Arte

L’arcivescovo Santoro inaugura, nel Crac Puglia, la mostra: Segni di pace

19 Apr 2022

di Silvano Trevisani

Giovedì 21 aprile alle 18, l’arcivescovo Filippo Santoro inaugurerà, nel Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani, la mostra “Segni di pace. 24 presenze nell’arte contemporanea per una cultura della non violenza”. Introdurranno il presidente del Crac Giulio De Mitri e la presidente di Ante Litteram, Annalisa Adamo. Interverranno Nicola Fasano, storico dell’arte e Carmine Carlucci, presidente Cqv.

Il progetto artistico, ideato da Giulio De Mitri, presidente del Crac, nasce per contribuire all’idea di un’educazione alla non violenza “facendo confluire diversificati linguaggi e liberi pensieri artistici”, come afferma la curatrice e critico d’arte Sara Liuzzi, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia Albertina di Torino. “La cultura della pace è per gli artisti – come afferma il noto critico e storico dell’arte Flaminio Gualdoni nel suo contributo in catalogo – l’ossigeno che respirano ogni momento della loro vita. Il che è una lezione vera, per chi la voglia ascoltare, ma anche per chi creda di potere non far finta di niente”. In mostra le opere di ventiquattro artisti differenti per generazioni, linguaggi e provenienze geografiche, che ruotano sul tema della pace, attraverso una interpretazione diretta o desunta dalla capacità che ogni artista ha di esprimere tensioni e aspirazioni del tempo presente. Le opere esposte sono di: Salvatore Anelli, Bernard Aubertin, Gianfranco Baruchello, Bruno Ceccobelli, Pietro Coletta, Claudio Costa, Manoocher Deghati, Elena Diaco Mayer, Janz Franz, Winfred Gaul, Iginio Iurilli, Lindsay Kemp, Renato Mambor, Antonio Paradiso, Pino Pinelli, Oliviero Rainaldi, Paolo Scirpa, Maria Teresa Sorbara, Ettore Sordini, Giuseppe Spagnulo, Daniel Spoerri, Mauro Staccioli, Antonio Violetta, Wolf Vostell.

La presentazione sa

La guerra che sta sconvolgendo in questi giorni il cuore dell’Europa avvalorare, secondo gli organizzatori, la necessità di un più diffuso impegno culturale e sociale che persegua l’obiettivo di sostenere una cultura della pace. “I processi umani, economici, etnici e ambientali che si verificano a livello planetario sono gli stessi che accadono nelle nostre città – afferma Annalisa Adamo, presidente di Ante Litteram – e che molto spesso vengono sottovalutati. È necessario più che mai far vivere la democrazia attraverso i contenuti seri e concreti delle attività culturali, come sostenibilità, cittadinanza attiva e sussidiarietà”.”Ventiquattro segni di pace che, nel delicato momento storico che stiamo vivendo, mirano ad abbattere – dichiara, da parte sua, Giovanna Tagliaferro, direttore delle strutture educative della Fondazione Rocco Spani – stereotipi e pregiudizi che avviliscono la nostra contemporaneità. Oggi l’educazione e la democrazia sono indispensabili per la promozione di una società autentica. L’impegno educativo richiede, come sua strategia metodologica, la promozione della partecipazione di fasce sempre più ampie di cittadini che si motivano nell’identificazione e nel perseguimento di obiettivi solidali, socialmente condivisi e democratici”.

Il progetto-mostra è promosso e organizzato dal Crac Puglia e dall’associazione Ante Litteram, col patrocinio di Comune, Regione e Università di Bari “Aldo Moro” e in collaborazione con le associazioni Amica Sofia di Perugia, Famiglie al museo, Comitato per la qualità della vita, Amici dei musei, Tarenti cives, Gruppo Taranto e FAI delegazione di Taranto.

Nel mondo

È la Speranza la via che ci porterà alla pace

Se le soluzioni restano lontane o rimangono limitate, abbiamo però il dovere di continuare a coltivare quella speranza che ci chiama in causa come protagonisti, nel pregare, nel pensare e nell’agire

19 Apr 2022

di Vincenzo Buonomo

Da cosa dipende la pace? È l’interrogativo che in questi giorni continua a circolare non solo nel linguaggio dei responsabili delle nazioni, degli organismi sovranazionali, dei capi religiosi, degli esperti, ma sempre più nella nostra quotidianità. Ancora prostrati da una pandemia che ha descritto il mondo negli ultimi due anni, abbiamo avvertito i segnali della guerradiversamente dal solito. Ci siamo accorti d’un tratto, che il mondo appare diverso negli scenari, nelle possibilità di azione e, soprattutto, nel suo futuro. Che poi è il domani di circa 8 miliardi di persone. Anche chi si fa difficilmente coinvolgere o è solito interessarsi ad altro,oggi si chiede se e come continuare a parlare di pace.

Questa volta sta cambiando qualcosa anche per noi del mondo occidentale abituati a ripetere che da settantasetteanni “avevamo la pace”. Magari dimenticando o volutamente ignorando, le tante guerre in atto, solo perché lontane dalla nostra latitudine: pur disponibili e pronti ad ogni possibile gesto solidale, le guerre degli altri ci sfioravano, affidate alle immagini, alle cronache e agli addetti ai lavori. Lo stesso conflitto nei Balcani degli anni ‘90 del secolo scorso, l’avevamo rapidamente derubricato a scontro interetnico, aggiungendo che si trattava delle aspirazioni di popoli a cui l’ideologia aveva impedito di raggiungere i grandi traguardi delle libertà e dei diritti. Adesso, invece, cominciamo a capire che la nostra pace è semplicemente un’assenza di guerra. Che la frammentazione è una realtà che oppone non solo Paesi ricchi e poveri o modelli istituzionali ed economici, marapidamente si è trasformata nella contrapposizione divisioni politiche e delle armi, quelle di cui si dispone equelle rese disponibili.

Se ne sono accorte le cancellerie dei Paesi europei dinanzi al vecchio continente nuovamente sede di combattimenti a seguito dell’aggressione della Russia sul territorio dell’Ucraina, con conseguenze inattese che vanno dalle strategie militari agli spostamenti forzati di popolazione, alla decisione di stabilire sanzioni vagliandone le conseguenze economiche, fino alladisponibilità di fonti di energia. Un quadro complesso dove probabilmente non è ancora chiaro se a guidareprese di coscienza o determinazioni politiche sia la corsa alle risorse e la loro disponibilità o piuttosto il dramma delle vittime dei crimini, degli eccidi, dei profughi e degli sfollati. Probabilmente si continua a ricercare quel“giusto equilibrio” che per secoli le potenze europee sono state abituate a rincorrere e che nel 1975 strutturarono il processo di Helsinki, inclusivo del Nord America e dell’Asia sovietica. I dati del cambiamento, però, dicono che non siamo più in un mondo che guarda all’Europa. È l’Europa a rincorrere le altre aree e in esse iprotagonisti della vita internazionale. E, allora, è facile accorgersi che non solo ogni conflitto è interdipendente,ma soprattutto che la guerra in terra ucraina ha sprigionato la volontà di regolare altre situazioni.

Così infatti si legge la ripresa di scontri in Terra Santa nei giorni significativi della Pasqua cristiana ed ebraica e nel pieno del Ramadan; i segnali di forza sulla coesistenza tra la Repubblica popolare cinese e la Repubblica di Cina che si trasformano in rivendicazioni; gli attacchi ai siti religiosi in Myanmar; l’uso dell’arma degli aiuti alimentari in Tigray per chiudere un conflitto teatro di atrocità e crimini. E si potrebbe continuare, nonper elencare situazioni, ma per cogliere come il futuro immediato dipende da questioni mai risolte e solo in apparenza dimenticate, frutto di problemi risalenti e sempre accantonati che ora in una generale incertezza (o caos?) si vorrebbe chiudere secondo la logica del fatto compiuto.

Sono indicatori che mostrano come non sarà facile chiudere la guerra in Ucraina, anzi lanciano i presupposti per un allargamento dei partecipanti o almeno degli interessati che a vario titolo e con modi diversi si presentano – o si proporranno – come parte del conflitto forse per ammantare altri coinvolgimenti e mire …altrove. Un allargamento di fronte al quale la necessità di un cessate il fuoco, nell’immediato si concentrerà nelproporre tregue armate, magari con il reclutamento di contingenti militari internazionali o ricorrendo alla minaccia reciproca della deterrenza. È chiaro che si trattasempre di sospensione dell’uso delle armi e non di pace, ma realisticamente di fronte a crimini di guerra – e forse anche di crimini contro l’umanità – è la sola finalità cheil negoziato può raggiungere, cosciente del limite e dell’incertezza.

A questo dovranno aggiungersi piani d’azione per fronteggiare gli squilibri sull’economia globale ad iniziare dalla mancanza di prodotti agricoli e alimentaridi base. Effetti del conflitto che nelle situazione attuale andranno a toccare Paesi già deboli, ma poigradualmente anche gli altri.

Da cosa dipende la pace, ci chiedevamo. Noi cristiani abbiamo appena invocato Dio, nella Preghiera universale, di essere liberi da pandemie, guerre e fame. E sono invece le realtà che ci angosciano e ci limitano in questo momento. Se le soluzioni restano lontane o rimangono limitate, abbiamo però il dovere di continuare a sperare, non ad illuderci, ma a coltivare quella speranza che ci chiama in causa come protagonisti, nel pregare, nel pensare e nell’agire. Per essere strumenti che concorrono a dare compimento e realizzazione a quell’invocazione a peste, fame et bello libera nos Domine.

 

foto Ansa-Sir

Mondo

Ucraina: attacco a Leopoli, città dei profughi

Inizia nel sangue la Settimana santa per greco-cattolici e ucraini

19 Apr 2022

Attacco a Leopoli, attacco alla città dei profughi. È don Taras Zheplinskyi, del dipartimento di comunicazione della Chiesa greco-cattolica ucraina, ad aggiornare il Sir su quanto sta accadendo in città. “Secondo le informazioni che stiamo ricevendo – dice – questa mattina Leopoli è stata attaccata da cinque missili provocando la morte di 7 persone e 11 feriti”. Il bilancio delle vittime è ovviamente provvisorio ma dalle informazioni di don Taras Zheplinskyi, due feriti si trovano in condizioni molto gravi mentre il bimbo – dato per morto da alcune agenzie – sarebbe ferito. I missili hanno colpito 3 obiettivi di infrastrutture militari, un obiettivo civile, cioè un centro meccanico per auto e la stazione centrale dei treni”. L’attacco per fortuna non ha causato vittime né tra i dipendenti delle ferrovie né tra i passeggeri. Il traffico ferroviario è stato ripristinato, anche se si registrano ritardi e ci potranno essere in giornata cambiamenti di orari. La stazione è un punto sensibile in questa parte dell’Ucraina: “è qui – spiega il sacerdote – che arriva tutto il flusso dei rifugiati che si muove dal Nord e dall’Est del Paese per riprendere poi la strada versi i diversi paesi d’Europa”. Secondo i dati dell’Unhcr, sfiorano i 5 milioni le persone costrette a lasciare l’Ucraina per sfuggire alla guerra. In pratica quasi il 5 per cento dei 44 milioni di abitanti ha dovuto fuggire all’estero. L’attacco su Leopoli arriva nel primo giorno in cui i cattolici della chiesa di rito bizantino e gli ortodossi cominciano a vivere la Settimana Santa, secondo il calendario giuliano. “Qui a Leopoli – confida il sacerdote – tante persone non avevano ancora sperimentato direttamente gli effetti della guerra. Stamattina, gli attacchi missilistici si sono sentiti: le finestre delle case si sono rotte e anche decine di macchine sono state colpite. Fino ad oggi Leopoli era una regione abbastanza pacifica anche perché è la città che accoglie tantissimi rifugiati. Ora si ha paura. Non sappiamo cosa aspettarci. Cominciamo la Settimana Santa in questa incertezza”. Per stabilire gli orari delle celebrazioni pasquali e le visite nelle chiese, si è preso in considerazione gli orari del coprifuoco che differiscono da città a città, a seconda della gravità della situazione militare. Nella Regione di Leopoli, per esempio, il coprifuoco comincia alle 23 e finisce alle 6 di mattina. Sicuramente l’attacco di questa mattina mette tutti più in allerta chiedendo “prudenza e attenzione”. Don Taras Zheplinskyi ricorda l’appello lanciato ieri da Papa Francesco nel suo messaggio per la benedizione Urbi et Orb. “Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre”, ha detto il Pontefice. “Troppo sangue e violenza, è difficile credere che Cristo sia davvero risorto”. Qualche giorno fa il Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose ha lanciato un appello per una “tregua pasquale” per la sicurezza dei luoghi di culto durante le festività religiose. “Siamo convinti – hanno detto i rappresentanti religiosi – che se c’è un desiderio e una buona volontà, la parte russa insieme ai rappresentanti competenti dell’Ucraina, nel quadro del processo negoziale in corso, potrebbero raggiungere accordi che fornirebbero ai civili dell’Ucraina l’opportunità di incontrarsi e celebrare i prossimi giorni sacri senza bombardamenti e rischi per la vita. Possa l’Altissimo infondere la saggezza e la misericordia a tutti coloro da cui dipende la soluzione di questo problema”.  Ma il sacerdote di Leopoli ha dubbi sulla reale possibilità di una tregua. “Oltre 60 chiese sono state attaccate, alcune completamente distrutte, durante questi 54 giorni di conflitto”, ricorda don Taras, ripercorrendo l’attacco al seminario cattolico di Vorzel, alla Caritas di Mariupol, alla chiesa greco-cattolica di Irpin. “I russi – aggiunge – non si sono fermati di fronte a niente. Lo abbiamo visto nelle città martoriate di Sumy, Chernihiv. E’ difficile quindi oggi credere che possano accogliere questo appello e rispettare una tregua pasquale”.

(foto Ansa/Sir)

Tracce

Il sentiero impervio e ripido di una tregua

Una immagine della devastazione a Irpin, 3 aprile 2022. ANSA/Tpyxa EDITORIAL USE ONLY NO SALES
19 Apr 2022

di Emanuele Carrieri

Dinanzi alla devastazione senza limiti di una guerra senza freni, una momentanea interruzione delle ostilità, per sospendere ogni azione aggressiva, è divenuta l’urgenza dominante, che turba la coscienza umanitaria del mondo. L’opinione, la posizione di papa Francesco è chiarissima: nessunissima confusione fra aggredito e aggressore, le cui responsabilità sono certissime. Ma l’urgenza della pace di porre fine a distruzioni continue e massacri quotidiani impone di “andare oltre”, avviando subito dei negoziati di pace, senza se e senza ma. È inutile nasconderselo: le parole del Papa non sono unanimemente condivise. La posizione dell’Europa non è per nulla unanime. Da un lato, Francia, Germania e Italia che sostengono l’Ucraina, compreso l’invio di armi, ma che finalizzano la propria azione all’attuazione di un rapido cessate il fuoco. Un altro fronte europeo, vicino ai confini orientali, sostiene non solo un ampio ed esteso supporto all’Ucraina, ma richiede all’Europa di “andare fino in fondo”, che non significa la vittoria, ma il ritorno della Russia nei confini pre-guerra. L’Ucraina medesima è su questa posizione: la pace sì, ma si ritorni allo status pre-guerra con il regresso della Russia nei precedenti confini. Per la regione del Donbass, il governo di Kiev è pronto a riconoscere uno status di estesa autonomia e, per sé stessa, l’Ucraina pronostica una posizione geopolitica di neutralità garantita da terzi superpartes. La posizione degli Usa – ma anche della Gran Bretagna – è nettamente diversa, rappresentando un “angolo” rispetto a un percorso lineare dei negoziati di pace. A ciò si aggiunga che l’Ucraina, per effetto di motivazioni ideali, ma, innanzitutto, per un sostegno militare molto concreto nella sua guerra, è probabilmente in linea con la posizione degli Usa. In altre parole, la pace si avrà solo con l’esplicito consenso degli Stati Uniti. Gli Usa attribuiscono alla Russia almeno due grandi responsabilità, senza calcolare quelle associate ad atti di criminalità bellica. La prima è quella di aver aggredito uno stato indipendente, per il semplice motivo che l’Ucraina aveva ipotizzato una sua futura ubicazione nell’ambito dell’alleanza occidentale, innanzitutto per i suoi valori ideali, ma anche nell’ottica di una futura alleanza militare difensiva. Quindi, la Russia ha aggredito un potenziale alleato degli americani. La seconda, da svariati punti di vista, è ancora più grave: la Russia, effettuato l’attacco, ha minacciato, nel caso di reazione da parte della Nato, di alzare il livello a guerra mondiale, con l’impiego di armi nucleari. Per gli Stati Uniti questa strategia, “muoia Sansone con tutti i filistei”, è, ovviamente, inaccettabile. Non la si può sfidare subito per l’evidente pericolo di un conflitto nucleare globale – non si sa cosa abbia in testa Putin, ammesso e non concesso che abbia qualcosa – ma non la si può lasciare passare senza reagire. Da qui la prima risposta americana di fornire armi all’Ucraina, con l’obiettivo evidente di rendere alla Russia la vittoria più salata e travagliata. E i risultati si vedono: i piani russi sono scalati dalla conquista fulminea dell’Ucraina, alla cacciata di Zelenski, alla formazione di un governo fantoccio, per arrestarsi oggi alla conquista della regione di confine del Donbass, con una eventuale corsia di unione con la Crimea. Non solo, ma gli americani hanno fornito all’Ucraina armamenti sempre più avanzati, come l’ultima fornitura per ottocento milioni di dollari, giusto per “testare” il grado di reazione dei russi. Questo è un punto cruciale del conflitto: quella in Ucraina è una guerra devastante, ma è, pur sempre, una guerra locale. I russi davvero vogliono mettere a rischio il pianeta con un conflitto nucleare auto-distruttivo soltanto per combattere una guerra circoscritta? Perché ci sarebbe un’altra interpretazione della guerra di Putin. Le motivazioni nazionalistiche di sicurezza nazionale e di difesa dei valori originari di santa madre Russia sono, in realtà, secondarie e accessorie. In effetti Putin con la guerra ha voluto preservare la sua posizione all’interno della Russia, forse a fronte della minaccia di gruppi nazionali, che chiedono una progressiva liberalizzazione della nazione russa che conduca a una maggiore ricchezza diffusa in tutta la Russia. Niente di nuovo sotto il sole, esattamente l’obiettivo dei cinesi dal 1980: diventare tutti più ricchi. Gli esempi di successo, prima o poi, vengono scoperti e sono fonte inesauribile di imitazione. A fronte di una minaccia intestina, quale migliore difesa per un despota, se non quella di inventarsi un nemico esterno che sollevi il sostegno del popolo, rilanci i consensi interni, legittimi i metodi autoritari, dittatoriali e oppressivi, in nome del rilancio di una politica imperialista, espansionista e colonialista, frustrata e umiliata prima dalla caduta del muro di Berlino, poi dalla fine del patto di Varsavia e, infine, dal crollo definitivo dell’Urss?

Arte sacra

L’uomo, il sepolcro, il Risorto

La percezione umana della Resurrezione in un libro che unisce Scritture, letteratura e arte

19 Apr 2022

di Marco Testi

Solo il genio, in questo caso quello di Rembrandt, poteva, già quattro secoli fa, mostrare la verità attraverso i sensi umani, descriverla come essa precipita nella nostra percezione. Nella londinese Queen’s Gallery a Buckingham Palace è infatti presente un incontro tra il Cristo risorto e Maria Maddalena del grande pittore olandese. Solo che il quadro è realizzato dal punto di vista della donna. Nel “Cristo e Maria Maddalena al Sepolcro”, a destra sono visibili i due angeli del racconto di Giovanni e a sinistra di Maria non appare il Cristo risorto e illuminato dallo splendore della gloria come in altre opere, ma colui che la donna crede di vedere, il “custode del giardino”, che potrebbe essere un richiamo implicito, celato nelle profondità abissali della memoria archetipica, ad un Giardino cui quella Resurrezione ha riavvicinato l’umanità. Il grande artista ci offre il momento in cui Maddalena crede di vedere il custode del giardino, e allora lo rappresenta con gli strumenti del suo lavoro, un coltello, una vanga, il cappello a larghe tese.

Il punto di vista è quindi fondamentale per riportare l’arte – e la creazione umana in generale, dalla letteratura alla scultura – all’interno della sua possibilità di legare il qui e l’altrove. La percezione rimane quella dei propri sensi, anche quando a fare irruzione è l’indicibile, perché quel non possibile a dirsi arriva nei nostri sensi ed è riferito attraverso questi. E bene hanno fatto lo storico Simone M. Varisco e don Paolo Alliata, responsabile del Servizio per l’apostolato biblico della diocesi di Milano a porre questa visione della Resurrezione a conclusione del loro “La Pasqua tra pittura e letteratura” (Ancora, 46 pagine, euro 7,50). Un libro di poche ma intense pagine, dove coesistono immagini non consuete della Resurrezione, riflessioni, richiami alla letteratura in grado di darci un’idea diversa della prospettiva umana di un evento che ha cambiato l’orizzonte interpretativo del mondo e il mondo stesso.

E quel “orizzonte interpretativo” è fondamentale in un piccolo volume in cui è presente l’impressionate acquarello della “Crocifissione vista dalla Croce”, oggi al Brooklyn Museum di New York, di James Tissot: qui il punto di vista è “scandalosamente” quello di Gesù che vede dall’alto della sua Kenosis, vale a dire del suo “abbassamento” da Dio a uomo agonizzante, la cui sofferenza è resa ancora più terribile proprio da quella visione dall’alto.Negli spasmi dell’agonia guarda ai suoi piedi la Madre pregare disperata, le altre donne e Giovanni che fissano i loro occhi – che sembrano emanare disperazione, condivisione radicale, domande inquiete sul senso di tutto questo – verso l’origine del quadro, e del tutto che sta arrivando al suo compimento in quell’istante spasmodico.

Il piccolo libro presenta anche un altro episodio della Passione, non molto riprodotto, ma che colpisce molto per il suo punto di vista ancora una volta solo umano: “L’Ultima cena” di Nikolaj Nikolaevič Ge, del 1863, in cui regna la spasmodica attesa del tradimento, dell’uscita dalla stanza di Giuda, “l’oscuro”, come scriverà trent’anni dopo Thomas Hardy riferendosi al suo problematico, moderno personaggio. Giuda qui rappresenta l’umana ombra, la scelta del male, lo spettro buio rispetto alla vita del prima del tradimento. C’è qualcosa – sembrano suggerire Varisco e Alliata – che va oltre i pur stupendi, ineguagliabili capolavori di Raffaello, una Resurrezione del quale (anche se alcuni addetti ai lavori dubitano dell’attribuzione al Sanzio) è a San Paolo del Brasile, di Duccio da Buoninsegna, del Beato Angelico, di Piero della Francesca, e di quella cantata da Manzoni.

Forse solo Dante, ancora una volta, è in grado di sostenere l’impatto terrificante di quel prima che ha portato alla resurrezione del Paradiso, passando attraverso lo smarrimento, il dolore, l’oltraggio dell’esilio e della perdita di tutto, il non senso fino alla Rinascita, verso “l’amor che move il sole e l’altre stelle”.

 

foto RCIN 404816 – Royal Collection

Sport

Derby della Puglia, tra Taranto e Bari hanno vinto i 10mila dello Iacovone

16 Apr 2022

di Paolo Arrivo

Non c’erano punti pesanti da mettere in palio, tra due formazioni che avevano già raggiunto i loro obiettivi di stagione. Ma un derby è sempre una partita a sé stante. Che vive di ricordi, di emozioni vive, lontane. E quello giocato tra Taranto e Bari è stato un evento storico, atteso allo stadio “Erasmo Iacovone” da tanti, troppi anni (ventinove). Le due squadre sfidanti erano chiamate ad onorare il più antico derby della Puglia nella penultima giornata di campionato della serie C – girone C, vinto dai baresi, con pieno merito.

Eccezionalmente si potrebbe anche sorvolare sulla cronaca del match. Perché il contorno ha riempito lo stesso di senso e di significato, nelle ore in cui l’attenzione del nostro giornale, e non soltanto, era monopolizzata sui Riti della Settimana Santa. Ovvero sull’imminenza della Pasqua. La cornice è stata il pubblico accorso in massa al campo sportivo del quartiere Salinella, da rifare in vista dei Giochi del Mediterraneo 2026. Circostanza (gli spalti occupati da 10.789 spettatori) che non sarà più rara, auspichiamo noi. Sul terreno di gioco, è finita a reti bianche, al termine di una partita equilibrata, nella quale gli ospiti hanno fatto sicuramente qualcosa in più. Le occasioni più ghiotte le hanno avute Maita, che ha sprecato in area da posizione favorevole al 18’ del primo tempo; nella ripresa Botta, che ha sfiorato il palo alla sinistra di Antonino, sceso tra i pali al posto di Chiorra. I padroni di casa invece hanno confermato la sterilità offensiva – nessun tiro nello specchio della porta difesa da Emanuele Polverino. Ma quantomeno i rossoblu hanno avuto un atteggiamento accorto al cospetto di un avversario che, in verità, ha dato l’impressione di non voler spingere sull’acceleratore. Come a non voler dare dispiacere a un pubblico meraviglioso protagonista in sciarpate e cori. Da segnalare l’espulsione di Pacilli nei minuti di recupero.

Calato il sipario sul campionato, l’ultimo atto per il Taranto si terrà sul campo del Picerno, domenica prossima.

Hic et Nunc

Grottaglie, Martina Franca, Carosino: riti e feste tra Pasqua e Pasquetta

16 Apr 2022

di Silvano Trevisani

Archiviati i riti della Passione e morte di Gesù, la Chiesa si proietta ora a festeggiare la Pasqua, centro della cristianità. E così si concludono anche i festeggiamenti, che hanno nella Processione di Gesù Risorto a Grottaglie e, l’indomani, nei diversi festeggiamenti del giorno di Pasquetta, le ultime appendici. Quest’anno Pasquetta sarà per Martina Franca un evento speciale per l’inaugurazione della Nuova croce del Cristo Redentore, ma torna, come di consueto, anche la grande festa di Carosino.

Ma procediamo con ordine. Domenica di Pasqua, la processione di Gesù Risorto tornerà a percorrere le strade di Grottaglie partendo dalla Chiesa del Carmine dalle ore 19. Ripristinata nel 2017 a quasi vent’anni di distanza dalla decisione di abolirla, la processione era stata di nuovo interrotta nel 2020, assieme a tutte le altre manifestazioni di pietà popolare, per via del covid.

La processione è curata dall’antica Confraternita del Carmine, che ha sede nella stessa piazzetta nella quale si affaccia la chiesa, in quello che fu il grandioso complesso conventuale dei carmelitani, e che ha anche curato il pellegrinaggio del Bubbi bubbli, come vengono chiamati i penitenti, il Giovedì Santo, a differenza della processione dei Misteri che è curata fin dai primi anni del Settecento dalla Confraternita del Purgatorio.

Si tratta di una tradizione antica che, probabilmente, è stata modificata nel corso del tempo, poiché si sa per certo che molti anni fa si svolgeva in orario antimeridiano, quando veniva portato in processione il cero pasquale. La processione del Rosorto rientrava, infatti, tra gli antichi obblighi del sodalizio del Carmelo, come specificato nelle Regole scritto nel Registro della congrega: “siccome è costumanza nella nostra Congregazione di farsi nella mattina di Pasqua di Risurrezione la Processione di Cristo Nostro Signore risorto, così siano obbligati tutti i fratelli intervenire col sacco e colla dovuta Modestia sotto pena, e non legittimamente impediti di mezza libra di cera”. Nella processione che, come è scritto in una cronaca “è di antica memoria e si faceva con molta pompa e solennità”, si portava la bella statua in legno dipinto di Gesù Risorto, fatta fare a Napoli nel 1772 e conservata ancora nell’oratorio.

Come accennavamo all’inizio, il Lunedì dell’Angelo, con una Santa Messa celebrata alle ore 11.00 da Don Vito Magno, Parroco della Chiesa “San Paolo” a Martina Franca, si terrà la benedizione della nuova croce del Cristo Redentore di Martina Franca, in sostituzione di quella rotta alcuni mesi addietro. Al termine della celebrazione ci sarà un intervento del professor Francesco Lenoci. Gli organizzatori invitano così a trascorrere in questo sito suggestivo la tradizionale gita di Pasquetta consumando un pranzo al sacco e intrattenendosi nel pomeriggio grazie al contributo dell’Associazione “L’Accademia d’a Cutazza”.

Inaugurato nel 1904, il Cristo Redentore di Martina Franca è uno dei venti monumenti analoghi la cui realizzazione, sulla sommità di monti e colline, fu voluta da Papa Leone XIII in occasione del Giubileo dell’anno 1900. Quello di Martina Franca, in particolare, è ubicato sulla Strada Provinciale 51, in località Trasconi, sito diventato negli anni la meta preferita di intere generazioni di martinesi che, in occasione del Lunedì dell’Angelo, vi hanno trascorso “la pasquetta fuori porta”. La realizzazione della nuova croce lignea la si deve al “Gruppo pro Cristo Redentore”, un comitato per il mantenimento e il restauro dello storico monumento al quale, promosso dalla Parrocchia “San Paolo” competente per territorio, hanno aderito cittadini, aziende e istituzioni locali, il Comune di Martina Franca e vari sponsor.

Infine, torna a Carosino il “Festival di Primavera” che, organizzato dall’Associazione “Fucarazza”, per una intera settimana coinvolgerà tutta la comunità terminando, come è ormai tradizione, nella “zona festa” in via Giorgio La Pira, uno spiazzo appena fuori l’abitato, con il rogo propiziatorio della “Fucarazza” su cui viene issato un pupazzo che rappresenta le negatività dell’inverno.

L’edizione 2022 del “Festival di Primavera”, che si avvale del patrocinio del Comune di Carosino e della Regione Puglia, si intitola “Da Carusinieddu alla Fucarazza” con un programma che mette al centro la comunità di Carosino, per la quale e nella quale l’Associazione Fucarazza opera da lustri organizzando iniziative per il recupero e la valorizzazione delle sue antichissime tradizioni.

Si inizia alle ore 12.30 di lunedì 18 aprile con la “Scampagnata di Carusinieddu” in un uliveto vicino Carosino, dove Francesca Lecce curerà un laboratorio di danze popolari.

Informazioni sugli eventi e sulle location sono disponibili sulla pagina Facebook “Fucarazza” o contattando il cellulare o Whatsapp 3773371122.

La pasquetta di Grottaglie, invece, è storicamente rimandata a domenica prossima con “La Pasqua delle colombe”.

Nelle foto: il simulacro di Gesù Risorto, una foto “storica” di Ciro Quaranta, il Cristo Redentore di Martina Franca e la “fucarazza” di Carosino in “notturna”

Letteratura

Armida Barelli: attualità di una donna che ha cambiato un’epoca

16 Apr 2022

di Roberto Mazzoli*

Ernesto Preziosi ha diretto le pubbliche relazioni dell’Istituto Toniolo e l’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia “Paolo VI”. Attivo nell’associazionismo cattolico, è stato vicepresidente nazionale dell’Ac. Attualmente è direttore del Centro di ricerca e studi storici e sociali e presidente dell’Opera della Regalità. Ha seguito la causa di beatificazione di Armida Barelli come vicepostulatore. Tra le sue pubblicazioni: Giuseppe Toniolo. Alle origini dell’impegno sociale e politico dei cattolici(Milano 2012); Piccola storia di una grande associazione. L’Azione cattolica in Italia (Roma 2013); Cattolici e presenza politica. La storia, l’attualità, la spinta morale dell’Appello ai “liberi e forti” (Brescia 2020). Per le Edizioni San Paolo: Un altro Risorgimento. Alle origini dell’Azione cattolica, per una biografia di Giovanni Acquaderni (2018). È appena uscito nelle librerie il suo ultimo lavoro: La zingara del buon Dio. Armida Barelli, storia di una donna che ha cambiato un’epoca, con prefazione di papa Francesco.

Ernesto Preziosi (foto Argomenti Duemila)

Il 30 aprile nel duomo di Milano avrà luogo la beatificazione di Armida Barelli di cui lei ha seguito le varie fasi del processo canonico come vice postulatore della causa. Da laico credente ma anche da studioso e alla luce del suo impegno nell’Università Cattolica di Milano cosa ha significato per lei avvicinarsi a questa figura?
Armida Barelli è senz’altro una figura di prima grandezza del ‘900. Il suo è il profilo di una donna esemplare che ha vissuto da protagonista il suo tempo e che, cercando la sua vocazione e vivendola con grande passione, ha tracciato la strada per altre migliaia di donne desiderose di vivere una più intensa comunione con il Signore, rimanendo “nel mondo”. Il suo contributo è in gran parte ancora da studiare.

Il suo può essere considerato un contributo alla maturazione del laicato cristiano?
Senz’altro. Ha favorito, rivolgendosi in maniera particolare al mondo femminile, un metodo efficace di formazione in grado di aprire una strada di inedito protagonismo nella Chiesa e, con la Chiesa, nella società. Vi sono tante testimonianze della novità e del cambiamento prodotto con la sua azione facendo superare pregiudizi e stereotipi. Nella prima metà del secolo scorso esperienze laicali come quelle da lei sostenute nella Gioventù femminile di Ac, hanno favorito la riflessione teologica e i pronunciamenti magisteriali sul laicato.

Come si è giunti alla beatificazione?
La fase diocesana del processo per l’accertamento delle virtù eroiche ha inizio a Milano con il card. Giovanni Battista Montini nel marzo 1960. Dopo alcuni rallentamenti si è giunti nel giugno 2007 alla dichiarazione di venerabilità; infine, nel febbraio 2021, è stato promulgato il decreto della Congregazione delle cause dei santi in seguito al riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione, che ha aperto la strada alla beatificazione.

Armida Barelli viene indicata come una originale testimone di santità laicale, quali i motivi?
Donna del suo tempo, ha saputo leggere la storia e, come ha scritto Papa Francesco, “nella propria umanità, con l’intelligenza e i doni che Dio le ha donato ha saputo testimoniare l’amore di Dio” nella quotidianità. Con la sua esperienza ha segnato un passaggio decisivo nella visione del laicato sperimentando come, proprio la condizione laicale, anziché un ostacolo sia la via per giungere alla santità. In questo senso la sua scelta anticipa quella visione della “universale chiamata” presentata dal Concilio Vaticano II.

In questi giorni esce una biografia che lei ha curato per le edizioni San Paolo con la prefazione di papa Francesco. È possibile avere qualche linea di lettura?
Il volume vuole essere un’occasione per approfondire la figura della Barelli. Per la ricostruzione della vita si è attinto, oltre che alla fondamentale biografia di Maria Sticco, alle testimonianze raccolte per il processo canonico. Ci si propone inoltre di leggerla nel contesto della storia della Chiesa e del Paese; anche per rimediare a una dimenticanza storiografica da cui non è immune persino la storia del Movimento cattolico. Infine il volume presenta le quattro principali “Opere” alla cui fondazione ha partecipato e che ha animato nel corso dell’intera vita: l’Azione cattolica e in particolare la Gioventù femminile; l’Istituto secolare delle Missionarie della Regalità; l’Università Cattolica del Sacro Cuore; l’Opera della Regalità.

Sono tutte “opere” collegate?
Certo. Proprio qui sta uno degli aspetti più rilevanti del contributo della Barelli. Al centro sta la scelta di dedicarsi pienamente all’apostolato. Una scelta che matura nella sua ricerca vocazionale e che condivide con migliaia di donne attraverso l’Ac: come ha scritto Papa Francesco nella prefazione al volume, questo comporta condividere l’esperienza dei discepoli che “’partirono’ prontamente e ‘predicarono dappertutto’”. Così facendo ha aperto nuove prospettive nel campo della responsabilità del laico nell’evangelizzazione, favorendo così anche l’emancipazione femminile nel contesto ecclesiale e in quello civile. Le diverse opere hanno quindi una relazione con questa scelta di fondo, nel contempo hanno una relazione anche molto concreta tra loro, di sostegno reciproco, di sinergia, tra associazionismo di base, formazione spirituale e formazione culturale.

Cosa dice oggi Armida Barelli ai giovani, in particolare a coloro che studiano nell’università?
Ai giovani indica la “misura alta della vita di tutti i giorni”, un impegno radicale vissuto nell’umiltà e nella fraternità. Il primato dato all’evangelizzazione porta a considerare anche lo studio come cardine: far divenire l’elaborazione alta del pensiero patrimonio comune, cultura popolare. D’altra parte, come ha ribadito Papa Francesco, “è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita”.

*direttore de “Il nuovo amico”, settimanale d’informazione della diocesi di Pesaro-Fano-Urbino

 

(foto in evidenza: Isacem, Istituto per la storia dell’Ac e del movimento cattolico)

Diocesi

Il discorso di mons. Santoro all’uscita della Processione dei Sacri Misteri

15 Apr 2022

Il discorso dell’arcivescovo all’uscita della Processione dei Sacri Misteri:

Ti adoriamo Cristo e ti benediciamo. Perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

 

Fratelli e sorelle,

saluto il Padre spirituale, monsignor Marco Gerardo, e il priore, Antonello Papalia, tutte le Autorità Civili e Militari e voi fedeli tutti.

I Misteri dolorosi sono in mezzo a noi, essi nelle varie stazioni ed immagini raccontano delle sofferenze del Giusto, dei patimenti di Cristo per la nostra salvezza. Essi parlano di un amore attuato con i fatti, con la donazione totale della vita del Figlio di Dio. Questi Misteri simboleggiano la verità di Dio e la verità sugli uomini. Ciò che noi siamo senza la sua presenza è odio, violenza, cattiveria, peccato. Se oggi guardassimo a queste immagini dal lato degli uomini proveremmo amarezza e compassione o addirittura, come dice il profeta Isaia, disgusto. Perché la morte, la sofferenza, l’odio, gli insulti, la condanna ingiusta, ci fanno paura e ci indignano. Invece il dono della grazia di questi giorni è quello di percepire da tali segni la forza dell’amore, così da sentirsi da esso raggiunti e trasformati.

Nelle ultime ore della sua vita terrena, il Signore, viene trascinato in una spirale di violenza senza limiti. Colui che ha guarito tanta gente, che è stato osannato a Gerusalemme come il Messia, reputato maestro autorevole e intoccabile sotto i portici del tempio, in poche ore viene tradito, arrestato, condannato e ucciso. Sul suo corpo si accanisce la soldataglia romana ed è oggetto di insulti e cattiverie senza motivo.

In questo baratro il Signore ci insegna a mettere in pratica tutto ciò che ha predicato, Lui che per le strade diceva alla gente comune di porgere l’altra guancia, di non rendere mai a nessuno male per male, di benedire sempre e di mai maledire.

Nei Misteri vediamo quello che accade sotto terra al seme e cioè che per germogliare deve cadere, morire. Contempliamo ciò che Dio è capace di fare per ciascun uomo o donna sulla faccia della terra.

La conoscenza di Gesù ci apre all’amore, alla speranza, alla vittoria sul peccato e sulla morte. Assistiamo in questi giorni di come la lontananza dal Signore tramuti questo mondo in un inferno di guerra e di dolore.

Ieri sera nella Cattedrale di San Cataldo, ho lavato i piedi a dei ragazzini ucraini, rifugiati qui a Taranto. Uno di essi non voleva farlo perché gli ricordava il suo papà, che spesse volte nella sua parrocchia in Ucraina ha fatto, come si suol dire, l’apostolo. Ho visto un bambino paralizzato nelle emozioni, scaraventato lontano da casa sua, con il pensiero fisso al suo papà e al resto della famiglia lontana. Nella tristezza profonda di questo bambino, in un attimo, ho ascoltato tutto il racconto dell’idiozia della guerra. Quando il mondo smarrisce la strada di Dio, che è strada dell’amore, il mondo diventa un inferno.

Ecco perché al contempo la processione di oggi ci racconta quello che siamo noi e il bisogno che il cuore di ognuno incontri l’amore di Dio che perdona e risana.

Uniamoci al grido del Santo Padre Francesco, unico e credibile profeta di pace in questo momento buio della storia: «Tacciano le armi».

I Misteri sono sulle nostre strade, anche dopo i due anni di pandemia, la strada rimane la medesima con tutte le questioni aperte della nostra terra: la salute, la cura dell’ambiente, il lavoro: nel cammino della Via Crucis, che è cammino di verità, devono diventare intenzione di preghiera e di impegno civico.

Come ho avuto modo di dire nel consueto precetto pasquale celebrato nello stabilimento siderurgico, sembra passato molto tempo da quando abbiamo ospitato a Taranto la 49a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, “Il pianeta che speriamo” il tema che con tanta passione abbiamo affrontato. Era solo ottobre dello scorso anno. “Tutto è connesso” è l’hashtag che ha accompagnato quei giorni così ricchi di speranza!

Il vaccino contro il Covid ci aveva fatto ritrovare fiducia, poi la guerra, terribile.

E abbiamo sperimentato negativamente quanto davvero sia tutto connesso, “l’economia di guerra” ci ha fatto fare di un colpo un salto indietro: più risorse per gli armamenti, più carbone, nucleare. E più acciaio, serve più acciaio in tempo di guerra.

E giù deroghe, la guerra ha cancellato il riscaldamento globale.

Preghiamo fortemente che si comincino a vedere i segnali di una inversione di rotta; che si affermi l’audacia di un cambiamento anche nelle persistenti limitazioni provenienti dal Covid e dalla guerra.

Per il futuro di Taranto si parla di tante speranze legate al PNRR, alla ZES, al Cis, ai Giochi del Mediterraneo, alla nuova Amministrazione del Comune; tutto questo diventa per noi oggetto di preghiera e di vigilanza civica. A Taranto si riverseranno e giungeranno tanti soldi chiedo a tutti e in particolare alle autorità di vigilare con rigore perché non finiscano nelle mani della mala vita o siano deviate per altri fini diversi dal bene comune. La nostra Città ha tutto il diritto di rinascere e di mostrare la sua bellezza.

 

Amici è bello ritornare per le nostre strade  a presenziare ai riti della passione in mezzo al nostro popolo; lo abbiamo tanto desiderato. E’ bello per noi vedere i perdoni e i confratelli incappucciati, ma è più bello ancora per noi capire perché lo fanno che è esattamente stare qui, in compagnia di Nostro Signore, della Sua Madre Santa nell’abbraccio della fede. Come abbiamo ripreso con esultanza i riti riprendiamo la partecipazione “in presenza” alle nostre messe e liturgie. Lasciamo la televisione solo per gli ammalati che non possono uscire da casa. Non smarriamo la luce, ricordiamo sempre quello che abbiamo passato nell’isolamento.

A Taranto le processioni sono lente, nazzicano. Approfittiamone. Nessuno può dire di non essere riuscito a salire sul treno della salvezza, il Signore rallenta perché aspetta ciascuno! Avviciniamoci a Lui con cuore nuovo. Ecco, sì, il Signore è vicino.

E’ vicino e dice: “Ho sete”. Ha sete del nostro sì, ha sete e chiede l’acqua del nostro amore, ma non a parole. Che incrociando anche solo per un istante lo sguardo dell’ “Ecce homo”, della “Cascata” del Calvario e dell’Addolorata torniamo al Signore e lo preghiamo perché la nostra vita si converta, perché stando ancora attenti e cauti cessi la pandemia e che finisca questa guerra sacrilega. Cessino anche le varie forme di violenza anche in famiglia, i femminicidi, gli assassinii fatti anche da giovani gang. Che possiamo essere costruttori di fraternità e di pace.

La Pasqua ci offre l’infinito amore del Signore morto in croce.  Cristo Signore ci accoglie a braccia spalancate. Buon pellegrinaggio per le strade della nostra Città nel cammino della passione verso la Pasqua.

Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.

Pianeta verde

Con la guerra, saranno molti di più a non avere cibo

Notaresco, 23 giugno 2012: mietitura campo di grano e orzo in campagna - foto SIR/Marco Calvarese
15 Apr 2022

di Andrea Zaghi

Nel mondo i prezzi degli alimenti di base sono sempre più alti. Quanto si temeva si sta avverando: cresce il numero di persone che rischiano la fame perché non ha i soldi per comprarsi il cibo. Da un certo punto di vista, poco importa la causa: effetti del clima sempre più pazzo, delle tensioni sui mercati internazionali dovute alle speculazioni oppure ancora al “effetto pandemia”, conseguenza della guerra Russia-Ucraina. È importante comprendere bene quanto sta accadendo.

Il dato di fondo è uno solo. L’indice Fao che misura i prezzi globali delle commodities agricole è arrivato a nuovi massimi livelli. La causa contingente è facile da individuare: il conflitto ucraino nell’area del Mar Nero che ha toccato pesantemente i mercati dei cereali di base e degli oli vegetali. A marzo l’indice si è attestato su una media di 159,3 punti, +12,6% rispetto a febbraio (mese in cui era già stato raggiunto il massimo livello dalla creazione dell’indice, nel 1990) e +33,6% su base annua. Guardando ai singoli prodotti, i prezzi dei cereali sono aumentati del 17,1% trainati da grano e cereali minori. Si tratta, dice sempre la Fao, delle materie prime che negli ultimi tre anni hanno rappresentato il 30% circa delle esportazioni mondiali di grano e il 20% di mais. Oltre a tutto questo, sempre in marzo, i prezzi del frumento sono cresciuti del 19,7% anche per le preoccupazioni sulle condizioni delle coltivazioni negli Usa, mentre quelle del mais hanno registrato un aumento del 19,1% su base mensile, raggiungendo un livello record, insieme a quelli dell’orzo e del sorgo. Per ora, si salva solo il mercato del riso che, ad oggi, registra addirittura prezzi inferiori del 10% rispetto ad un anno fa.

Molti numeri e dati statistici per dire una cosa sola: il cibo costa più di prima. Con tutte le conseguenze del caso. Confagricoltura a questo proposito ha sottolineato: “Stando alle previsioni della Fao e del Fondo monetario internazionale, a causa della guerra in Ucraina la penuria di cibo potrebbe colpire quest’anno 13 milioni di persone in più rispetto al 2021, con gravi ripercussioni di natura sociale”.

A fornire un’analisi lucida della situazione dal punto di vista della produzione e del consumo ci ha pensato Coldiretti, che in una nota ha spiegato come tutto questo provochi “nei Paesi più ricchi inflazione, mancanza di alcuni prodotti e aumenta l’area dell’indigenza alimentare, ma anche gravi carestie nei Paesi meno sviluppati come negli anni delle drammatiche rivolte del pane che hanno coinvolto molti Paesi a partire dal nord Africa come Tunisia, Algeria ed Egitto che peraltro è il maggior importatore mondiale di grano e dipende soprattutto da Russia e Ucraina. Ma in difficoltà anche Paesi come il Congo che importa da Mosca il 55% del suo grano e da Kiev un altro 15%”. A livello macroeconomico, con la guerra, secondo i coltivatori diretti, rischia di venire a mancare dal mercato oltre un quarto del grano mondiale. Una condizione che rischia di avere ripercussioni a medio-lungo termine. Non si tratta, infatti, solo delle condizioni dei mercati di oggi, ma anche di quelli di domani. Se la guerra non finirà presto (cosa difficile), saranno in forse le semine primaverili di cereali in Ucraina. Per Coldiretti è possibile pensare ad un dimezzamento della superficie seminata. Tutto senza parlare dei blocchi delle spedizioni dai porti del Mar Nero.

I fronti su cui lavorare sono molti. Per ora gli agricoltori ne mettono a fuoco due. Da un lato aiutare l’agricoltura dell’Ucraina a non perdere del tutto la sua potenzialità produttiva. Da questo punto di vista, Confagricoltura si è detta pronta a collaborare “per fornire agli agricoltori ucraini i mezzi tecnici necessari per le imminenti semine di mais e girasole”. Dall’altro, è necessario lavorare di più e meglio “per invertire la tendenza ed investire per rendere il Paese il più possibile autosufficiente per le risorse alimentari facendo tornare l’agricoltura centrale negli obiettivi nazionali ed europei”, ha detto Coldiretti. Investimenti, ricerca, solidarietà di filiera e di comparto, appaiono essere le uniche (complesse) soluzioni da adottare.

Francesco

Volti dei Vangeli: gli incontri di Gesù su RaiUno raccontati da Papa Francesco

Su RaiUno, in prima serata, la Domenica di Pasqua, 17 aprile

15 Apr 2022

“Continuo a consigliare il contatto giornaliero con il Vangelo perché se tu non hai contatto giornaliero con la persona amata, difficilmente potrai amare… L’amore è il contatto continuo, è il parlare continuo, è ascoltare l’altro, guardarlo. L’amore è condividere… E poi, c’è un’altra cosa, molto, molto difficile: se tu non hai contatto con il Cristo vivo, quello del Vangelo, sicuramente avrai contatto con le idee, o con le ideologie sul Vangelo”.

Sono le parole con cui papa Francesco introduce “Volti dei Vangeli”, un programma realizzato dal Dicastero per la Comunicazione con Rai Cultura, in collaborazione con la Biblioteca apostolica vaticana e i Musei Vaticani, che andrà in onda su Rai Uno in prima serata la Domenica di Pasqua, 17 aprile. 

“Volti dei Vangeli” è un programma di Andrea Tornielli e Lucio Brunelli, con la fotografia e la regia di Renato Cerisola e le musiche di Michelangelo Palmacci. 

Il programma raccoglie alcune delle riflessioni che nei nove anni del suo pontificato Francesco ha dedicato, nelle omelie durante la celebrazione mattutina della Messa a Santa Marta (alcune delle quali inedite) negli Angelus e in altre occasioni, ai protagonisti dei Vangeli: la chiamata dell’esattore delle tasse Matteo; il Buon Ladrone crocifisso accanto a Gesù capace di “rubargli” il paradiso; il dramma dell’apostolo Giuda; i volti delle donne, la testimone della resurrezione Maddalena e l’Adultera salvata dalla lapidazione; gli sguardi tra Pietro e Gesù; il silenzio di Giuseppe padre e custode; Ponzio Pilato che lavandosi le mani condanna a morte il Nazareno; la parabola del Buon Samaritano che si lascia commuovere dall’uomo ferito; l’abbraccio del padre misericordioso al Figliol Prodigo. 

La voce del Papa accompagna lo spettatore dentro le scene evangeliche, rappresentate dai grandi artisti nei quadri, negli affreschi, nelle miniature dei codici e nelle sculture, molte delle quali appartenenti al tesoro di bellezza conservato in Vaticano. 

Ogni personaggio che incontra Gesù viene raccontato dal Papa ed è illustrato da immagini famose ma anche sconosciute e inedite attraverso l’obiettivo del fotografo-regista che “entra” nei quadri, negli affreschi e nelle miniature e nei loro dettagli. 

L’incontro con i Vangeli e con questi protagonisti è stato poi oggetto di una lunga intervista che il Papa ha concesso agli autori del progetto e che serve da fil rouge della narrazione. 

La serata evento di domenica 17 aprile, presentata da Monica Maggioni, direttrice del TG1, sarà aperta da un contributo che Roberto Benigni ha preparato per l’occasione, dedicato al volto gioioso di Gesù nel giorno della Pasqua di Resurrezione. 

La serie completa, in tre puntate, di “Volti dei Vangeli” sarà successivamente messa in onda da Rai Cultura sul canale Rai Storia. “Abbiamo pensato a questo programma come a un’occasione di incontro, di riflessione, e di riscoperta della bellezza del Vangelo in un tempo segnato da così tante brutture. Il risultato è un prodotto unico, non catalogabile. Bello proprio perché unico. Una risposta alla tirannia del tempo, della fretta, della smemoratezza, della cultura dell’indifferenza e della sintassi semplificata che regola le nostre vite e che spesso mortifica la verità. È come se il Papa ci prendesse per mano e ci accompagnasse in un viaggio verso la verità dell’incontro”, dichiara Paolo Ruffini, Prefetto del Dicastero per la comunicazione. “Di questo dobbiamo essere grati a lui innanzitutto per le sue parole, ai Musei Vaticani e alla Biblioteca Apostolica Vaticana per aver condiviso le immagini di capolavori senza tempo, agli autori al regista e agli operatori per il loro lavoro, a Roberto Benigni per il suo prezioso contributo introduttivo, e alla Rai che ci ha accompagnato nella realizzazione di questo progetto che ora offre ai telespettatori come regalo di Pasqua”. 

Diocesi

Le parole dell’arcivescovo Santoro all’uscita della statua dell’Addolorata

14 Apr 2022

Fratelli e sorelle,

è bellissimo per noi stare qui, ai piedi di questa scalinata! 

Saluto il parroco di Taranto vecchia, monsignor Emanuele Ferro, il commissario Giancarlo Roberti e tutta la Confraternita dell’Addolorata. 

Saluto tutte le Autorità Civili e Militari qui presenti, ma soprattutto saluto voi devoti. Il mio saluto giunga fino in fondo alla ringhiera, in tutti i vicoli e le stradine, a voi che qui affollate ogni angolo, nell’attesa di scorgere il volto della beata Madre, agli amici che sono ormeggiati in Mar Grande e a tutti coloro che grazie ai media hanno la possibilità di ricevere la bellezza di Taranto in questo momento.  Vogliamo venerare insieme la Madre di Dio, che torna in questa notte, per le nostre strade, pellegrina di speranza.



Ho negli occhi e nel cuore tutte le sensazioni di quell’ormai lontano 2020 quando ho voluto io stesso mettermi sotto quelle che voi chiamate sdanghe. Intorno c’era un silenzio assordante ed inquietante, quando mi sono affacciato per benedire, questo spiazzo era tristemente deserto. Eppure vi ho sentiti. Le vostre preghiere erano percepibili con nettezza straordinaria, avevo la sensazione di potervi guardare negli occhi e di poter pregare con voi. Segno che quello che avviene qui con straordinaria bellezza ed è visibile agli occhi quale testimonianza di fede, è ben maggiore sotto il profilo spirituale, l’arricchimento che ne ricaviamo è ancora più grande di questo splendido spettacolo che riempie il cuore di tutti.

L’Addolorata pellegrina nella notte ci dice che il buio c’è ancora ma che con Lei possiamo metterci in cammino sicuro. Qui voglio ricordare tutti coloro che per il Covid ci hanno lasciato e sono tanti. Sono sicuro che ogni famiglia abbia vissuto il suo calvario, per isolamento, malattia e spesse volte per la morte di persone conosciute e amate. Vogliamo ricordare i nostri cari qui ai piedi di Colei che ha pianto per suo Figlio, insegnandoci a confidare che la morte non è l’ultima parola sulla vita. 

E voglio ricordare tutte le vittime di questa guerra sacrilega, come la chiama il Papa; tutti i morti di questa ingiusta e barbara aggressione. Ti preghiamo o Madre nostra di intervenire nelle menti e nei cuori turbati dal potere e dal peccato. Che la forza del male non vinca sul bene e che questo terribile conflitto non si estenda distruggendo tanti innocenti e contaminando il clima e tutta la terra.

 

Ora la Madre velata di nero, percorrerà le nostre strade impetrando con noi e per noi il dono della Pace. Ella viene a dirci con la semplicità che contraddistingue le mamme, che il nostro mondo ha bisogno di Dio! Senza di Lui non possiamo far niente, ci dice il Vangelo. Senza di Lui possiamo avere la sensazione di avere il mondo in pugno, di essere padroni di ogni cosa, ma poi basta che l’odio e il potere prendano il sopravvento nel cuore e degli uomini e ci sentiamo soverchiati dall’impero delle tenebre. Per questo vogliamo seguire te e il messaggio di pace del tuo figlio che ci ha salvati col suo amore e la sua obbedienza.

Chi sono i pellegrini che seguono l’Addolorata? Artigiani di fraternità e di pace e annunciatori di speranza.

 I torcianti che seguono silenziosi la Vergine, hanno acceso il loro voto e supplicano la Madre di Dio di essere ascoltati, ma al contempo la loro preghiera è portatrice di luce. 

I Crociferi che sotto il peso della croce calcano a piedi nudi le pietre e l’asfalto portano avanti il giogo soave di Cristo che è capace di trasfigurare il mondo.

 

Ascoltaci o Madre di Gesù e mamma nostra, non lasciarci nelle tante prove della vita, nelle prove di questa città, non lasciare che il vento della guerra spiri sul mondo. 

Davanti ai tuoi occhi c’è il nostro porto. Sono convinto che nel tuo cuore addolorato vi è la famiglia di Massimo che lì ha perso la vita, così come tutti i familiari delle vittime del lavoro. Il lavoro è per la vita non per la morte.

Maria Addolorata, tu che ti sei messa alla ricerca del Signore, e lo hai incontrato sulla via della croce, aiuta anche noi a cercarlo e trovarlo e non allontanarti mai da nessuno dei nostri calvari.  

Con te, Addolorata, vogliamo svegliare l’aurora del giorno nuovo. Siamo nella notte, è vero, ma ci incamminiamo verso il mattino, perché sfolgori il sole di Pasqua e il nostro cielo risuoni di canti!

Donaci il tuo abbraccio e benedici tutti noi o Madre nostra!