per ritrovare un evento del genere, ma l’impatto, dopo il primo momento di entusiasmo e di visione nuova, è andato lentamente scemando, soprattutto nelle nuove generazioni, sia laicali che presbiteriali. Esso diventa oggetto di studio nei seminari, come un fatto storico che è accaduto, ma non impegno di vita, di dinamismo ecclesiale. Questa è una grave ferita sull’arazzo immenso che il Vaticano II ha prodotto.

Qual è il segno più grande che avremmo dovuto cogliere e che non abbiamo colto?

Quello che Papa Francesco ci ripete sempre: una Chiesa in uscita, una Chiesa evangelizzatrice, che ripeta l’annuncio di sempre ma con un linguaggio nuovo, con una forza propositiva, con un dinamismo attento all’ascolto della precarietà del mondo d’oggi. Giovanni XXIII nel discorso al Concilio indicava: non una nuova dottrina ma un fuoco nuovo, di spiritualità nuova. Io ho l’impressione che il corpo dirigente della Chiesa, eccetto alcune eccezioni, non faccia che ripetere modi di vivere e di fare che il Concilio voleva fossero superati. Si voleva una Chiesa ricca di Spirito Santo, ricca di fuoco, ma abbiamo come l’impressione che ci sia un appannamento, una specie di velo di consuetudine, di ripetitività nell’annuncio della Chiesa.

Forse il Sinodo era un tentativo di riprendere quello stimolo, ma in che misura ci sta riuscendo?

Il Sinodo, parola che significa camminare insieme, trova difficoltà ad avere spazio nelle realtà parrocchiali, nella realtà ecclesiale. In fondo Papa Francesco ha voluto il Sinodo proprio per continuare ad accendere il fuoco del Vaticano II, ma il fuoco stenta ad alzarsi, vengono fuori delle fiammelline tenui. La mia sensazione è che vengano accese fiammelline che non alimentano il fuoco, come se fosse uno dei tanti adempimenti ecclesiastici che bisogna fare. Certo, ci sono eccezioni molto belle, anche nella realtà italiana, ma globalmente quello che si può intuire è un fuocherello che ancora non riesce a contagiare a diventare incendio

A chi spetterebbe il compito di alimentare questo fuoco?

Alla Chiesa, pastori e fedeli, per una comprensione nuova che essere cristiani significa immediatamente camminare insieme. Non esiste un potere decisionale assoluto, esiste un cammino di fede, di una Chiesa che cresce, che diventa lievito, fermento di Vangelo.

Don Ciro Santopietro non era ancora nato il giorno dell’apertura del Concilio ma sarebbe nato nell’anno della chiusura. Gli abbiamo domandato:

Guardando all’evento storico del Concilio e alla Chiesa di oggi quanto è rimasto delle indicazioni dei padri conciliari e dei loro documenti?

Il Concilio Vaticano II è un evento che certamente ha dato una svolta molto forte al cammino della Chiesa, come riforma, come rinnovamento, ma i documenti che ha prodotto, a mio avviso, vanno rivisitati per un ulteriore approfondimento, per trarre conseguenze di rinnovamento della Chiesa oggi. Il Concilio, oltre a dei contenuti rimasti un po’ eclissati, ci ha dato un metodo: essere attenti alla storia, alimentare un dialogo con il mondo per cogliere i segni dei tempi. E i segni dei tempi che in ogni fase storica ci vengono offerti sono appelli di Dio, sono luoghi teologici, ci invitano a incarnare il Vangelo nell’oggi, alla luce dei problemi e delle emergenze di oggi.

Pensi che il Sinodo sia uno sforzo di aggiornare il Concilio?

Sì, il Sinodo è un metodo che prende spunto dal metodo conciliare. Sinodo è una parola di origine greca, Concilio è di origine latina ma in pratica significano la stessa cosa, cioè: la capacità di camminare insieme, di fare comunione, ma anche di fare discernimento di quello che il Signore ci chiede oggi, in ogni momento della nostra vita e in ogni fase della storia.

Ma senti, come sacerdote e parroco, che il Sinodo viene colto nella sua importanza oppure la sua accoglienza è un po’ tiepida?

Io credo che il Sinodo nel quale Papa Francesco ha voluto incamminare la Chiesa sia un’occasione di grande importanza, ma non vi è nei suoi riguardi tutta questa attenzione, stiamo vivendo un momento di stanchezza e di smarrimento, soprattutto in Europa. È certamente un momento di sollecitazione, ma occorre esercitare la virtù della pazienza e invocare lo Spirito Santo perché il cammino sinodale sia la riscoperta del vero volto delle Chiesa che poi è: il popolo di Dio in cammino, riflesso della comunione trinitaria nella storia.

Salute

Sanità: presìdi davanti ai cup della Puglia per le liste d’attesa che colpiscono i malati

foto Spi-Cgil
04 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Sono passati solo pochi mesi da quando lo scoppio dell’epidemia di covid aveva trasformato la sanità pubblica nel cuore solidale del Paese, pur facendo intravvedere, però che, al di là della grande disponibilità di medici e paramedici a farsi carico dell’emergenza specifica, per gli “altri” cioè per gli ammalati affetti da altre patologie, i tempi sarebbero stati più duri. E da allora le cose non hanno fatto che peggiorare.

Oggi, quando ormai all’emergenza è stata scritta istituzionalmente la parola fine, la sanità pubblica sembra essere tornata nella sua dimensione di “lontananza” dalla gente, soprattutto delle persone più povere e bisognose. La cartina tornasole è data dalle liste d’attesa che, quando ci sono, impongono tempi a volte assurdi, cui si può ovviare solo pagando di tasca propria.

Così lo Spi, l’organizzazione sindacale dei pensionati Cgil, ha deciso un’iniziativa forte, con un chiaro slogan: “Liste d’attesa: non se ne può più”, realizzando presìdi davanti ai cup per dare assistenza agli anziani che si sentono respingere dal sistema sanitario. Fino al 14 l’organizzazione terrà 50 presidi in tutta la Puglia. Ha anche predisposto uno stampato perché ogni cittadino possa contestare in forma scritta la violazione della normativa che in maniera chiara stabilisce i tempi entro cui devono essere fornite le prestazione. La chiusura della lista e la mancanza di una data è vietata dalla legge. Ci troviamo difronte ad una palese violazione di un diritto.

foto Spi-Cgil

Mesi di proteste, di disagio, di sofferenza, ci dicono che bisogna portare il contenzioso nelle sedi deputate – sostiene Gianni Forte, segretario regionale dello Spi-Cgil, che abbiamo intervistato.

State avendo riscontri alla vostra iniziativa?

Abbiamo cominciato da ieri e abbiamo programmato 50 presidi per tutta la Puglia, ma i primi riscontri li abbiamo avuti: da persone che si sentono confortate dall’iniziativa, perché in questa fase è importante già trovare qualcuno che ti ascolta e che ti offre un minimo di sostegno. È questa la cosa più deprimente: è come se tutto ciò che accade non riguardasse chi ne ha responsabilità.

Fino a pochi mesi fa avevamo ancora l’idea della sanità come di un mondo solidale, per quanto i sofferenti si fossero sentiti, già col covid, maggiormente penalizzati.

E poi abbiamo fatto una campagna elettorale che ha fatto registrare l’assenza totale di questi temi. La storia delle liste d’attesa sta ormai diventando un problema in tutta l’Italia, ma di certo in Puglia, come in tutto il Mezzogiorno, c’è una situazione più pesante. Un po’ la carenza di personale, un po’ l’effetto della pandemia che, tutto sommato, ha avuto riflessi di non poco conto sulla sanità, sta di fatto che le cose così non vanno. E che dire del cup che non funziona? Stamattina siamo stati al Policlinico e il cup non funziona, perché le prenotazioni si fanno solo online con grave danno per gli anziani che non sono in grado di farle. E poi addirittura le “liste chiuse”, una cosa che è proprio vietata per legge, perché a chi si rivolge alla sportello una data bisogna darla. Anche se poi la data la si dà indica distanze anche di anni. Vi è anche un problema che riguarda il comportamento dei medici di famiglia, che devono apporre una sigla per indicare il livello di urgenza e di priorità, che è importante e che se non indicato rende tutto più difficile.

Quindi è un sistema che va completamente riordinato?

Proprio così, anche perché c’è la cosa obbrobriosa che se paghi la prestazione la ricevi il giorno dopo, e questa è la cosa che colpisce di più. Con l’intramoenia i medici hanno diritto di svolgere la prestazione professionale all’interno della struttura, però fino a quando c’è equilibrio tra esterna e interna va bene, ma quando l’attività di intramoenia diventa predominante rispetto a quella interna diventa tutto più difficile. Comunque i medici qualche responsabilità ce l’hanno perché preferiscono certo l’attività privata rispetto a quella istituzionale… pur con le loro buone ragioni. Tutto questo crea una situazione molto complicata.

E come se ne esce? Si può trovare una soluzione?

Con gli strumenti che anche le norme offrono. La norma dice che se la struttura sanitaria non riesce a erogare la prestazione, può anche offrirla in intramoenia ma facendosi carico delle spese, tranne il ticket, se dovuto. Oppure: vieni mandato a una struttura sanitaria privata con le spese a carico dell’ente. Oppure devi allunare gli orari e come è stato fatto in alcuni casi, lavorare anche la notte, insomma… cambiare il modello organizzativo. Il punto è che bisogna sforzarsi per trovare una soluzione. Abbiamo fatto incontri, intese, accordi ma la situazione non cambia. Evidentemente c’è qualche ganglio che ostacola la soluzione dei problemi. Tutto questo si riflette negativamente sulle persone, specialmente sui più deboli. Vi sono pazienti con il codice 48 (patologie oncologiche) cui viene programmata la prestazione dopo tre mesi.

Voi state offrendo alle persone anche la possibilità di contestare per iscritto il disservizio.

Certo, ci facciamo interpreti del disagio e diffidiamo la Regione a risolvere i problema.

Arte

Al Crac Puglia mostra retrospettiva dell’artista milanese Ettore Sordini, a dieci anni dalla scomparsa

28 Set 2022

Sarà inaugurata sabato 1 ottobre alle 18, al Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani onlus, la prima mostra retrospettiva in Italia di Ettore Sordini (Milano, 1934 – Fossombrone, 2012). La mostra, organizzata a dieci anni dalla scomparsa del pittore milanese, dal Crac, unitamente alla Galleria Roberto Peccolo di Livorno, all’Archivio storico Ettore Sordini di Cagli, a cura di Roberto Lacarbonara e Alberto Mazzacchera, raduna una significativa selezione delle opere degli anni ’60-70, nel solco della ricerca svolta accanto e oltre i gruppi del Cenobio e Nucleare.

Ettore Sordini, animatore e protagonista nella Milano artistica del dopoguerra, conosce e frequenta Lucio Fontana, di cui diviene amico e discepolo. Su suo invito, partecipa alla Triennale di Milano del 1954. Nel 1956 aderisce al Movimento Nucleare e con gli amici Piero Manzoni e Angelo Verga si impegna in una serie di elaborazioni teoriche, che confluiranno, sotto forma di invettive e dichiarazioni programmatiche, in numerosi manifesti, tra i quali “Per la scoperta di una zona di immagini” (1956) e “Contro lo stile” (1957).

La sua ricerca cresce e definisce il suo interesse per “il segno”, un segno da lui stesso definito “misurato e parsimonioso”, quasi impalpabile. Verso la fine degli anni ’50, Sordini attua un approfondimento del rapporto tra segno-gesto e natura, le opere acquistano così una maggiore spazialità lirica, accompagnata da un cromatismo tenue e delicato.

Per l’occasione è stato realizzato, per le edizioni CRAC Puglia, una pubblicazione contenente testi introduttivi di Fabiano Marti, Assessore alla Cultura del Comune di Taranto, Giovanna Tagliaferro, direttore della Fondazione Rocco Spani Onlus; testi critici di Roberto Lacarbonara e Alberto Mazzacchera, curatori della mostra, apparato iconografico e note bio-bibliografiche del maestro.

Nel periodo della mostra, oltre alle visite guidate, si terranno gli “Incontri d’esperienza” e si realizzeranno laboratori didattici con le scuole del territorio.

La mostra resterà aperta sino al 30 novembre

Musica

Concerto all’organo rinascimentale di Grottaglie del maestro Juan Maria Pedrero

26 Set 2022

Nell’ambito della “II Rassegna organistica itinerante Internazionale 2022” organizzata dall’Associazione Amici della Musica di Castellana Grotte, con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali del Turismo, il maestro Juan Maria Pedrero terrà martedì 27 settembre 2022, alle ore 20.00, un concerto al prestigioso organo rinascimentale della Chiesa Madre Collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie guidata dal parroco D. Eligio Grimaldi.

L’antichissimo strumento musicale farà sentire la sua voce grazie al valore del famoso concertista spagnolo, il quale ha predisposto uno specifico programma allo scopo di valorizzarne le potenzialità sonore e musicali, interpretando brani significativi della produzione organistica dei secoli XVI-XVIII sul filo conduttore della Spagna nei suoi legami con la cultura europea.

Il maestro Juan Maria Pedrero, nato a Zamora (Spagna) nel 1974, dopo aver studiato pianoforte nella sua città natale si trasferisce a Barcellona, dove conclude l’istruzione musicale superiore presso il Conservatorio del Liceo sotto la guida dei maestri Josep Maria Mas Bonet (organo) e Ramón Coll (pianoforte). Segue le lezioni di Michael Radulescu con il quale approfondisce l’opera completa per organo di Johann Sebastian Bach; si specializza inoltre nel repertorio iberico con Josep Maria Mas Bonet. Si perfeziona in Francia con François-Henri Houbart presso il Conservatorio di Orléans, ottenendo un Premier Prix de Perfectionnement nel 1999.

Il maestro Pedrero si esibisce regolarmente in Europa, Russia, America (Canada, Ecuador, Cuba, Panama) e Asia (Giappone e Filippine). Ha effettuato registrazioni su organi storici in Spagna e sull’organo Kern della Sapporo Concert Hall, nonché per varie emittenti radiotelevisive. È anche consulente per il restauro degli organi storici in Spagna. Dal 2004 insegna organo al Conservatorio di Granada e nel 2019 ha co-fondato l’Academia Internacional de Òrgano en Castilla sugli organi storici di Tordesillas. È membro dell’Accademia Reale di Belle Arti di Granada e direttore artistico dell’Accademia Internazionale d’Organo che si tiene ogni anno a settembre.

L'argomento

Il Paese si spacca alle urne, ma il Rosatellum premia il centrodestra anche da noi

26 Set 2022

di Silvano Trevisani

Sono passati solo quattro mesi dalla trionfale elezione di Rinaldo Melucci, espresso dal Pd, a sindaco di Taranto, e pochi giorni dalla plebiscitaria elezione a presidente della Provincia. Lo stesso si potrebbe dire per molte altre città d’Italia, in cui il centrosinistra aveva surclassato il centrodestra, eppure il risultato delle politiche fa voltare pagina. È chiaro e scontato che le amministrative recitano un altro copione rispetto alle politiche, eppure i risultati di ieri qualcosa di chiaro ci dicono. E ci permetterete di riandare a quanto scritto solo pochi giorni fa quando annotavamo che i sistemi elettorali aberranti come il Rosatellum (come l’Italicum, il Porcellum ecc…) escogitati da maggioranze che pensano di assicurarsi così il futuro, finiscono col punire proprio chi li aveva promossi. Così Renzi, che allora guidava ancora il Pd, è stato quasi annientato dal suo Rosatellum e salvato in corner solo da un Calenda che adesso, finalmente, dovrà occultare la sua “agenda Draghi”, sempre ammesso che sia mai esistita, che non ha interessato proprio nessuno. Renzi però, nella sua conclamata vena distruttiva, un successo lo ha ottenuto, provocando la debacle del Pd e, con essa, di tutto il centrosinistra. Lui e Calenda avevano imposto il “no” al campo largo, escludendo tassativamente l’alleanza con il M5S: tale scelta ha spianato la strada al centrodestra che pure ha meno voti degli altri messi insieme e che ringrazia doppiamente. Ma Renzi e Calenda, hanno di nuovo sbagliato a farsi i contri: loro prevedevano l’annientamento dei 5 Stelle che invece hanno più che doppiato la loro lista.

Un altro elemento che avevamo puntualizzato era la prevedibile frattura tra Nord e Sud. Ed è quello che si è verificato, data la voglia del Nord di difendere la sua opulenza e la necessità del Sud di creare un argine, che ha trovato nei 5 Stelle, e non nel Pd, l’interprete più accreditato, tanto che il partito di Conte risulta il primo nel Sul. Per quel che ci interessa, anche in Puglia il partito di Conte è il più votato, anche se il sistema elettorale, che impone alleanza elettorali, che poi non danno nessuna garanzia di tenuta politica, ha premiato il centrodestra, marginalizzando il Pd e i suoi alleati. Uno dei rischi più concreti è che i fondi del Pnrr, già rivisti rispetto al secondo governo Conte, vengano dirottati in maniera più consistente verso il Nord, visto che Giorgia Meloni ha più volte espresso l’intendimento di ridiscuterlo.

È quanto accaduto a Taranto. In provincia, per quanto riguarda il Senato, la coalizione di dx, che appoggiava Vita Maria Nocco, risultata eletta, ha ottenuto il 42,51, ma FdI il 24,76, a fronte del 30% di Roberto Fusco dei M5S e del trascurabile 18,96 di Maria Grazia Cascarano del centrosinistra (Italia Viva addirittura al 4%); ma a Taranto città i Cinque Stella hanno quasi pareggiato, col 34,55, l’intero centro destra (34,77), mentre FdI non arriva da solo al 23.

Risultato simile anche alla Camera, dove risulta eletto il candidato del centrodestra, Dario Iaia, già sindaco di Sava, e dove il candidato del Pd, il “tarantino” Giampiero Mancarelli, nonostante la debacle del suo partito, ha qualche punto in più rispetto al risultato del Senato con il 23,33, surclassato da Annagrazia Angolano di M5S col 32,65.

È evidente che anche il Sud ha risentito, anche se molto meno, dell’ondata che investiva il Paese, ma è stato il sistema elettorale a decidere l’andamento. Ma l’Italia ormai da tempo aveva deciso di spostarsi verso l’unico partito che non aveva partecipato al governo Draghi che, non lo abbiamo mai nascosto, secondo noi è stata una vera iattura, che non ha attuato nessuno dei programmi che sarebbero stati nella sua agenda e che ha fortemente nuociuto a chi lo ha appoggiato, soprattutto tra i più esasperati, come Di Maio e Tabacci il primo dei quali non rientrerà neppure in Parlamento, nonostante il suo ruolo di ministro degli Esteri, e pur essendo stato paragonato, un po’ frettolosamente, ad Andreotti. La scelta di Conte, di dissociarsi non solo da Draghi ma anche da Beppe Grillo che di Draghi era stato uno dei più tenaci sostenitori, ha premiato: non solo egli personalmente ha recuperato oltre 5 punti percentuali, ma ha anche affrancato definitivamente il M5S dal “vecchio” movimento. Il Pd dovrà affrontare, ora, un’ennesima rivoluzione che non potrà non tener conto della posizione di chi, Emiliano prima di tutti, aveva avvertito che annientare il campo largo, come ha fatto Letta con una scelta incomprensibile sarebbe stato un errore fatale per il centrosinistra.

Otium

Al SS. Crocifisso incontro con la poesia con Silvano Trevisani e José Minervini

21 Set 2022

“La parola tra la realtà e lo Spirito” è il tema dell’incontro organizzato dal comitato di Taranto della Società Dante Alighieri, in collaborazione con la Fidapa, che si svolgerà giovedì 22 settembre alle ore 19 nella Chiesa del Santissimo Crocifisso, in via SS.ma Annunziata a Taranto. Nel corso dell’incontro, José Minervini, che presiede entrambe le associazioni, dialogherà con Silvano Trevisani, autore della silloge “Le parole finiranno, non l’amore” (Manni editore).

Introduce l’incontro, il parroco del SS. Crocifisso don Andrea Mortato.

La raccolta poetica propone una doppia lettura della realtà storica, etica, culturale, spirituale del territorio umano e sociale partendo da una riflessione introspettiva, autobiografica. L’analisi intima, memoriale si riflette sul mondo circostante e sui cambiamenti repentini che hanno portato dalla civiltà contadina al mondo post-moderno. Fa da sfondo il confronto con il divino che entra nella storia interrogandoci e dandoci delle risposte concrete. La “Parola” a cui fa riferimento il tema dell’incontro e anche il titolo del volume, in questo senso, fa da pendant tra il suo significato teologico e la sua funzione comunicatrice.

Il libro è diviso in undici capitoli tematici che rappresentano un percorso di vita, dal primo, Passaggi in luce, che riguarda la prima parte della vita (la nostra infanzia) che coincide appunto con la fine della civiltà contadina, con valori positivi e disvalori che ci hanno segnato, per continuare con la scoperta del mito, che è il passaggio dall’antico al nuovo che per Taranto ha segni evidenti nelle tracce archeologica; poi un ragionamento complesso sul significato della poesia, quindi la scoperta del mondo intorno, con un occhio alla cronaca, all’esperienza di giornalista, agli stravolgimenti delle tecnologie che hanno provocato la chiusura di molti giornali, compreso il Corriere del giorno. Tra i capitoli finali è Sacràlia, che affronta i temi religiosi che poi danno il titolo e il senso conclusivo al libro: le poesie hanno il compito di comunicare, sollecitare, interpellare, ecc… ma quello che resta di tutto ciò che si comunica è solo il sentimento che unisce: l’amore.