Fari di pace

Mons. Gallagher: “Serve un cambio di rotta per la pace”

Paul Richard Gallagher (ph Afp-Sir)
13 Gen 2026

di Riccardo Benotti

Deterrenza nucleare, crisi dimenticate e il peso delle parole nei conflitti globali. In quello che in tanti considerano il Mese della pace (la Giornata mondiale della pace cade il 1° gennaio), mons. Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le organizzazioni internazionali, traccia un bilancio dell’ordine mondiale all’inizio del 2026. Dalla frammentazione geopolitica alle emergenze umanitarie normalizzate, il presule britannico sottolinea il ruolo della Santa Sede come “coscienza critica” del sistema internazionale e richiama alla necessità di ‘gesti verificabili’ per una riconciliazione reale.

Eccellenza, il Papa parla di una pace “disarmata e disarmante”. In un mondo fondato sulla deterrenza, quali passi realistici possono indicare un cambio di paradigma?
Nel periodo della Guerra fredda, la deterrenza nucleare veniva ammessa a volte come misura di equilibrio provvisoria, mentre ci si sforzava a lavorare, in modo concertato, in favore di un progressivo disarmo. Sono poi state siglate varie convenzioni internazionali mirate a limitare la proliferazione delle armi di distruzione di massa, e in particolare delle armi nucleari. Tale sforzo è rimasto purtroppo incompiuto. Mi sembra degno di nota il fatto che, con il diminuire dell’impegno per il disarmo e la pace, si sia perso di vista anche la lotta alla fame, alla povertà, alle migrazioni forzate, nonché la promozione dei diritti fondamentali della persona umana.

Cosa si è perso con l’abbandono della strada del disarmo progressivo?
In effetti, la vera pace non è frutto solo del disarmo, ma si basa sulla fiducia e le relazioni pacifiche tra i popoli. Solo la vera pace garantisce una sicurezza integrale, la quale non si riduce a questioni meramente militari. Nel contesto attuale, in cui regna un certo “disordine internazionale”, non possiamo rassegnarci a una logica puramente contrappositiva, in cui il rapporto tra i popoli rischia di chiudersi nella paura dell’altro e quindi nel dominio della forza.
Non dimentichiamo che la via del dialogo è sempre possibile, anzi auspicabile, un dialogo “umile e perseverante” come ci esorta papa Leone XIV, per contribuire a un cambiamento di rotta, per ricostruire rapporti di fiducia e per il bene di tutta l’umanità.

Si parla di crisi dell’ordine internazionale, di ritorno ai blocchi o di un pluralismo instabile. Quale scenario le sembra più realistico?
Lo scenario che stiamo attraversando non è semplicemente multipolare: è profondamente instabile. Non assistiamo a un ritorno ordinato ai blocchi del passato, ma a una frammentazione in cui le alleanze sono mobili, il diritto è spesso subordinato alla forza e la paura diventa criterio politico.
Lo vediamo chiaramente in Ucraina, in Medio Oriente, nel Mar rosso, nello Sahel e in altre parti del mondo.

In questo quadro di instabilità, quale spazio resta alla Santa Sede come mediatrice credibile?
Papa Leone XIV ha messo in guardia da una forma di diffusione del sentimento di impotenza che in realtà è una resa: quando si considera inevitabile ciò che è frutto di scelte umane, si perde lucidità. In questo quadro, la Santa Sede non si propone come un attore geopolitico tra gli altri, ma come una coscienza critica del sistema internazionale, è la sentinella nella notte che vede già l’alba, che richiama alla responsabilità, al diritto e alla centralità della persona. La sua credibilità come mediatrice nasce dal rifiuto di accettare la guerra come normalità e dalla capacità di restare fermamente ancorata alla dignità delle persone e dei popoli coinvolti.

La polarizzazione mediatica sembra incidere direttamente sulla dinamica dei conflitti. Quanto pesa oggi il linguaggio nella costruzione o nel fallimento della pace?
Incide enormemente. Oggi il linguaggio non descrive semplicemente i conflitti: spesso li precede, li prepara e li alimenta. La semplificazione, la demonizzazione dell’avversario, l’uso sistematico della paura e la psicosi bellica rendono la pace impronunciabile prima ancora che impraticabile.
È un dato che riguarda sia i media sia la comunicazione politica. Si crea un clima in cui il compromesso è percepito come debolezza e il nemico viene disumanizzato.

Quali conseguenze concrete ha questa dinamica sul piano diplomatico?
Il Papa ha ricordato che la pace fallisce quando diventa indicibile, quando non si trovano più “le parole giuste” per pensarla vicina. Un linguaggio che rinuncia alla verità e alla complessità costruisce un mondo deformato, nel quale il compromesso appare come tradimento e la violenza come necessità. Anche sul piano diplomatico, questo è uno dei principali ostacoli alla pace. La Santa Sede continua a insistere su un linguaggio che non divide o alimenti la paura e l’odio, ma che unisce e renda possibile il riconoscimento reciproco, anche tra avversari.

 

Diocesi

A Taranto, concorso internazionale di marce funebri

13 Gen 2026

Anche quest’anno la confraternita Maria SS. Addolorata e S. Domenico ha bandito il concorso internazionale di marce funebri per la Settimana Santa ‘Trofeo Città di Taranto’, per favorire la promozione e la divulgazione di questo genere musicale legato ai riti della Settimana Santa, con lo scopo di incrementare il già nutrito repertorio tarantino. Le iscrizioni sono aperte a tutti i compositori di qualsiasi nazionalità, senza limiti di età che possono presentare un solo brano che deve essere inedito, mai eseguito e non aver ricevuto premi o segnalazioni in altri concorsi, pena la squalifica. Le composizioni dovranno essere attinenti al contesto storico, religioso e tradizionale del luogo e del repertorio già esistente nei riti della Settimana Santa a Taranto. Sarà determinante, ai fini della selezione e della premiazione, la fattiva eseguibilità in forma itinerante e/o processionale.

Tutti gli spartiti (partitura e parti staccate comprese) devono essere impaginati in forma anonima e privi di qualsiasi segno di riconoscimento (motto, titolo, nomi, codici in cifre e/o lettere ecc.).

Per partecipare al concorso, i compositori potranno scegliere di inviare la propria composizione in formato digitale tramite mail o in formato cartaceo tramite posta raccomandata. Non è prevista in alcun caso la quota di partecipazione.

Le composizioni dovranno pervenire alla segreteria del concorso entro il 16 febbraio.

Al ricevimento del materiale, digitale o cartaceo, la segreteria del concorso provvederà a contrassegnare il materiale musicale e la documentazione con un numero di protocollo univoco e progressivo. Solo a lavori ultimati nella fase finale verranno aperte le buste chiuse e si procederà all’identificazione dei vincitori.

Il materiale pervenuto non sarà restituito ed entrerà a far parte dell’archivio del concorso.

Il direttore artistico del concorso, nominato dal consiglio di amministrazione della confraternita, è il maestro prof. Giuseppe Gregucci. Sarà una giuria di musicisti di chiara fama a decretare la classifica finale

Le composizioni selezionate per la fase finale verranno eseguite in occasione del concerto-evento eseguito dalla Grande Orchestra di fiati ‘Santa Cecilia-Città di Taranto’ diretta dal m° Giuseppe Gregucci, che si terrà il 7 marzo alle ore 19 nella chiesa di S. Domenico a Taranto.

I premi saranno così ripartiti:
1° premio   € 1.500,00 e trofeo Città di Taranto;
2° premio   € 700,00;
3° premio € 500,00;
4° premio  € 200,00;
5° premio  € 200,00,
e premio speciale della tradizione tarantina (che sarà assegnato dalla giuria popolare che sarà formata da una rappresentanza di tutte le confraternite della città) e la menzione assegnata dai musicisti della banda. A tutti i finalisti sarà consegnato il diploma di partecipazione.

Il regolamento e gli eventuali aggiornamenti relativi allo svolgimento del concorso, sono visualizzabili sulla pagina ufficiale facebook denominata ‘“Concorso di composizione di marce per la Settimana Santa – Città di Taranto’, accessibile dal link: https://www.facebook.com/profile.php?id=61584678702181

Venti di guerra

Vincenzo Buonomo: “Il diritto internazionale è regredito a logiche pre‑1945”

Venezuela, Groenlandia e il ritorno della forza

ph Ansa-Sir
13 Gen 2026

di Giovanna Pasqualin Traversa

Contraddizioni, inerzie, fallimenti del sistema internazionale: al “soft power” della diplomazia si sostituiscono multipolarismo e una sorta di “normalizzazione” della forza. Che fine ha fatto il diritto internazionale? Ne parliamo con Vincenzo Buonomo, professore di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense, affrontando crisi degli Stati, ruolo di Onu e Nato, geopolitica artica, Venezuela e fragilità dell’Unione europea. Sullo sfondo, l’esortazione incessante di papa Leone XIV ad una “pace disarmata e disarmante”.

ph Siciliani-Gennari-Sir

Professore, alla luce dei conflitti in Ucraina e a Gaza, del blitz militare Usa in Venezuela che ha portato all’arresto di un capo di Stato in carica come Nicolás Maduro e delle rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia, molti osservatori parlano di un “declino” se non addirittura di una scomparsa del diritto internazionale. È una percezione corretta?
Più che scomparso, il diritto internazionale è profondamente cambiato. Siamo regrediti ad un modello che assomiglia più a quelli pre‑Prima e pre‑Seconda guerra mondiale.
Le acquisizioni maturate dopo il 1945 – diritto umanitario, diritti umani, crimini internazionali – sembrano essersi indebolite. Un primo segnale è stato il ritorno alla “battaglia dei dazi”, che ripristina logiche di trattamento differenziato tra Stati, superate con la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995.

Oggi il diritto internazionale rischia di essere usato come arma politica?
Il rischio esiste. Ucraina, Gaza o l’operazione statunitense contro Maduro mostrano come il diritto possa essere piegato a logiche di forza. Ma questo non è un fenomeno isolato: rientra nella regressione sistemica che stiamo vivendo, nel ritorno ad un mondo dove la forza prevale sul diritto.

Anche il principio di sovranità territoriale appare in crisi…
Sì. Si è indebolito il divieto per uno Stato di modificare con la forza i confini di un altro Stato secondo la logica del “fait accompli” (fatto compiuto). Lo vediamo in Ucraina e a Gaza: acquisizioni territoriali manu militari, spostamenti forzati di popolazione, assenza di garanzie sulla composizione etnica dei territori. E’ il primato della forza e della deterrenza attraverso il riarmo, a scapito della diplomazia legale.

In questo scenario le istruzioni internazionali sembrano paralizzate e impotenti. Le Nazioni unite e il multilateralismo sono in crisi?
Nate per garantire una visione comune, le istituzioni internazionali appaiono oggi quasi inerti. Vedo una sorta di “accanimento terapeutico” nell’insistenza a volerle far funzionare a tutti i costi pur sapendo che non ne hanno più la capacità. Una crisi duplice: strumenti giuridici inadeguati e volontà politica degli Stati, che da quattro anni – dall’inizio della guerra in Ucraina – hanno di fatto esternalizzato i conflitti dal contesto Onu, riducendo la centralità del multilateralismo.

Qual è oggi, invece, il ruolo della Nato?
La Nato respira con due polmoni: quello politico e quello militare. Ma oggi predomina il pilastro militare. L’Alleanza esprime valutazioni su armamenti e sistemi di difesa, dando indicazioni agli Stati sui requisiti di sicurezza. La funzione politica preventiva è invece in crisi o molto limitata, schiacciata dagli aspetti tecnico‑militari. È un segnale della crisi più ampia della diplomazia multilaterale.

Passiamo all’Artico. La Groenlandia, pur essendo indipendente ma con sovranità ancora in capo alla Danimarca, è tornata oggetto di mire geopolitiche da parte di Trump che non ha usato giri di parole sui possibili mezzi da adottare. Dopo il blitz in Venezuela e considerando lo scenario peggiore, quali sarebbero le conseguenze di un intervento militare Usa (Paese Nato) contro la Danimarca, altro membro Nato?
L’interesse statunitense per la Groenlandia nasce da esigenze di sicurezza e dalla volontà di contenere Russia e Cina nell’Artico. Le opzioni sul tavolo possono essere molte: intervento militare, acquisto in stile Alaska, accordi con il governo locale. Ma porre opzioni non significa rompere l’Alleanza, è piuttosto un voler dimostrare la propria potenza.
Una frattura della Nato – i cui confini oggi si spingono ben oltre il progetto originario del 1949 per l’interesse di un singolo Paese sarebbe pericolosa e destabilizzante. Molto dipenderebbe dalla reazione degli altri attori artici, Russia in primis.

L’Artico è privo di una regolazione internazionale?
Sì. A differenza dell’Antartide, territorio regolato da uno specifico trattato del 1959, riformulato 50 anni dopo, l’Artico non ha un quadro normativo generale. Esistono solo i cosiddetti “settori circolari” assegnati agli Stati che si affacciano sul Circolo polare, ad esempio le Isole Svalbard. Per le grandi potenze – Usa, Russia, Cina, forse anche Giappone – la vera posta in gioco non sono solo le terre rare, ma il passaggio marittimo a nord‑ovest, corridoio strategico per le rotte commerciali globali, una sorta di nuova via della seta.

Intanto, sullo scenario internazionale l’Unione europea continua a presentarsi fragile, divisa – ad oggi solo la Spagna ha espresso ferma condanno per il blitz Usa in Venezuela – e priva di una politica estera e di difesa comune…
Il problema è antico. Già nel 1954 fallì il progetto di Comunità europea di difesa perché la Francia non voleva rinunciare alla propria autonomia in ambito militare e in politica estera. Ancora oggi la voce isolata di alcuni Paesi impedisce all’Ue una politica estera unica e una difesa comune.
Anche le spinte al riarmo cui stiamo assistendo non rispondono solo agli impegni Nato, ma alla volontà di singoli Stati di rafforzare la propria autonomia nazionale, e questo compromette la costruzione di una sicurezza comune che si può costruire solo sulla base di intenti condivisi. Come l’unione doganale tra i Paesi Ue protegge gli spazi commerciali ed economici interni, così una politica di sicurezza comune dovrebbe permettere a Bruxelles di parlare con una sola voce. Il caso Venezuela mostra, appunto, l’assenza di una visione comune.

In questo scenario sempre più polarizzato, papa Leone XIV non si stanca di invocare una “pace disarmata e disarmante”. È un appello realistico?
Nel Messaggio per la 59ª Giornata mondiale della pace dello scorso 1° gennaio, il Papa richiama al “risveglio delle coscienze” come unica condizione per la pace.
La pace non nasce dal riarmo, ma da dialogo, comprensione, accoglienza, coesistenza, coesione. Richiede un rinnovamento dell’intelligenza e del cuore. Contro la logica della violenza, la voce del Papa invita al disarmo dei cuori e alla riscoperta dell’umanità, da tradurre in scelte concrete.

Morti sul lavoro

Le Acli sull’ennesima morte all’ex-Ilva: “È finito il tempo del silenzio!”

ph ND
13 Gen 2026

Sono trascorsi solo dodici giorni del nuovo anno per listare nuovamente a lutto i cancelli di una fabbrica obsoleta che non cade a pezzi solo metaforicamente ed economicamente, ma collassa – letteralmente – nelle strutture, parimenti agli altiforni che dovrebbero esserne il cuore pulsante.

Claudio Salamida, operaio dell’acciaieria2, addetto alle valvole, è precipitato da un’altezza di diversi metri, perdendo la vita per il cedimento del pavimento ‘grigliato’ sul quale svolgeva le sue funzioni di lavoro.

“Questa non è fatalità! – ha commentato Giuseppe Mastrocinque, presidente provinciale delle Acli tarantine -. È giunto il momento che non si usino più espressioni che sono false, oltre che offensive verso le vittime e i loro affetti.

Come possiamo parlare di fatalità, se a cadere sono passerelle arrugginite, gru senza più accorgimenti di sicurezza, se esplodono altiforni, in un regime di totale assenza di manutenzione ordinaria, non straordinaria!

Come Acli, seppure col pudore che oggi dobbiamo a Claudio, non riteniamo che sia il momento del silenzio e della riflessione: questo, per noi, è il momento della rabbia, delle urla e della protesta. Unendoci a quelle della moglie e dei genitori del povero operaio, gridiamo che è giunto il tempo di dire un definitivo ‘Basta così!’ a una mattanza dentro e fuori da uno stabilimento siderurgico che non è sicuro per nessuno e per diverse ragioni, che vanno dalle norme elementari di sicurezza bypassate, agli inquinanti sparsi allegramente su Taranto e tutti i comuni attigui al siderurgico.

Il silenzio – ha proseguito l’avv. Mastrocinque – fa il gioco di chi ha interessi a tenere acceso ciò che doveva essere spento quasi quattordici anni fa; fa il gioco di uno Stato che, dopo aver costruito la fabbrica a ridosso della città, oggi si lava le mani e, attendendo investimenti privati che non saranno mai in grado di ambientalizzare realmente lo stabilimento, brucia miliardi di euro di risorse pubbliche che, dal 2012, sarebbero state sufficienti a ricostruire totalmente l’impianto o a smantellarlo, convertendo l’economia del territorio.

Il dolore per la morte di Claudio, come quello per la morte di Francesco, di Alessandro e tanti altri padri che non sono tornati a casa dai loro figli, sono lutti di un’intera comunità e non devono essere derubricati a drammi di una sola famiglia. Quelle morti, come le morti silenziose di centinaia di tarantini assassinati dalle emissioni dell’ex Ilva, sono un macigno che pesa sulle spalle della classe politica locale e nazionale, incapace di assumere decisioni capaci di cambiare il destino infausto di questa comunità.

È l’ora delle scelte: chiudere, riconvertendo l’economia territoriale oppure, se si ritiene imprescindibile mantenere in vita l’impianto, ricostruire la fabbrica completamente con risorse che solo lo Stato può stanziare.

Le Acli si sottraggono a questa ipocrisia – ha concluso il presidente provinciale – e chiedono che si metta fine all’accanimento terapeutico su una fabbrica morta oramai da anni”.

Disabilità

Fish: “Per la prima volta il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico”

ph Siciliani Gennari-Sir
13 Gen 2026

di Riccardo Benotti

“Per la prima volta nel nostro Paese, il tema del caregiver familiare viene affrontato in modo organico, superando una lunga fase caratterizzata da annunci e iniziative prive di risposte strutturali”: lo ha dichiarato il presidente della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap) Vincenzo Falabella, commentando l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del disegno di legge recante ‘Disposizioni in materia di riconoscimento e tutela del caregiver familiare’.

Le nuove norme consistono in un pacchetto di interventi strutturali che prevedono il riconoscimento giuridico, tutele previdenziali e lavorative e sostegno economico. “Si tratta di una questione di grande rilevanza sociale, che riguarda direttamente la tenuta del nostro sistema di welfare e la qualità della vita di milioni di cittadini, che si trovano a sostenere un impegno costante, gravoso e altamente complesso, senza adeguate tutele, riconoscimenti o sostegni”, sottolinea Falabella. Il disegno di legge passerà ora all’esame delle Camere per il completamento dell’iter legislativo. “L’auspicio della Federazione è che il Parlamento sappia cogliere pienamente questa occasione, lavorando per approvare una normativa giusta, inclusiva e realmente efficace, capace di incidere positivamente sulla vita delle famiglie e di riconoscere il valore sociale, umano e civile della cura”, conclude la Fish, ribadendo “la propria disponibilità al confronto con le istituzioni e tutti i soggetti coinvolti”.

Diocesi

Il messaggio dell’arcivescovo Ciro Miniero per la morte dell’operaio dell’ex-Ilva

ph ND
13 Gen 2026

Riportiamo il messaggio che il nostro arcivescovo, mons. Ciro Miniero, ha inviato per la morte dell’operaio dell’ex-Ilva:
«Ho appreso con profondo dolore e sconcerto della morte dell’operaio Claudio Salamida, vittima dell’ennesimo incidente nello stabilimento siderurgico. Il giovane operaio era impegnato in un’attività di controllo e, pare sia precipitato da una passerella in metallo. Da anni si denuncia lo stato di degrado degli impianti, il rischio che lo stato degli stessi rappresenta per i lavoratori. Ancora una volta confidiamo nella magistratura perché si faccia piena luce sulle responsabilità di questo grave e luttuoso episodio, ma intanto, cosa si è fatto e si sta facendo perché lavorare nell’ex Ilva non metta a rischio la vita di alcuno né dentro né fuori dallo stabilimento? Il prezzo pagato alla produzione continua ad essere intollerabile. Quando le strade percorse non portano al traguardo prefissato, quando è troppo alto il costo umano e ambientale, allora bisogna interrogarsi profondamente e, con coraggio, proporne di nuove. Intanto, invitiamo tutta la comunità ad unirsi nella preghiera per il povero Claudio alla cui famiglia ci stringiamo con affetto».
† Ciro Miniero, arcivescovo metropolita di Taranto 

Mondo

Liberati in Venezuela Alberto Trentini e Mario Burlò

ph Ansa-Sir
12 Gen 2026

di Bruno Desidera

La notizia tanto attesa è giunta all’alba, in Italia, quando anche in Venezuela, ormai, era notte fonda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, verso le 5 del mattino (ora italiana), ha annunciato la liberazione del cooperante veneziano Alberto Trentini e dell’imprenditore torinese Mario Burlò, i due cittadini italiani detenuti per oltre un anno nelle carceri venezuelane. Trentini e Burlò si trovano ora nell’Ambasciata d’Italia a Caracas, accolti dall’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito. Ha affermato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: “Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò. Ho parlato con loro e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa”. La premier ha ringraziato espressamente la presidente incaricata del Venezuela, Delcy Rodríguez. Tajani ha confermato che il rientro in Italia è previsto tra oggi e domani: “Sono in buone condizioni. La loro liberazione è un segnale forte che il governo italiano apprezza molto”.

Ma le liberazioni arrivano con il contagocce

Una gioia giunta al termine di giorni difficili e trattative serrate, a partire da giovedì scorso. In effetti, il ritorno a casa degli italiani non ci deve far dimenticare il fatto che chi si aspettava la liberazione di centinaia di detenuti politici è rimasto deluso. Con il passare dei giorni, l’annuncio di giovedì scorso del presidente dell’Assemblea nazionale, Jorge Rodríguez, il quale aveva anticipato la scelta, esplicitamente apprezzata da Donald Trump, di liberare “un numero significativo di” detenuti, è, almeno per ora, smentito dai fatti. Otto le liberazioni immediate, altre otto, per un totale di sedici, quelle arrivate fino alla mattinata di ieri con il contagocce (per la contabilità aggiornata, è bene attendere qualche ora), su un totale di ottocento prigionieri. Sempre ieri è giunta la notizia che uno di questi detenuti, Edison José Torres Fernández, agente di polizia arrestato lo scorso 9 dicembre, è deceduto nel carcere di Boleíta, a Caracas. In generale, la situazione si conferma quanto mai fragile e incerta, se si pensa che ieri il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha chiesto ai propri concittadini di lasciare il Paese, di fronte alla possibilità che milizie armate stiano cercando di rintracciare gli statunitensi che vivono in Venezuela. Tutto questo, nonostante una delegazione diplomatica Usa sia giunta a Caracas per il riavvio delle relazioni diplomatiche. Notizie, all’apparenza contraddittorie, spiegabili con l’alto grado di incertezza sul futuro.

Poche scarcerazioni per disaccordi tra chavisti

Da Caracas, una “lettura” di questo scenario incerto arriva da una qualificata fonte ecclesiale, che mantiene l’anonimato: “Dopo l’annuncio della liberazione di detenuti politici, ci si aspettava il rilascio di 400 di loro, su un totale di circa 800, ma a quanto pare, a causa di tensioni e disaccordi interni alla coalizione dominante, ci sono state solo poche scarcerazioni, per cui i comitati dei familiari stanno vegliando all’uscita dei centri di detenzione e tortura. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Trump ha incontrato i rappresentanti delle compagnie petrolifere, offrendo loro il business del petrolio e garantendo loro, secondo lui, sicurezza fisica, giuridica e un buon affare. Purtroppo, noi venezuelani non siamo padroni del nostro destino. E mentre è arrivata una delegazione diplomatica degli Stati Uniti per riavviare le relazioni diplomatiche e la riapertura dell’ambasciata, il settore più radicale del chavismo si sta organizzando e sta tenendo riunioni nei quartieri suburbani, preparandosi alla resistenza armata, sotto il concetto di guerra asimmetrica. La sensazione è che siamo immersi in una serie Netflix o, peggio ancora, in un videogioco”. Come accennato, sono molte le istituzioni, le Ong e le associazioni dei familiari dei detenuti che stanno chiedendo a gran voce la liberazione di tutti i detenuti politici. Molti parenti stazionano, da giorni, all’esterno delle principali strutture carcerarie.

L’economia prima della democrazia

Afferma Rafael Uzcátegui, attivista venezuelano in esilio in Messico, attualmente condirettore dell’Ong Laboratorio de Paz: “L’annuncio sulla liberazione dei detenuti era atteso da giorni. Ritengo che, nell’attuale contesto, la liberazione di tutti i detenuti politici, un’amnistia che li riguardi, sia un gesto doveroso, il minimo che si possa fare. Accanto a questo, è urgente anche la chiusura di El Helicoide, a Caracas. Non sappiamo, però, quale sia la reale volontà dei chavisti”. Come molti attivisti, Uzcátegui ha inizialmente condannato l’attacco americano, pur essendo molto critico verso Maduro. Ben presto, è rimasto sorpreso e sconcertato per gli sviluppi della situazione, e soprattutto per il modo in cui i chavisti, e in particolare i maggiori collaboratori di Maduro, sono rimasti al potere: “Per cominciare, non è stato rivelato il bilancio definitivo, per quanto riguarda morti e feriti, dell’attacco americano. Direi che si tratta di una curiosa omissione. Mi pare, poi, evidente che quello di Maduro sia stato un arresto frutto di una negoziazione, ma ciò che mi lascia molto perplesso è la modalità della collaborazione tra le autorità chaviste e gli Stati Uniti. Mi pare evidente che è stata privilegiata la stabilità economica rispetto alla stabilità politica e al ritorno della democrazia. Lo stesso segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha ammesso che la transizione potrebbe durare anni. Io, invece, credo che le elezioni libere debbano essere un obiettivo prioritario, non l’ultimo punto dell’agenda. In ogni caso, alcuni segnali potrebbero essere dati fin da subito, come un rinnovo del Consiglio nazionale elettorale”.

Morti sul lavoro

La morte di un operaio all’Ilva riapre il discorso sul futuro dell’azienda

12 Gen 2026

di Silvano Trevisani

Un operaio di 46 anni di Alberobello, Claudio Salamida, è l’ennesima vittima del lavoro nello stabilimento siderurgico di Taranto. Nella mattinata di lunedì 12, era impegnato al lavoro in Acciaieria2 per il controllo di alcune valvole, quando una griglia sulla quale operava in quel momento, nella zona del convertitore 3, ha ceduto sotto i suoi piedi, facendolo precipitare al piano inferiore e provocandogli traumi subito dimostratisi letali. Inutili sono stati gli interventi dei sanitari che hanno tentato invano di rianimarlo, per la gravità delle ferite. Claudio lascia la moglie un bambino di tre anni.

Si tratta dell’ennesimo tragico episodio che si verifica all’interno del megaimpianto che continua a operare, nella generale precarietà ormai storica, in attesa di un futuro che per ora resta incerto ma che lascia un presente fatto di insicurezza, provvisorietà, di speranza che spesso si trasforma in disperazione. Perché, nell’attesa ormai insostenibile, di una diversificazione della produzione sempre rimandata per inaffidabilità politica, sfruttamento inumano, inadeguatezza della gestione e confusione, gli impianti vanno avanti senza una reale e indispensabile manutenzione. Forse sarebbe necessario che politica e imprenditoria si decidessero a voltare pagine, chiudendo col passato e rassegnandosi a dover perdere ingenti capitale per unire una immediata chiusura col passato a una altrettanto immediata costruzione dei forni elettrici, se proprio si ritiene strategica la produzione dell’acciaio e la garanzia dell’occupazione. Anche perché, in questa situazione, sembra meno probabile l’immediato dissequestro da parte della magistratura, chiesto da azienda e governo, dell’Acciaieria 1, fermata proprio in seguito a un incidente.

Immediata la reazione delle organizzazioni sindacali, Fim Fiom Uilm e Usb che hanno proclamato uno sciopero di 24 ore in tutti gli stabilimenti di Acciaierie d’Italia, di tutte le aziende metalmeccaniche e dell’indotto. L’astensione dal lavoro terminerà domattina alle ore 7. “In attesa di conoscere la dinamica, tutti i lavoratori dell’ex Ilva e del mondo metalmeccanico, si stringono intorno alla famiglia del lavoratore”, si legge in una nota a firma dei sindacati.

“Il fenomeno infortunistico – aveva detto qualche giorno fa il direttore regionale dell’Inail, Giuseppe Gigante – è un fenomeno complesso e legato a fattori economici, tecnologici, giuridici e culturali”. Così commentando il drastico aumento degli infortuni mortali nel 2025 nella regione: 38 nei primi sette mesi, oltre l’11 in più sull’anno precedente. Nel caso dell’infortunio mortale di oggi, evidentemente, tutti i fattori richiamati concorrono a spiegare quello che è accaduto. Ma a questi fattori vanno aggiunti anche quelli “politici”, dal momento che è proprio la politica a determinare la scelte in un settore produttivo così rilevante nelle scelte strategiche del governo. È più che mai urgente che sia proprio il governo, a questo punto, a intervenire chiarendo in maniera definitiva quali reali intenzioni ha, al di là dei buoni propositi finora espressi.

Natale a Taranto

Calata dei Magi, la premiazione del concorso per gli studenti della ‘Salvemini’

12 Gen 2026

di Angelo Diofano
Si è svolta nella serata di domenica 11 nella chiesa della Regina Pacis la cerimonia di premiazione del concorso ‘Calata dei Magi’ cui hanno partecipato gli studenti della scuola ‘Salvemini’. L’iniziativa nasce dal desiderio di realizzare un percorso culturale e creativo capace di coinvolgere bambini e studenti alla tradizione, di cui forse un giorno potranno diventarne i protagonisti, e, nel contempo, di far conoscere la ‘Calata’ alle loro famiglie, spesso di recente trasferitesi a Lama da altri centri o quartieri.

Premesso che tutti gli elaborati pervenuti hanno meritato attenzione per l’impegno e la sensibilità mostrata dai bambini, la commissione ha ritenuto questi elaborati più originali, creativi e più rispondenti al tema del concorso.

Per la categoria ‘Racconti’: il 3°premio è andato al testo ‘Il fiore nella roccia’ per la fantasia di Raffaele Urro; il 2º premio, al testo ‘Il mio amico Gesù’ per la spontaneità e la purezza del pensiero di Marta Caputo; il 1º premio a ‘Ritorno dei re Magi’ di Valentina Pacifico per la profondità del pensiero verso un tema molto sentito negli anni difficili che stiamo vivendo.

Per la categoria ‘Lettere’: il 3º premio è stato assegnato a ‘Lettera a Gesù Bambino’ per la tenerezzacon cui Cecilia Palmisano ha raccontato rapporto con Gesù Bambino; il 2º premio è andato a ‘Caro Dio’ di Martina Plotonia per l’umiltà espressa nel chiedere il sostegno di Gesù nell’affrontare le debolezze umane; il 1° premio è stato assegnato a ‘Grido del cuore’ di Angelo Zingaro per la particolare sensibilità e per la delicatezza e l’originalità dei sentimenti.

Per la categoria ‘Poesie’: il 3º premio è andato a ‘L’alba del Natale’ di Alessandro Liuzzi per la gratitudine verso Gesù nel dare i doni più preziosi per la vita degli uomini;  il 2° premio a ‘I tre Re e la stella brillante’ di Raffaele Schifone per la creativa narrazione del viaggio dei Magi; il 1° premio a “La calata dei Magi” di Cosimo Roberti per l’attinenza del testo alle richieste del bando e mostrando di conoscere e di appartenere attivamente alla realtà del luogo.

Per la scuola ‘Salvemini’ alla presenziato alla premiazione la vice preside Roberti e il prof. Paradiso

Successivamente, si è svolta l’estrazione dei biglietti della lotteria, i cui proventi sono finalizzati a coprire parzialmente le spese per organizzazione della popolare manifestazione.

Lavoro

Ex-Ilva, Vestas, porto: Meloni, Bitetti e sindacato chiamano a raccolta

12 Gen 2026

di Silvano Trevisani

Ex-Ilva, Vestas e porto sono le tre vertenze tarantine che stanno impegnando, in queste ore, politica e società ai massimi livelli. In particolare dell’ex-Ilva si è occupata, sollecitata dai giornalisti, la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio anno a Palazzo Chigi.

Un solido piano industriale, la tutela del lavoro e la sicurezza della comunità – ha detto – sono le tre condizioni che il governo sta cercando. “L’Ilva è il dossier più complesso che abbiamo ereditato. Abbiamo trovato una situazione molto compromessa da tutti i punti di vista. L’impegno del governo non è mai venuto meno, è uno dei temi ai quali abbiamo dedicato più riunioni. L’obiettivo è conciliare tenuta della produzione, tutela dell’ambiente e del territorio. È un obiettivo tutt’altro che facile e deve coinvolgere tutti i livelli, serve che si remi tutti nella stressa direzione”.

Giorgia Meloni ha anche precisato che “Non ci sono impegni vincolanti da parte del governo finché non potremo dare risposte concrete sui temi che ci stanno più a cuore. Nessuna proposta che abbia un senso predatorio o opportunistico potrà essere avallata da questo governo perché non possiamo ripetere errori del passato”.

Alle parole della presidente del consiglio ha fatto eco immediato una nota del sindaco Piero Bitetti, che ha dichiarato di accogliere con favore quanto dichiarato sul coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali, compresi quelli territoriali, e il suo appello a remare tutti nella stessa direzione per conciliare la tenuta della salute, dell’occupazione, della sicurezza e dell’ambiente. “Così come accolgo – dice Bitetti – anche quando detto sul non ripetere gli errori del passato, e di non permettere a nessun possibile nuovo acquirente, di arrivare a Taranto con un intento predatorio. Ora però dalle parole si passi ai fatti. Ribadiamo la richiesta di un incontro con la presidente Meloni, così come già fatto due mesi fa, a maggior ragione in questa fase così delicata e dopo le sue dichiarazioni di oggi sul voler coinvolgere anche il territorio. Cosa che mi sembra imprescindibile”.

Bitetti propone di gettare le basi per un dialogo franco e senza pregiudiziali. “Avviamo una collaborazione proficua nel rispetto delle esigenze della comunità tarantina”. ‎

Lo stesso Bitetti interviene, poi, sull’annunciata volontà della Vestas di trasferire alcuni reparti da Taranto a Melfi, chiedendo un incontro urgente all’azienda a Palazzo di città.

“Ritengo infatti imprescindibile – scrive il sindaco – un confronto istituzionale per valutare soluzioni alternative che preservino la presenza di Vestas a Taranto, compatibili con le vostre esigenze logistiche”.

Un confronto istituzionale urgente, infine, lo chiede il segretario generale della Cgil, Giovanni D’Arcengelo, al presidente della Provincia, Gianfranco Palmisano, sul porto. La grave crisi che lo scalo commerciale attraversa, con il disinteresse dei gestori, Evergreen prima e Yilport poi, e il vanificarsi degli investimenti che avrebbero dovuto attuarsi, ultimo trai quali quello della Renexia, che ha preferito Vasto a Taranto per il suo investimento da 500 milioni, che avrebbe dovuto dare lavoro a 1500 unità, richiede una presa di coscienza.

Sono passati più di 300 giorni da quando il decreto energia – che prevedeva la possibilità di impiantarvi investimenti per l’energia alternativa – è diventato legge. “300 giorni di silenzio mentre i traffici del porto continuano ad essere segnati da simboli meno (-31,6 % rispetto al novembre 2024) e mentre quell’intendimento per l’attività di produzione, stoccaggio e assemblaggio per la componentistica eolica che occuperebbe 400mila metri quadrati dell’area portuale e la realizzazione di impianti off-shore galleggiante e fixed, sembra più un miraggio”.

Per questo D’Arcangelo chiede un tavolo di confronto, con la partecipazione dell’autorità di sistema portuale, delle associazioni datoriali, dei rappresentanti istituzionali del territorio, dei consiglieri regionali e dei parlamentari del territorio.

Tracce

Ammazzata, più volte, dallo Stato

Frame da video tv
12 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

Bisogna ammettere che si fa fatica a credere ai propri occhi, si fa fatica a credere a quel filmato. Si fatica a credere perché mostra qualcosa di talmente terrorizzante da superare qualsiasi livello di umana immaginazione. È il filmato che racconta tutto quello che è accaduto mercoledì mattina a Minneapolis, dove una donna di 37 anni, madre di tre bambini, è stata barbaramente assassinata da un agente dell’ICE, la polizia statunitense addetta al controllo della sicurezza delle frontiere, ormai incaricata permanente della caccia senza quartiere e senza tregua all’immigrato (clandestino o no, non importa), diventata la più numerosa e la più finanziata forza dell’ordine degli Usa e trasformata da Trump in una vera e propria “milizia personale”. Basta pensare che il cosiddetto “One Big Beautiful Bill Act”, la legge varata da Trump nel luglio scorso contenente le politiche fiscali e le previsioni di spesa del bilancio federale, ha aumentato i finanziamenti per l’ICE da 10 miliardi di dollari a qualcosa come 150 miliardi di dollari. Ma che cosa è con precisione l’ICE? Munitissima di qualunque arma di ogni genere e specie, equipaggiatissima di veicoli, molto spesso, privi di ogni insegna di riconoscimento, l’agenzia federale ha un organico di dimensioni sconvolgenti – oltre ventimila uomini – rigonfiato da forme di reclutamento che, a quanto pare, non vanno molto per il sottile – le matricole non passano per nessuna tipologia di filtro, né nella selezione, sia nella settimana di addestramento – ma, è, soprattutto, libera di agire, sguinzagliando in qualsiasi luogo, nel nome di una emergenza che non esiste, agenti mascherati come delinquenti e autorizzati, anzi, incoraggiati a violare a piacimento l’articolo 4 della Costituzione, cioè quello che vieta, in mancanza di un giustificato mandato del potere giudiziario, perquisizioni e sequestri irragionevoli. Questa è la polizia statunitense addetta al controllo della sicurezza delle frontiere, da mesi impegnata, armi in pugno e volti coperti da passamontagna, in azioni ovunque vi sia la eventuale presenza di addetti ai lavori più umili presenti sul territorio statunitense (illegalmente o legalmente, poco importa). Gente pericolosa, per Trump. Ma la donna uccisa a Minneapolis – a pochi isolati dal luogo dove il 25 maggio del 2020 George Floyd venne soffocato da un poliziotto – non era niente di tutto ciò. Era cittadina americana di nascita, era bianca e bionda. Si chiamava Renee Nicole Good, era vedova e madre di tre figli. Si era da poco trasferita a Minneapolis e viveva nel quartiere dove è stata uccisa. Forse nemmeno stava partecipando alla protesta con cui i locali avevano accolto gli agenti a viso coperto dell’ICE: Renee era nella sua auto, ferma, di traverso sulla strada innevata. È sopraggiunto un pickup, alcuni uomini armati e mascherati sono scesi e hanno iniziato, senza identificarsi, a impartire ordini, invitandola prima a sgomberare la corsia e, nel tempo stesso, a scendere dal veicolo. Uno degli agenti si è quindi avvicinato all’auto cercando di aprire la portiera. L’auto di Renee è ripartita con l’evidente proposito di allontanarsi da quel luogo: la direzione del veicolo e la posizione delle ruote anteriori non lasciano dubbi in proposito. La tesi che stesse cercando di investire un agente è una vera menzogna. Ed è evidente il fatto che in tutto ciò mai la incolumità degli agenti è stata in pericolo. Ma ciò non ha impedito che uno di loro aprisse il fuoco contro di lei, uccidendola con almeno due colpi di pistola. Diversa la ricostruzione di Kristi Noem, segretaria della sicurezza interna, quella donna che qualche mese fa pubblicò un video, in cui apparve in bella posa davanti a una gabbia piena di detenuti e con questa scritta: “Messaggio chiaro per i criminali immigrati clandestini: andate via se no, ti daremo la caccia, ti arresteremo e potresti finire in questa prigione”. Più crudele la dichiarazione su quanto avvenuto mercoledì: “L’agente che ha sparato ha messo in pratica il proprio addestramento per difendere la propria vita e quella dei suoi colleghi”. Uccisa una seconda volta. Poi è toccato al vicepresidente Vance prendere la parola per proclamare la sua verità: “È stato detto che questo agente non è stato investito da un’auto, non è stato molestato e ha ucciso una donna innocente. La sua vita era in pericolo e ha sparato per legittima difesa”. Così Renee è stata ammazzata una terza volta. Subito dopo ha detto la sua anche Trump: “La donna era molto turbolenta, ostacolava e opponeva resistenza, e poi ha investito l’agente, che può averle sparato per legittima difesa”. Poi ha continuato: “In base al video è difficile credere che sia vivo, ora si sta riprendendo in ospedale. La ragione per la quale questi fatti accadono è perché la sinistra radicale sta minacciando, aggredendo e mettendo nel mirino le forze dell’ordine e gli agenti dell’ICE”. Uccisa la quarta volta. Che cosa aggiungere alla luce di tutto ciò? È la cronaca di una morte ripresa da più telecamere e raccontata come se quei filmati non esistessero. Non è solo la storia del delitto di Renee Nicole Good, è soprattutto il racconto di uno stato che spara, indaga e assolve sé stesso. È chiaro l’obiettivo di Trump: esasperare il conflitto per produrre reazioni violente e giustificare così una ulteriore stretta repressiva e dispotica. Intensificare lo scontro è utile: legittima la escalation nei raid dell’ICE, negli arresti illegali e nelle espulsioni. Permette di intensificare il conflitto con le autorità governate dai democratici, con lo scopo di piegare la dialettica del federalismo a vantaggio del potere massimo. Consente, infine, di alimentare la narrazione emergenziale sulla quale si basa l’amministrazione Trump per giustificare l’adozione di misure speciali: strategia che potrebbe essere usata per adottare ordini restrittivi nell’accesso al voto di midterm di novembre. Ci si deve aspettare di tutto.

Sport

Prisma La Cascina, un’inaspettata battuta d’arresto: Fano sbanca il Palafiom

ph G. Leva
12 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Un match indecifrabile. Un set, quello conclusivo, che è stato una inspiegabile resa per la Prisma La Cascina, uscita sconfitta dalla prima giornata di ritorno della serie A2 Credem Banca. La Virtus Essence Hotels Fano si è imposta agevolmente al Palafiom in 4 set (23-25, 19-25, 25-22, 17-25) bissando il successo della partita d’andata, quando vinse per 3-0. Gli ionici sono usciti a mani vuote dal confronto diretto con un avversario di pari livello. Un passo indietro, sia in termini di prestazione che di atteggiamento. Una serata decisamente storta. Che poteva essere raddrizzata attraverso il contributo dei giocatori più forma – bene Jannis Hopt, 17 punti, e Marco Pierotti.

Il match Taranto-Fano

Si lotta punta su punto. È Taranto a prendere un lieve margine nella prima parte del set. Maksym Tonkonoh, gigante ucraino alto 2 metri e quattordici, che sarà il miglior marcatore a fine match (24 punti), con un ace pareggia (14-14). La Prisma è fallosa. Fano ne approfitta, dimostrando più lucidità nella parte finale del set. Nel secondo parziale i padroni di casa partono bene (5-3). Ma arriva presto la reazione degli ospiti (6-8), che costringe coach Lorizio al primo timeout. Fano dilaga nella fase centrale. Gli ionici appaiono deconcentrati e cedono il set. Alla ripresa la Prisma trova finalmente continuità, e più combattività conducendo sempre e vanificando il tentativo di rimonta della formazione allenata da Daniele Moretti. Il match è riaperto ma La Cascina si scioglie come neve al sole in una serata sferzata dal vento gelido. La squadra molla mentalmente, incapace di allungare l’incontro portandolo al tie break. Errori anche grossolani indispettiscono il pubblico che ha riempito la tribuna del palazzetto. Per loro, l’appuntamento con la vittoria è rimandato di almeno due domeniche.

Il campionato

Nel prossimo turno, domenica diciotto, la Prisma è attesa dalla Romeo Sorrento in trasferta. All’andata furono gli ionici a imporsi per 3-0 riscattando il primo inatteso insuccesso. Allora, la vittoria sul Sorrento, avrebbe fatto credere che la falsa partenza sarebbe stata solamente un piccolo incidente. Poi invece si è presa coscienza delle asperità di questo percorso. Duro al punto da vedere La Cascina precipitare al penultimo posto in graduatoria, prima dell’inizio del girone di ritorno, che si era aperto all’insegna della speranza, preceduto da due vittorie consecutive – 3-1 in rimonta su Aversa, poi 3-0 sul Catania in trasferta. La distanza dalla zona playoff adesso aumenta. Ma di una sola lunghezza (3 punti dallo stesso Fano). Niente è irrecuperabile. La sensazione, però, con quei due set persi malamente, è che qualcosa si sia rotto. Sta a Pino Lorizio trovare la cura per ridare slancio al percorso di crescita. I nuovi innesti, Simone Maiorano e Filip Gavenda (non utilizzati, non giudicabili al momento), dovranno integrarsi al gruppo al meglio; i più esperti (su tutti, Oleg Antonov) devono dare importanti conferme.