La festa di san Giuseppe a Taranto e provincia

18 Mar 2022

La tradizione legata ai festeggiamenti civili e religiosi di san Giuseppe è sempre molto sentita a Taranto e nella sua provincia. Se fino al 31 marzo non sarà possibile effettuare alcuna processione, non mancheranno di certo quei rituali, anche in cucina, che rendono il 19 marzo un giorno speciale.

Nel capoluogo ionico, in città vecchia,  nella chiesetta dedicata al santo, in via Garibaldi, nella mattina sono in programma alle 9 e alle 11 le sante messe al termine delle quali si effettuerà la benedizione del pane. Alle 16.30, nel campo sportivo dell’oratorio, si svolgerà la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal parroco, don Emanuele Ferro. Presterà servizio la Grande Orchestra di Fiati  “Santa Cecilia”.

In provincia, sono rinomate le tradizioni nel comune che porta il nome di San Giuseppe, San Marzano, a cui bisognerà rinunciare in questa giornata. Si ‘rimedierà’ nei giorni del 30 aprile e primo maggio allorquando si farà il grande falò e le ‘mattre’, ossia le tavolate di San Giuseppe su cui vengono collocati e offerti ai visitatori piatti dal sapore antico: purè di fave e verdura, pasta e ceci, pane, polpette, vino, biscotti e le zeppole alla crema.

Al mattino del 19, si sentono, per le vie del paese, il suono della banda musicale e lo sparo di colpi.

Le sante messe sono previste per le ore 7.00, 9.00, 11.00, 18.00 e 19.30

La consegna delle chiavi al santo patrono segneranno un momento molto sentito nel paese.

Anche a Faggiano sono stati rinviati i festeggiamenti all’esterno nei giorni 30 aprile e primo maggio.

Come da tradizione, invece, durante la santa messa del mattino (ore 10.30), i bambini e i ragazzi saranno affidati alla protezione di San Giuseppe.

Le chiavi della città saranno affidate al santo durante la celebrazione eucaristica delle 18.30 che sarà presieduta da mons. Pasquale Morelli.

Alle 19.30, nelle vicinanze dello stadio comunale, sarà acceso il falò.

A Lizzano, si faranno ugualmente (seppur in poche case) le tavolate di san Giuseppe in alcune abitazioni private e nella sede della Proloco.

Per limitare al minimo il rischio del contagio del covid, non ci sarà la distribuzione dei cibi tipici preparati sin dall’alba in tante case lizzanesi ma si donerà il pane imbustato.

Per finire la carrellata dei centri della provincia dove è molto partecipata la festa di san Giuseppe, a Monteparano tutte le attività saranno effettuate nei giorni 30 aprile-1°maggio e San Giuseppe sarà onorato con la messa solenne delle ore 11.00 in Chiesa madre.

L’Ucraina vista dal confine:
la testimonianza di Cristina

18 Mar 2022

di Marina Luzzi

Cristina e Federica hanno 22 anni e sono tarantine.
Hanno deciso di partire per il confine tra Polonia e Ucraina per dare una mano, convinte che l’atrocità della guerra si possa sconfiggere solo a partire da piccoli grandi gesti d’amore.
Come regalare un abbraccio, una coperta, una parola.
Cristina, che frequenta la comunità della Concattedrale di Taranto, un paio di giorni fa ci ha inviato un audio e delle foto, per raccontarci della sua esperienza.

 

ECCO LA TESTIMONIANZA PUBBLICATA SUL NOSTRO CANALE YOUTUBE

Alcuni scatti

 

Continua a leggere:
Reporter uccisi, vittime anonime e guerre dimenticate

Una combo degli uccisi in ucraina: i giornalisti (alto S-D) Brent Renaud, Viktor Dudar, Pierre Zakrzewski, (basso S-D) Alexandra Kuvshinova e il cameraman Yevhen Sakun, 15 marzo 2022. 

Otium

Scuola: è sempre valido parlare di alleanza educativa

Roma 18–01-2021 Scuola Liceo Classico Giulio Cesare Riapertura della scuola, con gli alunni in presenza dopo il Lockdown, dovuto alla pandemia Covid-19/ Corona Virus Ph: Cristian Gennari/Siciliani
18 Mar 2022

di Alberto Campoleoni

Lo scenario complessivo del momento che stiamo attraversando è piuttosto buio. Siamo appena usciti (forse) da una pandemia che ha letteralmente bloccato le nostre vite e in particolare quelle dei più giovani e improvvisamente siamo stati catapultati in un incubo di morte come la guerra. Un conflitto che è, certo, in Ucraina, cioè abbastanza lontano geograficamente dalle nostre case e dalle nostre scuole, ma in realtà le occupa con la sua presenza mediatica, con la preoccupazione delle famiglie, con le proiezioni e l’immaginazione – per la prima volta messa alla prova, in particolare da parte dei ragazzi e delle ragazze delle scuole – di conseguenze nefaste per tutti.

Non solo. L’arrivo dei profughi, la macchina dell’accoglienza, la solidarietà messe in campo in Italia e non solo, permettono un incontro ancor più “ravvicinato” con la realtà della sofferenza e della guerra. Nello stesso tempo accendono qualche lampadina per illuminare lo scenario buio detto all’inizio: vedere infatti azioni concrete di vicinanza e partecipazione, magari aderirvi ciascuno con i mezzi che ha – e le scuole, ad esempio, con l’attenzione dovuta alle informazioni oltre che alle innumerevoli iniziative che nascono dalla creatività degli istituti scolastici italiani – permette allo stesso tempo di immergersi nella realtà “dura e cruda” e insieme di prenderne le distanze, mantenendo quella riserva di umanità che significa non solo propensione all’aiuto reciproco, ma anche sforzo di comprensione e analisi critica, “armi” decisive contro qualsiasi conflitto.

La scuola, fatta davvero, è apprendistato di pace. E oggi questa convinzione deve conquistare sempre maggiore consapevolezza, unita al fatto che i nostri giovani si trovano ad affrontare le emergenze in una condizione di fragilità speciale. È recentissima una ricerca che viene da Bergamo e ha coinvolto 37 istituti bergamaschi (scuole superiori e medie) con un focus sui comportamenti a rischio nella fascia 13-18 anni. Sono stati distribuiti agli studenti 17mila questionari per indagare in particolare stili di vita e dipendenze. Un campione di mille è già stato raccolto e studiato – le risposte vengono in media da diciassettenni – e i risultati mettono in evidenza debolezze di cui spesso si parla ma che i numeri denunciano con fredda lucidità: un dato, ad esempio, riferisce di come il consumo di alcolici sia ampiamente diffuso e addirittura il 47,3% del campione è arrivato almeno una volta a ubriacarsi.

Dipendenze: da alcol, da fumo e da “tecnologia”. Tra i dati emerge che i ragazzi trascorrono in media 9 ore al giorno attaccati al video, tra tv, smartphone, videogame e chat. Lo sanno bene – senza bisogno di troppe indagini – tanti genitori che quotidianamente combattono una battaglia persa nelle stanze di casa.

Senza andare oltre, ecco la domanda che si pone che fare? E come?

Parlare di alleanza educativa è forse scontato – lo si dice spesso – ma resta il termine più adeguato da considerare. Intendendo con alleanza un aumento di consapevolezza della situazione e di fiducia reciproca tra gli attori responsabili dei percorsi educativi dei nostri giovani. La scuola, che pure ha bisogno di crescere in credibilità, può e deve essere punto di riferimento. Perché vi si trovano dei professionisti; perché le famiglie sono sempre più impoverite dal punto di vista educativo e intasate da mille problematiche – si pensi alla crisi del lavoro –; perché ha la possibilità di coordinare interventi efficaci. È un compito difficile, lungo, ma ineludibile.

Hic et Nunc

Sindrome Down: la campagna “Just the two of us” per educare al rispetto della loro vita affettiva e proteggerli da abusi

Vaticano, 1 dicembre 2021: udienza generale di Papa Francesco in Aula Paolo VI - foto SIR/Marco Calvarese
18 Mar 2022

In occasione della Giornata mondiale sulla sindrome di Down (21 marzo) CoorDown lancia la campagna di sensibilizzazione internazionale “Just the two of us”. Attraverso un crescendo di scene al limite del grottesco, il video della campagna racconta in maniera iperbolica di come le famiglie, specie quando si tratta di relazioni amorose, possano diventare una presenza ingombrante nella vita delle persone con disabilità intellettiva. Tra sorrisi ed emozioni troppo “condivise”, il messaggio della coppia protagonista non lascia dubbi: “L’amore ha bisogno di spazio”. È un equilibrio difficile quello da trovare tra la protezione, il supporto e la libertà di vivere la propria vita in pienezza. Il video di poco più di un minuto si snoda sulle note della cover della canzone “Just The Two Of Us” di Grover Washington Jr. e Bill Withers, che fa da colonna sonora al racconto e al messaggio finale.
“Avere una relazione amorosa e vivere appieno la propria sessualità è un diritto di tutti – si legge in una nota di Coor Down -, eppure per le persone con disabilità intellettiva rimane ancora un tabù. Negli ultimi decenni sono stati abbattuti tanti stereotipi che circondavano il mondo della disabilità, ma c’è un tema che genera ancora imbarazzo e resistenze: la sessualità. Il cambiamento che va affrontato è culturale e coinvolge prima di tutto i familiari e gli operatori, poi le istituzioni e la società”. Le persone con sindrome di Down sono spesso considerate “eterni bambini”, e, come tali, sono protetti o tenuti lontani da tutto ciò che ha a che fare con l’età adulta, compresa la sessualità. “Ma le persone con la sindrome di Down hanno gli stessi bisogni di chiunque altro e hanno lo stesso diritto di vivere una vita sessuale e amorosa indipendente e di ricevere informazioni accessibili.”: di qui l’importanza di “una educazione alle relazioni e alla sessualità” per “vivere la propria vita affettiva in modo sano e soddisfacente”, “sostenere le persone con disabilità intellettiva a comprendere i loro diritti, conoscere il proprio corpo, i concetti di ‘consenso’ e di ‘sesso sicuro’ e per proteggerli da potenziali abusi”.

“Avere una relazione amorosa e vivere appieno la propria sessualità è un diritto di tutti – si legge in una nota di Coor Down -, eppure per le persone con disabilità intellettiva rimane ancora un tabù. Negli ultimi decenni sono stati abbattuti tanti stereotipi che circondavano il mondo della disabilità, ma c’è un tema che genera ancora imbarazzo e resistenze: la sessualità. Il cambiamento che va affrontato è culturale e coinvolge prima di tutto i familiari e gli operatori, poi le istituzioni e la società”. Le persone con sindrome di Down sono spesso considerate “eterni bambini”, e, come tali, sono protetti o tenuti lontani da tutto ciò che ha a che fare con l’età adulta, compresa la sessualità. “Ma le persone con la sindrome di Down hanno gli stessi bisogni di chiunque altro e hanno lo stesso diritto di vivere una vita sessuale e amorosa indipendente e di ricevere informazioni accessibili.”: di qui l’importanza di “una educazione alle relazioni e alla sessualità” per “vivere la propria vita affettiva in modo sano e soddisfacente”, “sostenere le persone con disabilità intellettiva a comprendere i loro diritti, conoscere il proprio corpo, i concetti di ‘consenso’ e di ‘sesso sicuro’ e per proteggerli da potenziali abusi”.

Hic et Nunc

Cei: la preghiera per la pace ed i morti in Ucraina e per il Covid

Roma, 18 marzo 2022: messa di mons. Stefano Russo per i morti di Covid 19 e per la pace in Ucraina - foto SIR/Marco Calvarese
18 Mar 2022

di Marco Calvarese

“Dal 2 marzo, ogni giorno le Conferenze episcopali d’Europa si stanno alternando per pregare più insistentemente per chiedere il dono della pace e ricordare le vittime del Covid. Oggi tra l’altro è la giornata internazionale per le vittime del Covid. Celebriamo con questo ricordo, presentando a Dio tutta la nostra umanità. Lo facciamo unendoci con la preghiera che dal mercoledì delle ceneri sta attraversando tutta l’Europa: da paese a paese, da Conferenza episcopale a Conferenza episcopale, da altare ad altare”. Sono queste le parole con le quali mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, ha iniziato la predica della messa celebrata stamattina nella cappella della Cei a Roma, rispondendo all’invito della presidenza della Conferenza episcopale europea a tutte le Conferenze episcopali nazionali, di unirsi in preghiera per invocare la pace e pregare per le vittime causate dalla guerra e per i morti della pandemia di Covid-19. “Siamo sulla stessa barca ci ha ricordato il Padre, spesso anche noi abbiamo ripetuto che ci salviamo insieme, solo insieme. E salvarsi, lo sappiamo bene, non significa solo scampare la morte. Significa cercare di conservare l’umanità in mezzo alle tante sofferenze che i nostri occhi vedono e questo potrà avvenire solo stando insieme, camminando insieme, anche guardando insieme al volto e al cuore di una Chiesa chiamata ad un continuo rinnovamento”. Mons. Russo ha ricordato nel suo discorso l’impegno della Chiesa italiana nel cammino sinodale che l’accompagnerà fino al 2023, un’occasione per sfruttare la possibilità di rinnovamento. “Abbiamo pregato con la colletta ‘donaci di essere intimamente purificati dall’impegno penitenziale della Quaresima, per giungere alla Pasqua intimamente trasformati’. Occorre chiedere a Dio il dono di essere purificati dall’interno, nelle parti più profonde della nostra vita, se vogliamo davvero fare un cammino. Mi vado convincendo sempre più che il cammino insieme parta proprio da questa purificazione intima di ciascuno, prima ancora che da qualche capacità organizzativa. Si tratta di avere una nuova postura per provare a metterci in cammino”.

Otium

Allacciate le cinture!

Roma, 2 dicembe 2021: partenza di Papa Francesco in aerreo per Cirpo e Malta dall'aeroporto di Fiumicino - foto SIR/Marco Calvarese
18 Mar 2022

di Maurizio Calipari

Descrizione “for dummies” del decollo aereo: prendere un comune aereo di linea (es. Boeing 737), collocarlo su una pista d’aeroporto sufficientemente lunga, accendere i motori, mollare i freni, prendere velocità, prendere quota e… buon viaggio!

Beh, nella realtà probabilmente le cose sono un po’ più complicate. Di certo c’è che, sulla pista di decollo, per potersi sollevare da terra gli aerei devono anzitutto raggiungere una velocità elevata (nel caso di un Boeing 737, tra i 250 e i 290 km/h, nello spazio di circa 1 km), tale da generare una spinta ascendente in grado di contrastare la forza gravitazionale; in aggiunta, i piloti devono aumentare l’angolo di incidenza, ovvero l’angolo formato dall’ala con la direzione del flusso d’aria, mediante l’uso dei “flap” e degli “slat” (per intendersi, quelle “alette” aggiuntive che prolungano anteriormente e posteriormente le ali dell’aereo, mutandone anche la forma).

Considerando poi che il nostro Boeing 737 viaggia ad una velocità massima di crociera di circa 850 km/h, appare chiaro come il suo decollo non avvenga mai alla massima potenza, e con buone ragioni, visto che tale caratteristica è comune a quasi tutti gli aerei commerciali. Anzitutto, perché non è “fisicamente” necessario, poi perché potrebbe essere addirittura controproducente. Infatti, mantenere una potenza dei motori ridotta (la minima necessaria per alzarsi in volo), in caso di necessità, permette al pilota di poter rinunciare al decollo in sicurezza. Minore potenza dei motori vuol dire infatti minore probabilità di malfunzionamenti e aumento della controllabilità dell’aereo in caso di guasti ad un motore proprio nella fase critica del decollo. Inoltre, in alcune situazioni, ridurre la spinta propulsiva permette di decollare con un peso maggiore di quanto consentirebbe attivare la massima potenza. Al miglioramento della sicurezza, poi, si aggiunge la convenienza economica, legata ad una diminuzione dei costi; basti pensare che un motore d’aereo – il cui costo può variare tra i 5 e i 40 milioni di dollari – è soggetto a particolari stress proprio quando deve generare la massima spinta. Ovviamente, limitando la potenza nella maggior parte dei decolli, si aumenta il tempo tra le costose revisioni e si allunga la vita del motore dell’aeroplano.

Dunque, un decollo a piena potenza viene adottato solo nei casi che davvero lo richiedono. Ad ogni partenza, spetta quindi ai piloti stabilire quale sia la spinta ottimale da utilizzare per quel decollo in base a quota, lunghezza e condizioni della pista, temperatura esterna, forza e direzione del vento, pressione atmosferica e diversi altri fattori, sempre al fine di garantire la sicurezza del volo, risparmiare e inquinare meno.

A proposito di questo ultimo punto, un recente studio dell’American Chemical Society ha provato a calcolare quanto diminuirebbe l’inquinamento prodotto dagli aerei, se volassero più bassi. I risultati degli studiosi sono sorprendenti: basterebbe una percentuale minima di aerei, calcolata in circa l’1,7%, che volasse a una quota di 600 metri più bassa, per limitare notevolmente la formazione delle “scie di condensazione” (nuvole artificiali di vapore acqueo condensato che possono formarsi al passaggio degli aerei), riducendo così il loro effetto termico di ben il 59,3%! Queste scie, infatti, si formano perché alcuni aerei, viaggiando alla loro quota di crociera (in media attorno ai 10.000 metri), emettono particelle di carbonio generate da una combustione incompleta dovuta alla rarefazione dell’aria, producendo così un’ingente fonte di inquinamento atmosferico. Secondo quest’accurata ricerca degli scienziati, l’80% del riscaldamento attualmente proveniente dalle scie è generato dal solo 2,2% dei voli; incrociando rotte e corridoi di volo, si potrebbe tranquillamente abbassare la quota di crociera di circa i 2/3 di essi, riducendo in modo significativo l’inquinamento.

Ecclesia

La Chiesa di Taranto rilancia l’allarme: solo un pianeta “pulito” ha futuro

Proprio voi a Taranto avete vissuto e state vivendo sulla vostra pelle le conseguenze di questo modo di pensare la produzione e il consumo ancora ai nostri tempi, e proprio qui a Taranto le indicazioni della Chiesa italiana, in questa prospettiva, sono chiarissime e tutte in linea con le indicazioni che Papa Francesco

18 Mar 2022

di Silvano Trevisani

“Il pianeta che vogliamo” è stato disegnato chiaramente nell’ultima giornata di studio della Settimana della fede, che stasera sarà chiusa dalla concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Filippo Santoro: un pianeta “pulito”, giusto, in cui l’ecologia integrale disciplini il rapporto tra le persone, tra tutti gli abitanti del pianeta. Riprendendo le mosse dai documenti conclusivi della Settimana sociale dei cattolici tenutasi a Taranto nel settembre scorso, la discussione svoltasi nella Concattedrale ha fornito indicazioni sul “come” si sta procedendo e su “cosa” bisogna fare. C’è tanto da fare, evidentemente, ma la strada imboccata è quella giusta perché dimostra una crescente consapevolezza da parte della gente, che l’unica direzione da percorrere è quella che cerca di evitare la catastrofe climatica, innestata da comportamenti egoistici e prevaricanti, dei quali il mondo sta vivendo proprio in questi giorni un tragico esempio, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

LeonardoBecchetti

È toccato al professor Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica alla Facoltà di Economia dell’Università di Roma “Tor Vergata” che, tra gli altri incarichi, oltre alle consulenze ministeriali, è presidente del comitato scientifico di Next (Nuova economia per tutti) e membro del comitato preparatorio delle Settimane sociali dei cattolici italiani, aprire l’incontro, in streaming, sottolineando come l’obiettivo per evitare la catastrofe climatica è chiaro e stabilito: azzerare entro il 2050 le emissioni nette di anidride carbonica sapendo che esse provengono da alcune grandi fonti (industria, agricoltura e allevamento, mobilità e trasporti, riscaldamento/raffreddamento degli edifici e fonti di produzione di energia). “Il collo di bottiglia su cui intervenire con massima urgenza – ha detto Becchetti – è proprio questo perché, se anche usiamo tutti macchine elettriche, che pur sempre rappresentano un passo in avanti, restiamo comunque col problema delle emissioni se la produzione di energia elettrica avviene utilizzando fonti fossili. Dobbiamo inoltre portare avanti la rivoluzione dell’economia circolare che significa disallineare la produzione di valore economico dalla distruzione di risorse naturali, cosa indispensabile su un pianeta di 7,8 miliardi di persone con una vita media di 73 anni (un totale di più di 320 miliardi di anni di vita potenziali in più rispetto alla situazione dell’anno 0 quando eravamo 230 milioni e vivevamo in media 23 anni)”.

LeonardoBecchetti

Proprio voi a Taranto, ha aggiunto l’oratore, avete vissuto e state vivendo sulla vostra pelle le conseguenze di questo modo di pensare la produzione e il consumo ancora ai nostri tempi, e proprio qui a Taranto le indicazioni della Chiesa italiana, in questa prospettiva, sono chiarissime e tutte in linea con le indicazioni che Papa Francesco ci ha fornito riccamente attraverso vari strumenti, a cominciare dalla Laudato si’.

È necessaria una vera rivoluzione del modo di considerare lo sfruttamento della Terra a fini consumistici. Se una rivoluzione finanziaria, che privilegi aziende non inquinanti è stata avviata, quello a cui ora bisogna lavorare è la realizzazione di una rivoluzione sui consumi. Le tecnologie e gli strumenti per realizzarla ci sono tutti. Le piattaforme online di consumo responsabile (come ad esempio quella di www.gioosto.com) ci sono e consentono ai cittadini di votare col portafoglio senza costi di ricerca e istantaneamente. “Nel percorso delle Settimane Sociali – ha detto – abbiamo lavorato su questo fronte promuovendo le agorà digitali (liste whatsapp di partecipanti che restano comunità a distanza lavorando sul tema del bene comune) e lanciando l’appello alla costruzione di comunità energetiche in ogni parrocchia. Nel lavoro sui territori con NeXt, l’associazione di terzo livello che ha al suo interno 45 associazioni e reti della società civile promuoviamo sul campo questa trasformazione lavorando nelle scuole, università e promuovendo hub per l’innovazione. Con la Scuola di Economia Civile portiamo avanti il percorso di formazione e ricerca sulla costruzione del nuovo paradigma economico a quattro mani. È tutto pronto. L’unica cosa che manca è l’impegno e l’attivismo dei cittadini”.

Alla relazione di Bettelli hanno fatto seguito le relazioni di due professionisti, l’ingegnere Carlo Zizzi, che sta portando avanti a Marina Franca una prima esperienza di intervento di efficientamento energetico che sta interessando un intero quartiere e il dottor Dario De Lisi, titolare di un’azienda agricola innovativa.

Se gli inquilini hanno commissionato l’efficientamento utilizzando anche finanziamenti pubblici, per un giusto obiettivo di risparmio ecologico hanno scoperto che, ad esempio, un progetto del genere ha reso possibile l’impiego lavorativo di operai che al momento erano senza lavoro, e che le imprese, fino a ieri concorrenti, hanno iniziato a collaborare fattivamente tra loro.

Noi che lavoriamo nel settore dell’agricoltura constatiamo quali siano gli effetti nefasti dello sfruttamento nefasto della Terra: eventi atmosferici estremi ingovernabili, lunghi periodi di siccità, piogge improvvise torrenziali che possono spesso diventare distruttive, grandinate abbondanti, trombe d’aria. La guerra poi non sta aiutando i mercati e le aziende, rischiamo di rendere il sistema insostenibile. Il Covid e ancor più la guerra hanno evidenziato come l’Italia, che pure è paese di produzione d’eccellenza, non sia autonomo, non solo dal punto di vista energetico ma anche proprio dal punto di vista alimentare. Molta materia prima non viene da “campi” italiani ma lo spazio per cambiar le cose c’è. L’agricoltura non vive momenti esaltanti, per lo scompenso tra costi e ricavi, occorre un riequilibro a cui oggi si deve pensare.

 

Otium

L’agroalimentare in tempo di guerra: mancherà il pane?

Notaresco, 23 giugno 2012: mietitura campo di grano e orzo in campagna - foto SIR/Marco Calvarese
17 Mar 2022

di Andrea Zaghi

L’Italia e l’Europa devono fare i conti con la necessità di assicurare gli approvvigionamenti essenziali ma anche con quella di non elevare muri pericolosi

 

In Italia potrebbe presto mancare la farina per fare il pane. Certo, si farà di tutto perché questo non accada, ma l’orizzonte di un’economia di guerra, anche per l’Italia, si sta delineando. E, come ha anche detto il presidente del consiglio Mario Draghi, occorre prepararsi per non essere colti di sorpresa. Così, dopo quella del Covid-19, l’agricoltura e l’agroalimentare italiani vengono posti improvvisamente di fronte ad un’altra sfida.

A far esplodere il problema degli approvvigionamenti di materie prime alimentari di base (come appunto i cereali), sono state le sanzioni inflitte dall’Unione europea alla Russia, ma anche la decisione dell’Ungheria di bloccare le esportazioni di grano per assicurare prima di tutto gli approvvigionamenti nel mercato interno. Ad aggiungere poi difficoltà, ci si sono messe anche le quotazioni internazionali dei cereali, già elevate prima della guerra Russia-Ucraina. L’insieme di prezzi alti, restrizioni all’export, embarghi internazionali e difficoltà di trasporto, costituiscono gli ingredienti di una sorta di tempesta perfetta nel mercato agroalimentare che, presto, potrebbe scatenare i suoi effetti anche in Italia. L’allarme è già stato lanciato dai coltivatori e dagli industriali. Italmopa, che raccoglie i molini italiani, ha già previsto che, senza rimedi, difficilmente ci sarà grano a sufficienza per arrivare al nuovo raccolto. Gli agricoltori dal canto loro mettono a disposizione terreni e capacità tecniche, ma devono fare comunque i conti con i tempi medio-lunghi delle produzioni agricole.

“Oggi ci troviamo in una situazione estremamente complessa e purtroppo destinata a peggiorare in ragione delle tensioni geopolitiche in atto. La questione riguarda i cereali, ma anche i semi oleosi”, hanno sottolineato le associazioni agricole che fanno parte di Agrinsieme (Cia-Agricoltori italiani, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle Cooperative Agroalimentari). Per trovare rimedi, al di là della ricerca delle cause passate di quanto accade oggi, il raggruppamento di associazioni propone di “pianificare l’immediato e iniziare a ragionare sul futuro dell’intera agricoltura italiana, a partire dai seminativi”. Questione di giorni, perché presto inizieranno le semine di mais, soia e girasole. Le stesse associazioni, chiedono poi la sospensione temporanea dell’adozione “della nuova Pac, così come l’obbligo del greening; allo stesso modo si renderebbe necessaria una proroga dell’attuazione della strategia Farm to Fork, rivedendola alla luce della situazione odierna”. Detto in altri termini, adesso occorre produrre sfruttando ogni fazzoletto di terra disponibile, magari senza badare tanto agli aspetti ambientali più esasperati. “Siamo pronti a produrre da quest’anno 75 milioni di quintali in più di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione, per rispondere alle difficoltà di approvvigionamento dall’estero determinate dalla guerra”, ha detto chiaro il presidente della Coldiretti Ettore Prandini in occasione del tavolo sull’emergenza grano convocato al Ministero delle Politiche Agricole. L’obiettivo non può essere quello di rendere l’Italia autonoma dal punto di vista degli approvvigionamenti cerealicoli. E’ possibile, invece, ridurre “sensibilmente la dipendenza dall’estero da dove arriva circa la metà del mais necessario all’alimentazione del bestiame il 35% del grano duro per la produzione di pasta e il 64% del grano tenero per la panificazione”.

Ma come fare? Oltre alla terra, spiegano i coltivatori diretti, servono “contratti di filiera con l’industria alimentare e dei mangimi che prevedano impegni pluriennali per la coltivazione di grano e mais e il riconoscimento di un prezzo di acquisto equo”.

Si tratta di un percorso fattibile, anche se non facile. E che comunque non deve trascurare la necessità di non rinunciare agli scambi internazionali ed europei che, nei decenni pur tra alti e bassi, hanno consentito maggior benessere anche dal punto di vista alimentare oltre che sociale ed economico. Se lo spettro dell’autarchia si delinea all’orizzonte, occorre lavorare per assicurare benessere ed equità e non certo per edificare nuovi muri e restrizioni che farebbero alla lunga danno per tutti.

#IoMiAttivo: dal 1° al 10 aprile 2022, la settimana dedicata all’attivismo di Amnesty International

17 Mar 2022

Torna nelle città italiane, dal 1° al 10 aprile 2022, la settimana dedicata all’attivismo di Amnesty International, #IoMiAttivo, con oltre 100 iniziative ed eventi. “La lenta uscita dalla pandemia, il ritorno della guerra in Europa, l’assalto a livello globale alla libertà di espressione e di manifestazione, l’aumento della discriminazione e i continui attacchi a coloro che difendono i diritti umani rendono necessario rafforzare la partecipazione”, osserva Amnesty International. In quei giorni, i gruppi locali di Amnesty International Italia organizzeranno una serie di appuntamenti pubblici in tutto il territorio, con lo scopo di far conoscere la propria attività e invitare i cittadini a confrontarsi sul tema dei diritti umani. A integrazione e facilitazione del momento, si terranno anche appuntamenti online. Sarà un’iniziativa volta a far entrare nuove persone nei gruppi di volontari sul territorio e a promuovere le campagne e le azioni che Amnesty porta avanti ogni giorno, in tutto il mondo. Seminari, incontri di approfondimento, passeggiate nei parchi, mostre tematiche, laboratori, aperitivi, concerti, presentazioni di libri, tavolini e flash mob in piazza. Tra i molteplici eventi, per citarne solo alcuni, a Palermo ci sarà un incontro pubblico in piazzale Aurora per chiunque voglia conoscere l’organizzazione, a Lerici l’inaugurazione della mostra “Com’eri vestita?” nell’ambito della campagna di Amnesty sul consenso #Iolochiedo, ad Asti al Cinema Lumiere il 6 aprile si inaugura la rassegna cinematografica “Segni particolari: migrante”, infine a Napoli si terrà l’evento “Diritti all’aperitivo!” per parlare di diritti umani in un contesto informale il 7 aprile. L’elenco completo degli eventi è consultabile sul sito web di Amnesty International Italia. L’organizzazione conta oggi oltre sette milioni di soci e sostenitori nel mondo di cui circa 80.000 in Italia.

Ecclesia

Papa Francesco a colloquio con Kirill: “la Chiesa non deve usare la lingua della politica, dobbiamo unirci per fermare il fuoco, le guerre sono sempre ingiuste”

17 Mar 2022

“Posso confermare che si è svolto oggi nel primo pomeriggio un colloquio telematico fra il Papa Francesco e Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di tutta la Russia”. Lo ha affermato, rispondendo alle domande dei giornalisti, il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, precisando che all’incontro hanno preso parte anche il card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, e il metropolita Hilarion di Volokolamsk, capo del Dipartimento di Relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. “Il colloquio ha avuto al suo centro la guerra in Ucraina e il ruolo dei cristiani e dei loro pastori nel fare di tutto perché prevalga la pace”, ha riferito il portavoce vaticano: “Papa Francesco ha ringraziato il patriarca per questo incontro, motivato dalla volontà di indicare, come pastori del loro popolo, una strada per la pace, di pregare per il dono della pace, perché cessi il fuoco”. “La Chiesa – il Papa ha convenuto con il Patriarca – non deve usare la lingua della politica, ma il linguaggio di Gesù. Siamo pastori dello stesso Santo Popolo che crede in Dio, nella Santissima Trinità, nella Santa Madre di Dio: per questo dobbiamo unirci nello sforzo di aiutare la pace, di aiutare chi soffre, di cercare vie di pace, per fermare il fuoco”. Entrambi hanno sottolineato l’eccezionale importanza del processo negoziale in corso perché, ha detto il Papa, “chi paga il conto della guerra è la gente, sono i soldati russi ed è la gente che viene bombardata e muore”. “Come pastori – ha continuato il Papa – abbiamo il dovere di stare vicino e aiutare tutte le persone che soffrono per la guerra. Un tempo si parlava anche nelle nostre Chiese di guerra santa o di guerra giusta. Oggi non si può parlare così. Si è sviluppata la coscienza cristiana della importanza della pace”. E, convenendo con il Patriarca quanto “le Chiese sono chiamate a contribuire a rafforzare la pace e la giustizia”, Papa Francesco concludeva: “Le guerre sono sempre ingiuste. Perché chi paga è il popolo di Dio. I nostri cuori non possono non piangere di fronte ai bambini, alle donne uccise, a tutte le vittime della guerra. La guerra non è mai la strada. Lo Spirito che ci unisce ci chiede come pastori di aiutare i popoli che soffrono per la guerra”.

Reporter uccisi, vittime anonime e guerre dimenticate

Una combo degli uccisi in ucraina: i giornalisti (alto S-D) Brent Renaud, Viktor Dudar, Pierre Zakrzewski, (basso S-D) Alexandra Kuvshinova e il cameraman Yevhen Sakun, 15 marzo 2022. Sono cinque i reporter uccisi a venti giorni dall'inizio del conflitto ucraino, decine i feriti e gli attacchi registrati in ogni parte del Paese, in particolare a Kiev e dintorni, dove la morsa dell'esercito russo si stringe ogni giorno di più. ANSA / Fox News e Twitter +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++ +++NO SALES; NO ARCHIVE; EDITORIAL USE ONLY+++
17 Mar 2022

di Giuseppe Pizzoli*
Dopo la morte, in Ucraina, del reporter americano Brent Renaud, si allunga l’elenco dei giornalisti caduti sul campo per raccontare la guerra voluta dal Cremlino. Di loro, e del loro coraggio, conosciamo qualche dettaglio, raccontatoci dai media. Di tante altre vittime della furia russa non sapremo mai nulla. Così come ben poco conosciamo di altre guerre combattute oggi nei quattro angoli del mondo. Una riflessione del direttore della Fondazione Missio, organismo pastorale della Cei
Brent Renaud, 50 anni, statunitense, fotografo e videomaker, è stato ucciso da una raffica di colpi mentre si trovava in auto assieme a un collega reporter americano e a un autista ucraino per le vie di Irpin, non lontano da Kiev. Stava documentando la fuga dei profughi dall’ennesima città martire, distrutta dalla furia dell’esercito invasore russo.
Renaud, che in genere lavorava in coppia col fratello maggiore Craig, aveva raccontato in passato tanti altri conflitti e disastri, prodotti dagli esseri umani o dalla natura, nei quattro angoli del mondo. Alla notizia della sua morte, da Washington sono giunte minacciose parole di ritorsione.La sua morte, purtroppo, non è rimasta isolata.

L’elenco delle vittime con badge “press” si è arricchito di nuovi nomi e potrebbe allungarsi ulteriormente. Sono cinque, al momento, i caduti nel raccontare la furia dell’invasione russa in Ucraina: oltre a Renaud, Benjamin Hall, Pierre Zakrzewski, Alexandra Kuvshinova e il cameraman Yevhen Sakun. Secondo fonti ucraine i reporter feriti sarebbero una quarantina. E che dire della giornalista russo-ucraina Marina Ovsyanikova, che aveva manifestato in diretta tv contro la guerra? Perseguitata per aver espresso le sue convinzioni contro la guerra.

Ma quanto vale la vita di un giornalista?

Esattamente quanto quella dei tanti civili, uomini, donne, anziani e bambini ucraini vittime dell’avanzata russa. Vale quanto quella di un bambino, di una donna, di un uomo trafitti dalle pallottole di un fucile, dalle schegge di una bomba, oppure rimasti schiacciati nel crollo di un edificio. Vale quanto l’esistenza di un soldato ucraino impegnato nella resistenza e nella difesa del suo Paese. Vale quanto la vita del soldato russo, mandato a morire, per una causa sbagliata, in terra ucraina.
Vittime diverse della stessa furia omicida, di una politica assassina che pretende di risolvere i problemi con le armi anziché con il dialogo e la diplomazia.Forse la sola – ma non indifferente – differenza sta nel fatto che del giornalista che muore sul campo possiamo conoscere il nome: i media si affrettano, giustamente, a raccontarci la sua storia personale e professionale. Di altri che muoiono oggi, sono morti ieri o moriranno domani per questa nuova, disgraziata guerra, non sapremo i nomi, né le storie tragicamente interrotte, né i sogni spezzati. Non conosceremo i volti dei bambini uccisi a Mariupol, delle donne violentate dai soldati di Putin, dei vecchi morti d’infarto per il terrore provocato dai missili su Kiev e sulle altre città dell’Ucraina.
Allo stesso modo non conosciamo – né i media si preoccupano di farci conoscere – nomi e storie di chi perde la vita nelle decine di conflitti in corso nel mondo:in Africa, in Medio Oriente, in America Latina. Guerre a noi sconosciute, eppure altrettanto vere, inconcepibili, tragiche. Guerre che apparentemente sembrano non toccarci, salvo poi scoprire che i drammi e le instabilità così generate causeranno ricadute politiche, sociali, migratorie, economiche, energetiche… che interpelleranno, presto o tardi, anche le nostre, troppe volte distratte, latitudini.
Don Primo Mazzolari (1890-1959), parroco pacifista nella Bassa padana, che era stato al fronte durante la prima guerra mondiale, scriveva nel suo volume “Tu non uccidere”, apparso nel 1955 in piena “guerra fredda”: “Cristianamente e logicamente la guerra non si regge. Cristianamente, perché Dio ha comandato: ‘Tu non uccidere’ (e ‘Tu non uccidere’‚ per quanto ci si arzigogoli sopra, vuol dire: ‘Tu non uccidere’); e per di più si uccidono fratelli, figli di Dio, redenti dal sangue di Cristo; sì che l’uccisione dell’uomo è a un tempo omicidio perché uccide l’uomo; suicidio perché svena quel corpo sociale, se non pure quel corpo mistico, di cui l’uccisore stesso è parte; e deicidio perché uccide con una sorta di ‘esecuzione in effigie’ l’immagine e la somiglianza di Dio, l’equivalenza del sangue di Cristo, la partecipazione, per la grazia, della divinità”.
Vocabolario segnato dal tempo, eppure estremamente e precisamente attuale.

*direttore generale Fondazione Missio

Otium

Hotel Portofino e Studio Battaglia con il comune sfondo narrativo anglosassone

Hotel Portofino (c) Eagle Eye Drama Pictured: ADAM JAMES as Jack Turner Note to editors: Usage Rights: FOR BRITBOX RELATED EDITORIAL USE ONLY. IF YOU USE REPRODUCE THIS IMAGE, YOU MUST SPECIFICALLY MENTION THE PROGRAMME IN EDITORIAL COPY AND NOT REPRODUCE SIMPLY TO PROMOTE BRITBOX AS A PLATFORM. THIS IS DUE TO AGREED USAGE RIGHTS BY COPYRIGHT OWNERS. This image is under copyright and can only be reproduced for editorial purposes in your print or online publication. This image cannot be syndicated to any other third party. BritBox Press Picture Publicity enquiries to iwona.karbowska@itv.com
17 Mar 2022

“Downton” e dintorni. Curiose coincidenze nel mese di marzo tra Italia e Regno Unito. Anzitutto su Sky e la piattaforma Now troviamo la miniserie britannica “Hotel Portofino” (6 episodi) firmata da Matt Baker, un period drama ambientato nel 1926 sulla Riviera ligure, appunto a Portofino. Lo sfondo richiama modelli narrativi ben noti al pubblico contemporaneo: dalle raffinate dinamiche upstairs-downstairs alla “Downton Abbey” (2011-16) allo spaesamento inglese per l’“esotico” tipico dei “The Durrells” (2016-19).

La storia: Portofino 1926, una famiglia inglese alto-borghese guidata dalla solare Bella Ainsworth mette su un elegante albergo vista mare pensato per ricchi e nobili inglesi. Se la cornice risulta mozzafiato, a turbare l’orizzonte irrompono i lampi del fascismo. Nel cast insieme alla protagonista Natascha McElhone – “The Truman Show”, “Designated Survivor” – figurano gli italiani Daniele Pecci, Lorenzo Richelmy e Rocco Fasano. Nell’insieme il racconto risulta suggestivo e avvolgente nella messa in scena, anche se rischia di scivolare troppo nella cartolina patinata; la struttura narrativa soffre invece un po’ di mancanza di ritmo e di complessità, quella ricercatezza di intrecci alla “Downton” (ma lì a scrivere è il geniale Premio Oscar Julian Fellowes!). Buone le intenzioni, incerto però è l’esito dai primi episodi.

“Studio Battaglia”. Nel valzer Italia-Regno Unito occhio alla serie “Studio Battaglia”, adattamento targato Palomar, Tempesta e Rai Fiction della serie Bbc “The Split”. Si tratta di un legal/family drama in programmazione su Rai Uno e RaiPlay da martedì 15 marzo (8 episodi) per la regia di Simone Spada (“Hotel Gagarin”, “Rocco Schiavone”) e la sceneggiatura Lisa Nur Sultan. Convince il cast tutto, a cominciare da Barbora Bobulova, Lunetta Savino, Thomas Trabacchi e Giorgio Marchesi.

La storia. Milano oggi, Anna Battaglia è un brillante avvocato divorzista che vive la professione con umanità e rettitudine; ha da poco lasciato lo studio di famiglia, lo Studio Battaglia (condiviso con la madre Marina e la sorella Nina) per rafforzare le fila dell’influente competitor, lo Studio Zander…

Visti in anteprima gli episodi iniziali, “Studio Battaglia” risulta una serie dotata di notevole ritmo, compattezza e dinamica. Funziona bene in particolare la regia di Simone Spada, che pedina con interesse crescente le storie delle protagoniste e al contempo restituisce uno sguardo affascinante su Milano. Osservando, poi, con attenzione il tema portante, si intuisce che la serie si occupa sì di separazione, di divorzio, ma non con un approccio divisivo o conflittuale; la cifra del racconto è la giustizia, lo sguardo etico-deontologico, introducendo soprattutto la prospettiva femminile e una maggiore attenzione alla condizione della donna: è quanto emerge soprattutto dal profilo di Anna Battaglia/Bobulova, che si muove con chiara umanità e responsabilità. Ottimo esordio quindi per “Studio Battaglia”, attendiamo però gli sviluppi per un bilancio.