Ecclesia

La ’24 ore per il Signore’ a San Lorenzo da Brindisi

21 Mar 2022

In programma per venerdì 25 e sabato 26 marzo

 

Anche quest’anno in concomitanza con la Quarta domenica di Quaresima, “in Laetare” si ripete l’iniziativa 24 ore per il Signore, per cui ogni diocesi del mondo è invitata a tenere aperta almeno una chiesa per un giorno così da offrire a tutti la possibilità di sostare in adorazione e confessarsi.

A Roma, nella Basilica di San Pietro, sarà papa Francesco a presiedere la celebrazione penitenziale di apertura nella quale consacrerà la Russia e l’Ucraina all’Immacolato Cuore di Maria.

Anche la parrocchia di San Lorenzo da Brindisi, guidata dai frati minori cappuccini, in viale Magna Grecia si prepara ad accogliere l’edizione 2022.

Si inizia venerdì 25 marzo alle 20,30 con l’esposizione dell’Eucarestia. Tra venerdì e sabato 26 i sacerdoti della vicaria saranno disponibili per il sacramento della riconciliazione. Sono organizzati turni per garantire una costante presenza nei momenti di adorazione.

La preghiera e la riflessione saranno guidate dalle tracce offerte dal sussidio pastorale preparato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione sul tema di quest’anno “Per mezzo di Lui abbiamo il perdono” (cfr. Col 1,13-14).

La giornata di sabato prevede, inoltre, sante messe alle 8,30 e alle 18,30, alle 12 recita dell’ora media, alle 17 preghiera con i ragazzi del catechismo e alle 17, 30 recita del rosario e dei vespri con finale benedizione eucaristica.

Otium

Prisma, grazie comunque! A Milano la sconfitta è stata indolore

21 Mar 2022

di Paolo Arrivo

Avevamo due possibilità, alla vigilia dell’ultima giornata della regular season del massimo campionato italiano maschile di pallavolo: commentare la partita di congedo della Gioiella Prisma Taranto, che avrebbe dato appuntamento ai suoi tifosi alla prossima stagione, sempre in Superlega, oppure una nuova straordinaria impresa. Ovvero il raggiungimento dell’ottavo posto in classifica. L’ultima posizione utile al prosieguo della stagione, ad entrare in griglia per disputare i playoff scudetto. L’ostacolo si chiamava Allianz Milano. Ma anche Top volley Cisterna, che precedeva di un punto in classifica gli ionici – i laziali avrebbero dovuto perdere in casa contro la Itas Trentino, già certa del terzo posto.  Ci credevano i tifosi arrivati a Milano al seguito della formazione ionica. A Taranto, gli occhi fissi su un display per seguire gli aggiornamenti dell’incontro. Ebbene, la speranza è presto svanita: Cisterna ha sconfitto Trentino con un secco 3-0 (28-26, 25-19, 25-23) vanificando l’esito dell’altro match che si teneva nella stessa ora. Sono stati peraltro i padroni di casa a prevalere. Perché ci tenevano a ben figurare davanti al loro pubblico: la Powervolley ha sconfitto Taranto per 3-1 (25-17, 23-25, 25-18, 25-20). Inutile ma preziosa la conquista del secondo set. Che attesta la capacità di reazione del gruppo. Stavolta le motivazioni non erano dalla parte della Prisma, bensì da quelle della Top volley Cisterna, che sapeva di poter contare sulle proprie forze per fare l’impresa. Onore a loro. A chi sfoderando una gran prestazione ha sconfitto uno squadrone, guidato dal fortissimo Michieletto (top scorer dell’incontro con 22 punti), in corsa sino all’ultima battuta fallita.

Agli uomini allenati da Vincenzo Di Pinto va fatto un plauso doveroso. Ai supporter restano le emozioni vissute in quest’avventura, il ritorno della Prisma nel gotha del volley, e in particolare le immagini dell’impresa compiuta al PalaMazzola contro Modena, consegnate alla storia.

Editoriale

La causa della pace ha bisogno di soggetti credibili

21 Mar 2022

di Stefano De Martis

Tra pochi giorni si concluderà lo stato d’emergenza legato alla diffusione del Covid. Il governo ha già varato il piano di progressivo allentamento delle restrizioni. Anche se la pandemia è ancora in grado di fare danni e quindi bisognerà monitorarne l’andamento con particolare attenzione almeno per tutto il mese di aprile, si tratta di un appuntamento lungamente atteso e desiderato. Il comprensibile sollievo che questo passaggio porta con sé si scontra però con l’ angoscia e l’orrore suscitati anche nel nostro Paese dalla terribile guerra d’invasione scatenata dalla Russia in Ucraina, con conseguenze umanitarie devastanti e profonde ripercussioni economiche.

 

Al livello del sentire collettivo è come se si fosse passati da un’emergenza a un’altra senza soluzione di continuità. Anche se nei momenti più acuti della crisi da Covid è stata spesso evocata la dimensione bellica, fare paragoni tra la pandemia e la guerra è evidentemente improponibile. Può diventare persino “odioso” (è il termine utilizzato dal premier Draghi) se lo si fa per motivi strumentali, come nel caso dell’attacco all’Italia e al nostro ministro della Difesa da parte di un diplomatico russo. L’unica analogia possibile, pur con i distinguo necessari, è nella risposta che ogni emergenza richiede, a tutti i livelli, cominciando da quello istituzionale e politico. Senso di responsabilità e spirito unitario – auspicabili in ogni contesto – diventano un dovere stringente quando ci si trova a fronteggiare un pericolo potenzialmente distruttivo e si richiede un impegno straordinario di solidarietà. Essi rappresentano anche i presupposti per un ruolo significativo dell’Italia nel drammatico scenario internazionale di queste settimane. La causa della pace ha bisogno di soggetti coesi e credibili, che sappiano cogliere anche il minimo spiraglio utile e allo stesso tempo non offrano sponde con atteggiamenti ambigui o peggio ancora conniventi. Mettere bene in chiaro chi è l’aggressore e chi l’aggredito non vuol dire indossare l’elmetto ma parlare un linguaggio di verità. Il punto di riferimento comune non può che essere l’articolo 11 della Costituzione, che va letto tutto insieme: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. E’ un unico comma, in cui il solenne “ripudio” della guerra come strumento di aggressione e di risoluzione delle controversie non si esaurisce in una mera rinuncia ma risulta strettamente legato alla possibilità di limitare la “sovranità” a vantaggio di “organizzazioni internazionali” che perseguano attivamente l’obiettivo di assicurare “la pace e la giustizia”. Sembra quasi di sentire il profeta: opus iustitiae pax…

Hic et Nunc

Il mondo in stato di assedio

Mostar, 13 marzo 2022: chiesa di Medjugoje con mons. Aldo Cavalli - preghiera, devozione, Madonna, Crocefisso, case distrutte guerra - foto SIR/Marco Calvarese
21 Mar 2022

di Emanuele Carrieri

Il 2 maggio 1992 cominciò l’assedio di Sarajevo: la città fu cinta dalle forze serbo-bosniache, le strade furono chiuse, come pure i rifornimenti, i servizi furono interrotti. Solo poche agenzie umanitarie riuscirono a fornire generi di prima necessità ai cittadini assediati. Benché inferiori di numero ai bosniaci, i serbi erano meglio armati. Dopo i primi tentativi di assalire la città con le colonne corazzate, le forze di assedio colpirono Sarajevo da almeno duecento bunker situati sulle montagne. In breve, l’assedio raggiunse l’apice: furono commesse atrocità, con i lanci di artiglieria che continuavano a colpire tutto. Parte delle posizioni militari e delle riserve di armi nella città erano sotto il controllo dei serbi, che ostruivano i rifornimenti. L’aeroporto fu aperto agli aerei dell’Onu alla fine del giugno 1992: la sopravvivenza provenne da quei rifornimenti. L’assedio durò 1398 giorni, fino al 29 febbraio 1996, quando il Parlamento bosniaco proclamò la sua fine. Le vittime ufficiali furono 11541, di cui 643 bambini. Trenta anni dopo Sarajevo, e ottanta dopo Stalingrado, ora è la volta di Kiev. Da giorni le artiglierie russe sparano sul centro della capitale ucraina e le colonne corazzate, contrassegnate con la ormai tristemente nota “Z” bianca, tentano l’accerchiamento.

 

Marcia per la pace a Sarajevo, dicembre 1992. Monsignor Antonio ( Tonino ) Bello al centro, con cappotto marrone

I russi hanno schierato anche le terribili testate termobariche usate in Afghanistan, Cecenia e Siria e capaci di fare evaporare ogni forma vivente, nel raggio di 300 metri. Hanno ammesso di averle già usate anche in Ucraina, per esempio contro la città martire di Mariupol dove da giorni 200.000 persone vivono rintanate nelle cantine senza cibo, acqua ed elettricità e le strade sono così piene di cadaveri che è stato ineluttabile ricorrere alle fosse comuni. Perché non dovrebbero fare lo stesso con Kiev, pur di arrivare a piantare la loro bandiera in piazza Maidan, catturare – vivo o preferibilmente morto – Zelensky e rimpiazzarlo con un loro fantoccio? Putin dice e ripete che è questo l’obiettivo dell’operazione. E sono stati prima Draghi e poi il francese Macron e il tedesco Scholz a confermare che: “Putin non vuole la pace e non vuole fermarsi”. Ovvio: non si mandano allo sbaraglio i tre quarti del dispositivo militare se prima non si è deciso di andare fino in fondo. Non si rischia l’isolamento mondiale (a eccezione dell’incerto alleato cinese) senza ritenerlo un prezzo in qualche modo accettabile. Pure tutto questo argomentare di Putin che (complici le previsioni sbagliate del suo entourage) non avrebbe considerato la resistenza degli ucraini o le conseguenze delle sanzioni dell’Ovest, rispecchia le difficoltà oggettive che i suoi piani stanno incontrando. Più la sfida ha dimensioni inimmaginabili e più andrebbe preso atto che, al contrario della tesi finora prevalente, il tempo non sta agendo contro Putin, ma a suo favore. Ma lui e i suoi non sono, non pensano come noi. Quando ricordano la Russia degli zar, quella di Pietro il Grande che arrivava fino al Dnepr che bagna Kiev, non giocano. Non scherzano neppure quando dicono di volere arrivare ancora più in là, fino a riformare l’ex impero sovietico. E ciò lo dicono e lo fanno anche per compattare e tenere sotto controllo quella che, pur essendo la maggiore nazione e la prima potenza nucleare dal punto di vista quantitativo del mondo, resta, nello stesso tempo, un Paese economicamente sottosviluppato e uno Stato di polizia in cui i diritti umani e civili sono carta straccia. Tutto ciò dovrebbe suscitare seri dubbi anche circa la reale incidenza dell’effetto boomerang causato dai tanti militari che stanno tornando a casa dal fronte ucraino chiusi in una bara. Anche perché, a chi in questi decenni ha sistematicamente eliminato facendoli avvelenare anche all’estero tutti i propri oppositori, che volete mai che importi delle proteste di qualche vecchina sopravvissuta agli assedi nazisti? Fatte sparire anche quelle e silenziati pure i social e i media stranieri con la minaccia di sbattere in carcere per 15 anni chiunque osi solo pronunciare la parola “guerra”, si può tuttavia dare addosso all’Occidente ‘imperialista e aggressore’ e alla Nato ‘guerrafondaia’. Il punto vero, l’unico che conta e che da settimane è sotto gli occhi del mondo intero – è che è tutto il popolo ucraino a opporsi alla aggressione e a chiederci di non abbandonarlo. Possiamo anche farlo, come è stato fatto con l’Afghanistan, sapendo, però, che poi sarà la volta dei paesi baltici o della Polonia, lungo i cui confini stanno già piovendo i missili con le prime vittime. O restare uniti continuando a sostenere quel popolo che sta combattendo anche per conto nostro. Oggi, fornendo tutto l’aiuto possibile e accogliendo come già avviene milioni di loro familiari e figli. Domani, aiutandoli a ricostruire quel Paese ridotto in macerie dalla guerra dei mondi di Putin. Trenta anni dopo Sarajevo e ottanta dopo Stalingrado, la posta in gioco è sempre molto, troppo alta: la democrazia, la libertà, l’autodeterminazione, la civiltà, la convivenza. Perché, in realtà, è tutto il mondo in stato di assedio.

 

Nella foto in evidenza, don Tonino Bello a Sarajevo, durante la marcia per la pace partita da Ancona nel dicembre del 1992

Editoriale

Ancora vita, nonostante tutto

Roma, 5 marzo 2022: manifestazione per la pace in Ucraina in guerra con la Russia - foto SIR/Marco Calvarese
21 Mar 2022

di Marco Testi

La manifestazione ritorna come unico modo per la gente che non ha voce mediatica né altoparlanti sistemici per far sentire la propria voce.

Oltre 14mila arresti in sessanta e passa città russe, secondo l’indipendente OVD-info, cartelli, fogli – anche solo bianchi – manifesti, grida, inni alla libertà dei popoli, e ovviamente placcaggi, percosse, prese sul collo, e galera. Non solo nell’occidente del ‘68, negli Usa dei drammatici giorni dopo assassinio di Martin Luther King, che fece parlare alcuni giornali di guerra civile, nella Cecoslovacchia dell’arrivo dei carri armati sovietici, ma anche in Cina e ora in Russia. La manifestazione ritorna come unico modo per la gente che non ha voce mediatica né altoparlanti sistemici per far sentire la propria voce. La voce di cittadini russi che si oppongono all’aggressione che il proprio paese ha iniziato e sta continuando contro un altro paese sovrano. La storia degli equilibri planetari si ripete, come in Vietnam e in altri luoghi del pianeta dove la forza delle spartizioni opprime quella delle singolarità e della utopica sovranità nazionale. E la storia delle manifestazioni e delle loro repressioni pure. I cartelli che inneggiavano alla pace nello spartiacque del ’68, e quelli contro la guerra in Vietnam nei primi Settanta, le urla e i sacrifici della propria vita dei giovani e non solo a Praga, e, ancora prima la crisi delle coscienze che spaccò l’intellettualità e la stessa militanza comunista in seguito all’invasione dell’Ungheria, e le manifestazioni di Solidarność in Polonia fanno oggi un effetto strano. Non appaiono più come espressione di un’inquietudine generazionale o addirittura di mode passeggere come qualche media allora sentenziò, ma come qualcosa di più drammaticamente legato alla vita, alla società e all’individuo. Alla vita stessa. La piazza di Chicago e di Washington rivendicava il diritto alla sopravvivenza, ad avere un lavoro come quello dei bianchi, a non doversi provare le scarpe nell’ultima fila del negozio riservata ai negri come era accaduto a Luther King bambino, a non dover cedere per forza il posto ai bianchi sui mezzi pubblici, ad avere lo stesso salario del bianco e poter usare gli stessi ascensori e bagni. Non solo sequele delle mode, come si vede.

Oggi quelle piazze rivendicano la pace, ma una pace giusta perché libera dallo straniero in armi. Come cantavano i Dire Straits in “Brothers in arms” negli Ottanta, e ancora prima gli Hollies, eravamo nei Sessanta, in una canzone dal titolo già di per se stesso profetico: “Non è un peso, è mio fratello”. Molto prima Bob Dylan in “Masters of war” aveva condannato profeticamente i padroni della guerra, rivolgendosi direttamente a loro: “voi caricate le armi/ che altri dovranno sparare/ e poi vi sedete e guardate/ mentre il conto dei morti sale/ voi vi nascondete nei vostri palazzi/ mentre il sangue dei giovani/ scorre dai loro corpi/ e viene sepolto nel fango”. Eravamo nel 1962, e questo vuol dire che purtroppo non molto è cambiato.

I giovani della contestazione avevano ripreso quelle canzoni, intonandole in piazza sotto gli striscioni. Soprattutto la mitica profezia di Blowin’ in the wind: “Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere? E quante morti ci vorranno perché lui sappia che troppe persone sono morte?”. Come qualche anno dopo cantava l’ex Beatle John Lennon in “Imagine”, resistere significava anche immaginare che non ci fosse “niente per uccidere o morire”, o parlare di altre forme di oppressione come gli Spandau Ballet di “Through the barricades” che ricordavano gli scontri tra indipendentisti cattolici, polizia e lealisti in Irlanda, e l’impossibilità finanche dell’amore in quella “terra desolata” che citava Eliot.

La piazza, la canzone, le poesie – la Terra desolata fu scritta pensando anche ai milioni di vittime della prima guerra mondiale – sembravano immagini che lentamente sarebbero state cancellate dalla virtualità digitale. C’è ancora vita, nonostante tutto.

L'argomento

A Mihret Cigliola la XXVI borsa di studio ‘Marco Motolese’

21 Mar 2022

È Mihret Cigliola della 5ªL del liceo Aristosseno la vincitrice della XXVI borsa di studio Marco Motolese, l’iniziativa organizzata dall’associazione Marco Motolese e dal Club per l’Unesco di Taranto con la collaborazione del liceo Aristosseno.

Promossa dalla famiglia Motolese per ricordare il figliolo Marco, studente del liceo Aristosseno prematuramente scomparso nel 1994, la manifestazione intende promuovere tra gli studenti la solidarietà, la generosità, il rispetto verso gli insegnanti e i propri compagni di classe, e non solo, le qualità che contraddistinguevano il compianto Marco.

È stato l’ammiraglio Salvatore Vitiello, comandante del Comando marittimo Sud di Taranto, a consegnare la borsa di studio a Mihret Cigliola in una cerimonia che si è tenuta nell’aula magna del liceo.

L’evento è stato impreziosito dalle poesie sul “valore dell’accoglienza”, il tema di questa XXVI edizione della borsa di studio, declamate da studenti del liceo in lingua francese, spagnola e russa.

I saluti sono stati portati dalla dott.ssa Rita Frunzio, dirigente scolastico del liceo Aristosseno e presidente della commissione giudicatrice, e da Carmen Galluzzo Motolese, madre di Marco e presidente dell’associazione culturale “Marco Motolese” e Club per l’Unesco di Taranto, che ha ringraziato le autorità intervenute e il liceo Aristosseno per l’ospitalità e la collaborazione nell’organizzazione dell’evento coordinata dalla prof.ssa Giusy Imperiale. Ha poi sottolineato così il valore dell’accoglienza:

Nell’Esortazione apostolica «La gioia del Vangelo» di papa Francesco si delineano alcuni aspetti importanti dell’accoglienza cristiana: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, cordialità che non condanna. Nel dizionario della lingua italiana accogliere significa ricevere nella propria casa, ammettere nel proprio gruppo. Il primo passo da fare per accogliere veramente è fare spazio dentro di noi, è un avvicinarsi all’altro che sappiamo essere in difficoltà. L’accogliere quindi conduce a essere vicini, a non essere freddi e insensibili. L’accoglienza porta ad essere persone che ascoltano, che cercano di comprendere le ferite e il dolore dell’altro. Ogni volta che accogliamo qualcuno la nostra vita cresce e ci rendiamo conto che siamo fratelli in umanità”.

Ogni anno tutte le classi quinte dell’Aristosseno scrivono una relazione segnalando il loro compagno o compagna che ritengono sia stato, nell’anno precedente, quello che abbia dimostrato più di ogni altro i valori promossi dal premio.

Una commissione, poi, composta da Edmodo Motolese, padre del compianto Marco, la dirigente scolastica Rita Frunzio, alcuni docenti ed i rappresentanti di classe, leggono poi le relazioni scegliendo il vincitore della borsa di studio.

Ecclesia

Papa Francesco: “Far cessare questa guerra ripugnante”

21 Mar 2022

di Fabio Zavattaro

Ogni luogo è buono per ascoltare e accogliere la parola di Dio: può essere un luogo un po’ misterioso e ricco di fascino in cui incontrarlo nell’intensità di un dialogo misto a stupore, come accaduto a Mose sul monte di Dio, l’Oreb, davanti al roveto ardente, è il libro dell’Esodo. Oppure nella quotidianità della nostra vita, segnata anche da ferite e eventi drammatici, come Saulo che lungo la via che porta a Damasco diventa Paolo. L’importante è cogliere un senso, una presenza che interpella e che ci chiama a una reale conversione. “Siamo nel cuore del cammino quaresimale” ricorda Francesco all’Angelus, che dice: “è il peccato che produce la morte; sono i nostri egoismi a lacerare le relazioni; sono le nostre scelte sbagliate e violente a scatenare il male”.

Conversione, dunque, sempre ma soprattutto in questo tempo difficile, tempo in cui gli avvenimenti, terribili e incredibili, alle porte dell’Europa, contengono la parola insistente di un Dio che chiede la pace, che ama la vita. Così Francesco anche in questa domenica rinnova il suo appello per la fine del conflitto; parla di “violenta aggressione”, di “guerra ripugnante” e di “crudeltà disumane e sacrileghe”. Ogni giorno si ripetono “scempi e atrocità” e “non c’è giustificazione per questo”, afferma il Papa, nel consueto appuntamento domenicale. Chiede alla comunità internazionale di impegnarsi per far cessare la guerra. Ricorda, quindi, la sua visita all’ospedale Bambino Gesù, parla di bambini feriti, di missili e bombe che si sono abbattuti su civili, anziani, madri incinte; parla di “milioni di rifugiati ucraini che devono fuggire lasciando indietro tutto e provo un grande dolore per quanti non hanno nemmeno la possibilità di scappare. Tanti nonni, ammalati e poveri, separati dai propri familiari, tanti bambini e persone fragili restano a morire sotto le bombe, senza poter ricevere aiuto e senza trovare sicurezza nemmeno nei rifugi antiaerei. Tutto questo è disumano! Anzi, è anche sacrilego”, va contro la sacralità della vita umana “che va rispettata e protetta, non eliminata, e che viene prima di qualsiasi strategia!”. E in quel “sacrilego” vi è un chiaro riferimento alla citazione del Vangelo di Giovanni fatta da Putin nella manifestazione di venerdì a Mosca.

Parla dell’urgenza dell’accoglienza il Papa, non solo nell’emergenza, perché poi “l’abitudine ci raffredda un po’ il cuore e ci dimentichiamo”. Parla di proteggere donne e bambini dagli “avvoltoi” della società. Infine, invita fedeli e comunità a unirsi in preghiera, venerdì 25 marzo, per il “solenne Atto di consacrazione dell’umanità, specialmente della Russia e dell’Ucraina, al Cuore immacolato di Maria, preghiera alla Regina della pace.

Nelle parole che hanno preceduto l’appello per l’Ucraina, Francesco commenta il brano di Luca e si sofferma sul fatto di cronaca riportato, ovvero la repressione romana per volere di Pilato e i morti per il crollo della torre di Siloe, per dire: “quando il male ci opprime rischiamo di perdere lucidità e, per trovare una risposta facile a quanto non riusciamo a spiegarci, finiamo per incolpare Dio”, e quante volte “attribuiamo a lui le nostre disgrazie, attribuiamo le sventure del mondo a lui che, invece, ci lascia sempre liberi e dunque non interviene mai imponendosi, solo proponendosi; a lui che non usa mai violenza e, anzi, soffre per noi e con noi”. Da Dio, afferma il Papa, “non può mai venire il male perché non ci tratta secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia. È lo stile di Dio”.

Ecco il secondo episodio che troviamo nel testo lucano; lo “possiamo leggere nella prospettiva di un tempo donato all’uomo per cambiare, per convertirsi”, è il tempo per Francesco “della pazienza di Dio che sa ascoltare, attendere”. L’albero di fico che non da frutto e che il padrone chiede venga tagliato; “lascialo ancora quest’anno finché gli avrò zappato attorno, vedremo se porterà frutti…” risponde il contadino. Il racconto di Luca finisce qui, ma quello che conta, nel racconto, è la capacità di accogliere la proposta, cioè la possibilità di un tempo ulteriore per portare frutto. Lo sguardo del contadino è lo sguardo del Signore che va oltre il fallimento evidente e concede i tempi supplementari, diremmo con una immagine calcistica. È “il Dio di un’altra possibilità”, per papa Francesco.

Otium

Rivogliamo le ‘battaglie’ sportive al posto della guerra

Se siamo tutti preoccupati e coinvolti per quanto sta accadendo, lo è in modo particolare Hugo Erkmaa in casa Cus Jonico: ovviamente “un estone in Italia vive questo momento con un po’ di ansia”, ha detto il playmaker, uno di quei giocatori che hanno “battagliato” in campionato, prima della sosta andando a canestro.

20 Mar 2022

di Paolo Arrivo

Tante volte abbiamo parlato e scritto di battaglie. Quelle che si conducono sul parquet di gioco, su un campo di calcio. È un linguaggio bellico ma innocente. Rimanda all’agonismo esasperato, alle massime energie profuse nelle fasi clou di un match tra i contendenti che non vogliono perdere. Mai avremmo immaginato di doverci confrontare con gli orrori di una guerra autentica, fatta di artiglierie e missili piombati sui civili, sugli innocenti. Se siamo tutti preoccupati e coinvolti per quanto sta accadendo, lo è in modo particolare Hugo Erkmaa in casa Cus Jonico: ovviamente “un estone in Italia vive questo momento con un po’ di ansia”, ha detto il playmaker, uno di quei giocatori che hanno “battagliato” in campionato, prima della sosta andando a canestro. “Quello che sta facendo la Russia in Ucraina, l’Estonia l’ha già vissuto un po’ di tempo fa. Non vogliamo che la storia si ripeta, oggi come un domani, speriamo bene, guardiamo avanti”. Già, non vogliamo che la storia si ripeta. E per questo occorre tenere la guardia alta. Dall’Estonia all’Italia, siamo tutti confinanti con l’Ucraina, nel senso della vicinanza alle sofferenze vissute dal popolo in un Paese come il nostro, libero e sovrano.

CAMPIONATO. Dopo la sosta per la Coppa Italia, e il successo prezioso e sofferto ottenuto in casa contro Forio, il Cus jonico tornerà in gara sabato diciannove marzo affrontando Pozzuoli in trasferta. Non sarà una sfida facile, a dispetto del risultato del match di andata, dove alla formazione campana mancavano un paio di elementi, ha ricordato lo stesso Hugo Erkmaa. Gli uomini allenati da Davide Olive stanno lavorando duramente in vista della 23esima giornata della serie B Old wild west. Il campionato resta equilibrato. L’obiettivo del Cus jonico è rimanere ai quartieri alti della graduatoria, per dare tutto nella volata finale. Nell’ultima prestazione il gruppo ha dimostrato maturità e compattezza riscattando il passo falso contro Ruvo. E non intende arrestare il suo percorso di crescita: raggiungere il quarto posto è il prossimo step.

Hic et Nunc

Su Tv2000, lunedì 28 il film “Per amore del mio popolo – Don Diana”

19 Mar 2022

In occasione della 30° Giornata dei Missionari Martiri, del 24 marzo, Tv2000 presenta il film “Per amore del mio popolo – Don Diana”, sulla vita di don Peppe Diana, interpretato da Alessandro Preziosi. Il titolo del film prende il nome dal documento scritto contro la camorra da don Diana insieme ai sacerdoti della Forania di Casal di Principe e distribuito nel Natale del 1991 in tutte le chiese locali. Don Giuseppe Diana, per tutti don Peppe, è un sacerdote della forania di Casal di Principe, dove due famiglie, (gli Esposito e i Capuano), si affrontano senza esclusioni di colpi per il controllo del territorio. Per non tradire gli scout che vedono in lui un’alternativa al mondo che li circonda Don Peppe rinuncia all’opportunità di trasferirsi a Roma e diventa parroco nel suo paese natale. Da qui tutta una serie di iniziative e attività per la legalità che porterà alla stesura del documento “In nome del mio popolo” che risuona nelle chiese di Casale la Notte di Natale. Un documento che suscita il plauso di molti cittadini, ma che porta Don Diana ad essere riconosciuto come il nemico dichiarato della Camorra. Don Giuseppe Diana fu ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo del 1994, poco dopo le 7,20 del mattino, nel giorno del suo onomastico. Fu ucciso nella sua chiesa, la parrocchia di San Nicola di Bari. Gli spararono contro quattro colpi di pistola mentre si preparava per celebrare la messa. Aveva 36 anni.

Otium

Quando il lavoro è un sacrificio

Norcia, 12 ottobbre 2021: cantieri aperti San Benedetto terremoto con sindaco Nicola Alemanno e mons. Renato Boccardo - foto SIR/Marco Calvarese
19 Mar 2022

di Andrea Casavecchia

Fino a che prezzo si può sacrificare la propria vita, le proprie aspirazioni e le proprie progettualità per il lavoro?

Non è una domanda scontata e nemmeno molto semplice. C’è, infatti, una parte dei lavoratori e delle lavoratrici che non si pongono affatto questa domanda. Sono i più fortunati, quelli che hanno trovato un lavoro che corrisponde alla loro vocazione. Il tema per loro sarà un po’ diverso: come posso trovare un equilibrio tra un lavoro nel quale mi sento realizzato e il resto della vita?

Ma per tutti gli altri, tanti altri, il tema principale è il primo: fino a che punto?

Nel 5° Rapporto Censis-Eduaimon sul welfare aziendale appaiono alcune indicazioni sulla soddisfazione nel lavoro che dovrebbero interrogare tutti. Secondo la ricerca l’82,3% dei lavoratori dichiara di essere insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più, ma il 56,2% non si dimette perché è convinto di non riuscire a trovare un impiego migliore. Ci sono due elementi cardine: la retribuzione economica e la gestione del tempo. Gran parte degli intervistati ha affermato che non è pagato in modo adeguato ad esempio. Inoltre, l’attuale tempo della pandemia ha sconvolto i ritmi e ampliato, per quasi il 40% il lavoro ha invaso gli altri ambiti di vita. A questi due elementi se ne sono aggiunti altri: la crescita delle condizioni di stress vissute, mentre si svolge un’occupazione, oppure l’irruzione del digitale che ha cambiato troppo velocemente le pratiche. In questo caso le difficoltà sono state di diverso tipo da quelle dovute alla qualità della connessione alla gestione degli spazi in casa per lavorare da remoto, dalla partecipazione agli incontri online alla ricezione della posta elettronica.

Avvisano i ricercatori che si sta radicando in molte situazioni un senso di estraneazione dal lavoro. Le persone sopportano il proprio lavoro perché hanno paura di non poter trovare altro, però si sentono avulsi, non coinvolti, non valorizzati. In molti casi si evidenzia lo scarso coinvolgimento nella mission aziendale.

Ci sono dei limiti. Il lavoro visto come una prigione, non funziona. Così si conferma una tendenza della crescita delle dimissioni volontarie: nel 2021 se ne sono registrate oltre 1 milione e 360mila. Specialmente tra i giovani inizia a diffondersi la volontà di trovare un lavoro che risponda alle proprie aspettative, che richieda sacrifici, certo, ma che abbia una finalità creativa, che promuova le proprie abilità e arricchisca la propria professionalità.

Otium

‘Sul dolore’ di Paolo Cortaz: dalla parte di chi soffre

19 Mar 2022

di Marco Testi

Come porsi di fronte a quello che non può essere detto, compreso, spiegato e neanche immaginato se non passandovi attraverso? Come risolvere l’enigma della presenza del dolore nella storia, individuale e collettiva, dell’uomo? Sono domande tornate tragicamente nel nostro orizzonte a causa della nuova peste del Duemila e allo scoppio di una guerra che sta coinvolgendo migliaia di innocenti. Le immagini, durante la pandemia, di ospedali pieni costretti a dire no a casi gravi, e l’esperienza personale di chi ha avuto alcuni dei propri cari intubali, isolati, o vittime del Covid, lo sguardo sulle persone che rifiutate manu militari hanno vissuto tra boschi, montagne, vegliando su chi non ce l’ha fatta a sopravvivere a stenti e a gelo, cosa che è accaduta tra l’altro anche qui da noi, ospedali pediatrici bombardati, famiglie espatriate a forza di bombe e carri armati che improvvisamente si trovano in terre straniere e senza più una casa: sono queste le immagini che ora stanno cambiando l’universo mediatico contemporaneo, richiamandoci a quella che è la realtà del dolore, dopo decenni di esibizioni di addii più o meno amorosi, di nuove acconciature, di ritorni chirurgici alla giovinezza esteriore. E questo dovrebbe essere un avvertimento per tutti. Dietro i salotti e gli appartamenti finti “scoperchiati” per la goduria voyeuristica dei pomeriggi altrimenti desolatamente annoiati (incredibilmente simili al tedio meridiano cantato cento anni fa da Eliot) ci sono palazzi realmente scoperchiati dalle esplosioni, case distrutte cui non sarà possibile fare ritorno, come ha già narrato Saša Stanišić, di mamma bosniaca e di padre serbo, in Origini (Keller ed.). C’è un dolore nuovo, insomma, anche rispetto a quello raccontato da Paolo Curtaz nella recente riedizione di “Sul dolore. Parole che non ti aspetti” (San Paolo, 256 pagine, 16 euro), scritto prima della pandemia e della guerra ucraina, e però attuale in un mondo in cui epidemie, massacri, guerre, catastrofi naturali non sono mai mancati. E qui emerge ancora una volta la grande, lancinante domanda che si poneva anche Voltaire alle notizie che arrivavano, non così veloci come ai nostri tempi, sul terremoto di Lisbona, in una data paradossale che molti hanno letto come prova del non senso della storia umana: il giorno di tutti i santi del 1755.

Le domande che si sono poste l’illuminista francese sui quindicimila morti del terremoto, Hans Jonas e milioni di altre persone sulla conciliabilità di Dio e olocausto sono schiaccianti, eppure Curtaz un accenno di risposta condivisibile lo offre, al di là delle teologie e delle riflessioni ontologiche: molto del male di cui stiamo parlando viene dagli uomini. Anche non direttamente, come nel caso del Coronavirus, perché basterebbe leggere Spillover (Adelphi) di David Quammen, uscito prima dell’apparizione della nuova pestilenza, per capire come mode gastronomiche accoppiate a violenze inutili sugli animali, accumulati senza alcuna precauzione igieniche in gabbie una sopra l’altra abbiano innescato un processo di trasmissione da animale ad uomo, con il particolare che “non sono loro a cercarci: semmai siamo noi a cercare loro”. E così per quello che riguarda il massacro dell’ambiente, il taglio dei boschi, l’inquinamento globale, che non vengono da soli.

“L’uomo è chiamato a diventare protagonista del proprio destino, orientandosi verso il bene, giocando bene la libertà, combattendo contro la parte oscura che porta in se stesso”: nelle parole di Curtaz si coglie l’antico senso della scelta tra il bene e il male che dalle Scritture a Stevenson -e oltre- è stato l’autentico protagonista di una storia in cui massacri, inondazioni, cambiamenti climatici non sono piovuti dall’Olimpo, ma frutto delle scelte umane travestite da economia avanzata, velocità, centri commerciali, affari.

Curtaz mette in guardia anche da un’altra componente del dolore, quella di parlare dicendo cose scontate a persone colpite da sofferenze indicibili. L’ascolto silenzioso è forse una delle poche possibilità di rendere in qualche modo meno tragico ciò che l’agnello sacrificale che bussa alle nostre case porta dentro.

Hic et Nunc

Covid: la memoria affida alla coscienza il compito di un nuovo inizio

Anche l’appello alla libertà a fronte delle misure di sicurezza sanitaria esige una rilettura. Su quali fondamenti, su quali valori, con quali obiettivi si costruisce e si sviluppa la libertà? Sono domande da riprendere con onestà intellettuale e con l’occhio alla Costituzione.

Roma 7 agosto 2020 Policlinico Universitario Tor Vergata. Attività del Cappellano Ospedaliero. don Sebastian Kondzior.
18 Mar 2022

di Paolo Bustaffa

Istituita con la legge n.35 del 2021 la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19 è entrata nel calendario nazionale con la data del 17 marzo. Le persone uccise dal virus sono state circa 157.000, non si conosce il numero di quelle che hanno subito conseguenze più o meno gravi a livello fisico o psichico.

La Giornata si aggiunge ad altre ricorrenze e forma una catena di pensieri e di immagini attorno a momenti che hanno segnato e segnano la storia di un popolo, nella storia del mondo. Non è quindi un anello a sé stante, con la sua specificità attraversa il tempo e lascia più di un messaggio.

Fare memoria dell’esperienza del Covid in un momento in cui il virus non è ancora sconfitto significa chiedersi che cosa l’uomo abbia imparato da quei giorni di isolamento e di paura ma anche di solidarietà e di coraggio.

La risposta è impegnativa e mette in discussione lo slogan “andrà tutto bene” non perché allora non avesse significato ma perché la realtà dice oggi che non tutto è andato bene. La solidarietà di medici, personale sanitario e volontari ha avuto riconoscimenti pubblici ma ha anche incontrato ostacoli nell’essere, senza salire in cattedra, una testimonianza educativa.

Quei gesti sono stati molte volte interpretati come eroismi cioè come atti straordinari e quindi possibili solo ad alcune persone mentre sono atti che fanno grande l’uomo che ogni giorno trasforma il dovere in un atto di amore.

Anche l’appello alla libertà a fronte delle misure di sicurezza sanitaria esige una rilettura. Su quali fondamenti, su quali valori, con quali obiettivi si costruisce e si sviluppa la libertà?  Sono domande da riprendere con onestà intellettuale e con l’occhio alla Costituzione.

Infine, il tema della scienza intesa come una magia capace di risposte immediate e non come una ricerca mossa dall’intelligenza dell’uomo. La scienza non è arrogante, è umile, riconosce la propria forza e nello stesso tempo ammette i propri limiti. La scienza non si è posta e non si pone sul piedestallo dell’onnipotenza. Altri lo hanno fatto commettendo un errore.

La scienza è un dono ed è una responsabilità, coinvolge l’intelligenza e dialoga con la ragione. Ma quali sono le radici e le ali dell’intelligenza, della ragione e quindi della scienza? Quale posto occupa la fede in questo dialogo?La Giornata in memoria delle vittime del Covid lascia aperte molte domande e questo è un bene perché aiuta a valorizzare le lezioni del passato e a renderle generative di speranza, di futuro migliore.

Non sarà facile dar vita a un nuovo inizio anche guardando le atrocità di una guerra che si è innestata su una pandemia. Ben venga allora una Giornata che suscita domande, che provoca inquietudine, che indica le direzioni per incontrare le risposte, che affida alla coscienza il ruolo di bussola nel groviglio dei sentieri della vita. Ben venga una Giornata che a nome e per conto delle vittime inauguri un nuovo inizio aprendo le porte alla speranza che la malattia e il male hanno tentato e tentano di chiudere.