Emergenze sociali

Fermarsi nel corridoio dell’indifferenza per spezzare il silenzio del bullismo

ph Sara Masella
06 Feb 2026

di Sara Masella

Domani, sabato 7 febbraio, Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo, non è solo una data da ricordare. È un invito a fermarsi. A guardarci attorno. A chiederci, con onestà, che posto occupiamo quando qualcuno viene ferito: siamo tra quelli che passano oltre o tra quelli che scelgono di restare?

C’è un corridoio che tutti, prima o poi, abbiamo attraversato: è il corridoio dell’indifferenza. Un luogo silenzioso, dove qualcuno soffre e altri tirano dritto, abbassando lo sguardo, convincendosi che “non è affar mio”. È proprio da lì che nasce il mio ultimo lavoro: una canzone e un video dedicati al bullismo, pensati per questa giornata ma, soprattutto, per ogni giorno in cui un ragazzo si sente invisibile.

Il video si intitola “Quando qualcuno si fermò… nel corridoio dell’indifferenza” e racconta una storia semplice, ma intensa. La racconta attraverso le voci dei protagonisti: la vittima, il bullo, chi guarda e passa oltre e chi, invece, decide di fermarsi. Non ci sono eroi nè mostri. Ci sono persone. Emozioni. Pensieri che spesso restano chiusi dentro e che, finalmente, trovano spazio per essere ascoltati.

Questa storia è una rivisitazione moderna della parabola del Buon Samaritano, calata nella quotidianità dei nostri ragazzi. Non c’è bisogno di citare esplicitamente il Vangelo ma il suo messaggio è chiaramente riconoscibile: davanti al dolore dell’altro non basta “non fare del male”, occorre scegliere se farsi prossimi o restare spettatori. Perché il bullismo non vive solo nei gesti di chi colpisce, ma anche nel silenzio di chi guarda.

A dare voce ad alcuni personaggi sono stati Paolino Blandano e Fabrizia Martano, professionisti del doppiaggio e del teatro, che hanno scelto di prestare la loro voce e la loro sensibilità a questo progetto. Il loro contributo ha dato profondità e verità ai personaggi, rendendo le emozioni più reali, più vicine, più difficili da ignorare. A loro va il mio grazie sincero, perché hanno saputo trasformare parole scritte in emozioni che arrivano dritte al cuore.

La colonna sonora del video è “Non passo oltre”, una canzone di cui ho scritto il testo personalmente. Per la parte musicale e vocale ho utilizzato l’intelligenza artificiale, così come per la creazione delle immagini. Anche questa scelta racconta qualcosa del mio modo di vivere l’educazione oggi. Come insegnante di Religione cattolica, e come professionista socio-educativa, sento il bisogno di tenere insieme due dimensioni che non possono più viaggiare separate: la spiritualità e la tecnologia.

I nostri studenti sono nativi digitali. Parlano un linguaggio che passa attraverso video, musica, immagini, intelligenza artificiale. Se vogliamo essere credibili ai loro occhi, non possiamo restare spettatori di questo cambiamento. Non per inseguire le mode, ma per abitare questi strumenti con consapevolezza, per usarli come ponti e non come muri. La tecnologia, se guidata da una visione educativa ed etica, non

allontana dai valori cristiani: può diventare un modo nuovo per incarnarli, per renderli comprensibili, vicini, vivi.

Il messaggio di questa storia è semplice, ma attuale: ognuno di noi può fare la differenza. Il bullismo cresce dove manca empatia, dove entra in gioco il disimpegno morale: “non è così grave”, “non mi riguarda”, “non posso farci nulla”. È così che il dolore dell’altro diventa rumore di fondo e l’ingiustizia si normalizza.

Per questo credo profondamente nell’importanza di lavorare con bambini e ragazzi sull’intelligenza emotiva. Imparare a riconoscere le emozioni, a dare loro un nome, a leggerle negli altri, a gestire rabbia, frustrazione e paura. Spesso il bullo è un ragazzo che non sa dire ciò che prova; chi osserva e non interviene è qualcuno che non riesce a reggere il peso emotivo di ciò che vede. Educare all’empatia significa prevenire, prima ancora che correggere.

Empatia, solidarietà, fermarsi, accorgersi, piegarsi sulle sofferenze degli altri. In fondo, tutto questo può essere racchiuso in una sola parola: tenerezza. Una parola che papa Francesco ha più volte indicato come forza rivoluzionaria, capace di cambiare il mondo partendo dai piccoli gesti. La tenerezza non è debolezza né sentimentalismo: è il coraggio di lasciarsi toccare dalla sofferenza dell’altro, di non anestetizzare il cuore, di non voltarsi dall’altra parte. È ciò che ci permette di fermarci, di chinarsi, di farci prossimi. È l’antidoto più potente contro l’indifferenza e, forse, la forma più autentica di educazione all’empatia che possiamo offrire ai nostri ragazzi.

Il 7 febbraio non lasciamolo scorrere via come un giorno qualunque, da archiviare una volta spente le luci di un evento o chiuso un progetto. Proviamo, piuttosto, a fare in modo che, per noi adulti e per i nostri ragazzi, sia 7 febbraio ogni giorno: ogni volta che qualcuno viene preso in giro, escluso, ferito; ogni volta che assistiamo a un’ingiustizia e sentiamo la tentazione di passare oltre.

Perché educare significa questo: insegnare, con le parole ma soprattutto con l’esempio, che fermarsi è possibile. Che non siamo condannati all’indifferenza. Che anche un solo gesto, una sola voce, una sola presenza può cambiare una storia. E a volte, senza nemmeno accorgercene, può salvare qualcuno.

 

Il video “Quando qualcuno si fermò… nel corridoio dell’indifferenza” è disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=rJ1EN0Y4_pw&t=9s

La canzone “Non passo oltre” può essere ascoltata a questo link:
https://www.youtube.com/watch?v=VKGfjhVovv0

Candelora

La luce che splende, la tenebra non l’ha soffocata

06 Feb 2026

di Luana Comma
La celebrazione della Presentazione del Signore apre uno spazio di riflessione che va oltre il gesto liturgico e tocca il cuore stesso della rivelazione cristiana. Ciò che Simeone accoglie tra le braccia non è semplicemente un compimento rituale, ma il manifestarsi di una presenza capace di dare orientamento all’esistenza umana. In quel bambino si rivela un principio che non resta esterno all’uomo, ma lo raggiunge nel punto più profondo della sua domanda di senso.
Nella tradizione veterotestamentaria, la luce che guida il cammino dell’uomo è intimamente connesso alla Legge di Mosè. La Torah è intesa come dono che custodisce l’alleanza e rende praticabile la vita davanti a Dio. Il Salmo afferma con chiarezza: «Lampada è la tua parola per i miei passi, luce sul mio sentiero» (Sal 119,105). Essa precede l’agire, ne stabilisce i confini e preserva dall’erranza. In questo orizzonte, l’uomo vive sotto una guida che gli viene incontro dall’esterno, offrendo criteri stabili per la sua condotta.
Con l’evento di Cristo, tale prospettiva viene radicalmente riorientata. Il Vangelo di Giovanni compie un passaggio decisivo: ciò che illumina non è più soltanto ciò che orienta la vita, ma ciò che coincide con essa. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4). La rivelazione non si presenta anzitutto come insegnamento, ma come esistenza donata, nella quale il volto di Dio diventa riconoscibile. Non è più una norma a precedere l’uomo, ma una presenza che lo raggiunge e lo trasforma dall’interno.
Da qui scaturiscono conseguenze antropologiche decisive. L’identità dell’uomo non si definisce primariamente nella conformità a una prescrizione, ma nella sua apertura alla vita che gli viene incontro. Il Vangelo non impone dall’alto un comando, ma dischiude una possibilità di pienezza. L’esistenza non è valutata sulla correttezza formale, bensì sulla sua capacità di generare vita. La verità si riconosce laddove qualcosa fiorisce.
L’intera vicenda di Gesù si colloca entro questa logica. Nei segni compiuti e nelle parole pronunciate emerge una priorità non negoziabile: la vita precede ogni sistema dottrinale. La risurrezione di Lazzaro, la guarigione del cieco nato, le azioni compiute in giorno di sabato non sono provocazioni arbitrarie, ma rivelazioni di un ordine più profondo. Quando la Legge diventa ostacolo, essa perde il suo significato originario. Gesù non la relativizza, ma la riconduce alla sua funzione autentica: essere al servizio dell’uomo.
In questa prospettiva, ciò che Cristo porta non coincide con un nuovo assetto religioso, ma con la manifestazione di Dio come alleato della vita. Viene così smascherata ogni riduzione ideologica del sacro e restituita all’uomo la sua vocazione più vera: vivere. La fede non nasce dall’adesione a un sistema chiuso, ma dall’incontro con una presenza che apre l’esistenza a un orizzonte più ampio.
Il Vangelo, tuttavia, non ignora la realtà dell’oscurità. «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno soffocata» (Gv 1,5). Le tenebre non coincidono solo con il rifiuto storico di Gesù, ma designano ogni forma di potere che, in nome dell’ordine o dell’efficienza, ostacola la pienezza dell’umano. Esse emergono là dove l’uomo viene sacrificato a un’idea, a una struttura o a un’ideologia che pretende di decidere chi o cosa meriti di vivere.
Lo splendore che promana da Cristo non affronta l’oscurità con la forza, ma la attraversa nella logica del dono. Non elimina il conflitto, ma lo assume, mostrando che la vita è più forte di ogni chiusura. Qui si concentra il cuore della proposta cristiana: non una verità da imporre, ma un’esistenza da accogliere.

In questa prospettiva, anche l’esperienza credente di oggi è chiamata a un discernimento esigente. Riconoscere Cristo come principio che illumina significa interrogarsi su ciò che, nella vita personale ed ecclesiale, genera vita e su ciò che invece la soffoca. La fede diventa così uno spazio di responsabilità, nel quale scegliere ogni giorno ciò che permette all’uomo di giungere alla pienezza. È in questo esercizio quotidiano che la luce continua a splendere, anche quando le tenebre sembrano avere l’ultima parola.

 

* referente della comunicazione Gris (Taranto)

Diocesi

Il Carnevale Terra ionica dell’Anspi

06 Feb 2026

di Alessandra Munno

Dopo il successo delle edizioni precedenti anche quest’anno si terrà il ‘Carnevale Terra ionica’, giunto alla quarta edizione, intitolato ‘Il paese dei balocchi’, promosso dall’oratorio e dal circolo Anspi ‘San Giuseppe dal cuore castissimo’. Il tema del carnevale è ispirato a ‘Il circo della farfalla’, un cortometraggio dal profondo significato che celebra la rinascita interiore, la resilienza e la capacità di trasformare i propri limiti in punti di forza.

La manifestazione sarà contornata dalla partecipazione e intrattenimento della scuola di ballo ‘Mi sueno latino’ della maestra Valentina Damiani e dell’associazione ‘Diversamente giovani’ di San Giorgio jonico e prenderà vita in tre centri: sabato 7 febbraio alle ore 15 a Monteiasi; domenica 8 febbraio alle ore 15 a San Giorgio jonico; il 15 febbraio alle ore 15 a Monteparano.

Il Carnevale non stanca mai (riferiscono gli organizzatori) ed è una delle feste più amate da grandi e piccini e riscuoterà sempre grande entusiasmo con piazze gremite, musica e maschere nuove.

Divenuto ormai una tradizione, l’evento, che prevede l’uscita dei carri allegorici,  è stato fortemente voluto per vivere insieme al cittadini momenti di leggerezza, svago e di gioco all’insegna del puro divertimento.

E così, il ‘Carnevale Terra ionica’ si conferma non solo una festa, ma un vero e proprio momento di condivisione e identità per il territorio, occasione speciale per riscoprire il valore dello stare insieme, tra sorrisi, colori, musica e tradizioni che si rinnovano anno dopo anno. L’impegno dell’Oratorio e del Circolo Anspi ‘San Giuseppe dal cuore castissimo’ rende questo evento un simbolo di gioia e partecipazione, capace di unire grandi e piccoli in un clima di spensieratezza e allegria.

Tre città, un solo grande cuore che batte all’unisono: quello del carnevale, pronto ancora una volta a regalare emozioni indimenticabili e a lasciare un segno di felicità nella comunità.

 

 

Inquinamento

Riparte a Potenza il processo per il ‘disastro Ilva’ dopo l’annullamento di Taranto

06 Feb 2026

di Silvano Trevisani

Inizierà il 21 aprile, a Potenza, il processo per disastro ambientale causato dall’Ilva di Riva, denominato ‘Ambiente svenduto’. Il gup di Potenza Francesco Valente ha rinviato a giudizio 21 imputati coinvolti nel processo sul presunto disastro ambientale prodotto tra il 1995 e il 2012 dall’ex Ilva di Taranto, durante la gestione della famiglia Riva. La prima udienza è stata fissata per il 21 aprile prossimo. Le richieste di rinvio a giudizio erano state presentate dal procuratore della Repubblica facente funzioni di Potenza, Maurizio Cardea, e dal sostituto Vincenzo Montemurro, a seguito dell’udienza preliminare, svoltasi a Potenza il 21 marzo 2025. La sentenza della Corte d’assise di Taranto fu annullata per la presenza di due giudici onorari tra le numerose parti civili, dalla Corte d’assise d’appello di Taranto (sezione distaccata di Lecce). I giudici di Taranto erano a loro volta “parti offese” del presunto disastro ambientale, e quindi essendo potenzialmente vittime dei reati su cui si erano espressi non avrebbero avuto sufficiente libertà di giudizio. Così la Corte d’assise d’appello accolse la richiesta degli avvocati della difesa e annullò la sentenza e, di conseguenza, le relative condanne.

Nel 2021, come si ricorderà, il processo si era chiuso, in primo grado, con 26 condanne, per 270 anni di carcere, inflitte il 31 maggio 2021. Tra i principali imputati, erano stati condannati, in primo grado, rispettivamente a 22 anni e 20 anni di reclusione, Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva. Furono inflitti 21 anni e 6 mesi all’ex responsabile delle relazioni istituzionali Girolamo Archinà (successivamente deceduto), 21 anni all’ex direttore dello stabilimento di Taranto Luigi Capogrosso, pene comprese tra i 18 anni e mezzo e i 17 anni e 6 mesi di carcere a cinque ex fiduciari aziendali. Tra le altre condanne, tre anni e mezzo di reclusione furono comminati all’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola a cui venne contestata la concussione aggravata in concorso.

La corte d’assise aveva disposto inoltre sia la confisca degli impianti dell’area a caldo, che la confisca per equivalente dell’illecito profitto nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva fire e Riva forni elettrici per una somma di 2,1 miliardi.

Va evidenziato che dall’inchiesta giudiziaria era scaturito, nel giugno 2013, anche il commissariamento dell’Ilva da parte dello Stato e l’estromissione degli allora proprietari e gestori, i Riva. Commissariamento che è in atto sia in Ilva che in Acciaierie d’Italia, l’azienda intervenuta in seguito con la gestione del gruppo, che nell’ex ilva (entrambe le società sono in amministrazione straordinaria).

Nel nuovo procedimento il numero degli imputati è stato ridotto rispetto alla fase precedente: dai 47 iniziali si è passati a 23 soggetti complessivi, tra persone fisiche e società, soprattutto per sopraggiunte prescrizioni. Tra i prescritti anche l’ex presidente della Provincia, Florido, che era stato condannato a tre anni di reclusione perché, nonostante la prescrizione fosse già intervenuta, i suoi legali puntavano a ottenere la piena assoluzione.

Dei 23 imputati residui, 21 (18 persone e 3 aziende) sono stati rinviati a giudizio.

Oltre a Vendola e ai fratelli Riva, il procedimento coinvolge diversi esponenti del management e della gestione dello stabilimento. Le contestazioni, a vario titolo, comprendono l’associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, l’avvelenamento di sostanze alimentari e l’omissione dolosa di misure di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Vendola in particolare è accusato di concussione per presunte pressioni su Arpa Puglia (l’agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente), volte a ottenere una modifica delle analisi sulle emissioni dell’acciaieria.

Diocesi

Crispiano, Giubileo delle confraternite

06 Feb 2026

di Angelo Diofano
Domenica 8 febbraio a Crispiano si svolgerà il Giubileo delle confraternite: queste ultime sinonimo non solo di tradizione ma anche di presenza e servizio”: così riferisce don Michelino Colucci, parroco della Santa Maria della Neve a proposito dell’evento che rientra nell’ambito del celebrazioni del Giubileo per i duecento anni dalla fondazione della prima parrocchia crispianese.
Dopo la santa messe delle ore 18, che sarà presieduta  da mons. Paolo Oliva, direttore dell’ufficio diocesano per le confraternite (preziosa occasione per lucrare l’indulgenza plenaria), alle ore 19 si terrà un confronto a più voci sull’attività dei sodalizi, appunto sul tema ‘Tradizione, presenza, servizio’. Vi parteciperanno, oltre allo stesso mons. Oliva, Paolo Caramia, priore della confraternita Santa Maria della Neve, e Donato Fragnelli, priore della confraternita dell’Immacolata, con l’introduzione del padre spirituale e parroco don Michele Colucci.

Scuola e università

Scuole e asili nido: Taranto brilla in negativo in un Sud penalizzato

05 Feb 2026

di Silvano Trevisani

Se alla scuola attribuiamo una funzione fondamentale per il futuro delle giovani generazioni, dobbiamo purtroppo riconoscere che nel nostro territorio siamo molto indietro. La scuola dell’infanzia in particolare registra delle vere criticità nel territorio cittadino. Lo mostrano con chiarezza i dati che emergono dagli studi riguardanti soprattutto le scuole dell’infanzia, in un Mezzogiorno che sconta una generale arretratezza.

Il primo dimostra che le famiglie tarantine sono le più gravate della regione per quanto riguarda le rette scolastiche.

Il secondo dimostra che Taranto è ultima in Puglia e tra le ultime in Italia per la presenza delle mense scolastiche nelle scuole.

Il terzo, che però si allarga un po’ a tutto il Mezzogiorno, è proposto dall’Istat e dimostra che i capoluoghi meridionali, e Taranto rientra a pieno titolo in questa situazione, non raggiungono i livelli essenziali di prestazioni per le scuole dell’infanzia.

Partiamo dalle rette: il Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e Previdenziali, Immigrazione della UIL pubblica uno studio sui servizi educativi per la prima infanzia relativo all’anno educativo 2025–2026, analizzando le rette mensili dei nidi comunali applicate ai nuclei familiari con ISEE pari a 15.000 euro. “Con riferimento alla Puglia, per l’anno educativo 2025–2026 si rileva una marcata variabilità dei costi dei nidi comunali. La retta mensile varia da gratuita ad Andria a 320 euro a Taranto. Nei principali capoluoghi regionali si registrano importi pari a 158 euro a Bari, 80 euro a Lecce, 220 euro a Foggia, 200 euro a Brindisi, 140 euro a Barletta e 144 euro a Trani. Al costo della retta si aggiunge, nella maggior parte dei Comuni, il servizio mensa, con importi compresi tra 30 euro a Barletta e 112 euro ad Andria, incidendo in modo significativo sulla spesa complessiva sostenuta dalle famiglie”.

Taranto si segnala negativamente, poi, per quanto riguarda la presenza di mense scolastiche. Lo dimostrano i dati dello studio realizzato da Openpolis sulle mense attive nelle scuole di tutta Italia Se il gap tra nord e sud In questo senso resta enorme, la situazione di Taranto balza all’attenzione in modo particolare . Si pensi che nella nostra città soltanto 10 scuole su 84, equivalente all’11% della totalità, sono dotate di mense. Un record negativo questo che mette all’ultimo posto la nostra città anche nei confronti dell’intera Puglia. Si pensi che la percentuale della vicina città di Brindisi è del 28%! Mancanza di mense significa, naturalmente, minore continuità didattica.

Per quanto riguarda, infine, la presenza di asili nido, questione vitale che era anche al centro dei finanziamenti europei Pnrr, come è noto l’Unione europea si era data, nel 2010, il parametro del 33% di copertura come livelli essenziali delle prestazioni da raggiungere entro il 2027. Impegno che l’Italia aveva sottoscritto. Al Nord lo hanno ampiamente superato, ma al Sud siamo fermi al 19% e neanche i soli capoluoghi lo hanno raggiunto. Me, in totale, pur includendo i servizi per gli anticipatari e le ludoteche o gli spazi di gioco, in Italia al massimo si arriva al 34,5% di copertura. Ma se si guarda poi all’obiettivo europeo fissato per il 2030 al 45%, si riscontrerà che per il Centro Nord è a portata di mano, al Sud resta un sogno. La spesa pubblica, poi, comporta dei divari veramente scandalosi: a fronte di una media nazionale di 1183 euro si passa a 531 per il Mezzogiorno!

In occasione di una recente conferenza stampa sulla decisione della Corte d’appello di Lecce di cancellare la stangata dei Boc, ponemmo al sindaco questo interrogativo: “Sarà possibile alleggerire i contribuenti tarantini, che sono i più gravati della Regione, dei carichi contributivi? Soprattutto per quel che riguarda le scuole dell’infanzia, che sono poche e che comportano, per le famiglie tarantine, contributi che sono i più alti della regione?”

Questa la sua risposta: “Credo che potremo concentrarci su quelle che sono le entrate che stiamo provando a migliorare, su un piano di razionalizzazione che resta molto attento ma chiaramente con dei termini diversi per una programmazione più a medio-lungo periodo. Per quanto riguarda gli asili, la scelta più facile, per raggiungere i parametri previsti, per il Comune era rendere privati quelli comunali. Ma abbiamo assunto un impegno che abbiamo voluto mantenere: quelli attuali resteranno pubblici. Ma per gli asili che si apriranno non riusciamo a impegnarci con delle risorse dirette. Ma insieme agli amici che formano la squadra di maggioranza stiamo individuando delle soluzioni che garantiscano sempre il controllo pubblico ma che possano prevedere una convenzione. Preferiamo dare la possibilità di aumentare i posti ed avvicinarci quanto più possibile ai parametri previsti ma, dovendo fare sempre ancora i conti con le risorse a disposizione, non potevamo fare diversamente: rischiavamo di non poter dare seguito alle nuove apertura. Abbiamo preferito individuare un modello nuovo di gestione che ci consenta appunto di dare risposte ai bimbi e alle loro famiglie”.

L'argomento

Frana a Niscemi: quando l’emergenza crea comunità

ph Sir
05 Feb 2026

Nella palestra girano poche persone. Per lo più volontari e qualche troupe televisiva. Era stata pensata, a Niscemi, come sede per l’accoglienza delle persone costrette a lasciare la casa, dopo la frana. Che ha causato il crollo di uno dei costoni di quella collina dove si trova il quartiere delle Sante Croci. Una zona già segnata da un evento simile nel 1997, quando andarono distrutte diverse abitazioni e anche la chiesa settecentesca del quartiere. Sono circa duemila le persone rimaste senza casa. Ma non hanno avuto bisogno delle brandine allestite in quella palestra. Perché, alcune hanno una seconda casa in campagna, tante altre sono state accolte da altre famiglie di parenti, amici, conoscenti, o semplici cittadini. Come hanno fatto Giuseppe, suo padre e le sue sorelle che vivono a due passi dalla chiesa madre di Niscemi. Non hanno esitato ad aprire le porte di casa loro, dando speranza ed anche tanti sorrisi ai nuovi ospiti grazie a Gioia Marie, la piccola di casa. “A Niscemi ci si riconosce, nei quartieri e nelle chiese – racconta Giuseppe, 54 anni, dipendente pubblico –. Dire ‘sono delle Sante Croci’ non è solo un’indicazione geografica, è un’appartenenza”.

Giuseppe ha accolto la famiglia di Francesca, Pino e della madre Rosaria, colpita per la seconda volta da una frana


“Non ci lega una parentela, ma una grande amicizia – racconta Giuseppe –. Non hanno chiesto nulla. Siamo stati noi a proporci”.

In casa Giuseppe e la sua famiglia aveva un appartamento libero, autonomo, che hanno deciso di mettere subito a disposizione. “Ci è sembrato giusto. Nel momento del bisogno sentiamo il desiderio di essere pronti ad aiutare”.

All’inizio Giuseppe era restio a raccontare la sua esperienza. “Siamo convinti che il bene vada fatto senza clamore, come dice il Vangelo”. Poi la scelta di parlare, per contrastare una narrazione che ferisce. “Sui media stiamo passando per abusivi, mafiosi, come se il fatto che la palestra sia vuota fosse uno snobbare l’accoglienza”.

“In realtà è successo il contrario: la frana ha creato legami”.

La palestra, infatti, è diventata soprattutto un luogo di incontro. “È usata come mensa. Ci si ritrova, si mangia insieme, ci si conforta. È un segno bello. Ma è altrettanto bello che poi le persone rientrino in una casa, anche se non è la loro”.

In questi giorni, Niscemi appare diversa agli occhi di chi la vive. “C’è molta emotività, ma anche una grande sensibilità. Ho conosciuto persone che prima nemmeno salutavo, semplicemente perché non ci conoscevamo. Ora ci sentiamo più popolo”. Una solidarietà che nasce dalla consapevolezza reciproca:

“Quando abbiamo detto a Francesca che l’avremmo ospitata, le abbiamo detto anche questo: siamo certi che, a parti invertite, avreste fatto lo stesso per noi”.

“Troppe volte questa mia comunità è stata violentata a torto nella sua immagine per i gravi fatti di mafia e di violenza che si sono verificati – gli fa eco Giovanni Di Martino, ex sindaco di Niscemi, che da sempre ascolta il sentiment popolare -. Il destino ha voluto che proprio in questo drammatico momento sia venuto fuori il meglio della mia gente che ha mostrato il proprio spirito di solidarietà umanità e accoglienza”.

Sul futuro si discute, anche di nuove aree abitative. Ma il legame con la collina resta forte. “Un paese è fatto di radici – dice Giuseppe -. Niscemi è stata fondata nel 1626, quest’anno compie 400 anni. È nata attorno alla devozione alla Madonna del Bosco, la nostra patrona. In questo momento la immaginiamo abbracciare quella collina ferita”. Per Giuseppe andare via non è la risposta: “Qui c’è un’identità storica e culturale che va custodita. Anche dentro una frana possono nascere legami che tengono insieme una comunità”.

Sport

Olimpiadi invernali, Gianola: “La pace è la gara che siamo chiamati a correre”

ph Ansa-Sir
05 Feb 2026

di Andrea Regimenti

Le guerre in corso, le fratture geopolitiche e un clima internazionale segnato da crescente polarizzazione mettono alla prova anche i grandi eventi globali, chiamati a misurarsi con il loro significato più profondo. In questo contesto, le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 si collocano non solo come appuntamento sportivo di rilievo mondiale, ma come possibile spazio simbolico di incontro, dialogo e responsabilità condivisa. Il valore della tregua olimpica, il linguaggio universale dello sport, la dimensione educativa rivolta alle giovani generazioni e il rapporto tra competizione, fraternità e vocazione interrogano il senso stesso dei Giochi in un tempo attraversato da conflitti e incertezze. Dalla capacità dello sport di parlare di pace alla forza educativa dell’impegno e della fatica, fino al richiamo a una visione alta della vita che unisca talento, responsabilità e servizio, emergono prospettive che intrecciano fede, società e cultura. Una lettura che si colloca nel solco del magistero recente, da papa Francesco a Leone XIV, e che invita a guardare alle Olimpiadi come a una palestra di umanità, capace di formare persone prima ancora che atleti. Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni e dell’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Conferenza episcopale italiana, offrendo uno sguardo che va oltre lo spettacolo e le medaglie, per interrogare il significato umano e spirituale dello sport alla vigilia di Milano-Cortina 2026.

ph Siciliani Gennari-Sir

Le Olimpiadi nascono come occasione di incontro tra i popoli. In un tempo segnato da guerre e divisioni, che messaggio possono ancora lanciare?
Già Papa Francesco nel suo messaggio in occasione delle scorse olimpiadi di Parigi ricordava che i Giochi sono per natura portatori di pace e non di guerra. “L’Assemblea generale delle Nazioni unite – dichiara il Ministero degli Esteri – ha adottato per consenso la Risoluzione sulla Tregua olimpica in vista dei Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026. Il testo, facilitato dal Governo italiano in qualità di Paese ospitante in stretto coordinamento con il Comitato olimpico internazionale e con la Fondazione Milano-Cortina, ha raggiunto oltre 160 co-sponsorizzazioni”. Trovo decisivo per noi credenti ricordare che la pace è anzitutto dono del Risorto – ricordiamo con forza le prime parole di Leone XIV – ed è lui che abbatte i muri di separazione, vince l’inimicizia e la separazione. E questo sia a livello globale che locale, nel piccolo. La pace è da custodire ed è compito di ciascuno: la gara che siamo chiamati a correre è quella di imparare a stimarci a vicenda.

Come leggere, da credenti, il valore simbolico dell’incontro tra atleti di Paesi in conflitto?
Noi credenti non possiamo dimenticare di guardare avanti per costruire secondo un senso, una direzione. A volte dimentichiamo che il futuro non solo scorre sulla linea del tempo ma è aperto oltre la storia alla vita eterna, alla città del Cielo: non lo preghiamo tutti i giorni? Come in Cielo, così in terra? Ricordi le letture del tempo d’Avvento, le profezie di Isaia? “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso” (Is 11,6-9). Un simbolo che sia tale lascia trasparire la vera essenza delle cose e vedere avversari che si stringono la mano oltre ad essere una preghiera costante della Chiesa è la prospettiva di pace che sentiamo come nostalgia, dolore per un futuro che ancora non c’è (e non accadrà per magia) ma deve essere costruito.

Lo sport parla molto ai giovani. In che modo le Olimpiadi possono diventare un’occasione educativa e non solo spettacolare?
Ricordo che durante la Gmg di Panamà un giovane scrisse su un foglietto che la vocazione è la versione migliore di sé stessi. In fondo è quello cui anche Papa Leone ha invitato durante l’omelia del Giubileo a Tor Vergata: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate”. Lo sport mette a contatto con la fatica e l’impegno, insegna l’allenamento, il rispetto dell’altro e la presa di consapevolezza dei propri limiti. Non tutti diventano campioni olimpici, tutti possono lavorare per diventare uomini e donne sani e santi – ha ricordato papa Leone ai giovani di Roma – senza rincorrere surrogati di felicità ma lottare per custodire e valorizzare tutto quanto di buono c’è nel mondo e nella vita e rifiutare quanto non lo è. La vocazione è riconoscere, alla scuola della Parola il proprio spazio nel quale versare la vita, tutta la vita, per amore di qualcuno.

Il linguaggio della competizione può convivere con quello della fraternità e della gratuità? Concetti spesso richiamati prima da papa Francesco e poi da papa Leone XIV
La vera competizione sportiva non vede l’altro come un nemico ma come un avversario che stimola un circolo virtuoso di crescita personale. Vincere, in fondo è anche migliorare sé stessi e confrontarsi con l’altro nel rispetto e nella stima reciproca è fecondo per la vita. Si impara a guardare l’altro con dignità perché si conosce bene lo sforzo e la fatica che si trovano dietro il gesto sportivo. La stessa cosa avviene con l’arte o l’artigianato, con ogni azione umana che abbia a che fare con la materia: chi ha provato a lavorarla conosce tempi, fatiche, bellezza, soddisfazione. Forse in questo la mentalità indotta dalla tecnologia non ci aiuta perché ci fa sembrare tutto facile, immediato, ci toglie il tempo di godere della fatica, dell’impegno, il piacere di plasmare con il tempo e con le mani la pasta della storia. La fraternità e la gratuità vengono da questo, riconoscere la preziosità propria e dell’altro e prendere consapevolezza che insieme possiamo costruire il futuro di tutti.

Che augurio fa agli atleti che si preparano a Milano-Cortina 2026?
Certamente di vincere il più medaglie possibili, di divertirsi e far divertire tutti noi tifosi con uno spettacolo sano e bello, ma più ancora di essere campioni nello sport e campioni nella vita.

E quale augurio rivolge ai giovani che, come nello sport, stanno cercando la propria strada nella vita?
La propria strada, la vocazione, la si riconosce come un invito che viene dalla realtà e dall’amicizia con Gesù che apre gli occhi e allarga il cuore per far vedere qual è la nostra impresa da compiere a servizio degli altri, per amore di qualcuno e insieme a qualcun altro. La nostra strada non è mai soltanto la nostra ma sempre insieme a qualcuno.

Eventi culturali in città

Domenica 8, ‘Sotto il cielo di Taras’ presenta l’ultimo lavoro di Sara Notaristefano

05 Feb 2026

‘La città dalle finestre chiuse’ l’ultimo lavoro di Sara Notaristefano è il libro che l’associazione ‘Sotto il cielo di Taras’ presenterà in anteprima nazionale domenica 8 febbraio a partire dalle ore 18:30 A Casa di Titti, in via Acclavio 88 a Taranto.

La città dei due mari, tra bellezza e devastazione, è il teatro di un dramma familiare che si fa questione collettiva, affondando lo sguardo nelle pieghe dell’adolescenza e nel silenzio degli adulti.
Sarà Daniela D’Oronzo a dialogare con l’autrice per approfondire i temi dell’opera, le ispirazioni e i retroscena del romanzo.
Il reading letterario sarà a cura di Titti Voccoli, che darà vita e voce alle pagine più intense del libro.
L’evento è stato organizzato con collaborazione di A Casa di Titti, della libreria Dickens, presente con un corner dedicato per l’acquisto del libro e il firma-copie, e lo sponsor della serata ‘U Cafè Argento, in via D’Aquino 24.

Al termine dell’evento, ‘U Cafè Argento offrirà un rinfresco a tutti i convenuti.

Udienza generale

Leone XIV: “Bisogna scongiurare una nuova corsa agli armamenti”

ph Vatican media-Sir
05 Feb 2026

“Fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti”. Leone XIV ha concluso con questo appello l’udienza di oggi, pronunciata in aula Paolo VI e dedicata ancora una volta alla  costituzione conciliare Dei Verbum. “Domani giunge a scadenza il trattato New Start, sottoscritto nel 2010 dal presidente degli Stati Uniti e dalla Federazione russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la proliferazione delle armi nucleari”, ha ricordato il Papa. “Nel rinnovare il mio incoraggiamento per ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca, rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace”, l’appello: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa gli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa, capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Il pontefice ha inoltre rinnovato l’invito alla “solidarietà” con “i nostri fratelli e sorelle dell’Ucraina, duramente provati dalle conseguenze dei bombardamenti che hanno ripreso a colpire anche le infrastrutture energetiche”, esprimendo la sua gratitudine per le iniziative di solidarietà promosse nelle diocesi cattoliche della Polonia e di altri Paesi, “che si adoperano per aiutare la popolazione a resistere in questo tempo di grande freddo”.

La Sacra Scrittura, “letta nella tradizione viva della Chiesa”, è “uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo, affinché, ascoltandolo, possano conoscerlo e amarlo”, l’esordio della catechesi. “I testi biblici non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano”, ha precisato Leone: “Come ci insegna anche la realtà quotidiana, infatti, due persone che parlano lingue differenti non s’intendono fra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono a stabilire una relazione”. “In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un primo atto di amore”, ha spiegato il Papa: “Per questo Dio sceglie di parlare servendosi di linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura”.

“Non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il suo desiderio di farsi loro vicino”, ha proseguito il pontefice. “Nel corso della storia della Chiesa, si è studiata la relazione che intercorre tra l’autore divino e gli autori umani dei testi sacri”, ha ricordato: “Per diversi secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina della Sacra Scrittura, quasi considerando gli autori umani solo come strumenti passivi dello Spirito Santo”. In tempi più recenti, invece, “la riflessione ha rivalutato il contributo degli agiografi nella stesura dei testi sacri, al punto che il documento conciliare parla di Dio come ‘autore’ principale della Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi ‘veri autori’ dei libri sacri”.

“Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità”, ha assicurato il Papa: “Se la Scrittura è parola di Dio in parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste due dimensioni risulta parziale”, il monito di Leone XIV, secondo il quale “una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne tradiscono il significato”. Un principio, questo, che vale anche per l’annuncio della Parola di Dio: “se esso perde contatto con la realtà, con le speranze e le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco comunicativo o anacronistico, esso risulta inefficace”.

“In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori”, l’invito ai fedeli. “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale”, ha affermato Leone XIV prendendo a prestito le parole di papa Francesco. Altrettanto riduttiva, d’altra parte, “è una lettura della Scrittura che ne trascuri l’origine divina, e finisca per intenderla come un mero insegnamento umano, come qualcosa da studiare semplicemente dal punto di vista tecnico oppure come un testo solo del passato”. Soprattutto quando proclamata nel contesto della liturgia, la Scrittura “intende parlare ai credenti di oggi, toccare la loro vita presente con le sue problematiche, illuminare i passi da compiere e le decisioni da assumere”.

“Questo diventa possibile soltanto quando il credente legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha ispirati”. In questa prospettiva, la Scrittura “serve ad alimentare la vita e la carità dei credenti”, come ricorda Sant’Agostino: “Chiunque crede di aver capito le divine Scritture, se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite”. “L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo, affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende”, ha concluso Leone: “esso non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù”.

Diocesi

Carnevale alla Santa Teresa

05 Feb 2026

La parrocchia intitolata a Santa Teresa del Bambino Gesù, a Taranto in via Cesare Battisti, terrà sabato 7 la ‘Grande festa di carnevale’ per i bambini del catechismo con inizio alle ore 16.30 fino alle ore 18.30.
La manifestazione prevede giochi e animazione, la sfilata in maschera, attività di animazione con merenda e dolci.

 

Percorsi di pace

Scuole di pace e di nonviolenza in tutte le diocesi

È la proposta rilanciata da Francesco Vignarca della Rete Italiana Pace e Disarmo, per formare cittadini e cittadine capaci di mediazione, dialogo e gestione dei conflitti

ph ND
05 Feb 2026

di Maria Chiara Biagioni

Far nascere nelle diocesi italiane ‘scuole di pace e di nonviolenza’. Perché “la risposta a un mondo che sembra andare sempre più verso la guerra e la militarizzazione non può essere il pessimismo, né la chiusura nelle proprie torri d’avorio. Serve rilanciare un pensiero umano e cristiano capace di sanare le ferite e riconoscere la diversità”: è Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, a spiegare le motivazioni che hanno spinto a rilanciare questa proposta. Vignarca insegna alla Scuola di pace e nonviolenza di Verona, nata lo scorso anno, sulla scia di ‘Arena di pace 2024’, con l’obiettivo di “educare giovani e adulti alla pace con competenze in mediazione politica, gestione dei conflitti e metodo nonviolento”. La scuola conta su convenzioni con importanti università italiane e si rivolge a giovani, docenti, amministratori locali, assessori e consiglieri, volontari e operatori di Ong. Ai partecipanti si punta ad offrire: conoscenze riguardo la cultura di pace, il diritto internazionale, la geopolitica, l’amministrazione locale, la comunicazione; abilità rispetto a mediazione e negoziazione, problem solving, gestione dei conflitti, lavoro di squadra, progettazione, fundraising; competenze di tipo relazionale, ascolto attivo, leadership, integrità, creatività, resilienza.

Vignarca, perché rilanciare l’idea di far nascere nelle diocesi italiane scuole di pace e di nonviolenza?

Perché pace, nonviolenza e disarmo non si raggiungono solo con leggi o decisioni governative, ma attraverso un lavoro sociale e culturale che parte dall’educazione. Pace significa diritti per tutti, democrazia, cooperazione e un approccio comunitario inclusivo. Oggi, mentre tornano a soffiare i venti del riarmo, è essenziale ricordare che la nonviolenza non è solo assenza di violenza o un insieme di buone maniere, ma una scelta strutturale che affronta la violenza sistemica da cui nascono i conflitti. Per questo servono studio, analisi e percorsi formativi. E quale luogo migliore per farlo, se non una scuola?

Come si educa alla pace?

Accanto a una riflessione etico morale – rifiuto della violenza, rispetto della persona, riconoscimento del valore di ogni vita – servono percorsi strutturali. Abbiamo ripreso le sollecitazioni degli ultimi due papi: Papa Leone, che nel 2025 incoraggiò la nascita di scuole di nonviolenza e di pace, e Papa Francesco, che nel messaggio per la Giornata della pace del 2017 indicò la nonviolenza come pratica politica per il futuro.
Educare alla pace significa comprendere i meccanismi che orientano verso la riconciliazione e trasformarli in proposte politiche concrete e praticabili.

Dal 30 gennaio al 1° febbraio avete organizzato un convegno nazionale su Alex Langer. Perché proprio lui?

Perché oggi più che mai servono scelte pratiche, collettive e concrete, e Langer è una figura di riferimento imprescindibile. Recuperare il suo pensiero è fondamentale. La sua bellissima lettera a San Cristoforo andrebbe letta nelle scuole. Langer non si è limitato a teorizzare la nonviolenza: l’ha studiata, praticata e tradotta in impegno politico. Lo dimostrano la sua esperienza da europarlamentare e il suo approccio culturale fondato sull’idea del “ponte”. Un’idea che nasce anche dalla sua identità altoatesina e tirolese, ma che ha saputo applicare nel suo tempo, ad esempio durante le guerre balcaniche, per favorire il dialogo tra culture diverse. Questo è un insegnamento centrale della non violenza: non si tratta di sopraffare, ma di convincere; non si risolve un problema eliminando chi è diverso, ma costruendo condivisione. La pace si fa con il nemico, la pace si fa con tutti: altrimenti non è pace, è imposizione. Un altro elemento fondamentale del pensiero di Langer è l’ecopacifismo. Senza un ambiente capace di accogliere tutte e tutti, non può esserci pace. Questo collegamento è oggi più attuale che mai: le minacce globali sono la crisi climatica e la militarizzazione, soprattutto nucleare. Non si può affrontare un solo tema ignorando l’altro: vanno affrontati insieme e messi in relazione.

In un momento in cui le piazze si infiammano, quale ruolo possono svolgere le Chiese?

In Italia il lavoro per la pace è nato dal basso: diocesi, parrocchie, gruppi locali. Una ricchezza preziosa, che va valorizzata e messa in rete con le altre esperienze del mondo della pace e della nonviolenza.
Negli ultimi anni iniziative provenienti dal mondo cattolico e da quello laico si sono intrecciate nelle campagne per la pace e il disarmo. Se le diocesi sapranno collegarsi tra loro e con le realtà territoriali già attive, sarà più semplice portare avanti una trasformazione sociale capace di dare forza a proposte di pace spesso ignorate dai grandi media. C’è bisogno di educare, incontrarsi, costruire ponti: solo così si possono incrociare le strade di pace che ciascuno può percorrere e costruire ogni giorno.