Dipartita

È tornato alla casa del Padre p. Pasquale Montanaro dei Minimi di S. Francesco di Paola

25 Dic 2025

Apprendiamo da una nota del Santuario Regionale di San Francesco di Paola che “nella notte del 24 dicembre 2025, è volato serenamente in cielo padre Pasquale Montanaro, fedele servo del Signore, religioso e sacerdote dell’ordine dei Minimi, nativo di Sessa Aurunca (Ce) e membro della comunità religiosa del Convento di Catona. Preghiamo per lui, ringraziando il Signore per l’edificante testimonianza di questo nostro confratello”.

Ricordiamo che padre Pasquale ha lasciato un significativo ricordo anche a Taranto, dove ha fatto parte per vari anni della comunità dei padri minimi consegnando non soltanto una significativa testimonianza del suo impegno  religioso e pastorale come parroco dal 2001 al 2007, ma anche un segno del suo impegno culturale con la monografia storica scritta e pubblicata insieme a Rosario Quaranta nel 1981: “San Francesco di Paola in Taranto. Vicende della Chiesa e del Convento dal 1530 al 1980”.  Sempre a Taranto organizzò  nel 2005 un  interessante incontro culturale su “San Francesco di Paola e Taranto”, con la partecipazione di Nicola Caputo e Benedetto Mainini.

Padre Pasquale successivamente si stabilì per molti anni come missionario in Brasile prodigandosi lodevolmente nel nuovo impegno. Tornato in Italia, dopo una breve permanenza a Grottaglie, passò nel convento dei minimi di Catona, nei pressi di Reggio Calabria dove il giorno 26 dicembre si è tenuta la celebrazione delle sue esequie.

Città vecchia

Così sarà la nuova piazza Castello Poi toccherà a piazza Fontana

19 Dic 2025

di Silvano Trevisani

Un volto nuovo per la Città vecchia. È quanto si propone il progetto di rigenerazione urbana che, partito dal 2018, prosegue entrando ora in una nuova fase esecutiva. Ancora non completamente smaltito il dibattito che aveva caratterizzato la fare progettuale, con le prese di posizione nette contro alcuni interventi, come quello riguardante piazza Fontana, in cui insiste la fontana di Carrino, e che vide una vera a propria sollevazione di associazioni culturali, ora con la giunta Bitetti si dà un’accelerata alla realizzazione delle opere fondamentali che riguardano: 1. Riqualificazione Piazza Castello; 2. Riqualificazione e recupero delle pavimentazioni storiche di Via di Mezzo e via Duomo; 3. Riqualificazione di Piazza Fontana; 4. Ripristino e rifacimento della pavimentazione in basolato di Largo Arcivescovado; 5. Nuovo Waterfront di via Garibaldi; 6. Restyling delle Mura Aragonesi: 7. Realizzazione della linea BRT; 8. Sostituzione del Ponte Girevole.

Anche piazza Fontana, quindi, sarà oggetto di rifacimento, ma non sappiamo ancora se le osservazioni, contenute in un documento sottoscritto da intellettuali e associazioni, furono tenute in conto oppure archiviate.

Il rifacimento di piazza Castello è oggetto ora dell’informativa diffusa dall’Amministrazione. Il finanziamento risale alla delibera Cipe n. 10/2018 – piano operativo cultura e turismo (fondo sviluppo e coesione 2014-2020) elaborato da un gruppo di progettisti e affidato alla i.RES. S.r.l – Infrastrutture & Restauri di Venafro (Isernia), per un importo di circa 2 milioni di euro.

Proprio da un progetto di Nicola Carrino prenderebbe ispirazione, apprendiamo, il disegno della nuova piazza, così com’è spiegato nella scheda progettuale: “Il progetto prende ispirazione dall’intervento progettuale di Nicola Carrino (si tratta di un disegno progettuale conservato nella collezione del Crac Puglia, ndr) che rappresenta un’ipotesi di riassetto dell’area attigua all’antico Tempio Dorico nel quale le colonne diventano il cuore compositivo dello spazio. Disposte in modo da creare una forma ellittica, riorganizzano l’intero ambiente grazie a un fondale circolare che trasforma lo spazio in una sorta di scena architettonica. Si genera, così, un’ampia area pedonale a servizio degli edifici pubblici che vi si affacciano quali il Municipio e il Castello Aragonese”.

Il progetto prevede la creazione di un’area pubblica caratterizzata da una spiccata integrazione tra spazio pubblico, presenze storico architettoniche e paesaggio naturale: è quello che il progetto si propone attraverso l’ampliamento delle aree pedonali, la riorganizzazione della viabilità e la realizzazione di nuovi giardini. Sono cinque giardini tematici che dialogano tra loro e con le emergenze storico-architettoniche. I toponimi pescano nel mito: il Giardino di Falanto, concepito come nuova piazza istituzionale affacciata sul Municipio e sul Castello, ispirato agli studi di Nicola Carrino sulle colonne doriche; il Giardino dei Taras, che funge da filtro verde tra la viabilità e l’area pedonale; e il Giardino degli Ulivi, spazio più raccolto dedicato alla sosta e alla socializzazione, caratterizzato dal recupero delle basole storiche rinvenute sotto le pavimentazioni esistenti.

Spiccano, di fronte a Palazzo di città, i giochi d’acqua ai quali si augurano un destino migliore rispetto a quelli realizzati una ventina d’anni fa sull’affaccio a Mar Grande, sugli spalti sottostanti la Ringhiera.

Emergenze sociali

Cnel: i giovani scappano dall’Italia, inseguendo il lavoro e una vita migliore

18 Dic 2025

di Silvano Trevisani

Secondo l’ultimo rapporto del Cnel, tra il 2011 e il 2024, 630.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese: il 7% dell’intera popolazione giovanile. Il Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che in molti vorrebbero abolire perché, a fronte di un costo enorme di mantenimento della struttura, non mostra un suo chiaro contributo allo sviluppo del Paese, in questa occasione, fornisce elementi di lettura della realtà che dovrebbero fondare una strategia politica economica specifica. Solo nel 2024 gli espatri sono stati 155.000, mentre circa 50.000 sono rientrati. La perdita di capitale umano accumulata in quattordici anni è valutata in 159,5 miliardi di euro, pari al 7,5% del Pil.

Cosa cercano i giovani all’estero? Un lavoro stabile e molto meglio pagato, ma soprattutto una migliore qualità della vita. Qualcuno osserva che la tendenza in atto è quella di “rimescolarsi”, anche alla luce del fenomeno “Erasmus”, ma si tratta di un giudizio inesatto, perché a fronte della marea di giovani che espatriano sono pochissimi quelli che vengono a risiedere in Italia. Lo stesso Cnel, infatti, è costretto a riconoscere la scarsa attrattività del Paese.

E persino la quota di migranti che si stanzia nel nostro Paese è di gran lunga inferiore al numero di coloro che va via. Nel 2024, dicevamo, il numero degli espatri è salito a 155mila (+36.5%). Parallelamente, i rimpatri sono diminuiti (da 61mila a 52mila, -14,3%), ampliando così la perdita netta di cittadini italiani: il saldo è passato da -53mila a -103mila in soli dodici mesi. Il Mezzogiorno fa registrare un doppio esodo, infatti oltre alle perdite di giovani risorse dovute alle migrazioni internazionali, si aggiungono anche quelle relative alla mobilità verso il Centro-nord, accentuando ancora di più il dualismo territoriale tra le due aree del Paese. Il giovane capitale umano trasferito nel 2011-24 dal Mezzogiorno al Nord, corrisponde a un valore di 147 miliardi di euro, di cui 79 miliardi relativo al trasferimento dei giovani laureati, 55 a quello dei diplomati e 14 a quello dei non diplomati. E in una situazione del genere c’è chi insiste ancora su un’autonomia differenziata che aggravi ancora di più lo squilibrio

Venendo in particolare alla Puglia, si calcola che siano stati 130.000 i giovani che, negli ultimi 14 anni, si sono trasferiti all’estero.

Nel 2011-24 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, 484mila giovani italiani. Al netto di quelli che sono arrivati, 240mila sono andati nel Nord-Ovest dal resto d’Italia, 163mila nel Nord-Est e 80mila nel Centro. L’afflusso top si è registrato in Lombardia con 192mila, seguito dall’Emilia-Romagna (106mila) e Piemonte (41mila).

E allora? Cosa fare? Ecco che lo stesso Cnel, presieduto notoriamente dall’ex ministro Brunetta, chiarisce che la situazione esige risposte concrete, rapide, efficienti ed efficaci, su tutti: l’aumento dei salari, il welfare, una politica industriale seria e di largo respiro, più servizi, investimenti in infrastrutture fisiche e digitali, per collegare le diverse realtà del nostro Paese, semplificazione fiscale per stimolare l’imprenditorialità, un sistema universitario che non sia una corsa a ostacoli, ma basato su percorsi di studio ben definiti e stabili nel tempo, così da favorire un più regolare ingresso nel mondo del lavoro e tornare un paese attrattivo per i giovani e non solo.

Archeologia

Inaugurata al Museo nazionale la mostra di reperti archeologici sequestrati in America

16 Dic 2025

di Silvano Trevisani

C’è anche una testa in marmo della dea Athena del III/II secolo a.C. tra gli oggetti che il Met Metropolitan Museum di New York ha restituito all’Italia, dopo un’operazione di intelligence condotta dai Carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale. Questi oggetti ora sono mostra nel MArTa nell’ambito della mostra ‘Memorie Trafugate’ appositamente allestita. Tra di loro spicca, come dicevamo testa in marmo della dea Athena, esempio di arte monumentale, con ancora visibile l’incavo che originariamente ospitava l’elmo di marmo o bronzo.

Venti circa gli oggetti in esposizione e in attesa di ulteriori studi analitici e approfondimenti. Tra di essi una pregevole pittura parietale con scene forse di un ‘simposio’, fibule (325 – 300 a.C. e IV e II sec. a.C.), anelli (VI sec. a.C.), ornamenti in bronzo con innesti in oro, rilievi in terracotta e pietra tenera e addirittura un falso accertato, ovvero una riproduzione di epichysis (piccola brocca) apula nello stile “di Gnatia”. Ecuperati dal Comando Carabinieri TPC”, assegnati dal Mic al Museo archeologico nazionale di Taranto, come museo di riferimento per l’analisi e lo studio di tali reperti, ma anche il Metropolitan Museum di New York che in un costante rapporto di diplomazia culturale negli ultimi anni non solo ha rivisto il suo sistema di acquisizioni ma ha cooperato pienamente per far si che questi reperti tornassero a casa.

Alla presentazione della mostra, Stella Falzone direttrice del Museo e il Comandante dell’Arma di Taranto, colonnello Antonio Marinucci hanno spiegao l’importanza dei reperti e dell’operazione.

“La perdita del contesto archeologico che spesso accompagna i reperti frutto di scavi clandestini e traffico illegale è la vera sfida di un Museo che come il nostro dovrà tornare a dare dignità e identità a questo patrimonio di inestimabile valore – ha detto Stella Falzone, – perché noi oggi accogliamo reperti di varia natura, spesso rimaneggiati per ragioni meramente estetiche e che oggi invece, dovranno ritornare a parlarci della cultura dei popoli a cui sono stati violentemente sottratti. Per questo dobbiamo ringraziare le autorità giudiziarie coinvolte, il nucleo Tutela patrimonio culturale dei Carabinieri, il ministero che ci ha indicato”.

I reperti esposti fanno parte di una serie di oggetti antichi confluiti nella società inglese in liquidazione Symes Ltd, appartenuta al celebre trafficante di antichità Robin Symes. Il suo nome, infatti, è tra i più noti del XX secolo nell’ambito del mercato illegale delle antichità, molte delle quali furono poi vendute ai maggiori musei del mondo, spesso ignari della loro provenienza illecita.

Il rimpatrio è avvenuto a seguito di complesse indagini e procedure giudiziarie iniziate negli anni 2000, hanno consentito il rientro in Italia, fino ad oggi, di circa 750 reperti.

Questa restituzione, pur significativa, pone una serie di sfide interpretative. I reperti sono privi di documentazione sul contesto di provenienza e spesso presentano manomissioni o restauri impropri, elementi che non consentono una ricostruzione immediata del loro percorso né di attribuirli con certezza a un territorio specifico, che non è necessariamente riconducibile all’area tarantina. Ma alcuni reperti consentono invece prime valutazioni di cronologie e contesto di appartenenza, come la testa in marmo o i frammenti di pittura, sempre in attesa di ulteriori verifiche scientifiche.

L’inventariazione e la documentazione preliminare permettono di registrare morfologia, stato di conservazione e caratteristiche tecniche. Il confronto tipologico e iconografico fornisce prime coordinate culturali, mentre le analisi materiche e archeometriche indagano composizione, tecniche

produttive,alterazioni e interventi moderni, contribuendo a individuare restauri ingannevoli e possibili falsificazioni. Lo studio dell’autenticità, inoltre, integrato dall’esame delle manomissioni, consente di distinguere ciò che appartiene originariamente al manufatto da ciò che è stato aggiunto per finalità commerciali.

Le sezioni della mostra approfondiscono inoltre alcune delle problematiche più frequenti nei materiali provenienti da traffici illeciti. Si tratta della presenza di falsi e copie moderne, delle criticità conservative dovute a modalità di recupero traumatiche e delle tecniche di restauro invasive che talvolta compromettono irrimediabilmente la leggibilità delle opere.

Attraverso un metodo rigoroso e multidisciplinare, i reperti del sequestro Symes possono progressivamente recuperare una dimensione interpretativa, ritrovare voce e valore, e mostrare come lo studio rappresenti il primo, indispensabile passo per restituire dignità e identità al patrimonio trafugato.

Cultura

Giulio De Mitri espone alla Biennale d’arte sacra di Ascoli Piceno e in altre due grandi mostre

15 Dic 2025

di Silvano Trevisani

Sabato 13 dicembre alle ore 16, nelle due chiese romaniche più affascinanti di Ascoli Piceno: San Vittore e Sant’Agostino e domenica 14 alle ore 16 al Museo Staurós d’Arte sacra contemporanea del Santuario di San Gabriele (Teramo) si è inaugurata la Sedicesima Biennale d’Arte Sacra contemporanea “Profeti di speranza, creatori di bellezza”, curata da Giuseppe Bacci, con la collaborazione di Arnaldo Colasanti e Andrea Viozzi. In occasione dell’Anno giubilare 2025 promosso da papa Francesco, di venerata memoria, con la bolla Spes non confundit, si vuole onorare questo evento con un’iniziativa di animazione, un segno di speranza del mondo dell’arte, dove il concept della rassegna evidenzia come la XVI Biennale d’arte sacra aiuterà il visitatore a percepire la circolarità tra sensibilità e ragione e come il rapporto fra Arte Fede e Arte-Speranza sia radicato nell’essenza stessa dell’esperienza religiosa e della creazione artistica. Con queste premesse, il Museo Staurós d’Arte sacra contemporanea del Santuario di San Gabriele a Isola Gran Sasso, in fruttuosa collaborazione con la Diocesi di Ascoli Piceno e di San Benedetto del Tronto – Ripatransone – Montalto, hanno deciso di condividere insieme l’evento espositivo diffuso della XVI Biennale d’arte sacra: Profeti di speranza, creatori di bellezza che allestito nelle sedi delle realtà coinvolte.

In una delle cinque sezioni che compongono la rassegna, esattamente la seconda, che ha per tema ‘La pace nel cuore dell’arte’ sarà esposta l’opera del noto artista tarantino Giulio De Mitri: “A sua immagine e somiglianza, 2017-2025”, acciao inox specchiante, vernice poliuretanica su multistrato, cm 150 x 150 x 5.

Ma De Mitri, che ha già partecipato ad altre edizioni della Biennale di arte sacra, è presente in questi giorni con sue produzioni artistiche, anche in due altre importanti manifestazioni, a Rende e a Catanzaro.

Nello Studio Crati di Rende, in provincia di Cosenza, è presente nella mostra “Cric-Croc Boom – un’installazione per la pace” dal 12 al 30 dicembre, assieme ad altri noti artisti di livello internazionale. Così come pure a Catanzaro, dove partecipa, invece, al Giubileo degli artisti, nel progetto “Oblatio Mundi” a cura di Lara Caccia, presentando la sua opera “Percezioni cosmiche”.

Rassegna musicale

Domenica a Grottaglie il concerto della grande organista Monserrat Torrent Serra, alla soglia dei 100 anni

12 Dic 2025

Domenica 14 dicembre si conclude, a Grottaglie, la Sesta Rassegna organistica grottagliese con la prestigiosa presenza della decana mondiale degli organisti Montserrat Torrent Serra. Ne danno notizia, non senza un pizzico di soddisfazione, il parroco della Collegiata don Eligio Grimaldi, il presidente della Pluriassociazione S. Francesco De Geronimo. Ciro De Vincentis e il direttore artistico della stessa rassegna, il maestro Nunzio Dello Iacovo.

La rassegna infatti, che ha ospitato, come di consueto, nomi importanti e noti in ambito nazionale e internazionale, si conclude con la presenza di Montserrat Torrent Serra, comunemente definita leggendaria organista, famosa per il numero dei concerti (oltre 1.700), per le sue incisioni discografiche, e per i tanti premi ottenuti. Che il prossimo 17 aprile compirà la veneranda età di 100 anni!

“Giunta alla soglia del secolo – afferma Dello Iacovo – ella continua a viaggiare, a suonare, e a incontrare il pubblico che la acclama. A Grottaglie, la signora Torrent torna così per il terzo anno consecutivo dando, in tal modo, un segno tangibile del suo grande apprezzamento per il nostro organo rinascimentale. Quando suonò l’organo rinascimentale della Chiesa Madre per la prima volta, a novembre 2023, disse che la bellezza del timbro del registro “Principale” le ricordava quello del registro omologo dell’organo sito nella Cappella del palazzo reale di Madrid, riconoscendo in questi due strumenti un suono di particolare dolcezza; aggiungeva anche che il suono dell’antichissimo organo di Grottaglie le trasmetteva qualcosa di paradisiaco.

Il nome di Montserrat è anche legato al suo impegno per far conoscere il suggestivo repertorio della musica rinascimentale, soprattutto in riferimento agli autori iberici, svolgendo in questo un compito di pioniera in un’epoca ormai lontana, nella quale questo repertorio era pressoché sconosciuto allo stesso mondo accademico organistico.

Se, attualmente, autori come quelli presenti in questo programma si incontrano regolarmente nei programmi d’organo, un merito rilevante è da riconoscere a lei e allo spirito filologico dal quale è stata animata, divenendo, in tal modo, maestra e ambasciatrice della musica spagnola e iberica, in tutto il mondo”.

Montserrat Serra ha predisposto, per domenica alle 19,30, un impegnativo programma, puntato ad autori rinascimentali, mirato così alla valorizzazione delle precipue caratteristiche del prezioso e antichissimo organo di Grottaglie.

Lavoro

Istituzioni e sindacati d’accordo: il governo può e deve salvare l’acciaio

11 Dic 2025

di Silvano Trevisani

La realizzazione di quattro dri e tre forni elettrici a Taranto è il punto di convergenza e di ripartenza del confronto con il governo per il futuro dell’acciaio. Un punto di convergenza condiviso dalle istituzioni amministrative, Comune, Provincia e Regione che, con i sindacati, hanno partecipato al consiglio di fabbrica nello stabilimento siderurgico e hanno redatto un verbale conclusivo condiviso. I punti fondamentali riguardano il ritiro del cosiddetto ‘piano corto’ e il recupero del piano industriale originario che proietta lo stabilimento di Taranto verso la decarbonizzazione e l’ambientalizzazione, salvaguardando l’occupazione. Gli impianti per la realizzazione del preridotto da utilizzare nei forni elettrici potranno essere alimentati normalmente a gas, ma resta la posizione del sindaco Bitetti, secondo il quale è possibile alimentare, in prospettiva, i 4 dri anche senza ricorrere alla nave rigassificatrice.

Un altro punto in comune va evidenziato: se entro marzo non ci dovessero essere offerte di acquisto realistiche per l’ex Ilva, dovrà essere il governo a garantire la continuità produttiva per un settore che resta strategico.

Secondo le conclusioni della riunione, si deve puntare a: “Realizzazione dei tre forni elettrici nel minor tempo possibile che gradualmente andranno a sostituire gli attuali afo superando l’attuale ciclo integrale; realizzazione di 4 dri con impianti dedicati e realizzati a Taranto, materia prima indispensabile senza la quale la sostenibilità di Taranto potrebbe essere messa in discussione; riavvio di tutte le linee di finitura (verticalizzazione del prodotto) che possa garantire il rientro dei lavoratori da troppo tempo in cassa integrazione; istituzione di una clausola sociale che garantisca la ricollocazione, attraverso anche la realizzazione di nuovi impianti, dei lavoratori del mondo degli appalti occupati dalle aziende del territorio; misure straordinarie per i lavoratori di AdI in as, Ilva in as e appalto attraverso ogni strumento possibile nella piena tutela degli aspetti sociali (lavori usuranti, estensione dei benefici previdenziali di amianto, incentivo all’esodo)”.

Il consiglio di fabbrica dei rsu di Fim, Fiom, Uilm e Usb, Comune di Taranto, Provincia di Taranto e Regione Puglia si impegnano in definitiva “a trovare ogni strumento utile affinché le richieste espresse in questa piattaforma, trovino risposte concrete da parte di un governo che ha deciso di proseguire senza il coinvolgimento dei lavoratori e della stessa comunità ionica”.

Il governatore uscente, Michele Emiliano, che ha messo in guardia del rischio di una frammentazione dell’azienda siderurgico, per “interessi di piccolo cabotaggio”, ha dichiarato che questo percorso resta l’unico in grado di garantire tutela occupazionale, sostenibilità ambientale e continuità produttiva. Da qui la necessità, ha detto, che la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, intervenga personalmente “per assicurare una responsabilità pubblica nella realizzazione del piano”, considerato che nessun soggetto privato, da solo, può garantire la stabilità necessaria a un progetto di tale portata. Resta aperta la questione del gas che, secondo Emiliano, è stata spesso usata per dividere la comunità, mentre “a Taranto il gas può arrivare in molteplici modi”, senza dover dipendere dalla sola nave rigassificatrice”.

Secondo il sindaco Bitetti: “La questione del gas deve essere definita senza ulteriori rinvii. Il ministro ha assicurato che sono in corso contatti per forniture onshore con contratti calmierati, che riteniamo una strada percorribile”. L’altro nodo cruciale riguarda gli investimenti pubblici, alcuni dei quali sarebbero oggi a rischio di definanziamento. “Occorre chiarezza e un impegno concreto dello Stato. Se dalla gara non dovesse emergere un partner industriale solido, resta imprescindibile un intervento pubblico per impedire il collasso del sistema”.

Emergenze sociali

“Difendiamo il Natale”, ma non le culle che sono vuote. Uno studio rivela perché

ph Siciliani Gennari-Sir
09 Dic 2025

di Silvano Trevisani

La festa dell’Immacolata mette al centro della Chiesa e del mistero dell’Incarnazione la genitorialità e Maria madre del Salvatore. La nascita annunciata dall’angelo è la scelta di Dio di entrare nell’umanità e farne parte. La nascita di Gesù è il segno paradigmatico della Natività per i cristiani, ma anche per tutta l’umanità. Eppure proprio questa genitorialità sta diventando per il nostro Paese, quello che mentendo afferma di sostenere la centralità della famiglia, una variabile. L’Italia, com’è noto, è il Paese in cui nascono meno bambini. Questo comporta un netto e rapido invecchiamento della popolazione e comporterà, nei prossimi anni, seri problemi di equilibro economico e sociale. Pagare le pensioni e sostenere la spesa sanitaria sarà complicato, mentre per i giovani la pensione sarà un sogno.

Si è molto discusso sui motivi della denatalità in Italia, adducendo tante motivazioni diverse. Ma oggi uno studio dettagliato commissionato dal quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”, fa in modo che siano giovani stessi, di età compresa tra i 18 e i 35 anni, a spiegare perché non nascono figli, proponendo un confronto con quanto sostengono i giovani di Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna.

Quello che emerge in maniera netta è che la maggioranza assoluta dei giovani italiani, il 58%, ritiene non adeguate le politiche per la famiglia e la natalità. Ma l’11% del campione non ha risposto! Negli altri paesi, invece, la maggioranza assoluta, ritiene che tali politiche siano adeguate, con una piccola differenza per la Germania, dove coloro le ritengono inadeguate sono leggermente di più di chi le definisce adeguate. Eppure sappiamo benissimo che quanto la Germania fa per i genitori non è assolutamente paragonabile con l’Italia. Basta ricordare che in Germania vi sono asili nido persino nelle università a disposizione delle studentesse madri!

Ma se si entra nel merito delle domande poste dal questionario, i dati diventano ancora più allarmanti. Per il 79% degli intervistati il contesto lavorativo italiano non facilita la possibilità di costruire un progetto genitoriale. La pensano così anche in Germania e Spagna, ma con percentuali di gran lunga inferiori, mentre il 49% dei giovani del Regno Unito risponde di sì. Ma i giovani italiani sono i più critici anche rispetto alle istituzioni e ai contesti lavorativi, che non riconoscono concretamente la genitorialità (66%), al contrario di tutti gli altri, e alla valorizzazione da parte della società italiana dell’essere genitori rispetto alla realizzazione personale professionale: solo 17 % riconosce una adeguata attenzione della società!

Ma alla domanda più diretta sui motivi della riduzione delle nascite, i nostri giovani sostengono, per il 57%, che è dovuta a motivi economici; per il 13% a motivi culturali e sociali, ma per il 28% è dovuta alla combinazione di entrambe le cose! Tre su quattro affermano che viste le premesse, senza il supporto dei genitori non potrebbero avere figli e ripartiscono equamente le condizioni per decidere di far figli tra: sicurezza economica e stabilità di lavoro; incentivi economici; flessibilità lavorativa e smart working; congedi parentali più lunghi e retribuiti; supporto per l’abitazione; asili nido pubblici e accessibili. Solo una piccola minoranza pensa che sarebbe utile un cambiamento culturale assieme a campagne contro gli stereotipi di genere.

Le domande dirette sulle intenzioni di mettere al mondo dei figlio ricevono inquietanti risposte vaghe: ben il 42% sostiene che vorrebbe sì avere uno figlio (o un altro) ma senza avere progetti concreti.

A proposito! In chiusura vogliamo citare un’altra freschissima indagine del Censis sulls sessualità degli italiani. Ne traiamo solo questo risultato: la maggioranza delle donne attribuisce al sesso la funzione primaria di dare piacere (61,6%), mentre il richiamo alla funzione procreativa è residuale (1,9%). Per il 56,4% sessualità e amore sono separabili.

Lavoro

Urso: L’ex Ilva non chiude… ma gli impianti sì

Bitetti oggi a Roma

05 Dic 2025

di Silvano Trevisani

“Non ci sarà nessun piano di chiusura di Acciaierie d’Italia”: sono le parole dette ministro delle Imprese e Made in Italy, Urso, nel question time nel corso del quale, alla Camera dei deputati, ha risposto a varie interrogazioni parlamentari. Precisando anche che “a Genova nessuno andrà in cassa integrazione, con salario integralmente corrisposto”.

Ma le parole del ministro sembrano contraddite pienamente gli atti. Per questo, mentre a Genova Cornigliano la protesta va avanti con i lavoratori che chiedono che l’impianto per la lavorazione della zincatura non si fermi, come invece ha previsto da qui a fine febbraio il governo, a Taranto si insiste nel chiedere la convocazione urgente e unitaria del sindacato per tutti gli stabilimenti. E questo alla luce dell’annunciata chiusura delle cokerie e dello stop ai due altoforni.

Su questo tema Urso ha replicato che: “Lo stop ai due altoforni di Taranto incide solo temporaneamente sulla produzione a Genova” e che l’obiettivo è far ripartire a marzo la produzione con le nuove spedizioni di rotoli di acciaio da Taranto verso Genova per la lavorazione dello zincato nello stabilimento di Cornigliano. Urso ha aggiunto anche che a livello nazionale il piano, dopo le opere di manutenzione, è quello di riportare a quattro milioni le tonnellate di produzione e che per Genova la “produzione deve seguire l’accordo di programma” con la possibilità di far insediare “nuove attività sulle aree di Cornigliano”. È poi tornato sulla gara in atto (“i negoziati sono difficili perché l’obiettivo è sfidante”), e sul presupposto per la decarbonizzazione prevista che è la fornitura di gas, mentre Taranto ha detto no alla nave rigassificatrice.

Ha poi parlato di reindustrializzazione, sia per Taranto che per Genova, ma restando sul vago, e di concorrenza dell’acciaio asiatico, per il quale la Ue prevede di alzare di dazi. Infine ha anche parlato dell’azione risarcitoria nel confronti di Arcelor Mittal per cinque miliardi di euro. La multinazionale indiana ha danneggiato gli impianti ma quello che è avvenuto è anche colpa del nostro Paese, per il semplice fatto che Mittal era considerato un imprenditore inaffidabile, come sempre abbiamo raccontato, e non gli andava certo ceduta una produzione strategica come l’acciaio.

Ebbene, anche dell’intervento di Urso si è occupato il consiglio di fabbrica permanente delle rsu di Fim Fiom Uilm e Usb sia di AdI in As, che di Ilva in As ma anche dell’appalto, che intanto vede accentuarsi la crisi, come dimostra il licenziamento, da parte della Semet, di 220 lavoratori.

Per martedì 9 dicembre alle 10 è stato indetto un consiglio di fabbrica, nel quale incontreranno istituzioni locali e regionali per “discutere ed affrontare come traguardare il processo di decarbonizzazione, partendo dalla garanzia della continuità produttiva degli stabilimenti del gruppo ex Ilva”.

Quello che Urso ha detto alla Camera, sostengono in una nota, contraddice quanto realmente accade negli stabilimenti, a partire dalla chiusura delle cokerie prevista dal 1 gennaio 2026. I primi effetti del piano di chiusura stanno emergendo in queste ore con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per 220 lavoratori della Semat ma registriamo anche notevoli difficoltà di altre aziende dell’appalto e dell’indotto che sono strettamente collegate alla fermata degli impianti annunciati dallo stesso ministro e che ovviamente tali difficoltà si ripercuotono sui lavoratori.

Intanto, per quanto riguarda la riunione con le istituzioni locali convocata per oggi a Roma, il sindaco Bitetti dichiara: “Ritengo pienamente comprensibile e legittima la linea finora adottata dalle organizzazioni sindacali. Le loro proteste rappresentano un segnale drammatico che le istituzioni non possono ignorare. Condividiamo le loro motivazioni, non si può dividere Nord e Sud, non si può pensare ad uno “spezzatino”, e non si può slegare il tavolo dall’ampiezza del ragionamento. Sarò a Roma in primis per dare voce a queste preoccupazioni e per sostenere una soluzione che tuteli lavoratori, ambiente e futuro della città. Domani poi intendo aprire un nuovo capitolo nella complessa vicenda dell’ex Ilva. Chiederò innanzitutto al ministro Urso di fornirci un quadro puntuale e trasparente degli investimenti, o potenziali investimenti, destinati a Taranto”.

Bitetti intende, poi, chiedere l’istituzione di un ‘Tavolo Taranto’ stabile, sotto il coordinamento della presidenza del Consiglio dei ministri, non limitato al solo ministero del Made in Italy, ma esteso al ministero dell’Ambiente e al ministero dell’Università e della Ricerca.

Arte

Da venerdì 5 al Crac Puglia: “L’habitude” mostra personale dell’artista Pietro Fortuna

03 Dic 2025

L’habitude è il titolo della mostra personale dell’artista Pietro Fortuna (Padova, 1950), che sarà inaugurata venerdì 5 dicembre alle ore 18, negli spazi museali del Crac Puglia (Centro di ricerca arte contemporanea) della Fondazione Rocco Spani ets, a cura del critico e storico dell’arte Aldo Iori. La mostra, promossa e organizzata dal Crac Puglia, raccoglie un ciclo di opere – disegni, collage e foto – che sono il frutto di una sottile riflessione sull’abitudine. Sugli effetti che non solo costituiscono il dominio delle tendenze naturali, ma che presiedono altrettanto le dinamiche del pensiero e le stesse leggi della materia.

Dopo i saluti dell’assessore comunale ai servizi civili, Stefania Lincesso e del presidente della IV commissione Servizi e Cultura del Comune, Giovanni Tartaglia, interverranno: Giulio De Mitri, presidente del comitato scientifico del Crac, Aldo Iori, storico e critico d’arte, Silvano Trevisani, scrittore e giornalista. Introduce e coordina la giornalista Nicla Pastore. Sarà presente l’autore.

L’attenzione che Pietro Fortuna riserva all’abitudine è plasticamente applicabile al processo artistico e particolarmente alle attività che impegnano tanto il pensiero che le stesse modalità pratiche. L’abitudine si presenta come il corredo indispensabile dell’esperienza artistica dove il pensiero e il fare sono reciprocamente implicati senza rispettare alcuna gerarchia temporale e quindi una progettualità che anticipa l’azione, piuttosto una fusione di abitudini.

“L’habitude, citata in francese nel titolo della mostra – scrive il curatore Aldo Iori -, è intesa dall’artista positivamente come attitudine ad applicare regole e modalità iconografiche e compositive secondo un proprio lessico e un metodo elaborati nel tempo tramite un sapiente savoir faire. È nell’affinamento di questo e nella sua abitudinaria ripetizione, quasi in un quotidiano esercizio di pensiero, che è possibile giungere prossimi all’esattezza dell’opera in un suo compimento sempre possibile e ogni volta rinnovabile nella presenza allo sguardo dell’osservatore”.

La mostra è patrocinata dal Comune di Taranto e dalla Regione Puglia e si avvale della collaborazione di istituzioni territoriali e nazionali: Amica Sofia di Perugia, F@MU (Famiglie al Museo), Comitato per la Qualità della vita, Amici dei musei Taranto, Tarenti Cives, Telerama, Marco Motolese e Club per l’Unesco di Taranto, Gruppo Taranto, Fai delegazione di Taranto, Contaminazioni, Taranto Grand Tour, Accademia di Belle Arti di Bari nell’ambito della convenzione stipulata per il tirocinio di formazione ed orientamento curriculare.

Durante il periodo della mostra, si terranno visite guidate, incontri d’esperienza e laboratori didattici per le scuole e per le istituzioni del territorio pugliese. La mostra resterà aperta sino al 30 gennaio 2026.

Lavoro

Clima incandescente all’Ilva: scioperi, blocchi ma il governo continua a spezzettare il tavolo

03 Dic 2025

di Silvano Trevisani

Clima sempre più teso nell’ex Ilva. Non solo a Taranto si sciopera e manifesta in queste ore, ma anche a Genova, dove gli operai hanno persino bloccato i decolli degli aerei nell’aeroporto. Per quanto riguarda Taranto, gli scioperanti, aderenti a Fim Fiom Uilm e Usb, hanno formato presidi all’esterno e all’interno dello stabilimento, con blocchi stradali sulla Statale 107. Poi un corteo è partito dalla direzione aziendale ed è proseguito con il blocco dei binari nella zona tra l’area ghisa e l’area acciaieria. Il blocco ha determinato il fermo produttivo dell’Afo4, è stato però rimosso per evitare che la fermata creasse emissioni nocive e il presidio si è spostato in area spedizioni. In serata apprendiamo che il blocco procederà ad oltranza fino a che non giungerà la convocazione da parte del governo.

Il confronto con il governo intanto non decolla, anche perché il ministro Urso prosegue nella sua strategia di dividere il fronte, convocando incontri separati per ogni territorio e non accogliendo le richieste dei sindacati. Questi ultimi tornano a chiedere oggi un tavolo unico urgente per evitare la chiusura dell’azienda e vogliono che al confronto sia presente anche la presidente del consiglio Giorgia Meloni che, per il momento, non ha alcuna voglia di sedersi a quel tavolo. E rispondere magari alla domanda sul perché la Francia sta nazionalizzando il suo acciaio e l’Italia non possa farlo! Se l’incontro non ci sarà verranno indette proteste e livello nazionale.

Che sia molto difficile la situazione lo dimostra, da un lato, l’ostilità del governo, dall’altro il fronte ambientalista che ancora sabato ha manifestato per chiedere la chiusura dello stabilimento. Mentre resta aperto anche il fronte giudiziario, che intanto ieri ha visto una nuova condanna in corte d’appello per i Riva e i loro dirigenti, che devono risarcire al Comune di Taranto anche i danni d’immagine.

Ma torniamo alla vertenza: i segretari generali di Fim Fiom Uilm, Uliano, De Palma e Palombella, hanno inviato una richiesta d’incontro urgente al governo: “A seguito della presentazione del piano denominato ‘ciclo corto’, si è generata una situazione estremamente grave, caratterizzata da conflitti e forti tensioni sociali nei territori che rischiano di avere un effetto domino. Siamo fortemente preoccupati dalla decisione di interrompere ulteriori attività produttive, con pesanti e irreversibili ripercussioni sulle prospettive future degli stabilimenti dell’ex Ilva”.

“Alle già rilevanti incertezze riguardanti il piano di salvataggio, i processi di decarbonizzazione, la tenuta industriale e occupazionale, – scrivono i sindacati – si sono aggiunti fondati timori relativi a una vera e propria operazione di dismissione delle attività produttive”.

Per questo chiedono: il ritiro immediato del ‘piano corto’ e la sospensione delle operazioni di spegnimento delle batterie 7-8-9-12; l’invio dei coils a Genova, Novi Ligure e Racconigi da Taranto per garantire la continuità produttiva; non allontanare i lavoratori dalle fabbriche per effettuare formazione senza prospettiva lavorativa; l’avvio di un vero piano di manutenzione degli impianti.

“Per queste ragioni – scrivono i sindacati – è urgente la convocazione a Palazzo Chigi, con la presenza della presidente del consiglio Giorgia Meloni. In caso contrario, di fronte all’ulteriore aggravamento della situazione occupazionale e produttiva, saranno messe in campo iniziative di mobilitazione di carattere nazionale”.

Intanto, come detto, il ministro Urso continua a convocare incontri separati. Il primo appuntamento è fissato per giovedì 4 dicembre alle 9, con la partecipazione della Regione Piemonte e dei Comuni di Novi Ligure e Racconigi. Il giorno successivo, venerdì 5 dicembre alle 10, sarà la volta delle istituzioni liguri, Regione e Comune di Genova. Sempre nella giornata di venerdì, alle 12, si terrà l’incontro dedicato alla Puglia, con la presenza della Regione e dei Comuni di Taranto e Statte.

Solo al termine di questa fase di confronto è previsto, per la settimana successiva, un momento di sintesi alla presenza di tutti i rappresentanti istituzionali coinvolti, per condividere gli esiti dei tavoli e delineare le prospettive comuni sulle strategie future del polo siderurgico.

Ma intanto il tempo stringe e anche sul fronte della cessione, che secondo indiscrezioni vedrebbe l’interessamento anche dell’Arabia Saudita, non ci sono per ora novità significative.

Viaggio apostolico

Charbel Makhlouf, il grande santo sulla cui tomba ha pregato papa Leone

02 Dic 2025

di Silvano Trevisani

La visita di papa Leone in Libano è un evento storico di grande portata. Abbiamo appreso dai vari tg che, come primo atto, si è recato nel monastero di San Marone ad Annaya, per visitare la tomba di san Charbel e rimanere in preghiera, affidando alla sua intercessione il futuro del Libano e dell’intero Medio Oriente. Ma molti, anche tra i cattolici praticanti, si saranno chiesti: ma chi è san Charbel? E perché ne sentiamo parlare solo ora per la prima volta?

Ebbene san Charbel Makhlouf, eremita maronita del XIX secolo, è un “ponte di spiritualità”, punto di incontro, cioè, tra la spiritualità di diverse religioni, essendo egli venerato da cristiani e musulmani. E questo per la profonda impronta di fede lasciata in quella regione, che è il crocevia tra continenti, società e storie diverse, ma anche per i numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione. Egli, però, è già venerato in Italia, a Roma, prima nella chiesetta detta Casa di san Charbel, all’Ostiense, che conserva le sue reliquie, ora nei locali del nuovo monastero, adiacenti alla Chiesa dell’Immacolata, nella zona San Giovanni in Laterano, tra via Taranto e via Nizza. Ma la sua venerazione si è particolarmente diffusa a Napoli, a iniziare dalla Chiesa di San Ferdinando, nella quale si è verificato un evento prodigioso proprio durante la celebrazione di introduzione del suo culto a opera di alcuni devoti e del clero parrocchiale.

San Charbel, nato nel 1828 nel villaggio di Biqa’ Kafra, quinto figlio di due contadini, con nome di Youssef (Giiuseppe) abbracciò la vita monastica a 23 anni, da fervente cristiano cattolico, entrando, nell’Ordine Maronita Libanese col nome di Charbel (che vuol dire Racconto di Dio). Suo maestro fu un altro grande marinota: San Nimatullah, che gli trasmise la sua grande venerazione per la Vergine Maria. Ordinato sacerdote nel 1859, visse per 23 anni da eremita nella solitudine della montagna, nel rigore della regola anacorética. Morì il 24 dicembre 1898, dopo giorni di agonia seguiti a un collasso avvenuto durante la celebrazione della messa.

Poco dopo la sua morte, cominciarono ad accadere fenomeni straordinari presso la sua tomba, da cui emanarono luce e, secondo molti testimoni, sudore misto a sangue. Da allora, migliaia di guarigioni inspiegabili sono state attribuite alla sua intercessione, molte delle quali riconosciute ufficialmente dalla Chiesa.

Ad avviare la causa di beatificazione fu papa Pio XI, già nel 1925, mentre la cerimonia di beatificazione avvenne, ad opera di Papa Paolo VI, il 5 dicembre 1965, alla vigilia della cerimonia di chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Fu poi lo stesso Paolo VI a proclamarlo santo poch anni dopo, il 9 ottobre 1977. Nel suo discorso per la proclamazione, Paolo VI disse: “Un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire, in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio”.

Ogni anno, circa 4 milioni di pellegrini, cristiani e musulmani, si recano ad Annaya per pregare sulla tomba di San Charbel, che continua ad attrarre fedeli da tutto il Medio Oriente. Il monastero di San Marone, a 1.200 metri d’altitudine, ospita oggi anche una chiesa consacrata nel 1974, e un museo con gli oggetti personali del santo.

Leone XIV è il primo Papa della storia a visitare la sua tomba. Riflettendo sulla figura del santo ha sottolineato come, pur non avendo lasciato scritti, San Charbel “continui a parlare con sorprendente forza”. La sua vita di silenzio, preghiera e sacrificio si rivela oggi più che mai attuale, come testimonianza luminosa in un tempo assetato di pace e spiritualità autentica.

Con questa visita, papa Leone XIV è entrato nella storia come il primo pontefice a recarsi ad Annaya per venerare personalmente il “santo dei miracoli”. Un segno di attenzione non solo verso la Chiesa maronita, ma anche verso il popolo libanese provato da crisi politiche, economiche e sociali, e che al santo si rivolge perché interceda per la pace come da anni fa, presso Dio, per ottenere numerosissime grazie e conversioni.