Eventi religiosi cittadini

L’oratorio sinodale: l’arte della condivisione cristiana

Si è svolto nel seminario arcivescovile di Taranto il terzo appuntamento del corso per animatori d’oratorio organizzato dal Comitato zonale Anspi

20 Mar 2023

Si è svolto nel seminario arcivescovile di Taranto il terzo appuntamento del Corso per animatori d’oratorio organizzato dal Comitato zonale Anspi, in collaborazione con l’Ufficio per la pastorale giovanile e l’Ufficio diocesano per la catechesi.

Durante l’incontro, che si colloca esattamente nel mezzo di tutto il percorso, grazie all’aiuto di don Francesco Maranò, responsabile dell’Ufficio per la pastorale giovanile diocesana, è stato possibile riflettere sulla realtà oratoriale in chiave sinodale.

Se è vero che l’oratorio è da sempre “un ponte tra la Chiesa e la strada”, il cammino sinodale ci permette di riflettere e verificare lo stile dei nostri oratori, che in molte parrocchie costituiscono l’espressione tipica dell’impegno educativo. Questa realtà bella e allo stesso tempo antica non si limita al recupero, all’istruzione o all’assistenza dei ragazzi, ma fonda la sua esistenza su cinque peculiarità che don Francesco ha condensato con altrettante parole e che sono state anche brevemente sperimentate attraverso coinvolgenti attività interattive guidate dal formatore Anspi, Alessio Perniola.

Nell’oratorio i nostri ragazzi anzitutto possono sperimentare un clima di fiducia. Una comunità cristiana che vuole evangelizzare deve osare, scommettere sulla vita dei ragazzi, dare loro fiducia per permettere di essere veramente sé stessi. L’attivazione del desiderio di collaborazione e partecipazione alla vita della Chiesa, nato in un rapporto di fiducia, cresce in un clima di dialogo e si traduce in una relazione di cura. Si sente sempre più importante e non più rinviabile l’esigenza di costruire comunità e maturare stili ecclesiali che superino una pastorale massificante, per prendersi a cuore la vita dei singoli.

La cura si riflette naturalmente nell’accoglienza dell’altro, a volte diverso da noi, col quale sempre va instaurato un rapporto basato sul rispetto della sua identità, della sua libertà e dignità evitando relazioni che si attuino nel dualismo dominanza – dipendenza.

In ultimo attraverso lo stile di vita oratoriale si valorizza la qualità etica dei linguaggi accessibili a tutti che – promuovendo musica, teatro, letteratura e contemporaneamente gioco, sport e festa – fanno dell’oratorio un luogo di crescita, di formazione cristiana, di integrazione con altre culture.

Editoriale

La finanza e le sue molte, troppe fragilità

(Foto ANSA/SIR)
20 Mar 2023

di Emanuele Carrieri

Dopo il caso del fallimento di Lehman Brothers, nel 2008, il caso del dissesto e della chiusura di una banca americana, la Silicon Valley Bank, manifesta, ancora una volta, la fragilità congenita, intrinseca dell’apparato finanziario. La finanza è indispensabile per lo sviluppo di un paese, perché è il ponte che unisce il risparmio delle famiglie con gli investimenti degli imprenditori. Che la finanza sia essenziale è comprensibile: senza investimenti l’economia non va avanti e, di conseguenza, non aumenta il benessere della gente. La Cina, tanto per ricordare l’esempio più eclatante degli ultimi cinquanta anni, è cresciuta tanto perché ha investito tanto, anzitutto in infrastrutture e in costruzioni, sia residenziali che industriali. Ma che la finanza sia assai fragile, invece, è un discorso molto più articolato. Nell’attività finanziaria, si assumono almeno due rischi connaturali e sostanziali e, di fatto, imprescindibili e ineluttabili. Il primo e importantissimo è che gli intermediari finanziari, in primis le banche, ricevono depositi di danaro, che devono o dovrebbero, se richiesto, restituire in tempi molto brevi, qualche giorno al massimo. Dall’altra parte, le banche investono il loro attivo in prestiti, titoli e, in certe circostanze, anche in beni immobili. Questi loro investimenti hanno una liquidità, cioè una convertibilità in denaro contante, non altrettanto rapida. È così che c’è il pericolo di scadenze in tempi diversi, fra quanto entrato e quanto da restituire. Nella normalità, questo pericolo è un rischio di liquidità. Ciò significa che la banca è integra e sana, ma mancano i denari liquidi per fronteggiare le scadenze immediate: può essere superato con l’intervento delle banche centrali, che prestano i soldi per superare la crisi, in attesa di realizzare le attività in portafoglio. È diverso e ben più grave un altro pericolo: quello che le attività in cui ha investito la banca perdano di valore o che un prestito non venga restituito, oppure che i titoli scendano di valore. L’ultima evenienza avviene in modo automatico per i titoli a reddito fisso, chiunque sia l’emittente, sia pure il Tesoro americano, quando aumentano i tassi di interesse. La perdita di valore deve essere coperta dal patrimonio aziendale oppure deve intervenire un aumento di capitale. Nel caso non accada la banca va in bancarotta. Negli anni trenta dello scorso secolo, il pericolo di crack di due banche, il Credito Italiano nel 1930 e la Banca Commerciale nel 1931, tutti e due salvate poi dal neonato Iri, si verificò per la perdita di valore delle quotazioni azionarie delle industrie possedute. La Lehman Brothers ha subito il fallimento per il crollo dei valori delle proprietà immobiliari possedute. Diverso è il caso della Silicon Valley Bank che è incorsa in ambedue i problemi. I depositanti, soprattutto imprese della Silicon Valley, hanno ritirato i depositi per pagare gli stipendi in una fase di crisi delle imprese e delle start up tecnologiche; poi i valori dei titoli di investimento cioè i buoni del tesoro americani sono scesi per effetto dell’aumento dei tassi. Il tracollo della Silicon Valley Bank ha riaperto, per l’ennesima volta, il dibattito sulle banche americane ma non così è stato per le banche europee che sono soggette a controlli molto più restrittivi. Non è solo una questione di controlli: nella cultura imprenditoriale americana il principio vigente è che ci debbano essere pochissimi controlli per non reprimere le forze vitali degli imprenditori, severe punizioni per chi sbaglia e ai depositanti è richiesto di valutare con attenzione e in anticipo le proprie scelte. Un sistema imperfetto ma molto flessibile, con frequenti e numerosi problemi. Ma il problema più serio riguarda la praticabilità, da parte delle banche centrali, di questa politica di rialzo dei tassi di interesse, con il fine di ritornare a una inflazione del due per cento. A questo punto la domanda sorge spontanea: questo tipo di politica è realizzabile senza danneggiare la condizione delle imprese, compreso il settore finanziario, e senza penalizzare la crescita economica? Tenendo anche presente che la maggior parte (non tutta!) della dirigenza politica sembra avere per il momento abbracciato un programma di morbida aggressione al cambiamento climatico (programma ineluttabile, ma che richiede una vastità enorme di investimenti, pubblici e privati): quanto costa l’efficientamento di tutto il sistema energetico, dalle case alle auto? La domanda banale che ne consegue è: con quali soldi si affronta la transizione dell’apparato economico in funzione del cambiamento climatico, con una politica di rialzi dei tassi di interesse? E tenendo anche conto che in tutti i paesi avanzati, Cina inclusa, l’andamento demografico gioca in senso contrapposto, con un incremento della popolazione anziana in confronto a quella lavorativa e produttiva: i sistemi assistenziali, previdenziali e pensionistici saranno all’altezza di sostenere un così grande carico? Se a questi fattori di incertezza si aggiunge la nuova geopolitica globale, conseguente la guerra in Ucraina e il confronto americano – cinese, si comprende subito che l’Europa ha davvero bisogno di tutta la sua unità.

Rigenerazione sociale

Missione in periferia: il villaggio Pilastro di Bologna risorge oltre il pregiudizio

foto Popoli e missione
20 Mar 2023

Alberi di nocciolo, querce, aceri; condomini immersi del verde a pochi metri dal parco Pasolini o dal famoso Arboreto; un foliage variegato e spettacolare tra gli orti delle fattorie didattiche, scuole colorate e murales; prati estesi che circondano il Virgolone di edilizia popolare. Siamo al “villaggio Pilastro”, nel comune di Bologna. Qui su 6mila e 881 abitanti oltre 1.600 sono di origine straniera. E vengono da Marocco, Nigeria, Sri Lanka, Filippine. Oltre il 29% delle famiglie ha un reddito sotto i 12mila euro. Eppure nessuno definirebbe questo un ghetto, tutt’altro.

Rischio gentrification. “Le risorse arrivano e le associazioni di volontariato sono molto diffuse. Le diverse realtà dell’associazionismo collaborano – racconta Francesca Minigher a Popoli e Missione, insegnante alla scuola primaria Romagnoli e coordinatrice del plesso –. Chi insegna da noi, lo fa per scelta”. Eppure fino a dieci anni fa anche solo nominare questo villaggio povero e malfamato, nato nel 1966 alle porte della città tra il fango e la palude, faceva accapponar la pelle. Il luogo evocava periodi bui della nostra storia. “Tra il 1987 e il 1994 al Pilastro imperversava la banda della Uno Bianca, che commise decine di crimini efferati”,ci ricorda un cittadino bolognese per anni impiegato alla Regione Emilia Romagna. Venne ingaggiata una lotta contro la malavita che aveva forti aderenze con le forze dell’ordine. Poi, la rinascita, la rivalsa, il nuovo corso. Pilastro è letteralmente risorto. Tanto che oggi addirittura rischia la gentrification, come avvenuto per il quartiere Testaccio a Roma, spiega Noemi Piccioli, architetta che ha scelto di vivere qui. “Speriamo che i bolognesi non si accorgano mai della bellezza del Pilastro, altrimenti in pochi anni si trasferiscono tutti qui, facendo lievitare pure i prezzi delle case”, dice sorridendo e ricordando il senso della gentrification dei quartieri popolari a Roma. I servizi pubblici sono tanti al Pilastro e funzionano: la biblioteca comunale Luigi Spina, ad esempio, fa invidia alle migliori ludoteche per bambini del Nord Europa. Le scuole pubbliche Romagnoli sono il fiore all’occhiello dell’intera regione.

Forze che si integrano. Ma come è stato possibile trasformare così una periferia, e chi ha creduto nella sua rinascita? “È una questione di forze che si integrano. Gli insegnanti, per esempio, hanno scelto di trasferirsi qui ed è stata una scelta politica la loro”, afferma Giulia Montanari, mamma di quattro bimbi. Con suo marito Matteo Pisani, Giulia è una missionaria, una capo scout, da anni impegnata nel volontariato. Oggi la coppia è anima della casa famiglia Pamoja, nata nel 2016 grazie a un progetto della Papa Giovanni XXIII sotto gli auspici della diocesi di Bologna.

Giulia Montanari con una delle sue figlie – foto Popoli e Missione

I bimbi che arrivano da loro, in affido, con situazioni familiari difficili alle spalle, iniziano una nuova vita dentro una famiglia vera, che li ama e li accompagna lungo un percorso di crescita, seguendoli con attenzione. “Siamo stati missionari in Kenya, io e Matteo, poi volevamo partire per la Palestina con Operazione Colomba, ma io rimasi incinta e a quel punto decidemmo di restare a Bologna – ricorda Giulia –. Non avevamo casa e inizialmente ne prendemmo una in affitto”. Poi arrivò l’idea di abitare nell’ex residenza contadina di proprietà del Comune di Bologna, affittata alla Papa Giovanni, lasciata libera dai precedenti volontari che per anni avevano portato avanti un progetto di ospitalità e integrazione. E nel 2016 parte il progetto Pamoja. “Adesso siamo in un momento di relativa calma – dice Giulia ridendo –. Ci godiamo la quiete in otto: con quattro bimbi nostri più due in affido”. In altri periodi, in passato, la famiglia Pisani è stata anche molto allargata, fino a dodici componenti.

foto Popoli e Missione

Il parroco e i volontari. “I vescovi, primo fra tutti il cardinal Zuppi che ci ama, hanno sempre avuto un’attenzione speciale per questo villaggio che nacque nel 1966. È in quell’anno che nasce anche la comunità parrocchiale – spiega don Marco Grossi, parroco di Santa Caterina e anche di San Donnino –. Tutte le chiese qui all’inizio erano dei prefabbricati e dentro ci si faceva di tutto: dalla messa all’oratorio, dal cinema del pomeriggio alle feste comandate”. La signora Giuliana, una delle volontarie del Centro d’ascolto, nato grazie alla Caritas diocesana, ricorda: “Siamo arrivati qui nel 1962 io e mio marito, lui era poliziotto. Abbiamo fatto la domanda per la casa popolare e ce l’hanno assegnata in via Pirandello. Lui però disse: ‘là non ti ci porterò mai’ per via della pessima nomea del quartiere: c’erano cinque persone condannate per associazione mafiosa, Io però mi sono impuntata per restare qui”. I parrocchiani di vecchia data sono la colonna delle attività missionarie dedicate ai fedeli.la povertà materiale è tanta al Pilastro, ma si riesce ad arginarla: “adesso abbiamo parrocchiani di oltre 45 nazionalità: i bisogni ci sono e c’è tanta povertà ma anche una Caritas che funziona bene”, dice don Marco.
Da alcuni anni “è nato il Centro d’ascolto in parrocchia, con un professore di lettere in pensione, Anselmo Alberti, rimasto vedovo, che ci si è dedicato con amore e ha coinvolto altri due volontari”.

Il valore delle sinergie. “Qui c’è sempre stata una parte di popolazione che, sia dal punto di vista sociale che ecclesiale, ha cooperato per fare comunità ed essere d’aiuto. Per far del bene”, dice il sacerdote. La riuscita di realtà territoriali simili a questa sta nella collaborazione tra amministratori pubblici e realtà del terzo settore; tra impegno della Chiesa e dedizione del volontariato laico e di matrice cristiana. La sinergia è una via di uscita permanente dalle disuguaglianze.

Emergenze sociali

Riforma fiscale, Parisi (Caf Acli): “La base dev’essere il «quoziente familiare»”

“Il fisco dovrebbe essere ritagliato su misura in base alla condizione oggettiva della famiglia” secondo il presidente del Caf delle Acli, che commenta i contenuti del disegno di legge di delega al Governo

foto Ansa/Sir
20 Mar 2023

di Alberto Baviera

“Il fisco dovrebbe essere ritagliato su misura in base alla condizione oggettiva della famiglia. È indispensabile partire dalla composizione della famiglia. Noi l’abbiamo chiamato ‘quoziente familiare’, la cosa importante è che ci sia un’attenzione alla condizione di alcune famiglie che – pur avendo un reddito all’apparenza più che dignitoso – in questo momento si stanno avvicinando alla soglia di povertà”. Così Stefano Parisi, presidente del Caf delle Acli, commenta i contenuti del disegno di legge di delega al Governo per la riforma fiscale licenziato giovedì Consiglio dei ministri. L’approvazione – ha affermato il premier Meloni – “è una vera e propria svolta per l’Italia”. Il presidente del Consiglio ha parlato di “una riforma epocale, strutturale e organica”, evidenziando come si tratti “una rivoluzione attesa da 50 anni con importanti novità a favore di cittadini, famiglie e imprese”. “Grazie alla riforma del sistema fiscale – ha concluso Meloni – abbassiamo le tasse, aumentiamo la crescita e l’equità, favoriamo occupazione e investimenti”.

Dottor Parisi, la convince l’impianto della riforma fiscale varata dal Governo?
La delega fiscale è una traccia di un percorso che dev’essere tutto costruito. Oggi ci sono molteplici ipotesi e proposte, per esempio, anche sulla riduzione delle aliquote Irpef. Al momento non si può ancora entrare nel merito delle specificità, anche perché lo sviluppo della delega fiscale è previsto nell’arco dei prossimi anni. Assisteremo ad una serie di proposte, controproposte, bocciature… Detto questo, la delega prevede alcune cose che, da un lato, possono essere di buon auspicio mentre dall’altro, a nostro avviso, rischiano di generare situazioni che potrebbero nascondere qualche manovra occulta, senza voler fare necessariamente allarmismo.

Concentriamoci un attimo sulle aliquote Irpef che alla fine sono quelle che ricoprono sempre più attenzione/preoccupazione…
L’obiettivo della delega fiscale è quello di abbassare il numero delle aliquote e la pressione fiscale, il che vuol dire tutto e niente.

Dal vostro punto di vista, a cosa si dovrebbe fare attenzione nella definizione del nuovo sistema fiscale?
Per noi sono tre le priorità che il Governo dovrebbe darsi. La prima è che non può esserci una riforma fiscale e tributaria se non si tiene conto del quoziente familiare. Sono anni che noi ci battiamo per la sua applicazione, che nulla centra con l’Isee che, riteniamo, sia ormai uno strumento superato e che dev’essere aggiornato.
Il quoziente familiare dev’essere la base della riforma fiscale mentre finora non è mai stato preso in considerazione per l’erogazione dei bonus. Serve un’attenzione particolare alla composizione del nucleo familiare e poi del reddito pro-capite per evitare, per esempio, che il capofamiglia di una famiglia monoreddito con 5 componenti paghi più imposte rispetto al single. Se vogliamo un fisco equo e giusto l’applicazione del quoziente familiare è la prima condizione.

La seconda priorità?
Le famiglie con disabili o con anziani non autosufficienti. Oggi ci sono agevolazioni, delle piccole deduzioni che vengono consentite, ma di fatto non c’è la valutazione di quanto sia oneroso sostenere una famiglia con un disabile o un anziano non autosufficiente.

L’ultima priorità?
È importante avere un’attenzione particolare nel ritagliare un fisco su misura. Per questo la ‘flat tax’ ci convince poco, perché significa essere tutti uguali. Purtroppo non siamo tutti uguali, non tanto per le condizioni soggettive ma per quelle oggettive che vive ogni famiglia. Certo, in alcuni casi la ‘flat tax’ può funzionare, purché non diventi un fare parti uguali tra disuguali. Da qui l’importanza di un fisco su misura, ritagliato a seconda delle situazioni. Che, ovviamente, non possono essere troppe anche per non complicare la vita al cittadino. Ma vanno individuate quelle casistiche (famiglie, famiglie con disabili, famiglie con anziani…) che devono essere tutelate e che hanno bisogno di attenzioni particolari.

E la progressività sancita dalla Costituzione?
Con le tre aliquote di reddito ipotizzate rimarrebbe. Sparirebbe nel caso di introduzione della ‘flat tax’. Ribadisco che in alcuni casi la ‘flat tax’ potrebbe anche essere un aiuto – come ne caso dell’autoimpresa – ma non sicuramente per la totalità dei contribuenti.

La delega prevede anche la revisione delle ‘tax expenditures’ (detrazioni, deduzioni…) per le quali è prevista una semplificazioni (ora sono oltre 600). A che rischi si può andare incontro?
Nell’ultimo incontro di programmazione di Caf Acli il nostro direttore amministrativo ci faceva notare come il primo blocchetto di istruzione del Modello 730 era racchiuso in 15 pagine e oggi siamo ad oltre 160 pagine: questo significa che si è complicato il meccanismo dichiarativo in maniera esponenziale.
È chiaro che una semplificazione è indispensabile; l’importante è che non sia a discapito – come sempre succede – di alcuni ceti e a favore di altri. Per cui bisogna fare molta attenzione a non ripetere quanto avvenuto, per esempio, con l’erogazione dell’Assegno unico – con il venir meno di alcune detrazione e deduzioni – che per alcune fasce di reddito è stato addirittura peggiorativo.

Ci sono indicazioni nella delega fiscale che accogliete positivamente?
Il fatto di diminuire l’aliquota Ires per le aziende che assumono a tempo indeterminato. Ma noi aggiungiamo: in maniera stabile. Perché già oggi ci sono delle norme che aiutano le aziende ad assumere, le famose decontribuzioni triennali. Così succede che finiti i tre anni si viene licenziati. Riteniamo che se si hanno agevolazioni da parte dello Stato si deve garantire che quelle assunzioni siano davvero stabili. Anche le agevolazioni per chi reinveste nell’azienda sono positive, perché aiutano il sistema sia per quanto riguarda le assunzioni sia per lo sviluppo dell’azienda stessa.

Cosa invece non vi convince?
Il concordato preventivo perché, secondo le ipotesi in circolazione tutte ancora da definire puntualmente, c’è il timore che sia un condono camuffato.

Cosa auspicate nel percorso che porterà alla definizione di un nuovo sistema fiscale?
Spingeremo, insieme ai sindacati e al Terzo settore, affinché si instaurino dei tavoli di confronto con il Governo per trovare la soluzione migliore. Molto spesso i tavoli di confronto naufragano perché ogni interlocutore pensa che la propria proposta sia la migliore e si batte perché quella venga accettata. Serve invece trovare la migliore soluzione per proteggere e garantire i diritti della fascia della popolazione che in questo momento è più a rischio: le famiglie. Paradossalmente, oggi come oggi, la famiglia media è quella che sta peggio. La priorità è riuscire ad individuare la soluzione migliore per garantire questa fascia di cittadini che in questo momento, per quello che vediamo quotidianamente, non è affatto tutelata.

Angelus

La domenica del Papa – Vedere, sapere, conoscere

foto Vatican media/Sir
20 Mar 2023

di Fabio Zavattaro

Non vedeva, ma anche non sapeva, non conosceva Gesù. È in questi tre verbi – vedere, sapere, conoscere – che si snoda il racconto della guarigione del cieco dalla nascita, nel Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima, chiamata anche in laetare. Domenica che coincide con l’inizio del pontificato di papa Francesco, dieci anni fa.
Prima la donna samaritana al pozzo di Sicar, la sete dell’acqua che è scoperta di un incontro che cambia la vita. Poi, il cieco che riacquista la vista: la luce che rischiara le nostre tenebre. Alla radice c’è un contrasto tra l’apertura di un incontro che va ben oltre le nostre capacità di intendere i rapporti e, appunto, la piccolezza dei nostri orizzonti, anche religiosi. Al pozzo di Giacobbe, Gesù coinvolge la donna dicendole: dammi da bere. All’uomo nato cieco fa una cosa analoga: dopo avergli ridato la vista “fisica”, gli chiede di “credere” nel “Figlio dell’uomo” per riacquistare la vista e vedere veramente. E nella risposta – “credo” – che il cieco riconosce il segno operato da Gesù, e compie un cammino di fede: prima incontra Gesù come un uomo tra gli altri, diceva Benedetto XVI, “poi lo considera un profeta, infine i suoi occhi si aprono e lo proclama Signore”.
Giovanni evidenzia anche il contrasto esistente tra il cieco e i presenti, i farisei: apre il suo racconto con il cieco che comincia a vedere e si chiude con dei vedenti che continuano a non vedere, a non credere ai loro occhi. I discepoli “finiscono nel chiacchiericcio e cercano un colpevole”; leggiamo in Giovanni: “chi ha peccato lui o i suoi genitori perché sia nato cieco”. Commenta papa Francesco all’Angelus: “noi tante volte cadiamo in questo che è tanto comodo, cercare un colpevole anziché porsi domande impegnative nella vita”.
Poi e la volta di quanti hanno assistito alla guarigione, non credono e sono scettici: “per loro è inaccettabile, meglio lasciare tutto com’era prima e non mettersi in questo problema. Hanno paura – dice Francesco – temono le autorità religiose e non si pronunciano”.
Accade che la novità lascia interdetti e “emergono cuori chiusi di fronte al segno di Gesù”; le persone “cercano un colpevole, perché non sanno stupirsi, perché non vogliono cambiare, perché sono bloccati dalla paura”. Invece di accettare la verità, la testimonianza, il messaggio di Gesù, anche noi, afferma il vescovo di Roma, “cerchiamo un’altra spiegazione, non vogliamo cambiare e cerchiamo una via d’uscita più elegante”.
Il cieco invece “non inventa e non nasconde nulla” afferma il papa: “non ha paura di quello che diranno gli altri: il sapore amaro dell’emarginazione lo ha già conosciuto, per tutta la vita, ha già sentito su di sé l’indifferenza il disprezzo dei passanti, di chi lo considerava come uno scarto della società, utile al massimo per il pietismo di qualche elemosina. Ora, guarito, quegli atteggiamenti sprezzanti non li teme più, perché Gesù gli ha dato piena dignità”. Era cieco e ora ci vede. La luce è ciò che rischiara l’oscurità, ci libera dalla paura delle tenebre; lo leggiamo già nelle prime righe della Genesi: “Dio disse sia la luce […] vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”.
Con la guarigione Gesù gli ha ridato piena dignità, quella dignità che “esce dal profondo del cuore, che prende tutta la vita”. Nella prima lettura, il libro di Samuele, leggiamo infatti che “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”.
All’angelus papa Francesco ci pone delle domande, un po’ come fa spesso nelle sue riflessioni, ci mette nel mezzo della scena del Vangelo e ci chiede cosa avremmo detto allora, quale sarebbe stata la nostra posizione; ci chiede se siamo liberi di fronte ai pregiudizi, testimoniamo Gesù, o “ci associamo a quelli che diffondono negatività e pettegolezzi”; come i genitori del cieco “ci lasciamo ingabbiare dal timore di quello che penserà la gente?”. Ancora, “come accogliamo le difficoltà e l’indifferenza degli altri? Come accogliamo le persone che hanno tante limitazioni nella vita?”. Chiediamo, dice Francesco, “la grazia di stupirci ogni giorno dei doni di Dio e di vedere le varie circostanze della vita, anche le più difficili da accettare, come occasioni per operare il bene, come ha fatto Gesù con il cieco”.

Eventi religiosi cittadini

“La lunga notte della Madre”: da sabato 25, una mostra fotografica sulla Settimana Santa tarantina

Organizzata dalla confraternita SS Addolorata e San Domenico, “Vedere la Settimana Santa”, consiste anche in un concorso fotografico realizzato in collaborazione con la soprintendenza ai Beni culturali

20 Mar 2023

“La lunga notte della Madre” è il secondo appuntamento dell’evento culturale “Ascoltare per vedere, vedere per toccare” organizzato dalla confraternita SS Addolorata e San Domenico.
La manifestazione, che è articolata in tre incontri, coinvolge tre percezioni sensoriali, relative alla Settimana Santa tarantina: dopo l’ascolto, “Vedere la Settimana Santa”, consiste in un concorso fotografico, con relativa mostra, realizzato in collaborazione con la soprintendenza ai Beni culturali, con sede in via Duomo a Taranto.
L’esposizione delle opere fotografiche, che si terrà nel chiostro della soprintendenza ai Beni culturali, riguarderà le opere selezionate da una giuria di professionisti nel settore.
La mostra sarà inaugurata il 25 marzo 2023 alle ore 11, mentre la premiazione dei primi tre classificati, con lettura della motivazione, si svolgerà il 27 marzo 2023, durante il Concerto del ‘Lunedì di Passione’, nella Chiesa di San Domenico Maggiore in Taranto.

La mostra sarà aperta come da seguente calendario:
Sabato 25 marzo dalle ore 11,00 alle ore 12,30 (inaugurazione)
Domenica 26 marzo dalle ore 10 ,00 alle ore 12,30
Lunedì 27 marzo dalle ore 9,00 alle 13,00 – dalle ore 17,00 alle ore 19,30
Martedì 28 marzo dalle ore 9,00 alle 13,00 – dalle ore 15,00 alle ore 17,30
Mercoledì 29 marzo dalle ore 9,00 alle 13,00 – dalle ore 15,00 alle ore 17,30
Giovedì 30 marzo dalle ore 9,00 alle 13,00 – dalle ore 15,00 alle 17,30
Venerdì 31 marzo dalle ore 9,00 alle 13,00 – dalle ore 17,00 alle 19,30.

Otium

Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore

Una riflessione su San Giuseppe a cura del direttore, don Emanuele Ferro, tratta dal libro L’uomo giusto, ed. Il Pozzo di Giacobbe  

18 Mar 2023

Giuseppe è l’uomo giusto (cf Mt 1,19), colui che nel suo cuore dà la precedenza, nel difficile discernimento all’amore e alla compassione per Maria, scoperta incinta. Non la espone alla vergogna. Giusto in Giuseppe vuol dire che è al contempo fedele alla legge e somigliante alla misericordia di Dio, che è tenero verso le sue creature.
Circa trent’anni dopo, una donna sarà sorpresa in flagrante adulterio (Gv 8, 3-11). Dell’uomo che pecca con lei non c’è ombra nel Vangelo, mentre di una masnada di uomini, giovani e vecchi, che la trascinano in piazza, si intuisce tutta la volgarità, il disprezzo e la cattiveria. La pongono nel bel mezzo di una piazza, sicuramente non avrà fatto in tempo a rimettersi in ordine. Una cosa simile sarebbe potuta accadere alla madre del Signore se Giuseppe non l’avesse presa con sé o se si fosse smarcato come potevano fare i maschi del tempo da quel “disonore”. Fermiamoci ancora in contemplazione di questa icona del Vangelo. «Mosè ci ha insegnato che donne come queste devono essere lapidate» (Gv 8,5). Le loro mani sono già armate di sassi come si intuisce facilmente dopo. Gesù scrive per terra – i Padri hanno scritto commenti bellissimi su questo dito di Dio che scrive sulla sabbia! –, poi pronuncia quella frase che conoscono proprio tutti: «Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,7).
San Giuseppe, scultura di Giuseppe Sanmartino, 1792 Cattedrale di san Cataldo, Taranto – foto di Mauro Magliani
Vanno via, lasciano la piazza dai più vecchi ai più giovani. La donna rimane nel mezzo. Testa china a terra per la vergogna. Gesù si avvicina a lei e le sussurra di alzarsi, di guardarsi intorno. La sua delicatezza è guaritrice rispetto a tanta violenza fisica e verbale subita dall’adultera. «Non c’è più nessuno», dice il Signore, «sono rimasto io ed io non ti condanno, sei libera, non peccare più» (cf Gv 8, 10-11).
Di questo gesto del Signore, Giuseppe sarebbe andato fiero e Maria all’ascolto di questo racconto avrà pianto di commozione.
Il nostro uomo giusto nel sogno conosce la volontà di Dio. L’Eterno con i passi di Giuseppe, custode del Redentore, apre con la sua Sposa la via della salvezza per tutti gli uomini. Gesù ci raccoglie con la tenerezza, la stessa respirata nella casa di Nazareth, e solo lui può liberarci dal peccato.

don Emanuele Ferro, L’uomo giusto, ed. Il Pozzo di Giacobbe  

 

Fede & tradizioni

La festa di San Giuseppe in provincia di Taranto, tra fede e tradizione

foto G. Leva
18 Mar 2023

Nella parte orientale della provincia di Taranto, il giorno della vigilia di San Giuseppe si svolgono diverse iniziative religiose-popolari per i festeggiamenti in onore del patrono dei papà.
Alla benedizione degli altarini dedicati a San Giuseppe, si aggiungono le prelibatezze tradizionali della festa con la partecipazione di nuclei familiari e amici tutti accomunati alla devozione al santo.
Di seguito andremo a spiegare le principali iniziative soprattutto enogastronomiche di alcuni paesi della provincia.

San Marzano di San Giuseppe: la festa, la più sentita di tutti in provincia, inizia con la processione  delle cosiddette fascine di ramoscelli di ulivo, ma anche tronchi, da parte di carri trainati da robusti cavalli che attraversano la piazza principale dove li attende la statua di San Giuseppe, portando il carico per il falò finale.
In una casa del paese viene allestito, per devozione, un altare per il patrono con la consegna ai devoti del pane benedetto.

Fragagnano: alla vigilia della festa, in alcune case viene allestito l’altare per il santo con il rituale della cottura della “massa” (sorta di tagliatelle fatte in casa con olio e prezzemolo) una volta riservata ai poveri ma che ora viene offerta a tutti i visitatori.

Lizzano: anche qui  gli altarini in onore di San Giuseppe sono la caratteristica principale con l’aggiunta nella massa, di ceci messi in ammollo la sera precedente e in seguito lessati; in più viene cotto e distribuito ai visitatori anche il pane e il grano, bollito nelle pignate come esempio di carità di quest’uomo verso i bisognosi.

Monteparano: nelle case private vengono allestiti gli altarini in onore del santo con la cottura e distribuzione della massa e del pane benedetto. La particolarità della massa monteparanese condite con spezie (cannella chiodi di garofano e pepe), è l’aggiunta delle cozze.

Le pietanze per allestire gli altarini, sui quali ha un posto d’onore un dipinto o una statuetta del Santo, ci sono ceci, fagioli, lampascioni e baccalà fritti e con sugo, infine le “carteddate” col miele (un dolce tipico della Puglia).

Di seguito, pubblichiamo una gallery fotografica con le tradizioni che si sono perpetuate a San Marzano di San Giuseppe, Fragagnano, Lizzano e Monteparano

 

Sport

Prisma, i playoff quinto posto per fare della salvezza un punto di partenza

L'ultima partita della Gioiella in casa - foto G. Leva
17 Mar 2023

di Paolo Arrivo

Archiviata nel migliore dei modi la regular season, con la salvezza sofferta quanto meritata, è troppo presto per mandare gli atleti in vacanza, prima ancora che prenda avvio la stagione da passare all’aria aperta: le squadre che hanno conservato la Superlega Credem Banca hanno un ulteriore impegno da onorare. Ovvero i playoff per il quinto posto. La Gioiella Prisma Taranto ha riposato nella prima giornata andata in scena ieri. Scenderà in campo giovedì ventitré marzo sul campo della Top Volley Cisterna – sarà riposo per Padova. Tre giorni dopo, alle ore 15.30, il ritorno al PalaMazzola proprio contro la formazione veneta.

Playoff quinto posto, a cosa servono

Appendice di campionato per chi non può ambire al tricolore, consiste in una fase a girone giocata con un girone all’italiana di andata e ritorno. Ai preliminari partecipano la nona, la decima e undicesima classificata della regular season. La migliore prende parte al tabellone principale a 5 squadre, insieme alle perdenti dei Quarti di Scudetto. Le stesse disputano un girone di sola andata. Sempre di 5 giornate. Successivamente si tengono le semifinali e la finale. La vincente si qualifica per la Challenge Cup. Ovvero prende parte a una competizione europea, nella stagione 2023/24.

Nel solco della continuità

Facendo un passo indietro, all’intero percorso compiuto dalla squadra che ha rappresentato in Superlega il Mezzogiorno, riecheggiano le parole di coach Di Pinto, piene d’orgoglio: “Abbiamo raggiunto continuità di gioco e livelli di resilienza spaventosi”. Non si può dargli torto. I suoi uomini, infatti, hanno tenuto testa all’avversario di turno, senza perdere mai nettamente. Non nella prima ma nella seconda parte del torneo la continuità, bisogna ammettere, non è mancata. Gli ionici si sono aggiudicati entrambi gli scontri diretti con Siena dimostrando di essere di una categoria superiore rispetto a chi è retrocesso, e a un certo punto del campionato sembrava già spacciato. La salvezza, conquistata per la seconda volta, dopo il ritorno in serie A, deve rappresentare un punto di partenza: i playoff quinto posto vanno collocati in quest’ottica. Taranto punta anche al grande volley nella rincorsa ai Giochi del Mediterraneo.

Città

“Incontri di cittadinanza responsabile”: dal 23 marzo, sette incontri di formazione

17 Mar 2023

“Incontri di cittadinanza responsabile” è la traccia di una serie di incontri, sette per la precisione, che si svolgeranno a Taranto da giovedì 23 marzo a mercoledì 17 maggio, sempre alle ore 18.30, all’istituto Maria ausiliatrice in via Umbria 162.
L’iniziativa socioculturale è indirizzata ai giovani e a tutti coloro che vogliono formarsi come cittadini responsabili attraverso la conoscenza delle istituzioni, della cultura e della comunicazione politica.

Questo il programma degli eventi:

23.03.2023 alle ore 18.30   IL RUOLO DEL SINDACATO
Giovanni D’Arcangelo (segretario generale Cgil Taranto)

30.03.2023 alle ore 18.30  POLITICA E RELIGIONI NELLE DEMOCRAZIE CONTEMPORANEE
Maria Rosaria Piccini (dottore di ricerca in diritto canonico ed ecclesiastico)

27.04.2023 ore 18.30  LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
don Antonio Panico (docente Sociologia generale – Lumsa)

28.04.2023 ore 18.30   LO SVILUPPO DEI TERRITORI
Mario Turco (senatore XIX Legislatura)

04.05.2023 ore 18.30   IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA
Vito De Palma (deputato XIX Legislatura)

05.05.2023 ore 18.30   IL PORTO: PERSONE, CULTURE, MERCI
Sergio Prete (presidente Adsp Taranto)

17. 05. 2023 ore 18.30   IL SINDACO E L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE
Rinaldo Melucci (sindaco di Taranto)

Per info e iscrizioni, si possono contattare gli organizzatori, Stefania Di Turo e Alessandro Pensa,
alla mail: formazione.cgstaras@gmail.com o al cell: 3497800741

Drammi umanitari

Migranti: in Tunisia gli africani sub-sahariani hanno paura ad uscire di casa per il clima di ostilità

Per questa ragione, in tanti sono pronti a tentare la traversata

foto Ansa/Sir
17 Mar 2023

di Patrizia Caiffa

Tra gli africani sub-sahariani che frequentano la piccola comunità cattolica nella cattedrale di Tunisi, ossia la maggioranza dei fedeli, “c’è tanta paura e dolore” per il clima di ostilità che si è creato nei loro confronti: “Ma c’è una legge dello Stato e siamo obbligati a rispettarla”. A parlare è padre Léonce Zinzéré, vicario generale dell’arcidiocesi di Tunisi. Padre Zinzéré, che appartiene alla Congregazione dei Missionari d’Africa (Padri Bianchi) è originario del Burkina Faso e vive in Tunisia dal 2004. Negli anni ha visto la situazione peggiorare, soprattutto dopo la primavera araba del 2011. Nelle ultime settimane, a causa di una grave crisi economica (l’inflazione è sopra il 10%, con disoccupazione giovanile altissima) e di alcune dichiarazioni del presidente Kaïs Saïed che ha indicato i migranti sub-sahariani come responsabili del piano di “grande sostituzione” delle popolazioni arabo-musulmane e lanciato una caccia agli illegali, sono aumentati gli episodi violenti. Molti sono stati cacciati dalle case in affitto o dai posti di lavoro.

Padre Léonce Zinzéré – foto: Missionari d’Africa

“Alcune persone che conosco, uomini e donne, hanno subìto aggressioni fisiche e verbali”, racconta il sacerdote. Nei giorni scorsi l’Associazione degli studenti e tirocinanti africani in Tunisia ha invitato i sub-sahariani a restare in casa.

“Domenica scorsa la chiesa era vuota. I neri hanno paura di uscire, anche chi ha i documenti in regola.

Perfino gli studenti hanno timore di essere aggrediti. Ora sembra che la situazione stia un po’ migliorando e qualcuno ricomincia a vedersi per strada”. L’Istituto nazionale di statistica tunisino indica la presenza di 21.000 immigrati sub-sahariani. “Noi non sappiamo le cifre esatte perché il numero di fedeli cambia in continuazione – precisa padre Zinzéré -. Alcuni frequentano per un periodo e poi non li vediamo più”.

La lettera dell’arcivescovo. L’arcivescovo di Tunisi, monsignor Ilario Antoniazzi, che guida questa piccola Chiesa dal 2013, ha dovuto scrivere due settimane fa una lettera dai toni accorati, citando la frase di Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. “Umanamente parlando non ho una risposta precisa alle vostre numerose grida di dolore”, scrive monsignor Antoniazzi, se non di “abbandonarmi alla volontà di Dio”. “Da una parte non posso restare indifferente”, dice, “ma dall’altra la Chiesa ha poco margine d’azione di fronte al periodo di dolore che stiamo vivendo”. L’arcivescovo lancia un appello a fare “doni in natura o in contanti” per le loro necessità materiali. Molti sono universitari, altri lavorano nel settore alberghiero o domestico nelle case, oppure nella raccolta delle olive nel Sud del Paese. “Arrivano qui con un visto per turismo ma dopo tre mesi di soggiorno diventano illegali. Purtroppo, dovendo sopravvivere, sono costretti ad accettare paghe molto basse. Perciò i tunisini pensano che rubino loro il lavoro”, spiega padre Zinzéré. “Noi abbiamo incoraggiato i nostri fedeli a mettersi in regola con le leggi – dice – ma è molto complicato ottenere un permesso di lavoro. Perciò tanti vogliono partire verso l’Europa”.

900.000 migranti verso l’Italia? L’intelligence ha informato infatti il governo italiano sul rischio, nei prossimi mesi, di un’ondata di 900 mila migranti dalla Tunisia verso Lampedusa, con un picco ad agosto. L’arcidiocesi di Tunisi da sempre mette in guardia contro i pericoli dei viaggi in mare e invita molti a tornare nei propri Paesi di origine, collaborando con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e le ambasciate nei rimpatri volontari. Oltre 1.700 ivoriani su 7.000 in Tunisia hanno già chiesto di poter tornare in Costa d’Avorio, come pure centinaia di maliani e guineani. “Sanno bene che rischiano di morire in mare ma è difficile convincere qualcuno a non partire”, sottolinea il sacerdote. “Molti sicuramente cercheranno di fare la traversata, anche se ci sono i controlli della guardia nazionale tunisina”. In una sola notte la Guardia costiera di Tunisi ha sventato 25 operazioni di migrazione illegale, con 1.008 persone soccorse in mare, di cui ben 954 di vari Paesi dell’Africa sub-sahariana. “Ma i passeurs guadagnano molto bene e spesso riescono ad aggirare i controlli – prosegue padre Zinzéré -. Tante persone che conosciamo sono morte in mare oppure non ne sappiamo più nulla. Fanno salire 50 persone su barche che ne possono ospitare 20. Molti tentano la traversata più volte”. Quelli che riescono ad arrivare in Italia – “e questo è un grande problema”, puntualizza padre Léonce – “mandano messaggi e video che incoraggiano le persone a partire”.

“La migrazione irregolare è una questione molto complessa”, osserva. “Va bene fare la guerra ai trafficanti ma non è sufficiente. Bisogna attaccare il male alla radice. Dal punto di vista economico i Paesi di origine sono parte del problema. Le persone devono avere il diritto di restare a casa e fare una vita dignitosa. Serve un grande lavoro nei Paesi di origine. Alla Chiesa spetta il compito di sensibilizzazione”.

Intanto il 13 marzo il Parlamento tunisino ha riaperto dopo due anni di chiusura. Era stato anche sciolto dal presidente Saïed, al governo dal 25 luglio 2021, nel marzo del 2022. Ai media non pubblici e stranieri è stato vietato l’accesso ai lavori. Saïed ha accentrato su di sé molti poteri ma respinge ogni “ingerenza politica esterna” e le accuse di razzismo nei confronti della Tunisia. Continuando a ribadire che i migranti che entrano illegalmente nel Paese non troveranno soggiorno.

Città

Contro i falò abusivi, l’azione sinergica di polizia locale e Kyma ambiente

foto Kyma ambiente
17 Mar 2023

Azione congiunta di Kyma ambiente e polizia locale di Taranto per rimuovere cataste e materiale di ogni tipo accumulato in varie zone della città. L’obiettivo è scongiurare i “falò” non autorizzati, in vista della ricorrenza di San Giuseppe.
Nei giorni scorsi i primi interventi sono stati effettuati in città vecchia e nel quartiere Salinella, disposti dall’amministrazione Melucci a tutela della legalità e del senso civico. Attività che proseguiranno fino a domenica 19 marzo, in altri quartieri cittadini dove saranno riscontrate situazioni analoghe.
L’accumulo di materiale ingombrante è vietato dalla legge. Le cataste rimosse sono costituite prevalentemente da materiale di diversa natura come infissi, mobili, sanitari, bancali in legno, elettrodomestici, pneumatici, la cui combustione incontrollata avrebbe generato emissioni pericolose e danneggiato abitazioni e aree verdi circostanti.
I “falò” abusivi, inoltre, rappresentano un vero e proprio pericolo per chiunque si trovi nelle loro vicinanze.
Le squadre di Kyma ambiente si sono occupate della rimozione del materiale, in alcune zone di città vecchia a mano e senza l’ausilio di mezzi meccanici. Alla polizia locale il compito di rimettere in sicurezza le aree e garantire lo svolgimento regolare delle operazioni. Tutti hanno fornito un prezioso contributo per ristabilire igiene e decoro.
«Il rischio causato da questi “falò” abusivi – ha spiegato l’assessore alla polizia locale Cosimo Ciraci – è assolutamente prevalente rispetto alla tradizione che qualcuno dice di voler onorare. Per questo motivo abbiamo avviato una decisa campagna di monitoraggio e rimozione, che porteremo avanti fino a domenica prossima. Con la scusa di festeggiare, infatti, molti si sbarazzano di rifiuti pericolosi che andrebbero smaltiti regolarmente, un gesto immorale e illegale che dobbiamo contrastare».
«La stretta sinergia con la polizia locale – ha aggiunto Giampiero Mancarelli, presidente di Kyma Ambiente – è finalizzata a garantire pulizia e sicurezza per i cittadini. In questo periodo siamo particolarmente impegnati su questo fronte, per evitare i gravi danni all’ambiente che questi roghi appiccati senza controllo possono generare».