Mons. Caiazzo (Matera): “Tornare al gusto del pane” significa “uscire dalla logica di guerre condotte con ogni tipo di armi” compresa “la privazione del grano”
Stiamo assistendo al ricatto all’umanità, soprattutto quella più povera e bisognosa, attraverso la privazione del bene primario che è il pane
“Tornare al gusto del pane” significa “uscire dalla logica di guerre condotte con ogni tipo di armi. La peggiore delle quali è il ricatto all’umanità, soprattutto quella più povera e bisognosa, attraverso la privazione del grano e quindi del bene primario che è il pane. Oppure quella energetica che mette seriamente in crisi l’economia mondiale ma soprattutto le famiglie già duramente provate dalla pandemia”. Lo ha affermato, domenica 11, l’arcivescovo di Matera-Irsina, mons. Giuseppe Antonio Caiazzo, nell’omelia pronunciata durante la messa che ha presieduto in cattedrale e trasmessa su Rai Uno.
Il presule ha incentrato la sua riflessione a commento delle letture offerte dalla liturgia ricordando che a Matera “tra qualche giorno si svolgerà il XXVII Congresso eucaristico nazionale” sul tema “Torniamo al gusto del pane, per una Chiesa eucaristica sinodale”.
“Tornare al gusto del pane – ha sottolineato l’arcivescovo – significa sentire il sapore dell’amore di Dio donato nell’Eucaristia, Parola che si è fatta carne nel seno di Maria e a noi donata nel Figlio, Gesù. Quanti riceviamo Gesù, diventiamo figli nel Figlio, quindi fratelli che si sanno accogliere, perdonare, gioire e piangere insieme, condividendo ogni cosa, facendo festa. È la logica del dono”. “Tornare al gusto del pane significa, allora, ritrovare il volto del Padre misericordioso, del Dio amore che mette l’anello al dito del figlio ritrovato, i sandali ai piedi, i vestiti regali”, ha proseguito, evidenziando che “è il Dio di Gesù Cristo che ridona dignità a chi l’ha perduta, apre i mari della disperazione, calma le acque agitate, fa approdare a nuovi lidi”. Riferendosi alla pagina evangelica, l’arcivescovo ha rilevato che “attraverso le tre parabole della misericordia – la pecora perduta, la moneta smarrita e il padre misericordioso – Gesù ci mostra il vero volto di Dio, quello di chi non vuole perdere nessuno dei suoi figli”. “La sua forza – ha ammonito – si chiama amore, misericordia, perdono, nostalgia di casa e gusto della festa. È l’immagine più bella della missione della Chiesa che celebra l’Eucaristia, accogliendo tutti i figli che ritornano e non abbandonando quanti potrebbero allontanarsi”. “Alla Madonna della Bruna – ha concluso mons. Caiazzo – affidiamo il Congresso eucaristico nazionale: è Lei che continua ad indicarci il Figlio, Gesù, quale cibo di vita eterna. Con Maria desideriamo tornare al gusto del pane per una Chiesa eucaristica e sinodale”.
È il discorso con il quale re Carlo III si è inserito nel cuore della nazione raccogliendo l’eredità della mamma Elisabetta. E anche il discorso con il quale il nuovo sovrano ha promesso solennemente, come già aveva anticipato nelle scorse settimane, che lascerà i suoi interessi e le sue charities e smetterà di esprimere opinioni personali per mettersi al servizio della nazione.
Il monarca ha parlato alle 18 ora inglese, proprio quando i sudditi si riuniscono attorno alla tavola per la cena, vestito di nero, il viso segnato dal lutto. Con una foto della mamma sorridente in azzurro accanto a lui sulla scrivania.
“Mia mamma è sempre stata un esempio per me e la mia famiglia e le dobbiamo un debito che sentiamo profondamente”, cosi ha cominciato il suo discorso il re, “Ci ha garantito affetto. Ci ha guidato. Ci ha compreso e ci ha dato un buon esempio. La Regina Elisabetta era una vita vissuta bene. Una promessa col destino mantenuta e viene pianta da molti oggi che è scomparsa”.
Re Carlo III ha poi parlato del dolore del lutto che prova, insieme a tanti altri, della gratitudine per i doni della mamma e del senso di servizio che il suo nuovo ruolo comporterà.
“Insieme al dolore personale, che ciascun membro della mia famiglia prova, in questo momento, condividiamo con ciascun suddito dei Paesi nei quali la Regina è stata capo di stato un profondo senso di gratitudine per gli oltre settant’anni nei quali mia mamma, come Regina, ha servito la gente di cosi tante nazioni”, ha detto.
In una nazione, come il Regno Unito, dove la monarchia è la fibra stessa della vita nazionale questa sera re Carlo III ha preso il posto della mamma Elisabetta. Un figlio sofferente per il lutto, un erede al trono, dopo tanti anni di attesa installato nel suo ruolo, il nuovo monarca ha promesso di continuare quel “servizio durato una vita” vissuto dalla madre. “Nel 1947, quando ha compiuto 21 anni, mia mamma si è impegnata, in un discorso al Commonwealth alla radio a Cape Town, per dedicare la sua vita, fosse corta o lunga, al servizio dei suoi sudditi. Quella era più di una promessa. Era un impegno personale profondo che definì la sua intera vita. Ha fatto sacrifici per il dovere. La sua dedizione non si è mai indebolita, attraverso momenti di felicità e di tristezza. Rinnovo oggi, davanti a voi, quell’impegno che mia mamma prese”.
“Anche io, questa sera, vi prometto solennemente, per gli anni che Dio ancora mi concede di vivere, di difendere i principi costituzionali che sono nel cuore della nostra nazione. Dovunque vi troviate, nel Commonwealth o nel Regno Unito e qualunque sia il vostro background mi impegno a servirvi con lealtà, rispetto e amore come ho fatto durante la mia vita”.
Re Carlo III ha riempito il vuoto lasciato dalla mamma sovrana rifacendo le stesse promesse anche per quanto riguarda la dimensione religiosa e spirituale. Allontanandosi dalla polemica che aveva scatenato nel 1994, quando aveva detto di voler essere difensore di tutte le fedi e non soltanto di quella anglicana, il sovrano ha rinnovato l’impegno della mamma per la promozione della “Chiesa d’Inghilterra”.
“Il ruolo e i doveri della monarchia rimangono, attraverso i cambiamenti dei tempi”, ha detto re Carlo III, “cosi come l’impegno e le particolari responsabilità del sovrano nei confronti della Chiesa d’Inghilterra, una Chiesa nella quale la mia stessa fede è cosi profondamente radicata. In quella fede e nei valori che ispira sono stato cresciuto a dare valore a un senso di dovere nei confronti degli altri e a considerare con un rispetto particolare le tradizioni preziose, libertà e responsabilità della nostra unica storia e del nostro sistema parlamentare”.
Infine un omaggio alla famiglia. Alla moglie Camilla sulla quale, ha detto, “ho imparato a contare moltissimo”. Al figlio William, che prende il suo posto diventando principe di Galles, e alla moglie Catherine che lo sostiene nel suo ruolo. A Harry e Meghan che costruiscono la loro vita all’estero. A “mama” e “papa” ai quali deve un grazie speciale.
Oggi riaprono i battenti gli istituti di 7 regioni, dopo l’avvio anticipato, come ogni anno, nella Provincia autonoma di Bolzano (5 settembre). Entro il 19 tutti gli alunni torneranno in classe. Con alcune novità: cessati gli effetti della normativa speciale legata al Covid-19, il ministero dell’Istruzione ha escluso l’attivazione della Dad. Le mascherine in classe saranno obbligatorie solo per alunni e docenti fragili; si potrà riavere il compagno di banco, senza più l’obbligo del distanziamento. Come è ormai tradizione, Eraldo Affinati, scrittore e insegnante romano, fondatore con la moglie Anna Luce Lenzi della scuola Penny Wirton per l’insegnamento gratuito della lingua italiana agli immigrati, anche quest’anno rivolge un pensiero e un augurio a ragazzi e insegnanti.
Professore, dopo due anni, pur mantenendo un comportamento prudente si torna finalmente alla scuola in presenza. Quanto è importante questo clima di maggiore serenità e “normalità”?
Si tratta di un ripristino fondamentale delle consuete funzioni didattiche nella speranza che non ci siano recrudescenze del virus. La scuola rappresenta da sempre il luogo sociale per eccellenza dove si formano le coscienze e si progetta il futuro. Ogni problema presente altrove, in un modo o nell’altro, entra nella psiche degli studenti che a volte riescono a mascherare le loro crisi, altre volte le proiettano all’esterno anche per liberarsene. In questo senso tornare in presenza è davvero importante perché finalmente ci riporta alla vita di classe: luogo di formazione essenziale, perfino nelle sue inevitabili tensioni, per i bambini e gli adolescenti che imparano a convivere insieme a coetanei di provenienza diversa.
Foto Siciliani-Gennari/SIR
La maggior parte degli alunni attende con un misto di gioia e trepidazione il rientro in classe. Tuttavia ci sono in tutti noi, ed in particolare nei ragazzi, delle ferite da risanare: quelle causate dalla pandemia e quelle che stanno segnando la nostra quotidianità come la guerra in Ucraina, alle quali non possiamo rimanere indifferenti. Come intervenire? Quale può essere il ruolo della scuola al riguardo?
Come sempre i docenti, attraverso l’insegnamento delle singole discipline, sono chiamati a favorire la distinzione, da parte dei loro allievi, fra ciò che è importante e necessario e ciò che non lo è. Costruire le personalità dei più giovani, nel nuovo stimolante ma rischioso orizzonte informatico, resta un’impresa affascinante, in quanto si ha l’impressione di poter modificare l’orientamento della grande macchina umana: lo sguardo nuovo e fresco di Alex, le domande talvolta impetuose di Francesca, persino la noia e la ribalderia di Romoletto, sono pepite d’oro che sarebbe imperdonabile non raccogliere. Occasioni preziose da mettere a frutto. Ma proprio per questa ragione oggi i professori, troppo spesso lasciati da soli di fronte alla classe, hanno una responsabilità maggiore rispetto al passato.
Qual è il suo augurio ai ragazzi? Come far capire loro quanto sia importante l’impegno (e il sacrificio), non solo a scuola ma anche nella costruzione della loro vita?
L’energia dei ragazzi è sempre straripante e coinvolgente: bisogna soltanto incanalarla per non disperderla o, peggio ancora, vanificarla. Sarebbe bello se ognuno di loro cercasse e magari scoprisse nel prossimo anno scolastico una passione da coltivare, un sogno da realizzare, un’avventura conoscitiva da vivere.
In tutte le persone esiste una corda segreta da raggiungere e far suonare:
se hai la fortuna di trovarla da piccolo non sentirai più la fatica e la noia del compito da svolgere perché ti piacerà fare ciò che hai scelto.
Alla vigilia della prima campanella, che cosa suggerirebbe agli insegnanti per arrivare al cuore dei loro alunni? Per insegnare loro ad essere interiormente liberi e appassionati di vita, cultura, bellezza?
Gli insegnanti che vogliono entrare in sintonia con i loro scolari devono verificare sempre le motivazioni profonde per cui hanno deciso di fare questo mestiere. Che non è, né sarà mai, uguale a qualsiasi altro:
poter incidere in modo indelebile nella percezione di un giovane significa scoprire gli ingranaggi della civiltà,
perché ogni adolescente ricomincia da capo nell’opera di consapevolezza culturale e spirituale. Siamo noi adulti che dobbiamo guidare e sorvegliare questo passaggio al tempo stesso delicato e complesso. Per farlo è necessario, da parte nostra, avere in testa i valori di riferimento in base ai quali indirizzare la nostra azione educativa, in mancanza dei quali saremmo dei semplici professionisti, meri esecutori di programmi e funzionari del giudizio. E poi bisogna anche accettare le sconfitte a cui andremo inevitabilmente incontro perché
i ragazzi a volte ci esalteranno, altre volte ci inchioderanno al muro.
Che cosa si augura in questo nuovo anno scolastico? Che la scuola “bruci” o che “accenda”, prendendo in prestito il tema del convegno promosso il 10 settembre dall’associazione “Articolo 26”?
Una scuola che accende, secondo me, dovrebbe anche essere in grado di bruciare. Cosa? I rami secchi, le false rassicurazioni, i narcisismi fine a se stessi, certi nuovi idoli informatici, tutto quello che allontana i giovani dalla verifica delle fonti, dall’esperienza concreta della realtà, dall’approfondimento, dalla concentrazione, dal rigore e dalla fantasia. Una scuola che abbia il coraggio di essere minoritaria rispetto all’andazzo generale e possa rappresentare il luogo etico di riferimento essenziale, come è già stata, seppure per causa di forza maggiore, durante la pandemia.
Agire per l’ecologia integrale nelle diocesi e nei territori: ecco il corso per le parrocchie
12 Set 2022
Lancio del II Corso nazionale di formazione per comunità e parrocchie verso l’ecologia integrale
Agire per l’ecologia integrale App(L)-I-CARE pratiche e politiche di cambiamento
per uno sviluppo sostenibile.
6 incontri online rivolti alle comunità e alle parrocchie, a partire dal 10 ottobre 2022 fino al 16 gennaio 2023 con cadenza quindicinale, su temi concreti di conversione ecologica come la realizzazione di attività per la pace e il dialogo, di comunità energetiche, di empori e gruppi di acquisto solidali ed ecologici, di fondazioni di comunità, fino a nuove modalità di buona comunicazione. In tal senso l’ultimo appuntamento di metà gennaio interessa, in particolar modo, il mondo della comunicazione. Questa in sintesi la struttura del II Corso nazionale di formazione per comunità e parrocchie, promosso da Caritas Italiana, Fondazione Lanza e Focsiv – Federazione degli Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato – Agire per l’ecologia integrale App(L)-I-CARE pratiche e politiche di cambiamento per uno sviluppo sostenibile. Una seconda edizione del Corso ricca di nuovi temi ed esperienze, che si esplicitano con l’ampio spazio dato ai laboratori nei quali i partecipati potranno scambiare pratiche e prospettive di azione. Sono invitate tutte le persone di buona volontà, operatori sociali ed ambientali in comunità, associazioni e diocesi ad iscriversi ed a partecipare affinché si attui concretamente l’ecologia integrale.
La conversione ecologica richiede il nostro impegno per rispondere al grido dei poveri e della terra. I segni dei tempi mostrano come sia veramente urgente trasformare i nostri comportamenti a livello individuale e collettivo per rispondere alle crisi ambientali e sociali: la siccità di questa calda estate e le inondazioni locali improvvise, la guerra e la crisi energetica sono fattori che pesano sulle famiglie, soprattutto le più povere, sul mondo del lavoro e delle imprese.
In questo contesto l’appello di papa Francesco per la conversione ecologica deve tradursi in azioni concrete sui nostri territori, nelle comunità e diocesi. Ed il Corso intende rispondere a questo appello così come alle numerose richieste pervenute da diverse parti, nella consapevolezza di quanto la conversione ecologica vada concretizzata quanto prima.
Il Corso si inserisce e sviluppa il percorso del “Tempo del Creato” (Home Landing IT – Season of Creation), la celebrazione cristiana annuale, la cui ricorrenza cade il primo di settembre di ogni anno, volta all’ascolto e a dare risposte concrete insieme al grido del Creato. La famiglia ecumenica nel mondo unita nella preghiera e nel proteggere la nostra Casa comune, riunita intorno dal tema comune di quest’anno: la Voce del Creato.
Il Corso ha ricevuto il patrocinio degli uffici nazionali della Conferenza Episcopale Italiana per i problemi sociali e il lavoro, per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, per l’educazione la scuola e l’università, per le comunicazioni sociali, e del servizio per la pastorale giovanile; ed è in collaborazione con ASviS, Reteinopera, Next, Movimento Laudato Si’ ed ENEA.
Media partner del corso sono Avvenire, Famiglia Cristiana, Mosaico di Pace, FISC – Federazione Italiana Settimanali Cattolici, EMI – Editrice Missionaria Italiana, TV2000, Ecoscienza, Greenaccord.
La presentazione e il programma sono scaricabili dal seguente link https://bit.ly/3pZOirM.
Per partecipare è richiesta l’iscrizione, entro il 30 settembre, al seguente https://forms.gle/CwCDKhRjWmdAp9tq9 ed il versamento di una quota di partecipazione di 20€ come impegno di presenza e relativo minimo sostegno ai costi del Corso stesso.
La domenica del Papa – Alla ricerca di ciò che manca
La pecora smarrita, il soldo perduto, il figlio prodigo: tre parabole che hanno un aspetto comune, dice Francesco, ovvero “l’inquietudine per la mancanza”
La pecora smarrita, il soldo perduto, il figlio prodigo, sono le tre parabole che troviamo nel Vangelo di domenica, e che hanno degli elementi-chiave comuni: la debolezza del cristiano, la misericordia del Padre, e la gioia di un Dio che agisce nella storia dell’uomo: “vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti, i quali non hanno bisogno di conversione”, leggiamo in Luca.
Peccato e perdono: Mosè, la prima lettura, chiede perdono per il popolo che ha costruito il vitello d’oro; Paolo scrive a Timoteo, seconda lettura, per ricordare che Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori; ma è nel Vangelo che Gesù mostra il volto di un Dio che “non esclude nessuno, tutti desidera al suo banchetto, perché tutti ama come figli, nessuno escluso”, afferma Francesco all’angelus, per il quale le tre parabole “riassumono il cuore del Vangelo: Dio è Padre e ci viene a cercare ogni volta che siamo perduti”.
Interessante notare che queste tre parabole Gesù le pronuncia parlando con pubblicani e peccatori, mentre, nello stesso tempo, è oggetto delle “mormorazioni” di scribi e farisei, cioè i maestri della legge, che disapprovano, scandalizzati, la prassi di incontrare persone di cattiva reputazione; “costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Anche scribi e farisei non negano l’accoglienza a chi si è pentito, ma la diversità di Gesù sta proprio nel fatto che egli esprime amicizia, affetto ancora prima del loro pentimento: il primo sentimento non è il giudizio, ma l’accoglienza.
Le tre parabole hanno un aspetto comune, dice il papa, ovvero “l’inquietudine per la mancanza”: della pecora, ma ne ha altre novantanove; della moneta, ma ne ha altre; del figlio partito, ma a casa c’è il fratello maggiore. Invece nel cuore del pastore, della donna, del padre “c’è l’inquietudine per quello che manca: la pecora, la moneta, il figlio che è andato via. Chi ama si preoccupa di chi manca, ha nostalgia di chi è assente, cerca chi è smarrito, attende chi si è allontanato”. Questa è l’inquietudine di Dio, la misericordia di Dio, che arriva là dove non arrivano gli uomini con il loro perdono; arriva ancora prima, perché sa cosa c’è nel cuore di ogni uomo. Forse siamo un po’ come quel figlio maggiore che si sente messo da parte nel momento in cui ritorna il fratello e non siamo capaci di gioire. Come scribi e farisei giudichiamo ingiusto “sederci a tavola con il peccatore”. Dio invece gioisce quando ritrova ciò che era perduto: il pastore riporta nell’ovile la pecora tenendola sulle spalle; la donna spazza tutta la casa per ritrovare la moneta e vuole far festa con le vicine; il padre stravolge la vita della casa per quel figlio che torna. Dio, dice papa Francesco, “non è tranquillo se ci allontaniamo da lui, è addolorato, freme nell’intimo e si mette in movimento per venirci a cercare […] non calcola le perdite e i rischi, ha un cuore di padre e di madre, e soffre per la mancanza dei figli amati”.
Questa stessa inquietudine Francesco chiede anche di farla nostra, quando guardiamo chi si è allontanato dalla vita cristiana. “Chi manca nelle nostre comunità – ha domandato il papa – ci manca davvero? Oppure stiamo bene tra di noi, tranquilli e beati nei nostri gruppi, senza nutrire compassione per chi è lontano?”. Ecco, allora, l’invito a riflettere sulle nostre relazioni: “prego per chi non crede, per chi è lontano? Attiriamo i distanti attraverso lo stile di Dio, che è vicinanza, compassione e tenerezza? Pensiamo a qualche persona che conosciamo, che sta accanto a noi e che magari non ha mai sentito nessuno che le dica: ‘Sai? Tu sei importante per Dio’”.
Angelus alla vigilia del viaggio in Kazakistan, 13 al 15 settembre, per prendere parte al Congresso dei leaders delle religioni mondiali e tradizionali. “Occasione per incontrare tanti rappresentanti religiosi e dialogare da fratelli, animati dal comune desiderio di pace, di cui il nostro mondo è assetato”. Non ci sarà, però, il patriarca di Mosca Kirill, incontro prima annunciato e poi da lui cancellato a causa del conflitto in Ucraina. Francesco chiede di pregare, e ricorda la presenza del cardinale Konrad Krajewski, prefetto del dicastero per la carità, visita per “testimoniare concretamente la vicinanza del papa e della Chiesa”.
“Storie di mezza giornata” una straordinaria prova narrativa, postuma, di Tommaso Anzoino
10 Set 2022
di Silvano Trevisani
Sarà presentato lunedì sera 12 settembre alle 19,30, nella Parrocchia Regina Pacis di Lama, il libro postumo di Tommaso Anzoino “Storie di mezza giornata”, edito da Antonio Mandese. Introduce l’incontro don Luigi Pellegrino, porta i suoi saluti don Paolo Oliva, intervengono don Mimino Damasi e Francesca Poretti.
Di Tommaso Anzoino ho sostenuto che il più bel libro da lui scritto sia “Esame d’incoscienza”, l’unico libro di poesia che pubblicò nel 1983 con Lacaita e la prefazione di Mario Lunetta. L’ho ribadito nella recente antologia “Taranto città della poesia” perché se un intellettuale che scrive eccelle nella poesia tutto il resto ne consegue. E perché tutta la scrittura di Tommaso è una poesia in prosa. È poetica la sua scelta dei pensieri, la selezione e la catalogazione delle considerazioni (cioè stando a lui del suo appartarsi tra le stelle), il contenuto della sua scrittura che, anche quando vuole essere provocatoria e sovversiva, giusti i modelli letterari a lui più cari, è ammantata di poesia.
Tra i suoi punti di riferimento, il Marquez di “Cent’anni di solitudine”, lui lo sapeva, perché ne parlammo tante volte e poi presentai all’Archita il suo “Gabriel a cena con Clinton”, non mi è mai stato particolarmente caro, come invece Berto, gli autori della beat generation o soprattutto Bukowsky, che resta per me il suo modello perfetto. È dello scrittore americano che Tommaso rivitalizza l’ironia pungente e diretta che diventa a volte patetica a volte straziante, di Bukowski ritrova la poesia sovversiva e coscienziale che si trasforma in progetto di destrutturazione della logica narrativa e di riordino valoriale dei contenuti.
Ebbene, in queste “Storie di mezza giornata”, edite da Antonio Mandese, il repertorio immaginario, filosofico e letterario di Anzoino trova la sua apoteosi. Bellissima la trovata delle prefazioni e della querelle sulla tempistica della loro scrittura. Io sono convinto che le abbia scritto tutte prima del resto del libro, anche la prima nella quale, dopo aver spiegato la necessità che le prefazioni si scrivano alla fine, dichiara di aver fatto così. Ma io resto convinto del contrario, perché conoscendo Tommaso immagino che egli abbia cominciato a lavorare al progetto dandosi un tema libro, proprio come quelli che la maestra dava alla piccola Giovanna, uno dei raccontatori delle quindici storie congruenti. Un po’ com’è proprio nella strategia narrativa di Tommaso: totale libertà, ovvero: coerenza assoluta a un criterio di libertà che è paratattica, anacolitica, asintattica, ma strettamente logica. Un flusso di coscienza che assomiglia molto più alla parolibera, ma sempre ammantata di senso, in cui la parola non è solo libera nella sua strategia sintattica, ma è anche emanazione anarchica del perché primigenio che genera il racconto e che è il motivo primo prefativo del libro.
Poi la narrazione prosegue, affidata a tre voci diverse, una tecnica straordinaria che ricorda un po’ un libro bellissimo e non abbastanza valutato di Maria Rosaria Petti, “Luci del Nord” la cui narrazione cambiava sempre prospettiva e logica seguendo il punto di vista diverso spesso opposto dei protagonisti, o il film “La contessa scalza” di Joseph Mankiewicz, con Ava Gardner, in cui il racconto cambia, appunto, secondo il punto di vista del narratore ma non può evitare di giungere a una conclusione univoca. E qui la conclusione è inevitabile e tragica: la morte del padre di Giovanna. Straordinario il discorso sulla “fine della sofferenza”, che con grande rigore logico e, al contempo, spontaneità, viene smontato dalla consuetudine dei luoghi comuni. Nell’apparente leggerezza e svagatezza narrativa prendono corpo invece dubbi esistenziali profondi, appuntanti con slancio a volte poetico, a tratti commovente. Un libro che si legge con piacere e passione e che può dare stimoli e avvertimenti molto interessanti.
“Mossi dallo Spirito costruiamo insieme la speranza che non delude”:
questo il tema del pellegrinaggio mariano a San Giovanni Rotondo voluto anche quest’anno dall’arcivescovo Filippo Santoro.
Organizzato dall’arcidiocesi di Taranto, sono circa 4000 i pellegrini che hanno raggiunto il santuario di Padre Pio, 3500 con gli autobus organizzati dall’arcidiocesi, gli altri con mezzi propri.
Riportiamo di seguito il testo dell’omelia che mons. Filippo Santoro ha pronunciato durante la santa messa che inaugura e sarà la guida del nuovo anno pastorale:
foto G. Leva
Cari amici,
finalmente siamo riusciti a compiere questo gesto comunitario del pellegrinaggio che è segno di una Chiesa che desidera prendere il largo. Vi sono particolarmente grato per la partecipazione.
Mi sono lasciato guidare dal brano biblico che ha ispirato la Conferenza Episcopale italiana quando ci ha consegnato le linee guida per il secondo anno del cammino sinodale dal titolo “I cantieri di Betania”. Così ho voluto che l’inizio del nostro anno pastorale fosse illuminato, in questa liturgia eucaristica, dal racconto della sosta ristoratrice del Signore e del suo gruppo di pellegrini verso Gerusalemme, nella casa degli amici Marta, Maria e Lazzaro. Ci intratteniamo anche noi a Betania, entriamo in quella casa per stupirci ancora una volta dell’amore di Dio per noi.
Vorrei che dilataste il pensiero per non isolare questo brano di San Luca dalla convinta salita di Gesù verso Gerusalemme. Tutto ciò che riguarda il Vangelo, i dettagli, non sono casuali, ma vanno a punteggiare di luci il cielo della Misericordia di Dio.
Quando penso a Betania affiora nella mia mente il dono prezioso dell’amicizia del Signore. Sulla strada che porterà al Calvario e alla tomba vuota, vi è uno spazio vitale nel quale il Maestro tesse legami di amicizia, un’amicizia non strumentale, né tantomeno fugace, ma profonda, direi sacramentale per il modo con la quale tocca l’esistenza delle persone con cui gode della mensa e delle conversazioni. Anche noi come Gesù siamo in cammino, alla sua scuola di vita e apprendiamo da lui l’arte di essere persone credenti e credibili, siamo compagni di viaggio del Signore in questa nostra storia.
Se Betania è stata per il Signore una fonte che lo ha dissetato, manifestazione della cura amorevole di Dio per lui, cosa può offrire anche a noi nel nostro cammino di discepoli missionari?
I – AMICIZIA
La prima parola che caratterizza il cammino di quest’anno ci è suggerito dalla casa di Betania: è l’amicizia, intesa come un dono, un luogo di affetti, di accoglienza e di rapporti.
Abbiamo come cristiani i problemi di tutti: l’aumento del gas, le bollette, la grande emergenza sociale di quanti non riescono ad arrivare a fine mese,, l’emergenza ambientale che mentre sembrava essersi avviata ad una svolta radicale ora segna il passo di fronte ad una economia di guerra che richiede acciaio bellico, incombe come dice il Papa una terza guerra mondiale; la pandemia non ci lascia e si avvicinano le elezioni in questo mese di settembre, oltre a tutti i nostri drammi famigliari. Abbiamo i problemi di tutti, ma in questa situazione non siamo soli e abbandonati: abbiamo l’amicizia dolce e forte del Signore che ci sostiene come ha fatto nel bel rapporto di reciprocità con Marta, Maria e Lazzaro.
Indico alcuni aspetti di questa esperienza che ci riempie di speranza.
1. Il primo elemento che affiora è lo stile di Marta, una donna sicuramente forte, laboriosa, che prende iniziativa, il cui nome indica proprio che è la padrona di casa, è lei che invita Gesù. Convince la carovana di Gesù a fermarsi a casa sua, dove ci sono i suoi fratelli Maria e Lazzaro. Ha l’ardire di interloquire con Gesù con fare confidenziale e anche bonariamente polemico. Ella esce, va incontro, prepara. Marta lo accolse. È lei che apre la porta a Gesù ed ingaggia evidentemente grandi preparativi perché gli ospiti siano trattati nel miglior modo possibile.
Marta ha una sorella, Maria che a differenza di lei preferisce rimanere rannicchiata ai piedi del Maestro. Maria ascolta. Spesso noi indichiamo queste due figure femminili come contrapposte, tanti si sono ispirati ad esse per parlare di vita attiva e contemplativa nella Chiesa. Ma esse in realtà rivelano due atteggiamenti fondamentali della fede di ciascuno: accoglienza operosa e concreta e conoscenza profonda del Signore. Entrambe sono necessarie e fanno parte della sinfonia amicale intorno al Signore, la generosità ridondante della prima e la finezza quasi claustrale della seconda sono fondamentali per trattenere il Signore sotto il nostro tetto.
Marta è presa dai tanti servizi. Ad un certo punto non si rivolge a sua sorella, ma direttamente all’Ospite: «Signore non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?». Cosa abita il suo cuore? Certamente sembra che incarni due grandi virtù: l’umiltà ed il servizio, pensa agli altri senza sosta, con generosità e sacrificio, si preoccupa che non manchi nulla a Gesù e agli altri ospiti, ma la sua lamentela è un sintomo di un malessere. Marta è abitata dallo stile del “fare per” più che dello “stare con”, ossia dal privilegiare la “prestazione” più che la “relazione”, come invece Maria aveva ben compreso.
In questa domanda è riassunta la dinamica delle nostre attività pastorali spesso portatrici di delusione. Siamo presi dai tanti servizi anche noi. Penso a i parroci e ai loro più stretti collaboratori. Alle nostre parrocchie è richiesto molto, anche dall’opinione pubblica, facendone, di fatto delle aziende, centri di assistenza sociali, distributori di sacramenti e documenti, musei… caricandoci spesso di disincanto…
Tutti sperimentiamo queste pretese e le fronteggiamo con spirito di servizio, creatività, generosità. Poi patiamo la stanchezza, magari notiamo di essere mosche bianche in mezzo a tanti ozianti seriali. Rivolgiamo a colui che ci ha chiamato la nostra accusa: «Signore son qui per te, ma non ti importa nulla di quello che faccio per te». Ma la parola che più è bruciante nella frase di Marta è la parola “sola”. Siamo rimasti soli a servire, incapaci di rispondere a tutti le richieste. Sentirsi isolati in un mare di cose da fare è l’esperienza che tutti facciamo, sentendoci improvvisamente estranei da quelle attenzioni del Signore che sembrano rivolti ad altri ma non a noi. Papa Francesco, ispirandosi a questa donna generosa, indica uno stato d’animo tipico della Chiesa: il martalismo. Nelle nostre comunità ecclesiali, parrocchiali possiamo essere impegnati nell’accoglienza del Signore, a servizio di quanti bussano alle nostre porte, ma ci sentiamo anche schiacciati dalle attività, profughi d’amore. Ci sentiamo soli, pur rimanendo dentro le mura della Chiesa, continuamente tentati e sedotti dall’individualismo dominante.
2. Un secondo elemento importante che possiamo notare a partire dalle parole di Gesù è l’affermazione di un bisogno forte della vita: la ricerca dell’essenziale. Gesù chiama Marta ripetendo il nome dell’amica ben due volte, quasi per destarla dal sonno del suo iperattivismo, e aiutarla a comprendere “cosa è essenziale” per la sua vita. Il Maestro sottolinea lo stato di preoccupazione e di agitazione che poco si confanno ad un discepolo di Cristo. Il cuore di Marta è generosissimo ma ingombrato dal fare. “Ti preoccupi e ti agiti per troppe cose”. Gesù ci chiede ancora una volta di consegnare a Lui le nostre agitazioni, le nostre preoccupazioni in cambio della sua amicizia.
Gesù le dice “Di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta” (Lc 10,41-42). Maria si è scelta la parte migliore. Maria ha scelto, ha optato per starsene ai piedi di Gesù. Lei che sembra passiva e immobile, in realtà ha focalizzato il fulcro del suo amore, contrariamente allo stato apparentemente fattivo di Marta una donna determinata che ha saputo scegliere
Probabilmente all’inizio Marta si sarà soffermata sul rimprovero ed avrà borbottato tra sé: “non solo sono la sola a lavorare, ma devo avere anche il resto!”. Ma in quel momento Gesù, ferendo il suo amor proprio le ha aperto l’intelligenza al fatto che “di una cosa sola c’è bisogno”, di qualcosa che riempia totalmente il cuore mentre si affannava tra tante cose anche giuste. Gesù risponde al desiderio fondamentale della vita di Marta. L’unica cosa necessaria di cui Marta ha bisogno è Gesù stesso e Maria lo sta già accogliendo.
Le parole di Gesù rivelano Marta a se stessa, le svelano il suo cuore con i suoi desideri e bisogni profondi. Marta conosceva Gesù e lo serviva volentieri, ma quella sera l’ha veramente incontrato fino in fondo al cuore: “sono io la pienezza di cui il tuo cuore ha bisogno”. L’essenziale nelle nostra vita cristiana non è dato né dalle nostre azioni né dai nostri affanni, ma dall’incontro con Gesù, dal dono della sua vita per noi.
Anche noi uomini e donne siamo affaccendati tra mille cose Gesù ci chiede non la separazione tra contemplazione e azione, ma di andare al fondo di quello che facciamo. Solo lui riempie il cuore perché lui è la risposta alla sete di felicità di ogni uomo e di ogni donna. Lo sguardo di amore di Gesù ci rigenera, ci fa nascere di nuovo, ci rende altri nelle cose che facciamo. Anche questo pellegrinaggio è una grande opportunità per andare al cuore della nostra vita ad accogliere lo sguardo pieno di amore del Signore.
Il fatto grandioso è che Gesù non chiama Marta dal cielo, ma stando nella sua cucina, nella sua casa di Betania, negli spazi della vita feriale. Oggi anche noi, in questo gesto comunitario del pellegrinaggio, potremmo essere ingombrati da tante preoccupazioni e agitazioni: in parrocchia o a casa c’è sempre qualcosa di più urgente da fare che andarsene in giro! Sentiamoci tutti chiamati per nome da Dio ad accoglierlo nel cuore, a rinnovare una relazione amicale con lui, questo è fondamentale per la nostra salvezza e per essere “artigiani di comunità”, costruttori di parrocchie che siano una “nuova Betania”.
Tutto quello che mettiamo in campo, che realizziamo, che progettiamo, che costruiamo, ci verrà tolto. È scritto nelle cose, è scritto nella vita. Ci possiamo aggrappare ai ruoli, ai titoli, alle strutture, ai progetti, agli incarichi, ma così come Marta ha lasciato i suoi fornelli, così ciascuno di noi presto o tardi lascerà ogni cosa. Non parlo solo del momento ultimo della morte, ma anche del divenire della storia delle nostre chiese: nulla ci appartiene. Quanta sofferenza viviamo e probabilmente facciamo vivere quando ci tocca lasciare qualcosa!
Di necessario per la nostra vita vi è solo Cristo! È lui e la sua amicizia la parte migliore di ciascuno di noi. Senza di Lui potremmo essere parrocchie e realtà ecclesiali efficienti, ma sperimenteremmo con nostra grande frustrazione che non è ciò che conta. Forse già lo viviamo in diverse forme. Siamo lucernari bellissimi e socialmente importanti, ma che non contengono la luce che cercano gli uomini. Quando il ministero di Marta non viene compiuto dallo spreco amante di Maria per il Maestro, ci ritroviamo ad essere sale che perde il suo sapore, abbiamo perso la ragione identitaria del nostro essere in quella parrocchia, in quel movimento, in quell’associazione.
3. Una terza considerazione è che lo stare con Gesù illumina e qualifica ogni momento e attività che compiamo. Nel Vangelo di Giovanni Marta raggiunge il Signore sulla strada, gli ricorda ”Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” e aggiunge “ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio tela concederà”.
In quel contesto, mentre è sulla via, in attesa della grande Ora, in un clima familiare Gesù aiuta questa sua amica e noi a fare un “trasloco” interpretativo: alla beatitudine, alla contemplazione del mistero della nostra vita, si giunge non per la via dei meriti ma attraverso la croce, che è amore passionale e prova che purifica e genera vita nuova. Nulla è perso e sprecato di quello che si dona per amore, a noi è chiesto di fidarci della Sua Parola così già oggi possiamo sperimentare la vita eterna, (quella che viene chiamata la “escatologia presenziale”). È nelle nostre fragilità che sperimentiamo la forza della Croce di Cristo che ci dona sapienza e forza interiore, vita. Commentando queste parole padre Mauro Lepori, Superiore generale dei monaci cistercensi, rileva che il rimprovero di Marta svela che il vero bisogno di Lazzaro è Gesù, lui solo può risuscitarlo. Marta da essere solo superattiva adesso segue Gesù dopo averlo incontrato. Marta si affida totalmente al Padre e a Gesù sino ad affermare “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene al mondo” (Gv 11, 23-27). Marta accoglie Cristo come risurrezione e vita che non muore in eterno. Marta diventa con la sua fede testimone della resurrezione. Lei si affida totalmente a Cristo e lo annuncia come autore di una vita che vince la morte, di una vita totale.
Ai piedi dell’ospite di Betania, vogliamo ritrovarci a compiere quel gesto di Maria, così supremo e definitivo. Siamo venuti a rompere, come ci ricorda il vangelo di Giovanni, un vaso di nardo purissimo, per ristabilire un amore oblativo, profondo, adorante, fatto dello spreco delle nostre vite, senza pretendere nulla in cambio consegnando il nostro amore a colui che è la fonte dell’amore. Cari fratelli e sorelle nella fede, la nostra parte migliore è appartenere a Cristo così da appartenerci gli uni gli altri. Tutto ci verrà tolto, ma questo no. Però dobbiamo scegliere la parte migliore. Gesù continua a scegliere ciascuno, a chiamarlo. Ognuno oggi è qui per dirgli di sì.
II – SINODALITÀ
È la seconda parola del cammino di quest’anno pastorale 2022 – 2023. Ma per capire la sinodalità dobbiamo ripartire dal tocco dello Spirito
1) Chiesa sospinta dallo Spirito.
Vorrei che ci soffermassimo sull’azione dello Spirito che soffia sulle vele della Chiesa. Lo Spirito sorprende, lo Spirito ha sempre qualcosa di nuovo da dire alla Chiesa. Riscoprire la dimensione pneumatologia, dello Spirito Santo, nella nostra comunità ecclesiale sarà una sottolineatura importante dei nostri itinerari di fede. Solo l’azione dello Spirito Consolatore, farà di noi una comunità segnata dal linguaggio comune dell’amore, ci ricondurrà quotidianamente all’unità. Ci basterebbe riscoprire due effetti dello Spirito: il coraggio e la profezia.
Il mondo sembra drogarci con la paura. Cosa dobbiamo aspettarci di più? La pandemia, la guerra, i cambiamenti climatici, la crisi energetica. Il cristiano non può essere dominato dalla paura ed è capace, per vocazione, di aprire strade nuove, inesplorate verso la speranza. Ne siamo capaci? Siamo capaci di illuminare la via degli uomini? Essere profeti animati dallo Spirito di Dio vuol dire proprio questo. L’esperienza della pandemia è molto di insegnamento. Abbiamo cercato di conservare strade vecchie e ne abbiamo così sbarrate di nuove.
Pensate all’opportunità persa di ripensare veramente la catechesi. Abbiamo fatto i conti con le chiese svuotate dai corpi, ma ci siamo resi conto che tante anime erano assenti da ben prima della pandemia. Come al solito siamo rimasti a gestire l’emergenza con metodi talvolta discutibili e ridicoli, ma abbiamo rinunciato ad illuminare l’oltre. Speravamo di cambiare e qualificare il nostro modo di vivere, ma possiamo constatare che solo l’ascolto intimo dello Spirito ci può abilitare ad una novità autentica e radicale.
Nella logica sinodale che stiamo vivendo domandiamoci in che modo lo “stile di Gesù” sta plasmando il nostro modo di essere Chiesa, di essere discepoli missionari? Sappiamo che la parola “stilus” richiama il pennino con cui si incideva per scrivere sulle tavolette di cera.
Il cammino sinodale chiede di confrontarci con lo stile evangelico di Gesù, il nuovo umanesimo inaugurato da lui, e di verificarci sull’assonanza o meno che ha il nostro stile credente personale e comunitario con il suo. Lo stile di Gesù è caratterizzato dall’autenticità; dalla sua ospitalità o empatia con l’altro; dalla libertà rispetto al dono di sé per il bene altrui, fino al martirio, ovvero la sua “santità” che non crea distanza ma partecipazione.
Quanto Gesù con il suo Spirito sta incidendo sulla nostra vita e appare “scritto” nei nostri cuori e nel nostro agire pastorale?
Siamo alla vigilia del 60mo anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, esperienza profetica domandiamoci: quello spirito profetico che ha animato la Chiesa, quello stile di Chiesa in dialogo e in cammino con gli uomini di oggi come lo stiamo incarnando nella nostra Chiesa diocesana e nelle nostre comunità?
Sarebbe opportuno compiere un passaggio da una “ordinaria” attenzione primaria, forsanche unica, alla “cura dei “fedeli/praticanti” che incontriamo nella celebrazione domenicale verso i “fedeli” che conservano la fede e la esprimono in maniera differente, meno istituzionalizzata (o “canonica”) e non legata all’assidua frequentazione. Questi credenti sono, dice papa Francesco in EG 14, «persone battezzate che però non vivono l’esigenza del battesimo, non hanno un’appartenenza cordiale alla chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede. La chiesa, come madre sempre attenta, si impegna perché esse vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi con il vangelo».
Gesù a Betania ci insegna primariamente a lasciarci noi ospitare dai vissuti delle persone che incontriamo, a bussare al loro cuore con delicatezza e affabilità, sentendoci non padroni della verità, ma servitori del vangelo della gioia. L’incontro evangelico, nel deserto umano che cresce, diviene il modo mediante cui la domanda sul proprio destino può accendersi di nuovo.
C’è una mirabile frase di Papa Giovanni Paolo I recentemente proclamato Beato: “Il vero dramma della chiesa che ama definirsi moderna [ il vero dramma dei cristiani che vogliono essere moderni ] è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”. Pertanto lascio alla creatività dei parroci, dei vicari episcopali e zonali, dei direttori degli uffici dell’arcidiocesi, dei responsabili di ogni tipo di aggregazione, iniziative che possano rimettere nelle nostre mani i Documenti del Concilio quale bussola per orientarsi nel flusso dello Spirito di Dio nella nostra Chiesa di Taranto per tornare ad essere profetici. Riconoscere i doni e i carismi di Dio è fonte di gratitudine e di salvezza. Non ce ne rendiamo conto ma l’azione vivificante del Signore è perenne. Chiedo esplicitamente che in ogni parrocchia i consigli pastorali diventino palestre di creatività, case e scuole di fraternità, fontane da cui attingere l’effervescente acqua dell’amore di Dio che ha riversato nei nostri cuori.
2) Chiesa cantiere di sinodalità
Su questo punto faccio riferimento al già citato sussidio della Conferenza Episcopale Italiana, i cui punti tracce e domande faranno da guida per il nostro cammino.
L’anno pastorale 2021-2022 ha visto l’apertura del Cammino sinodale in tutte le diocesi italiane (17 ottobre 2021). Non sono mancate incertezze e perplessità a rallentare il percorso;
Il discernimento sulle sintesi del primo anno di Cammino ha permesso di focalizzare l’ascolto del secondo anno lungo alcuni assi o cantieri sinodali, da adattare liberamente a ciascuna realtà, scegliendo quanti e quali proporre nel proprio territorio. Il carattere laboratoriale ed esperienziale dei cantieri potrà integrare il metodo della “conversazione spirituale” e aprire il Cammino sinodale anche a coloro che non sono stati coinvolti nel primo anno.
Quella del cantiere è un’immagine che indica la necessità di un lavoro che duri nel tempo, che non si limiti all’organizzazione di eventi, ma punti alla realizzazione di percorsi di ascolto ed esperienze di sinodalità vissuta, la cui rilettura sia punto di partenza per la successiva fase sapienziale.
Sempre facendo riferimento all’icona di Betania ci viene chiesto di attivare tre cantieri. Qui li cito brevemente.
• Il cantiere della strada e del villaggio
Sulle strade e nei villaggi il Signore ha predicato, guarito, consolato; ha incontrato gente di tutti i tipi – come se tutto il “mondo” fosse lì presente – e non si è mai sottratto all’ascolto, al dialogo e alla prossimità. Si apre per noi il cantiere della strada e del villaggio, dove presteremo ascolto ai diversi “mondi” in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società; in particolare occorrerà curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati: innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana), e poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.
• Il cantiere dell’ospitalità e della casa
Anche Gesù aveva bisogno di una famiglia per sentirsi amato. Le comunità cristiane attraggono quando sono ospitali, quando si configurano come “case di Betania”: nei primi secoli, e ancora oggi in tante parti del mondo dove i battezzati sono un “piccolo gregge”, l’esperienza cristiana ha una forma domestica e la comunità vive una fraternità stretta, una maternità accogliente e una paternità che orienta. Il cantiere dell’ospitalità e della casa dovrà approfondire l’effettiva qualità delle relazioni comunitarie e la tensione dinamica tra una ricca esperienza di fraternità e una spinta alla missione che la conduce fuori.
• Il cantiere dei servizi (diaconie) e della formazione spirituale
Il servizio necessita, dunque, di radicarsi nell’ascolto della parola del Maestro (“la parte migliore”, Lc 10,42): solo così si potranno intuire le vere attese, le speranze, i bisogni. Imparare dall’ascolto degli altri è ciò che una Chiesa sinodale e discepolare è disposta a fare.
Si apre il cantiere delle diaconie e della formazione spirituale, che focalizza l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali, per vincere l’affanno e radicare meglio l’azione nell’ascolto della Parola di Dio e dei fratelli: è questo che può distinguere la diaconia cristiana dall’impegno professionale e umanitario.
III – CHIESA SACRAMENTO PER IL MONDO
La terza parola del cammino pastorale di quest’anno è la parola Sacramento per il mondo.
Come avrete notato il secondo punto ha in sé un’articolazione corposa per il nostro lavoro comunitario. Per questo mi permetto di offrire un terzo punto che non sia accolto come traccia di lavoro ma come dimensione di fondo, come atteggiamento del cuore di ognuno.
Lo scorso 29 giugno il Santo Padre Francesco, ci ha consegnato una lettera apostolica sulla formazione liturgica del Popolo di Dio, il cui incipit – titolo è Desiderio desideravi, Ho desiderato ardentemente. Non è un testo per gli addetti ai lavori ma una vibrante meditazione sul valore del mistero pasquale celebrato e vissuto. Come nello stile del nostro amato Papa, si tratta di un testo semplice e al contempo ricchissimo.
«Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22,15). Le parole di Gesù con le quali si apre il racconto dell’ultima Cena sono lo spiraglio attraverso il quale ci viene data la sorprendente possibilità di intuire la profondità dell’amore delle Persone della Santissima Trinità verso di noi. A quella Cena nessuno si è guadagnato un posto, tutti sono stati invitati, o, meglio, attratti dal desiderio ardente che Gesù ha di mangiare quella Pasqua con loro: Lui sa di essere l’Agnello di quella Pasqua, sa di essere la Pasqua. Questa è l’assoluta novità di quella Cena, la sola vera novità della storia, che rende quella Cena unica e per questo “ultima”, irripetibile. Tuttavia, il suo infinito desiderio di ristabilire quella comunione con noi, che era e che rimane il progetto originario, non si potrà saziare finché ogni uomo, di ogni tribù, lingua, popolo e nazione (Ap 5,9) non avrà mangiato il suo Corpo e bevuto il suo Sangue: per questo quella stessa Cena sarà resa presente, fino al suo ritorno, nella celebrazione dell’Eucaristia».
Siamo nel santuario di un grande santo, San Pio. Fiumane di pellegrini accorrevano per partecipare alla santa Messa presieduta da lui. Una celebrazione in cui si poteva percepire e gustare la presenza di Dio in mezzo a noi. Questo santo prete ha vissuto nella sua carne la celebrazione del mistero di Dio che si dona e che trasfigura il mondo. Dio desidera ardentemente fare comunione con noi, siamo chiamati ad essere sacramento della sua presenza. Lasciandoci toccare dalla Santissima Trinità nei sacramenti, lasciamo che Dio tocchi il mondo attraverso di noi. Vi chiedo di promuovere con entusiasmo la pastorale liturgica per una sana educazione all’arte del celebrare, ad un amore per la vita sacramentale non caratterizzata da formalismo talvolta anacronistico e tatrale, ma da quello stile solenne e sobrio proprio della liturgia romana.
Continuiamo ad essere sacramento profetico fra gli uomini in tutte quelle che sono le istanze della nostra terra. Annunciare il vangelo con la vita, con lo stile ospitale e con la capacità di accostarci con delicatezza alla vita delle persone è la forma storica con cui si incarna la sacramentalità della Chiesa oggi. Non smettiamo di essere portatori di vita in mezzo alle tante sfide della salvaguardia dell’ambiente, della salute e del lavoro, nell’accompagnare tutti al rispetto della vita e del bene comune in un sano e responsabile spirito civico. Dobbiamo avere fiducia che Dio attraverso le nostre povere vite avvera cose grandiose. In dieci anni di ministero in mezzo a voi ho visto fiorire tanto bene, tanto deserto rinverdirsi per opera della Divina Misericordia. Immersi nel mistero eucaristico dobbiamo tenacemente (ce lo diciamo tutti gli anni) ancorarci alla speranza che non delude, aggrappati alla croce, così come è figurato nel logo del Giubileo del 2025 che ci attende.
Ho notato con soddisfazione che nel documento della CEI qui abbondantemente citato, che vengono indicate le buone pratiche delle Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, come criterio di verifica del nostro modo di testimoniare nel mondo. Noi siamo sacramento di Cristo, luce delle genti!
È così che ci auguriamo di vivere il nuovo anno pastorale, con le parole di papa Francesco: “Abbandoniamo le polemiche per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa, custodiamo la comunione, continuiamo a stupirci per la bellezza della Liturgia. Ci è stata donata la Pasqua, lasciamoci custodire dal desiderio che il Signore continua ad avere di poterla mangiare con noi”. Sotto lo sguardo di Maria, Madre della Chiesa, Madonna della Salute, con San Cataldo, San Francesco de Geronimo, San Egidio e san Pio da Pietrelcina!
Acli: “Metodo, collaborazione e azione” nell’appello alla politica alla vigilia delle elezioni politiche
09 Set 2022
Metodo, collaborazione e azione: sono questi i punti su cui la Federazione Acli internazionali ha voluto oggi sollecitare la politica affinché anche gli italiani all’estero possano sentirsi pienamente rappresentati e vadano a votare in modo consapevole. La sollecitazione è giunta durante un evento on line promosso da Acli e Fai (Federazione Acli internazionali) per “portare al centro della campagna elettorale la condizione degli italiani che hanno lasciato il nostro Paese e sensibilizzarne il voto”.
All’incontro hanno partecipato i rappresentanti Acli da 24 Paesi nel mondo e i rappresentanti dei partiti politici. Durante i lavori è stato presentato un manifesto, “Il Paese della dignità”, e “un appello su proposte concrete” come detto da Matteo Bracciali, presidente Fai. I presidenti delle Acli internazionali che sono intervenuti, Maria Chiara Prodi, presidente Acli Francia, Giuseppe Rauseo, presidente Acli Svizzera e Antonio Enzo Palmieri, presidente Acli Canada, hanno rilanciato i tre punti presenti nel manifesto dove si chiede alla politica di “adottare un metodo sistematico di contatto con le comunità all’estero e non creare nuovi contenitori di rappresentanza, ma dare risorse e rilevanza sostanziale agli strumenti che già ci sono, in particolare quelli con funzione istituzionale, come Cgie e Comites. Puntare sulla collaborazione tra associazionismo e le rappresentanze dei Comites per promuovere i diritti di cittadinanza e la prima accoglienza. Infine, occorre un’azione legislativa e di pressione politica volta al pieno riconoscimento dei titoli professionali in Europa e un rinnovato rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino basato su semplificazione e accompagnamento”. All’appello delle Acli hanno risposto i rappresentanti dei partiti presenti. A concludere l’incontro è stato il presidente nazionale Acli Emiliano Manfredonia: “Abbiamo chiesto ai candidati dei partiti di mettere al centro di questa campagna elettorale il tema degli italiani che vivono nel mondo. Siamo qui per farci ascoltare. La riduzione dei parlamentari ha fatto sì che gli italiani all’estero siano sotto rappresentati. Come Acli continueremo ad andare avanti e a stare vicino agli ultimi per continuare a costruire ‘Il Paese della dignità’ che esiste già nelle fatiche e nel lavoro di ognuno”.
“Pablo Neruda nel 1924 scrive ‘Venti poesie d’amore e una canzone disperata’. Ora nel mondo viviamo una situazione contraria. Si sentono tante ‘canzoni disperate’, ma esiste anche una poesia d’amore, è il Vangelo che chiede di entrare nel mondo”. Mons. Carlos Castillo, arcivescovo di Lima e primate del Perù, anche nell’esercizio del suo ministero episcopale prosegue nella riflessione teologica che è ben conosciuta in Italia, da parecchio tempo e in particolare da quando è stato edito, circa vent’anni fa, un volume che presenta quella che egli chiama “Teologia della rigenerazione”. Una chiave d’accesso all’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo, tanto più in un tempo particolare come quello che stiamo vivendo, segnato dalla guerra, dalla pandemia e da tante situazioni di crisi, che hanno investito e investono in modo particolarmente impattante, a causa della cronica diseguaglianza e dell’avanzare del narcotraffico, il Continente latinoamericano.
L’intervista è frutto di una più lunga chiacchierata con mons. Castillo, in occasione di un suo recente soggiorno in Italia. Un colloquio che individua nell’attuale cammino sinodale, se lo si prende sul serio, una chance per la Chiesa e il mondo d’oggi.E che riassume alcuni temi trattati nella relazione, ora pubblicata, tenuta lo scorso ottobre a un seminario dell’Accademia per la vita, i cui atti sono ora pubblicati nel volume “Etica e teologia della vita. Scrittura, tradizione, sfide pratiche”. Sempre alla ricerca di risposte “radicali” e non scontate.
Mons. Castillo, come leggere l’attuale situazione globale?
Mi sembra si tratti della tappa più recente di una crisi globale che ci getta in un’epoca di grande incertezza.Nel 2001 abbiamo avuto la crisi del terrorismo, con l’attentato alle Torri gemelle, nel 2008 è esplosa la crisi economica, causata dal liberismo sfrenato e dallo sviluppo della finanza. In questa visione, a prevalere è un mondo tecnologico senza senso, che non ha nessuna considerazione della povertà del mondo, e della crisi ambientale, del riscaldamento globale. In questa visione si perde la possibilità di una partecipazione attiva degli uomini, la tecnologia prende il posto della saggezza. E arriva poi la terza crisi globale, quella pandemica, che porta a mancanza di speranza e a un’ulteriore meccanizzazione dei rapporti umani. E proprio quando, a causa della pandemia, si è fatto evidente il bisogno di fratellanza, di solidarietà, di ripensamento del nostro sistema economico, ecco invece accentuarsi la tendenza divisoria. E siamo inciampati nell’attuale guerra. In questo quadro, che può sembrare pessimista, entra la proposta del Vangelo, purché non si voglia tornare indietro, gettare una mano di pittura per far finta che non esista questo scenario. Per questo dico che quest’epoca mi fa venire in mente, al contrario, l’opera di Neruda: c’è una poesia d’amore, il Vangelo che chiede di entrare nel mondo disperato.
E come, dunque, la Chiesa può avere una risposta in questo scenario?
Deve riprendere il suo posto, senza cadere nelle polarizzazioni che investono oggi le società in tutto il mondo, e deve evitare fughe nel passato, come reazione a questo mondo. Il grande storico Braudel spiegava che lungo il percorso della storia si accumulano le crisi precedenti. Ecco, oggi stanno emergendo tutte le crisi che si sono accumulate negli ultimi decenni. Ma quelle che accade a livello sociale, come ci spiega Freud, avviene anche a livello personale, con una ‘storia dei traumi’. Io credo però che la fede abbia un’origine pre-natale, che la prima esperienza sia quella di ricevere gratuitamente un rapporto d’amore. Mi aiutano nell’intravedere questa esperienza originaria filosofi come Sloterdijk, o teologi come Sequeri. L’essere umano sempre ricorda questi elementi originari di comunione gratuita. Gesù è colui che genera di nuovo, dall’alto di una croce, con infinita misericordia, come ci ricorda il Papa.In qualche modo risponde a questo mistero anche la fortissima devozione che abbiamo in Perù per il Signore dei Miracoli. La Chiesa è chiamata, oggi come sempre, a prendere questa forma di Cristo. Anche ai tempi di Gesù c’era una società polarizzata e Gesù mostra un modo di entrare nella storia e di vivere situazioni che appaiono difficili e disperate. La Chiesa non deve lasciare le persone nelle situazioni disperate, ma far emergere le origini dell’umano, tornare a essere “comunità-grembo”, uscendo dalla “gabbia” attuale.
Concretamente, cosa significa questo dal punto di vista pastorale?
Nel brano della barca in tempesta, citato da Papa Francesco in quel memorabile 27 marzo 2020, gli apostoli si rivolgono a Gesù chiedendogli: “Non ti occupi di noi?”. In realtà, non si accorgono che Gesù è a poppa, cioè la prima parte della barca eventualmente destinata ad affondare. Gesù si trova nel luogo più pericoloso e, in generale, dove ci sono le ferite più profonde. E lì deve stare anche la Chiesa. Dobbiamo tornare agli elementi costitutivi della vita di Gesù, alla sua morte che è il ‘pre-Natale’ della Risurrezione. E con questi elementi, in modo sottile, dobbiamo tornare ad agire nella storia. Credo che qui stia il compito della pastorale, affermare il popolo di Dio, primi di tutti i laici, partendo dalla vita, creando e riscoprendo legami.
Si trova, qui, anche il senso della sinodalità?
Sì, le domande principali si devono porre di fronte al popolo radunato. Dare centralità alla comunità ci porterà a modalità nuove per capire nativamente la Chiesa. Tutto questo non va contro il lungo cammino della tradizione, che nel corso nella storia non è stato un cammino di conservazione. La Chiesa non deve solo perpetuare i rituali, deve affrontare i nuovi problemi. La Chiesa non è fatta una volta per tutte, si fa facendo.Una Chiesa sinodale dà centralità alla voce dei malati, dei poveri, degli ultimi, dei movimenti popolari, ma anche a chi di solito non viene interpellato, alle persone anziane che di solito sono zitte, per esempio. Papa Francesco, spesso, critica il clericalismo. Mi pare che questo fenomeno sia connesso alla “tentazione del pinnacolo”, una delle tre tentazioni cui Gesù è sottoposto nel deserto. La tentazione di sentirsi “élite”, a cui non succederà nulla. Si tratta di un fenomeno che ha radici antiche. Secondo alcuni recenti studi la stessa “oligopistia”, cioè la “poca fede” che Gesù attribuisce agli apostoli, non sarebbe tanto, secondo la tradizione, la “poca fede”, ma “la fede dei pochi”. Nel Vangelo, poi, c’è un fraintendimento tra Giovanni Battista e Gesù. Il Battista pensa a un battesimo di purificazione, Gesù prende la strada opposta, quella dei peccatori, si “infanga” invece che purificarsi. La Chiesa ha un’unica possibilità: prendere la stessa strada, non quella di sentirsi puri e di separarsi dagli uomini. Dal punto di vista pastorale, per esempio, questo significa rivolgersi alle persone in modo diversificato, nella loro situazione, non in modo generico. Dobbiamo ricordarci che generatività è l’opposto di produttività. Oggi essere comunità significa fecondare la storia con atti profondi d’amore. E poi c’è un altro punto, fondamentale.
Dica.
La sinodalità è un processo lungo, a volte faticoso, ma deve sfociare nella riforma, altrimenti rischia di cadere nel parlamentarismo.Su questo l’esortazione Evangelii Gaudium è molto chiara. Non basta ascoltare, bisogna deliberare assieme. Il tempo in “uno solo” decide per tutti, è finito, viviamo in un tale livello di complessità e crisi a livello mondiale! Il rischio è che sui grandi temi si lascino le conclusioni ai tecnici, ma i tecnici non hanno una soluzione per tutto, ma neppure i preti e i vescovi. Gesù stesso lascia fare ai suoi discepoli. Il mondo si salverà con la saggezza di tutti, per questo il Papa dice di ascoltare il popolo!
Anche la Chiesa in America Latina affronta vari problemi, ma sembra aver imboccato con decisione la strada della sinodalità. È così, a suo avviso?
La recente Assemblea ecclesiale dell’America Latina e Caraibi è stata un esempio interessante, nel corso del processo stanno emergendo molte proposte. Resta il problema dello sbocco nella riforma, finora è mancato questo aspetto. Inoltre, noto una mancanza di formazione profonda e diffusa.
Nel frattempo, la Chiesa cattolica subisce la “concorrenza” di evangelici e pentecostali…
Da un lato c’è l’organicità della Chiesa, dall’altro un’individualizzazione enorme della fede, alla base c’è l’idea di salvezza individuale, una sorta di individualismo spiritualistico, che dà vita alla cosiddetta teologia “della prosperità”. La prospettiva è la salvezza della propria anima, ma senza guardare alla sofferenza dei poveri. Una prospettiva di questo tipo “non genera”, la storia diventa “la mia storia”. Certamente, questa idea di fondo si innesta in esperienze comunitarie forti, dove però non c’è alcun riferimento alla comunità più ampia, alla dimensione del “terzo escluso”, cioè di lui, di lei, di loro, oltre la totalità del “noi”. Emmanuel Levinas dice che ogni totalità è sempre interpellata dall’infinito “altro” di fuori di noi. Infatti, l’idea di sinodalità è proprio questa, partire dal “lui”. La “Chiesa in uscita” non è un’evasione, ma è entrare nella realtà, a un altro livello, perché si apre perennemente ad altri e cammina amplificandosi e rifacendosi.
La società latinoamericana è sempre più stritolata dal narcotraffico. Cosa può dire e fare la Chiesa?
O si annuncia il Signore della vita o si annuncia la morte. Le mafie hanno interessi che arrivano fino alla quotidianità della vita, una presenza impressionante. Crolla la possibilità di costruire il Vangelo. Per questo, il Papa dice che il corrotto, diversamente dal peccatore, non può trovare perdono, perché giustifica se stesso e non lascia posto a nient’altro. Perciò, una Chiesa che cerca un modus vivendi accanto alle mafie, in realtà, realizza un modus morendi. La Chiesa deve uscire da questa gabbia, con la sua proposta autentica e diversa. La corruzione va superata con il Vangelo.
“Profondamente rattristato dalla notizia della morte di Sua Maestà la Regina Elisabetta II, porgo sentite condoglianze a Vostra Maestà, ai membri della famiglia reale, al popolo del Regno Unito e del Commonwealth”. Lo scrive papa Francesco in un telegramma indirizzato a Carlo III, nuovo re d’Inghilterra. “Mi unisco volentieri a tutti coloro che la piangono – prosegue il papa – pregando per l’eterno riposo della defunta Regina e rendendo omaggio alla sua vita di instancabile servizio al bene della Nazione e del Commonwealth, al suo esempio di devozione al dovere, alla sua ferma testimonianza di fede in Gesù Cristo e alla sua ferma speranza nelle sue promesse”. “Affidando la sua nobile anima alla bontà misericordiosa del nostro Padre Celeste – conclude il Santo padre – assicuro a Vostra Maestà le mie preghiere affinché Dio Onnipotente vi sostenga con la sua grazia incrollabile mentre assumete ora le vostre alte responsabilità di Re. Su di Lei e su tutti coloro che custodiscono la memoria della Sua defunta madre, invoco l’abbondanza delle benedizioni divine come pegno di conforto e forza nel Signore”.
Rivoluzione, guerra civile, terrorismo, catastrofe: ma siamo davvero di fronte a un pericolo estremo?
08 Set 2022
di Silvano Trevisani
Rivoluzione, guerra civile, terrorismo, catastrofe. Sono termini diventati particolarmente ricorrenti in questi ultimi giorni. Le tensioni che si avvertono, e che sembrano amplificate da una campagna elettorale ricca solo di accuse reciproche ma non di proposte realistiche, alimentano certamente un linguaggio estremo. La rivoluzione è minacciata, ad esempio, dal sindaco di Bari nel caso si ritocchi il Pnrr che, proprio in concomitanza della campagna elettorale, ogni schieramento vorrebbe riscrivere a vantaggio del proprio ambito d’interesse (e forse lo farà). La guerra civile la prevedere il leader dei 5Stelle, Conte, nel caso in cui i partiti di destra, una volta affermatisi alle prossime elezioni, dovessero decidere di cancellare il reddito di cittadinanza lasciando senza pane milioni di poveri (assieme pure a qualche immancabile furbacchione). Di terrorismo Larussa di FdI accusa Conte, per le paure da lui espresse. Catastrofe è una parola sulla bocca di tutti e fa riferimento soprattutto alla ormai ineluttabile crisi energetica che, secondo alcuni soloni, dovremmo scongiurare cuocendo meno la pasta o usando meno il forno! Ovvero: facendo ricorso a quello spirito di solidarietà nazionale in cui gli italiani sono maestri… soprattutto quando si tratta di pagare le tasse!
Questa terminologia evoca modelli storici e letterari che ormai ci parlano dai libri di storia. Poiché in passato forse qualcosa di grave sarebbe accaduto anche per molto meno. Ma oggi, almeno alla luce dell’individualismo assoluto che stiamo vivendo, cresciuto sulle sponde di un consumismo totalizzante, sulla scomparsa delle ideologie e della politica territoriale, possiamo stare abbastanza “sereni”… almeno per un po’. Ma questo non significa affatto che le cose vadano bene o che non ci sia una profonda sofferenza in una parte notevole della popolazione. Povertà crescente, disagio sociale, servizi sempre meno efficienti, inadempienza scolastica (che in Puglia è salita a oltre il 17%), accorciamento della speranza di vita, erosione marcata dei risparmi, chiusure a raffica di imprese e attività commerciali sono fenomeni molto gravi che colpiscono il nostro Paese. E sono sicuramente conseguenza di scelte sbagliate portate avanti per anni, a cominciare dalla politica energetica e dalla spinta consumistica che si propagandava come “illimitata”.
Le stagioni della protesta, l’autunno caldo, gli scioperi a oltranza, i fermenti sociali, le lotte di classe avvenivano quando la società era in crescita, quando era fondata sulla famiglia, sulla solidarietà, su progetti comuni. Oggi una società fondata sull’individualismo, su relazioni instabili, sull’anaffettività, sulla dispersione, sulla furbizia, sull’annientamento della politica, dove trova gli spunti per unirsi nella protesta? Diceva un grande teologo, Negri che l’uomo vale quanto ciò per cui si arrabbia. Se ci arrabbiassimo per chiedere giustizia forse varremmo qualcosa di più.
Passeggiare tra i vicoli della città vecchia significa fare memoria delle tradizioni che si rinnovano nella contemporaneità. Lì dove il tempo sembra essersi fermato, come a farci da monito, gli antichi sapori si mescolano ai nuovi. Si sentono e non c’è niente di più bello nel vedere i più giovani giocare a pallone. Lo hanno fatto disciplinatamente grazie all’iniziativa realizzata in questi giorni dall’Oratorio San Giuseppe: un torneo di calcio a tre nelle piazze della città vecchia. Si è partiti a largo San Gaetano, venerdì scorso, per replicare il cinque settembre a largo Fuggetti. Terzo appuntamento in salita San Martino. Venerdì l’epilogo in piazza Duomo. Ci si ritrova ogni volta alla stessa ora, alle 19, per dedicarsi allo sport che non necessita della tecnologia, ma solo della volontà di fare esperienza di condivisione. Di una palla e due porte mobili. Dopo le partite, al Centro San Gaetano, si fa festa. Come sempre, finito il gioco, si riprendono gli smartphone, per fare foto magari. Si gettano le basi per la convivenza pacifica nella Taranto impegnata in una complessa opera di riconversione a trecentosessanta gradi. Il futuro di quei ragazzi, degli abitanti dell’Isola, è legato a quello della stessa città vecchia.
L’evento è stato condiviso da Sparta Taras che ha scelto di operare proprio a Taranto vecchia con l’Oratorio San Giuseppe. La mission delle iniziative da loro messe in campo va al di là del gioco. La crescita dei calciatori in erba è infatti funzionale allo sviluppo armonico della persona, per fare in modo che i cittadini del domani siano protagonisti del loro territorio. Il calcio come palestra di vita. Lo sport come metafora dell’esistenza assimilabile ad una grande corsa a tappe. E poi magari, quando il divertimento si fa agonismo non esasperato, tra quei vicoli della parte antica della città può emergere un nuovo Antonio Cassano. Qualcuno che sia capace di mettere a frutto il proprio talento anziché sprecarlo.