Otium

Ottava edizione del Mysterium: un “Festival di pace”

17 Mar 2022

di Elena Modio

Presentata nel Salone dei vescovi del Palazzo arcivescovile, l’ottava edizione del Mysterium Festival che avrà luogo a Taranto dal 24 marzo al 17 aprile.

Erano presenti l’arcivescovo Santoro; il direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia, maestro Piero Romano; il presidente del comitato scientifico, dott. Donato Fusillo; il direttore artistico, maestro Pierfranco Semeraro e mons. Emanuele Ferro.

Il maestro Piero Romano ha sottolineato come questa edizione del Mysterium Festival voglia lanciare un messaggio di pace e fratellanza. In particolare lo farà con un’istallazione multidisciplinare del Giovedì santo che sarà realizzata in largo Fuggetti, a Taranto vecchia, curata dalla testata Nuovo Dialogo e dall’oratorio di San Giuseppe, il cui tema sarà il dialogo tra i popoli e tra le religioni per ritrovare la pace.

Sempre di grande livello il programma offerto grazie alla collaborazione tra istituzioni e sponsor privati, e che si declinerà in tutte le parrocchie della città di Taranto per ritrovare la condivisione nel sacro momento della Pasqua.

Mons. Filippo Santoro ha proposto la sua riflessione sui tre cerchi concentrici per vivere bene la Settimana Santa: quello della Liturgia, delle celebrazioni a cui partecipano tutti i fedeli; quindi il cerchio dei Riti, delle processioni, che tornano quest’anno dopo tanta attesa e che sono il simbolo della religiosità popolare, della condivisione del dolore, del dramma particolarmente presente quest’anno a causa della guerra e della speranza; terzo cerchio è il Mysterium Festival, che raggiunge tante persone attraverso la cultura, la musica, il teatro, che danno una rappresentazione plastica della vita e offrono una risposta sempre connessa con il mistero della redenzione, della passione, morte e resurrezione del Signore.

Mons. Santoro con la scarcella della pace

Il Mysterium festival, ha detto l’arcivescovo Santoro, è un’opportunità di dialogo tra la cultura e la città.

Grazie al contributo dell’associazione dei panificatori tarantini, a tutti bambini, durante il Festival, sarà fatto dono del tipico dolce “povero” della tradizione pasquale tarantina, la scarcella, a forma di pupa o di colomba come quella ricevuta da mons. Filippo Santoro che l’ha presentata come “scarcella della pace”.

Green economy: da Taranto ad Agrigento

17 Mar 2022

L’Ufficio di pastorale sociale e del lavoro dell’arcidiocesi di Agrigento continua nel suo impegno formativo attraverso le Giornate di studi sociali giunte alla IX edizione. Il tema di quest’anno sarà “Green economy da Taranto ad Agrigento” e si pone in continuità alla tematica della 49ma Settimana sociale dei cattolici col tema “Il pianeta che speriamo”. Il prossimo appuntamento dell’edizione 2022 è previsto per il 31 marzo presso l’oratorio della nuova chiesa del Sacro Cuore di Gesù alle rocche di Agrigento. Interverranno Giuseppe Notarstefano (presidente nazionale dell’Azione cattolica) già direttore della pastorale sociale dell’Arcidiocesi di Palermo e membro del Comitato scientifico delle Settimane Sociali, l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano. Dalla Settimana sociale di Taranto “sono arrivate proposte concrete per coniugare ambiente, lavoro, sviluppo e sostenibilità – si legge in una nota della diocesi -. In questa direzione è importante sostenere alcune proposte di riforma per l’ecologia integrale perché il cambiamento non avviene solo dall’alto ma è fondamentale il concorso della nostra “conversione” negli stili di vita come singoli cittadini e come comunità”. Le Giornate di studi sociali intendono “proporre un modello di condivisione, di cooperazione e discernimento collettivo che consenta di rigenerare e condividere i rischi della

Ecclesia

Da 50 anni un evento che rimette la Chiesa in sintonia con la società

Ma De Marco, che ha passato in rassegna la corposa collezione del settimanale “Nuovo Dialogo”, ricorda come in quel primo decennio vi furono relatori molto noti, come l’arcivescovo Loris Capovilla già segretario particolare di Giovanni XXIII, lo scrittore Mario Pomilio e il grande Giorgio La Pira che aprì la Settimana della fede dell’anno Santo 1975 con il tema “Salviamo i valori umani”.

16 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Ogni anno della sua storia l’appuntamento con la Settimana della fede ha rappresentato un supplemento di identità della comunità diocesana: l’ha aiutata, in questo mezzo secolo, a rispondere man mano alle sfide dei nostri tempi”. Questo giudizio più sintetizzare il senso e il portato del lungo cammino svolto, dal 1971 ad oggi, della Settimana della fede, un appuntamento nato per volontà di un padre conciliare, monsignor Guglielmo Motolese, assieme al nuovo, meraviglioso tempio nato anch’esso nell’ottica del Concilio ecumenico Vaticano II: la Concattedrale Gran Madre di Dio. A esprimere questo concetto, nella relazione di apertura della terza giornata dell’assise in corso di svolgimento, è stato il professor Vittorio De Marco, storico e docente dell’Università di Lecce nonché direttore della Biblioteca arcivescovile, che ha affrontato il tema: “50 anni di annuncio nella bellezza della Concattedrale”.


In una rassegna necessariamente sintetica ma esaustiva, De Marco ha ripercorso l’itinerario storico delle settimane concatenandolo con l’evoluzione stessa della diocesi, attraverso i mutamenti, gli avvicendamenti e alcuni dei principali protagonisti.
L’8 marzo 1971, all’inizio del periodo quaresimale, in una nuova “casa di Dio per l’uomo” come l’aveva definita Gio Ponti e consacrata appena tre mesi prima, si inaugura la prima Settimana della Fede, voluta dall’arcivescovo Motolese come “momento di riflessione per un progetto di Chiesa aperta, autentica, missionaria, che sappia guardare, in fedeltà al suo Maestro, ai grandi traguardi sulla soglia del duemila”. Per annunciare sempre lo stesso vangelo, ma in forme ed approcci rinnovati nei confronti della difficile umanità della seconda parte del XX secolo.

Ad aprire quella edizione fu l’arcivescovo di Genova, cardinale Giuseppe Siri, che sarà poi in “ballottaggio” con Woityla, per l’elezione del successore di Giovanni Paolo I, seguito da un altro personaggio famosissimo dell’epoca, il “televisivo” padre Mariano. Ma De Marco, che ha passato in rassegna la corposa collezione del settimanale “Nuovo Dialogo”, ricorda come in quel primo decennio vi furono relatori molto noti, come l’arcivescovo Loris Capovilla già segretario particolare di Giovanni XXIII, lo scrittore Mario Pomilio e il grande Giorgio La Pira che aprì la Settimana della fede dell’anno Santo 1975 con il tema “Salviamo i valori umani”. Nel 1980 è la volta di Antonino Zichichi che affronta il tema “Scienza e fede” in una concattedrale letteralmente gremita dai giovani, e che tornerà nell’85 per parlare di scienza e fede nell’ottica della pace. Nel 1986 un’altra concattedrale affollatissima ascolta don Luigi Giussani nella quarta serata del 20 febbraio che parla su “Processo e prospettive della Chiesa a venti anni dal Concilio”.

Poi l’analisi dell’oratore percorre le tappe del cambiamento e delle successioni alla guida della diocesi, a cominciare dall’arcivescovo Salvatore De Giorgi, che proprio durante la Settimana della fede del 1989 diede l’annuncio della visita del Papa a Taranto nell’ottobre successivo; poi monsignor Benigno Papa, subentrato nel maggio 1990, che annuncia il progetto pastorale decennale della diocesi che ha per traccia “La Chiesa di Taranto e la nuova evangelizzazione”, e che incentra la Settimana sul Credo, e infine monsignor Filippo Santoro, che fa il suo ingresso il 5 gennaio 2012.

Arriva un vento nuovo da antiche terre di missione dove si vive una fede viva e vibrante; – dice De Marco – la comunità diocesana comincia ad abituarsi ad un linguaggio diverso che anticipa quello a cui ci abituerà qualche anno dopo papa Francesco: «Non possiamo rimanere chiusi in noi – dirà in una delle sue prime omelie mons. Santoro – dobbiamo annunciare la nostra fede nella vita di tutti i giorni», dunque una Chiesa aperta che deve prendere il largo ci dice in diverse occasioni l’arcivescovo”. E poi ricorda, tra le altre cose, come la Settimana del 2013 fosse incentrata soprattutto sui temi dell’ambiente e del lavoro, dopo che, nel 2012, era deflagrato il caso Ilva.

Ma il racconto di questi cinquant’anni è ricco di episodi, eventi, coincidenze che si incrociano nel percorso della Chiesa e fanno comunque della Settimana della fede un’occasione preziosa per una “messa a punto” in itinere del cammino della comunità ecclesiale tarantina.


Aprendo la serie delle testimonianze previste dal programma della terza giornata, monsignor Franco Semeraro che ha affrontato il tema della Chiesa dell’annuncio, sottolineando come in questi 50 anni la Chiesa abbia esercitato la “profezia dell’annuncio”, in una forma così corale e solenne per cui la Concattedrale è diventata la Casa dell’annuncio. “Se fosse vissuto oggi Motolese – ha detto – avrebbe fatto la stessa scelta: avrebbe cambiato il registro, laddove le nostre città si caratterizzano oggi per una religiosità infragilita, per cui bisogna adeguarsi non solo su “cosa” dire ma su “come” dire alla gente, su come essere Chiesa che intercetta le domande delle persone. Riferendosi all’
Evangelii Gaudium di Papa Francesco, ha rimarcato il senso di una chiesa annunciatrice, una Chiesa in missione

Giovanni Pergolesi, laico da sempre impegnato e che ha anche svolto il ruolo di presidente diocesano dell’Azione cattolica ha sottolineato come la Settimana della fede abbia rappresentato, per le associazioni laicali e per tutto il laicato diocesano un’occasione di inculturazione della fede e di confronto avanzato sui temi e sulle istanze che la società civile andava rappresentando.

Nell’ultimo intervento, il direttore dell’Istituto di scienza religiose, don Francesco Castelli, ha approfondito il rapporto tra sinodalità e Settimana della fede, sottolineando come la lungimiranza di Motolese gli abbia consentito di trovare un modo per aggiornare le pratiche quaresimali, ricercando un modo nuovo per rivolgersi alla comunità alla luce dell’insegnamento conciliare. Servendosi di un’efficace metafora, ha poi spiegato come la vela che sormonta la Concattedrale volesse rappresentare anche il simbolo di una Chiesa locale che, uscita dal Mar Piccolo si rivolgeva al Mar Grande, facendo rotta verso una società ormai non più in sintonia con i vecchi linguaggi e bisognosa di nuovi linguaggi, di nuove aperture.

Il Taranto non svolta ancora: anche l’Avellino espugna lo Iacovone

16 Mar 2022

di Paolo Arrivo
Quando la rassegnazione prende il posto dell’ambizione, va a finire che ci si accontenta in qualche modo. Così aveva il sapore della vittoria il punto conquistato dal Taranto a Potenza, domenica scorsa, sebbene l’appuntamento con la vittoria fosse stato rimandato ancora. Contro l’Avellino, reduce dalla sconfitta interna col Palermo, gli uomini allenati da Giuseppe Laterza cercavano il primo successo dell’anno cominciato da settantacinque giorni. Un’impresa che pareva proibitiva considerando che la formazione campana ha nel reparto difensivo il suo punto di forza. Ebbene, nessuna sorpresa si è materializzata allo stadio Erasmo Iacovone per la 32esima giornata di serie C – girone C: l’ha spuntata l’Avellino grazie alle rete messa a segno al 56’ da Bove. Il Taranto conferma le proprie difficoltà nella fase realizzativa e resta pericolosamente fermo in classifica a quota 36. A discolpa di coach Laterza, va sottolineato che si è giocato con una formazione fortemente rimaneggiata, per squalifiche e infortuni.

IL MATCH. Nel primo tempo, dopo venti minuti di equilibrio la prima occasione da goal arriva dai piedi di Carriero con un rasoterra che lambisce il palo alla destra di Chiorra. Dieci minuti dopo è Plescia a rendersi pericoloso non capitalizzando una grande azione in area orchestrata da Kanoute. Al minuto 39 ospiti vicinissimi a sbloccare la partita con Rizzo il cui tiro centra la traversa. Dagli sviluppi della stessa azione, Ferrara rischia l’autogol costringendo al salvataggio il portiere rossoblu.

Nel secondo tempo il Taranto sembra avere un altro piglio. E con un bolide di Santarpia fa lavorare Forte, che si rifugia in calcio d’angolo. Giovinco al 52’ ci prova da fuori. Gli ospiti, però, passano in vantaggio al minuto 56: inzuccata vincente di Bove da calcio d’angolo. L’Avellino va vicino al raddoppio con Mastalli, sempre di testa. Le speranze per i rossoblu sono affidate sempre a Giovinco che al 77’ fa partire un gran tiro da fuori. Nel finale il Taranto si riversa in avanti, ma in modo infruttuoso.

Domenica si torna allo Iacovone per ospitare il Monopoli.

L’esuberanza difficile di alcuni adolescenti

16 Mar 2022

di Silvia Rossetti

Secondo le stime più recenti nel nostro Paese la sindrome Adhd interesserebbe circa il 4% della popolazione, con oltre 400.000 casi riscontrati tra bambini e ragazzi

 

“Non ille ire vult, sed non potest stare” (“Non è lui che vuole andare, ma non può stare fermo”). Con queste parole Seneca, nel I sec. d.C, illustrava in una delle sue lettere a Lucilio la personalità di Alessandro Magno.
L’espressione, naturalmente decontestualizzata, è spesso presa a prestito per rendere quel “moto perpetuo” che caratterizza gli irrequieti, coloro che non riescono a tenere a bada le proprie emozioni e la propria impulsività.
In ambito scolastico le parole del filosofo latino si prestano a descrivere tutti quei bambini e ragazzi che soffrono della sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività, più comunemente nota con l’acronimo Adhd.
Gli Adhd sono quei bambini e ragazzi che non riescono a stare seduti al posto e si alzano continuamente, spesso richiamati per la loro ipercinesia. Troppo esuberanti, disattenti, impulsivi e certe volte perfino oppositivi. Non sempre vengono inquadrati correttamente con chi ha a che fare con loro, anche perché il disturbo si manifesta soprattutto in ambienti e situazioni non strutturati. A casa, per esempio, è molto meno evidente e può sfuggire per questo motivo ai genitori che, magari, increduli ascoltano i racconti allarmati degli insegnanti rispetto al comportamento dei propri figli a scuola.
Secondo le stime più recenti nel nostro Paese la sindrome Adhd interesserebbe circa il 4% della popolazione, con oltre 400.000 casi riscontrati tra bambini e adolescenti. Naturalmente i dati fanno riferimento a casi censiti e certificati, ma la diffusione del disturbo pare essere certamente più diffusa. Sono in aumento, infatti, le diagnosi tardive, eseguite soprattutto in adolescenza.
L’Adhd può assumere nelle persone diverse traiettorie evolutive, anche a seconda di eventuali altri disturbi associati. Tra le conseguenze più diffuse di un Adhd non diagnosticato vi sono: abbandono degli studi, perdita del lavoro, separazioni, frequenti incidenti e ritiro della patente, predisposizione alle dipendenze e anche problemi con la giustizia.
Ma quali sono le cause di questo disturbo? Sicuramente alla base ci sono fattori genetici, ma anche sempre più frequentemente ambientali.
A scuola gli Adhd, rispetto ai loro coetanei, hanno evidente difficoltà a rimanere attenti o a concentrarsi su uno stesso compito per un periodo di tempo sufficientemente prolungato. Variano dalla difficoltà nel prestare attenzione ai dettagli, a banali “errori di distrazione”, a compiti e lavori incompleti e disordinati. Mostrano il comportamento tipico di chi non ascolta ed è facilmente distraibile da suoni o da altri stimoli irrilevanti, dando sempre l’impressione di avere la testa da un’altra parte quando gli si parla direttamente. Il loro banco è spesso disordinato, così pure il materiale scolastico.
Spesso gli Adhd sognano a occhi aperti, vanno facilmente in confusione e si muovono lentamente. Hanno difficoltà a elaborare le informazioni con la stessa rapidità e precisione degli altri coetanei.
Durante l’adolescenza i sintomi legati alla motricità sembrano attenuarsi, ma ciò non significa che il problema sia risolto, a volte la sindrome Adhd può trasformarsi in depressione, condotta antisociale, oppure esplodere in fortissimi stati di ansia. In questa età i problemi di identità, di accettazione nel gruppo e di sviluppo fisico sono problematiche che non riescono a essere efficacemente affrontate da un ragazzo con tale fragilità.
Accade poi, non di rado, che questa sindrome si associ ad altre come disturbi specifici dell’apprendimento.
La scuola italiana è cambiata molto negli ultimi dieci anni. Dal 2012 si parla nei consigli di classe degli studenti con Bisogni educativi speciali (Bes) e della didattica che quei bisogni soddisfa. Sono previste misure compensative e dispensative e Piani Didattici Personalizzati (PDP). In ballo c’è sempre l’inviolabile diritto allo studio e il successo formativo dei ragazzi, ma è chiaro che le difficoltà illustrate non possono trovare riscontro soltanto in ambito scolastico.
C’è bisogno di una maggiore sensibilizzazione rispetto a queste fragilità e, in generale, di approfondimento verso tutti quegli atteggiamenti che a volte tendiamo a etichettare con termini di altri tempi, come “svogliatezza” o “inadeguatezza”.

Mons. Pezzi: “Si possa fermare il versamento di sangue innocente e iniziare una pace duratura”

16 Mar 2022

Con queste parole, l’arcivescovo di Mosca e presidente dei vescovi della Federazione russa, commenta la decisione di papa Francesco, annunciata dalla Santa Sede, di consacrare, venerdì 25 marzo, la Russia e l’Ucraina al Cuore immacolato di Maria

 

“Il significato simbolico di questa consacrazione viene dal fatto che in questo momento c’è purtroppo un conflitto aperto in Ucraina e quello che si domanda innanzitutto è che si possa fermare il versamento di sangue, che è sempre sangue innocente, ed anche che si possa iniziare una pace duratura. Ora la pace duratura è proprio ciò che viene dal cuore immacolato di Maria e cioè da Cristo che è Principe della pace”. Con queste parole, mons. Paolo Pezzi, arcivescovo di Mosca e presidente dei vescovi della Federazione Russa, commenta la decisione di Papa Francesco, annunciata ieri dalla Santa Sede, di consacrare venerdì 25 marzo all’Immacolato Cuore di Maria la Russia e l’Ucraina. Raggiunto telefonicamente dal Sir mentre è in corso a Irkutsk (Siberia) l’Incontro della Conferenza dei vescovi cattolici della Russia, mons. Pezzi afferma subito: “Abbiamo accolto con grande letizia e gratitudine la decisione del Papa di consacrare al Cuore Immacolato di Maria la Russia e l’Ucraina e anche il fatto che il card. Krajewski celebrerà questo atto di consacrazione a Fatima”. “Innanzitutto – spiega l’arcivescovo – consacrare un popolo e una terra al Cuore Immacolato di Maria ha un significato molto simbolico. Maria è la terra buona da cui nasce il Verbo fatto carne. Il cuore di Maria è la terra vergine da cui nasce ogni terra perché ogni terra, ogni popolo, è promesso o compiuto in Cristo. E quindi la consacrazione ha innanzitutto il significato di un riconoscimento. Il fatto poi che lo faccia Papa Francesco carica di una grande forza di fede le sue recenti dichiarazioni”. “Celebrare un atto di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria significa esprimere che fede, speranza e carità – prosegue mons. Pezzi – sono le condizioni normali, reali, per una vera convivenza tra i popoli. Significa esprimere che la misericordia e il perdono sono un dono che Dio dà a coloro che innanzitutto consacrano se stessi al Cuore Immacolato di Maria”.  Facendo quindi riferimento ai difficili negoziati in atto tra le parti che faticano a trovare accordi di pace, l’arcivescovo osserva: “Non è che la preghiera cominci a funzionare quando fallisce la politica. Anzi, già in precedenza avevo ricordato un’espressione di Giovanni Paolo II in cui lui diceva che quando i potenti della terra si incontrano, la Chiesa prega. Quindi la preghiera e in particolare la preghiera a Maria hanno un potere altissimo. Basta ricordare la popolare giaculatoria che dice: se vuoi arrivare più rapidamente a Cristo passa attraverso sua Madre”. “Fatima – aggiunge l’arcivescovo di Mosca – ha un legame particolare, almeno per quel che riguarda la Chiesa cattolica, con la Russia e anche con ogni conflitto che avviene nel mondo. In particolare ricordo, prima di questa occasione, una preghiera elevata alla Madonna a Fatima per i conflitti in Africa. Ma certamente il significato simbolico di questa consacrazione viene dal fatto che in questo momento c’è purtroppo un conflitto aperto in Ucraina e quello che si domanda innanzitutto è che si possa fermare il versamento di sangue”.

Conferenza episcopale pugliese: via libera alle processioni

16 Mar 2022

La ripresa di una prudente normalità e l’intenzione del Governo di porre fine allo stato di emergenza entro il 31 marzo, ci permettono di guardare con maggiore serenità anche alla celebrazione delle feste religiose.

È vivo desiderio dei vescovi delle diocesi pugliesi, infatti, ridare vita a questi momenti religiosi e sociali così importanti per il cammino delle nostre comunità ecclesiali, sapendo tener sempre insieme i percorsi di catechesi, i momenti celebrativi e le scelte di carità, così come ricordato nel documento “L’annuncio del Vangelo nelle feste religiose popolari”, pubblicato nel 2020 dalla Conferenza episcopale pugliese.

Le feste religiose devono continuare a essere, così, un momento forte, atteso e preparato dalle nostre comunità, in cui si esprime la bellezza della religiosità popolare.

Per questo motivo, a partire dal prossimo mese di aprile, sarà possibile autorizzare i Comitati delle feste religiose a svolgere le attività loro proprie, non dimenticando che essi devono essere debitamente approvati dalla competente autorità ecclesiastica.

Sempre a partire dal mese di aprile sarà possibile riprendere la pia pratica delle processioni, facendo in modo che alcuni volontari del servizio d’ordine ne garantiscano lo svolgimento secondo le regole vigenti. Le processioni e le celebrazioni all’aperto, tuttavia, saranno consentite con il Nulla osta dell’Ordinario del luogo e, come previsto dalla Legge, previa comunicazione al Comune e all’Autorità di pubblica sicurezza, competente per territorio, almeno 3 giorni prima.

Le attuali emergenze umanitarie e le nuove povertà legate alla pandemia richiamano tutti a vivere queste manifestazioni con sobrietà e con segni concreti di solidale vicinanza.

In chiesa e nei luoghi chiusi le disposizioni di sicurezza anti-Covid rimarranno invariate, fino a nuove disposizioni.

Cei: la preghiera per la pace ed i morti in Ucraina e per il Covid

Roma, 18 marzo 2022: messa di mons. Stefano Russo per i morti di Covid 19 e per la pace in Ucraina – foto SIR/Marco Calvarese

 

 

Giornata mondiale del teatro 2022, il messaggio scritto dal grande regista statunitense Peter Sellars

16 Mar 2022

Il 27 marzo si celebra la 60a edizione della Giornata mondiale del teatro, istituita dall’International Theatre Institute e da esperti dell’UNESCO nel 1961. Il messaggio richiama in maniera forte e profonda i valori fondativi del teatro rispetto alla comunità, a concrete pratiche di pace, alla costruzione di possibili prospettive.

Cari amici,

mentre il mondo è sospeso di ora in ora, di minuto in minuto su un flusso quotidiano di notizie, posso invitare tutti noi, in qualità di creatori, ad entrare nel nostro ambito, nella nostra sfera e nella nostra prospettiva di tempo epico, di cambiamento epico, di consapevolezza epica, di riflessione e visione epica? Stiamo vivendo in un periodo epico della storia umana e i cambiamenti profondi e significativi che stiamo vivendo nelle relazioni degli esseri umani con se stessi, tra di loro e con i mondi non umani sono quasi al di là delle nostre capacità di comprendere, articolare, parlarne ed esprimerci.

Non stiamo vivendo in un ciclo di notizie 24 ore su 24, stiamo vivendo al bordo del tempo. I giornali e i media sono completamente impreparati e incapaci di affrontare ciò che stiamo vivendo.

Dov’è il linguaggio, quali sono i movimenti e quali sono le immagini che potrebbero permetterci di comprendere i profondi cambiamenti e le rotture che stiamo vivendo? E come trasmettere in questo momento il contenuto delle nostre vite non come reportage ma come esperienza?

Il teatro è la forma d’arte dell’esperienza.

In un mondo travolto da enormi campagne stampa, da esperienze simulate, da previsioni terrificanti, come possiamo andare oltre l’infinito ripetersi di numeri per fare esperienza del carattere sacro ed infinito di una singola vita, di un singolo ecosistema, di un’amicizia o della qualità della luce in un cielo strano? Due anni di COVID-19 hanno offuscato i sensi delle persone, ristretto la vita delle persone, interrotto le connessioni e ci hanno messo in uno strano ground zero dell’insediamento umano.

Quali semi bisogna piantare e ripiantare in questi anni, e quali sono le specie invasive e troppo cresciute che devono essere completamente e definitivamente eliminate? Così tante persone si sentono al limite. Tanta violenza sta divampando, irrazionalmente o inaspettatamente. Tanti sistemi consolidati si sono rivelati strutture di crudeltà continua.

Dove sono le nostre cerimonie della memoria? Che cosa dobbiamo ricordare? Quali sono i rituali che ci permettono finalmente di reimmaginare e cominciare a provare passi che non abbiamo mai fatto prima?

Il teatro della visione epica, dello scopo epico, del recupero, della riparazione e della cura ha bisogno di nuovi rituali. Non abbiamo bisogno di essere intrattenuti. Dobbiamo metterci insieme. Abbiamo bisogno di condividere lo spazio e di nutrire lo spazio condiviso. Abbiamo bisogno di spazi protetti di ascolto profondo e di uguaglianza.

Il teatro è la creazione sulla terra dello spazio dell’uguaglianza tra umani, dèi, piante, animali, gocce di pioggia, lacrime e rigenerazione. Lo spazio dell’uguaglianza e dell’ascolto profondo è illuminato da una bellezza nascosta, mantenuta viva da una profonda interazione col pericolo, l’equanimità, la saggezza, l’azione e la pazienza.

Il teatro ha sempre presentato la vita di questo mondo come somigliante a un miraggio, consentendoci di vedere, attraverso l’illusione umana, la delusione, la cecità e la negazione con chiarezza e forza liberatorie.

Siamo così certi di ciò che stiamo guardando e del modo in cui lo guardiamo che non siamo in grado di vedere e sentire realtà alternative, nuove possibilità, approcci diversi, relazioni invisibili e connessioni senza tempo.

Questo è un tempo per una profonda rivitalizzazione delle nostre menti, dei nostri sensi, delle nostre immaginazioni, delle nostre storie e dei nostri futuri. Questo lavoro non può essere fatto da persone isolate che lavorano da sole. Questo è un lavoro che dobbiamo fare insieme. Il teatro è l’invito a fare insieme questo lavoro.

Grazie di cuore per il vostro lavoro.

Peter Sellar

Traduzione dal testo originale inglese di Roberta Quarta del Centro Italiano dell’International Theatre Institute

“Gli strumenti per risolvere pacificamente un conflitto ci sono. Si chiamano diritto internazionale e organizzazioni internazionali”

16 Mar 2022

di Andrea Frison

Credere nel diritto internazionale, credere nelle organizzazioni internazionali, credere nelle pace: secondo Marco Mascia, docente di Relazioni internazionali e sistema politico dell’Unione europea all’Università di Padova, esiste una strada per evitare che il conflitto scatenato dalla Russia trasformi l’Ucraina nell’Iraq d’Europa

 

Credere nel diritto internazionale, credere nelle organizzazioni internazionali, credere nelle pace. Secondo Marco Mascia, docente di Relazioni internazionali e sistema politico dell’Unione europea all’Università di Padova, esiste una strada per evitare che il conflitto scatenato dalla Russia trasformi l’Ucraina nell’Iraq d’Europa. Purtroppo però, sostiene il docente padovano, non è la strada intrapresa dall’Unione europea.

Professore, come valuta l’invio di armi in Ucraina da parte dell’Europa e anche dell’Italia?
L’invio di armi non solo da parte dell’Italia ma dagli altri Paesi membri e dalla stessa Ue sancisce che l’Unione europea ha preso posizione, si è schierata con l’Ucraina e sta sostenendo la resistenza ucraina.In questo modo l’Europa non può più essere un attore che media tra le parti in conflitto perché si è allineata con la strategia dell’amministrazione Biden.

Cosa dovrebbe fare, a suo avviso, l’Unione europea?
A mio modesto parere dovrebbe sostenere le iniziative negoziali che si stanno intraprendendo con tanta confusione e poi vorrei sentire chiedere con forza e convinzione il cessate il fuoco. Dall’Ue non lo stiamo sentendo, sta invece trasferendo sistemi d’arma e questa scelta non può dare ossigeno a iniziative negoziali.

Si poteva fare qualcosa di più?

La cosa che mi impressiona è che l’Ue nasce come il più grande progetto di pace al mondo. Nessun processo politico di allargamento dell’Ue può avvenire a spese della vita e della pace.Non si può pensare di allargare l’Ue facendo guerre. Questo processo di allargamento dell’Ue e della Nato è stata una delle cause che hanno portato all’attuale situazione tragica e drammatica.

La politica di allargamento della Nato a spese della Russia è stata criticata da numerosi analisti. Sembra però giustificare l’attacco russo: è così?
No, Putin non ha fatto bene, l’intervento della Russia è avvenuto in violazione del diritto internazionale, non ci sono dubbi su questo.La situazione attuale è che c’è un Paese aggressore, la Russia, un Paese aggredito, l’Ucraina, e tutti gli altri Paesi che condannano l’aggressione. Ma è giusto anche riflettere su alcuni errori fatti dall’Ue, dagli Usa e dalla Nato.

Secondo lei l’Unione europea si è giocata definitivamente il ruolo di negoziatrice? Chi può assumere questo compito?
Secondo me sì, l’Ue non può svolgere questa funzione. Per rispondere alla domanda bisogna capire chi sono stati finora gli attori negoziali in campo. Nel 2014, per porre fine alla crisi in Donbass, si sono attivati due gruppi. Il primo chiamato “Quartetto di Normandia” composto da Russia, Ucraina, Francia e Germania. Il secondo gruppo era composto da Russia, Ucraina e Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. I colloqui diplomatici hanno portato agli accordi di Minsk, rimasti solo sulla carta. Quindi entrambi i gruppi hanno fallito. L’unico attore, a mio avviso, che potrebbe entrare in campo essendone rimasto finora fuori sono le Nazioni Unite.

Cosa può fare l’Onu?
Sappiamo bene che il Consiglio di sicurezza è bloccato dal veto della Russia, ma l’Assemblea generale può sbloccare la situazione ed è intervenuta con la risoluzione del 3 marzo: si è trattato di un passo molto importante che legittima il Segretario generale ad entrare in campo come principale attore negoziale.

È fiducioso all’intervento dell’Onu?
La speranza non costa niente ed è l’ultima a morire. È tutto sulle spalle del Segretario generale Antònio Guterres. Al momento però le condizioni per un intervento ancora non ci sono. La volontà della Russia è quella di proseguire con l’invasione e quella dell’Ucraina di resistere.

Alcuni osservatori hanno segnalato il rischio, sul lungo periodo, che il conflitto si trasformi in una guerra asimmetrica, termine che viene attribuito alle lunghe guerre in Iraq e Afghanistan. È d’accordo?
È un possibile scenario e soprattutto è uno scenario voluto da Stati uniti e Unione europea. Perché quello che stiamo vedendo è il tentativo di indebolire sempre di più Putin con l’invio di armi e con le sanzioni. Ma tutto questo sta avvenendo sulla pelle degli ucraini. Nell’era della Guerra fredda Stati Uniti e Unione sovietica combattevano le loro guerre nei Paesi in via di sviluppo. Oggi si combattono in Europa. L’Ue avrebbe dovuto assumere un atteggiamento diverso dagli Usa: il continente europeo è sede del conflitto tra due grandi potenze. Non è ammissibile.

Zelenskyy ha ribadito la volontà dell’Ucraina di entrare nell’Ue. Cosa ne pensa?
Le avances dell’Ue e della Nato all’Ucraina sono una delle cause del conflitto. Dal mio punto di vista l’Ucraina è un Paese cuscinetto tra la Russia e l’Europa, dovrebbe essere dichiarato neutrale, smilitarizzato e la sua sicurezza dovrebbe essere garantita alla presenza sul terreno dell’Onu. Un eventuale negoziato per l’ingresso nell’Ue avrebbe dovuto essere previsto nel partenariato strategico tra Europa e Russia del 2003. Se volevamo portare i Paesi dell’est nell’Ue dovevamo dialogare con Mosca. Questa attenzione diplomatica non c’è stata, anzi, è stata gettata benzina sul fuoco.

L’Ue ha però ritrovato una voce unica con questo conflitto: non lo considera un fatto positivo?
Trovare maggiore unità a partire da una guerra e non dalla pace mi crea qualche problema. Ma c’è un’altra questione. Pensiamo all’Afghanistan: dopo una guerra durata vent’anni gli Usa hanno negoziato con i talebani il ritorno al potere in un Paese devastato. Che senso ha questa guerra se tra un mese o tra un anno si dovrà comunque trovare un accordo? La guerra era evitabile, è stata una scelta ma non è la soluzione. Colloqui di pace inclusivi e in buona fede sono la soluzione. Oggi gli strumenti per risolvere pacificamente un conflitto ci sono. Si chiamano diritto internazionale e organizzazioni internazionali.

La guerra colpisce tutti, ma in modo diverso e bisogna pensare diversamente al futuro

Quali scelte conseguenziali dobbiamo, quindi, fare? Proviamo a pensarci, premettendo che questa nota viene dalla lettura storica dei fatti locali, ma non è “vangelo”.

15 Mar 2022

di Silvano Trevisani

Non sono mai stato tanto grasso, nemmeno in tempo di guerra!”. La battuta del grande Totò che per sbaglio ha indossato gli abiti del voluminoso Aldo Fabrizi nel film “Totò Fabrizi e i giovani d’oggi”, spiegava limpidamente come in ogni conflitto, per quanto tragico, ci sia sempre chi ne approfitta per arricchirsi a danno degli altri. La guerra per sua natura esalta la conflittualità sempre latente nei rapporti umani, crea disparità, tra vincitori e vinti, tra vittime e carnefici, tra faccendieri e sprovveduti o, per usare un’altra metafora decurtisiana: tra uomini e “caporali”. Si sono fatte guerre per far arricchire industrie belliche e mercenari, e in passato vi erano territori che si giovavano dell’economia di guerra. Tra questi, bisogna ammetterlo per non tradire le verità storiche, c’era anche Taranto che, durante i preparativi o anche durante i conflitti, cresceva economicamente grazie alle risorse che piovevano su Arsenale e Cantieri, salvo poi dover subire devastanti bombardamenti dovuti proprio alla massiccia presenza militare.

Oggi, molti decenni dopo, le cose sono molto cambiate nella forma ma nella sostanza la guerra resta un forte elemento sperequativo, nel quale però non tutti ci perdono, o quanto meno: non tutti allo stesso modo. Oggi, ad esempio, al di là della tragedia abbattutasi sui popoli coinvolti direttamente, vere vittime in assoluto, ci perdono molto le famiglie e le imprese economiche che utilizzano le fonti energetiche, quelle che esportano sia produzioni alimentari di pregio (come il vino) che macchinari. Ci perde, in linea di massima, tutto il Paese, che aveva immaginato di rinascere col Pnrr dopo il biennio da incubo della pandemia e oggi deve rivedere i piani. Ma ci sono anche coloro che guadagnano: le imprese che commercializzano prodotti energetici, gli stati che li producono, ivi compresi gli Stati Uniti, le industrie che producono armamenti (che non di rado sono stati all’origine di tragici conflitti), gli eserciti mercenari, che sono numerosi e costosi, e che in alcuni casi, come in Siria, in Libia, in Africa, sono determinanti per le sorti delle guerre, ma anche le imprese che importano prodotti alimentari che, per effetto del conflitto, non possono più arrivare dai paesi belligeranti. E se consideriamo anche il Covid alla stregua di un conflitto, se non altro per la gravità delle conseguenze, dobbiamo ricordare come già tra i suoi effetti più gravi ci siano stati i rincari di molte materie prima, ma anche di prodotti tecnologici che fino al giorno prima si compravano a buon mercato e l’inflazione.

Oggi che ci svegliamo traumaticamente dopo due eventi così drammatici, e cominciamo a fare dolorosamente i conti con una realtà molto cambiata, con i rischi di un impoverimento generalizzato, con un avvenire meno sereno di ieri, quando già lamentavamo disagi e ritardi, dobbiamo cominciare a “riorganizzarci”

Noi non siamo certo sostenitori dell’autarchia, che oltre a essere ideologicamente pericolosa è economicamente impraticabile, laddove non è fortemente dannosa (pensiamo alle esportazioni) ma è evidente che il nostro modello di sviluppo va ripensato. L’esternalizzazione di tutte le produzioni industriali non ha giovato al Paese, ma solo agli imprenditori che hanno speculato sulla differenza del costo del lavoro. Aver abdicato al ruolo che pure svolgevamo nell’industria tecnologica, quando la Olivetti era industria leader, ci crea un danno enorme, oltre a obbligare i nostri cervelli a emigrare. Investire con tanta lentezza e tanti problemi nelle fonti rinnovabili, nonostante la scarsità di nostre fonti energetiche, ci ha esposto e ci esporrà sempre più ai capricci del mercato, alle speculazioni, ai conflitti. Ma soprattutto: il modello di globalizzazione ha mostrato il suo fallimento. La teoria del “Wandel durch Handel” ovvero “cambiare attraverso il commercio” è risultato fasulla anche quando sosteneva che il libero commercio alimenta la pace. Sappiamo ora che non è vero!

Quali scelte conseguenziali dobbiamo, quindi, fare? Proviamo a pensarci, premettendo che questa nota viene dalla lettura storica dei fatti locali, ma non è “vangelo”. Per prima cosa: proteggere il mercato dell’acciaio che, ora più che mai, si conferma strategico anche se potrà accentuare il conflitto anche tra le stesse componenti societarie (intendi Mittal), ma mettendo finalmente mano all’ambientalizzazione che non è mai veramente partita, per colpe soprattutto politiche. Non vorremmo che la crisi attuale fosse un’ennesima scusa per tirare a campare. Poi: verticalizzare i prodotti siderurgici, impegno sempre proclamato ma mai attuato. Valorizzare il turismo, sfruttando le risorse locali, senza enfatizzarne le potenzialità e senza devastare il territorio per non creare danni irreversibili. Rilanciare le produzioni cerealicole, che sono sempre state di qualità alta, ma compresse dalla concorrenza esterna, limitando per necessità o per convinzione le farine super raffinate, rivelatesi dannose per la salute dei consumatori. Ridurre le produzioni agricole destagionalizzate (costose e bisognose di surplus energetico enorme) e le importazioni utili solo a importatori e speculatori. E forse poi si dovrà ragionare più lucidamente del “grande ruolo del porto”, che già a partire dagli anni Settanta ha solo alimentato illusioni, sia perché ha un rapporto inquinamento-da-traffico/occupazione da rivedere, sia perché soggetto a concorrenza e a fluttuazioni enormi, sia perché, come abbiamo visto, anche la globalizzazione comporta eccessi e danni che vanno equilibrati; così pure il consumo smodato di elettricità che sta dietro al web, che ora non ci accorgiamo di pagare, ma che pesa fortemente sulle nostre tasche. Ed è solo l’inizio.

Catasto: la riforma strumentalizzata

15 Mar 2022

di Stefano De Martis
In un contesto già segnato da una stanchezza diffusa di fronte alla pandemia, di tutto abbiamo bisogno fuorché di partiti che per motivi elettoralistici si mettano a strumentalizzare il disagio.

Nulla è comparabile al bilancio della guerra in termini di vite umane. Per questo la priorità assoluta della politica è far sì che le armi tacciano e si determinino le condizioni per un effettivo percorso di pace, prestando nel contempo accoglienza e soccorso a coloro che per la guerra sono costretti a fuggire dalle proprie case. Sappiamo bene, tuttavia, che tra le conseguenze nefaste della guerra ci sono anche quelle più esplicitamente economico-sociali – non solo nei Paesi coinvolti in modo diretto – e che anche le scelte doverosamente compiute per contribuire a fermare l’aggressore in Ucraina stanno già avendo e avranno in futuro ripercussioni pesanti in Italia e nel resto dell’Unione europea. “Opporsi oggi a questa deriva di scontri e conflitti – ci ha ricordato pochi giorni fa il presidente Mattarella – comporta dei prezzi” e “potrebbe provocare dei costi alle economia dei Paesi che vi si oppongono”, ma questi “sarebbero di gran lunga inferiori a quelli che si pagherebbero se quella deriva non venisse fermata adesso”.
Anche al netto delle odiose speculazioni sui mercati e cominciando da subito a costruire alternative concrete nel medio-lungo periodo, la situazione attuale e la prospettiva dei prossimi mesi richiedono risorse che non sono realisticamente alla portata dei bilanci nazionali dei singoli Stati ma richiedono una “risposta europea”, come ha sottolineato il premier Draghi a margine del vertice di Versailles. Questa consapevolezza, però, non diminuisce di una virgola la responsabilità che è richiesta ai partiti in una fase così critica della vita nazionale e internazionale. Semmai la rende ancor più esigente. In un contesto già segnato da una stanchezza diffusa di fronte alla pandemia (che non a caso ha rialzato la testa), di tutto abbiamo bisogno fuorché di partiti che per motivi elettoralistici si mettano a strumentalizzare il disagio, cavalcando pulsioni corporative e settoriali o rilanciando battaglie ideologiche. E ciò vale a maggior ragione per le forze che fanno parte della maggioranza di governo.
Un caso eclatante che ha visto una parte di tale maggioranza schierarsi contro la linea dello stesso esecutivo è quello della riforma del catasto, contenuta nel disegno di legge delega sul fisco. Fino al 2026 è prevista solo una ricognizione per aggiornare l’ormai vetusta mappa del patrimonio immobiliare, che risulta del tutto inadeguata rispetto agli effettivi valori di mercato. Tanto è bastato per gridare all’aumento delle tasse sulla casa, all’arrivo imminente di una “patrimoniale”. Chissà quale Parlamento e quale governo avremo tra quattro anni (e quale mondo, verrebbe da dire) ma se in quel momento si decidesse comunque di ricalibrare la tassazione sulla casa sulla base di estimi aggiornati e reali, si tratterebbe di un’operazione benemerita in quanto attualmente “la sperequazione tende a favorire i segmenti della popolazione con maggiore ricchezza abitativa”, come ha certificato l’Ufficio parlamentare di bilancio. La materia in questione è tecnicamente complessa e ovviamente opinabile, ma il principio generale di far pagare di più a chi più possiede è di evidente buon senso, oltre che conforme alla Costituzione. Condividere in modo equo i costi della crisi drammatica che stiamo vivendo, riservando un’attenzione particolare per i più deboli: ecco per un bel compito per chi voglia fare politica con la P maiuscola.

Sopralluogo dell’arcivescovo al cantiere di San Domenico: “La facciata ora è splendida”

15 Mar 2022

di s. t.

“È bellissima! Non vedo l’ora di restituirla alla comunità nel suo ritrovato splendore”. Questo l’entusiastico commento che l’arcivescovo Filippo Santoro ha espresso dopo aver effettuato un sopralluogo “a sorpresa” al cantiere della Chiesa di San Domenico. Presentandosi intorno a mezzogiorno al team dei progettisti e operatori che stanno lavorando sotto la supervisione di Francesco Chirico della Icosert, l’impresa impegnata nei lavori per il restauro della splendida facciata barocca della chiesa monumentale del Centro storico di Taranto, monsignor Santoro, indossati elmetto e guanti, si è inerpicato salendo tutti e sette i piani dell’impalcatura, visionando così prima il portale, poi il rosone, infine la croce in cima. É rimasto estasiata della bellezza e dalla qualità artistica che stanno riemergendo nella loro dimensione originaria, dopo che per anni l’erosione, il fumo e gli agenti atmosferici hanno annerito la facciata. Monsignor Santoro confida, così, nello stimolo e nell’entusiasmo che tale restituzione infonderà nella comunità e che potrebbero essere esaltati dalla ripresa dei riti pasquali dopo due anni di stop.