Vita sociale

“Sottozona 32”: contro la cementificazione si è costituito il Comitato città sostenibile

14 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Le mire edilizie sulla cosiddetta “sottozona 32”, ovvero l’ampia area compresa tra il nuovo ospedale San Cataldo e Cimino, dove si vorrebbero creare nuovi insediamenti di varia natura, continuano ad alimentare un vivace dibattito tra la politica e la società civile. Contro il rischio di urbanizzazione di quella zona che, sorgendo a ridosso del Parco del Mar Piccolo (istituito di fatto ma ancora non concretizzato), dovrebbe conservare nel migliore dei modi la propria vocazione ambientale e paesaggistica, si è costituito in città un comitato, il “Comitato città sostenibile”, cui hanno aderito moltissime associazione e molti professionisti del settore, che parte da presupposti chiari: Taranto è una delle realtà più cementificate d’Italia, anzi d’Europa, e ha una popolazione, come del resto abbiamo rimarcato qualche giorno fa, in netto, continuo calo, ed ha anche migliaia di appartamenti vuoti che dimostrano in modo chiaro, che non c’è alcun bisogno di nuovo cemento.

Se in Italia la copertura artificiale di suolo arriva al 7% del territorio nazionale, quasi il doppio della media europea, a Taranto si arriva alla cifra iperbolica del 21% della superficie comunale, il che equivale al triplo della media nazionale, cinque volte il dato europeo. E nessuna presunta esigenza più spingere a nuove edificazioni, che del resto sono espressamente scoraggiate dall’Ue.

La giunta comunale, nei giorni scorsi, ha deciso di fatto una modifica della pianificazione, ritagliando la porzione che riguarda le strutture da edificazione in appoggio al nuovo ospedale, di fatto lasciando in sospeso le altre porzioni, ma anche questo provvedimento non viene ritenuto molto migliorativo, prevedendo comunque una urbanizzazione ritenuta inutile e inefficace.

Il comitato ha così individuato quattro direttrici fondamentali: respingere qualsiasi progetto che prospetti l’ulteriore espansione dell’abitato e l’edificazione di nuove aree; individuare all’interno della città già edificata gli spazi e i contenitori per lo sviluppo di nuove funzioni; tutelare il paesaggio, anche attraverso l’istituzione di aree naturali protette, adeguando il piano urbanistico alle previsioni del Piano paesaggistico territoriale regionale; pervenire nel più breve tempo possibile a un Piano urbanistico generale (PUG) indirizzato dal principio di consumo di suolo a saldo zero (obiettivo fissato dalla stessa Commissione europea).

“Nonostante la tendenza ormai consolidata al declino demografico (oltre quattordicimila abitanti in meno rispetto al 2013) – scrivono associazioni e professionisti che hanno costituito il comitato – i terreni edificati continuano ad aumentare anche nella nostra città e si progettano ulteriori colate di cemento. Un vero e proprio spreco di territorio a vantaggio di pochi e a danno della collettività. È necessario arrestare queste dinamiche: le energie e le risorse delle istituzioni pubbliche e degli operatori privati vanno rivolte al recupero ed alla rigenerazione dell’esistente e alla valorizzazione del paesaggio, a partire dagli immediati adempimenti previsti per il Parco Naturale Regionale del Mar Piccolo e dalla necessaria attenzione ad aree di interesse naturalistico come l’Oasi della Salina Piccola o la pineta in zona Blandamura”.

Al Comitato città sostenibile hanno finora aderito Arca Taranto; Arci AL42; Arci Futurja; Arci Gagarin; Associazione culturale Gruppo Taranto; Comitato Parco regionale del Mar Piccolo; Fillea Cgil Taranto; Forum Salviamo il Paesaggio – Taranto; Fucina 900; Italia Nostra – Taranto; Legambiente Taranto: Libera – Taranto; Lipu Taranto; Osservatorio permanente Salinella; Peacelink; puntapenna.info; SiAmo Taranto; Mario Carobbi (architetto); Assunta Cocchiaro (archeologa); Leo Corvace (ambientalista); Giovanni Fanelli (ricercatore Cnr Taranto); Rino Giangrande (presidente dell’Associazione interprovinciale Grande Salento); Massimo Prontera (architetto).

Sulla questione della sottozona 32, di grande importanza per il futuro della città, torneremo per approfondimenti.

Emergenze sociali

Grave decisione dell’ex Ilva, aspettando il governo sospende 145 aziende dell’appalto

12 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Si complica sempre più la vicenda ex Ilva che, nonostante le assicurazioni verbali e gli stanziamenti previsti dal governo Draghi, vive un momento di totale confusione sul proprio futuro. L’ultimo gesto compiuto da Acciaierie d’Italia, così come si chiama l’azienda dopo l’ennesimo rimescolamento, è quello di sospendere improvvisamente a tempo indeterminato e senza dare motivazioni, l’attività delle 145 imprese dell’appalto. Un gesto grave e consapevole, come dimostra l’immediata disattivazione del badge di ingresso in fabbrica dei lavoratori di queste ditte che resteranno tagliati fuori.

Nei giorni scorsi, Confindustria Taranto aveva quantificato gli arretrati nei pagamenti alle ditte dell’indotto e dell’appalto da parta di Acciaierie d’Italia in circa 100 milioni di euro. Molte ditte stanno per terminare gli ammortizzatori sociali, cosa che comporterà la cessazione di attività e quindi procedure di licenziamento.

Ricordiamo, inoltre, che nell’ex Ilva è da marzo scorso che é scattata la cassa integrazione straordinaria, per un anno, per un numero massimo di 3mila unità, di cui 2.500 a Taranto. Ma è dalla metà del 2019, cioè pochi mesi dopo il subentro alla gestione commissariale dell’amministrazione straordinaria, che l’ex Ilva è costantemente ricorsa agli ammortizzatori sociali.

“Si tratta di un gesto gravissimo che mette a rischio centinaia di posti di lavoro. La ricaduta occupazionale sarà massiccia. Se Acciaierie d’Italia e l’amministratore delegato Lucia Morselli pensano di utilizzare questa situazione per premere sul governo e cercare di ottenere le risorse del miliardo di euro del Decreto Aiuti, hanno sbagliato i conti e vedranno l’opposizione del sindacato!.
Così il segretario nazionale Fim Cisl Valerio D’Alò e il segretario generale aggiunto della Fim Cisl Taranto Brindisi Biagio Prisciano alla luce della comunicazione ricevuta questa mattina dalle organizzazioni sindacali, da Acciaierie d’Italia, con cui ha reso noto che da lunedì prossimo nello stabilimento siderurgico di Taranto sono sospese le attività di 145 imprese appaltatrici. La sospensione è a tempo indeterminato”.

D’Alò e Prisciano ritengono davvero singolare che questa stretta dell’azienda arrivi a poche ore dall’incontro che lunedì Fim, Fiom e Uilm avranno a Taranto con i parlamentari sulla situazione dell’ex Ilva. “Anche questa – aggiungono – è una forma di pressione, dal sapore di strumentalizzazione”.
Acciaierie d’Italia non ha fornito motivazioni sulla sospensione.

Emergenze sociali

Fuga dei cervelli e immigrazione: binari paralleli del disagio mentre le nostre città si svuotano

09 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Dal 2013 ad oggi la città di Taranto ha perso oltre 15.000 abitanti, quasi l’8% della sua popolazione, passando dai 203.257 di quel primo anno post-censimento, agli attuali 188.147. L’intera provincia in soli due anni di abitanti ne ha persi oltre 21.000. L’andamento appare, attualmente, incontrovertibile: il Sud si svuota molto più di quanto si svuoti il resto del Paese, che pure decresce, e questo comporta un generale impoverimento. Denatalità ed emigrazione si incrociano per far sì che la popolazione si contragga continuamente e di tale contrazione sono segnale evidente e indiscutibile le miriadi di annunci di vendita o fitto che campeggiano su tutti gli stabili della città e della provincia. Che cercano acquirenti e affittuari che, semplicemente… non ci sono.

Questi dati ci consentono di entrare facilmente nel capitolo delle emigrazioni, che il rapporto Migrantes ha descritto con precisione, chiarendo che al 1° gennaio 2022 i cittadini italiani iscritti all’Aire, cioè l’anagrafe degli italiani all’estero, erano infatti 5.8 milioni, quasi un decimo degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia. Ma ci sono moltissimi che sfuggono al censimento non essendo, per le loro specifiche situazioni, obbligati a iscriversi all’Aire. E non sono pochi

L’identikit di chi è espatriato l’anno scorso disegnato dalla Migrantes è preciso: prevalentemente maschio (il 54,7% del totale) e sotto i 35 anni (il 41,6%). Oltre frontiera viene spinto, soprattutto dalla ricerca di un lavoro stabile e redditizio, ma anche dalla speranza di una vita migliore, per la stagnazione italiana e per l’immobilità dell’ascensore sociale, un numero elevato di giovani che in patria non trovano un avvenire adeguato. Dal 2006 al 2022 la mobilità italiana è cresciuta dell’87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori e del 44,6% quella per la sola motivazione “espatrio”. Una emigrazione in crescita. Spesso chi parte non ritorna più perché le discriminazioni anagrafiche, territoriali e di genere verso i nati dagli anni 80 in su sono diventate insormontabili.

Il 47% degli emigrati partono dal Mezzogiorno, il 37% dal Nord Italia e circa il 16% dal Centro. Il 78,6% di chi ha lasciato l’Italia per espatrio nel corso del 2021 è andato in Europa, il 14,7% in America, più dettagliatamente latina (61,4%), e il restante 6,7% si è diviso tra continente asiatico, Africa e Oceania. Oltre la metà, quasi 3,2 milioni vive in Europa, il 40% (oltre 2,3 milioni) in America, centro-meridionale soprattutto (più di 1,8 milioni). Le comunità italiane all’estero più numerose sono, ad oggi, quella argentina (903mila italiani), tedesca (813.650), la svizzera (648.320), la brasiliana (527.900) e la francese (457.138).

Utile ricordare che gli immigrati in Italia, nello spesso periodo, sono 5,2 milioni, cioè meno degli emigrati, e che, pur necessari alla vita del Paese per il loro lavoro indispensabile (nelle industrie del nord, negli allevamenti del centro-nord, nelle campagne di tutto il Paese, nell’assistenza degli anziani nel ruolo di badanti), non importano la stessa professionalità. Se, infatti, molti sono rifugiati che hanno spesso un elevato titolo di studio, la gran parte è fatta di poveri, di contadini cui è stata sottratta la terra dall multinazionali o dalla desertificazione, e che non hanno istruzione.

Il saldo intellettuale è, quindi, molto negativo e, nonostante ciò, il lavoro professionale resta un miraggio per molti giovani laureati che si sono formati al Sud e che ci restano ancora “sperando” di trovare qualcosa. E in questo caso gli immigrati non hanno proprio nessun lavoro da rubare agli italiani!

Basterebbero questi dati per spiegare a chi governa il Paese che se il problema dell’immigrazione e quello della fuga dei cervelli si incrociano non sono comunque interconnessi. Non è vero, quindi, che gli immigrati rubano il lavoro agli italiani, ma anzi sono a noi indispensabili, e che i giovani non vogliono lavorare (e magari preferiscono il reddito di cittadinanza). Occorrerebbe una seria riflessione di tutta la classe politica che finora non ha saputo dare risposte al Paese che non ha bisogno di contrapposizione ideologiche, che guarda caso vanno sempre a danneggiare i più poveri, ma di scelte che puntino alla distribuzione della ricchezza, che pure in Italia è ingente, e che qualifichino la formazione e il lavoro che, negli ultimi trent’anni, sono stati fortemente penalizzati.

Otium

Un’antologia poetica in occasione dei 70 anni racconta l’itinerario di Gerardo Trisolino

07 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Gerardo Trisolino, noto saggista e poeta pugliese, ha voluto farsi un dono per i suoi settant’anni, dando alle stampe, per i tipi di Macabor, un’antologia delle poesie e della critica dal titolo significativo: “La poesia è una voce esile in esilio”.

un dono prezioso che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la sua fiducia nella parola poetica. Poteva avere, infatti, un’ampia scelta di testi e di cose su cui muoversi, perché egli è da sempre nel cuore della vita letteraria della Puglia e del Salento in particolare. Poteva selezionare un’ampia serie di suoi scritti critici e di piccoli saggi sugli autori e sulle scuole di cui si è occupato. Poteva riportare stralci della vasta corrispondenza che ha avuto, nel corso degli anni, con molti letterati e autori italiani e rifarsi ai dibattiti nei quali egli è intervenuto. Ma ha preferito concentrarsi sulla propria produzione poetica e sugli autorevoli interventi critici che l’hanno esaminata, approfondita, studiata.

È stata la scelta più giusta per un poeta che conosce il primato della poesia e sa quanto sia importante che le sue raccolte, più di ogni altra cosa, restino a futura memoria.

Del resto, il suo è stato un racconto multiforme in versi che, tra gli anni Ottanta e l’oggi ancora vitale, si è sviluppato coinvolgendo tutti i suoi interessi: la letteratura come rappresentazione della vita e della società, l’impegno civile e politico che lo ha sempre caratterizzato e che lo ha portato anche a svolgere attività politica ma anche la sua opera nel volontariato e nella promozione umana e sociale, la sua sensibilità poetica sentimentale, che egli racconta con sobria partecipazione, ma anche con commossa convinzione illuminando il mondo intimo, l’amore, l’affetto filiale e paterno.

E così, attraverso le sue tre raccolte di poesie, date alle stampe nell’arco di circa trent’anni, ha di fatto compiuto un unico racconto, pur caratterizzato da evoluzioni stilistiche, da sperimentazioni visive, ma sempre teso a una autenticità scevra da ipocrite superfetazioni.

Nella sua prefazione, Ettore Catalano, che conosce bene l’autore, sostiene che “Trisolino, passando dalla raccolta pubblicata da Lacaita nel 1987 (La cravatta di Stolypin), nella gloriosa collana diretta da Giacinto Spagnoletti (nella quale i suoi versi erano una sorta di macchina bellica contro le immagini di un Sud propagandate da un falso meridionalismo, contro le stupidaggini da cartolina di un Sud calligrafico e perfino di un Sud archetipico che, in una interpretazione sciatta del levismo veniva dipinto come un paese che difendeva la sua arretratezza), nella silloge intitolata suggestivamente Il giovane clochard (1996), prefata da Paolo Ruffilli, coniugava (…) un po’ tutte le corde della sua vena poetica (temi esistenziali, riflessioni ironiche sulla condizione dell’uomo moderno come es-sere umano e anche come poeta, il senso del tempo, del male, dell’assurdo, della malattia e della memoria)”.

Qui credo – prosegue Catalano – che sia possibile scorgere un possibile rapporto con la terza sua raccolta, Odio Ménière: il poeta avverte di star vagando nel mare magnum di una modernità confusa e disorientata, alla ricerca di una sua rappresentazione emblematicamente poetica. Io coglierei qui, come ho già scritto analizzando i versi di Odio Ménière, la sofferta consapevolezza di un mondo sul punto di precipitare, vertigini e allucinazioni acustiche che servono a definire il profilo magmatico di un mondo in cui rischiano di scomparire parole percepibili e dialoghi credibili, un pianeta disumanizzato e robotizzato dove anche le superstiti emozioni dell’amore si configurano come insopportabili fatiche”.

Scegliamo, per concludere, tra le tante poesie, questa rappresentativa del suo modo di raccontare se stesso e il mondo intorno a sé, con la contezza della propria scelta esistenziale.

Tra le pietre della periferia

Di questo giorno è rimasto appena

un coriandolo imbrigliato al filo della luce.

Siamo rimasti chiusi in casa

giusto il tempo per accorgerci che non c’era più neve.

Abbiamo anche pensato di deporre le maschere

di conservarle intatte per il prossimo anno.

Avremmo desiderato rincorrerci

tra le pietre di questa periferia

lasciando al sole il compito di scoprirci

anche laddove non eravamo.

Il gioco poteva soddisfarci:

qualche fosso saltato

un po’ di rosmarino colto dalle siepi

uno sguardo sempre più sicuro

i campi di grano dove poterci nascondere

a fare l’amore.

Così cominciammo a guardarci con più certezza

imparammo così a chiamarci con un cenno

per la distanza di dopo

valutammo il pericolo dei pozzi seminati per terra.

(Da lì i nostri sogni presero forma)

Teatro

Sulle orme di Francesco… custodi del Creato: messaggio ecologico dal teatro scuola

07 Nov 2022

Sulle orme di Francesco… custodi del Creato”. È il titolo dello spettacolo musicale che sarà portato in scena mercoledì 9 novembre, alle ore 20 all’Auditorium Tarentum, dagli studenti dell’Istituto comprensivo Moro-Leonida di Taranto. Protagonisti dello spettacolo, gli alunni e i genitori dei percorsi Pon avviati nell’anno scolastico 2021-2022 e portati a termine in questi ultimi mesi.

Con questa rappresentazione musicale – sottolinea la preside, Loredana Bucci – i ragazzi hanno approfondito il pensiero di Francesco e il suo principio sulla custodia del creato, facendo proprio il rispetto dell’ambiente, che non viene difeso, le cui conseguenze sono la modifica da parte dell’uomo della realtà che gli sta attorno provocando a volte danni irreparabili”. Il teatro è parte integrante dell’offerta formativa all’Istituto.

La sezione “Danza, canto, arte, musica, spettacolo e inclusione” rappresenta infatti da sempre la specificità e la caratteristica innovativa della comunità scolastica, un contesto che punta allo sviluppo dei processi di insegnamento-apprendimento, che permette al sapere umanistico di transitare in saperi plurimi, compresi quelli scientifico-ambientali e con essi di unirsi in una perfetta simbiosi verso l’acquisizione di competenze composite e armoniose. Il teatro facilita l’immedesimazione e quindi la comprensione e l’interiorizzazione di temi attuali, guida i ragazzi a mettere in gioco fattori personali come di solito non accade in aula, costituendo un’occasione importante non solo per la loro crescita, ma anche per gli insegnanti che spesso scoprono qualità inattese negli allievi. Il teatro sopravvive ai cambiamenti sociali e tecnologici grazie alla sua natura onnivora. Esso trova la sua ragion d’essere nella contemporaneità e per questo motivo non può non relazionarsi con i temi importanti come quelli legati alla sostenibilità ambientale.

Fare coro – sottolinea Loredana Bucci – significa intonarsi, armonizzarsi e condividere noi stessi con gli altri. La musica, attraverso la propria voce, diviene il tramite indispensabile per esprimere noi stessi e strumento di conoscenza delle caratteristiche altrui. Far musica d’insieme induce un forte senso di comunità e di appartenenza ed è questo il traguardo a cui ambisce la nostra scuola, poiché cantare insieme significa lavorare insieme individualmente, nel rispetto del ruolo assegnato all’interno di un gruppo e nell’obiettivo di un risultato comune in una piena condivisione di intelligenze, sensibilità e talenti. Fare arte significa lavorare all’interno di un macro gruppo per poi arrivare al piccolo gruppo, per un progetto comune che mira ad ottenere un maggior coinvolgimento emozionale”.

Arte e creatività sono al servizio della scuola Moro-Leonida non per creare degli artisti, ma per agevolare i ragazzi nella “progettazione e creazione”, nel senso più ampio del termine, nella capacità di risolvere i problemi con pensiero critico e divergente.

I progetti Pon Teatro sono stati portati a termine con successo anche grazie all’impegno delle docenti esperte Lucrezia Costantino, Cristina di Nunzio, Rosanna Marzo, Felicia Salinari, Marianna Ortelli e Daniela Lippolis.

Emergenze sociali

Ladri nella biblioteca Marco Motolese: un furto che colpisce tutta la comunità

05 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Non si aspettava di certo che la “sua” biblioteca messa su in tanti anni di assiduo lavoro di volontariato, al servizio del quartiere Tamburi e di tutta la città, sarebbe stata oggetto dell’attenzione dei ladri e per questo vuole fermamente credere che i ladri, che hanno portato via il computer, alcuni mobili e suppellettili e una stufa, siano venuti da “fuori”. Ma anche se così fosse il gesto esecrando non cambia molto la sostanza delle cose. La biblioteca Marco Motolese, che Carmen Galluzzo Motolese, già consigliera comunale, docente e operatrice culturale, ha voluto creare con l’omonima associazione in un quartiere difficile come Tamburi, è da anni un presidio sociale e culturale. Coraggiosamente si batte per promuovere l’attenzione al territorio e ha raccolto oltre 20.000 volumi che sono a disposizione di tutti, ma quotidianamente svolge attività di promozione e di informazione.

I ladri che sono penetrati dall’esterno, forzando una finestra, non hanno toccato i libri. Un disinteresse significativo, una sorta di provocazione al contrario. Hanno portato via ciò che potevano smerciare in fretta o utilizzare direttamente, e certamente con i libri non hanno grande familiarità. Più che il danno economico della refurtiva (pur consistente), colpisce l’arroganza di un gesto che diventa simbolico di una violenza che non risparmia chi si batte per il progresso e la promozione umana. Del resto i meno giovani ricorderanno come, proprio ai Tamburi, anni fa venne completamente rasa al suolo un’altra struttura culturale realizzata dal Comune di Taranto quasi a rappresentare il rifiuto di presidi della legalità in un quartiere che fu al centro, come altri quartieri periferici, di una faida sanguinosa nella malavita locale.

Ma non vorremmo che tanti episodi di violenza che si stanno registrando in città negli ultimi giorni, come l’atto vandalico di una baby gang nei confronti di un bus urbano o i danneggiamenti ad auto di carabinieri fossero segnali di una ripresa di quella microcriminalità che, negli anni Ottanta, fu il terreno di coltura della nuove bande che sconvolsero la vita cittadina nel decennio successivo. È necessario intervenire, evidentemente, per prevenire lo sviluppo di una cultura della violenza, alimentata anche dall’indebolimento dei presidi democratici (a cominciare della scuola, sempre più marginalizzata), di un indebolimento dei principi di convivenza che coinvolge tutto il mondo ma sicuramente anche il nostro Paese, e che ha molte forme di manifestazione, e cresce nell’esaltazione delle differenze e nel disagio. Lo hanno sottolineato in questi giorni, anche il procuratore minorile, Antonella Montanaro, e l’assessore ai Servizi sociali, Luana Riso.

Carmen Galluzzo ora rivolge un appello alla comunità:ho donato lavoro e volontariato, ho dedicato al quartiere Tamburi la mia vita credendo di poter sostenere i ragazzi nella loro crescita, non solo culturale, ma soprattutto quella umana e ricca di valori. Malgrado questo duro colpo, resisteremo e continueremo a lottare per un altro mondo. E ci sentiremmo più forti se potessimo sentire una solidarietà della comunità che ci permetterebbe di avere un riconoscimento per andare avanti nel nostro lavoro culturale militante. Per ricomperare ciò che ci hanno tolto serve l’appoggio tutti.  Per questo chiediamo alla nostra comunità ai nostri sostenitori a coloro che credono nel nostro lavoro un sostegno. Grazie alla vostra solidarietà potremmo trasformare un momento di debolezza in un momento di forza superando in poco tempo i danni subiti ricomprando quanto ci è stato rubato”.

Formazione

Scuola, sport, politica: troppa confusione tra educazione, repressione e ambizione

04 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Tanti strani segni ci vengono dalla cronaca e dalla politica in questi giorni. Soprattutto sul piano educativo. Se è opportuno punire severamente, ad esempio, gli abusi e le molestie compiute dagli insegnanti nei confronti degli alunni, ci pare esagerato l’allarme e l’enfasi che viene dato alle denunce delle ginnaste di ritmica. Hanno improvvisamente scoperto, anche dopo importanti successi sportivi, di essere state vessate e sottoposte a un regime repressivo per mantenere la forma: dieta ferrea, rimproveri continui, disciplina ossessiva, obbligo, per le donne, di indossare fasce di contenimento per il senso. Ma non sono una novità: tutte le discipline sportive comportano obblighi impliciti per chi voglia avere successo, soprattutto nell’atletica, leggera o pesante che sia, nella ginnastica, artistica o ritmica, nel nuoto sincronizzato, ma un po’ in tutte le discipline. La stessa cosa avviene, più o meno, anche per la danza classica. Quello che invece non comprendiamo è proprio: come si faccia a scegliere di praticare discipline così rigide se non si ha voglia di pratiche inumane. Perché secondo noi sono pratiche inumane quelle che si attuano, ma che vengono volontariamente accettate da chi fa sport con la precisa idea di primeggiare, di avere successo. Come si possono fare acrobazie in sovrappeso? Neppure i calciatori vengono impiegati in squadra se hanno messo su chili, non parliamo dei pugili che devono obbligatoriamente rientrare nel peso a qualsiasi costo.

Ci chiediamo ancora: perché non hanno rinunciato alla carriera se era così dura? Potevano scegliere di praticare sport alla de Coubertin, se volevano solo essere in forma. La ginnastica ritmica e altre discipline similari sono note per la maniacalità che impongono e che, a nostro parere, incide anche sull’equilibrio mentale. Ma che sono scelte liberamente.

Poi scopriamo e vediamo le immagini del padre-allenatore che picchia selvaggiamente la figlia quattordicenne tennista perché compie degli errori e capiamo che l’assillo del successo è una sorta di malattia sociale diffusa. E ricordiamo, così, quando abbiamo assistito a partitelle di calcio tra minori che vedevano i genitori inveire selvaggiamente se qualcosa limitava le “prestazioni” dei propri figli, tutti candidati a diventare nuovi Maradona, arrivando alla violenza.

Insomma: anche tanta passione che nostri colleghi giornalisti dimostrano nel raccontare episodi che si incrociano con pagine politiche non proprio costruttive, togliendole la precedenza, meriterebbe riflessioni più attente.

Ma per fortuna capita di assistere anche alla maturità di qualche genitore che si rende conto che difendere a oltranza i propri figli, sempre e senza condizioni, è un errore. Mi riferisco a quanto accaduto a Pontedera, dove un professore ha colpito con un pugno l’allievo che lo irrideva ed è stato sospeso. Ebbene: la madre di quell’alunno, lungi dal rincarare la dose contro l’insegnante, ha ammesso che suo figlio ha sbagliato e che va punito.

Ecco, finalmente, un esempio di chiarezza educativa!

L’aria di repressione che gira in questi giorni non ci piace. Non ci piace la legge anti-rave non perché giustifichiamo i rave che sono raduni spesso organizzati dai trafficanti di droga, ma non ci piace il fatto che invece di colpire i rav (già vietati per legge) si colpiscono tutti gli assembramenti di ogni tipo. Non è una svista quella compiuta dal governo e lo dimostrano le dichiarazioni del deputato di FdI Mollicone, secondo il quale il decreto deve essere usato anche contro le occupazioni, e fa escplicito riferimento ai centri sociali ma non a Casapound.

Otium

Mario Desiati, Tommaso Anzoino e Mara Venuto
nell’ultimo numero della rivista “Il sogni di Orez”

03 Nov 2022

Lo scrittore martinese Mario Desiati, recente vincitore del Premio Strega con il romanzo Spatriati edito da Einaudi, assieme agli scrittori Gianrico Carofiglio, Laura Fusconi e Federica De Paolis sono i quattro autori cui è dedicata la copertina del terzo numero del trimestrale di narrativa “Il sogno di Orez” e sono, quindi, gli autori ai quali vengono anche dedicati servizi di approfondimento. In particolare, Mario Desiati è intervistato dal giornalista e scrittore Silvano Trevisani, che è anche responsabile della rivista, al quale rivela: “Quando cominciai a scrivere avevo in mente solo Claudia, era la spatriata attorno a cui si sarebbero mossi gli altri spatriati della storia. Ma mancava la voce, a lungo ho vagato alla sua ricerca, finché non ho trovato quella di Veleno che avevo usato in altri libri. Sicuramente sono una persona molto diversa da quando ho cominciato a scrivere nell’ottobre del 2015”. E ancora: “Ho dedicato il premio alla nostra letteratura. Non potevo citare tutti gli autori che nomino nella Stanza degli Spiriti, l’ultimo capitolo di Spatriati, e ho scelto Maria Teresa di Lascia perché non potè ritirare lo Strega, mentre Alessandro Leogrande, pur scomparso a quarant’anni, era già un maestro e un mio caro amico. Ho citato loro ma c’erano anche poetesse e narratori, pensatori e scrittrici che hanno reso la nostra letteratura unica, meno letta e conosciuta di altre, ma non per questo meno nobile”.

È la poetessa e redattrice Marta Celio, invece, a occuparsi del romanzo dello scrittore e giudice barese Gianrico Carofiglio “La disciplina di Penelope.

Nella rubrica delle recensioni, inoltre, ampio spazio viene dedicato al romanzo postumo di Tommaso Anzoino “Storie di mezza giornata”, edito da Antonio Mandese editore. Il romanzo, che è singolare sia per lo stile della narrazione, un flusso di coscienza che accantona regole sintattiche e punteggiatura, sia per il montaggio, essendo il racconto affidato a diversi narratori, pur perseguendo una unità sostanziale di azione, è uscito dopo la scomparsa di Anzoino, dirigente scolastico dai trascorsi anche politici, che aveva all’attivo varie opere di narrativa, saggistica (tra cui un interessante volume su Pasolini contenente un’intervista e alcune poesie inedite) e anche di poesia.

Da segnalare, nella rivista, il racconto inedito di Alessandro Tessari. “Suicidio alla carbonare” e vari saggi e stralci su Silone, Grisham, le foibe (di Bonifacio Vincenzi), Amal Bouchared, Svevo e il giovane Montale (Pino Corbo). Tra gli altri contributi il racconto “Febe” della poetessa tarantina Mara Venuto.

Letteratura

Alla poetessa tarantina Paola Mancinelli il premio di poesia Circolo Parasio di Imperia

31 Ott 2022

La poetessa tarantina Paola Mancinelli, con “Poesia e svelamento” ha vinto la nona edizione del Concorso Internazionale di Poesia organizzato dal Circolo Parasio di Imperia che ha visto concorrere autori da tutto il mondo, anche dalla Russia e che intende aprirsi ulteriormente all’est europeo. La cerimonia di consegna dei premi si è svolta nel salone delle conferenze del Monastero di Santa Chiara al Parasio di Porto Maurizio. “Per il Circolo – ha dichiarato la presidente Simona Gazzano – significa emozione ed orgoglio. L’emozione deriva dal constatare come il bisogno di fare poesia non venga mai meno, anzi, sembri aumentare esponenzialmente con il tempo che passa. Un’edizione che ci targhetta verso l’anniversario tondo dei 10 anni in concomitanza, una bella concomitanza, con il centenario della città di Imperia”.

L’attore Antonio Carli ha recitato per i presenti i testi premiati mentre al pianoforte, mentre la maestra Luisa Repola ha regalato momenti musicali di grande piacevolezza.

Oltre ai premiati, per la prima volta quest’anno è stato assegnato un premio alla carriera “Parasio Poesia”, che è andato al poeta Beppe Mariano. La giuria di qualità era presieduta da Gabriele Borgna, presidente onorario Giuseppe Conte.

Questo l’elenco dei premiati

1° posto: Paola Mancinelli con “Poesia è svelamento”

2° posto : Giancarlo Stoccoro con “E’ smarrita la pratica del riconoscimento dei volti”

3° posto: Valentino Fossati con “Cimitero, pendio sul fondovalle”

Menzioni d’Onore (ex aequo)

Claudia Di Palma con “Achille”

Monica Guerra con “Stanotte scende a morsi l’Eden”

Dario Marelli con “Comparse”

Giulio Medaglini con “L’altro me”

Daniela Pericone con “Le ombre danno alla città”

Annalisa Rodeghiero con “Tra le due rive”

Stefano Vitale ” E tu pendevi”

(La foto è di Francesco Lotito)

Ecclesia

A colloquio con Orazio Coclite, la “voce” Rai che entra nelle case con gli eventi religiosi

31 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Vi è mai capitato di incontrare un voce? Beh, sicuramente vi capita molto spesso di “riconoscere” le voci, di persone, anche lontane, autorevoli o pubbliche. Presentatori, attori, politici, o doppiatori che si identificano coi miti del cinema. Ma “incontrare” quella voce e comprendere che dietro c’è una persona con tutti i suoi valori, una storia con tutta la sua esperienza, accade molto raramente. Ebbene, a quanti ascoltano le trasmissioni di celebrazioni religiose, le Sante Messe trasmesse in tv, le liturgie presiedute dal Papa, come la seguitissima Via Crucis del Colosseo, la voce di Orazio Coclite sarà divenuta sicuramente familiare. Una voce profonda, melliflua, che espone i commenti liturgici in una forma intensa, coinvolgente, che San Giovanni Paolo II definì: “Un dono di Dio” e in quanto tale “da mettere al servizio degli altri”.

In questi giorni Orazio Coclite, giornalista di Radio Vaticana prestato alla Rai, è a Taranto per commentare le Sante Messe celebrate nella Cattedrale di San Cataldo e trasmesse da Rai Uno. La prima, presieduta dall’arcivescovo Filippo Santoro, è stata celebrata domenica scorsa, la prossima sarà celebrata dal parroco della Cattedrale, monsignor Emanuele Ferro, la mattina della festa di Ognissanti.

Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo e scambiare con lui qualche battuta.

Quali segni offrono a suo parere, la Cattedrale e il cappellone, della religiosità locale?

Devo dire che questa mattina ho voluto visitarla da solo per osservarla con più attenzione e mi sono reso conto che la bellezza di questa cattedrale è qualcosa di straordinario. Ho visto che la chiesa ha diverse fasi e molti rimaneggiamenti. L’ubicazione sorprende, per com’è compressa nella città vecchia, non godendo di una vasta piazza davanti alla facciata, però è di una bellezza rara e devo dire che, assieme a Taranto, andrebbe scoperta nella sua integralità. Anche la scalinata e la chiesa di San Domenico sono sorprendenti e vedo che ci sono molti turisti per le strade, questo porta a dire che la cattedrale andrebbe valorizzata ancora di più. Ma che anche la fede andrebbe maggiormente manifestata dalla gente.

Pensa che l’isolamento della città, come di tutto il Sud, nel corso dei secoli, abbia nuociuto alla sua valorizzazione? Quanto al santo patrono, Cataldo, il cui culto era molto diffuso tanti secoli fa, le risulta, per le sue conoscenze, che sia sufficientemente conosciuto?

Devo dire, a questo proposito, che di solito, dopo la mia diretta, ricevo una marea di messaggi da parte di ascoltatori che commentano, in genere, la celebrazione, la liturgia, i canti, i luoghi… Ebbene, molti sono rimasti impressionati dalla bellezza dei luoghi che la regia ha valorizzato e si sono ripromessi di venire a vedere la Cattedrale e il cappellone. Posso ancora dire, come testimonianza, che tutta la celebrazione è stata molto apprezzata. Per quanto riguarda il santo… molti si chiedevano, e ci chiedevano, notizie, non avendolo mai sentito… però, come mi diceva Giovanni Paolo II, che per me è stato un grande maestro: “Non fare mai graduatorie di santi, perché sono tutti uguali”.

Devo anche confessare che, fermatomi a pregare un po’ di tempo davanti alla sua statua d’argento, ho visto sfilare gente, ma attratta dalla bellezza dei luoghi legati al santo, che forse non conoscevano. Quando mi sono inginocchiato a pregare mi guardavano come per chiedermi che stessi facendo, come se quello fosse solo un luogo museale. Forse il fatto di essere meridionali (io stesso sono calabrese e quindi legato a san Francesco di Paola), ci ha un po’ tagliati fuori, ci ha reso più dimessi. Ma ciò non capita certo a San Giovanni Rotondo.

Che effetto le fa entrare nelle case della gente? Ne sente la responsabilità?

Certo. So benissimo di entrare nelle case delle persone malate, dei sofferenti, di anziani immobilizzati… e so che devo saperci entrare, in punta di piedi, con grande responsabilità. Noi uomini di Chiesa dovremmo tutti essere consapevoli della nostra missione e guardare con attenzione costante e tanta fede al compito che ci attende. Dando il primato al “messaggio” e svolgendo il nostro lavoro con misura e sobrietà.

Hic et Nunc

Da programmi e propositi del governo solo segni negativi per i poveri e il Sud

26 Ott 2022

Di solito si giudicano i fatti e non le parole. Ce lo ha insegnato Nostro Signore e ce lo conferma l’esperienza. Ma anche le parole hanno il loro peso soprattutto se illustrano programmi politici e se le esprimono governanti. Lungi da noi esprimere giudizi meramente politici, anche per la consolidate conoscenza dei meccanismi della politica e della trasformazione delle ideologie in personalismi (che ha colpito un po’ tutti i partiti), ma vi sono dei punti che vanno chiariti subito e riguardano i programmi che si intendono assumere nei confronti dei poveri e del Sud, perché le premesse non sono delle migliori.

E non ci riferiamo alle infelici parole di Crosetto che, per giustificare l’impianto eolico di Taranto, ha definito il nostro porto “il posto più brutto del mondo”, non avendo il mente, evidentemente, luoghi come le favelas o i lager della Libia, dove sono sempre i più poveri del mondo a pagare. Voleva dire che il porto di Taranto è brutto perché dietro c’è l’Ilva, ma appunto sull’Ilva né lui né nessuno del governo ha speso una parola.

No, ci riferiamo ad altro: alla ventilata abolizione del reddito di cittadinanza, al blocco delle navi che salvano i migranti in circa di una vita, all’idea di promuovere sempre i più ricchi e gli evasori, con provvedimenti come l’innalzamento della flat tax del 15% alle partite Iva fino a 100.000 euro, e niente invece per i redditi dipendenti; o all’idea di innalzare i pagamenti in contanti a 10.000 un vero stimolo all’evasione e al nero, poiché tali pagamenti sfuggirebbero a ogni controllo quando invece proprio la limitazione del contante è stata una delle poche armi valide contro l’evasione. Insomma: sempre a favore dei ricchi. Anche la flat tax per il lavoro incrementale sembra una presa in giro, come dire: se volete non pagare ancora più tasse dovete lavorare di più!

La lotta contro il reddito di cittadinanza è un attacco diretto contro il Sud basato su una campagna di menzogne, secondo le quali i giovani preferiscono ricevere il reddito piuttosto che lavorare! Una vera sciocchezza perché nessun giovane che non sia capofamiglia e che non riesca a mettere insieme un seppur minimo stipendio riceve l’assegno che, per il 75% va a persone assolutamente non abili al lavoro. La Chiesa, a tutti i livelli, difende per questo il reddito che è odiato da chi vorrebbe utilizzare quei soldi solo per aiutare i più ricchi. Attraverso l’ennesimo condono, ad esempio. Qualcuno replicherà: ma si vuole togliere il reddito per offrire lavoro. Bene! Allora: prima si crei il lavoro e poi si toglie il reddito a chi dei percettori può lavorare.

E l’evasione fiscale? Nessuno la vuol combattere veramente. Lo sappiamo tutti che lo Stato incentiva l’evasione, e lo fa, ad esempio, permettendo a tutti i medici di chiedere al paziente: “Come paghi? Perché se paghi in contanti sono 100 euro, se paghi con la fattura sono 150 più Iva”. E tutti paghiamo in contanti perché la fattura ci farebbe recuperare meno di 30 euro dalla dichiarazione dei redditi”. E così fanno tutti gli autonomi, avvocati, artigiani e le partite Iva che ora si vuole ancora sostenere e che, cono tutto il rispetto per la loro preziosa attività, di ulteriori aiuti non hanno bisogno. Non più dei poveri, comunque, che ora sono 5 milioni! I governi, questo come il precedente, lo sanno benissimo ma non intervengono perché quasi il 50% degli italiani evade il fisco, mentre il Paese è retto dai più poveri, i dipendenti, compresi i percettori di reddito di cittadinanza.

E che dire dell’ennesimo condono? La solita beffa a favore dei più furbi.

E il Sud? Tante belle parole, ma per quanto riguarda i progetti abbiamo sentito parlare solo del ponte sullo Stretto di Messina e di un paio di strada completare.

Se così stanno le cose, per ora non siamo per niente d’accordo e forse non lo sono anche molti di coloro che hanno votato per questo governo. Ma siamo disposti a ricrederci pubblicamente se vedremo che non saranno sempre gli ultimi, i poveri, di diseredati, i disoccupati, i disperati che fuggono dalle guerre e dalla miseria a pagare. A proposito: tra i migranti più numerosi, in questi mesi, ci sono quelli provenienti dall’Afghanistan: un Paese che noi abbiamo contribuito a mettere a soqquadro con la scusa di aiutare a esportare la democrazia, e che ora sta molto peggio di prima.

Otium

Inaugurato il Mudit, museo che raccoglie e propone la memoria dei tarantini illustri

24 Ott 2022

di Silvano Trevisani

Col taglio del nastro da parte de sindaco Rinaldo Melucci e la benedizione dell’arcivescovo Filippo Santoro è stata inaugurato il Mudit, il Museo degli illustri tarantini, allestito nel tratto della Masseria Solito sopravvissuto alla cementificazione selvaggia del suolo cittadino, in via Platea. A circa dodici anni dall’avvio della campagna, condotta da un gruppo di intellettuali, riunitisi poi attorno al Centro studi Cesare Giulio Viola e soprattutto dal quotidiano cittadino “Corriere del giorno” che impedì la demolizione e avviò una battaglia a sostegno della salvaguardia della masseria, l’idea di dedicare il ristrutturato fabbricato alla memoria dei tarantini illustri, diventa ora una realtà.

Il Mudit, che è stato visitato da tanti operatori culturali, rappresentanti politici e semplici cittadini, vuole diventare un punto di riferimento per attività e incontro, disponendo di una sala attrezzate per visionare le schede realizzate con il contributo di tanti studiosi volontari, di una sala biblioteca munita di computer, una piccola sala conferenza e un bar. Il Mudit sarà gestito dalla Cooperativa Museion, che gestisce tante altre strutture analoghe, che si è aggiudicata il bando insieme con la ditta che ha eseguito i lavori di ristrutturazione.

Rivolgendosi al numeroso pubblico presente, l’arcivescovo Filippo Santoro ha sottolineato l’importanza di un progetto che valorizza la vita delle persone che hanno dato lustro e hanno approfondito la riflessione sulle circostanze storiche in cui Taranto vive. “L’aspetto più significativo – ha detto – è proprio quello di coltivare la memoria e di mantenerla come un’eredità preziosa per i nostri posteri. Io, inoltre, sono stato interpellato dal Centro di cultura proprio perché c’è una sezione che riguarda i religiosi illustri della nostra città, che quindi riconosce il valore della fede, della vita cristiana, della cultura, della tradizione cristiana, di tutto quel complesso che dà significato, luce all’esistenza. Perciò è molto importante un luogo come questo”. “La cultura – ha aggiunto – non è qualcosa di impalpabile, ma che si deve poter vivere e toccare, nei libri nei documenti ma anche in luoghi come questi che sono segni di un passato, di una ricchezza della tradizione che tocca e sostiene le ragioni della speranza in questo tempo difficile che stiamo vivendo. Ma luoghi come questo dimostrano che non siamo spesi nel nulla. La vita a Taranto ha retto anche grazie al ruolo della cultura, e anche questi momenti difficili noi riusciremo a sostenerli”.

Il sindaco Melucci ha affermato, da parte sua:

“Vorremmo che questo museo fosse qualcosa di vivo, che trasmette ai giovani di questa comunità un senso rinnovato di appartenenza alla città e alle cose grandi che prima di noi sono state fatte. Poiché siamo stati una città che ha fatto grandi cose e che ora sta recuperando il suo smalto grazie anche a tanti soggetti e istituzioni. Verrebbe da dire: tenete stretta questa struttura perché sia viatico per una comunità migliore. Un luogo della città, per la città che vuole raccontare una comunità diversa, più coraggiosa specie ai nostri giovani”.

Dopo gli interventi dell’assessore alla Cultura, Fabiano Marti, e del presidente del centro Viola, Enrico Viola, vi è stato un intervento musicale degli allievi del Conservatorio Paisiello. In serata, concerto organizzato dall’Orchestra della Magna Grecia.