Sport

Il ciclismo a lutto si ferma dopo la tragedia alla Granfondo Team Fuorisoglia

14 Set 2022

di Paolo Arrivo

Il mondo delle due ruote è scosso. Un mix di emozioni: dall’incredulità all’impotenza, al magone, dall’indignazione al senso di colpevolezza per non aver protetto il ciclista in qualche modo. Perché pur non conoscendosi i corridori che si ritrovano la domenica per gareggiare, per mantenersi in salute e in forma, sono tutti legati, condividendo la stessa passione. Massimo Ferilli era uno di loro. Se n’è andato al “Trofeo Madonna della Fontana – Granfondo Team Fuorisoglia”: fatale l’impatto con un’automobile, all’ingresso di Montemesola, mentre il ciclista salentino del Gc Capoleuca percorreva in discesa la SP 74, all’altezza del palazzetto dello sport. Da accertare la dinamica dell’incidente. Ovvero le responsabilità di chi guidava la vettura. MF, 58enne di Castrignano del Capo, imprenditore, faceva parte di uno dei tanti tronconi nel quale era frazionato il plotone – la gara si snodava su un percorso di 120 chilometri, con partenza e arrivo a Francavilla Fontana, passando per la provincia di Taranto. A condividere l’evento c’era anche Alessandro Petacchi, in quella che doveva essere una mattinata di festa della bici da corsa, dell’agonismo, dello sport. La corsa è stata completata ugualmente dai corridori. Ma ad attenderli sul traguardo non c’era alcuna premiazione: una doccia fredda, un colpo al cuore.

LO STOP. Il “Giro dell’Arcobaleno”, circuito delle granfondo nel quale era inserita la gara di domenica scorsa, ha deciso di annullare le ultime tre prove di questa stagione. Così ha fatto l’organizzazione del campionato regionale “Cicloamatour”. Un gesto di solidarietà e di rispetto, da parte di chi conosceva l’uomo e il corridore. Perché la vita umana viene sempre al primo posto. Questo è il momento del silenzio, del raccoglimento, della meditazione. Poi occorrerà ripartire e ripensare il ciclismo su strada, in modo particolare le granfondo, per fare in modo di garantire la sicurezza di tutti i corridori. O meglio, per contenere al massimo i pericoli legati a questo magnifico sport. Perché il “rischio zero”, sappiamo bene, non esiste in alcun luogo.

Ai familiari di Massimo Ferilli le più sentite condoglianze e un abbraccio fraterno dalla nostra redazione.

Sport

Taranto, la “prima” di campionato sul campo della Turris

Il match col Catanzaro allo stadio Erasmo Iacovone
14 Set 2022

di Paolo Arrivo

Meglio presto che mai: cambiare prima che sia troppo tardi, che il danno sia irreparabile. Dopo sole due giornate di campionato il Taranto ha un nuovo allenatore. C’è il ritorno di Eziolino Capuano, subentrato a Nello Di Costanzo, esonerato. Mentre Luca Evangelisti ha sostituito il direttore sportivo Nicola Dionisio. Troppo pesanti le sconfitte inflitte dal Monopoli e dal Catanzaro: sette goal subiti e uno fatto. Due prestazioni insoddisfacenti al di là del risultato. Questa sera i rossoblu proveranno a riscattarsi sul campo della Turris. È doveroso resettare: facciamo finta che il campionato sia cominciato soltanto adesso! L’esperienza fallimentare del successore di Giuseppe Laterza è una ferita che sanguina. E per rimarginarla occorre tempo. Quello che non ha avuto Di Costanzo, perché la legge del calcio è spietata: due inciampi consecutivi, collocati in un lungo percorso, possono essere troppi, se non si intravvedono segnali di miglioramento o una prospettiva di crescita.

LE PRIME PAROLE DI COACH CAPUANO. “Penso che la piazza non abbia bisogno di essere idolatrata, quindi a prescindere dal valore della rosa e della situazione attuale, sono qui perché ho scelto Taranto”, ha detto il tecnico di Salerno, confidando: “So che mi aspetta un lavoro duro, che ci sono tante difficoltà, ma sono felice e motivatissimo. Di Taranto serbo un bellissimo ricordo perché ci è nato mio figlio e perché è stata la mia prima esperienza importante, avevo 36 anni”. Forte dell’esperienza maturata in ventuno anni, promette di metterla a disposizione del gruppo, del rinnovato progetto. Il compito, di per se complicato, è aggravato dal calendario, dall’impegno ravvicinato. A lui non interessa il risultato ma lo spirito da mettere in campo. “Chi non suda la maglia deve andare fuori dai coglioni”, minaccia, con la schiettezza che lo caratterizza da sempre. Il personaggio vulcanico piace a Taranto. E la tifoseria chiede proprio questo ai calciatori che scendono in campo. Ovvero metterci il cuore, per sopperire anche ai limiti sul piano tecnico. Il Taranto non può vincere il campionato (anche i playoff, ad oggi, sono un miraggio) ma deve ben figurare certamente.

L’ex tecnico Di Costanzo

Europa

Forti (Caritas italiana) sui siriani morti di sete e fame: “Assurda l’assenza di risposte, le soluzioni ci sono”

Un dispositivo di ricerca e soccorso in mare; evitare ritardi eccessivi nell’assegnare i porti; ristrutturare l’hot spot di Lampedusa per adeguarlo ai numeri e prevedere un sistema di trasferimento veloce verso altri porti; incentivare vie legali e sicure come quelle dei corridoi umanitari

foto Ansa/Sir
14 Set 2022

di Patrizia Caiffa

Sei siriani, tra cui due bambini di uno e due anni e un dodicenne, sono stati trovati morti di fame e sete su una imbarcazione approdata ieri a Pozzallo, in Sicilia. “La modalità con cui sono morti questi bambini ha un tratto simbolico. Dà la dimensione di quello che sta accadendo: oggi, nel 2022, vedere nel Mediterraneo, alle porte dell’Europa, dei bambini che muoiono di sete e di stenti è qualcosa di insopportabile dal punto di vista emotivo e assurdo per l’assenza di risposte alle diverse richieste di aiuto rimaste inascoltate”. Lo afferma al Sir Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione di Caritas italiana. Tutto ciò mentre continuano gli sbarchi, grazie al mare calmo, e il centro di Contrada Imbriacola a Lampedusa è di nuovo affollato con 1.000 presenza, mentre la capienza normale è di 350 persone. Su un barchino soccorso dalla Guardia di finanza è stato trovato anche il cadavere di un giovane migrante, probabilmente del Bangladesh.

La morte dei siriani per fame e sete è una tragedia nella tragedia, ma l’opinione pubblica sembra abbastanza indifferente…
Nei fatti è indifferenza ma è vero anche che si registra in un momento storico molto difficile, con una guerra alle porte e bambini che muoiono sotto le bombe. Quanto sta accadendo alle porte dell’Europa dovrebbe essere di stimolo per un ragionamento ad ampio spettro, dove il sistema della tutela dei diritti e della vita umana diventi un punto cardine. Ma il tema migrazioni è assente anche dal dibattito politico della campagna elettorale. Tutto questo non aiuta la consapevolezza. Se ne parla poco e si stimolano anche poco le riflessioni.

Oltre all’impatto emotivo cosa servirebbe?
Non si tratta solo di provare pathos. Essere lucidi e cercare insieme le risposte dovrebbe essere l’obiettivo. La tragedia di questi giorni è quella che viviamo da vent’anni. La consapevolezza c’è ma in assenza di risposte c’è una sorta di assuefazione all’ineluttabile. Quando invece avremmo gli strumenti e le possibilità per evitare questi drammi.

Alcune forze politiche ogni tanto invocano il blocco navale. Servirebbe?
La richiesta di un blocco navale è sintomatica del fatto che il tema nella sua gravità viene sempre affrontato in una cornice di contrapposizione, di uno contro l’altro, italiani contro migranti. Bisognerebbe invece abituarsi anche nella narrazione pubblica ad usare più il plurale “noi” perché il tema va affrontato insieme.

Molti accusano l’Europa di non agire per evitare altre morti in mare. È così?
Ci sono raccomandazioni e impegni vaghi ma non c’è un vero piano europeo rispetto agli ingressi regolari. C’è solo l’impegno di continuare a finanziare altri Paesi per trattenere i profughi. Ma non basta: l’assenza di futuro e prospettive spinge le persone a tentare comunque il viaggio. Ci sarà sempre qualcuno che si mette in mare, quindi un dispositivo di ricerca e soccorso in mare è necessario e doveroso, come pure evitare ritardi eccessivi nell’assegnare i porti. Va trovata, in maniera dialogante, una via che possa essere sostenibile. Il fatto di ritardare il permesso agli sbarchi, se non è dovuto a motivi tecnici, rischia di essere una cattiveria gratuita, visto che prima o poi li fanno sbarcare.

L’hot spot di Lampedusa è di nuovo al collasso: anche lì la situazione è cronicizzata.
Le critiche mosse da una parte e dall’altra di chi ha governato non hanno permesso che la situazione di Lampedusa migliorasse. Diventa quasi un’autocritica, visto che da vent’anni la situazione è in stallo e nessuno ha voluto mai realmente dare una svolta al sistema di accoglienza sull’isola, che è sempre in affanno.

Cosa sarebbe necessario?

Intervenire sul centro ristrutturandolo per adeguarlo ai numeri e prevedere un sistema di trasferimento veloce da Lampedusa verso altri porti. Creare un sistema, che piaccia o non piaccia, fluido e rispettoso dei migranti e dei lampedusani. Investendo pochi milioni di euro si potrebbe fare un salto di qualità che sarebbe riconosciuto anche a livello europeo. Invece spesso siamo additati per come gestiamo la situazione quando invece avremmo tutte le competenze e le risorse per migliorare. Potremmo presentarci all’estero come i primi della classe, non sarebbe difficile. I migranti continueranno ad arrivare ma accoglierli in una struttura dove le condizioni sono dignitose e il servizio offerto è di qualità e i trasferimenti veloci è possibile.

Poi c’è la via dei corridoi umanitari. Quali sono le novità?
Andremo in Pakistan a fine settembre per organizzare altri corridoi umanitari per gli afgani, è parte del protocollo firmato con il governo italiano. Ora stiamo parlando anche con il governo turco e continua l’impegno per mantenere attivi i corridoi dall’Africa. Queste sono le risposte che noi società civile possiamo dare con le nostre forze. L’auspicio è che queste operazioni vengano sempre più emulate. Perché se si crea un sistema istituzionale a livello nazionale ed europeo, nel quale le vie legali d’ingresso diventano la norma, diminuirebbero di tanto le morti in mare e la necessità che le persone debbano partire. Voglio ricordare che negli stessi giorni in cui muoiono le persone in mare c’è un pezzo di società civile che rimane attiva e vigile sulla possibilità di far arrivare in maniera sicura e legale le persone.

Viaggio apostolico

Il Papa in Kazakhstan: “Non giustifichiamo mai la violenza, investiamo nella pace, non negli armamenti”

foto Vatican media/Sir
14 Set 2022

“Vediamo i nostri giorni ancora segnati dalla piaga della guerra, da un clima di esasperati confronti, dall’incapacità di fare un passo indietro e tendere la mano all’altro”. È la fotografia scattata dal papa, durante il Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali, esortati ad affrontare la “sfida planetaria” della pace. “Occorre un sussulto e occorre, fratelli e sorelle, che venga da noi”, l’appello di Francesco: “Se il Creatore, a cui dedichiamo l’esistenza, ha dato origine alla vita umana, come possiamo noi, che ci professiamo credenti, acconsentire che essa venga distrutta? E come possiamo pensare che gli uomini del nostro tempo, molti dei quali vivono come se Dio non esistesse, siano motivati a impegnarsi in un dialogo rispettoso e responsabile se le grandi religioni, che costituiscono l’anima di tante culture e tradizioni, non si impegnano attivamente per la pace? Memori degli orrori e degli errori del passato, uniamo gli sforzi, affinché mai più l’Onnipotente diventi ostaggio della volontà di potenza umana”. “È necessaria, per tutti e per ciascuno, una purificazione dal male”, la tesi del Papa: “Purifichiamoci, dunque, dalla presunzione di sentirci giusti e di non avere nulla da imparare dagli altri; liberiamoci da quelle concezioni riduttive e rovinose che offendono il nome di Dio attraverso rigidità, estremismi e fondamentalismi, e lo profanano mediante l’odio, il fanatismo e il terrorismo, sfigurando anche l’immagine dell’uomo”. “Non giustifichiamo mai la violenza”, la raccomandazione di Francesco: “Non permettiamo che il sacro venga strumentalizzato da ciò che è profano. Il sacro non sia puntello del potere e il potere non si puntelli di sacralità! Dio è pace e conduce sempre alla pace, mai alla guerra. Impegniamoci dunque, ancora di più, a promuovere e rafforzare la necessità che i conflitti si risolvano non con le inconcludenti ragioni della forza, con le armi e le minacce, ma con gli unici mezzi benedetti dal cielo e degni dell’uomo: l’incontro, il dialogo, le trattative pazienti, che si portano avanti pensando in particolare ai bambini e alle giovani generazioni. Esse incarnano la speranza che la pace non sia il fragile risultato di affannosi negoziati, ma il frutto di un impegno educativo costante, che promuova i loro sogni di sviluppo e di futuro. Investiamo, vi prego, in questo: non negli armamenti, ma nell’istruzione!”.

 

Emergenze sociali

Migranti – Unhcr: “Sei siriani morti di fame e di sete nel Mediterraneo, tra cui due bimbi piccoli e un dodicenne”

(foto: Open arms)
13 Set 2022

Ancora vittime nel Mediterraneo centrale: sei siriani, fra cui due bambini di uno e due anni, un 12enne e tre adulti, tra cui la nonna e la madre di alcuni bambini sopravvissuti. L’Unhcr pensa “che siano morti di fame e di sete. Molte delle persone sbarcate a Pozzallo presentano anche condizioni estremamente gravi, tra cui ustioni”. Unhcr esprime “profondo rammarico per l’ultima perdita di vite umane in mare e chiede il ripristino di un meccanismo di ricerca e soccorso rapido ed efficiente”. 26 i sopravvissuti che stanno sbarcando da una nave della Guardia costiera italiana a Pozzallo. Due persone, una donna e sua figlia, sono state evacuate a Malta ieri sera per essere curate. L’Unhcr è presente allo sbarco e sta lavorando con le organizzazioni non governative per garantire la necessaria assistenza ai sopravvissuti, incluso un supporto psicologico specializzato. “Questa inaccettabile perdita di vite umane e il fatto che il gruppo abbia trascorso diversi giorni alla deriva prima di essere soccorso evidenziano ancora una volta l’urgente necessità di ripristinare un meccanismo di ricerca e soccorso tempestivo ed efficiente, guidato dagli stati nel Mediterraneo”, ha dichiarato Chiara Cardoletti, rappresentante dell’Unhcr in Italia, Santa Sede e San Marino. “Il soccorso in mare è un imperativo umanitario saldamente radicato nel diritto internazionale. Allo stesso tempo, è necessario fare di più per ampliare i canali sicuri e regolari e crearne di nuovi per fare in modo che le persone in fuga da guerre e persecuzioni possano trovare sicurezza senza mettere ulteriormente a rischio le loro vite”. Quest’anno, oltre 1.200 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo.

Editoriale

Elezioni: è il momento di scegliere

(Foto: ANSA/Sir)
13 Set 2022

di Pino Malandrino
Mentre si consumano gli ultimi giorni di questa inedita campagna elettorale estiva- si vota domenica 25 settembre – il “partito degli indecisi e degli astensionisti”, secondo gli ultimi sondaggi,è in testa con una percentuale che si aggira intorno al 40%. Analoga situazione in Sicilia, dove molti elettori non sanno che lo stesso giorno si vota anche per le regionali. Da più parti si sostiene che l’interesse dei cittadini più che sulle elezioni sia proiettato su quello che riserverà loro il futuro. La gente ha paura non solo delle ristrettezze economiche, ma soprattutto della guerra e delle sue conseguenze. E,in più, nutre una profonda disistima nei confronti della classe politica. In un’Italia dove la povertà assoluta tocca più di 6 milioni di persone, assistere a una campagna elettorale, condotta con metodi vecchi e, per la prima volta nella storia, d’estate, più che avvicinare,allontana dalla politica. Il modo, poi, come si è arrivati alle elezioni – scioglimento anticipato delle Camere – nonché l’andamento stesso della campagna elettorale, fanno il resto. Una competizione decisa in fretta, senza una vera preparazione,caratterizzata da discredito degli avversari, da conflitti e divisioni perfino all’interno delle stesse coalizioni,senza una proposta organica per l’Italia del futuro. Da una siffatta politica quali frutti potranno venire?Le stesse promesse elettorali, senza indicarne i tempi e i costi,dimensionate più su un Paese in piena salute che su un sistema sociale ed economico in sofferenza, sembrano copiate su quelle delle elezioni passate: aumento delle pensioni, bonus a tutti, flat tax(unica tassa fissa per ricchi e poveri), rottamazione cartelle esattoriali e via di seguito. Per di più, in presenza di un debito di 2.600 miliardi, pari a una volta e mezza la ricchezza prodotta in un anno (PIL). Ad alimentare la disaffezione di gran parte dei cittadini ha contribuito, in aggiunta, la conclusione anticipata del Governo Draghi considerata,dai più,inopportuna, nonché la pessima legge elettorale con la quale voteremo. Fare cadere, senza valide motivazioni,il governo Draghi con una guerra in atto, una escalation del costo energetico e delle materie prime, una pandemia sempre in agguato e una allarmante inflazione, non è stata una scelta saggia. Queste elezioni, definite “delle occasioni perdute”, sono state ispirate più dal miraggio di un successo elettorale che da un vero senso di responsabilità. Si poteva e si doveva evitare di chiudere in anticipo la legislatura per consentire,al governo Draghi, di portare a termine il suo programmae, in più, fargli prendere, con la sua autorevolezza e imparzialità, quei provvedimenti scabrosi e impopolari, primo su tutti la manovra finanziaria che, come si sa, costituirà il primo scoglio per chi andrà a governare. Senza dire della mancata approvazione di una nuova legge elettorale, in sostituzione di quella attuale (Rosatellum) che, come è noto, premiando le coalizioni, obbliga a unioni di facciata, mettendo insieme, pur di vincere, tutto e il contrario di tutto. È quanto è avvenuto a destra dove, ad esempio, si ritrovano coloro che sono per le sanzioni alla Russia e i contrari, chi è per lo scostamento di bilancio e i contrari. Così come a sinistra, dove stanno insieme ai sostenitori di Draghi anche i suoi avversari, compresi coloro che sono “anti tutto”. Una legge elettorale che non solo impedisce, attraverso la formazione delle liste, un vero rinnovamento della classe politica, ma che svuota di valore il voto dei cittadini, i quali sono chiamati a mettere soltanto “croci”. Con i cosiddetti“collegi sicuri” e con i “listini bloccati” gli elettori, infatti, non potendo dare preferenze,non possono neppure scegliere, fra gli stessi candidati indicati dai partiti, quello di loro gradimento. Sembra già tutto deciso, compresi i nomi degli eletti! E tuttavia, non possiamo restare alla finestra a guardare;questo è il momento di scegliere. La collaborazione alla costruzione della casa comune implica una precisa responsabilità morale (Don Sturzo), anche perché la partecipazione alla vita politica, attraverso il voto,costituisce uno dei pilastri su cui si fonda la nostra democrazia.

Viaggio apostolico

Papa in Kazakistan – Mons. Mumbiela Sierra (vescovi Asia centrale): “Sulla Via della Seta, chiamati ad essere un ponte stabile tra Europa e Asia”

(Foto Vatican Media/SIR)
13 Set 2022

di M. Chiara Biagioni

 

“Noi siamo un ponte tra l’Europa e l’Asia ed è necessario che i ponti non cadano, per il bene di entrambe le sponde. La stabilità dei ponti è la garanzia di una buona comunicazione tra i popoli. Forse l’antica Via della Seta è ora chiamata a essere non solo un luogo di incontro tra culture diverse, ma anche un sostegno per loro”. È mons. José Luis Mumbiela Sierra, vescovo di Almaty e dal 29 aprile di quest’anno presidente della Conferenza episcopale dell’Asia centrale, a raccontare al Sir la “vocazione” di queste terre. Sono il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Mongolia e Afghanistan e domani – 13 luglio – accoglieranno Papa Francesco. Il Santo Padre arriverà a Nur-Sultan e il 14 settembre parteciperà al “VII Congress of Leaders of World and traditional Religions”, insieme a 108 delegazioni provenienti da 50 Paesi, leader spirituali delle religioni mondiali e tradizionali dell’Islam, Cristianesimo, Buddismo, Ebraismo, Induismo, Taoismo, Zoroastrismo, Shintoismo. All’incontro è centrato sul tema “Il ruolo dei leader delle religioni mondiali e tradizionali nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità nel periodo post-pandemico”, parteciperanno anche il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb, e il rabbino capo di Israele David Lau. Oltre alla partecipazione al Congresso, Papa Francesco visiterà le piccole comunità cattoliche di questa terra. Un viaggio all’insegna del motto “Messaggeri di pace e unità”. Culmine di questa visita sarà la messa di mercoledì 14 luglio, nell’areo Expo, alla quale sono attesi circa 3.000 pellegrini provenienti da Kazakistan, Uzbekistan, Mongolia, Kirghizistan, Russia e altri Paesi.

Mons. Mumbiela, che significato hanno per il Kazakistan la visita di Papa Francesco a Nur Sultan e la sua partecipazione al Congresso dei leader religiosi mondiali?

La sua presenza serve senza alcun dubbio a sottolineare la vocazione di questo Paese a essere un modello di convivenza pacifica tra etnie e religioni diverse. Nei suoi trent’anni di indipendenza, il Kazakistan ha voluto mettere in evidenza questa tabella di marcia nel suo nuovo percorso storico. Si tratta di un progetto coraggioso che ha incontrato e incontrerà ostacoli, ma vale la pena essere fedeli ai grandi principi anche quando portano a incomprensioni, indifferenza o rifiuto. Ci sono obiettivi per il futuro che sono degni di tutti i nostri sacrifici. Nello specifico, il Congresso mondiale dei leader religiosi acquisisce con la presenza del Santo Padre il suo massimo livello e riconoscimento. Credo che con la sua visita il Congresso si collochi come una piattaforma di dialogo a livello mondiale di prim’ordine. Preghiamo che il lavoro di questo Congresso non rimanga solo a livello di parole dette o scritte, ma che si incarni nella storia, che serva veramente a guidare e gestire i cambiamenti necessari a livello mondiale per una migliore convivenza sociale e globale.

Quale messaggio attendono oggi il Kazakistan e i Paesi dell’Asia Centrale da Papa Francesco? Quali sono le sfide più urgenti che attraversano queste terre e quali invece le speranze che questi popoli possono dare all’Europa e ad un mondo purtroppo in guerra?

Come tutto il mondo di oggi, i nostri Paesi hanno bisogno di parole di incoraggiamento e di speranza, di parole coraggiose che tocchino il cuore di coloro che prendono decisioni sul destino dei popoli e delle famiglie, di parole che ci aiutino a continuare a camminare con gioia in mezzo alle difficoltà, di parole che ci incoraggino a continuare a credere nella forza dell’Amore, di parole che ci rafforzino nella nostra amicizia con Gesù Cristo. Molte persone in queste terre vivono sotto il peso dell’incertezza davanti al futuro. Allo stesso tempo, nella nostra semplicità possiamo fornire un modello di coesistenza pacifica tra nazionalità e religioni differenti.

Questa visita e questo congresso avvengono mentre è in atto in Ucraina una guerra. Cosa possono dire i leader delle religioni mondiali ai potenti della terra che detengono il potere e il destino dei popoli?

Nel capitolo 8 dell’enciclica Fratelli tutti, il Santo Padre spiega molto bene come le religioni siano chiamate al servizio della fraternità nel mondo. Credo che questa enciclica costituisca un segno particolarmente profetico, visti i tempi in cui viviamo. Più che esprimere la mia opinione, credo che dovremmo aspettare “con fame” i discorsi del Papa in questi giorni, perché credo che questi giorni offrano la cornice giusta per lanciare un messaggio chiaro in questo senso, per esprimere una proposta che riempia di speranza tutti noi che stiamo soffrendo l’instabilità generalizzata causata da un conflitto che va ben oltre le tragiche situazioni che si vivono in Ucraina.

Che significato invece ha questa visita del Papa per le piccole comunità cattoliche dell’Asia Centrale? Che ruolo svolgono in questa parte del mondo che si trova tra Europa e Asia?

La visita del Papa è sempre uno stimolo per far sì che il sale e la luce che noi cattolici siamo chiamati a trasmettere in questo Paese non vadano persi e non si spengano. La sua visita sarà un momento di grazia affinché noi discepoli di Gesù Cristo possiamo rinnovare la nostra fede, speranza e carità. In questo modo, attraverso la nostra umile testimonianza, tutto il Paese potrà ricevere una benedizione maggiore, perché la testimonianza autentica della fede è un guadagno per tutti coloro che vivono tra noi. Molto dipende dalla nostra personale fedeltà al Vangelo. Forse il solo fatto che i cattolici del Kazakistan (e dell’Asia centrale in generale) siano per lo più di origine europea ci aiuta a comprendere la nostra vocazione di “ponte” tra culture diverse che, grazie alla stessa fede cristiana, si arricchiscono di uno spirito di comunione più profondo della semplice appartenenza a un gruppo etnico o linguistico.

Perché Papa Francesco alla fine ha deciso di venire a Nur Sultan, nonostante le difficolta di salute? Che cosa gli vorrebbe dire quando lo vedrà?

Nel colloquio telefonico che il Santo Padre ha avuto qualche settimana fa con il presidente del Kazakistan, Kassym Khomart Tokayev, Papa Francesco ha sottolineato che apprezza molto il valore di questo Congresso nel favorire sia il dialogo interreligioso sia l’unità e il riavvicinamento dei governi, soprattutto alla luce dell’attuale situazione mondiale. Si tratta certamente di un’occasione provvidenziale da non perdere: nel cuore geografico dell’Eurasia si ascolterà un appello speciale all’unità e al dialogo, un appello corroborato dai leader delle diverse confessioni religiose. Il Papa sta dimostrando ancora una volta di fare tutto il possibile, nonostante le sue condizioni di salute limitate, per costruire ponti di pace e di dialogo, per risolvere i conflitti attuali e porre le basi che servano a evitare un futuro ancora più oscuro. Cosa posso dirgli? Vorrei esprimergli e trasmettergli tutto l’affetto e il sostegno dei cattolici di questo Paese, la nostra gratitudine per la sua testimonianza e vicinanza, così come il nostro impegno a portare avanti la grande missione che Cristo ha affidato a tutti noi, anche se siamo una piccola minoranza.

Salute

Covid-19. Cauda (Gemelli): “Con nuovi vaccini bivalenti ottima protezione da forme gravi. Inizia fase di convivenza con il virus”

(Foto: ANSA/SIR)
13 Set 2022

di na Pasqualin Traversa
Al via sui portali delle Regioni le prenotazioni delle vaccinazioni con i nuovi vaccini bivalenti Comirnaty di Pfizer e Spikevax di Moderna che contengono lo Spike di Wuhan più quello aggiornato di Omicron 1 (BA.1). Sempre oggi, in sette Regioni oltre sette milioni di studenti sono tornati in classe in un clima di relativa serenità, cessati gli effetti della normativa speciale legata al Covid-19. Roberto Cauda, ordinario di malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive al Policlinico Agostino Gemelli Irccs di Roma, nonché consulente esterno dell’Ema, spiega il funzionamento e l’efficacia dei nuovi vaccini e guarda all’autunno con ottimismo.

Professore, come funzionano questi due nuovi vaccini adattati a Omicron 1?
Si tratta di vaccini genici, non troppo diversi da quelli fino ad ora utilizzati, una parte dei quali è il vaccino classico costruito sul virus di Wuhan, il virus archetipo, quello che abbiamo ricevuto finora, e l’altra è invece adattata a Omicron 1 che come sappiamo è una variante molto diversa dalle precedenti perché non presenta solo qualche mutazione dello Spike, ma addirittura 50.

Foto: Policlinico Gemelli

Omicron 1 non sta più circolando in Italia; attualmente oltre il 90% del virus circolante è Omicron 5, sottovariante sulla quale il nuovo vaccino non è tarato.
E’ vero, ma alcuni trial hanno dimostrato che

se la protezione di questo vaccino bivalente è ottima per Omicron 1, è buona anche per Omicron 4 (BA.4) e Omicron 5 (BA.5).

Le industrie farmaceutiche stanno comunque già lavorando ad un nuovo vaccino aggiornato su Omicron 4 e 5 che non credo stravolgerà l’efficacia dell’attuale bivalente in circolazione, già molto alta.

L’Ema (Agenzia europea del farmaco) e l’Ecdc, Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie hanno rilasciato il 6 settembre una dichiarazione congiunta, seguita il giorno dopo in Italia da una circolare del ministero della Salute. A chi è raccomandato questo nuovo vaccino?
La circolare del Ministero traccia il perimetro all’interno del quale in maniera prioritaria devono essere somministrati questi nuovi vaccini bivalenti: come quarta dose (o meglio secondo richiamo) a soggetti over 60, o con patologie sottostanti, a immunocompromessi, personale sanitario, ospiti e personale delle Rsa, a donne in gravidanza. Tutte categorie di persone per le quali è bene “rafforzare” l’immunità che già si è acquisita con la terza dose (primo richiamo). Occorre tuttavia sottolineare che una percentuale non irrilevante di soggetti eleggibili a questo primo richiamo non lo ha ancora ricevuto. Tuttavia è importante farlo: i vaccini non interrompono la trasmissione del virus, l’infezione può verificarsi egualmente, ma proteggono in maniera elevata dalle forme gravi. Questa ultima grande ondata estiva ha dimostrato chiaramente che, pur in presenza di oltre 100mila contagi al giorno non c’è stato uno stress su ospedali e terapie intensive, e il numero dei decessi è rimasto contenuto rispetto a quanto verificatosi in precedenza.

Il nuovo vaccino è raccomandato ad un’ampia platea di soggetti per diversi motivi “a rischio”. Gli altri?
Il Ministero non ha ancora stabilito, ma si riserverà a breve di farlo, se questi soggetti dovranno o meno fare un richiamo. Oltre ad un’immunità legata agli anticorpi – che nei mesi successivi alla vaccinazione tende a diminuire progressivamente – esiste un’immunità cellulare che perdura nel tempo e impedisce che si sviluppino forme gravi di malattia anche a distanza di mesi dal vaccino. E’ dunque probabile che nei soggetti più giovani che non presentano patologie sottostanti e che hanno verosimilmente risposto in maniera adeguata alla somministrazione delle precedenti vaccinazioni, non si debba al momento procedere con un secondo richiamo. A meno che non si verifichi uno scompaginamento delle carte dovute ad una nuova variante, credo bisognerà convivere con questo virus, ed oggi siamo in grado di farlo.

Intende dire che possiamo ritenere conclusa la fase pandemica? Un segnale in questo senso viene anche dalla scuola con l’abolizione dell’obbligo di mascherina e della Dad…
Siamo in un’interessante fase di transizione. L’allentamento delle misure precedentemente in vigore, tra cui la riduzione della quarantena e dell’isolamento, mostrano che ci stiamo avviando verso un modello di contrasto simile – pur trattandosi di due malattie diverse – a quello dell’influenza: non siamo in grado di interrompere l’infezione ma si proteggono le persone più a rischio dalle forme gravi. Questa pandemia potrebbe avere una coda ulteriore con la quale è bene convivere proteggendo i più fragili. Occorre inoltre mettere in campo un sistema di sorveglianza epidemiologica simile a quello, ottimo, che abbiamo con Influ-net.

Quindi la fase più complicata sembra ormai alle spalle?
Verosimilmente sì, anche grazie al fatto che abbiamo quasi il 90% della popolazione adulta vaccinata e disponiamo di nuovi vaccini, farmaci e anticorpi monoclonali. Pur con le dovute differenze, oggi siamo in un contesto simile a quello dell’influenza.

Questo lo scenario attuale. In prospettiva, dicevamo, il vaccino contro Omicron 4 e 5, sempre insieme al ceppo di Wuhan. Perché?
Esiste un fenomeno immunologico che si chiama “original sin” (peccato originale, ndr), in base al quale il nostro sistema immunitario risponde in maniera prioritaria contro l’antigene (il vaccino) che ha già “visto”, con cui ha avuto un primo impatto, più che verso uno nuovo. Tende cioè ad utilizzare la memoria immunologica: questo meccanismo spiega la scelta di conservare Wuhan anche negli attuali vaccini.

Possiamo immaginare un vaccino che blocchi del tutto l’infezione?
In India e in Cina sono attualmente in fase di sperimentazione due vaccini che potrebbero essere utilizzati come vaccinazioni primarie o richiami, o addirittura uniti al vaccino per via sistemica, perché somministrati o per bocca o per via inalatoria potrebbero stimolare un’immunità locale a livello del naso e della bocca, vie di ingresso del virus, bloccandone in questo modo l’accesso e impedendo l’infezione. Come accade con altri tipi di vaccini, ad esempio quelli contro il morbillo e il vaiolo.

Diocesi

Consegnato dalla Confraternita di Maria SS Addolorata e San Domenico a Maria De Giorgio il premio ‘Cuore di donna’ 2022

foto G. Leva
13 Set 2022

di Marina Luzzi

Entrano nel vivo i festeggiamenti della per la propria Titolare. Ieri sera all’esterno della chiesa di san Domenico è stato assegnato il premio “Cuore di donna”.  Per l’edizione 2022 il riconoscimento è andato a Maria De Giorgio, volontaria dell’opera di carità Casa, che assiste gli indigenti della Città vecchia. Istituito nel 1995 dall’allora consiglio di amministrazione presieduto dall’allora priore Antonio Liuzzi, il premio vuole essere un faro di luce acceso su chi, spesso in silenzio, svolge la propria attività di volontariato e sensibilizzazione sul territorio.  «Per noi – spiega il commissario arcivescovile Giancarlo Roberti – questo è uno dei fondamentali appuntamenti del settenario della Festa Grande. Quest’anno sono contento e felice di aver assegnato il premio ad una donna davvero meritevole, dalla grande umanità, come abbiamo scritto nelle motivazioni. Serve la confraternita da volontaria, senza essere consorella. E non accade spesso». «Un riconoscimento – commenta a margine Maria De Giorgio – che non mi aspettavo. Non penso di meritarmelo. Sono una semplice volontaria, che fa tutto con il cuore. È un riconoscimento sincero e una dimostrazione di grande affetto e stima da parte di don Emanuele Ferro, padre spirituale della confraternita e di Giancarlo Roberti, commissario arcivescovile. Durante la pandemia abbiamo vissuto un periodo pieno di difficoltà. Eravamo sul territorio ogni giorno, consegnando pane, focacce, pasti pronti. Prestare aiuto con quel clima, con la paura di contagiarsi, pur utilizzando tutte le norme di sicurezza, è stato complesso ma non abbiamo mollato e abbiamo continuato a lavorare in sordina. La pandemia ha portato tanta gente in condizioni disastrose e anche oggi, con il lavoro che manca, molte di loro non si sono riprese. Purtroppo anche tanti bimbi hanno sofferto». Maria De Giorgio come volontaria lavora anche per altre realtà, come “Gli amici di Manaus” «ma il volontariato in Città vecchia è diverso. Tocchi con mano una grande povertà, che spesso va a braccetto con una grande dignità. Difficilmente le persone dell’isola chiedono, sono chiuse ma se riesci ad entrare nei loro cuori, anche con un sorriso, si diventa amici. Di fatto come Casa siamo una goccia in un territorio che ha bisogno di tanto ma noi continuiamo con la nostra luce nella Mamma Addolorata. Come lei ha ascoltato le parole del Padre, anche noi dobbiamo ascoltare le persone che vengono a bussare alla nostra porta».  Durante la serata sono state assegnate anche le medaglie d’oro ai confratelli e alle consorelle che hanno raggiunto i 50 anni di appartenenza alla confraternita e le borse di studio ai figli dei confratelli e delle consorelle che hanno conseguito la licenza media e il diploma di maturità con ottimi voti nello scorso anno scolastico. «Un incentivo a continuare a studiare e credere in se stessi» – conclude il commissario Roberti.

foto G. Leva

 

Sport

Sara Gentile: “Io e il jujitsu, l’arte più completa, che vorrei alle Olimpiadi”

12 Set 2022

di Paolo Arrivo

È stata l’ospite speciale di uno degli eventi utili alla promozione della disciplina. Del raduno tecnico e presentazione della formazione del Team Italia di jujitsu, che prenderà parte al Campionato europeo di Random Attacks, in Spagna, ad ottobre. Un appuntamento appetibile per la campionessa in carica Sara Gentile. Potrebbe mancarlo, tuttavia. “Purtroppo ed a malincuore, a causa di impegni universitari, la mia partenza è ancora incerta”, dichiara l’atleta, che in questa intervista si sofferma sulla parola “arte” a identificare la sua disciplina sportiva. Seguita dalla squadra in cui milita, la Yawara, e dal maestro Massimo Cassano, la giovane tarantina (23 anni da compiere) avrà altre occasioni per confermare il proprio valore sul tatami.

Facciamo un passo indietro, ripercorriamo le competizioni che l’hanno vista protagonista…

“Tutto è partito dal primo Europeo tenutosi a Taranto. Con grande preparazione ed entusiasmo mi sono trovata a prendere atto di una delle più belle competizioni mai svolte prima. Il secondo evento si è poi tenuto in Olanda e mi ha messo ancora più carica, dandomi la forza di andare avanti (si è riconfermata campionessa europea nella categoria Juniores, ndr). Ho avuto modo di gareggiare in altre competizioni, riguardanti un’altra specialità, e che ha portato sia me che il mio compagno di gare Ruben Cassano ad ottenere ottimi risultati”.

Da dove nasce la sua passione per il jujitsu?

“La mia passione è sempre stata quella delle arti marziali, sin da bambina. Ho praticato inizialmente il judo ma poi vedendo un’esibizione di jujitsu ho capito che quella sarebbe stata la mia arte. E così è stato”.

Le arti marziali, in generale, stanno crescendo. Pensiamo al karate che ha debuttato alle Olimpiadi. Non mancano gli atleti e le eccellenze legate al territorio ionico (Silvia Semeraro, su tutte). È d’accordo? E quali sono le criticità legate al suo sport?

“Sì, concordo. Io ho avuto modo e l’onore di veder esibirsi la campionessa Semeraro. È davvero una forza della natura e riesce ad eccellere nell’altra arte marziale che è in molti aspetti simile alla mia. Vorrei tanto che un giorno il jujitsu fosse riconosciuto a livello olimpionico in quanto non ha nulla di meno rispetto alle altre discipline, anzi penso sia l’arte più completa, inglobante molti aspetti del karate, judo, taekwondo”.

Tra i suoi obiettivi, ha un sogno da realizzare?

“Il mio sogno sarebbe proprio quello di gareggiare alle Olimpiadi, dando così onore alla mia arte”.

Editoriale

Regno Unito: il crepuscolo degli dei?

(Foto ANSA/SIR)
12 Set 2022

di Emanuele Carrieri

Con Elisabetta, regina del Regno Unito e del Commonwealth, capo di Stato per più di centocinquanta milioni di persone sparse su ben tre continenti, dalla Nuova Zelanda al Canada, scompare un punto di riferimento fondamentale per il suo paese e per il mondo intero. Gli ultimi giorni Elisabetta li ha trascorsi a Balmoral, dove solo pochi giorni fa ha assistito al quindicesimo cambio al vertice del governo britannico. Da Churchill a un giorno passato in compagnia di Boris Johnson e Liz Truss: deve essere stato troppo pure per lei. La morte della regina sta generando diffusa commozione in Inghilterra e nel resto del Regno Unito soprattutto fra chi ha visto in lei una persona di buon senso e dignità istituzionale, tanto più apprezzata quanto più stridente era il contrasto con i sempre più indecenti e scriteriati vertici politici del suo paese. Era diventata regina nel 1952, all’epoca del più grande impero che la storia abbia mai conosciuto, quello su cui non tramontava mai il sole. L’ha visto a poco a poco disgregarsi: l’ultima ad andarsene la Repubblica di Barbados nel dicembre 2021. Nella scorsa primavera un disastroso viaggio di suo nipote William nei Caraibi suggerì che molti altri seguiranno a breve. Da capo del Commonwealth, la seconda più grande organizzazione mondiale con cinquantasei stati, un tempo parte dell’impero, quasi un terzo della popolazione globale e un quinto delle terre emerse, ha fatto tutto quello che poteva per rallentare il processo. Un esperimento di declino gestito di discutibile utilità e scarse prospettive, perché a finire non è un’era del mondo, ma del Paese che, fino a non troppo tempo fa, ne guidava la metà. Fino alla morte in mondovisione e in diretta, sotto supervisione medica, tutta la sua vita è stata un lungo, lunghissimo reality show. Anche grazie a suo marito Filippo, a capo del team che curò la cerimonia di incoronazione del 1953 e stabilì di mandarla in diretta, trasformando per la prima volta uno spettacolo reale nell’inizio di una soap opera lunga un secolo, la favola bella dei matrimoni meravigliosi di principi e principesse stregati dall’ultima corona che conta. Lo stesso continuò negli anni a incoraggiare “the firm”, la ditta, a essere più telegenica, raggiungendo un posto nella videocrazia, sceneggiatore ante-litteram della serie televisiva “The Crown”, la corona, incentrata sulla vita di Elisabetta e sulla famiglia reale britannica. Anche per tutto questo, Elisabetta è stata una vera icona, consacrata da Andy Warhol e da sketch incancellabili, come quando fu “paracadutata” sullo stadio dei giochi della Olimpiade di Londra 2012 o quando tirò fuori dalla pochette pane e marmellata per celebrare il giubileo per i settanta anni di Regno in compagnia dell’orso Paddington. Memorabili pure le sue incursioni europeiste degli anni della Brexit, interventi subliminali che fanno il paio con il “pensateci bene” prima del referendum sull’indipendenza scozzese del 2014. Non potrà dire niente sul prossimo referendum. Ma chissà che cosa dirà allora su moltissime questioni aperte Carlo III, al quale ha scelto di non lasciare il trono con anticipo, in questo superata in modernità perfino dal meno progressista dei papi romani. Non si è mai fidata molto di lui, sorpassato in fiducia addirittura dal premier scozzese e laburista Tony Blair, forse perché, anche per colpa di suo figlio, furono i punti più bassi del lungo regno, il 1992, che lei stessa definì annus horribilis, in un discorso pronunciato alcuni mesi dopo il quarantesimo anniversario dell’ascesa al trono: la separazione da Diana Spencer e il mercoledì nero, giorno in cui la lira italiana e la sterlina britannica furono costrette a uscire dal sistema monetario europeo. Per non parlare, poi, del 1997, in cui perse il polso del suo Paese, rifiutandosi di rientrare a Londra alla notizia della morte di Diana. “Dall’impero alla Brexit”: probabilmente, questa è una sintesi smoderatamente brutale del regno di Elisabetta, ma in fondo è una descrizione puntuale del Regno Unito degli ultimi decenni, che non ha mai smesso di rimpicciolirsi e rischia un’ennesima amputazione. Altri paesi potrebbero, infatti, abbandonare il simbolo monarchico. L’ultimo ad averlo fatto è stata Barbados, un’isola caraibica abitata da trecentomila persone il cui governo ha affermato che “è arrivato il momento di lasciarci alle spalle il nostro passato coloniale”. Ma la lista non si concluderà con Barbados. La notizia è passata fin troppo inosservata, ma nel maggio scorso, quando i laburisti hanno vinto le elezioni legislative in Australia, hanno nominato, fra gli altri, pure un sottosegretario per la repubblica. Il partito vorrebbe organizzare un referendum per transitare dalla monarchia alla repubblica nella ipotesi in cui ottenesse un secondo mandato. Con la scomparsa di Elisabetta non si volta soltanto la pagina coloniale, ma anche quella postcoloniale. Era diretta discendente della regina Vittoria e ha così vissuto la transizione postcoloniale. Carlo III dovrà fronteggiare un mondo completamente diverso. Toccherà a lui affrontare le spinte dell’indipendentismo scozzese e del separatismo nordirlandese ma innanzitutto decidere se spezzare l’incantesimo, chiudere l’ultima stagione della serie e lasciare che si avvii il processo di autoriforma costituzionale che possa portare il Paese nell’avvenire, in un futuro almeno europeo. Piuttosto che niente!

Cinema

Con “Chiara” Susanna Nicchiarelli racconta la radicalità e attualità della Santa di Assisi

(Foto: Emanulea Scarpa/Vivo film Tarantula)
12 Set 2022

di Sergio Perugini

Sessant’anni dopo “Francesco d’Assisi” (1966) di Liliana Cavani, Susanna Nicchiarelli realizza “Chiara”, attento e acuto ritratto della Santa lontano dal facile agiografico. La regista attraverso la sua vibrante carica narrativa, il suo sguardo rock, ci propone la figura di Chiara come donna luminosa e libera, una libertà schiusa dall’incontro con la fede. Una donna soprattutto radicale: una “femminista” anzitempo

È dedicato a Chiara Frugoni, nota storica e medievalista italiana scomparsa nell’aprile 2022, il film “Chiara” firmato da Susanna Nicchiarelli. La regista romana di origini umbre, seppure non credente, si è accostata alla figura di Chiara durante un viaggio ad Assisi,soffermandosi poi durante il lockdown sugli scritti della Frugoni. Lì, nel tempo forzatamente sospeso a causa della pandemia, la Nicchiarelli ha deciso di voler raccontare la storia di quella ragazza straordinaria vissuta all’inizio del XIII secolo, che ha segnato (e rinnovato) insieme con san Francesco il cammino della Chiesa.

La storia. Assisi, 1211. Chiara (Margherita Mazzucco) abbandona casa appena diciottenne per seguire le orme di Francesco (Andrea Carpenzano). Nonostante i tentativi intimidatori dei familiari, non cambia idea, ma inizia al contrario a ispirare altre ragazze e donne, che si uniscono al suo cammino di povertà. A frenare il suo progetto c’è però il Cardinale Ugolino – papa Gregorio IX (Luigi Lo Cascio)…

(Credits_Emanulea_Scarpa_2022_Vivo_film__Tarantula)

“La forza della storia di Chiara sta per me nella sua radicalità”. È quanto sottolinea la regista Susanna Nicchiarelli, precisando la prospettiva da cui osserva la figura di Chiara. La sua, aggiunge l’autrice, è “una radicalità che è sempre attuale, e che ci interroga in qualsiasi epoca. È la storia di una diciottenne che, per quanto in un contesto davvero distante dal nostro, abbandona la casa paterna, la ricchezza, la sicurezza, per combattere per un sogno di libertà:la mia speranza è che il film trasmetta a tutti l’energia di questa battaglia”.

“Chiara” arriva nella carriera professionale della Nicchiarelli dopo altri due ritratti di donne forti e controcorrente: “Nico, 1988” (2017), sulla cantante dei Velvet Underground, e “Miss Marx” (2020), sull’attivista inglese Eleanor Marx. Dopo di loro c’è dunque “Chiara”, la storia di una Santa, proposta per il suo coraggio profondamente umano, quello del tener testa a un mondo patriarcale, particolarmente rigido nei confronti delle donne.Una diciottenne che ha avuto il coraggio di rinunciare a se stessa, alle sue agiatezze, per seguire un sogno di povertà, la vocazione accesa dalla fede, sull’esempio di Francesco d’Assisi. Una religiosa che rifiuta di chiudersi in convento, il prevedibile cammino claustrale, ma vuole condividere insieme alle sue sorelle il messaggio del Vangelo tra la gente e con la gente.

La Nicchiarelli rispetta il tempo della storia di Chiara, lo abita con il suo sguardo accorto e puntuale, inserendo però anche elementi di “ribellione” che si ricollegano alla sua cifra stilistica. Il film è infatti attraversato da raccordi musicali, in linea con lo spirito del tempo, come pure da una scarica contemporanea di sound rock. Sì perché la forza della sua Chiara è quella di essere inserita nel perimetro della Storia, ma protesa verso l’oggi.

Ancora, aspetto nodale del racconto è il temperamento di Chiara: tiene conto delle regole che la società impone, ma non si rassegna a esse, soprattutto se sono marginalizzanti e “discriminanti” verso le donne. La giovane e brava Margherita Mazzucco, appena uscita da set della serie Tv “L’amica geniale” che l’ha lanciata, cesella lo sguardo di Chiara con forza e delicatezza, in maniera mite e fiera, umile e libera. Una Chiara determinata e resiliente, ben più solida del suo amico Francesco, come anche lui le riconosce.

Nell’insieme il film dimostra carattere, originalità, seppure di costruzione apparentemente classica; la Nicchiarelli mette a segno un’altra prova di regia grintosa. Raccomandabile, poetico, per dibattiti.