L’‘autocena comunitaria’ alla Maria in Campitelli di Grottaglie

09 Set 2025

A Grottaglie, la parrocchia Santa Maria in Campitelli (parroco, don Gianni Longo) è lieta di invitare all’‘autocena comunitaria’ che si terrà sabato 13 alle ore 20 sul piazzale antistante la chiesa.

 Ogni famiglia o gruppo potrà portare un piatto tipico della propria cucina, non importa se si tratta di un antipasto, di un dolce o di una specialità tradizionale: “L’importante (si legge nell’apposita locandina) è ritrovarci, condividere e gustare del buon cibo insieme per rafforzare i legami con tutta la comunità”. La serata sarà animata da canti e balli della tradizione popolare a cura di Tarantinidion, service Stefano Scatigna.

Per informazioni e prenotazioni del tavolo, chiamare o inviare messaggio whattsapp al 346.3179232.

 

Le regole del discernimento spirituale, ritiro a Casa San Paolo

ph ND-G. Leva
09 Set 2025

di Angelo Diofano

‘Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore (Ef. 5,17): Le regole del discernimento spirituale (prima parte)’ è il titolo del ritiro spirituale, secondo lo stile di Sant’Ignazio di Loyola, guidato da mons. Ciro Marcello Alabrese che si terrà a Casa San Paolo – Martina Franca dalle ore 16.30 di venerdì 19 alle ore 17 di domenica 21 settembre.

Nella vita cristiana e nella vita della Chiesa emerge continuamente il bisogno di crescere nella capacità di discernimento spirituale, per esaminare ciò che è gradito al Signore e comprendere qual è la sua volontà. Per questo motivo dedicheremo i due ritiri annuali di questo settembre e di febbraio 2026 alle regole del discernimento, attingendo al percorso degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola. La finalità consiste nel sentire e conoscere le mozioni che si causano nell’anima per acquisire la capacità di riconoscere i modi soliti di procedere di Dio nella nostra vita.

Tutte le giornate saranno vissute in un clima di silenzio per favorire l’ascolto interiore della Parola e la preghiera offrendo inoltre: punti per la preghiera, momenti di preghiera e riflessione personale, momenti di preghiera comune, celebrazione quotidiana dell’Eucaristia, possibilità di colloquio individuale e di celebrare il sacramento della Riconciliazione.

Venerdì 19 settembre si potrà arrivare a Casa San Paolo solo dopo le ore 15.

La quota di partecipazione è di 120 euro (pensione completa in camera singola), 110 euro in doppia.

La richiesta di partecipazione si potrà comunicare direttamente a mons. Ciro Marcello Alabrese (tel. 328.5669986) e alla sig.ra Cira Caretta (tel. 333.9195745) che curerà tutta la parte organizzativa e logistica riguardante la struttura, i pasti e la comunicazione di eventuali intolleranze.

È necessario portare con sé la Bibbia mentre si consiglia la lettura del libro di Silvano Fusti ‘Occasione o tentazione?’, edizioni Ancora, 1997.

La seconda parte del ritiro sulle regole del discernimento spirituale si svolgerà dal 13 al 15 febbraio 2026 sempre a Casa San Paolo.

L’eroismo di san Francesco de Geronimo ricordato a Grottaglie dall’arcivescovo

08 Set 2025

di Silvano Trevisani

Grottaglie ha festeggiato, domenica scorsa il suo santo patrono e ‘figlio’ Francesco de Geronimo, Nello stesso giorno in cui due giovani, con storie diverse ma con la stesa fede, sono stati canonizzati. Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati sono stati ricordati, nella cerimonia solenne presieduta dall’arcivescovo Ciro Miniero, per l’eroismo con cui hanno testimoniato la fede al pari del santo gesuita grottagliese. I festeggiamenti per il santo patrono, preceduti dalla solenne novena, sono culminati, nella Chiesa matrice collegiata dell’Annunziata, nella celebrazione eucaristica presieduta dell’arcivescovo, alla presenza delle autorità civili e militari in una chiesa gremita di fedeli.

La celebrazione è stata aperta dal messaggio di ringraziamento del parroco della collegiata, don Eligio Grimaldi, che ha sottolineato la vicinanza di monsignor Miniero alla città di Grottaglie, testimoniata già dalla sua presenza in occasione della ricorrenza degli 80 anni dalla traslazione delle venerate spoglie del santo, nella città nella quale era nato il 17 dicembre 1642. Nella sua omelia, l’arcivescovo Miniero ha sottolineato come l’eroismo di un santo come Francesco de Geronimo partisse dall’essersi lasciato conquistare da Gesù aprendo il cuore a tutti, per tradurre ogni parola del Vangelo in azioni concrete verso coloro che incontriamo.

“Lui comprende che Dio è amore. Ma non basta comprendere che egli si è rivolto all’umanità, che ci amato e ci ama fino al sacrificio del figlio. Questo non basta, perché lo comprendono tutti, anche coloro che non vivono nell’amore. Di più: lui ha compreso che Dio è amore perché ha cambiato il suo cuore. Lo ha reso disponibile a Dio nei gesti concreti dell’amore.” Questa disponibilità – ha ricordato monsignor Miniero – la manifestava recandosi nei vicoli della città di Napoli e il suo impegno di vita religiosa lo spendeva per il bene dei poveri. Conosceva bene i luoghi della sofferenza di Napoli. “E lì, in quei veicoli stretti, entrava in quelle case dove il sole non penetra, che chiamiamo bassi, perché si sviluppano sulla strada e hanno come unica uscita verso l’esterno la porta d’ingresso. Lui vi si recava continuamente. Rivolgendosi ai poveri, ai peccatori, alla gente semplice. E non per fare lezione di morale, ma per stare accanto a chi è nel bisogno. Era l’uomo della carità. Che aveva compreso a pieno che il mistero di Dio si rivela nell’amore”.

E così, riferendosi di giovani santi, Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, l’arcivescovo ha sottolineato come nella cerimonia di canonizzazione c’è stata una vera e propria “esplosione di amore”. Così ha ricordato come avesse destato la meraviglia, nei genitori di entrambi i giovani santi, vissuti in epoche diverse, e morti entrambi per malattia, la presenza di tantissimi poveri alle celebrazioni esequiali. E il motivo qual era? Perché i poveri erano riconoscenti verso quei giovani che si erano presi cura di loro. Agendo per amore, avevano messo a disposizione dei poveri tutto quello che avevano, anche i pochi risparmi e doni ricevuti per le loro feste. “Ecco che l’amore diviene testimonianza concreta di fede, che trasforma chi ama nei messaggeri di pace evocati dal profeta Isaia”. Al termine della celebrazione eucaristica ha preso il via la solenne processione del simulacro argenteo di san Francesco, che era stato traslato, assieme all’effigie della Madonna della Mutata, dal convento delle clarisse, che ha percorso le principali vie della città.

Tavola rotonda su: “donne e lavoro” nei festeggiamenti per l’Addolorata

08 Set 2025

di Silvano Trevisani

Nell’ambito dei festeggiamenti della Beata Vergine Maria Addolorata, venerdì 12 settembre, nel Centro San Gaetano in via Cava (città vecchia), si svolgerà la cerimonia di conferimento del premio “Cuore di donna”.

In quella occasione, in collaborazione con il Soroptimist international club di Taranto, si svolgerà la tavola rotonda sul tema: “Taranto donna e lavoro”. Dopo i saluti del priore della confraternita Maria SS. Addolorata e San Domenico, Giancarlo Girardi, interverranno: Rosa Maria Ladiana, presidente del Soroptimist club di Tarano, Filippo Linzalata, del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari “Aldo Moro”, Gemma Lanzo, giornalista socia del club. Concluderà monsignor Emanuele Ferro, padre spirituale della confraternita Maria SS: Addolorata e San Domenico.

La tavola rotonda prende spunto dallo studio “Taranto donna e lavoro” realizzato da Linzalata, nel sessantennale della fondazione del Soroptimist club di Taranto, nato nel 1965 “per iniziativa di 18 giovani donne tarantine, animate da una moderna consapevolezza del proprio potenziale e guidate dalla fondatrice, Anna Paola Albanese”, come leggiamo nella permessa al volume a firma della presidente Ladiana.

Abbiamo colto l’occasione per rivolgere a Rosa Maria Ladiana alcune domande sull’iniziativa.

Iniziamo dai sessant’anni del Soroptimist di Taranto. È sempre viva l’esigenza di “riunire” le donne in un’associazione che punti a migliorare la condizione femminile?

Direi di sì. È evidente che, dopo sessant’anni, le cose sono fortunatamente cambiate in meglio, rispetto alla metà degli anni Sessanta. Se pensiamo a cos’era il mondo delle professioni a quel tempo ci renderemo conto di quanti passi in avanti si siano fatti. Ma se le cose sono cambiate è anche per il grande lavoro svolto dalle donne e da alcune di loro che, a Taranto come in tutto il Paese, hanno tenuta viva l’attenzione attraverso il loro lavoro ma anche attraverso la continua sensibilizzazione della società, a cominciare dalle stesse donne. A questo proposito voglio menzionare soprattutto una figura, ancora attiva e trainante, qual è quella di Anna Paola Petrone, che volle fondare l’associazione a Taranto, ma che per anni è stata protagonista nella vita sociale e culturale della città e del territorio e continua ancora a esserlo. Suo un contributo al volume pubblicato. Le cose sono cambiate, quindi, basti pensare al ruolo apicale svolto dalle donne in molti settori, a cominciare dal prefetto di Taranto, che è appunto una donna. Ma a una crescita “qualitativa” del ruolo delle donne non corrisponde ancora una crescita “quantitativa”.

Nasce da qui l’esigenza di studiare la situazione della donna a Taranto?

Sì. In particolare, abbiamo voluto aggiornare lo studio che proprio le Soroptimist di Taranto vollero realizzare trent’anni fa. Nel 1995, sotto la presidenza di Elisa Sansonetti, in occasione del trentennale del club, fu proprio Anna Paola Petrone a elaborare, con la collaborazione grafica della socia Marcella Merlini Musolino, uno studio sull’evoluzione lavorativa delle donne a Taranto nel trentennio 1965-1995. Un’epoca di cambiamenti sociali importanti, ma dai risvolti ancora limitati. Trent’anni dopo ci è sembrato opportuno riprendere l’argomento e verificare come la situazione si è evoluta.

I risultati sono incoraggianti?

È sotto gli occhi di tutti il fatto che le donne sono protagoniste in professioni dalle quali fino a pochi decenni fa erano quasi escluse: medici, avvocati, infermieri, giudici, funzionari pubblici, dirigenti sono molto spesso delle donne. Significativo è il fatto che il numero delle donne che arrivano alla laurea è più numeroso rispetto a quello degli uomini. Nel 2023, ultimo anno di rilevazione da parte del Miur, si sono laureate, in provincia di Taranto, 2.357 donne e 1.686 uomini, ma se passiamo a osservare i dati dell’occupazione femminile, la situazione non è affatto positiva. Sia per i settori a prevalente lavoro femminile che per il numero di occupati.

Ma ci sono anche settori creativi in cui le donne si rendono protagoniste?

Sì, in particolare nel settore dell’impresa culturale, e soprattutto questo avviene nella provincia di Taranto, come dimostra il contributo che allo studio ha fornita la nostra socia Gemma Lanzo, quasi in controcanto rispetto a quello che accade non solo in Italia ma anche a livello europeo.

La vostra associazione si ritaglia, quindi, ancora un ruolo di servizio. Quante sono le iscritte?

Attualmente sono venticinque. Non molte ma tutte impegnate a dare il nostro contributo e ad aggiornare la nostra composizione aprendo alle giovani professioniste e creando un incrocio di età che possa essere garanzia per il futuro.

Frassati ai giovani di oggi: non accontentatevi della mediocrità

ph Comitato canonizzazione
08 Set 2025

di Gianni Borsa

La figura di Pier Giorgio Frassati è venerata in Italia e nel mondo. Sono innumerevoli le realtà, ecclesiali e caritative, a lui dedicate. Papa Francesco e papa Leone hanno parlato del giovane torinese, morto cento anni or sono (1901-1925), sottolineandone diversi aspetti della spiritualità e del pensiero. Giovane proveniente da una famiglia facoltosa, personalità vivace, amante della montagna, attorniato da tanti amici, aveva aderito all’Azione cattolica e alla Fuci, spendendo parte delle sue energie per le famiglie emarginate e costrette alla miseria. Domenica 7 settembre Frassati sarà proclamato santo (qui per approfondirne la conoscenza), in piazza San Pietro, assieme all’adolescente milanese Carlo Acutis: per conoscerne meglio il profilo umano e religioso abbiamo sentito Roberto Falciola (nella foto), biografo di Frassati, vicepostulatore della causa di canonizzazione, presidente dell’Azione cattolica di Torino e presidente dell’Opera diocesana Pier Giorgio Frassati.

nella foto Roberto Falciola

Il primo tema che potremmo affrontare è quello della giovinezza, una santità “costruita” in pochi anni di vita, elemento che accomuna Frassati e Acutis.
Uno degli elementi che impressionano maggiormente nell’avvicinare la figura di Pier Giorgio Frassati è proprio l’intensità con la quale ha vissuto i suoi 24 anni e soprattutto che l’abbia fatto assaporando fino in fondo la bellezza dell’essere giovani, vivendo tutte le dimensioni della realtà giovanile, non molto diverse da quelle dei giovani del nostro secolo. Ciò testimonia, in maniera vivente e plastica, il fatto che essere giovani cristiani non nega nulla della bellezza della vita, ma anzi aiuta a gustarla fino in fondo perché se ne è scoperto il mistero. La vita è amore gratuitamente ricevuto da Dio e restituirlo a chi ti sta accanto riempie l’esistenza e le dà senso.

Frassati è ricordato come un “santo della carità” e forse si può inserire nella linea dei santi ‘sociali’ di Torino. Cosa ne pensa?

Per certi versi appare naturale inserire Frassati nella catena dei santi sociali piemontesi, per altri versi è una formula che rischia di racchiudere in un’unica dimensione la straordinaria forza della sua testimonianza di fede, che si è espressa anche nella vita spirituale, nell’amicizia, nell’attenzione alle questioni internazionali, nell’impegno politico, nell’associazionismo. Direi comunque che la radice della formidabile, e per certi versi stupefacente, intensità della carità di Frassati risiede nella profonda consapevolezza che lui aveva acquisito del fatto che siamo tutti amati allo stesso modo da Dio. Non si sentiva differente dai poveri che incontrava e, a chi gli diceva: “Ma tu sei ricco”, rispondeva: “No, io sono povero come tutti i poveri. E voglio lavorare per loro”. L’origine di questo atteggiamento era certamente legata all’Eucarestia, che riceveva ogni mattina dall’età di 13 anni. L’ha spiegato con queste parole: “Gesù mi fa visita con la Comunione ogni mattina ed io gliela restituisco nel modo misero che posso: visitando i suoi poveri”. Aveva maturato la capacità di riconoscere il volto di Cristo nelle sorelle e nei fratelli che gli vivevano accanto. Affermava ancora: “Non dimenticare mai che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo”.

Si può dire che la personalità di Frassati sia plasmata dalla formazione, dalle letture e dal “pensare”?
Nella formazione è stato probabilmente facilitato dalla caratura culturale della sua famiglia e dalle opportunità di scolarizzazione che ha ricevuto. Di suo ha messo una sensibilità spiccata nei confronti da un lato della bellezza, dall’altro del pensiero circa il mistero dell’essere umano. Spaziava nelle letture; dall’albero del parco della villa di famiglia, a Pollone, declamava Dante e altri poeti. Leggeva sant’Agostino, aveva in programma la “Summa” di san Tommaso… Inoltre, la sua formazione è stata segnata – e a quell’epoca non era affatto comune – dalla frequentazione personale della Parola di Dio. Così Pier Giorgio ha raggiunto una grande profondità di pensiero, che si nota specialmente nelle sue lettere: leggendole ce ne possiamo nutrire ancora oggi.

foto Comitato canonizzazione Frassati

L’adesione a varie associazioni fa pensare che amasse lo “stare insieme” con stile di condivisione e partecipativo.
Occorre tenere presente che quella situazione ecclesiale era un po’ diversa dalla nostra: era meno centrata sulla pastorale parrocchiale; la Chiesa inoltre affrontava una forte opposizione (a noi, ad esempio, non è mai successo di essere aggrediti durante una processione, mentre invece ai ragazzi come Pier Giorgio questo è capitato). In quel contesto, egli aderiva con convinzione a tante realtà associative della Chiesa del suo tempo e aveva relazioni con diversi ordini religiosi. Non si trattava però di una sorta di collezionismo di appartenenze. Piuttosto, aveva la sapienza di approfittare delle varie opportunità che la Chiesa di allora gli offriva per nutrire la sua fede e la sua spiritualità. E questo senza generare in lui una dispersione, soprattutto grazie all’appartenenza convinta e appassionata alla Gioventù cattolica italiana, il cui motto, “Preghiera, azione, sacrificio”, gli ha fornito la cornice in cui collocare in maniera sensata e ordinata le varie esperienze ecclesiali che lo nutrivano. Aggiungerei che il contesto associato, in particolare della Fuci e dei giovani dell’Azione cattolica, costituiva per Pier Giorgio anche il luogo del discernimento comunitario. Ed è interessante osservare come alcune forme del suo impegno, caritativo ma anche politico, non fossero avventure personali, ma erano condivise con molti dei suoi amici, che lui cercava di coinvolgere in quelle stesse esperienze.

La politica. Siamo di fronte a un santo che è stato iscritto e ha militato in un partito. Un segnale per l’oggi?
Frassati aveva una capacità di lettura della realtà del suo tempo raffinata, in questo aiutato anche dall’avere come padre il direttore di un grande giornale. L’impegno politico suo e di molti suoi amici, con l’iscrizione al Partito popolare, era sentito come una naturale prosecuzione in campo pubblico del proprio impegno cristiano, e questo certamente dice qualcosa anche oggi alla vocazione dei credenti laici.

Pier Giorgio era motivato da un forte anelito di giustizia: toccava quotidianamente con mano gravi situazioni di marginalità nella sua Torino, ed era convinto che l’intervento dei cristiani nella realtà sociale non si dovesse limitare alla carità, ma fosse necessario impegnarsi per modificare quelle strutture economiche, finanziarie e sociali che determinavano l’esistenza stessa della povertà. Per lui il Partito popolare, e più in generale la politica, era uno strumento attraverso il quale impegnarsi per una maggiore giustizia sociale e per una ridistribuzione delle ricchezze.

Di fronte al fascismo come si comporta?
Quando Mussolini sale al potere, Frassati è fermamente convinto che i popolari non debbano collaborare con i fascisti. La sua è un’opposizione radicale al fascismo – nei confronti del quale ha parole durissime – che a mio parere si fonda su tre principali fattori. Il primo è il rifiuto della violenza come strumento di lotta politica. Il secondo è legato alla convinzione che il fascismo stesse difendendo gli interessi delle classi agiate, mentre a lui stavano a cuore quelle che facevano più fatica. La terza ragione è l’avversione all’uso strumentale della religione da parte dei fascisti.

Un’ultima domanda: se, da profondo conoscitore della figura del nuovo santo, potesse rivolgere una parola ai giovani di oggi, cosa direbbe?
Che incontrare Pier Giorgio, per un giovane del nostro tempo, può voler dire ricevere uno stimolo fortissimo a non accontentarsi della mediocrità, e ad avere sempre speranza nel futuro, credendo nell’amore, sempre.

Venezia82: il Leone d’oro a Jarmusch con Father Mother Sister Brother

ph Ansa-Sir
08 Set 2025

di Sergio Perugini

Calato il sipario su Venezia 82, con il Leone d’oro assegnato al regista statunitense Jim Jarmusch per “Father Mother Sister Brother”, è tempo di bilanci. Cosa ci ha lasciato la Mostra del Cinema firmata da Alberto Barbera? Anzitutto, uno sguardo potente e incalzante sulle frontiere in conflitto. Due i titoli che hanno messo a tema l’emergenza del presente e il suo pericoloso deragliamento: “The Voice of Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania e “A House of Dynamite” di Kathryn Bigelow.
Il primo ha ricevuto il Leone d’argento – Gran Premio della Giuria per la sua denuncia sulle vite dei civili spezzate nei territori di guerra.
Attraverso il dramma della bambina palestinese Hind Rajab, la regista richiama l’attenzione sulle troppe vittime innocenti: affronta il dramma umanitario a Gaza, ma i suoi riverberi riguardano tutte le zone di conflitto. È l’immagine del fallimento della diplomazia e del calpestamento dei diritti internazionali nati dalle ceneri della Seconda guerra mondiale. Non si può morire a sei anni. Non si può morire da volontario o paramedico mentre si presta soccorso. Un film che più che assumere una posizione politica, ne assume una umanitaria. Un invito a porre fine alla logica della violenza, come ha sottolineato anche il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, in un video-messaggio alla Mostra.

Un vibrante monito contro l’escalation bellica arriva anche dall’ottimo “A House of Dynamite” della Bigelow (ingiustamente fuori dal palmarès), che, servendosi della cornice del thriller politico, ci interroga su quanto siamo consapevoli degli irreparabili rischi di un conflitto nucleare. Una partitura di 112 minuti di adrenalina, tra suggestioni angoscianti e dilemmi spinosi.

La Mostra ha puntato il dito anche su altri fronti delicati dell’attualità, come la crisi del mercato del lavoro e l’incremento inarrestabile dei nuovi poveri. Due i titoli in evidenza: il francese “À pied d’œuvre” di Valérie Donzelli, premiato per la miglior sceneggiatura, e il sudcoreano “No Other Choice” di Park Chan-wook, purtroppo senza riconoscimenti. Con tono misurato e gentile, mai urlato, la Donzelli racconta le vicissitudini di uno scrittore quarantenne che, pur di pubblicare i suoi romanzi, accetta una girandola di lavori saltuari (giardiniere, conducente, svuota-cantine ecc.), recuperati tramite app online e pagati miseramente. Una discesa nella (affollata) povertà, raccontata con grande dignità e con un focus sull’importanza di una decrescita economica consapevole, in risposta alle logiche capitalistiche e consumistiche che stanno portando la società fuori rotta.
Servendosi invece della commedia nera e grottesca, il regista cult Park Chan-wook dà voce alla disperazione di chi perde il lavoro, amplificandone paure e deliri.
Il protagonista di “No Other Choice”, dopo un licenziamento e una serie di colloqui falliti, ricorre a una soluzione accecata dalla follia: eliminare i potenziali competitor per il medesimo posto. Un atto di ribellione insensato e disperato, reso con umorismo irriverente e affilato, che apre a profonde riflessioni sul lavoro, sulla difficoltà di ricollocarsi dopo una certa età e sull’impatto dell’intelligenza artificiale. Un tema emerso con urgenza al Lido anche in occasione del Premio “Robert Bresson” assegnato al regista Stéphane Brizé, consegnato dal segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Baturi.

foto Eds

A Venezia 82 è andata in scena anche la famiglia e le sue difficoltà. È il cuore del film di Jarmusch, “Father Mother Sister Brother”, premiato con il Leone d’oro. Un racconto solo in apparenza leggero, puntellato da un umorismo brillante e irriverente, che schiude acute riflessioni sull’incapacità di comunicare con verità nel dialogo genitori-figli, bloccato spesso dalla paura del giudizio o dal timore di deludere. Tre micro-storie, più o meno incisive, che Jarmusch dirige con il suo stile riconoscibile. Un Leone che premia l’autore più che la vis narrativa dell’opera.

Filo rosso di molti titoli è la figura del padre, assente o ritrovato. Paolo Sorrentino lo propone nel riuscito “La Grazia” – meritatissima Coppa Volpi per Toni Servillo – dove un presidente della Repubblica, meticoloso e inappuntabile, prossimo alla fine del mandato, ripensa al tempo trascorso servendo lo Stato, sacrificando gli affetti. Un film sull’amore e sul coraggio di ritrovare la via del dialogo e della tenerezza perduta.
Un padre che si guarda allo specchio e si accorge di aver perso il tempo più prezioso della vita è anche il protagonista di “Jay Kelly”, di Noah Baumbach. George Clooney interpreta con classe un divo di Hollywood sulla sessantina che d’improvviso capisce che la vita non è un set, e non ammette ulteriori ciak per correggere le scene mal riuscite. Uno sguardo dolcemente malinconico, che però apre a possibilità di riparazione.

Giocati tra paternità e redenzione, e ricchi di simbolismo religioso, sono anche “Frankenstein” di Guillermo del Toro ed “Elisa” di Leonardo Di Costanzo. Con la sua rilettura del classico di Mary Shelley, Del Toro ha sfiorato il secondo Leone d’oro (il primo per “La forma dell’acqua”, nel 2017): un racconto fosco e maestoso sulla presunzione dell’uomo – Victor Frankenstein – di poter fare a meno di Dio, tentando di governare vita e morte, ossessionato dal lavoro e dal successo. Il vero guadagno dell’opera, però, è la prospettiva del “mostro”, la creatura-figlio di Victor, cui viene imposta l’immortalità. Un essere che si rivela, in realtà, profondamente umano, l’unico capace di comprendere, perdonare e mostrare misericordia.

ph Ansa-Sir

Infine, “Elisa” di Leonardo Di Costanzo, sorpresa della Mostra, ha ricevuto il premio cattolico internazionale Signis. Una storia cupa e drammatica, che si apre a un orizzonte di speranza e possibile redenzione. Elisa è una giovane donna colpevole di omicidio (ha ucciso la sorella) che, in carcere, grazie a una struttura detentiva che promuove attività formative, trova il coraggio di affrontare i traumi del passato, liberandosi dai fardelli che la opprimono e predisponendosi al cambiamento. Accanto a lei, un padre attento e premuroso, incapace di lasciarla sola anche davanti al crimine più indicibile. Un amore che cura e salva.

 

Meglio che tu per ora non sappia niente

08 Set 2025

di Emanuele Carrieri

Quando quel piccolo angioletto biondo e con gli occhi celesti più del cielo è arrivato davanti alla scrivania, si è fermato di colpo e il suo sorriso, contagioso, effervescente, inarrestabile, si è smorzato all’improvviso. “Che hai?” ha chiesto con una espressione turbata. “Non ho niente, Dalila, stai tranquilla! Va tutto bene!”. L’unica e la sola risposta possibile a una bambina di quasi quattro anni che è un vero e proprio vulcano dal quale prorompe una vitalità senza fine. Non le si possono raccontare le ultime bravate messe in atto dall’amministrazione Trump. La prima risale a parecchi giorni fa e riguarda il voto di inizio novembre per il sindaco di New York: è sicuro che, stando ai sondaggi, i giochi sono fatti. Il democratico socialista Zoran Mamdani, che ha vinto le elezioni primarie, è già in pole position, davanti all’ex governatore dem Andrew Cuomo, che è presente come indipendente, al repubblicano Curtis Sliwa, al sindaco in carica il dem Eric Adams. È chiaro a chiunque che la presenza sulla scheda di tutti questi candidati, i cui voti sommati sorpasserebbero quelli che avrà Mamdani, garantisce la vittoria a quest’ultimo. Ciò è lampante anche al presidente Trump, che sta attivamente operando per far perdere quello che ha definito due mesi fa “comunista malato di mente”. Dopo che l’indipendente e moderato Jim Walden, martedì della settimana scorsa, era stato il primo candidato a lasciare la competizione invitando i suoi fan a votare per Cuomo, e a scongiurare gli altri candidati a seguire il suo esempio, è sceso in campo Trump. E non solo a parole. I suoi rappresentanti hanno promesso a Adams e Sliwa due posti nella amministrazione Trump, come premio di consolazione se danno il loro appoggio a Cuomo allo scopo di sconfiggere Mamdani. Per Adams, voci di corridoio specificano che gli sarebbe stata offerta una carica da ambasciatore. Dovesse il sindaco Adams accettare di abbandonare la competizione, cosa che fino a ora lui stesso ha escluso, solo Sliwa resterebbe in corsa ostacolando Cuomo. Ma il repubblicano, che ha corso e perso in precedenti occasioni, non ha chance di vittoria. Trump, anche se Sliwa appartiene al partito repubblicano, non ha alcun mezzo per estrometterlo dalla corsa. Trump può solo cercare di convincerlo con le buone, ossia con un baratto, offrendogli un posto, come sta già cercando di fare con Adams. La seconda bravata dell’amministrazione Trump è, più o meno, contemporanea. Lo scorso 29 agosto, il segretario di stato Rubio ha revocato i visti al presidente palestinese Abu Mazen e a ottanta delegati palestinesi, impedendo loro di prendere parte ai lavori della sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista dal 4 al 23 settembre a New York. È un film di archivio: fu nel novembre 1988, in piena prima intifada, l’intifada delle pietre, che Reagan negò il visto a Yasser Arafat, sollecitato a prendere la parola all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York. La motivazione ufficiale fu la connessione di Arafat con il terrorismo internazionale per mezzo della Organizzazione per la liberazione della Palestina, considerata dagli Stati Uniti una organizzazione terroristica. Dietro le quinte, le pressioni politiche furono intense: Israele e le lobby favorevoli a Israele negli USA non volevano che Arafat avesse accesso a una piattaforma internazionale di vera e propria legittimazione. L’obiettivo era impedire qualunque passo verso uno Stato palestinese. La decisione fu così controversa che, in una mossa senza precedenti, l’ONU spostò la intera sessione a Ginevra, permettendo perciò al leader palestinese di pronunciare il suo discorso. L’episodio del novembre 1988 mise in evidenza la utilizzazione dei visti come armi politiche e la capacità dell’ONU, in casi eccezionali, di assicurare il diritto di tutti i popoli a trovare ascolto. In questo recente caso, la motivazione ufficiale comporta preoccupazioni per la sicurezza nazionale e presunti legami con il terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha addirittura citato il rifiuto dell’Autorità palestinese di riconoscere la leadership statunitense nel negoziato come ostacolo alla pace. La nota del Dipartimento di Stato appare formale e diplomatica, ma in controluce contiene un’imposizione oppressiva: significa che fino a quando l’Autorità palestinese continuerà a intraprendere iniziative indipendenti – dagli appelli alla Corte penale internazionale dell’Aia allo scopo di difendersi dalla occupazione, dalla colonizzazione e dal latrocinio di terre, fino ai tentativi di ottenere riconoscimenti unilaterali – la sua voce internazionale resterà sospesa. È un vero meccanismo di controllo che ricorda le dinamiche di protezione condizionata tipiche delle logiche dei clan della criminalità organizzata. Certo, la revoca dei visti ha acceso reazioni internazionali, con l’Unione Europea e le Nazioni Unite che hanno espresso preoccupazione, sottolineando l’obbligo degli Stati Uniti, come paese ospitante, di garantire l’accesso alle sedi delle Nazioni Unite. E nonostante ciò, nessun provvedimento effettivo è stato intrapreso. Proprio come nel 1988, la diplomazia americana si allinea agli interessi d’Israele. Con una differenza sostanziale: mentre allora il potere delle lobby era sotterraneo, ora è alla luce del sole, intreccia diplomazia con economia e con ideologia. In questo quadro, la scelta americana è l’ennesima conferma di come la politica estera statunitense sia stata pian piano subordinata a poteri transnazionali, concedendo a Israele la libertà di perseguire politiche militari e territoriali man mano sempre più violente, in violazione del diritto internazionale e umanitario, senza timori di restrizioni o conseguenze. In questo deserto, il prezzo più alto lo paga il popolo palestinese, adesso sul ciglio di una nuova soluzione finale. Scusa, Dalila, ma non potevo proprio parlarti di queste cose. Non era proprio possibile.

Eccellenza, è buono l’avvio del Taranto: il successo di chi sa lottare

Due vittorie nelle due partite di campionato giocate: il Taranto di mister Danucci ha dimostrato cuore, testa. E può soltanto migliorare

foto G. Leva
08 Set 2025

di Paolo Arrivo

C’era una volta lo stadio “Erasmo Iacovone”, il professionismo, il sogno della serie B da conquistare sul campo di gioco, la prima partita in casa di stagione da disputare chiamando a raccolta il pubblico delle grandi occasioni. Tutto questo Taranto lo ha procrastinato a un tempo migliore. Il presente si chiama Eccellenza, campionato che la squadra di mister Danucci ha approcciato nel migliore dei modi: una vittoria di misura all’esordio, a firma di Talla Souaré, giovedì scorso, sul campo della Nuova Spinazzola; un’altra sofferta, ottenuta in rimonta per 3-2 sul Polimnia, ieri pomeriggio tra le mura amiche dello stadio di Massafra. Non è stato un Taranto brillante, quello visto in entrambe le circostanze (non poteva esserlo un gruppo che si conosce da pochi giorni soltanto), ma una squadra che ha dimostrato di saper lottare. Il progetto Ladisa pertanto è partito alla grande.

Il cuore del Taranto

“È stata una partita complicata, era la prima davanti al nostro pubblico e c’era molta tensione. Siamo stati bravi a recuperare subito lo svantaggio iniziale, poi sulla seconda rete abbiamo costruito una grande azione; a inizio ripresa siamo passati in vantaggio, ma siamo stati meno bravi nella gestione del risultato, soprattutto sul calcio d’angolo da cui è nato il goal della Polimnia”. Questa l’analisi di mister Danucci nel post gara. Il tecnico manduriano ha parlato della necessità di lavorare su quei dettagli, sgravando i suoi uomini da ogni responsabilità (“non abbiamo avuto molto tempo e sono soddisfatto per quanto fatto dai ragazzi”). L’aspetto mentale è stato fondamentale nella partita vinta grazie alla doppietta realizzata dall’attaccante Jeffery Imoh all’ottavo minuto del primo tempo e in avvio della ripresa, alla rete poi realizzata al 39’ da Emanuele Calabria. Altrettanto determinante è stato il cuore che l’intero gruppo ha dimostrato. “Dobbiamo cercare di mettere minuti nelle gambe, e siamo sulla strada giusta”, ha aggiunto Ciro Danucci.

Il campionato

Domenica prossima il Taranto dovrà vedersela con la Virtus Mola Calcio. Che è reduce da due sconfitte esterne, dopo aver vinto in casa la prima partita di campionato, proprio contro il Poliminia. La classifica vede il Canosa al comando a punteggio pieno. A quota otto c’è Bisceglie, poi Brindisi. Inseguono i rossoblu che hanno una gara da recuperare. La trasferta al “Caduti di Superga” di Mola di Bari dirà se i progressi richiesti da mister Danucci sono già realizzabili. Quello che i tifosi dovrebbero auspicare è il successo, il risultato, da anteporre al bel gioco, in questa fase. Nell’intero campionato, anzi. Perché l’obiettivo è ben chiaro. Bisogna tornare al professionismo, al calcio che conta, e al più presto. In settimana intanto c’è il primo turno della Coppa Italia. Un test importante, anche in chiave campionato: giovedì prossimo undici settembre, arriverà il Brindisi a Massafra. Ovvero una delle pretendenti alla vittoria finale dell’Eccellenza.

 

Taranto-Poliminia nel racconto fotografico di G. Leva

La canonizzazione di Carlo Acutis, patrono della rete, venerato a Taranto

Carlo Acutis - ph Siciliani Gennari-Sir
08 Set 2025

di Silvano Trevisani

Grande festa, ieri domenica 7 settembre, in piazza San Pietro, per la canonizzazione del giovanissimo Carlo Acutis, il “santo di internet” morto a soli 15 anni, che sarà patrono della rete per aver usato il web come strumento di evangelizzazione. La cerimonia di canonizzazione è stata presieduta da papa Leone XIV. Insieme ad Acutis, è stato proclamato santo anche Pier Giorgio Frassati, biografo e alpinista torinese scomparso a 24 anni a seguito di una poliomielite.

Era stato papa Francesco ad autorizzare la promulgazione dei decreti relativi al miracolo attribuito alla sua intercessione. Riguarda la guarigione miracolosa di Matheus, un bambino brasiliano di sei anni affetto da pancreas anulare, una rara anomalia congenita del pancreas evidenziata da un esame clinico nel 2012, che avrebbe potuto essere corretta solo con un intervento chirurgico. Proprio la scomparsa di papa Francesco aveva imposto il rinvio della cerimonia, che si svolgerà domani.

Carlo Acutis è particolarmente venerato a Taranto che, lo ricordiamo, conserva anche una sua reliquia, custodita nella cappella del seminario di Poggio Galeso.

Nato a Londra il 3 maggio 1991, morì il 12 ottobre 2006 per una leucemia fulminante che se lo portò via in tre giorni. Ma lui lo sentiva: due mesi prima aveva registrato un video nel quale, sorridendo, diceva di essere pronto e chiedeva d’essere sepolto ad Assisi. Carlo Acutis, era stato proclamato beato quattro anni fa e ora sarà santo, il primo santo dei millennials e della Rete, già da tempo annunciato anche in Vaticano come il futuro patrono di Internet.

Ricordiamo che, nel febbraio 2023, la Chiesa di Taranto dedicò una settimana alla peregrinatio nelle parrocchie della diocesi della reliquia del beato Carlo Acutis. Evento che culminò nella grande manifestazione che si svolse nella concattedrale Gran Madre di Dio. Una veglia di preghiera conclusiva venne promossa dall’Ufficio diocesano di pastorale giovanile.

Più di 700 studenti avevano partecipato al mattino, nelle scuole, agli incontri con padre Carlos Acácio Gonçalves Ferreira, rettore del santuario della Spogliazione di Assisi, che ha racconto la storia e la testimonianza di questo giovane beato. Accompagnato, in questo suo tour dal rettore del del seminario, don Francesco Maranò e dal vicerettore don Francesco Manisi, che lo aveva accompagnato nelle scuole. Tantissimi hanno poi preso parte agli incontri serali, ogni giorno in una vicaria diversa.

La reliquia, una ciocca di capelli di Carlo, è rimasta a Taranto, all’interno della cappella del seminario minore di Poggio Galeso, dove venne organizzato un momento di preghiera comunitaria. Ma dove sono ancora in tanti a ritirasi in preghiera. “Sono commosso nel vedere la risposta della diocesi di Taranto. Tantissima gente tutti i giorni. Persone assetate di ascolto e preghiera e tanti ragazzi non iscritti alle lezioni di religione hanno partecipato nelle scuole. È un segno immenso di quanto il beato Carlo Acutis, tocchi i cuori e parli ai più giovani”. Era stato il commento di Padre Gonçalves Ferreira.

Sul giovanissimo santo e sul suo ‘straordinario’ incontro con Taranto torneremo ancora, intanto ricordiamo che presto santo, grazie al riconoscimento del miracolo, anche don Giovanni Merlini, moderatore generale della Congregazione dei missionari del Preziosissimo Sangue, nato a Spoleto il 28 agosto 1795 e morto a Roma il 12 gennaio 1873. Nella stessa udienza, il Santo padre ha autorizzato i decreti riguardanti le virtù eroiche dello scienziato e politico Enrico Medi, che diviene così venerabile.

”L’eucaristia è la mia autostrada per il cielo”, ripeteva spesso Carlo Acutis.

Gesù Divin Lavoratore: ogni sera in preghiera per la pace nel mondo

08 Set 2025

Per implorare al Signore la fine di ogni guerra nel mondo e la sua conversione, i padri giuseppini del Murialdo della parrocchia di Gesù Divin Lavoratore, al quartiere Tamburi, terranno ogni sera e per tutto  mese di settembre dalle ore 18.45 alle ore 19.30 un momento di preghiera serale comprendente l’adorazione eucaristica e la recita del vespro. La comunità è invitata caldamente a prendere parte a questo momento di preghiera affinché torni la pace tra le nazioni in conflitto tra loro.

 

La domenica del Papa – Non sciupate la vita

ph Sir
08 Set 2025

di Fabio Zavattaro

La celebrazione è “molto solenne”, ma “è anche un giorno di molta gioia”. Il Papa è sul sagrato della basilica vaticana, prima dell’inizio della celebrazione. Un saluto agli 80 mila fedeli e alle delegazioni ufficiali, per l’Italia c’è il capo dello Stato Sergio Mattarella. “Una festa bellissima per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo”, dice Leone XIV, la canonizzazione di Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, che hanno vissuto l’amore per Gesù Cristo “nell’eucaristia, ma anche nei poveri, nei fratelli e sorelle”.

Piccolo fuori programma per il vescovo di Roma, in questa sua prima canonizzazione nella quale richiama il significato della santità, ricordando la figura di Salomone che aveva il potere, la ricchezza, la giovinezza, il regno, ma chiede a Dio un cuore sapiente per governare con giustizia: “cosa devo fare perché nulla vada perduto?”. Poi san Francesco d’Assisi che si spogliò di tutti i suoi beni per seguire il Signore, “vivendo in povertà e preferendo […] l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli”. Afferma papa Leone: “il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio”.

Tanti santi ancora di potrebbero ricordare, afferma il Papa, ma per loro “tutto è cominciato quando, ancora giovani, hanno risposto ‘sì’ a Dio e si sono donati a lui pienamente, senza tenere nulla per sé”. Cita sant’Agostino il quale racconta “che, nel nodo tortuoso e aggrovigliato della sua vita, una voce, nel profondo, gli diceva: voglio te. E così Dio gli ha dato una nuova direzione, una nuova strada, una nuova logica, in cui nulla della sua esistenza è andato perduto”.

Anche oggi la vita di Pier Giorgio “rappresenta una luce per la spiritualità laicale. Cresciuto nelle file dell’Azione cattolica, della Fuci, della San Vincenzo, per lui la fede “non è stata una devozione privata” ma si è impegnato nella società dando “il suo contributo alla vita politica spendendosi nel servizio ai poveri”. Carlo, dice papa Leone, “ha incontrato Gesù in famiglia – in piazza ci sono i genitori, Andrea e Antonia e i due fratelli Francesca e Michele – e poi a scuola, anche lui, e soprattutto nei sacramenti, celebrati nella comunità parrocchiale”. Carlo, ricorda ancora il vescovo di Roma, ha lasciato scritto: “l’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato”. E Pier Giorgio amava dire: “intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo”; la carità “il fondamento della nostra religione”. I due santi sono un invito rivolto a tutti, soprattutto ai giovani “a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro”.

Omelia nel giorno in cui le letture, in sintonia con la vita dei due nuovi santi, ci propongono le condizioni per essere discepoli di Gesù. Per Luca nel Vangelo: amarlo più di ogni altra persona e della stessa vita; prendere la propria croce e seguirlo, rinunciare ai propri averi. Seguire Gesù è impegnativo, diceva Benedetto XVI, “non può dipendere da entusiasmi e opportunismi”. La vita che il Signore ci propone affermava Papa Francesco sembra scomoda e si trasforma in “scandalosa ingiustizia per coloro che credono che l’accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente ai legami di sangue, all’appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare”; è il “no” alla “cultura del privilegio e dell’esclusione”. Se non si vede l’altro come un fratello “non si può essere discepoli di Gesù”. Paolo, seconda lettura, afferma che i discepoli “non sono più schiavi ma fratelli”.

Infine, all’angelus, dopo aver ricordato due martiri proclamati beati sabato 6 settembre a Tallin in Estonia e in Ungheria, papa Leone affida all’intercessione dei santi e a Maria, la preghiera per la pace in Terra santa, in Ucraina e “in ogni altra terra insanguinata dalla guerra”.

Ai governanti dice: “ascoltate la voce della coscienza! Le apparenti vittorie ottenute con le armi, seminando morte e distruzione, sono in realtà delle sconfitte e non portano mai pace e sicurezza! Dio non vuole la guerra, vuole la pace, e sostiene chi si impegna a uscire dalla spirale dell’odio e a percorrere la via del dialogo”.

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, due giovani innamorati di Gesù

ph Ansa-Sir
08 Set 2025

“Oggi è una festa bellissima, per tutta l’Italia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo”: così, a sorpresa, Leone XIV ha cominciato la sua prima liturgia di canonizzazione dall’elezione al soglio di Pietro arrivando a piedi al centro del sagrato e parlando a braccio, rivolto alla distesa sterminata di oltre 80 mila fedeli affluiti già dalle prime ore della mattina. “Prima di cominciare la solenne celebrazione della canonizzazione, volevo dire un saluto, una parola a tutti voi, perché se da una parte la celebrazione è molto solenne, è anche un giorno di molta gioia”, ha detto il Papa: “E volevo salutare soprattutto tanti giovani, i tanti ragazzi che sono venuti per questa santa messa”, ha proseguito: “Veramente è una benedizione del Signore trovarci insieme, voi che siete venuti diversi Paesi. È veramente un dono di fede che vogliamo condividere”. “Dopo la santa messa, se potete avere un po’ di pazienza, spero di venire a salutare voi in piazza”, ha poi annunciato, salutando i familiari dei due beati quasi santi, le delegazioni ufficiali – a partire da quella italiana, guidata dal presidente Sergio Mattarella – , tanti vescovi e sacerdoti che sono venuti. Un applauso per tutti loro: grazie anche a voi per essere qui, religiosi e religiose, l’Azione cattolica”. “Ci prepariamo per questa celebrazione liturgica con la preghiera, col cuore aperto, volendo ricevere veramente questa grazia del Signore”, l’esortazione del pontefice: “E sentiamo tutti nel cuore la stessa cosa che Piergiorgio e Carlo hanno vissuto: questo amore per Gesù, soprattutto nell’Eucarestia, ma anche nei poveri, nei fratelli e nelle sorelle. Tutti voi, tutti voi siamo chiamati ad essere santi”. Al centro dell’omelia, una sinossi incrociata delle vite dei due nuovi santi, Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, “un giovane dell’inizio del Novecento e un adolescente dei nostri giorni, tutti e due innamorati di Gesù e pronti a donare tutto per lui”.

“Entrambi, Pier Giorgio e Carlo, hanno coltivato l’amore per Dio e per i fratelli attraverso mezzi semplici, alla portata di tutti: la santa messa quotidiana, la preghiera, specialmente l’adorazione eucaristica”, i tratti in comune. “Sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro”, la conclusione dell’omelia, dove lo sguardo di Leone XIV si è allargato a tutti i giovani del mondo.

“Il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio”, ha esordito Leone XIV partendo dalla domanda di un giovane come Pier Giorgio e Carlo: il re Salomone, la cui grande abbondanza di mezzi gli aveva fatto sorgere nel cuore una domanda: “Cosa devo fare perché nulla vada perduto?”. “Tanti giovani, nel corso dei secoli, hanno dovuto affrontare questo bivio nella vita”, ha attualizzato il Papa citando Francesco d’Assisi, che come Salomone era giovane e ricco, assetato di gloria e di fama, ma poi “aveva cominciato a scrivere una storia diversa: la meravigliosa storia di santità che tutti conosciamo, spogliandosi di tutto per seguire il Signore, vivendo in povertà e preferendo all’oro, all’argento e alle stoffe preziose di suo padre l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli”. “E quanti altri santi e sante potremmo ricordare!”, ha esclamato: “A volte noi li raffiguriamo come grandi personaggi, dimenticando che per loro tutto è cominciato quando, ancora giovani, hanno risposto ‘sì’ a Dio e si sono donati a Lui pienamente, senza tenere nulla per sé”. Sant’Agostino racconta, in proposito, che, nel “nodo tortuoso e aggrovigliato” della sua vita, una voce, nel profondo, gli diceva: ‘Voglio te’”, l’altro esempio scelto dal Papa: “E così Dio gli ha dato una nuova direzione, una nuova strada, una nuova logica, in cui nulla della sua esistenza è andato perduto”.

Pier Giorgio ha incontrato il Signore attraverso la scuola e i gruppi ecclesiali – l’Azione Cattolica, le Conferenze di San Vincenzo, la Fuci, il Terz’Ordine domenicano – e lo ha testimoniato con la sua gioia di vivere e di essere cristiano nella preghiera, nell’amicizia, nella carità”, il profilo del giovane torinese: “Al punto che, a forza di vederlo girare per le strade di Torino con carretti pieni di aiuti per i poveri, gli amici lo avevano ribattezzato ‘Frassati Impresa Trasporti’!”.

“Anche oggi, la vita di Pier Giorgio rappresenta una luce per la spiritualità laicale”, l’omaggio di Leone XIV: “Per lui la fede non è stata una devozione privata: spinto dalla forza del Vangelo e dall’appartenenza alle associazioni ecclesiali, si è impegnato generosamente nella società, ha dato il suo contributo alla vita politica, si è speso con ardore al servizio dei poveri”. “Carlo, da parte sua, ha incontrato Gesù in famiglia, grazie ai suoi genitori, Andrea e Antonia – presenti qui oggi con i due fratelli, Francesca e Michele – e poi a scuola, anche lui, e soprattutto nei sacramenti, celebrati nella comunità parrocchiale”, ha proseguito il Papa: “È cresciuto, così, integrando naturalmente nelle sue giornate di bambino e di ragazzo preghiera, sport, studio e carità”. “Tutti e due avevano una grande devozione per i santi e per la Vergine Maria, e praticavano generosamente la carità”, ha concluso papa Leone: “Perfino quando la malattia li ha colpiti e ha stroncato le loro giovani vite, nemmeno questo li ha fermati e ha impedito loro di amare, di offrirsi a Dio, di benedirlo e di pregarlo per sé e per tutti”.