Politica italiana

Taranto e Martina in controtendenza portano al successo il centrosinistra

14 Giu 2022

di Silvano Trevisani

In controtendenza rispetto a quanto registrato nel resto del Paese, o almeno in gran parte delle città in cui si è votato, Taranto e il suo territorio hanno premiato il centrosinistra, nonostante il graduale dissolvimento del Movimento 5Stelle, che solo a Mottola regge, riuscendo a mandare al ballottaggio il suo candidato, che è poi il sindaco uscente Giampiero Barulli. Ma andiamo per ordine cominciando da Taranto.

Dal voto per le amministrative di Taranto esce fortemente premiata, assieme al sindaco Rinaldo Melucci, tutta la sua giunta, o almeno il suo “nucleo stabile”. Risultano eletti in Consiglio, infatti, gli ex assessori “fedelissimi” di Melucci, vale a dire: il vice sindaco Fabiano Marti, gli assessori Fabrizio Manzulli, Francesca Viggiano, Paolo Castronuovo, oltre al presidente del Consiglio Lucio Lonoce, che ancora una volta ha raccolto una messe di voti. A rileggere i dati numerici delle preferenze, se ne deduce la lucidità delle strategie adottate che hanno consentito la premialità della scelta delle liste. Va rilevato, in questo senso, che dalla lista Pd che sosteneva Melucci, vengono eletti sette candidati, mentre nel 2017 ne vennero eletti ben undici. Il che vuol dire che la maggioranza dei venti seggi spettanti alla coalizione se li sono divisi le altre liste di appoggio. Ma vediamo nel dettaglio chi sono i nuovi consiglieri eletti, a cominciare proprio dalla lista del Pd. Primo assoluto per preferenze è il consigliere regionale Enzo Di Gregorio, che sfiora i 2.000 voti, seguito da Lonoce (1.632), da Gianni Liviano, che con 1.248 preferenze torna in Consiglio dopo l’esperienza in Regione, da Gianni Azzaro, Francesca Viggiano, Patrizia Mignolo, Valerio Papa. Primo dei non eletti Michele De Martino. Due i consiglieri eletti dalla lista Taranto Crea: Giuseppe Fiusco e Fabrizio Manzulli, che ha sopravanzato di una decina di voti.

Hanno ottenuto due consiglieri anche le liste Con Taranto (Pietro Bitetti, con oltre 1.500 voti, e Stefania Fornaro), Taranto 2030 (Adriano Tribbia e Angelica Lussoso), Più centrosinistra (Elena Pittaccio e Goffredo Lo Muzio), mentre uno ciascuno ne hanno ottenuto: Taranto Mediterranea (Michele Patano), Movimento 5 Stelle (Mary Luppino), Taranto Popolare (Michele Mazzariello), Europa Verde (Marti), Socialisti Repubblicani (Castronovi).

Per quanto riguarda le liste di centrodestra, oltre al candidato sindaco Vincenzo Musillo detto Walter, vengono eletti 4 consiglieri per Patto popolare, i primi tre dei quali furono tra i firmatari determinanti dell’atto che portò allo scioglimento del Consiglio: il consigliere regionale Massimiliano Stellato con oltre 1.500 voti, Carmen Casula e Cosimo Festinante, mentre torna in Consiglio Francesco Cosa, che fu assessore per Stefano eletto nella sua lista Sds. Due gli eletti per Fratelli d’Italia: Giampaolo Vietri, come al solito molto suffragato (1.348 voti) e Tiziana Toscano. Uno ciascuno per Forza Italia (Massimo Di Cuia), Patto per Taranto (Salvatore Brisci) e Prima l’Italia (Francesco Battista). Entrano in Consiglio, per aver superato la soglia minima, gli altri due candidati sindaci: Luigi Abate e Massimo Battista.

Anche Martina Franca premia il candidato del centrosinistra: Gianfranco Palmisano, con 12.947 voti (51,8%) si afferma al primo turno sul candidato di centrodestra, Mauro Bello, fermo al 45, 24. Solo il 2,94% per Lafornara. Quest’anno si registra, però, un netto calo dei votanti.

Al primo turno eletti anche i sindaci di Leporano (Vincenzo Damiano, lista civica, che subentra al commissario) e Sava (Gaetano Pichierri è l’unico sindaco di centrodestra eletto al primo turno in provincia, col 57% su Giulio Rossetto del centrosinistra, col 42%).

Negli altri Comuni si va al ballottaggio. A Castellaneta, il candidato del centrosinistra, Alfredo Cellamare, ha mancato l’elezione al primo turno per poche decine di voti e dovrà vedersela con Di Pippa del centrosinistra, staccato col 36%. A Palagiano vanno al ballottaggio Domenico Pio Lasagna, che guida liste civiche e Pietro Rotolo, civiche di centrosinistra, staccato il candidato di desta Donato Borracci.

A Mottola, come dicevamo, il sindaco uscente Barulli, del movimento 5Stelle, se la dovrà vedere al ballottaggio con Angelo Lattarulo, che guida liste civiche, che ha surclassato i candidati di centrodestra e centrosinistra: Quero e Rogante.

L'argomento

Rinaldo Melucci promosso al primo turno
e promette che Taranto verrà trasformata

13 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Lo si era capito già dallo spoglio delle prime sezioni che si andava profilando una netta affermazione già al primo turno per il sindaco uscente Rinaldo Melucci. Con il passare dei minuti e il conteggio di nuove sezioni, la vittoria si è profilata chiara e netta: Melucci ha preso oltre il 60 % dei voti, mentre il principale antagonista, quel Musillo che aveva capeggiato la fronda che aveva poi portato allo scioglimento del Consiglio comunale, fatica a raggiungere il 30%. Molto staccati gli altri due candidati sindaci, Luigi Abate e Massimo Battista, che si fermano attorno al 4-5%.

Intorno alle 19, Melucci, accompagnato dal presidente Emiliano, ha raggiunto il comitato elettorale dove lo attendevano candidati e sostenitori, e lo attendeva anche Mario Turco, uno dei dirigenti nazionali dei 5Stelle designati dai Conte.

“Dobbiamo rimetterci subito al lavoro perché abbiamo perso troppo tempo in questa città a causa di qualche scellerato che ha pensato di interrompere il lavoro – ha detto Melucci alla folta schiera dei giornalisti che lo attendeva in via Di Palma – questa città ha dimostrato stasera di essere consapevole, di essere matura rispetto ai processi di transizione che abbiamo messo in piedi e ha ragione il presidente Emiliano quando dice che questo messaggio arriverà forte e chiaro a Roma, perché qualcuno pensa che, rispetto alle questioni industriali, si possa fare a meno del pensiero della maggioranza assoluta dei tarantini che sta indicando la strada. E la strada che indica è quella di una riconversione radicale, di un modello di sviluppo sostenibile e alternativo alla monocultura industriale. Ci aspettano giornate di lavoro molto impegnative ma il modello tutto pugliese, che stiamo tentando di esportare in campo largo, sta dimostrando di funzionare e quindi restiamo uniti e concreti rispetto a ciò che dobbiamo fare per questa città”.

Quando abbiamo detto “il meglio viene adesso” – ha aggiunto Melucci – non fantasticavamo ma dicevamo la verità, perché abbiamo tante gare a bilancio tanti cantieri che adesso ripartiranno, tante iniziative importanti a cominciare dai Giochi del Mediterraneo. Sarà una Taranto tutta diversa, da qui alla fine del prossimo mandato, e quello che verrà è nato in questi anni. Abbiamo già un’azienda molto fitta, la settimana prossima siamo a Orano, in Algeria, per il passaggio di consegne dei Giochi del Mediterraneo”. E circa l’affermazione elettorale aggiunge: “Speravo in un’affermazione come questa ma non era affatto scontata. Abbiamo fatto un grande lavoro con tutte le liste, sempre con grande sobrietà, con grande eleganza di fronte a qualcuno che invece ha usato soltanto volgarità e trucchi per imbonire la città senza riuscirci”

Da parte sua, Emiliano ha detto: “Questa è la vittoria dei tarantini, siamo consapevoli di avere dato vita a un esperimento politico largo nel quale il Partito democratico, il movimento 5Stelle, le liste civiche hanno messo chiaro per tutti, per tutta l’Italia, che Taranto non accetta di essere una città che accetta di sacrificare la salute per la produzione. Taranto deve diventare il polo dell’idrogeno nazionale e devono tirar fuori i soldi per far sì che la rivoluzione industriale passi da questa città e si estenda a tuta l’Italia, questo è un modello di governo che possa governare in futuro anche l’Italia”.

Va sottolineato, però, che l’affluenza alle urne è stata molto bassa: circa il 52%, sei punti meno della volta scorsa, segno che comunque una certa disaffezione della gente alla politica si fa sentire.

Hic et Nunc

Il fallimento dei referendum sulla giustizia chiama la politica alle sue responsabilità

13 Giu 2022

Com’era largamente previsto persino dai suoi promotori, che infatti non hanno sviluppato uno straccio di campagna elettorale, il referendum è stato un disastro. Solo l’election day, cioè la coincidenza del referendum con le amministrative, stabilito grazie al fatto che all’interno del governo sono presenti anche le maggiori forze promotrici, cioè Lega, Forza Italia, Italia Viva, Radicali e parte del PD, ha consentito che il numero di votanti raggiungesse il 20%, altrimenti difficilmente avrebbe superato il 10%. Astrusità dei quesiti, contraddittorietà degli stessi, scarso interesse in un Paese provato da anni di crisi eteroindotte, cioè decise da altri e curate con provvedimenti sbagliati, incombenza di una riforma della giustizia che comunque avrebbe riformato il risultato dei voto, sono i principali, ma non unici, motivi dell’ennesimo fallimento di un referendum abrogativo che mai, come questa volta, era palesemente pretestuoso, ma che è costato comunque, alle casse dello Stato, circa mezzo miliardo di euro, che poteva essere molto meglio speso.

Noi abbiamo cercato, nella scorsa settimana, di presentare le ragioni pro e contro i quesiti, in modo equilibrato ed equidistante, ma ora non possiamo esimerci dal segnalare delle incongruenze interne e ampiamente politiche, a cominciare dall’assoluta impopolarità della richiesta di abolizione della legge Severino. È evidente che i cittadini, di fronte a una corruzione dilagante e al continuo pericolo di infiltrazioni mafiose (più che un pericolo è una realtà) sarebbero addirittura favorevoli a un inasprimento della legge o non certo all’abolizione, che farebbe solo comodo a quella parte della politica che persegue la totale impunità. E infatti, sul questo referendum la Puglia si è schierata comunque per il “no”.

Che dire poi della richiesta di abolizione della carcerazione preventiva avanzata dagli stessi partiti politici che sostengono la liceità assoluta dell’assassinio per legittima difesa? Come dire che i ladri si possono ammazzare anche se girano attorno alla casa, ma che non si possono tenere in galera in attesa del processo, anche se sono stati colti sul fatto! Non vi sembra leggermente assurdo? In realtà lo è, ma siccome chi presentava il referendum pensava alla libertà dei politici arrestati ma, per forza di cose, ha dovuto associarli a ladri e truffatori, ecco spiegata anche questa contraddizione.

Sempre assurda e contraddittoria la giustificazione data alla richiesta di rimessa in libertà di chi delinque: si sostiene, infatti, che siccome molti arrestati vengono assolti perché i giudici sono in disaccordo con i pm gli arrestati vanno liberati, ma con un altro quesito si lamentava invece esattamente l’opposto: che pm e giudici sono così d’accordo che va introdotta la suddivisione delle carriere tra giudicanti e inquirenti. Altra chiara contraddizione.

Non parliamo poi dei collegi giudicanti sugli atti e comportamenti dei giudici, cosa che la quasi totalità degli elettori non ha nemmeno capito. Con un quesito contorto e criptico si tendeva a far sì che tali collegi non fossero limitati ai giudici, per essere allargati anche ad altri, compresi agli avvocati. Cosa che contraddice quanto avviene per tutte le altre categorie, compresi gli stessi avvocati, il cui ordine è l’unico abilitato a sindacare il comportamento degli iscritti.

Ma una delle tante cause del basso numero di votanti è anche la scarsissima convenienza dei fuori sede, soprattutto giovani studenti, ma anche molti lavoratori, e rientrare appositamente e ripartire frettolosamente, solo per questo voto. Insomma: sarebbe il caso che la politica facesse il proprio dovere, evitando di chiamare a consultazione per referendum inutili elettori già disaffezionati, anche perché già assillati dall’interminabile campagna elettorale che investe il Paese.

Ora il governo e il ministro della giustizia dovranno tener conto anche dell’esito del referendum

Hic et Nunc

Referendum: per il giudice Rosati i quesiti sono contraddittori e oscuri

10 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Chiudiamo oggi il nostro giro di consultazioni sui quesiti referendari cui saremo chiamati a votare domenica prossima, nell’election day che vedrà al voto anche gli elettori di mille Comuni italiani.

Dopo il docente universitario, Stefano Vinci, e l’avvocato, Franco De Feis, è oggi la volta di un alto magistrato che ha accettato di rispondere alle nostre domande. Parliamo di Martino Rosati, consigliere della Corte di Cassazione, che molti lettori ricorderanno per l’attività giudiziaria svolta in occasione dell’ormai storico processo per il delitto di Avetrana.

Prima di addentrarci nell’esame dei singoli quesiti? qual è il suo giudizio complessivo su questa tornata referendaria?

Viene da chiedersi, in primo luogo, quale interesse possa avere il cittadino italiano a esprimersi su problemi come la partecipazione degli avvocati ai consigli giudiziali! Credo che ben altri siano gli argomenti sui quali la gente si esprimerebbe volentieri, non certo su questioni complicate anche per gli addetti ai lavori. Ma soprattutto c’è a dire che, quale che sia l’esito di questo referendum, su moltissimi punti incombe già la riforma Cartabia, sulla quale il governo proporrà certamente la questione di fiducia. Quindi, il loro esito

Cominciamo dal primo quesito, che propone l’abolizione della legge Severino. Qual è la sua opinione?

Se parliamo dell’incandidabilità di chi è stato condannato in primo grado, secondo me è sbagliato vederla come un privazione di un diritto fondamentale del cittadino. Non incide sulla libertà della persona, poiché è fondamentale che ci sia un accertamento definitivo della responsabilità, ma vi sono situazioni in cui, anche solo per ragioni di opportunità, un limite va posto. Non si può leggere la norma in chiave di compressione incostituzionale di diritti, tanto più che la Corte costituzionale si è espresso in merito.

Il secondo quesito riguarda le misure cautelari, ritenute spesso eccessive, almeno per i reati minori.

Io passerei al terzo quesito, quello delle separazione delle carriere perché vorrei legarlo al secondo. Mi spiego: chi ha proposto la separazione delle carriere sostiene che vi sia uno spirito di colleganza o di maggiore benevolenza (in ragione della colleganza) tra giudici e pubblici ministeri. Ma i fatti e i numeri dimostrano che non è così: semmai vi è un atteggiamento molto rigoroso, spesso anche per presunzione di maggiore “intelligenza”; alcune volte, e lo noto in Cassazione, c’è addirittura un eccessivo rigore nella valutazione dell’operato del collega. Questo lo dimostrano i numeri e la percentuale delle assoluzioni. E qui vorrei chiamare il ballo il secondo quesito che dimostra l’infondatezza di quello sulla divisione delle carriere. Col secondo requisito, infatti, si chiede la riduzione della custodia cautelare, per il fatto che troppo spesso, secondo i propositori, le richieste del pm non vengono accolte dal giudice o dal tribunale del riesame. Ma se si sostiene l’esistenza di questa eccessiva discordanza tra pm e giudici come si fa poi a sostenere che esiste un’eccessiva benevolenza? Come la mettiamo? È evidente che un quesito smentisce l’altro.

Un autorevole magistrato ha sostenuto che questo quesito sia espressione dell’infinita lotta delle camere penali, cioè le associazione degli avvocati penalisti. Che ne pensa?

Nel corso di un convegno ebbi a dire che, semmai si raggiungesse la separazione delle carriere le camere penali si potrebbero sciogliere “per aver raggiunto il loro scopo”, così come si potrebbe abolire il codice civile nel caso il cui la società… raggiungesse il suo scopo.

E qui introduciamo il quarto quesito, che riguarda la valutazione dell’operato dei giudici.

La logica potrebbe essere la stessa. Oggi nei consigli giudiziari è prevista la presenza degli avvocati, ma non per le questioni relative ai consigli disciplinari. La questione francamente mi lascia indifferente. Ma se c’è una giustizia disciplinare, quindi una giurisdizione “domestica”, vale a dire interna alla categoria, non vedo perché debba esserci qualcuno di esterno: nei consigli disciplinari degli avvocati ci sono solo avvocati, e così negli altri ordini. Vogliamo metterci anche altre figure? Per me non è un problema ma mi sembra una contraddizione in termini. In fondo, un’eventuale presenza di avvocati nei collegi avrebbe una dimensione marginale, ma resta il principio: perché una giurisdizione domestica, cioè appartenente a una categoria, ne dovrebbe contenere altre?

L’ultimo quesito è quello che riguarda l’elezione del Csm, per il quale si vorrebbe evitare correnti.

Vorrei chiedere: per gli organi degli avvocati come si seleziona la base elettorale? Nei giorni scorsi, per la designazione dei delegati a un congresso di avvocati c’erano centinaia di persone che distribuivano bigliettini elettorali. E le altre categorie? I corpi intermedi orientano sempre il voto della base, è inevitabile. Il sorteggio, lo hanno detto tutti, è incostituzionale e non passerà mai, perché non è un’elezione. Il potere delle correnti si attenua in altro modo, prima delle elezioni. Il vero problema delle correnti sta nella riforma Mastella di qualche anno fa, che stabilì, e noi lo sappiamo benissimo al nostro interno, l’eliminazione della carriera automatica con la progressione senza demerito. Detto questo, noi siamo come tutti gli altri, c’è gente che aspira a mettersi medaglie, persone non sempre adeguate decidono il destino degli altri: un po’ come succede in tutte le professioni, dove in genere i rappresentanti delle categorie non sono mai notissimi professionisti, che spesso non rinunciano all’attività molto redditizia in favore di ruoli di rappresentanza. L’intermediazione dei corpi intermedi è inevitabile, dovunque c’è un’elezione c’è sempre un momento di sintesi graduale per arrivare dalla base al vertice e in quello si attuano i meccanismi del consenso. Il consenso si orienta sempre con le promesse reciproche, sia che si voglia fare il sindaco, che il parlamentare, il consigliere, il presidente di un qualsiasi ente o associazione. Poi sta alla sensibilità e all’onestà dei singoli tenere un comportamento corretto, e comunque nella nostra categoria, e posso dirlo con onestà e con orgoglio, è sempre elevato. Mi rendo conto che essere migliori non basta, perché nel nostro caso si richiede l’intangibilità. Ma anche in questo caso, il responso del quesito referendario sarebbe suberato comunque dalla riforma del Csm, per il quale si dovrebbe andare a votare già a luglio o al massimo a settembre.

Musica

Il cantautore pugliese Checco Curci dedica un brano a Taranto: Wind Day

09 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Si intitola Wind Day, una denominazione molto nota soprattutto ai tarantini che vivono attorno all’acciaieria ed è il primo singolo di Checco Curci, in uscita venerdì 10 giugno su tutte le piattaforme digitali con distribuzione ArtistFirst. Il brano rappresenta il primo, eccezionale estratto dall’album d’esordio di Checco Curci, la cui uscita è prevista per l’autunno 2022 con l’etichetta-collettivo Dischi Uappissimi, già attiva al fianco del progetto Lazzaretto.

Ma chi è Checco Curci? È un architetto, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, originario di Noci e figlio di Vittorino, noto poeta, artista e musicista jazz, che è stato recentemente a Taranto anche per partecipare al progetto di poesia “Sulle orme di Alda Merini”. Checco, che ha studiato a Venezia e si è specializzato a Milano, nel 2009 fonda l’associazione BucoBum e per 10 anni cura la direzione artistica dell’omonimo festival che porta a Noci il meglio del cantautorato emergente italiano (Dente, Dimartino, Giovanni Truppi, Levante, Maria Antonietta, Thegiornalisti, Motta, Moltheni, Edda e tanti altri). Oltre alla canzone e all’urbanistica coltiva attivamente, da studioso e allevatore, la passione per i cavalli.

Ora il debutto del cantautore pugliese con la supervisione artistica di Riccardo Sinigallia il quale, prima di entrare nel progetto, più volte aveva descritto il lavoro di Checco Curci come una delle novità più interessanti e originali nel panorama della canzone italiana. Wind Day fa, naturalmente, esplicito riferimento a Taranto e ai morti che il suo impianto siderurgico continua a causare da oltre 50 anni. I “wind days” sono i giorni di allerta meteo in cui il vento intenso da nord-ovest spinge le polveri tossiche sul quartiere Tamburi e sul resto della città.

La musica di Curci presenta degli elementi di novità, sia nella sequenza dei brani e nella costruzione della melodia, con delle sincopi e anafore che si succedono in un ritmo singolare e con innesti strumentali che dimostrano il raffinato livello di scrittura e arrangiamento.

Prodotta da Giacomo Carlone al Supermoon Studio di Milano, Wind Day – spiega efficaemente la produzione – prende per mano l’ascoltatore e lo accompagna fra il Mar Grande e il Mar Piccolo, dove la Magna Grecia più ancestrale si mescola ai riti industriali di una fabbrica spettrale e velenosa. Una storia di innocenza, di gesti silenziosi e parole dialettali che raccontano le cicatrici, le ferite e le perdite di chi è costretto nel ricatto fra salute e lavoro”.

Wind Day, scritta da Checco Curci insieme a Piero D’Aprile (Gli Amanti) e Leo Steeds che ha coprodotto il brano, è ascoltabile sulle maggiori piattaforme.

L'argomento

Referendum: per De Feis esistono esigenze reali alla base dei quesiti

09 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Come annunciato, torniamo a parlare, oggi, della questione referendum, che abbiano ritenuto opportuno approfondire in vista dell’ormai prossimo appuntamento, soprattutto per la scarsa informazione che sta caratterizzando la vigilia e che sembra coinvolgere anche i promotori dei cinque quesiti, sui quali siamo chiamati a esprimerci. Ci si domanda se questo sia effetto di una scarsa convinzione, che è andata maturando, sia del raggiungimento del quorum, sia degli effetti reali che anche una vittoria del sì avrebbe, dal momento che è in itinere la riforma della giustizia firmata Cartabia.

Ieri abbiamo ascoltato un parere sul ruolo di questi referendum, oggi coinvolgiamo nella lettura dei quesiti un noto avvocato dalla lunga militanza, anche politica: Franco De Feis, che è anche l’ideatore e il coordinatore dell’Associazione di cultura giuridica Tarenti Cives e che ha un orientamento positivo circa l’accoglimento dei quesiti e quanto meno delle ragioni che sono alla base. Vediamo perché.

Cominciamo dal primo referendum, quello che propone l’abolizione della legge Severino. Quali conseguenze potrebbe avere il “sì”.

È chiaro che tutta la legge sarebbe annullata, ma è bene ricordare che la legge in questione da un lato rende incandidabile chi ha subito condanne definitive, dall’altro prevede anche la sospensione di sindaci e amministratori locali anche in presenza di sentenze non definitive. Nel momento in cui sospendi dalle funzioni chi svolge un ruolo pubblico importante, perché condannato in primo grado, con una sentenza che non di rado viene ribaltata, pregiudichi insanabilmente una funzione. Ricordiamo il caso Di Bello: allora non c’era ancora la legge Severino ma lei si dimise e poi venne assolta con tutto il caos che ne conseguì. Anche l’incandidabilità da sentenze penali, in alcuni casi, è eccessivamente penalizzante.

Il secondo referendum chiede la limitazione delle misure cautelari per le persone accusate di reati.

La custodia cautelare di fatto dispone la carcerazione preventiva per un giudizio a venire, ma che ora non c’è. Essa è motivata, com’è noto da alcune esigenze: evitare la fuga, la distruzione delle prove o la reiterazione del delitto. Ma in molti casi questa “condanna a priori” che una persona subisce perché un pm ha ritenuto di usare la misura restrittiva e il gip ha convalidato in attesa, è troppo severa, soprattutto per reati non gravi.

E veniamo i quesiti sui giudici. Il primo è quello che propone la distinzione tra e funzioni del pubblico ministero e le funzioni giudicanti, della quale si occupa però anche la riforma Cartabia.

Su un piano logico giuridico, chi svolge una funzione giudicante non può essere legato a una delle parti in causa. E si è legati a una delle parti in causa prima di tutto per il fatto che c’è l’elezione a livello circoscrizionale e a livello nazionale dei consigli di giurisdizione, nei quali le due figure stanno insieme, cioè: un inquirente viene eletto anche grazie all’appoggio che ha dal giudice e viceversa: si instaurano così dei rapporti tra pubblico ministero e organo giudicante. Un avvocato non ha e non potrà mai avere questo tipo di rapporto e quindi non c’è pariteticità tra inquirente e difensore. Occorre che il magistrato decida quale carriera fare.

Veniamo al referendum sulla valutazione dell’operato delle toghe.

Per la valutazione, si formano i collegi disciplinari e tra loro valutano la condotta professionale e stabiliscono se qualcosa che non ha funzionato, e in che misura. Tali collegi danno un giudizio che nel 99% dei casi è sempre positivo. E mentre a livello nazionale c’è la possibilità di allargare il collegio giudicante a professori di diritto, a livello circoscrizionale no. Si chiede, quindi, la presenza anche dei rappresentanti dell’avvocatura, da un avvocato scelto dal consiglio dell’ordine in modo tale che rappresenti la categoria, in segno di obiettività.

Ma naturalmente in questo caso non basta il referendum a precisare la composizione. Ma veniamo alla candidabilità al Csm.

L’attuale norma richiede che un magistrato debba ottenere un certo numero di consensi per presentare la candidatura. È logico che in questo modo l’appoggio della candidatura crea dei rapporti che somigliano a quelli politici, nascono così le correnti tra i giudici. Chi viene eletto deve tener sempre presenti le esigenze di chi lo ha sostenuto e questo non è un fatto positivo ai fini dell’equidistanza.

Politica italiana

I referendum sono sintomo di malessere: l’opinione di Vinci, storico del diritto

08 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Abbiamo cercato, ieri, di capire qualcosa di più dei cinque quesiti referendari sui quali gli italiani saranno chiamati a esprimersi domenica 12, election day che a Taranto, Martina Franca e il altri Comuni della Provincia, prevede anche le elezioni amministrative. Ricordiamo che i primi due referendum riguardano rispettivamente l’abolizione della Legge Severino, che impedisce l’attività politica a chi è condannato, e la cancellazione delle esigenze cautelari per alcuni reali, mentre gli altri tre riguardano i magistrati: separazione delle carriere tra inquirenti e giudicanti, i collegi giudicanti per gli stessi magistrati e l’elezione al Consiglio superiore della magistratura.

Oggi proviamo a commentare i referendum, il loro significato e le eventuali conseguenze con l’aiuto di un autorevole interlocutore: Stefano Vinci, professore di Storia del Diritto medievale e moderno nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari – Polo Jonico.

Quali sono le motivazioni che hanno portato all’indizione di questi referendum abrogativi? E pensi che i quesiti posti siano stati compresi dagli elettori?

A mio parere, il fatto stesso che siano stati presentato questi referendum è segno che c’è un dibattito di fondo nella giustizia italiana che merita di essere approfondito, e questo è un compito del Parlamento. Se siamo poi convinti che i cittadini votanti abbiano ricevuto informazioni adeguate a consentire loro di capire con chiarezza e decidere cosa votare, ammesso che tutti sappiano che si va a votare, è tutto un altro discorso. La Corte Costituzionale fin dagli anni Settanta, se non ricordo male con una sentenza del ’78, dispose che i quesiti devono essere proposti in forma chiara in modo da poter essere compresi da tutti, ma siamo sicuri che questi cinque quesiti, per come sono formulati, sino davvero comprensibili per tutti? Fanno già fatica a decidere i professionisti del settore o tutti i cittadini che abbiano un elevato di istruzione e una informazione costante. Sono moltissime le persone, anche amici professionisti, che mi dicono di non aver chiaro quel che il referendum si pone. Io mi metto nei panni del cittadino che dovrebbe decidere su una materia così complessa e ne ricavo inquietudine.

E secondo te quali potrebbero essere le conseguenze?

Questo non è affatto chiaro. Mettiamo per ipotesi che dovessero vincere i “sì”, sempre ammesso che si raggiunga il quorum, cosa comunque molto difficile: in questo caso, alcuni pezzi di norma sarebbero cancellati, ma con conseguenze imprevedibili, poiché non sempre scaturisce con chiarezza cosa succede. In questo modo il sistema terrebbe o creerebbe delle falle tali da imporre una riforma più profonda in maniera urgentissima? E che riguardi poi tanti altri problemi e non solo questi singoli argomenti? Nell’ipotesi opposta, resta sempre in vista la riforma Cartabia.

E allora?

Quel che ci vuole è una riforma organica di fondo, che non può essere limitata a questi cinque problemi anche scoordinati tra loro. È necessario un dibattito parlamentare perché è lo strumento legislativo che deve riflettere in maniera più profonda su tutto il sistema.

Ma il Parlamento attuale, in questo momento, sarebbe in grado di affrontare un dibattito del genere?

Penso di sì. Purché abbia chiaro che non ci si può limitare a separare le carriere dei magistrati o ad abolire la legge Severino. Questi cinque quesiti, posti in questo modo sono semplicemente sintomo di un problema sociale profondo e che certamente va modificato, ma nel suo complesso.

Anche certi orientamenti che vengono espressi e che hanno tenore esclusivamente politico, i quali si esprimono nettamente per il sì o per il no a tutti e cinque i quesiti nel loro complesso, non contribuiscono a chiarire le cose. Infatti, ogni singolo quesito pone dei problemi che nella maggior parte dei casi non hanno relazione con gli altri e per ognuno di essi andrebbe fatto un approfondimento specifico. Aggiungiamo poi che per alcuni quesiti vi è una più facile comprensione, mentre altri, come quello che riguarda i collegi giudicanti dei giudici, sono di difficile comprensione.

Arte

L’artista tarantina Paola Mancinelli nella mostra “Deflecion” inaugurata a Lecce

07 Giu 2022

È stata inaugura, nell’ex Chiesa di San Francesco della Scarpa di Lecce, la mostra Deflections, ideata e curata da Giacomo Zaza. Il progetto espositivo della mostra, patrocinata dalla Provincia di Lecce e dal Polo Biblio-Museale Catromediano presenta un panorama artistico polisemico costellato di numerosi deviamenti e spostamenti. Come afferma il curatore Giacomo Zaza: “Deflections presenta l’opera di cinque artisti contemporanei impegnati in pratiche intermediali riflessive capaci di intervenire nei processi socio-culturali. Queste cinque pratiche si muovono, quasi fossero una forma di vita in evoluzione, seguendo molteplici direttive, tra diversi espedienti tecnici (dal disegno al video, dalla scrittura poetica all’oggettuale), verso momenti discontinui di esercizio critico e immaginazione politica – producendo un mutamento della nostra esperienza e del contesto (tanto iconografico quanto architettonico) dell’ex Chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce.

Gli artisti presenti provengono da realtà molto diverse e lontane tra loro. È presente l’artista tarantina Paola Mancinelli (1974), assieme a: Antonio Della Guardia (Salerno, 1990), all’artista svedese Lina Selander (Stockholm, 1973), all’iraniana Shadi Harouni (Hamedan, IR, 1985) e l’artista cubana Glenda León (La Habana, 1976). Il loro contributo consiste nel fare dell’arte contemporanea un elemento che “rigenera l’alterità e la ricchezza sensibile del mondo mettendo in campo delle “deviazioni” visive che attuano cambiamenti e abbandonano le vie ordinarie del nostro sguardo e del nostro pensiero. Produce una gamma mista di spazio e tempo mutevoli, non filtrati da quei linguaggi mediali che aspirano a garantire una percezione immediata”.

“I cinque artisti – afferma ancora Zaza – restituiscono a modo loro gli ambiti multiformi e impregiudicati della realtà. A ogni artista corrisponde una “deviazione” cognitiva e visiva. Ciascuna deviazione ci allontana dai campi abituali, che oggigiorno possiedono un elevato tasso di mediatizzazione schematizzante, e ci avvicinano a immagini nate dall’esplorazione, dal racconto, dalla negoziazione. Immagini che possiedono nuove implicazioni culturali”.

In particolare, l’opera di Paola Mancinelli La nostalgia del nome, è nata dall’interesse umano di misurare il mondo. “E, dato che l’attraversamento comporta sempre il confronto con l’ignoto, “l’incommensurabile”, Mancinelli propone un lungo listello dorato (una cornice) su cui è posata una lunga fila di ditali colmi di argilla, tranne l’ultimo, vuoto, segno dell’incertezza e dell’inconoscibile”.

s.t.

Hic et Nunc

Il 12 giugno si vota per i referendum sulla giustizia, proviamo a conoscerli

07 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Il nostro Paese non ha un buon rapporto con l’istituto del referendum abrogativo, forse per l’abuso che se n’è fatto soprattutto in anni passati, quando molto raramente si è raggiungo il quorum. Ma anche nei casi di vittoria del “sì”, il voto abrogativo non sempre è servito. Mettiamo, ad esempio, il referendum contro l’abolizione dell’articolo 18 sui licenziamenti, articolo che è stato diversamente eliminato dal governo Renzi, e il referendum che aboliva (chissà poi perché!) il ministero per l’agricoltura che, cambiato il nome, esiste ancora. Cosa prevediamo per il nucleare, anch’esso cassato da un referendum nel 1987 e di cui ora si parla tanto? Sostanzialmente l’uso del referendum abrogativo è stato sempre politico, a volte dimostrativo.

Domenica prossima, nell’election day che in molte città, come Taranto, prevede anche la consultazione amministrativa, siamo chiamati a esprimerci su cinque quesiti referendari che sono stati proposti da Radicali e Lega e che chiedono interventi importanti nel settore della giustizia. È evidente che alcuni di questi quesiti sono un tentativo di forzare la mano al governo; in particolare, dei cinque quesiti complessivi, tre, cioè quelli relativi alla separazione delle funzioni dei magistrati, all’intervento degli avvocati nei consigli giudiziari e alla cancellazione delle firme per le liste di candidati al Csm, toccano materie sulle quali intervengono anche alcune norme contenute nella riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura disegnata dal “pacchetto Cartabia”. La riforma, attualmente, è ancora al vaglio del Senato dopo esser stata approvata dalla Camera dei deputati. Gli altri due riguardano norme giudiziarie.

Ci occupiamo, a partire da oggi, dei quesiti referendari, questione sulle quali coinvolgeremo, nei prossimi giorni, autorevoli addetti ai lavori, che si aiutino a capire esprimendo il loro parere.

Ma vediamo il dettaglio.

I primi due quesiti riguardano la cosiddetta Legge Severino e l’applicazione delle misure cautelari. La legge Severino prevede il divieto di ricoprire incarichi di governo e l’ineleggibilità o incandidabilità a elezioni politiche o amministrative per chi viene condannato in via definitiva per corruzione o altri gravi reati. Secondo i promotori del referendum, una parte di quel meccanismo è inefficace e dannosa per le persone coinvolte, laddove prevede la sospensione di sindaci e amministratori locali anche in caso di sentenze non definitive, ma l’abrogazione comporterebbe la cancellazione dell’intero testo.

Per quanto riguarda le misure cautelati, il quesito propone di abrogare l’ultima parte della norma laddove si prevede la possibilità, anche per reati di minor gravità, di motivare la custodia preventiva con il pericolo di reiterazione, motivazione usata di frequente. Il quesito propone di abrogare l’ultima parte del suddetto articolo, in cui si prevede la possibilità, anche per reati di minor gravità, di motivare la custodia preventiva con il pericolo di reiterazione, motivazione usata di frequente.

Venendo ai tre quesiti riguardanti la magistratura, il primo riguarda la separazione delle carriere dei magistrati, questione “antica” che giudica negativamente la possibilità che un giudice ha di passare dall’attività inquirente, che svolge nelle vesti di procuratore della Repubblica, a quella giudicante. Sulla questione, è contenuta una previsione anche nella riforma Cartabia, il cui articolo 12 va nella medesima direzione. Il secondo è relativo alla valutazione sull’operato delle toghe: chi lo ha proposto vuole evitare che il giudizio sull’operato dei magistrati sia competenza esclusiva della categoria, che sembra incline ad autoassolversi, volendo aprire al coinvolgimento anche dell’avvocatura e degli esperti in materia. Ma un’eventuale sì imporrebbe poi una nuova legge per evitare un vuoto normativo, anche se qui pure la legge Cartabia prevede di intervenire in qualche modo.

Infine, l’ultimo quesito riguarda l’elezione dei componenti togati del Consiglio superiore dlela magistratura: per candidarsi al Csm, un magistrato deve depositare una lista di almeno 25 firme di colleghi e questo, secondo i propositori del referendum alimenta correnti e clientelismo. Una eventuale vittoria del sì cancellerebbe la raccolta di firme e riporterebbe in vigore la normativa del 1958, secondo la quale qualunque magistrato può autonomamente e liberamente candidarsi. Chi si oppone, a sua volta, vede un pericolo nella riforma Cartabia riguardo all’elezione al Csm.

Cinema

Nasce nel cuore di Taranto un multisala con tante innovazioni tecniche: il Savoia

TARANTO, 01-06-22 PRESENTAZIONE ALLA STAMPA DEL NUOVO CINEMA SAVOIA TRASFORMATO DOPO LA RISTRUTTURAZIONE IN UNA MULTISALA CON N. 6 SALE DI VARIE CAPIENZE
01 Giu 2022

di Silvano Trevisani

Una multisala nel cuore di Taranto? Può sembrare impossibile, vista l’assenza di grandi aree all’interno della città e dopo la scomparsa di una decina di sale negli ultimi anni, compreso l’unico piccolissimo esperimento di multisala, fatto nel Borgo, con la doppia sala Ritz/Rex. E invece è una realtà che già dal 2 giugno apre al pubblico con il primo programma di proiezioni. Si tratta del Savoia. Sì proprio il vecchio cinema di via Leonida che anche i nonni ricordano benissimo, sia per le pellicole che per le riviste di giro, un tempo molto attive.

È una vera sorpresa quella che riserva la visita alla struttura completamente rinnovata che, a prima vista, fa l’effetto della biblioteca del “Il nome della rosa”: ti chiedi, girando e salendo: ma quante sale ci sono? Ebbene, le sale sono sei! Per adesso! Già, perché presto potrebbe essere attivata anche l’arena sul tetto.

È evidentemente una vera e propria scommessa quella fatta dai fratelli Miro, in particolare da Lelio, Antonio e Andrea, sotto la spinta determinante di quest’ultimo, che di cinema vive ormai da anni, essendo impegnato nel settore commerciale a Roma. Dopo aver vagliato diverse opportunità all’esterno della città, hanno spiegato incontrato la stampa, che ha avuto anche toni commossi nel ricordo dei predecessori così legato al mondo del cinema, alla fine hanno deciso di mettere mano alla ristrutturazione del cineteatro che il nonno Catello (proprio come Lelio, che in realtà ha come primo nome Catello) creò nel 1919 in un terreno che, all’epoca, sorgeva nell’estrema periferia della città e che svolse un ruolo importante, anche dal punto di vista sociale, garantendo l’attività anche negli anni difficili della Seconda guerra mondiale.

La realizzazione della multisala, che ha richiesto un investimento superiore ai tre milioni di euro, solo per un quarto sostenuto dai finanziamenti pubblici di settore, e reso possibile grazie ad alcuni istituti bancari, ha coinvolto tecnici, aziende e maestranze della città, a esclusione dell’architetto Celata di Roma, vero esperto del settore, che ha collaborato con gli ingegneri dello studio Vecchi e Greco nella complessa opera di realizzazione, che ha necessitato anche dell’accorpamento dell’adiacente casa Miro e della riorganizzazione di tutti gli spazi che erano destinati in passato alle attività teatrali. Le sei sale, tutte realizzate con i più moderni accorgimenti, dispongono di schermi che vanno dai 6,5 a 10,50 metri a seconda della capienza di ciascuna sala, che va da 190 a 36 posti. Ma proprio quella più piccola presenta una straordinaria innovazione: al posto delle poltrone sono disposti divani a due posti e tavolino che possono consentire l’utilizzo per incontri e happening, visioni riservate e così via. Tre delle sale sono predisposte per visioni 3D.

Molte le innovazioni introdotte, sia dal punto di vista tecnico-costruttivo, sia da quello organizzativo, che i concittadini (e non solo) impareranno meglio a conoscere con la diretta fruizione. Ne segnaliamo alcune: i biglietti potranno essere acquistati online e, nel momento dell’acquisto sarà possibile indicare la necessità di utilizzo dell’ascensore, appannaggio di anziani e disabili; attraverso una convenzione con Kyma sarà possibile fruire di sconti per l’utilizzo del parcheggio ex Artiglieria: il Savoia fornirà agli spettatori che lo richiederanno uno scontrino da utilizzare al momento di pagamento del parcheggio, che sarà ridotto a un euro e cinquanta.

Ma Andrea Miro ha anche preannunciato che la settimana prossima sarà programmata una pellicola mitica restaurata, che è quella che ha staccato più biglietti nella storia del cinema italiano: “Lo chiamavano Trinità”. Una vera chicca per gli appassionati anche se i gestori-proprietari si augurano che la multisala faccia scoprire il cinema anche alle fasce più giovani che sono abituati a una fruizione riduttiva e imperfetta degli spettacoli cinematografici. Ce l’auguriamo anche noi, se non altro per vederli abbandonare, almeno per qualche ora, smartphone e spritz.

Per quanto riguarda gli spettacoli, si comincia con “Jurassic world – il dominio”; “Top Gun: Maverick”, “Nostalgia” e “Doctor Strange nel Multiverso della follia” Prezzo d’ingresso: 7 euro.

Libri

“Sul crinale” nuovo romanzo di Marta Celio dalla scrittura poetica e sperimentale

31 Mag 2022

di Silvano Trevisani

Marta Celio è una poetessa, scrittrice e critica che da anni si sta mettendo in luce per un’attività particolarmente intensa e complessa. Nei giorni scorsi ha dato alle stampe, per i tipi delle edizioni Macabor, con cui collabora assiduamente fornendo un contributo prezioso, la sua seconda prova di narrativa: “Sul crinale”. In realtà il lavoro si può considerare una prosa poetica sperimentale che propone un complesso gioco di intersezioni semantiche, scritturali, formali che mostrano un possesso singolare delle strutture testuali e lessicali che rendono difficile anche la semplice definizione del lavoro, la cui lettura risulta particolarmente impegnativa anche se piacevolmente suggestiva proprio per le elaborazioni formali: scambi, allitterazioni di binomi, paradossi, inversioni di senso si muovono sulla scia di uno sdoppiamento e una ricomposizione dei personaggi.

Il racconto muove, nella prima parte, “Le veglie”, dalla designazione dei personaggi cardine originari, Giorgio e Lucia, il cui rapporto vive su vari livelli, sulla capacità psichica e narrativa di penetrare nell’interiorità dei personaggi e rappresentarne, in varie dimensioni, le pulsioni, le verità, le concrezioni surrettizie le autenticità. Nella prima parte, il racconto ha i connotati di una sorta di epistolario in cui è quasi sempre Giorgio a scrivere, a raccontare e scrutare. E poi Giovanni, di quarant’anni più grande di Giorgio (ma il racconto non ne esplicita il ruolo) che prova a sollecitarlo alla vita, esprimendo nel suo amore ma anche il rammarico per i limiti imposti.

E Giorgio scrive, in una delle pagine più limpide a Lucia (“Creatura unica”): “Il pensiero di te, il battito forte (ali/amore). L’incespicare nel vento dell’azzurrità del tuo occhio, lunare e aperto/schiuso su corolle di mille (e al contempo alcuna) parole. Parole d’oro, parole miele, parole d’amore che scandiscono a piè pari: qui, seduto sul mio altrove a cercarti/cercare di te l’amore di me l’orrore. (…) Ed io ti sento, ti guardo ti ausculto e dei miei sensi, alterati e amplificati, di te… l’amore di te l’orrore sempre e comunque, nel rispetto del tuo essere mezza dea mezza umana, creatura lunare, creatura salvifica e meravigliosamente… unica”.

La seconda parte ha un totale cambiamento di registro e si intitola significativamente: “Lei, esercizi di stile”. E in questi esercizi l’autrice esercita il massimo della libertà inventiva, utilizzando anche segni grafici come come il cancelletto, l’universale metadato hashtag, i termini tecnologici, il +, termini anglofoni o anche latini. I ruoli si accavallano e si trasformano in una dimensione che è, al contempo, individuale e sociale: “Lei, la pura, che tiene tutto sotto controllo, lei che tace e giace, lei che insegue silente una luna cristallo, Lei, è diventata noi”.

Vita sociale

La scuola si ferma per protesta: il perché ce lo spiegano i segretari Serafini e Turi

31 Mag 2022

di Silvano Trevisani

30 maggio: la scuola si ferma. A pochi giorni dalla fine delle lezioni, ci pensano i sindacati scuola a mettere in scena una protesta clamorosa, indicendo uno sciopero generale che, per il comparto formativo, non è propriamente una prassi consueta. Segno che l’esasperazione è giunta al limite per un settore che una volta era il fiore all’occhiello del nostro Paese, ma oggi somiglia sempre più a una terra di nessuno in cui, riforma dopo riforma, si continua imperterriti a peggiorare.

Molti sono i motivi alla base di questo sciopero, che fanno comunque perno nella reazione contro l’invasione di campo operata dal Governo con il decreto Legge n. 36 del 30 aprile 2022 in materie come salario e carriera, che sono di esclusiva competenza di negoziato tra le parti. I sindacati della scuola chiedono, per questo, lo stralcio dal decreto di tutte le materie di natura contrattuale; l’avvio immediato della trattativa per il rinnovo del contratto, scaduto da tre anni; l’implementazione delle risorse per la revisione e l’adeguamento dei profili Ata (personale tecnico amministrativo), per l’equiparazione retributiva del personale della scuola agli altri dipendenti statali di pari qualifica e titolo di studio e il progressivo avvicinamento alla retribuzione dei colleghi europei.

E ancora, l’eliminazione degli eccessi di burocrazia nel lavoro dei docenti; la restituzione della formazione di tutto il personale della scuola alla sfera di competenza dell’autonomia scolastica e del collegio docenti; la revisione degli attuali parametri di attribuzione degli organici alle scuole per il personale docente, educativo e Ata; la riduzione del numero di alunni per classe; modalità specifiche di reclutamento e di stabilizzazione sui posti storicamente consolidati in organico di fatto che superino il precariato esistente; modalità semplificate, per chi vanta una consistente esperienza di lavoro, di accesso al ruolo e ai percorsi di abilitazione.

Com’è andato lo sciopero lo abbiamo chiesto a due autorevoli dirigenti sindacali nazionali, entrambi tarantini: Elvira Serafini, segretaria nazionale dello Snals, e Giancarlo Turi, segretario nazionale della Uil Scuola.

A Elvira Serafini abbiamo chiesto:

Come giudicate l’adesione allo sciopero?

L’adesione è stata alta e compatta in tutti i settori della scuola. Tutti hanno compreso benissimo che questo decreto legge 36 fa perdere la dignità ai lavoratori della scuola. Chiediamo lo stralcio, chiediamo che si ritorni a una contrattazione seria, perché proprio ai tavoli della contrattazione si possa discutere di reclutamento, si possa discutere di concorsi non più a crocette, si possa veramente parlare di formazione non limitata soltanto al 40%, dove vengono sottratti i soldi della carta docenti, dov’erano già erano accantonate le risorse per il vecchio contratto del personale della scuola, scaduto e mai discusso ai tavoli. Di conseguenza, diciamo basta alle bugie, a tutto ciò che viene illustrato e no fatto, com’è successo con il Pnrr. Proprio il Pnrr ci faceva sperare in un miglioramento, in un avanzamento della scuola italiana e invece ci ritroviamo con un taglio degli organici, con un taglio delle risorse. È evidente, a questo punto, che si vuole smontare la scuola pubblica una scuola che ha dato tanto e per la quale oggi il segnale è fortemente negativo.

Il governo ha recepito il segnale?

Speriamo. Noi andremo avanti, non ci fermiamo qui, specialmente avendo avuto un’ottima risposta da tutto il personale. Andremo avanti. Lo abbiamo dichiarato e lo faremo. I dati della partecipazione sono molto rassicuranti anche se non ancora definitivi.

Anche a Giancarlo Turi abbiamo chiesto:

Com’è stata la risposta della scuola allo sciopero generale di oggi?

É andata benissimo, le percentuali sono incoraggiati e ci sono molte scuole che non hanno aperto affatto, inoltre abbiamo anche avuto una piazza molto vivace. In molte realtà si sono organizzate manifestazioni di protesta. Allo sciopero aderivano tutte le sigle sindacali e c’è stata una reazione molto forte che ha fatto chiaramente registrare la voglia di manifestare di una categoria troppe volte sacrificata e mortificata.

Reazioni molto forti presuppongono motivazioni molto forti

Proprio così. Il comportamento del governo è tanto più grave se si considera che si è arrogato il diritto di decidere unilateralmente, per decreto, anche su questioni oggetto di contrattazione. E tutto per finanziare modalità di formazione incentivata del tutto discutibili, visto che si configurano come una sorta di concorso a premi.

Prevedere altre iniziative di protesta?

Vedremo. Siamo stati convocati dall’Aran il 14 giugno, noi abbiamo chiesto con forza lo stralcio, vediamo, se ci sono risposte da parte del governo. Il ministro Bianchi si sta prestando così a manovre che, già a partire da Luigi Berlinguer, sono state più volte rintuzzate. Ci auguriamo che sia in grado di fornirci risposte adeguate.