Mondo

In partenza due “carovane della pace” per dire da Odessa e Mykolaïv: “Fermate la guerra”

Due carovane della pace in partenza per Odessa, nel sud dell’Ucraina. La prima partirà il 24 giugno e tornerà in Italia il 27 giugno. La seconda sarà dal 14 al 18 luglio. A promuovere l’operazione di pace è il Coordinamento #StopTheWarNow, una rete di oltre 175 associazioni, movimenti e enti italiani

Odessa foto: #Stopthewarnow
20 Giu 2022

di Maria Chiara Biagioni

 

Odessa, carovana della pace

Due carovane della pace in partenza per Odessa, Ucraina. La prima partirà il 24 giugno e tornerà in Italia il 27 giugno. La seconda sarà dal 14 al 18 luglio. A mettersi in viaggio, pulmini riempiti per metà di aiuti umanitari e per metà di persone. A promuovere la straordinaria operazione di pace è il Coordinamento #Stopthewarnow, una rete di oltre 175 associazioni, movimenti e enti italiani. Ci sono i focolarini, il Gruppo Abele, Mani Tese, Nuovi Orizzonti, Un ponte per, solo per citarne alcuni. L’iniziativa è coordinata da una cabina di regia composta dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, da Pro Civitate Christiana e dalle reti nazionali Focsiv, Aoi, Rete italiana Pace e Disarmo, Libera contro le mafie. Perché una carovana della pace a Odessa? A rispondere è Alberto Capannini, responsabile di Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XXIII. “Sarà l’occasione – dice – per dire, non a parole e non dall’Italia ma sulla terra Ucraina, che nessuno ha il diritto di fare la guerra, di sparare sui civili e di decidere chi vive e chi muore. E per dire che nessuno ha diritto di bloccare i porti e l’esportazione del grano per affamare il mondo. Noi crediamo che la popolazione civile non debba stare in silenzio e rimanere a casa. Per questo alcuni di noi, dall’inizio della guerra, hanno scelto di partire e venire a vivere stabilmente qui in Ucraina e portare aiuti umanitari indispensabili per la sopravvivenza della popolazione locale. E quando le persone ci incontrano, ci dicono: ‘Non vi siete dimenticati di noi’”.

Mons. Mykhaylo Bubniy, esarca di Odessa

Alberto Capannini è a Odessa da due settimane per organizzare, insieme ad un gruppo, l’iniziativa. I partecipanti alla prima carovana del 24 giugno avranno l’opportunità di incontrare i rappresentanti delle Chiese locali che sono impegnate in prima linea negli aiuti agli sfollati. In città si contano 20mila persone fuggite da tutte le zone in guerra della costa. Poi si andrà a Mykolaïv, città sul fronte, dove le persone vivono solo grazie agli aiuti e al trasporto di acqua potabile. Il 24 giugno dall’Italia partiranno circa una quindicina di pulmini carichi per metà di persone e per metà di aiuti, più 1 o 2 tir. “L’obiettivo – spiega Capannini – è non portare solamente aiuti ma persone perché vogliamo creare i presupposti di una solidarietà che possa continuare anche dopo attivando canali di accoglienza in caso di necessità”. È successo ad aprile, quando la prima carovana della pace che arrivò a Leopoli, riportò al sicuro in Italia oltre 300 profughi, tra cui donne, bambini, anziani e disabili.

foto #StopTheWarNow

Capannini è appena tornato da un sopralluogo a Mykolaïv. “È una città sotto assedio”, racconta, “bombardata ogni giorno, con colpi di artiglieria e bombe che cadono casualmente, ovunque. Non c’è acqua potabile che viene portata con i camion da Odessa. A soli 20 chilometri, c’è il fronte dove si combatte”. Qui le persone hanno paura di fare la fine di Mariupol e si stanno organizzando, scavando addirittura dei cunicoli sotterranei in vista di una fuga e di un riparo. Per fortuna, gli ospedali funzionano e i collegamenti con Odessa ancora ci sono. “Quindi per ora l’assedio non è completo e speriamo non lo diventi mai”, osserva Capannini. Molti se ne sono andati. Si calcola che l’80% dei bambini hanno lasciato la città con le loro mamme. Ciò nonostante, Mykolaïv continua a vivere. C’è chi si ingegna a scavare pozzi per trovare l’acqua ma servono dei “desalinizzatori” per renderla potabile, perché, essendo una regione sul mare, l’acqua, che viene spalata, è salata. “Si continua quindi a reagire pur nella paura e nella incertezza, sapendo che i russi possono arrivare”, dice Capannini. “Ma se arrivano qui i russi, il passo immediatamente successivo è Odessa. Dopo di che l’Ucraina perde ogni accesso al mare e a quel punto perderebbe tutto”.

foto #StopTheWarNow

“Questa è la situazione anche se il morale è quello di persone che tengono duro”, racconta il rappresentante della Giovanni XXIII. “Se si chiede quando pensano che le scuole apriranno o quando le mogli torneranno, loro rispondono sempre: ‘Dopo la vittoria’. Non sono d’accordo con la risposta militare ma posso capire benissimo che, di fronte alla prospettiva di tornare – come dicono loro – indietro di 30 anni e vivere sotto un regime di dittatura, queste persone sono disposte a tutto, anche a morire”. “Non mi sono mai trovato in difficoltà a parlare e proporre la pace in contesti di guerra”, confida il responsabile di “Operazione Colomba”. “La questione in realtà è un’altra”, aggiunge subito. “Non si tratta di andare nei contesti di guerra per ‘parlare’ di pace. Si va in questi posti per provare a salvare la vita delle persone. La pace non è un concetto. La pace è vita. Non ci può essere la pace con la gente che muore”.

Francesco

Corpus Domini: l’Eucaristia non è credibile se rimane un rito

Nell’Eucaristia Gesù non ci dà solamente la sua Parola, il suo Vangelo, ci dà anche il suo “corpo” per farci comprendere che il nostro incontro e la nostra comunione con Lui non passano attraverso le idee, ma attraverso la concretezza del dono di sé nella vita di tutti i giorni

foto Siciliani-Gennari/Sir
20 Giu 2022

di Paolo Morocutti

La Chiesa ci introduce nella solennità del Corpo e Sangue del Signore attraverso il sublime racconto del Vangelo di Luca, nel quale si fa riferimento al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’episodio narrato da Luca è una chiara allusione al mistero dell’Eucaristia. I termini che vengono utilizzati sono gli stessi che sono impiegati per descrivere l’istituzione dell’Eucaristia durante l’Ultima cena che Gesù ha mangiato con i suoi discepoli: prendere, rendere grazie, spezzare, dare. Dopo aver preso nelle sue mani quei pani e quei pesci, Gesù ringrazia il Padre che, anche nel poco, dimostra di essere vicino all’uomo. Poi spezza e dà. Quel gesto “eucaristico” per eccellenza celebra la moltiplicazione della vita. Un gesto che si ripete in ogni Eucaristia.

Lì Gesù si dona a noi nel suo Corpo e nel suo Sangue, rende cioè accessibile a noi la sua persona, e ci invita ad entrare in comunione con Lui, con la sua storia, la sua testimonianza, il suo vangelo. Gesù poi moltiplica il dono di sé tramite noi, chiamati a diventare a nostra volta pane spezzato per la vita degli altri, ossia sacramento di unità, di concordia, di amore e di condivisione. Nell’Eucaristia Gesù non ci dà solamente la sua Parola, il suo Vangelo, ci dà anche il suo “corpo” per farci comprendere che il nostro incontro e la nostra comunione con Lui non passano attraverso le idee, ma attraverso la concretezza del dono di sé nella vita di tutti i giorni. Il fatto che “tutti mangiarono a sazietà” ci dice che il Signore non vuole escludere nessuno e che la sua Chiesa dev’essere capace di proclamare il regno di Dio prendendosi cura di tutti e accogliendo tutti.L’Eucaristia non è credibile se rimane un rito, il ricordo di un fatto successo duemila anni fa. È invece credibile quando coinvolge tutta la nostra esistenza, un presenza potente, silenziosa e reale, capace di dare la vita a un mondo che troppo spesso giace nelle tenebre e nell’ombra della morte, ma che ogni giorno, in ogni altare e in ogni tabernacolo, è visitato dalla sua presenza viva e vivificante. Senza l’Eucaristia, nella quale incontriamo il cuore misericordioso del Padre che ci illumina e ci vivifica, la nostra esistenza non troverebbe un senso duraturo, poiché niente fra le cose create potrà mai saziarla in maniera definitiva. Qualsiasi cosa si abbracci, essa lascerà sempre un vuoto dentro di noi.

 

Francesco

La domenica del papa – Mangiare, saziare: i due verbi con cui ci parla Francesco

Foto Vatican media/Sir
20 Giu 2022

di Fabio Zavattaro

Mangiare, saziare. Sono i due verbi con i quali papa Francesco ci parla, all’Angelus, della festa del Corpo e Sangue di Cristo – Corpus Domini – e del Vangelo che narra la famosissima pagina della moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci, evento che tutti gli evangelisti propongono, anzi Matteo e Marco lo ricordano due volte. Luca non scrive, come fa Giovanni, che in quei giorni era vicina la Pasqua, non parla nemmeno del ragazzo al quale si rivolge Andrea perché in possesso di cinque pani – pane d’orzo, il pane dei poveri – e due pesci. Ciò che conta in Luca è il dialogo tra Gesù e i suoi apostoli: la folla ha seguito il Maestro fin nel bel mezzo del deserto, ha ascoltato la sua parola e ora è affamata; impossibile dare a tutta la gente cibo a sufficienza, impossibilità acquistarlo per tutti con i soli duecento denari. La soluzione è semplice per gli apostoli: “congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta”. Ancora una volta Gesù mette alla prova i suoi: fa una richiesta che sa non essere praticabile: date voi stessi da mangiare. Conosce già la risposta, ma vuole che siano i discepoli a trovare la soluzione, così li chiama all’impegno personale.

Anche papa Francesco, all’Angelus chiama tutti a un impegno personale per non dimenticare “il martoriato popolo ucraino in questo momento, popolo che sta soffrendo”. Ecco allora la domanda che rivolge a coloro che lo ascoltano: “vorrei che rimanga in tutti voi una domanda: cosa faccio io oggi per il popolo ucraino? Prego? Mi do da fare? Cerco di capire? Cosa faccio oggi per il popolo ucraino? Ognuno risponda nel proprio cuore”.

Torniamo alla pagina di Luca. Per gli apostoli, che ragionano ancora con la logica del mondo, la soluzione è semplice: che le persone si arrangino, vadano a cercare altrove il cibo. In Gesù c’è la certezza che tutto è possibile a Dio, per questo dice ai suoi: “voi stessi date loro da mangiare” come scrive Luca. Ordina di far sedere la gente, a gruppi di cinquanta, sull’erba. Come dice il Salmo “il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare”. Poi benedice quel poco che gli viene portato, e che diventa il tanto con il quale sfama la folla, e ciò che resta del pasto viene messo in dodici canestri. Allora, ecco i due verbi che Francesco propone nella sua riflessione domenicale: mangiare e saziare, “due fondamentali necessità che nell’eucaristia vengono appagate”

Mangiare. Il pane “aumenta passando di mano in mano. E mentre mangia, la folla si rende conto che Gesù si prende cura di tutto”. Il Signore è “presente nell’Eucaristia: ci chiama ad essere cittadini del Cielo, ma, intanto, tiene conto del cammino che dobbiamo affrontare qui in terra”. Non va confinata l’eucaristia “in una dimensione vaga, lontana, magari luminosa e profumata di incenso, ma lontana dalle strettoie del quotidiano”. Il Signore ha a cuore tutti i nostri bisogni, sottolinea Francesco, che aggiunge: “la nostra adorazione eucaristica trova la sua verifica quando ci prendiamo cura del prossimo, come fa Gesù: attorno a noi c’è fame di cibo, ma anche di compagnia, c’è fame di consolazione, di amicizia, di buonumore, c’è fame di attenzione, c’è fame di essere evangelizzati”. Nel pane eucaristico c’è “l’attenzione di Cristo alle nostre necessità, e l’invito a fare altrettanto verso chi ci è accanto”. Con quelle parole Gesù invita i discepoli a fare una conversione: dalla logica del “ciascuno per sé” a quella della condivisione.

Secondo verbo, saziare, anzi essere saziati. “La folla si saziò per l’abbondanza di cibo, e anche per la gioia e lo stupore di averlo ricevuto da Gesù”. Abbiamo bisogno di alimentarci, ma anche “di essere saziati”, cioè di sapere che “il nutrimento ci venga dato per amore”. Nell’eucaristia troviamo la presenza di Cristo, “la sua vita donata per ognuno di noi. Non ci dà solo l’aiuto per andare avanti, ma ci dà sé stesso: si fa nostro compagno di viaggio, entra nelle nostre vicende, visita le nostre solitudini, ridando senso ed entusiasmo”. È proprio questo, afferma apa Francesco, che “ci sazia”, perché il Signore “dà senso alla nostra vita, alle nostre oscurità, ai nostri dubbi”. È questo “senso” che ci dà il Signore che “ci sazia, ci dà quel di più che tutti cerchiamo: cioè la presenza del Signore”.

Diocesi

“Ecco il pane della pace”:
il discorso di mons. Santoro
per il Corpus Domini

foto G. Leva
19 Giu 2022

di † Filippo Santoro

Cari amici,

permettetemi di esprimere la gioia più profonda al termine della nostra bella processione eucaristica del Corpus Domini.

Nella Settimana Santa e nella festa del Patrono san Cataldo, avevamo già gustato con gratitudine il ritorno delle processioni subito dopo lo stato di emergenza per la pandemia. Abbiamo sentito l’entusiasmo e soddisfatto un bisogno di tornare ad essere comunità per le strade, quasi a ritrovare un senso di identità e di appartenenza che credevamo smarrito.

Ma oggi stiamo vivendo molto di più: la nostra identità, il nostro essere Chiesa, la nostra fonte e il nostro culmine, il nostro nutrimento, la nostra speranza, la nostra gioia, la nostra salvezza, ha camminato con noi! Adoriamo e abbiamo portato con le nostre mani e per le nostre strade Gesù Cristo Figlio di Dio, Figlio di Maria, che per la nostra fede crediamo vivo e presente nelle specie del pane e del vino.

Nella Chiesa tante volte il tabernacolo è inconsapevolmente eclissato dagli affanni della vita e probabilmente anche da una prassi ecclesiale fatta di attivismi che ciecamente credono di non potersi rigenerare a questa fonte, ma oggi in questa solennità riaffermiamo che “l’Eucaristia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucaristia” (De Lubac). E l’Eucarestia fa anche il cammino sinodale della Chiesa; seguendo il Signore risorto, al quale siamo stati innestati nel Battesimo e celebrando l’Eucarestia noi diventiamo una cosa sola e quindi camminiamo insieme come oggi stiamo camminando per le vie di Taranto e di tutti i paesi della nostra Arcidiocesi. Il Signore vivo ci rende una cosa sola e ce lo fa annunciare e portare per le strade della vita.

Dice il Beato Carlo Acutis, giovane ragazzo che era innamorato dell’Eucarestia “Non potevo resistere a questa volontà di far conoscere a tutti il grande dono dell’Eucarestia, che sta sempre al centro di ogni parrocchia. Se la parrocchia anche solo potesse sempre far incontrare con Gesù nel suo corpo e sangue, pane spezzato e vino versato, sarebbe il più bel dono che Dio può fare a un battezzato, a uno che è stato immerso nella morte e risurrezione di Gesù, anche senza saperlo, ma continuamente attratto da quel misterioso pane consacrato. L’Eucarestia è la mia autostrada per il cielo. Ti ringrazio perché l’inaugurazione dell’autostrada l’ho poi goduta quando mi hai dato la gioia della prima comunione e da allora ti ringrazio e ti scongiuro di fare di tutto  perché tu, parrocchia, garantisca anche ai bambini, ai ragazzi e ai giovani ogni giorno di poter nutrirsi a quel corpo e a quel sangue. Mi dirai che ora ci sono troppo pochi preti; ma bastano, perché in ogni tua parrocchia, anche la più piccola e sperduta, là dove i nostri nonni e bisnonni hanno costruito una casa a Gesù, un ingresso in questa autostrada, ci sia sempre Lui, quel pezzo di pane consacrato, fatto corpo di Cristo, che mi ha sempre tenuto vivo, nutrendo la mia vita”. E aggiunge:“ Ho scoperto da te nella tua Chiesa, che la felicità è volgere lo sguardo verso Dio. Gesù mi ha dato sempre energia per una vita nuova e originale  e mi sono rifatto a Lui per vincere il mio timore di diventare prima o poi una banale fotocopia”.

E così seguendo Gesù noi esprimiamo pienamente la nostra vita siamo originali perché riceviamo ciò che è essenziale al cuore ed è essenziale alla vita del mondo.

Dal messaggio di Carlo Acutis vorrei mettere in evidenza due immagini: quella della sinodalità, del camminare insieme, consumare la suola delle scarpe, sempre legata all’altra immagine quella del mettersi in ginocchio. Vorrei approfondire questa seconda che nasce dall’abbeverarci di Cristo.

 

Portato con solennità per le nostre strade e posto con somma cura, abbiamo con il Santissimo Sacramento rivissuto un gesto di Gesù, che nel giorno della festa nel tempio gridò:

«Se uno ha sete si avvicini a me,

e chi ha fede in me beva!

Come dice la Bibbia:

da lui sgorgheranno fiumi

d’acqua viva». (Gv 7, 37-38).

Se il Signore si alza in piedi e con voce alta ci dice di abbeverarci e saziarci a Lui, non potremmo comunque sia percepirne la voce chiara fin quando dinanzi al Sacramento non vivremo anche l’esperienza di metterci in ginocchio. Una pratica purtroppo che sta diventando erroneamente inusuale nelle nostre assemblee liturgiche come nella preghiera personale. Piegare le ginocchia vuol dire disarmarsi dinanzi a Dio, esprimere con il corpo il desiderio di far tacere ogni senso per dare lo spazio maggiore alla fede ed entrare nel mistero che arde e non si consuma.

Per quanto infatti possiamo ornare l’Ostia con le più belle raggiere e accompagnarla come si conviene con i parati più belli, con fiori e lumi, l’Eucarestia rimane significata in un delicato pezzo di pane. Dio ha voluto così rimanere  latens deitas, divinità nascosta.

Gesù, prima di sprofondare nella notte più profonda dell’umanità, nella spirale della violenza e del male irrazionale, ferito a morte dal tradimento, ha voluto celebrare la sua Pasqua il suo passaggio, spezzando un pezzo di pane e passando un calice di vino fra i suoi. Ha fissato il suo amore eterno in due segni quotidiani, feriali, potremmo dire addirittura effimeri.

Sono segni quotidiani. Il pane del giorno dopo è già pane raffermo. Il vino che non viene bevuto può diventare aceto. Il primo esprime l’essenziale per vivere, il secondo la letizia dello stare insieme. Il pane nutre. Il vino scalda.

Rappresentano la nostra umanità con i suoi bisogni: vivere e amare. Sono la presenza di Dio perché egli ha voluto visitarci e con questi segni ci ricorda di essere con noi ogni giorno.

Da qui, da questo ostensorio Egli illumina e trasfigura il mondo. Se pieghiamo le ginocchia sperimentando la sua Divina Misericordia possiamo farne l’esperienza, l’incontro. Da qui per i credenti si sprigiona il fuoco e il coraggio autentico della missione

 

Ecco il Pane della non violenza, della pace e della solidarietà

Uniti a papa Francesco, chiediamo al Signore di benedire il mondo con la pace. Tacciano il fragore delle armi in Ucraina e ovunque nel mondo. Il Papa oggi nell’Angelus chiedeva: cosa fai tu per l’Ucraina? Preghi, ti interessi, ti informi? Non lasciamoci assuefare dalle notizie della guerra. Non lasciamoci prendere dall’indifferenza! Ma insistiamo nella preghiera e nella solidarietà, nell’accoglienza come abbiamo fatto sinora per i rifugiati e profughi della guerra.

 

Ecco il pane dei poveri e dei pellegrini

Il pane ci ricorda di quanti non ne hanno da mangiare. Chiediamo di essere sempre una comunità attenta alle necessità dei poveri e dei senzatetto. Nella nostra città vi sono tante situazioni di povertà che diventano via via sempre più invisibili. I credenti che vedono in questo pezzo di pane la carne viva di Cristo, come possono non scorgere la stessa carne in tanti sofferenti? Nei poveri come negli ammalati, è eucaristicamente nascosta la presenza del Signore. In ginocchio davanti al Sacramento impariamo l’amore vero e il nostro cuore impara a vedere ciò che Dio vede!

 

Ecco il pane della giustizia e della comunità

Celebrare, nutrirsi a questo pane, adorarlo è per noi esperienza di incarnazione nel mondo in cui viviamo con le sue fragilità. Ci sollecita in maniera concreta all’impegno per costruire la comunità di Dio con gli uomini. Ci rende attenti e mai indifferenti. Dobbiamo chiedere il meglio per Taranto. Dobbiamo pregare senza mai stancarci, bussare insieme al cuore di Dio, perché prosegua un cammino che deve stare nel cuore di tutti.

 

Rimane aperta la questione della nostra salute, dell’ambiente e del lavoro, della disoccupazione purtroppo non solo giovanile. E poi gli aumenti nelle bollette, nell’energia, nella spesa quotidiana, Così com’è quotidiano questo Pane, deve essere il nostro impegno: non scoraggiamoci di fronte all’arretrare evidente e tante volte sconfortante di quelle istanze che per noi sono capitali, ma rimaniamo tenaci per dovere di coscienza senza incrociare le braccia in un vigliacco “qui non cambia mai nulla”, perché sappiamo bene che molto dipende dal nostro impegno e dal nostro onesto discernimento.  Dobbiamo partire dai fermenti di bene che vi assicuro non mancano e sono molti. Impariamo dal Pane eucaristico il valore della donazione per gli altri, la gratuità. È l’augurio che faccio alla nostra Amministrazione Comunale: amministrare è servire, provvedere a tutti. Lavorate non per il tornaconto personale, ma per il bene comune. Sostenete e sosteniamo con i fatti la speranza del nostro popolo, specialmente dei più bisognosi e più poveri. Auguro con tutto il cuore che si sviluppi un vero cambiamento di rotta per la difesa dell’ambiente, della salute e della vita della gente. Ci sono tante iniziative positive: che le varie iniziative proposte dal CIS, dalla ZES, dal PNRR si comincino ad attuare per un vero nuovo corso perché sia concreto l’amore disinteressato per questa nostra amata terra.

 

Ecco il pane della vita, la vita eterna, la vera vita

Pieghiamo le ginocchia davanti al Santissimo perché siamo davanti a Dio, al nostro Signore, che ci nutre con un pane che non ci farà perire ma che ci dona la vita eterna. Siamo salvi in questa speranza che è certa come è certo l’amore di Dio. Vogliamo pregare per tutti i nostri defunti, ancora una volta per tutti coloro che ci hanno lasciato per il Covid. In questi giorni, purtroppo mi sono giunte notizie di giovani vittime della strada, vorrei che facessimo sentire ai loro famigliari tutto il nostro affetto e la nostra preghiera.

La festa del Corpus Domini, chiude in un certo senso, la gran parte delle attività parrocchiali, auguro a tutte le comunità, a tutti i sacerdoti, un periodo di ristoro per dedicare più tempo alla formazione e alla preghiera. E qui, dinanzi al Signore voglio ringraziare i nostri sacerdoti per la loro donazione e per il servizio costante alla Chiesa e alla società. La via della nostra santità  non è altro che il nostro ministero. Il Maestro ci aiuti a diventare ciò che facciamo. Se siamo chiamati a benedire, Dio trasformi noi stessi in benedizione; se siamo chiamati a ringraziare, siamo noi stessi un ringraziamento; se a lodare una lode; se a perdonare perdono; se a celebrare la Messa ci trasformi in Eucarestia.

Amici, rivolgiamo il nostro sguardo a Gesù Eucarestia, unico salvatore del mondo, invochiamo da Lui la sua Misericordia, la sua benedizione. Da qui Cristo illumina il mondo, ci è vicino e  benedice tutta la nostra Città e la nostra terra!

Musica

Il Map ha chiuso col grande John Rutter che sabato 18 ha incantato la Cattedrale

18 Giu 2022

di Silvano Trevisani

“Il fatto che mi abbiano invitato una seconda volta significa che la prima volta non ho poi fatto così male: Taranto, una città magnifica, questo posto trasuda di grande spiritualità, non ho avuto difficoltà nel tradurlo in un quadro sonoro commissionatomi dall’Ico Magna Grecia”.

Sono le parole con cui si presenta John Rutter, che è considerato il più grande compositore e direttore di musica corale vivente dalla Nbc. Questa mattina, il maestro, che stasera dirigerà l’Orchestra della Magna Grecia e il L.A. Chorus, duecento elementi fra professori e coristi, nella Concattedrale Gran Madre di Dio, per chiudere il Map Festival, ha preso parte alla conferenza stampa svoltasi nel Duomo di San Cataldo, ma prima ha voluto consegnarsi alla bellezza del Cappellone di San Cataldo e, quasi in trance, ha cominciato ad intonare alcuni canti gregoriani, concedendo ai presenti un privatissimo, affascinante spettacolo. Un vero spettacolo ammirarlo, è letteralmente estasiato dall’acustica del posto. All’incontro con la stampa hanno partecipato, oltre a John Rutter; il parroco del Duomo di San Cataldo, don Emanuele Ferro; il maestro Piero Romano, direttore artistico dell’Orchestra della Magna Grecia; il maestro Ieluzzi, vicepresidente ARCoPu.

La conferenza stampa ha promosso lo straordinario “quadro sonoro”, composto da Rutter esclusivamente per il Duomo di San Cataldo. Fedeli, visitatori, turisti, a partire dalle prossime settimane con un normale I-phone, scaricandola un “codice” specifico, potranno ascoltare la composizione dell’arrangiatore del “Salmo 150”, commissionato per il Giubileo d’oro della Regina d’Inghilterra.

“Il poema orchestrale che ho composto – spiega lo stesso Rutter – è in tre sezioni continue: “Il viaggio di S. Cataldo, santo irlandese, i mosaici della sua cattedrale”; “La Cripta”; “Luce del sole, splendore e celebrazione”. E’ la mia risposta individuale a questa nuova ed intrigante commissione, che spero possa essere ascoltata con piacere anche nel contesto più tradizionale di un concerto: prima di iniziare a lavorare, mi sono immerso nelle immagini della Cattedrale e nella straordinaria storia della sua fondazione nel VII secolo”.

“Per l’Orchestra della Magna Grecia – ha detto Piero Romano, promotore del Map Festival insieme con l’Ico – è un onore ospitare per la seconda volta il maestro John Rutter, una soddisfazione ancora maggiore se pensiamo che lo stesso direttore ha accettato di realizzare un esclusivo “quadro sonoro” per la Cattedrale di Taranto. Da questo momento in poi, infatti, il nostro Duomo potrà vantare la presenza di una composizione del più grande compositore di musica sacra: la sua musica, coniugata alla città di Taranto, accompagnerà i visitatori nella fruizione di questo straordinario gioiello di architettura sacra; un valore aggiunto che il Map Festival, insieme con l’Orchestra della Magna Grecia ha voluto donare alla città”.

“Sono lusingato di avere ospitato un grande compositore – ha detto don Emanuele Ferro, parroco del Duomo di Taranto – che ci ha fatto dono di una sua composizione esclusiva che fedeli e visitatori potranno ascoltare solo in Cattedrale; ciò potrà essere un elemento in più per invogliare i turisti a visitare un luogo di culto e una città bellissima, ma spesso mal raccontata”.

“Quando con l’Amministrazione Melucci pensammo al MAP Festival – ha aggiunto Fabiano Marti, neoeletto nelle recenti Amministrative – volevamo che la città fosse, finalmente e meritatamente, al centro di un grande progetto: desideravamo far ribollire di emozioni ogni angolo di Taranto, così condividemmo immediatamente l’idea del maestro Romano: realizzare “quadri sonori”, esclusivi, di cui dotare le bellezze di una città immensa, in tutti i sensi”.

«Coristi provenienti da tutta la Puglia – specifica Michele Ieluzzi, vicepresidente ARCoPu – sono stati riuniti dalla nostra associazione in un unico coro di centotrenta unità, su invito del Maestro Piero Romano per vivere un’esperienza impagabile accanto al Maestro John Rutter; un’esperienza umana, ancor prima che artistica che dà a noi tutti modo di studiare ed eseguire pagine che con altre piccole formazioni corali non sarebbe stato possibile eseguire».

“Look at the world” è il titolo del concerto che John Rutter dirigerà all’interno della Concattedrale, che nell’occasione presenterà l’esclusivo “quadro sonoro” a lui commissionato dall’Istituzione concertistica orchestrale Magna Grecia e ispirato dalla spiritualità e dall’arte della Cattedrale di San Cataldo.

Nato a Londra, John Rutter, ricopre il ruolo di docente di organo prima e direzione corale poi. Le sue composizioni sono prevalentemente rivolte alla musica corale di genere mottettistico “a cappella”, ma anche di carattere strutturalmente più complesso con opere molto estese come il “Gloria” ed il “Requiem”. Una sua versione del “Salmo 150”, commissionato per il Giubileo d’oro della Regina. La musica di Rutter è molto popolare, particolarmente negli Stati Uniti, tanto che il programma “Today Show” sulla NBC, si diceva, è arrivato a definirlo “il più grande compositore e direttore di musica corale vivente”.

L'argomento

Turismo e cultura: così Taranto riparte

18 Giu 2022

di Marina Luzzi

 

Un viaggio itinerante per avviare un confronto sul futuro della ricezione e della cultura in Puglia, partendo da un presupposto: il turismo è un’industria, non si può improvvisare. Piuttosto occorre raccogliere la sfida del Piano Strategico sul tema in arrivo. Ieri Taranto è stata al centro del dibattito come tappa di Puglia 365 di Puglia Promozione. I numeri che compongono il nome dell’iniziativa non sono  casuali: 3 sono i mesi necessari a mettere a punto gli ultimi aspetti progettuali del Piano, 6 le tappe in tutta la regione (le prossime Trani e Brindisi, ndr), 5 gli ambiti da approfondire.  A confronto, nella sede del polo universitario jonico dell’Università di Bari, in via Duomo, operatori turistici e culturali, sindaci, dal neoeletto Rinaldo Melucci a quelli dei versanti occidentale ed orientale e poi semplici cittadini e curiosi che hanno potuto dire la loro anche attraverso idee scritte su post-it da attaccare su un grande tabellone diviso in ambiti, che rilevava luci e ombre del territorio. In parecchi hanno avuto voglia di dire la loro, in un percorso che la Regione ha ribadito volere partecipato dal basso. “Taranto è la destinazione della Puglia che negli ultimi mesi sta crescendo più velocemente – ha sottolineato Gianfranco Lopane, assessore al Turismo della Regione Puglia – grazie ad un modello di sviluppo turistico sostenibile che abbraccia l’intera provincia. Occorrerà adesso dettagliare quei prodotti turistici che, insieme al mare, rappresentano un potenziale di sviluppo interessante. Penso, ad esempio, al turismo crocieristico che ha già dimostrato un trend di crescita eccellente, alla programmazione culturale, all’enogastronomia, al buon vino nelle località del versante orientale, ai percorsi all’aria aperta nella terra delle Gravine. Dovremo lavorare sull’integrazione dei servizi, sulla formazione, sugli attivatori culturali e turistici della città capoluogo e di una provincia ancora tutta da esplorare: dai dati raccolti rileviamo che il mercato rivolge sempre più attenzione all’autenticità dei luoghi e ai territori ancora nascosti”.  “Abbiamo investito 129 milioni di euro in Biblioteche di Comunità (50 pronte e attive) fra le quali c’è anche Taranto. Il capoluogo ionico  ha affermato Aldo Patruno, direttore del Dipartimento Turismo Cultura della Regione Puglia. inoltre, è fra le località in cui l’arte è nelle strade, con 37 milioni di euro finanziati per la valorizzazione del patrimonio ecclesiastico (50 progetti in corso) che hanno creato il più grande museo di arte diffusa d’Italia”. Luca Scandale direttore generale di Pugliapromozione, si è soffermato su due dati: l’87% di soddisfazione dei visitatori e il 32 % di internazionalizzazione. “Dagli operatori arrivano, fra gli altri, suggerimenti per il potenziamento dei servizi di trasporto, per contrastare l’abusivismo, per organizzare ancora di più eventi di spessore, per potenziare la internazionalizzazione. Puntiamo a far diventare la BTM di Taranto la terza fiera del turismo più importante d’Italia, accanto ai punti di forza come il mare, i centri storici, la natura che Taranto vanta, i riti della Settimana Santa”.

 

 

 

Diocesi

Il rifacimento della chiesa di San Giuseppe in città vecchia

foto G. Leva
17 Giu 2022

di Marina Luzzi

Non solo il rifacimento di una facciata ma un lavoro di cesello sulla comunità, il ripristino del senso di appartenenza ad un luogo che torna pulito fuori ma soprattutto rinnovato dentro. Simbolo del cambiamento è la sala di comunità, che diventa un vero e proprio piccolo cinema con tanto di poltroncine, maxischermo e stagione di programmazione di circuito minore che partirà a settembre.

È stata festa giovedì 16 per gli abitanti della Città vecchia e per tutti coloro che hanno ripreso a frequentare la parrocchia e l’oratorio di san Giuseppe e a riappropriarsi di luoghi del cuore, non solo della fede. In serata, la benedizione da parte dell’arcivescovo della diocesi tarantina, mons. Filippo Santoro, della facciata restaurata, della statua di san Giuseppe e dei locali rimessi a nuovo.

“Sono stati lavori di restauro e di risanamento di tutte le quattro facciate. La chiesa, soprattutto nella parte posteriore, era in pericolo di crollo. Gli stessi locali dove nasce la sala di comunità – spiega mons. Emanuele Ferro, che si occupa di questa parrocchia con il viceparroco della basilica cattedrale di san Cataldo, don Francesco Fanelli – all’esterno erano particolarmente ammalorati. Sono stati lavori lunghi, di ripristino di muri ormai quasi completamente sgretolati. Un grandissimo lavoro di restauro, di cuci e scuci, di risistemazione di tutte quelle che parti ormai rovinate. Di questa chiesa così pulita, così bella, forse se ne era dimenticata la memoria. Venne ristrutturata quasi completamente nel ventennio fascista, insieme alla risistemazione di tutta l’area, del pittaggio. Sicuramente ha un nucleo antichissimo come presenza ecclesiale, forse nel Novecento, dopo il Concilio Vaticano II, venne risistemata però oltre ad avere un valore storico relativo, ha un valore importante perché è la chiesa in cui ha sede l’oratorio di san Giuseppe, quindi il centro giovanile dell’isola e la cosa più bella che noi possiamo oggi benedire è un segno, la sala di comunità, forse il primo cinema della Città vecchia”.

I lavori sono stati approntati attraverso il bonus facciate “ma la diocesi da tempo sta portando avanti un’azione di rivitalizzazione dell’intera Città vecchia e pensava di intervenire. Il bonus ha solo accelerato il processo – racconta l’ingegner Gianfranco Tonti dello studio tecnico Start, che ha coordinato gli interventi – e i lavori, che hanno comportato una spesa complessiva tra i 250 e i 300mila euro, si sono svolti in squadra, con la supervisione e la collaborazione della Soprintendenza”. Impegnati nel ripristino, nell’ambito di progetti di inclusione sociale, anche detenuti affidati all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna di Taranto. L’augurio è di una nuova vita per loro, bella nella sua semplicità quanto questa chiesetta che affaccia sul mare.

Diocesi

“Alla ricerca della perla preziosa”
L’esperienza estiva del preseminario

foto: seminario Poggio Galeso - Taranto
17 Giu 2022

di Francesco Manisi

Lunedì 6 giugno, con la celebrazione eucaristica presieduta dal vicario generale don Alessandro Greco, si è concluso l’anno formativo al seminario arcivescovile di Poggio Galeso.

Un anno ricco di esperienze per i cinque adolescenti che hanno deciso con gioia di avventurarsi in un cammino di crescita e maturazione umana e vocazionale.

Guidati dell’equipe educativa, composta dal rettore don Francesco Maranò, il padre spirituale don Lucangelo de Cantis e l’animatore don Francesco Manisi, i cinque ragazzi hanno potuto cimentarsi in un percorso di scoperta di sé stessi, dell’altro e di Dio.

Nonostante la pausa estiva e il periodo di vacanza, il seminario non si ferma!

Anche quest’anno, infatti, il centro diocesano per le vocazioni propone l’intensa esperienza del “preseminario”, un fine settimana di gioco, preghiera e condivisione per conoscere la vita della comunità e la proposta formativa del seminario minore.

L’appuntamento è rivolto ai ragazzi dai 12 anni in su che desiderano vivere un’esperienza vocazionale e mettersi “alla ricerca della perla preziosa”, cercando di dare un orientamento alla propria vita e ai propri desideri anche attraverso la proposta comunitaria del seminario minore.

L’esperienza avrà inizio venerdì 24 giugno alle ore 8 e si concluderà nel pomeriggio di domenica 26, nella grande struttura del seminario di Poggio Galeso.

Tante le attività previste. Ogni giorno saranno presentate, attraverso laboratori ludici, le dimensioni fondamentali della formazione in seminario: l’aspetto umano relazionale, quello spirituale e quello culturale. Il tema che accompagnerà l’esperienza è “alla ricerca della perla preziosa”, ispirato alla parabola evangelica di Matteo (13,44-46). C’è un tesoro nascosto nel campo della vita di ciascun uomo, è il tesoro della vera felicità, racchiuso nel forziere della vocazione: spetta a noi trovare il nostro per scoprire la perla preziosa che il Signore ci ha donato.

Oltre alle attività prettamente formative, sono previsti numerosi momenti ludici, un minitorneo di calcetto e la grande caccia al tesoro finale nel centro storico di Grottaglie. Vinca il migliore!

Ciascun partecipante dovrà portare con sé lenzuola, asciugamani, effetti per l’igiene personale, cambi, occorrente per il calcio e costume da bagno.

Il rettore, don Francesco, propone l’esperienza a tutti quei ragazzi delle nostre parrocchie il preseminario: “Far vivere questa esperienza ai ragazzi dell’età adolescenziale significa permettere anzitutto di condividere alcuni giorni per imparare a socializzare, per imparare a riconoscere e chiamare per nome i valori che il vangelo mette in gioco per essere felici. L’obiettivo che ci poniamo è quello di aiutare il ragazzo a fare un’esperienza autentica di fede, intuendo la bellezza che si sprigiona dal mettere al centro della propria vita il Signore Gesù. Quando si vivono esperienze del genere, le esperienze vocazionali, si è portati a vedere la propria vita come dono e a sentire la possibilità che ognuno sia dono per gli altri. In questi giorni di preseminario, aiutati dalle guide e da alcune testimonianze, i ragazzi vivranno insieme vari momenti di preghiera, di gioco, di svago in cui sarà data loro l’occasione di conoscersi meglio e di conoscere l’altro. Inoltre, attraverso i momenti di riflessione, saranno portati ad elevare la propria interiorità. Tutto è finalizzato a trovare la perla preziosa per gustare la gioia di avere un cuore aperto, capace di uscire da sé stessi verso gli altri e verso il Signore”.

Nel mondo

Brasile: l’indignazione della Chiesa per le uccisioni dell’attivista indigeno Bruno Pereira e del giornalista Dom Phillips

foto Vatican media/Sir
17 Giu 2022

La Chiesa brasiliana, attraverso una nota della presidenza della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) e prese di posizione di altre organizzazioni, esprime indignazione e solidarietà alle famiglie dell’attivista indigeno Bruno Pereira e del giornalista Dom Phillips, uccisi in territorio amazzonico, nella regione di Javari. Dopo lunghe ricerche i loro corpi sono stati rinvenuti e, secondo la polizia federale, l’uccisione sarebbe stata confessata da un pescatore illegale.
La presidenza della Cnbb sottolinea che “non possiamo accettare l’aggressione contro gli esseri umani, la mancanza di rispetto per l’ambiente e la nostra Casa Comune, né l’insabbiamento della verità e della giustizia”. Secondo l’episcopato brasiliano, “queste morti fanno parte della lista dei drammi vissuti nella regione amazzonica”, come si legge nella “Querida Amazonia”.
La Rete ecclesiale panamazzonica (Repam) del Brasile, ha diffuso una nota, firmata dalla nuova presidenza, composta da dom Evaristo Spengler, dom Pedro Brito Guimarães e dom José Ionilton Lisboa de Oliveira. Vengono espresse “preoccupazione e indignazione” e viene sottolineata “la realtà di insicurezza e le minacce in cui vivono le persone che difendono i diritti delle popolazioni indigene e dei loro territori e che si impegnano nella cura e nella conservazione del bioma amazzonico”. La Repam manifesta solidarietà alle organizzazioni indigene e ai giornalisti impegnati per i diritti umani e le cause dell’Amazzonia, così come ai popoli indigeni della Vale del Javari. La nota invita le autorità “a porre fine all’illegalità e allo sfruttamento della natura in Amazzonia, che ha causato continue morti”.
Il Consiglio indigeno missionario (Cime) esprime “immensa tristezza e indignazione”, chiedendo indagini serie, che si estendano a tutti gli attori che promuovono comportamenti illegali nell’area amazzonica.

Emergenze sociali

Save the children: “Nei primi 3 mesi del 2022 respinti 35 minorenni migranti soli: ed è solo la punta dell’iceberg”

foto Save the children
17 Giu 2022

Nei primi 3 mesi del 2022 sono stati respinti alle frontiere esterne dell’Ue almeno 35 minorenni stranieri non accompagnati, che rappresentano solo la punta di un iceberg sommerso. Basti pensare che nel solo mese di aprile sono stati segnalati 38 minori non accompagnati  in transito a Trieste, 24 in transito a Ventimiglia e 35 a Oulx. Un flusso in costante aumento con la bella stagione: a maggio sono diventati 60 a Trieste, a Ventimiglia 47, a Oulx addirittura 150. Si tratta in maggioranza di ragazzi afghani, che arrivavano sia dalla cosiddetta “rotta balcanica”, sia dal Mar Mediterraneo. Alcuni subiscono violenze fisiche, umiliazioni e pestaggi dalle forze dell’ordine alla frontiera. La disparità di trattamento tra minori migranti ucraini e di altri Paesi viene evidenziata nel nuovo report pubblicato oggi da Save the children, intitolato “Nascosti in piena vista”, che documenta le storie di minori soli o di famiglie in arrivo o in transito alla frontiera nord, a Trieste, Ventimiglia e Oulx. “In uno scenario mondiale profondamente mutato, l’Europa e i suoi Paesi hanno dimostrato di saper spalancare braccia e porte alla popolazione in fuga dalla guerra in Ucraina, ma al contempo si sono dimostrati brutali e disposti a usare forza ingiustificata contro gente inerme, ‘colpevole’ di non avere documenti validi per l’ingresso, ma bisognosa allo stesso modo di un posto sicuro”, denuncia Save the children. L’organizzazione chiede perciò alla Commissione europea “l’adozione di una Raccomandazione agli Stati membri per l’adozione e l’implementazione di politiche volte ad assicurare la piena protezione dei minori non accompagnati ai confini esterni ed interni dell’Europa e sui territori degli Stati membri”. Chiede inoltre ai governi europei “di astenersi dall’utilizzo di pratiche che erroneamente distinguono fra categorie di rifugiati – afferma Raffaela Milano, direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the children -, rispettando il diritto internazionale e il principio del non respingimento, consentendo l’accesso a tutti i richiedenti asilo, e di estendere le buone pratiche istituite per i rifugiati ucraini a tutti i richiedenti asilo, introducendole anche nelle discussioni sull’approvazione o revisione dei provvedimenti del Patto sull’asilo e la migrazione. Infine, riteniamo fondamentale l’adozione di sistemi di monitoraggio delle frontiere, che permettano anche di perseguire i casi di violazione dei diritti umani”.

 

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Politica italiana

La Riforma Cartabia è legge

Il Senato conferma il testo della Camera

foto Sir/CdE
17 Giu 2022

di Stefano De Martis

Il Senato ha approvato in via definitiva la riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura, che completa il trittico di interventi sul pianeta giustizia (la cosiddetta “riforma Cartabia”, dal nome del ministro guardasigilli) che aveva già visto il varo delle riforme del processo penale e del processo civile. Il titolo completo del ddl è “delega al Governo per la riforma dell’ordinamento giudiziario e per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario militare, nonché disposizioni ordinamentali, organizzative e disciplinari, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Csm”. Il provvedimento contiene norme immediatamente prescrittive e altre che richiederanno l’emanazione di decreti legislativi da parte del governo per attuare la delega ricevuta dal Parlamento. Vediamo in sintesi i punti principali.

Nomine. Il Csm dovrà provvedere a coprire gli incarichi seguendo l’ordine cronologico. Lo scopo è evitare nomine “a pacchetto” in base ad accordi tra correnti. Saranno obbligatorie le audizioni dei candidati e la pubblicazione online degli atti e dei curricula. Della commissione che si occupa delle nomine non potranno essere parte i componenti della sezione disciplinare, esclusi anche dalle commissioni che decidono dei trasferimenti d’ufficio ordinari e per incompatibilità.

Incarichi politici e di governo. Non sarà possibile continuare a fare il magistrato mentre si ricoprono incarichi elettivi e governativi: sarà obbligatoria l’aspettativa. I magistrati che hanno ricoperto incarichi elettivi non potranno tornare a svolgere funzioni giurisdizionali (per evitare il fenomeno noto alle cronache come “porte girevoli”). Saranno collocati fuori ruolo presso il ministero o le sezioni consultive del Consiglio di Stato, le sezioni di controllo della Corte dei conti e il Massimario della Corte di Cassazione. Chi non è stato eletto non potrà lavorare per tre anni nella regione in cui è stato candidato, né fare il capo di un ufficio giudiziario, il pm, il gip e il gup. I magistrati che hanno avuto funzioni apicali in organismi di governo per oltre 12 mesi (come avviene ad esempio per i capi di gabinetto dei ministeri), cessato l’incarico resteranno per ancora un anno fuori ruolo – non in posizioni di vertice – e poi rientreranno nella funzione d’origine, ma per i tre anni successivi non potranno ricoprire incarichi direttivi.

Giudici e pubblici ministeri. Nel settore penale sarà possibile un solo passaggio tra la funzione requirente (il pm) e quella giudicante e la scelta andrà compiuta entro i dieci anni dall’assegnazione della prima sede. Attualmente le possibilità di cambiare funzione erano quattro.

Magistrati fuori ruolo. Tale collocazione sarà possibile solo dopo dieci anni di lavoro “sul campo” e per un massimo di sette anni, che diventano dieci se il distacco è presso organi costituzionali e di governo.

Valutazioni. Ci sarà un giudizio articolato in discreto, buono, ottimo, sulla capacità di ogni magistrato di organizzare il proprio lavoro. Nei consigli giudiziari locali (che formulano pareri per il Csm) anche i rappresentanti dagli avvocati parteciperanno alla valutazione sulla professionalità dei magistrati, ma sarà un voto unitario e possibile solo in presenza di una delibera del Consiglio dell’Ordine. Il fascicolo personale del magistrato sarà aggiornato ogni anno con provvedimenti a campione e statistiche sull’attività svolta: si darà conto anche degli esiti, per poter avere una visione completa del lavoro, ma non per un giudizio sui singoli atti.

Consiglio superiore della magistratura. Oltre ai membri di diritto, come il Capo dello Stato che lo presiede, il Csm sarò composto da trenta consiglieri. Dieci saranno eletti dal Parlamento (i membri “laici”). I venti “togati” saranno così distribuiti: due in rappresentanza della Cassazione, cinque delle procure, tredici espressi dalla magistratura giudicante. Non sono previste liste ma solo candidature individuali. In ogni collegio – che eleggerà due consiglieri – dovranno esserci almeno sei candidati (con equilibrio di genere), da integrare eventualmente con sorteggio.

Emergenze sociali

VI Giornata mondiale dei poveri – Chi sono i poveri? Viaggio in una parrocchia di periferia

foto Siciliani-Gennari/Sir
17 Giu 2022

di Mauro Monti

La povertà si sconfigge con la condivisione: queste le parole di mons. Fisichella alla presentazione del Messaggio di papa Francesco per la VI Giornata mondiale dei poveri, in programma il 13 novembre prossimo dal titolo: “Gesù Cristo si è fatto povero per voi” (cfr 2 Cor 8,9). Dopo la pandemia, è la guerra ora colpire, e duramente. Anzitutto la vita del martoriato popolo ucraino, e poi, a cascata, la stabilità economica di chi già versava in situazioni più che precarie. Una condizione difficile, che incide sulla vita di migliaia di famiglie sempre più in affanno nell’arrivare a fine del mese e a provvedere, in maniera autosufficiente, alle cosiddette spese fisse, quelle che in famiglia non mancano proprio mai. Ed è su questo fronte che l’azione della chiesa e delle parrocchie si è fatta da qualche anno più intesa e concreta. Da una parte con la distribuzione di pacchi alimentari, dall’altra sostenendo in maniera totale o parziale il pagamento diretto di bollette, affitti e, a volte, rate di mutuo. Il Sir ha visitato una parrocchia della periferia romana, per ascoltare la testimonianza di uno dei tanti parroci in prima linea nella carità verso i più bisognosi. “Nel nostro territorio parrocchiale – esordisce il parroco – non ci sono i poveri di strada, quelli cioè che siamo abituati a incontrare davanti alle chiese, nelle zone centrali o in quelle ad alta frequentazione turistica. Qui i poveri si mimetizzano nel tessuto sociale, gente apparentemente normale ma tutti con un equilibrio economico molto fragile e in molti casi con entrate legate alla giornata”.

“Il controllo dell’Isee – spiega il  parroco – è la prima discriminante per ricevere l’aiuto economico. Segue poi una visita a casa e la necessaria raccolta di informazioni tra la gente del posto.Una procedura che abbiamo adottato per essere sicuri  di trovarci di fronte ad una reale necessità. Ci sono persone che aiutiamo periodicamente, altre una tantum. I pacchi alimentari arrivano grazie agli aiuti della Comunità europea e quando manca qualcosa la si acquista con il denaro della parrocchia. A volte consegniamo direttamente carte prepagate per la spesa al supermercato. Non mancano i “furbetti”, quelli cioè che sulla base del proprio Isee chiedono aiuto nascondendo però la presenza di altri redditi che, se sommati, farebbero automaticamente superare il limite. In alcuni casi ce ne siamo accorti solo dopo diverso tempo, ma questa purtroppo è la situazione”.

E le bollette?
“Per quanto riguarda le bollette – specifica il parroco – anzitutto c’è da dire che raramente paghiamo quelle relative all’affitto. Il nostro è un quartiere di case popolari, con affitti abbordabili, riteniamo quindi che sostituirci nel pagamento della rata equivarrebbe a deresponsabilizzare la persona. C’è un fenomeno di evasione già molto alto e non vogliamo contribuire ad aumentarlo. Il caro energia poi – prosegue – ha fatto aumentare non tanto il numero di chi chiede il pagamento di un’utenza, quanto invece la cifra della bolletta stessa. La mia scelta quindi è pagare, ma solo le utenze di chi conosco. Decido io in prima persona dopo aver ascoltato il parere del responsabile della Caritas. La seconda discriminante è legata quindi alla persona, deve essere cioè qualcuno che già conosciamo o seguiamo da tempo. Di solito non paghiamo al buio per gente che non abbiamo mai visto.E questo perché i fondi sono limitati e dobbiamo utilizzarli con attenzione a partire da chi ha più bisogno. L’aiuto poi è diversificato: ci sono persone o famiglie che hanno attraversato lunghi periodi di difficoltà e magari sono stati sostenuti anche per due anni. Altre invece sono entrate in difficoltà in seguito alla perdita del lavoro (spesso in nero) e ogni tanto si presentano in parrocchia chiedendo sostegno per una bolletta”.

Non è facile scegliere tra povero e povero…
“I veri poveri nella stragrande maggioranza dei casi non vengono mai a chiederti aiuto.

C’è gente che non chiede nulla, non chiede aiuto, per vergogna e dignità personale o per orgoglio. Quando allora mi giunge voce di qualcuno che ha realmente bisogno, sono io che chiamo e insisto per poterlo aiutare.

Come si sostiene la parrocchia?
Gli aiuti economici alla parrocchia arrivano in gran parte dalla diocesi, a questi si sommano le offerte settimanali della comunità che in questa realtà ammontano a circa 400 euro a settimana cui vanno aggiunte offerte speciali di donatori esterni. Anche la parrocchia ha le sue spese fisse, le proprie utenze, i materiali, le pulizie le ristrutturazioni … tolto tutto ciò, quello che rimane, vale a dire circa il 30%, è destinato ai poveri sotto forma di pacchi alimentari extra e pagamenti vari. Una cifra che si aggira ogni anno intorno ai 9mila euro.

Intervenite anche in qualche altro modo?
“Certo, non c’è solo l’aiuto materiale, è indispensabile puntare anche sull’aspetto educativo. Spesso ho a che fare con persone che, come diciamo da queste parti “ci provano”! Gente cioè che bussa alle porte della chiesa con un approccio da bancomat provando a mettere in piedi l’ennesimo tentativo di ottenere qualcosa. Persone che in realtà non vivono un bisogno impellente, cui è giunta voce che “la parrocchia aiuta” e che quindi provano a vedere se è possibile rimediare qualcosa. Ma la cosa che più mi colpisce è che alcuni di quelli che aiutiamo, potrebbero tranquillamente farcela da soli e non lo fanno, o perché non hanno voglia oppure perché spendono il denaro per futili motivi. Abbiamo persone ad esempio, che prendono i pacchi alimentari perché hanno speso tutto il loro stipendio (o quasi) per il cane. Ricordo un uomo che ha speso addirittura 2000 euro per far fare un’operazione al proprio animale. C’è anche chi, malgrado i problemi economici, non riesce a dare un taglio a certe abitudini, a smettere di fare determinate cose. Ricordo una donna, con un passato di alto livello sociale che, dopo aver venduto tutti gli oggetti di valore, preferiva chiedere il pacco alimentare anziché privarsi, ogni fine settimana, di una seduta dal parrucchiere. La povertà poi è anche una conseguenza dello sfaldamento delle unioni affettive. La maggioranza delle persone che vengono a chiedere aiuto hanno alle spalle una separazione con figli, oppure si sono risposati mettendone al mondo altri”.

Quindi…
“Voglio dire che tutto questo evidenzia un livello culturale basso, pressoché inesistente. E così alla povertà materiale si aggiunge quella culturale che paradossalmente è ancor più difficile da debellare.

Oggi a fare cultura è la televisione, soprattutto quella di bassa qualità. Molti dei nostri poveri dipendono dalla televisione. È la grande maestra del nostro tempo.Magari non hanno soldi ma non rinunciano all’ultimo modello di cellulare. Si riempiono di tatuaggi cercando di imitare persone famose, o inseguono “status symbol” che, nelle loro condizioni, non solo sono inarrivabili ma rischiano di rasentare l’assurdo. Bisognerebbe staccarli da quelle insulse trasmissioni televisive. E non si riesce a farglielo capire. Alle prime comunioni sfoggiano carrozze, limousine e auto di lusso.  Addirittura una volta, un uomo, per accompagnare la figlia, si è presentato in parrocchia con la Ferrari … qualche giorno prima lo avevamo aiutato con i pacchi. A volte si rivolgono alla parrocchia rivendicando il diritto ad essere aiutati. Ricordo il caso di una donna e del suo bambino malato. Venne a chiedere aiuto e lo abbiamo fatto. In seguito però, consultando Facebook, abbiamo scoperto che qualche giorno prima era andata in vacanza in un albergo con piscina. Sprecano soldi per futili motivi e poi alla fine non riescono a pagare le bollette. Mi domando allora: “da dove nasce questa idiozia? Che cosa devo pensare? E la risposta è sempre la stessa: la povertà culturale è talmente alta che impedisce di capire”.

Cosa può fare allora Chiesa per contrastare questa povertà?
“Bisogna alzare il livello culturale! È ciò che sto tentando di fare – riprende – portare le persone della comunità a respirare qualcosa di diverso. Da qualche tempo organizziamo visite guidate a chiese importanti e musei della capitale, portando i parrocchiani a visitare luoghi nei quali non sarebbero mai andati. A settembre poi vorrei iniziare con un laboratorio teatrale. Alla comunità di Sant’Egidio ho chiesto di interessarsi del doposcuola per i bambini. L’obiettivo è partire dal basso, recuperare questi ragazzi dando loro la giusta istruzione con la speranza di non perderli tutti. Mi rendo conto che non ho la soluzione in tasca ma proviamo a fare qualcosa.

Che impatto ha avuto Il Reddito di cittadinanza?
Devo riconoscere che la misura del Reddito di cittadinanza ha aiutato molte persone, forse però, sarebbe opportuno collegarlo a lavori socialmente utili, per lo meno per chi è in grado di svolgerli.

Credo infatti sia uno strumento importante e utile, ma a mio avviso andrebbe rivisto.

Non sono poche le persone infatti che, per un motivo o l’altro, hanno smesso di cercare lavoro. Io stesso ho avuto difficoltà ad assumere, con regolare contratto, una collaboratrice parrocchiale. Alcuni, dopo aver visto che lo stipendio era pari alla cifra del Reddito di cittadinanza, hanno preferito rimanere a casa integrando quell’entrata con del lavoro a nero. Abbiamo insomma a che fare con sfumature di varia umanità. Per questo – conclude – diciamo che non credo al povero a scatola chiusa. Credo invece ai poveri veri, quelli nascosti, quelli che mi segnalano i miei collaboratori, quelli che non vedi quasi mai e che quasi mai vengono a chiederti qualcosa. E una volta trovati vado a visitarli, indago personalmente e poi muovo in base alle esigenze. E quando riusciamo a fare qualcosa di buono, alla gratitudine di chi è stato aiutato si unisce anche la nostra gioia”.