Diocesi

‘Pettole e danze’: 3ª edizione alla parrocchia del Rosario di Talsano

19 Nov 2025

di Luca Fusco

Dopo il successo degli ultimi due anni, venerdì 22 novembre torna a grande richiesta ‘Pettole e danze’, la festa di Santa Cecilia sul sagrato della parrocchia Maria SS del Rosario a Talsano al sapore di pettole e al suono delle danze di tutto il mondo a Talsano.

Nella giornata che dà inizio al lungo periodo natalizio, la parrocchia del centro storico talsanese si addobba a festa con i colori del Natale. Fitto il programma della serata che inizierà alle ore 18 con il Santo Rosario e a seguire con la santa messa presieduta dal parroco don Armando Imperato con la preghiera finale a Santa Cecilia e la benedizione dei musicanti.

Alle ore 20 avranno inizio invece le manifestazioni esterne con l’arrivo di Babbo Natale accompagnato da Santa Cecilia. Tra il sagrato della chiesa e via Garibaldi troveranno spazio l’esecuzione delle pastorali natalizie da parte della banda Maria SS Addolorata, la fiera dell’artigianato e soprattutto la grande pettolata a cura dell’Adp. La serata sarà animata dalle musiche e dalle danze popolari di tutto il mondo a cura dell’associazione ‘Itinerari e sentieri di danza’, guidata dal maestro Gianni Labate.

Crimini contro l'umanità

Mons. Shomali (vicario Palestina): “Coloni israeliani agiscono in un clima di quasi totale impunità”

ph Ansa-Sir
19 Nov 2025

Negli ultimi anni, gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata sono fortemente aumentati e assumono forme sempre più aggressive: incendi, assalti fisici, danneggiamenti di proprietà, uso di munizioni reali, distruzione di alberi d’ulivo e intimidazioni sistematiche. In alcuni casi, le violenze collegate ai coloni hanno portato a sfollamenti forzati, con famiglie palestinesi costrette ad abbandonare le loro terre o ad emigrare, mentre l’“espansione degli insediamenti” è accompagnata da una strategia di pressione che rende la presenza palestinese  insostenibile. Ne abbiamo parlato con mons. William Shomali, vicario generale del patriarcato latino di Gerusalemme e vicario patriarcale per Gerusalemme e Palestina.

mons. W. Shomali – ph Patriarcato di Gerusalemme

Quali sono oggi le condizioni di vita dei palestinesi in Cisgiordania, alla luce dell’aumento degli attacchi da parte di gruppi di coloni israeliani?
La domanda coglie una delle dimensioni più critiche e purtroppo meno raccontate del conflitto israelo-palestinese. Le condizioni di vita per i palestinesi in Cisgiordania si sono deteriorate in modo drammatico negli ultimi mesi, toccando livelli di crisi umanitaria e di tensione che non si vedevano da anni. Alla già complessa realtà dell’occupazione militare e della frammentazione del territorio, si è sovrapposta un’ondata di violenza da parte di coloni estremisti che agiscono in un clima di quasi totale impunità.
Questi gruppi, spesso armati stanno esercitando una pressione sistematica per rendere insostenibile la vita delle comunità palestinesi, spingendole all’esodo forzato.

Ci sono territori palestinesi maggiormente soggetti a questa pressione dei coloni?
Per quanto riguarda le aree più vulnerabili, la situazione è particolarmente critica in Area C, che costituisce circa il 60% del territorio della Cisgiordania e sotto pieno controllo israeliano. Qui, i piccoli villaggi e le comunità beduine, spesso prive di protezione e servizi di base, sono il bersaglio principale. Zone come la Valle del Giordano, le colline a sud di Hebron e i dintorni di Nablus e Ramallah sono teatri quotidiani di violenze. Tuttavia, è importante sottolineare che la violenza non si limita solo alle zone rurali. Anche le periferie delle città, quelle più vicine agli insediamenti, subiscono incursioni, sassaiole contro auto e case, attacchi che creano un senso di assedio costante.

Quali sono le principali forme di pressione e di violenza messe in atto dai coloni nei confronti dei palestinesi?
Come ho già detto, parliamo di aggressioni e pestaggi, sparatorie per intimidire o ferire. Talvolta, avvengono sotto gli occhi dei soldati che non intervengono. Ci sono poi atti di vandalismo e distruzione di proprietà come case, automobili, serre e stalle per il bestiame che vengono date alle fiamme o demolite. Molto gravi, inoltre, sono il sabotaggio dei pozzi d’acqua, il taglio degli ulivi secolari e il furto o l’avvelenamento del bestiame, azioni che vanno a privare le famiglie del loro sostentamento. Spesso i coloni impediscono ai palestinesi, legittimi proprietari, l’accesso alle loro terre e dunque non permettono loro di coltivarle, di fatto espropriandole. Non mancano in questa triste lista incursioni notturne nei villaggi per seminare il terrore, soprattutto tra donne e bambini. Infine, simboli tristemente frequenti sono le scritte di odio in ebraico sui muri.

Prima parlava del taglio di ulivi secolari. Dal 1° ottobre, l’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, ha documentato 167 attacchi da parte dei coloni legati alla raccolta delle olive di quest’anno, che hanno colpito 87 comunità palestinesi…
Il tempo della raccolta delle olive si è trasformato in un periodo di ansia e pericolo. Assistiamo a un picco significativo di attacchi in queste settimane. I coloni irrompono negli uliveti per rubare il raccolto, tagliare o dare alle fiamme gli alberi, spesso secolari, che sono il patrimonio e la storia di intere famiglie. È un colpo devastante all’economia familiare. I contadini palestinesi sono costretti a raccogliere le olive sotto la protezione di attivisti internazionali o di volontari israeliani accorsi per salvaguardare l’accesso degli agricoltori alle loro terre e mitigare i rischi associati alla violenza dei coloni e alle restrizioni di movimento.

La comunità cristiana subisce forme specifiche di intimidazione o violenza, oppure vive una condizione simile al resto della popolazione palestinese?

La comunità cristiana palestinese, sebbene piccola numericamente – circa l’1% della popolazione -, condivide il peso e le sofferenze inflitte dall’espansionismo dei coloni. La loro condizione fa parte dell’ampia tragedia palestinese.

A riguardo vorrei menzionare le suore Gianelline di Ortas, villaggio vicino a Betlemme. I coloni hanno occupato una casetta di loro proprietà su una collina vicina, negando loro l’accesso a terre di loro proprietà.

Taybeh, chiesa di san Giorgio attaccata dai coloni israeliani – ph Nabd ElHaya


Altri esempi sono Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano in Cisgiordania, e Aboud dove il Patriarcato Latino ha una parrocchia. Questi luoghi sono circondati da insediamenti israeliani e avamposti di coloni, che ne limitano lo sviluppo naturale e l’accesso.

Da dove trae origine la violenza dei coloni?

La violenza dei coloni è spesso giustificata da un nazionalismo estremista che si mescola a una visione teologica distorta e non fa distinzione tra musulmano e cristiano. Vede tutti i palestinesi come un ostacolo da rimuovere per la sovranità ebraica sull’intera Terra d’Israele.

Siamo rimasti soddisfatti quando Steve Witkoff, l’inviato speciale della Casa Bianca per il processo di pace, è venuto a visitare Taybeh. Dopo la visita ha informato il suo governo di quanto accade. Il governo americano ha protestato contro le incursioni dei coloni. Recentemente il presidente israeliano Herzog e il capo dell’Esercito hanno criticato l’estremismo dei coloni. Speriamo che a queste denunce seguano azioni dissuasive.

Questa perdurante situazione, legata all’occupazione israeliana, sta spingendo sempre più palestinesi ad emigrare. Molti di questi sono cristiani. Ma ci sono anche altri fattori concomitanti che, dal suo punto di vista, favoriscono questo esodo?
Uno di questi fattori è certamente lo stallo politico e l’assenza totale di un processo di pace credibile. La prospettiva di un’occupazione a tempo indeterminato, la guerra a Gaza e l’aumento degli attacchi dei coloni in Cisgiordania tolgono ogni speranza nel futuro, specialmente tra i giovani. Poi l’asfissia economica: il tasso di disoccupazione del 50% in Cisgiordania è drammatico. L’occupazione strangola l’economia palestinese con i blocchi alla circolazione di merci e persone, i check point sparsi in tutta la Cisgiordania, il controllo delle risorse e l’impossibilità di accedere a gran parte delle proprie terre rendono difficile, per i palestinesi, costruire un futuro prospero. Aggiungiamo anche il Muro di separazione che rende un calvario semplici azioni, come andare a lavoro, a scuola, dal medico o dai parenti.

Per una comunità piccola come quella cristiana che ha forti legami internazionali, l’emigrazione diventa una scelta razionale per sfuggire a questo calvario. E sebbene la convivenza dei cristiani con i musulmani in Palestina sia storicamente solida, il panorama regionale più ampio contribuisce a un senso di vulnerabilità.

Emigrare per sperare di avere un futuro…
Le comunità cristiane palestinesi della diaspora (in Cile, Stati Uniti, Australia) attraggono perché sono molto organizzate e offrono una via di fuga. Ottenere un visto per l’Australia, come è successo ai 30 cristiani di Gaza, non è solo un’opportunità, è un’ancora di salvezza. Dopo aver vissuto l’inferno della guerra, aver visto che non c’è futuro in una Striscia assediata e distrutta, l’offerta di un visto per l’Australia non è una scelta, è l’unica via per la sopravvivenza e per dare un futuro ai propri figli.

Quali passi concreti dovrebbe compiere la comunità internazionale per sostenere la popolazione palestinese in Cisgiordania e impedire le azioni violente dei coloni?
La comunità internazionale si trova di fronte a un bivio: continuare con le dichiarazioni di condanna, ormai inefficaci, o intraprendere azioni concrete e consequenziali. A mio parere bisognerebbe passare dalle parole ai fatti: emettere sanzioni contro i coloni violenti e le loro organizzazioni. I loro nomi sono spesso noti alle Ong e ai servizi di intelligence. Colpire i loro portafogli e la loro libertà di movimento avrebbe un effetto deterrente più forte di qualsiasi comunicato stampa o dichiarazione. Inoltre, avviare indagini per tracciare le fonti di finanziamento, pubbliche e private, che permettono la creazione e il sostentamento degli avamposti coloniali, illegali anche per la legge israeliana. Bisogna assumere una posizione chiara sugli insediamenti e smettere di considerarli solo come un “ostacolo alla pace” e iniziare a definirli per quello che sono secondo il diritto internazionale: colonizzazione di un territorio occupato. Altra misura possibile è aumentare il numero di personale civile internazionale (attivisti, osservatori per i diritti umani, accompagnatori ecumenici) nelle zone a più alto rischio, come la Valle del Giordano. La loro presenza fisica, sebbene non armata, funziona da deterrente contro gli abusi e documenta ciò che accade in tempo reale. A tale riguardo la comunità internazionale deve ribadire con forza che Israele ha l’obbligo legale, sancito dalla Quarta Convenzione di Ginevra, di proteggere tutti i civili sotto il suo controllo militare, palestinesi e israeliani.

Un’ultima domanda: riconoscere lo Stato della Palestina può essere utile alla causa palestinese?
Io credo che rafforzerebbe la legittimità palestinese e riaffermerebbe il consenso internazionale intorno alla soluzione “Due popoli Due Stati”, che l’espansione degli insediamenti sta deliberatamente sabotando.

Ecclesia

Consumare le suole delle scarpe: il giornalismo che fa vivere i settimanali diocesani

Il valore insostituibile dei giornali locali nel mantenere viva la democrazia e il legame con le comunità

19 Nov 2025

di Lorenzo Rinaldi

Il messaggio di papa Francesco sulla necessità di un’informazione autentica, capace di ascoltare e di raccontare la vita reale, trova oggi nuova forza nei settimanali diocesani e nel giornalismo di comunità, antidoti concreti alla disinformazione e alla perdita di attenzione collettiva.

Un’informazione che rischia di diventare fotocopia

«Voci attente lamentano da tempo il rischio di un appiattimento in giornali fotocopia o in notiziari tv e radio e siti web sostanzialmente uguali, dove il genere dell’inchiesta e del reportage perdono spazio e qualità a vantaggio di una informazione preconfezionata, di palazzo, autoreferenziale, che sempre meno riesce a intercettare la verità delle cose e la vita concreta delle persone, e non sa più cogliere né i fenomeni sociali più gravi né le energie positive che si sprigionano dalla base della società. La crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada, senza più consumare le suole delle scarpe»: lo affermava papa Francesco nel messaggio per la 55ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Era il 2021.

I rischi paventati dal Santo padre per il mondo dell’informazione e di riflesso per i cittadini sono immutati, a distanza di cinque anni. Quel che si registra, anzi, è una continua crescita dei social, capaci di plasmare il linguaggio dei loro fruitori e di abbassare – conseguenza terribile – il loro livello di attenzione, soprattutto fra i più giovani.

Tornare a consumare le suole delle scarpe

L’informazione fotocopia, non verificata, è già uno dei grandi mali delle nostre democrazie, ai quali rispondere con un rinnovato slancio giornalistico, ritrovando lo spirito originario, richiamandoci a Francesco, tornando a consumare le suole delle scarpe.

Andare e vedere per raccontare, questo l’invito che a più riprese il Pontefice aveva fatto. E raccontare con il cuore, mettendosi nei panni dell’altro, senza giudicare, con un linguaggio disarmato che punti a gettare ponti anziché innalzare muri.

Il ruolo dei giornali locali e della Fisc

Quando ogni giorno i nostri giornali locali della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) raccontano le storie degli ultimi, degli indifesi, fanno esattamente questo: vanno, vedono, raccontano con il cuore.

Quando ogni giorno i nostri giornali locali della Fisc arrivano nei paesi delle valli, nei minuscoli borghi dell’entroterra o nelle periferie della città, si richiamano all’insegnamento della Chiesa che chiede di guardare agli ultimi.

Quando ogni giorno i nostri giornali locali della Fisc mettono al centro le comunità, le loro storie, i loro problemi, fanno un servizio alla democrazia.

Le voci delle comunità, dalle valli ai centri urbani

Dai paesini siciliani con l’acqua razionata alle crisi aziendali nelle città industriali del Nord, la voce dei nostri giornali è la voce che tiene unite le comunità e fa emergere i piccoli e grandi problemi degli ultimi, di chi è troppo piccolo per pretendere di essere ascoltato dai grandi mezzi di informazione.

Se non ci fossero i giornali locali cosa ne sarebbe delle migliaia di piccole/grandi storie di quotidiana ingiustizia di cui è costellato il nostro Paese? Chi ascolterebbe le minuscole comunità prive di servizi e alle prese con il dramma della denatalità? E chi darebbe voce alle tante belle storie di solidarietà, amicizia, coraggio che patrono dal basso?

Un antidoto alla disinformazione

E ancora, chi si prenderebbe la briga di verificarle tutte queste “notizie minori”, che rischiano di invadere il web e i social senza un minimo filtro sulla loro veridicità?

I giornali locali, giornali di comunità, rappresentano una risorsa per il nostro sistema Paese, sono uno degli elementi su cui si basa la nostra democrazia e in un mondo sempre più sottoposto a influenze esterne e a messaggi devianti sono un antidoto alla disinformazione.

Rappresentano uno strumento delicato, fragile, ma imprescindibile, per evitare di ritrovarci tra qualche anno a dover amaramente renderci conto che l’informazione che ci passa sotto il naso è tutta uguale. In fotocopia.

Diocesi

‘Che cos’è l’uomo?’: il 21 novembre, l’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto superiore di scienze religiose

19 Nov 2025

di Giada Di Reda

Cultura e persona, bellezza e condivisione al servizio del territorio: venerdì 21 novembre, nella concattedrale Gran Madre di Dio, si terrà l’inaugurazione dell’anno accademico 2025/26 dell’istituto di scienze religiose metropolitano San Giovanni Paolo II. Un’iniziativa culturale al servizio della cittadinanza, pensata come occasione di incontro tra fede, sapere e vita reale, per offrire uno spazio di crescita e di approfondimento aperto a tutti.

Un momento di incontro e partecipazione che coinvolgerà non solo docenti e studenti, ma anche insegnanti di religione, operatori pastorali, istituzioni e parrocchie delle tre diocesi della metropolia.

I lavori si apriranno alle ore 18 con l’accoglienza dei partecipanti, a cui seguiranno, alle ore 18:15 la preghiera iniziale e i saluti istituzionali. Alle 18.45 è prevista la prolusione di fr. Sabino Chialà, priore di Bose, che guiderà una riflessione sul tema «”Che cos’è l’uomo?” L’umano nel grande racconto della Bibbia», ispirata al versetto del Salmo 8,5 e dedicata all’esplorazione dell’umano nel grande racconto biblico.

Nato il 24 marzo 1968, Sabino Chialà è un monaco cristiano, teologo e biblista che dal 30 gennaio 2022 è alla guida della Comunità monastica di Bose come priore; la sua formazione, segnata da un approfondito studio delle lingue orientali – in particolare ebraico e siriaco – lo ha portato a diventare un punto di riferimento negli studi sugli scritti apocrifi cristiani e sulle prime testimonianze letterarie del cristianesimo antico. Alla luce di un impegno caratterizzato da uno sguardo attento alla dimensione spirituale dell’esperienza umana, la sua prolusione si inserisce in un percorso che nasce con l’intento di riflettere sulla Bibbia e sulla visione antropologica che essa dischiude, offrendo una luce per interpretare il nostro cammino in un tempo ricco e complesso.

In continuità con quanto papa Leone XIV ha ricordato nel Discorso alla Pontificia Università Lateranense per l’inaugurazione dell’anno accademico del 14 novembre 2025 – in cui ha intimato le istituzioni accademiche ecclesiali a essere luoghi di dialogo vivo, ricerca e formazione integrale della persona umana – anche l’inaugurazione dell’anno accademico dell’istituto di scienze religiose di Taranto si colloca in questa prospettiva. L’iniziativa intende infatti promuovere quello “spazio di studio, relazione e confronto con la realtà” che il papa ha indicato come via maestra per una formazione capace di generare fraternità, educando ad una lettura attenta alle sfide del nostro tempo.

Questo appuntamento si inserisce nel contesto di un profondo impegno accademico e pastorale, che l’istituto di scienze religiose da sempre porta avanti, e che, di anno in anno, si arricchisce e si rafforza sempre di più, attraverso la ricerca, lo studio e il confronto; un cammino che nasce dal desiderio di essere sempre più vicini al mondo e alle sue domande reali e di senso.

La serata, che si concluderà alle 19.45, sarà impreziosita dall’esecuzione di alcuni brani musicali a cura dell’Orchestra ico della Magna Grecia.

Un evento, quello che la comunità si appresta a vivere, che non si configura come una semplice cerimonia formale, ma si configura come un invito a guardare al futuro con rinnovata fiducia, consapevoli che ogni percorso formativo può diventare occasione di crescita e di autentico servizio alla vita della Chiesa e del territorio.

 

Ecclesia

La Chiesa italiana in cammino nei territori contro ogni abuso

ph Cei
19 Nov 2025

di Maria Chiara Biagioni

Un lavoro capillare, nei territori, raggiungendo a tappeto tutte le parrocchie, anche quelle più in periferia. Per diffondere una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili e dire no ad ogni forma di omertà e silenzio. Dietro ai convegni, agli incontri, alle messe e ai momenti di preghiera che si svolgono oggi, 18 novembre, in Italia per la V Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi nella Chiesa c’è dietro tutto questo. Non c’è nulla di sporadico. Ma un lavoro quotidiano, a fianco degli operatori pastorali e in sinergia con le istituzioni locali. “Promuovere una rinnovata cultura della tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nelle Chiese che sono in Italia – scrive Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei – significa chiederci come nelle relazioni che animano la vita ecclesiale ci assicuriamo quel dettaglio che può fare la differenza: il rispetto”. “È il rispetto la garanzia di quel limite oltre al quale non si può mai andare, così che i legami non diventino mai legacci e l’altro non sia ridotto da soggetto libero, creativo, a oggetto manipolato. E il limite, se valicato, diventa non solo violazione, ma perdita per tutti”. Abbiamo fatto un ‘viaggio’ tra le diocesi per capire come si sta lavorando e cosa si sta facendo per diffondere questa cultura del rispetto.

Parte dal lavoro fatto quest’anno don Antonio Peduto, referente per la tutela dei minori della diocesi di Locri. “Dal mese di gennaio 2025 – racconta – abbiamo iniziato un ciclo di incontri per presentare il servizio diocesano e quindi mettere a conoscenza il territorio di questa realtà nata non solo per curare le ferite ma anche e soprattutto per prevenirle e prevenire qualsiasi forma di abuso. A volte noi ci soffermiamo soltanto sugli abusi sessuali, che in realtà sono solo l’apice della piramide. Ma ci sono anche gli abusi spirituali, abusi di potere che in qualche modo costruiscono questa struttura abusante”. In questi mesi la diocesi ha promosso incontri nelle diverse vicarie per presentare a operatori pastorali, sacerdoti e diaconi le linee guida della Cei e riflettere insieme come adattarle meglio al territorio. “Un territorio, quello della Locride – sottolinea don Peduto -, che negli anni passati ha vissuto la sofferenza causata da una cultura dell’omertà che non è semplicemente il silenzio. L’omertà porta purtroppo anche a voltarsi dall’altra parte per paura o per vergogna. Questi incontri desiderano incoraggiare a denunciare situazioni di abuso qualora ci dovessero essere”. È stato anche organizzato un incontro diocesano sui fenomeni mediali di adescamento dei ragazzi al quale hanno partecipato anche forze armate ed insegnanti. Oggi, per la quinta Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti di abusi, si terrà un incontro nei locali del seminario vescovile dove dopo la relazione del referente diocesano che passerà in rassegna quanto si è fatto fino ad oggi in diocesi, prenderà la parola un medico. Successivamente verrà letta la testimonianza di una vittima che ci è stata consegnata per iscritto a tutela dell’anonimato. “È la testimonianza di una ragazza – spiega il sacerdote – che se da una parte è stata ferita dalla Chiesa dall’altra è stata salvata grazie ad un sacerdote dalla Chiesa ed oggi lavora in una parrocchia come catechista e animatrice. C’è quindi anche una Chiesa che accoglie, si mette in ascolto, cura le ferite. Ed è questa Chiesa che vogliamo mettere in risalto”.

Anche Floriana Tappi, referente per la tutale dei minori della diocesi di Cesena-Sarsina, mette da subito in evidenza il lavoro fatto in questi anni. “È dal 2019 – dice – che, puntualmente a novembre, tutti gli anni mettiamo ancora di più a tema la tutela dei minori contro ogni forma di abuso. Perché siamo sulla scia del pensiero di Papa Francesco, poi ripreso anche da Papa Leone, che esortano la Chiesa a tutelare sul territorio le persone, soprattutto i minori e le persone vulnerabili”. Anche qui, in questi anni, la diocesi ha promosso iniziative di sensibilizzazione, andando a parlare agli operatori pastorali, catechisti, insegnanti di religione, anche con gli allenatori.
“Abbiamo passato a tappeto tutta la diocesi – spiega Tappi -, facendoci conoscere. Non si tratta di educare a vedere il male dappertutto, ma di essere consapevoli. Trasparenza, attenzione, correttezza, rispetto e dedizione verso le persone che incontriamo, soprattutto se minori e vulnerabili, fanno parte dell’amore”.

Oggi, alle 21, nella parrocchia di Sant’Egidio, si terrà un momento di preghiera alla quale sarà presente anche mons. Douglas Regattieri, vescovo emerito della diocesi perché il vescovo Antonio Giuseppe Caiazzo è all’Assemblea Cei ad Assisi. “Non ci si aspettano grandi numeri di partecipazione. Ma per noi del Servizio diocesano, i numeri non sono importanti. Vogliamo solo dire che c’è un’equipe di lavoro e che se c’è bisogno, interviene. È un progetto che esiste, che va tenuto sveglio per garantire ovunque un clima sereno e sicuro”.

Anche a Roma si lavora. E per fare il “punto” della situazione l’appuntamento è fissato per il 25 novembre, nella sala della Conciliazione di Palazzo del vicariato, dove si svolgerà il convegno ‘Rispettare, custodire, generare’. L’iniziativa, spiega Paola Pellicanò, referente del Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della diocesi di Roma, “è stata concepita come un momento di preghiera e di riflessione comunitaria”. L’incontro intende approfondire i tre verbi proposti quest’anno dalla Cei: rispettare, custodire, generare. Per il primo tema, ‘rispettare’, interverrà Lidia Salerno, presidente del Tribunale per i minorenni di Roma, che illustrerà le ragioni per cui il rispetto dei minori e delle persone vulnerabili costituisce esigenza primaria, fondamento di una cultura della tutela e della prevenzione.
“In tale ambito — osserva Pellicanò — la Chiesa è chiamata a collaborare responsabilmente con il territorio, promuovendo forme di cooperazione e di sinergia con le Istituzioni civili, giudiziarie e sociali”.

La seconda, ‘custodire’, viene posta in dialogo con l’ambito sanitario, “considerando in particolare che gli abusi subiti nell’infanzia o in condizioni di vulnerabilità producono conseguenze non solo immediate, ma anche di lungo periodo. Si tratta di situazioni che talvolta emergono dopo molti anni e che lasciano ferite profonde”. Su tali aspetti interverrà Pietro Ferrara, ordinario di pediatria dell’Università Campus Bio-Medico.

Il terzo verbo, ‘generare’, rimanda invece alla dimensione della vita consacrata, “perché — precisa la referente diocesana — consente di entrare nel cuore stesso della vita ecclesiale”. Grazie al contributo di suor Tiziana Merletti, segretaria del dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, sarà affrontato anche il tema degli abusi spirituali, di coscienza e di potere.
“Il convegno vuole essere un segno concreto di prossimità della diocesi alle vittime”, aggiunge Pellicanò che conclude: “Come Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili siamo chiamati a essere uno spazio di ascolto aperto, riservato, vigile e accogliente: un luogo al quale chiunque può rivolgersi. L’obiettivo è promuovere una cultura del rispetto che divenga progressivamente mentalità condivisa.
Spesso l’attenzione si concentra sui casi più eclatanti; tuttavia esiste una rete di esperienze, talvolta silenziose e poco note, che merita di essere riconosciuta e valorizzata. Siamo impegnati per la custodia della dignità dei più piccoli – afferma ancora Pellicanò -. Una dignità che è al cuore della preoccupazione pastorale della Chiesa di Roma e dell’impegno di trasparenza e formazione del Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, con la guida attenta del card. Baldassare Reina. E sarà proprio il vicario generale di Sua santità per la diocesi di Roma a introdurre il convegno, moderato da padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali, e a presiedere la celebrazione eucaristica conclusiva nella basilica lateranense”.

Diocesi

La parrocchia del Corpus Domini organizza ‘Santa Cecilia alle Case bianche’

19 Nov 2025

di Angelo Diofano

‘Santa Cecilia alle Case bianche’ è il titolo del programma natalizio per la giornata di Santa Cecilia a cura della parrocchia del Corpus Domini, guidata da don Marco Salustri che così spiega: “Si tratta di una tradizione ormai consolidata nella nostra parrocchia: il 22 novembre daremo inizio al periodo natalizio celebrando la messa nella zona delle ‘case bianche’, in via 25 aprile nei pressi della stata di Padre Pio e di un noto esercizio commerciale, e poi continueremo con un momento di festa a base di pettole e musica offerte da alcuni parrocchiani”.

Il programma dettagliato prevede: alle ore 17 l’esecuzione delle tradizionali pastorali natalizie da parte della banda musicale; alle ore 18.30, la santa messa; alle ore 19.15, la pettolata; infine alle ore 19.30, lo spettacolo di animazione per i bambini.

 

Comece

Mons. Crociata: “Europa sotto assedio: il possibile contributo dei cristiani”

Mons. Mariano Crociata - ph Siciliani - Gennari-Sir
18 Nov 2025

Un contesto internazionale gravido di drammi e di sfide, una situazione interna segnata da divisioni fra gli Stati e da populismi: si parla spesso di ‘crisi dell’Europa’. Diverse chiavi di lettura per una comprensione di tali problemi sono giunte dal convegno ‘Cristianesimo coscienza dell’Europa’, tenutosi al monastero di Camaldoli dal 6 al 9 novembre, organizzato dalla rivista ‘Il Regno’, dalla Comunità monastica e dalla Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione europea. Al convegno ha partecipato, e portato il suo contributo, mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Comece.

 

ph Il Regno

Più volte al convegno di Camaldoli, è tornato il tema della “crisi dell’Europa”. Quali sono, a suo avviso, i caratteri principali di questa crisi? Quali i punti deboli sul piano culturale e sociale?
La crisi è innanzitutto determinata dal mutato scenario internazionale: prima l’esplosione della guerra in Russia, poi il cambiamento dell’amministrazione statunitense e l’emergere di potenze globali con disegni egemonici che cancellano ogni forma di multilateralismo e comprimono l’autonomia e la libertà dei Paesi più deboli. Tutto questo pone la stessa Unione europea in una condizione di debolezza e di marginalità nelle dinamiche internazionali regolate dai rapporti di forza tra le grandi potenze. Ma ci sono aspetti interni di una crisi che sono riconducibili a due fattori.

Quali sono?
L’incompiutezza e la precarietà del disegno istituzionale, strutturalmente legato al consenso tra gli Stati membri, e i mutamenti culturali e sociali intervenuti da anni con il sorgere di populismi e nazionalismi che portano alcuni Paesi a porsi esplicitamente contro l’Unione europea e comunque producono in tutti lacerazioni e contrapposizioni che danno alle stesse politiche nazionali interne ed europee una nota di incertezza e di indecisione.

Si insiste spesso sulla irrilevanza politica e diplomatica dell’Europa – in questo caso s’intende l’Unione europea – negli scenari globali. Concorda con questa tesi? Di quali eventuali riforme necessiterebbe l’Ue per uscire dall’impasse?
Che la posizione geopolitica dell’Unione europea sia di estrema debolezza sul piano politico è sotto gli occhi di tutti. Sono evidentemente vari i fattori, ma non manca chi vede delle possibilità di iniziativa che andrebbero valorizzate meglio anche sul piano diplomatico e nei rapporti internazionali. È vero però che qualsiasi iniziativa è condizionata dalle vistose divisioni interne tra i Paesi membri che in alcuni casi letteralmente paralizzano ogni iniziativa. Per un verso c’è bisogno di far progredire l’evoluzione dell’Ue nella direzione di una più compiuta democraticità istituzionale,per altro verso bisognerebbe trovare nuove forme nei processi decisionali che consentano all’Ue di essere tempestiva e incisiva in alcuni passaggi politici e diplomatici che, come abbiamo vista in vari casi, la vedono rimanere assente e marginale.

Tornando alla crisi del vecchio continente, di quale cristianesimo avrebbe bisogno oggi l’Europa?
Il cristianesimo in Europa, nonostante tutte le difficoltà segnalate ormai da anni, mantiene una sua vitalità, tuttavia le carenze in ottica sociale e politica, e non ultimo in riferimento all’Europa, sono vistose. Questo evidenzia una difficoltà della pastorale ecclesiale di passare da una pratica e da una impostazione rivolta alla spiritualità individuale e alla devozione a una che la riequilibri con un’attenzione alle implicazioni morali, sociali e politiche dello stare da credenti in questo mondo e in questa nostra società. Poi vanno considerati gli aspetti istituzionali della presenza sociale della Chiesa, ma in primo luogo viene la coscienza dei singoli e delle comunità in riferimento al cammino umano comune.

Chiese in Europa. Alla Comece, che ha sede a Bruxelles, confluiscono i vescovi delegati delle Conferenze episcopali dei Paesi Ue. Quale il possibile contributo sulla via del rilancio di un’Europa di pace, della democrazia, dei diritti, attenta agli ultimi e aperta al mondo?
La Comece è una delle espressioni dell’iniziativa istituzionale della Chiesa in riferimento all’Europa e in particolare all’Unione europea. Il contributo che possiamo dare è quello definito dal suo Statuto, e cioè di accompagnare il processo politico dell’Unione europea nelle aree di interesse per gli episcopati, monitorare le attività dell’Unione e informarne gli episcopati, comunicare alle istituzioni e autorità europee le opinioni e le visioni degli episcopati relativi all’integrazione europea. Tutto questo naturalmente in costante coordinamento e collaborazione con la Santa Sede, direttamente o attraverso il Nunzio presso l’Unione europea.Studi, documenti, lettere, appelli, incontri ufficiali e contatti personali, eventi culturali e quant’altro sono i mezzi di cui ci serviamo. Gli effetti non sono sempre visibili, ma i segni del significato della nostra presenza sono ampiamente riconosciuti. E tuttavia anche questa azione presuppone una vitalità della coscienza ecclesiale che rimane il compito di base e il presupposto di ogni servizio ecclesiale in ambito sociale e istituzionale pubblico, nazionale o europeo che sia.

 

Iniziative solidali

Colletta alimentare: donate al Banco alimentare, 8.300 tonnellate di alimenti (+5% sul 2024)

ph Fondazione Banco alimentare ets
18 Nov 2025

“Se cresce la povertà deve crescere anche la solidarietà, la Colletta alimentare è un piccolo gesto che risponde a una domanda importante di come arrivare a fine mese: è un gesto di grande fiducia oltre che una risposta concreta”: così il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, ha commentato la 29ª Giornata nazionale della Colletta alimentare dopo aver partecipato all’iniziativa svoltasi sabato in oltre 12mila punti vendita in tutta Italia.
In un contesto sociale segnato da individualismo e indifferenza, evidenzia la Fondazione Banco alimentare ets in un comunicato, la partecipazione di 155mila volontari e di oltre 5 milioni di donatori rappresenta un segnale forte: cittadini di ogni età e provenienza hanno dedicato tempo, cura e attenzione, per quegli ‘invisibili’ che spesso non trovano voce. Un gesto semplice – una confezione di riso, una scatoletta di tonno, una bottiglia di passata di pomodoro – che alimenta speranza, come auspicato da papa Leone XIV domenica scorsa: “Mentre le cause strutturali della povertà vanno affrontate e rimosse, tutti siamo chiamati a creare segni di speranza”.

Ancora una volta, la Colletta ha fatto emergere “un Paese che sceglie di non voltarsi dall’altra parte e, nonostante l’aumento del costo della vita, dona quanto può. Un vero e proprio spettacolo della carità, il segno di una coscienza di popolo ancora viva, come dimostra anche la partecipazione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, primo anche quest’anno ad aderire personalmente a questo gesto”. “La Giornata nazionale della Colletta alimentare – proseguono dalla Fondazione Banco Alimentare Ets – dice anche qualcosa di importante sul bisogno – profondo e condiviso – di costruire relazioni vere e capaci di rispondere ai molteplici volti della povertà, primo fra tutti la solitudine. Grazie a 8.300 tonnellate di prodotti donati nei supermercati di tutta Italia, Banco Alimentare potrà sostenere nei prossimi mesi 1 milione e 800mila persone bisognose attraverso 7.600 enti caritativi convenzionati”.
La Colletta alimentare continua online fino al 1° dicembre su alcune piattaforme dedicate: per conoscere le modalità di acquisto dei prodotti è possibile consultare il sito web bancoalimentare.it.

 

Eventi in diocesi

‘Il villaggio di Babbo Natale’ al Sacro Cuore di Taranto

18 Nov 2025

‘Il villaggio di Babbo Natale’ è la manifestazione che inaugurerà nel cortile della parrocchia del Sacro Cuore, in via Dante a Taranto, il lungo periodo delle festività natalizie, in collaborazione con l’associazione ‘Amici della Puglia’. L’appuntamento è per sabato 22 novembre, ricorrenza di Santa Cecilia, dopo la santa messa delle ore 18.30.

“Sarà un viaggio incantato tra luci, suoni e tradizioni – ci dice il parroco, don Francesco Venuto – che prevede le tradizionali musiche tarantine, spettacolari video mapping, degustazione di pettole bollenti, giochi per grandi e piccini, mercatini dell’artigianato locale e la maestosa slitta di Babbo Natale, che porterà con sé un sacco pieno di dono, sorrisi e meraviglie per tutti: l’invito ai bambini è quello di portare le letterine con i loro desideri da consegnare al meraviglioso vecchietto”.

 

Qualità della vita

Sanità, disoccupazione, qualità della vita: Taranto in fondo alla classifica

18 Nov 2025

di Silvano Trevisani

La Puglia arretra, Taranto, 101sima nella classifica generale, è penultima nella regione seguita solo da Foggia, che è al posto 104, a quattro scalini dal fondo. Stiamo parlando di qualità della vita e della classifica 2025 stilata dal quotidiano economico ‘Italia Oggi’ (da cui riprendiamo il grafico in alto). La posizione della nostra città, ma vale anche per le altre pugliesi, con l’unica eccezione di Bari, che è 66ª, mentre Lecce è 81ª, è in netto peggioramento. Del resto non dovrebbe essere una sorpresa per chi vive in città o in provincia. La crisi insanabile dell’industria, lo scarsissimo appeal del polo universitario, la condizione pietosa della sanità pubblica, la crisi del commercio sono sotto gli occhi di tutti e non bastano certo gli imbellettamenti tesi a esaltare il turismo a migliorare le cose. La classifica dimostra, se mai, che il turismo, anche se favorisce alcune categoria produttive, può peggiorare la qualità della vita di tutti gli altri. A meno che non adegui i suoi servizi specifici, come sembra aver fatto Lecce che pure è soffocata dal turismo.

Proprio ieri sera abbiamo appreso da Report che la Puglia è il fanalino di coda della sanità italiana: impossibilità di prenotare visite specialistiche, pronto soccorso insufficienti e inadeguati, soprattutto con il surplus intollerabile dei mesi estivi, si aggiungono alla povertà in drammatico aumento, come possono ben testimoniare le Caritas parrocchiali ma anche le singole parrocchie.

Taranto, come pure Brindisi e Bat, è tra le province che non raggiungono i 500 punti di media indicativa della classifica della Sanità. Ma non li raggiunge neppure nella classifica della disoccupazione, che è molto alta. Si pensi che a Taranto la disoccupazione “dichiarata” (quella reale è molto più alta!) è del 12,36%, mentre a Pordenone è dell’1,82%! Naturalmente, ai primi posti ci sono solo città del Nord e qualcuna del Centro. Come meravigliarsi che i nostri giovani vadano via per non tornare più!?

Occorrerebbe una visione politica più ampia e non ridotta a poche iniziative autoreferenziali, in cui enti, economici e strumentali, abbozzano iniziative per pochi eletti, in genere già appartenenti alle classi privilegiate. Occorrerebbe battersi di più e meglio per quella “reindustrializzazione” di cui si blatera da decenni e anche dibatterne politicamente, organizzando convegni, dibattiti pubblici e iniziative stringenti con l’ausilio di addetti ai lavori. Non basta moltiplicare festival o rassegne, come per anni hanno fatto le amministrazioni precedenti, che appartengono all’effimero e, se hanno un loro senso, non bastano certo ad elevare la qualità della vita. Che è fatta prima di tutto di lavoro, sostentamento, salute, servizi pubblici, come l’igiene, i trasporti e così via. Allora pensiamo a inaugurare il nuovo ospedale, dotandolo soprattutto di personale; attuiamo i progetti di investimento industriale già presentati per le aree siderurgiche da dismettere; risolviamo il problema Ilva; attrezziamo adeguatamente il polo universitario, il cui futuro è finora solo nelle belle parole degli addetti ai lavori; organizziamo finalmente una raccolta rifiuti da città matura… Vedremo come la qualità della vita migliorerà.

Oikos Mediterraneo: da giovedì 20, ‘Intrecci mediterranei’

18 Nov 2025

Oikos Mediterraneo, Centro per l’ecologia integrale del Mediterraneo, ha organizzato la III edizione di ‘Intrecci mediterranei’, che si terrà a Taranto dal 20 al 22 novembre, con il patrocinio del Comune di Taranto, e in collaborazione con la Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, l’Università degli studi Aldo Moro – Dipartimento jonico, il conservatorio Paisiello, l’Associazione dell’alto Egitto per l’educazione e lo sviluppo, Apri International, la Pontificia Università Antonianum, il Cuirif e il Diteim. I temi di questa nuova edizione saranno le donne, la pace e i giovani.

Questo il programma:

Giovedì 20 pomeriggio nell’aula 5 del Dipartimento jonico ci sarà una tavola rotonda su ‘Territori, professioni e istruzione a servizio della pace’ con ospiti internazionali quali: il prof. Julio César Alvear Castaneda, Universidad del Valle (Santiago de Cali, Colombia) esperto in processi di pace, Emad Daoud, rappresentate di Aueed, Associazione dell’Alto Egitto, e Giampaolo Di Marco, direttore di Confprofessioni; alle ore 19.30 nella chiesa San Pasquale sarà inaugurata la mostra di arte tessile delle donne dell’Alto Egitto ‘Treasures from Upper Egypt’, in cui saranno esposte opere provenienti dall’Alto Egitto, dalla città di Akhmim, dove è stato fondato un Centro per preservare le arti tradizionali della tessitura a mano e del ricamo, entrambe profondamente radicate nel patrimonio culturale della regione egiziana.

Venerdì 21 alla Camera di Commercio di Brindisi e Taranto sarà presentato il Manifesto per le donne ‘The wave of change for Mediterranean women’ e saranno realizzati dei laboratori con le scuole; nel pomeriggio (in Camera di Commercio) e la mattina del 22 (al conservatorio Paisiello) sarà realizzato un mini-hackathon mediterraneo, un laboratorio intensivo per proporre progetti innovativi per i giovani dai 18 ai 30 anni. L’obiettivo è invitare i giovani a proporre progetti capaci di generare valore sociale, culturale e ambientale per le nostre città, rispondendo ai bisogni del territorio. Le idee migliori potranno essere selezionate per attivare il primo Hub di Ecologia Integrale in Puglia, dopo averlo attivato a settembre scorso in Egitto. Sempre venerdì alle ore 19.30 nella chiesa san Pasquale si terrà il concerto ‘Musica e città per la pace’ insieme ad alcuni studenti del conservatorio Paisiello.

Sabato 22, nel pomeriggio, al conservatorio, saranno presentate le idee o i progetti selezionati per attivare l’hub di ecologia integrale; in questa occasione ci si collegherà con un gruppo di giovani dall’Egitto per presentare i percorsi che hanno attivato con l’hub Oikos Egypt. La serata si concluderà con la firma da parte dell’amministrazione comunale del patto di Castel Gandolfo, per costruire una rete di città che si impegnano per la pace nel Mediterraneo.

Fra Francesco Zecca, presidente di Oikos, afferma: “Questa III edizione di Intrecci Mediterranei rappresenta un momento importante perché ha l’obiettivo di attivare l’hub di ecologia integrale in Puglia, rendendo protagonisti i giovani che hanno idee o che stanno già promuovendo progetti di cura per il proprio territorio. Nello stesso tempo li connetteremo con altri hub di giovani che stanno nascendo nel Mediterraneo. Sarà una grande opportunità per generare una grande rete di giovani del Mediterraneo, che promuove la conoscenza, lo scambio e la contaminazione di progetti, e tutto questo mette le basi per una pace dal basso”.

Per info: info@oikosmediterraneo.it