“Condizioni cliniche stazionarie”: è quanto si legge nel secondo bollettino emesso nella quarta giornata di papa Francesco al Gemelli. “Il Santo padre – informa la sala stampa della Santa sede – continua ad essere apiretico e sta proseguendo la terapia prescritta. Le condizioni cliniche sono stazionarie. Questa mattina ha ricevuto l’Eucaristia e successivamente si è dedicato ad alcune attività lavorative e alla lettura di testi”.
“Papa Francesco è toccato dai numerosi messaggi di affetto e vicinanza che continua a ricevere in queste ore – riferisce ancora la sala stampa vaticana -, in particolar modo intende rivolgere il proprio ringraziamento a quanti in questo momento sono ricoverati in ospedale, per l’affetto e l’amore che esprimono attraverso i disegni e i messaggi augurali; prega per loro e chiede che si preghi per lui”.
La diagnosi del primo bollettino emanato nella mattinata di oggi parlava di “infezione polimicrobica delle vie respiratorie che ha determinato un’ulteriore modifica della terapia”. La situazione generale era quella di “un quadro clinico complesso che richiederà una degenza ospedaliera adeguata”.
Don Gianni Caliandro, rettore del seminario teologico pugliese, su invito del parroco don Davide Errico, mercoledì 19 febbraio alle ore 19 sarà al santuario della Madonna di Lourdes, a Pulsano, per tenere una catechesi comunitaria sul tema ‘Il cammino, metafora della vita’, nell’ambito delle celebrazioni giubilari.
Per i martedì culturali della parrocchia di Sant’Antonio a Martina Franca, martedì 18 febbraio alle ore 19.30, si terrà l’incontro su ‘Le donne nella Commedia dantesca tra fisicità e allegoria’.
Dopo i saluti del parroco, don Mimmo Sergio, e l’introduzione del prof. Antonio Cecere, presidente della sezione martinese dell’Uciim, la relazione sarà tenuta dalla docente prof.ssa Imma Luccarelli.
Per i martedì culturali della parrocchia di Sant’Antonio a Martina Franca, martedì 18 febbraio alle ore 19.30, si terrà l’incontro su ‘Le donne nella Commedia dantesca tra fisicità e allegoria’.
Dopo i saluti del parroco, don Mimmo Sergio, e l’introduzione del prof. Antonio Cecere, presidente della sezione martinese dell’Uciim, la relazione sarà tenuta dalla docente prof.ssa Imma Luccarelli.
A Martina Franca, nei giorni scorsi, la sala del cantico della parrocchia-convento di Cristo Re dei frati minori ha ospitato il primo di una serie di quattro incontri di catechesi comunitaria sul tema ‘Pellegrini di speranza. Tra i sentieri dell’anima’. Il tema della prima serata è stato dedicato a ‘Internet e la trasformazione della famiglia’.
A condurre l’incontro con la psicologa dott.ssa Giorgia Colomba c’erano il parroco fra Paolo Lomartire e lo psicoterapeuta dott. Mimmo Marzia.
Psicologa e psicoterapeuta in formazione, di orientamento cognitivo-comportamentale, impegnata nel trattamento dell’età evolutiva, la dott.ssa Colomba ha testimoniato ciò che con la sua esperienza professionale con i bambini ha potuto toccare con mano, attraverso racconti e testimonianze delle famiglie.
“Oggi la famiglia – ha esordito – si trova a dover fronteggiare delle sfide educative importanti, alla luce della trasformazione digitale della società. La necessità, per il benessere dei giovani, è che le famiglie formulino un patto educativo sulla base dei bisogni dei propri figli, senza ‘demandare’ ad Internet il compito di occuparsi della loro crescita”.
La dott.ssa Colomba si è quindi soffermata sulla rilevanza della questione comunicativa in quanto proprio perché è attraverso di essa si possono instaurare dei legami fatti di scambi concreti e di conoscenza del sé attraverso l’incontro con l’altro. Si evidenzia però la sperimentazione di una profonda solitudine nonostante un mondo in costante connessione e quindi bisognerebbe porsi degli interrogativi riguardo la qualità della nostra comunicazione, che rischia di diventare superficiale.
“L’utilizzo eccessivo dei dispositivi in famiglia – ha rilevato – ci mette di fronte al pericolo di una divisione alimentata da una sempre maggiore assenza di comunicazione autentica. Ecco dove, a parer mio, risiede il rischio maggiore oggi”.
La dott.ssa Colomba ha riferito di come i genitori oggi si trovano a dover fronteggiare diversi rischi derivanti dall’utilizzo eccessivo di internet. La pericolosità risiede anche nel fatto che sono soprattutto i più piccoli a risentire degli effetti negativi dello schermo, esposti sin da piccolissimi, nelle fasi fondamentali dello sviluppo a problemi d’attenzione, ansia, depressione e disturbi del comportamento.
“C’è anche da domandarsi – ha detto – che utilizzo ne fanno gli adulti. Non si può pensare di impartire ai figli delle regole se poi non si danno delle dimostrazioni. il modello di riferimento genitoriale ha perciò bisogno di essere accompagnato ad autorevolezza, coerenza e credibilità”.
Successivamente il dott. Mimmo Marzia ha presentato un interessante excursus sulla storia della famiglia sin dai tempi più antichi fino ad arrivare ai nostri giorni.
Fra Paolo Lomartire ha arricchito il discorso psicologico di una lettura spirituale che ha portato il pubblico a riflettere sull’importanza di creare una connessione profonda con Dio e con il sé, in contrasto alla velocità e dinamicità di un mondo iperconnesso.
Quale può essere – si è chiesto – la maniera più adatta per fronteggiare queste sfide?
“Un consiglio che personalmente rivolgo ai genitori – ha continuato la dottoressa – è quello di creare uno spazio e un tempo per delle attività senza connessioni con i propri figli, stimolando la loro curiosità e creatività, investendo nelle loro qualità e passioni, favorendo il contatto umano e il gioco con i coetanei. È un lavoro per cui bisogna investire del tempo quotidianamente, un tempo prezioso che regaliamo ai nostri bambini e ragazzi, contribuendo ad ‘innaffiare’ queste piantine che a loro tempo porteranno frutto.
Allo stesso tempo – ha concluso – ritengo che l’utilizzo dei dispositivi non debba essere demonizzato in toto, ma certamente c’è bisogno di una educazione digitale per tutti, anche per gli adulti ed è importante che i contenuti di cui i minori usufruiscono siano fase-specifici, adeguati alla loro fascia d’età. Ma soprattutto oggi esiste un bisogno profondo di verità con se stessi, nei legami e nell’incontro con l’altroOgni tanto facciamo il piccolo esercizio di mettere da parte i telefoni, provando ad ascoltarci. I risultati non tarderanno”.
Vendita ex Ilva: Jindal contro Baku, ma restano dubbi su ambiente e lavoro
17 Feb 2025
di Silvano Trevisani
Comunque vada a finire l’asta per l’acquisizione dell’ex Ilva non saranno pochi i problemi da affrontare da subito, sia sul fronte ambientale che su quello occupazionale. Intanto sono arrivati i rilanci dei candidati all’acquisto. Li hanno presentati, come rendono noto i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e di Ilva in As solo Baku Steel Company Cjsc con Azerbaijan Investment Company Ojsc e l’indiana Jindal Steel International. Non ha partecipato invece il fondo americano Bedrock, ormai fuori dalla partita.
Da fonti sindacati e dalle organizzazioni ambientaliste, che agiscono su vari fronti, compreso quello giudiziario, sono molte le perplessità circa le reali intenzioni di procede con la decarbonizzazione in tempi rapidi. Riguardo ai rilanci presentati dalle aziende straniere, commissari straordinari si riservano alcuni giorni per valutare attentamente le proposte ricevute e formulare il proprio parere, che sarà trasmesso al ministero delle Imprese e del Made in Italy. In vantaggio ci sarebbe l’offerta di Baku Steel che avrebbe garantito anche maggiori garanzie sul fronte occupazionale. A vantaggio degli azeri andrebbe anche la disponibilità di gas, che nella transizione dagli altiforni ai forni elettrici per la decarbonizzazione potrebbe essere un fattore importante. Anche se, però, il gas non può essere utilizzato nell’immediato nella produzione. In particolare, il gruppo azero Baku Steel avrebbe presentato un rilancio da 450 milioni a circa 1 miliardo di euro, che supererebbe quella presentata dagli indiani di Jindal International, tramite la controllata Vulcan Steel, salita da 80 a circa 200 milioni, ai quali vanno aggiunti però oltre 2 miliardi di investimenti futuri previsti.
Per quanto riguarda invece l’occupazione, il piano di Baku prevederebbe uscite non superiori alle duemila unità rispetto ai circa 10.000 attualmente dipendenti di AdI, mentre gli indiani prevederebbero tremila uscite. E questa sarà una battaglia impegnativa per i sindacati, dal momento che non considerano fuori i 1.700 lavoratori collocati in Ilva AS, per i quali chiedono garanzie.
Ma Jindal ha fatto subito sentire la sua voce, esprimendo stupore per il vantaggio attribuito ai concorrenti azeri, soprattutto in virtù della loro maggiore consistenza industriale e produttiva a livello internazionale e per via dei preannunciati investimenti futuri, anche ambientali. Segnalano, inoltre, la scarsa esperienza produttiva accumulata dagli azeri fino ad oggi. Ma scarsa chiarezza si intravede sui programmi iniziali degli indiani, che chiuderebbero da subito le cokerie importando dall’estero il preridotto da utilizzare nelle acciaierie, almeno fino alla costruzione dei forni elettrici.
Da fonte sindacale si chiede una convocazione urgente dal ministero: “Sarà fondamentale – afferma Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim – esaminare il percorso per cui arrivare a una decarbonizzazione nei tempi, nei modi e sugli impatti occupazionali che ci saranno. Il piano industriale e gli investimenti devono prevedere il rilancio di tutti gli impianti e non accetteremo esclusioni di pezzi della filiera. Non dimentichiamo che nel 2018 fu necessario più di un anno di tempo per realizzare un accordo e che i tempi fanno parte di un percorso complesso che ponga fine alla vertenza ex Ilva. Come abbiamo più volte ribadito la soddisfazione positiva delle condizioni che come sindacato abbiamo più volte richiesto consentiranno tempi più veloci della fase sindacale. Attendiamo da Palazzo Chigi la convocazione non appena sarà chiaro il percorso e chiediamo al Governo un impegno forte in termini di norme certe e durature per chi acquisirà il gruppo, ed una stretta sorveglianza dei tempi di realizzazione delle opere necessarie e la presenza dello Stato nella società per dare stabilità economica e finanziaria oltre che garanzia per gli investimenti da realizzare per il rilancio dell’azienda. Non ci sarà un’ulteriore amministrazione straordinaria, come Fim diciamo a gran voce di fare presto e bene per i lavoratori e per il Paese”.
Intanto, il governo, che esclude assolutamente una sua qualche partecipazione alla futura gestione, ha già provveduto a mettere disposizione risorse per il rilancio dell’Ilva, garantendo 100 milioni di euro in più al prestito ponte da 320 erogato dal Mef con l’ok della Ue e il passaggio da 150 a 400 milioni di una precedente misura a carico di Ilva in amministrazione straordinaria, attuale proprietaria degli impianti, mentre Acciaierie li gestisce in fitto.
Il poliedrico artista di origine friulana riletto dal nostro Silvano Trevisani, nel suo ultimo libro
17 Feb 2025
‘Pasolini: l’ergastolo della mia vocazione – Gli esordi giovanili tra Giacinto Spagnoletti e la Puglia’ (Macabor editore, 2025) è l’ultima fatica letteraria di Silvano Trevisani, presentata nell’agorà della biblioteca Acclavio, lo scorso venerdì: una preziosa occasione culturale per ricordare il legame profondo esistente tra la città di Taranto e il poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, attore e drammaturgo friulano. L’autore ha dialogato – nell’incontro moderato da Mario Guadagnolo – con José Minervini, presidente della Società Dante Alighieri-comitato di Taranto, e Ida Russo, presidente della Società filosofica italiana-sezione di Taranto. L’attenzione è stata focalizzata sul Pasolini poeta e in particolare sull’incontro con la figura di Giacinto Spagnoletti, critico tarantino, storico della letteratura, poeta e romanziere, a cui si deve la diffusione della poesia italiana del Novecento, e la scoperta di altri poeti come Alda Merini e Augusto Cardile.
Gli esordi di Pasolini e alcuni dei momenti più importanti della sua formazione che lo hanno legato alla nostra terra e con alcuni personaggi che resteranno sempre presenti nella sua vita. Un viaggio nella poetica di un Pasolini che prima che oltre un intellettuale eclettico, è stato un uomo e un artista che – partendo dalla poesia giovanile, sviluppatasi nel contatto con il nostro territorio – si è trasformato in tutto il resto: scrittore, regista, sceneggiatore, attore e drammaturgo.
Lo scrittore, Silvano Trevisani, con questo libro ha donato l’ennesimo contributo alla valorizzazione e allo sviluppo della cultura all’interno della città di Taranto, mettendo in luce la vivacità di una terra che va oltre i problemi già noti, ma è stata, ed è ancora, culla di bellezza e talenti che meritano di essere ricordati e valorizzati.
La sezione di Martina Franca dell’Uciim (Unione cattolica italiana insegnanti, educatori, formatori), riconosciuta dal Ministero per l’istruzione e il merito come ente qualificato per la formazione del personale della scuola, terrà una serie di incontri dedicati alla Divina commedia e al suo autore, Dante Alighieri. Grazie alla presenza di docenti ed esperti operanti in Martina Franca, i partecipanti potranno approfondire la conoscenza della Divina Commedia attraverso un approccio interdisciplinare che abbraccia la letteratura, la storia, la filosofia, la medicina e la teologia.
Il ricco calendario prevede il primo incontro per martedì 18 febbraio, alle ore 19.30, alla parrocchia Sant’Antonio di Martina Franca con la prof.ssa Imma Luccarelli che parlerà su ‘Le donne nella Commedia dantesca tra fisicità e allegoria’. Il 6 marzo, invece, alla parrocchia Regina Mundi, con inizio alle ore 19, il prof. Claudio Bello tratterà il tema ‘L’amico geniale. Guido Cavalcanti e Dante tra politica, amore e ateismo’. Altri relatori saranno la prof.ssa Liviana Serio (11 marzo), la prof.ssa Maria Rosaria Liuzzi (14 marzo). Per il ‘Dantedì’, giornata che commemora la nascita del poeta, l’incontro sarà organizzato in collaborazione con la Fondazione Caracciolo De Sangro (25 marzo). Si proseguirà il 27 marzo con la presentazione del libro “Dante oltre la selva” di Domenico Modista e Mimmo Belvito. Il 2 e 4 aprile sarà la volta delle prof.sse Angela Zaccaria e Marisa Nasti. La serie di incontri terminerà il 5 maggio con l’intervento della prof.ssa Marcella Caroli.
Ogni incontro sarà un momento di confronto e crescita, in cui sarà possibile discutere e condividere idee e interpretazioni.
Per i partecipanti sarà possibile ricevere un attestato di partecipazione utile ai fini dell’aggiornamento professionale.
Nel recente passato la sezione di Martina Franca, sotto la guida di Cinzia De Bellis, è stata sicuro punto di riferimento per il mondo cattolico impegnato nella formazione dentro e fuori la scuola. Oggi, il presidente prof. Antonio Cecere, docente al Liceo Tito Livio di Martina Franca, ha il compito di proseguire lungo il sentiero segnato rendendo protagonisti quanti desiderano confrontarsi su temi cruciali per l’attualità e vivere in forma comunitaria l’impegno di formarsi; ad affiancarlo, dopo le elezioni dello scorso anno, ci sono la prof.ssa Gabriella Ciraci e il prof. Paolo Simonetti.
Fedele al proprio mandato pluridecennale, l’Uciim vuole coinvolgere insegnanti e operatori culturali del territorio in un dialogo formativo che per quest’anno si concentra su un’opera letteraria capace di parlare a uomini e donne del nostro tempo e che permette di esplorare i profondi temi filosofici, teologici e umani ad essa connessi. La formazione continua è un elemento fondamentale per gli insegnanti e gli educatori e l’Uciim si impegna a offrire percorsi di alta qualità per il personale della scuola fornendo strumenti e competenze per migliorare l’insegnamento e arricchire il bagaglio culturale e professionale degli educatori.
Come ha affermato il prof. Antonio Cecere, presidente della sezione martinese, nel messaggio di invito rivolto ai dirigenti scolastici e ai docenti: “La nostra intenzione è di valorizzare professionalità di alto livello nascoste nelle nostre scuole e che queste possono vantare. I luoghi dove si terranno gli incontri sono l’esempio della rete che in Uciim desideriamo creare, coinvolgendo associazioni e parrocchie, fra piazza e campanili”.
L’Uciim attende quanti hanno voglia di percorrere un pezzo di strada insieme, ricordando che essendo l’associazione ente qualificato per la formazione del personale della scuola ai sensi della direttiva n.170 del 2016.
È davvero molto complicato immaginare quale andamento imboccheranno i negoziati per finire la guerra in Ucraina che Trump e Putin hanno prefigurato con la loro lunga conversazione telefonica. Né quale ruolo spetterà da giocare a Zelensky, pronto – se è vero – a rinunciare a parte dei territori invasi dai russi con il conflitto di aggressione iniziato il 20 febbraio di tre anni fa, ossia proprio quello che, fino a qualche giorno fa, il governo di Kiev escludeva nel modo più assoluto che sarebbe mai avvenuto. L’aspetto drammatico dell’intera vicenda è che sullo sfondo, quasi in penombra, resta l’Ucraina. È noto ormai da tempo che Zelensky non viene accettato da Mosca come controparte legittimata dal voto popolare, perché il suo mandato è scaduto il 20 maggio dell’anno scorso, ma le elezioni sono proibite dalla legge marziale e precluse dalle condizioni di guerra. La Costituzione di quel Paese in queste circostanze accorda la proroga automatica dell’incarico e, a parte tutto, esiste anche una legge che proibisce ogni trattativa con Putin. A Zelensky appare ormai chiaro che la sua rimozione sembra imprescindibile per arrivare a qualsiasi tipo di pace, ma nel frattempo cerca di fare buon viso a cattivissimo gioco. Ha afferrato che a Trump l’Ucraina interessa solo per le terre rare che possiede e da cui vorrebbe recuperare quei cinquecento miliardi di dollari che – asserisce lui! – l’America avrebbe investito sull’Ucraina. Si mostra disponibile a parlarne, ma questo comunque semina lo sconcerto fra le truppe al fronte: una cosa è combattere e morire per la causa, tutt’altra è farsi ammazzare per garantire agli Stati Uniti il possesso di miniere in Ucraina. Un aspetto è evidente: l’Europa, o meglio, l’Unione europea deve al più presto abbandonare l’atteggiamento di chi “accede alla finale della guerra come ospitante”. Un secondo aspetto pare quasi altrettanto evidente: il vertice delle istituzioni dell’Unione europea e i diversi governi nazionali incontreranno enormi difficoltà a gestire la nuova situazione che si va configurando. Trump è stato molto esplicito: gli Stati Uniti delegano del tutto agli alleati europei della Alleanza atlantica il complicatissimo problema delle garanzie di sicurezza che Kiev dovrà ricevere per non essere esposta a nuove aggressioni da parte della Russia o, ancora, al ricatto di una loro sempre presente eventualità. Un’ipotesi che il cinismo dell’odierna amministrazione Trump non esclude affatto, visto e considerato che lui stesso ha buttato là quasi distrattamente una frase per gli ucraini spaventosa: non è detto che un giorno non si ritrovino a “essere russi”. Il modo in cui, secondo gli americani, e a loro modo i russi, intendono il futuro ruolo dell’Europa, intesa come Unione europea o insieme dei governi europei della Alleanza atlantica, è tutto da definire. Da quello che si è capito fino a ora – e che, probabilmente, Trump e Putin nel loro colloquio telefonico hanno già posato sul tavolo delle future trattative – sarebbe duplice. Da un lato, sarebbe la fornitura di una garanzia militare, cioè la minaccia di una risposta a possibili iniziative aggressive o concrete minacce della Russia. Questa risposta però – si sono affrettate a precisare delle fonti dell’amministrazione statunitense – non sarebbe fondata sull’articolo 5 della Nato, quello per il quale l’entrata in guerra di un paese dell’alleanza comporterebbe automaticamente la scesa in campo di tutti gli altri. Questa precisazione lascia intuire che si penderebbe piuttosto a impegni bilaterali di uno, due o più singoli paesi presi con l’Kiev. Qualcosa di simile, insomma, ai sistemi delle alleanze che si sono intessute in Europa dalla fine del diciannovesimo secolo fino al sorgere del dualismo Alleanza Atlantica – Patto di Varsavia. Già la costruzione di un sistema simile non si presenta per niente facile, tant’è che Zelensky ha proposto, sempre per garantire una seria ed efficace deterrenza, una barbara alternativa: il riarmo atomico dell’Ucraina. Ma ancora più complicato, però, sarebbe il secondo aspetto presumibilmente evocato da Trump con Putin: la creazione di una forza peacekeeping ai confini fra l’Ucraina – chiaramente ridimensionata – e la Russia composta soltanto da militari europei. La difficoltà di ottenere dai singoli paesi un numero di militari per questo bisogno, a cominciare dalle obiezioni che verrebbero dalle opinioni pubbliche, è solo un aspetto del problema. Al momento è difficile immaginare che l’attuale dirigenza russa possa accettare ai confini la presenza di eserciti e armi di paesi che hanno, fino a questo momento, sostenuto la resistenza degli ucraini, cioè proprio quello che è stato uno dei motivi, realmente il più elevato, che hanno comprovato l’occupazione del paese confinante. Come se ne esce? L’unica soluzione al momento immaginabile è che la forza militare di pace sia non di paesi europei ma una forza internazionale estranea rispetto ai paesi del conflitto. In altre parole, che l’attività di peacekeeping sia esercitata o dall’Onu o da un comando sotto la giurisdizione del Consiglio di Sicurezza. Sarà questa l’orientamento che sarà scelto dagli europei se effettivamente la convergenza di interessi fra le due figure più rilevanti della politica bullo-machista porterà a un tavolo negoziale? Sarebbe l’evoluzione più sensata, ma bisogna purtroppo riconoscere che il vento dei tempi spira da un po’ di tempo in senso inverso al riconoscimento della funzione degli organismi di controllo e di governo sovra – nazionale e inter – nazionale secondo il diritto e l’interesse della pace e della giustizia, a iniziare proprio dalla Organizzazione delle Nazioni Unite. Necessita, a questo punto, la speranza in un miracolo.
L’avevamo lasciata al commiato dalla Coppa Italia. Alla sconfitta beffa della New Taranto, maturata nel finale: una partita dal doppio volto, quella giocata contro la Polisportiva Futura tra le mura amiche del PalaMazzola, nel pomeriggio di sabato primo febbraio: sotto di tre goal, gli ionici erano riusciti a rimontare, segnando tutte le reti nel secondo parziale, per poi subirne un’altra dalla formazione calabrese a trenta secondi dal triplice fischio finale. Gli uomini affidati a Fabrizio Tomassini erano riusciti a mettere all’angolo gli avversari. Ma le troppe occasioni fallite in attacco, nel primo e nel secondo tempo, hanno inciso sul risultato finale – probabilmente anche un errore arbitrale.
Così la New Taranto si è fermata al primo turno della Coppa Italia A2 Élite. Poco male, perché l’obiettivo principale resta il campionato. Sabato l’ultimo match giocato in casa contro l’Itria Football Club si presentava come uno scontro ad alta quota da vincere per ottenere il miglior piazzamento in chiave playoff. E gli ionici hanno centrato l’obiettivo aggiudicandosi, con merito, una partita complicata, finita 3-1.
Il match New Taranto – Itria
La prima occasione dell’incontro è di marca ospite con Valentino Ricci. Risponde Mario Quinto che, a tu per tu con il portiere dell’Itria, vede sbarrarsi l’accesso alla rete. Lo stesso laterale di Pisticci impegna severamente l’estremo difensore costringendolo a deviare la palla in corner. Al 6’ è capitan Bottiglione a regalare un sussulto alla tifoseria ionica ma il goal non è regolare. Taranto va al tiro più volte. L’occasione più ghiotta arriva a metà tempo con Rodrigo Lopes che dribbla anche il portiere ma mette a lato. Il match continua a essere vivace con capovolgimenti di fronti. Salvatore Di Pietro scheggia la traversa. A sbloccare la partita ci pensa Bottiglione, quando mancano due minuti e mezzo al riposo.
Il risultato resta in bilico per metà del secondo tempo. Il più caparbio è Lopes, che raddoppia dagli sviluppi di calcio d’angolo. Da segnalare la sventola fuori area di Guido Grandinetti. L’Itria si riversa in avanti e a quaranta secondi dal termine accorcia con Daniel Araujo. Jaouad Boutabouzi fa passare la paura segnando la terza rete.
Il campionato
Sabato prossimo ventidue febbraio la New Taranto giocherà in casa della Tip Power Futsal Ternana per la 18esima giornata di campionato. Si tratta, sulla carta, di una sfida facile: sconfitti per 6-0 dal Pescara, gli umbri occupano la penultima posizione in classifica. Ma è una partita che non si può sottovalutare. In vetta al girone B della serie A2 Élite c’è sempre la Bulldog Capurso. Che appare irraggiungibile dalla New Taranto, meritevole di essere rientrata nella zona playoff, a quota 26, ai danni della stessa Itria scavalcata. L’auspicio è che, sino alla fine della stagione regolare, gli ionici continuino a sfoderare altre prove di carattere. Così l’ultimo match è stato portato a casa, contro un avversario che ha dato del filo da torcere, ma mai l’impressione di poter vincere la gara.
Il match New Taranto – Itria Football Club nella fotogallery di Giuseppe Leva
Arte, bellezza, speranza emanciperanno l’uomo dalla disillusione
Francesco, ricoverato al Gemelli per i postumi di una bronchite, ha affidato al card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, la lettura della sua omelia in occasione del Giubileo degli artisti e del mondo della cultura
Le parole del Papa, assente a causa di problemi di salute, lette dal cardinal José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, in occasione del Giubileo degli artisti e del mondo della cultura è un richiamo a ritrovare quel legame tra arte, bellezza e speranza che oggi rappresenta una vera e propria rivoluzione.
ph Vatican media-Sir
L’invito del pontefice a non essere ‘anime vaganti’ in un mondo disilluso; a non lasciarsi trascinare dal tempo della crisi economica e sociale, ricordando il ruolo del pellegrino che nella sua rotta è accompagnato dalla virtù che guida e anima ogni suo passo. L’artista, in questo senso, è la stella polare che ha il compito di “aiutare l’umanità a non perdere la direzione, a non smarrire l’orizzonte della speranza”.
Il ruolo dell’arte autentica come incontro “con il mistero, con la bellezza che ci supera, con il dolore che ci interroga, con la verità che ci chiama”, affinché la speranza non sia vana, sterile, teorica o distaccata dalla vita dell’uomo che, inevitabilmente, deve fare i conti con il dolore, la precarietà, la perdita di senso, la tentazione di lasciarsi trascinare nel buio.
Il papa, per sottolineare la missione dell’artista, richiama i versi di Gerard Manley Hopkins (1844-1889), poeta inglese convertitosi al cattolicesimo, punto di riferimento per la poesia del Novecento, entrato a 24 anni nella Compagnia di Gesù e divenuto sacerdote a 33 anni.
“Come scrive il poeta Gerard Manley Hopkins, «Il mondo è carico della grandezza di Dio. / Essa brillerà come il bagliore della lamina scossa». Questa è la missione dell’artista: scoprire e rivelare quella grandezza nascosta, farla percepire ai nostri occhi e ai nostri cuori”. La poesia, vista e vissuta da Hopkins, come eco dell’impronta di Dio.
Ecco che l’artista ha un compito di grande responsabilità, ovvero quello di portare la bellezza nel mondo, trasformandola in speranza, costituendo attraverso le loro opere, un punto di raccordo tra Dio e gli uomini, più di tutti gli oppressi. Perché l’arte non deve essere un lusso, poiché essa “Non è fuga, ma responsabilità, invito all’azione, richiamo, grido. Educare alla bellezza significa educare alla speranza. E la speranza non è mai scissa dal dramma dell’esistenza: attraversa la lotta quotidiana, le fatiche del vivere, le sfide di questo nostro tempo”.
Gli artisti sono chiamati a partecipare alla grande rivoluzione messa in atto da Gesù che ha proclamato beati i poveri, gli afflitti, i miti, i perseguitati; e possono farlo, seguendo le parole del papa, portando nel mondo cultura, coraggio e azione, perché fede e cultura non possono e non devono essere scisse.
Ogni artista, attraverso la propria opera, si immerge in un’indagine profonda dei misteri del mondo e della bellezza, e in esso è guidato dalla ricerca della verità, da cui non può prescindere. Quella stessa verità che può, leggendo le parole del pontefice, restituire la speranza di cui ognuno deve essere promotore e fautore.
Domenica scorsa, 16 febbraio, nel santuario della Madonna di Fatima, a Talsano, è stata celebrata la Giornata del malato assieme al Giubileo del mondo della salute. Nella circostanza l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha presieduto la santa messa solenne, alla presenza di diversi sacerdoti, dei cappellani negli ospedali della diocesi, del parroco della Madonna di Fatima don Pasquale Laporta, degli ammalati e dei disabili assieme ai loro familiari e alle figure professionali legate al mondo della sanità. Vi hanno partecipato anche rappresentanze delle seguenti associazioni: l’Unitalsi (Unione nazionale italiana trasporto ammalati Lourdes e santuari internazionali), il Cvs (Centro volontari della sofferenza), l’Amci (Associazione medici cattolici italiani), l’Acos (Associazione cattolica operatori sanitari), l’Ens (Ente nazionale sordi), il Mac (Movimento apostolico ciechi), l’Uic (Unione italiana ciechi), la Croce Rossa italiana, l’Avo (Associazione volontari ospedalieri), l’Ail (Associazione italiana contro leucemie), l’Ant (Associazione nazionale tumori), l’Agtoe (Associazione genitori Taranto oncoematologia), l’Asosciazione Simba. Presenti alla celebrazione anche la scuola in ospedale dell’istituto Volta con la dirigente prof.ssa Teresa Gargiulo e la referente la maestra Santa Balestrieri, tutte le educatrici del reparto di pediatria e oncoematologia pediatrica e tutti gli operatori sanitari medici infermieri e Oss.
Questo l’indirizzo di saluto del direttore dell’ufficio diocesano di pastorale della salute, don Cristian Catacchio: “Il tema scelto per la 33.ma Giornata mondiale del malato richiama l’importanza della cura e dell’attenzione verso i sofferenti, nel nome del Vangelo. Papa Francesco, nel suo messaggio per questa occasione, ricorda che “La malattia fa parte della nostra esperienza umana, ma non deve mai essere vissuta in solitudine. Cristo ci accompagna in ogni prova, trasformando il dolore in un luogo di grazia e redenzione”. Questa celebrazione, segno tangibile della presenza del Cristo consolatore, vuole rappresentare un abbraccio di speranza per tutta la comunità, unita nella preghiera e nella solidarietà. Il giubileo del mondo della salute intende riproporre a tutti i credenti la forza della speranza nel mistero pasquale di Gesù Cristo. In esso si coglie la pienezza dell’annuncio cristiano (cf. At 4,12). Il tempo presente è caratterizzato dalle prove, dalle tribolazioni che segnano l’esistenza dei singoli e delle comunità. Ogni credente è chiamato a fare discernimento sul senso autentico della vita, accogliendo nella fede il dono della grazia divina, costruendo relazioni di amore e lasciandosi guidare dalla «piccola» speranza. In tal modo il «tempo della prova» e della malattia diventa una testimonianza di vita che fa la differenza. La speranza schiude nuovi orizzonti e rende capace di oltrepassare la «prova del tempo».Con questa celebrazione vogliamo affidare tutti i malati, i disabili, i medici, gli operatori sanitari, i volontari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi perché sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno”.
Davanti all’altare era stato posto il cartellone realizzato nel reparto di pediatria, nel day hospital e nel reparto di oncoematologia pediatrica del SS.Annunziata, con la collaborazione del direttore, del personale, della psicologa , delle educatrici e delle insegnanti della scuola in ospedale. Vi è rappresentato l’albero della vita che incastona nel suo tronco il logo del giubileo e che su i suoi rami, al posto delle foglie, ha le sagome delle mani di piccoli e giovani pazienti in cura, di pazienti guariti,dei genitori, dei volontari e al centro una mano con un fonendoscopio a forma di cuore a rappresentare tutto il personale sanitario. “L’idea – spiega don Cristian Catacchio – nasce dal desiderio di vivere in comunione anche con chi non è presente questa sera all’evento giubilare: questo tripudio di mani colorate rappresenta tante vite, ognuna con la propria storia, col proprio fardello ed è per questo che con esso abbiamo voluto attraversare la Porta Santa affinché possiamo essere e rimanere davvero ‘Pellegrini di speranza’”.
Nell’omelia, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha ringraziato tutti gli operatori sanitari e i volontari presenti per la solidarietà e la partecipazione alla vita degli altri e per quello che fanno per far crescere la speranza nel cuore dell’umanità. “La vita è un bene per tutti e partendo dalle Beatitudini – ha detto – dobbiamo fare attenzione a non fare distinzioni a non vivere la nostra vita come se quella degli altri non ci appartenesse. Siamo tutti fratelli e sorelle dell’unico Gesù che si è fatto fratello di tutti. Dobbiamo perciò fuggire la logica del mondo definita da papa Francesco come mondanità. Gesù proclama Beati tutti perché tutti siamo poveri e facciamo esperienza di sofferenza. Il Giubileo ci aiuta a fare L’esperienza di un Dio che solleva ciascuno per farci camminare con speranza, senza lasciarci intimidire dal male perché in ogni nostro gesto possa trasparire l’amore, la speranza che ci permette di guardare con uno sguardo sempre nuovo all’umanità”.
Di seguito, pubblichiamo le foto della serata a cura di G. Leva