L'argomento

Mancano imprese e lavoro: Taranto agli ultimi posti per la qualità della vita

01 Dic 2025

di Silvano Trevisani

Assoluta mancanza di imprenditorialità, disoccupazione altissima, la più alta d’Italia, crisi industriale, scarsa sostenibilità, livelli culturali bassissimi, nonostante la stagione dei festival di melucciana memoria: sono questi gli elementi che causano ancora una volta la bocciatura di Taranto per gli indici di qualità della vita. La situazione è peggiorata. La classifica annuale redatta dal quotidiano economico Il Sole 24 ore, vede un ulteriore peggioramento delle condizioni di Taranto e provincia, che quest’anno sono scesi al 99° posto, perdendo ben cinque posizioni rispetto allo scorso anno e risultando, così le peggiori tra le province pugliesi, precedute persino da Foggia che lo scorso anno era messa peggio.

Non ci piace assolutamente la veste dell’autoflagellazione, ma i dati esposti sono ineludibili. Anzi, c’è da dire che a salvarci dal fanalino di coda è l’unica classifica nella quale siamo lontani dal fondo: quella della sicurezza che ci vede al 63° posto e che vede agli ultimi quattro posti Roma, Venezia Milano e Firenze, che vanta, ahimè, il triste primato di città più pericolosa d’Italia! Persino Napoli sta meglio, essendo al 99° posto: 8 gradini più in alto del capoluogo toscano. Ma anche questo, paradossalmente, è effetto della povertà e dell’arretramento economico. È evidente, infatti, che la malavita, il malaffare, sia di alto livello sia a livello microcriminale, allignano, essendo parassitari, soprattutto dove ci sono ricchezza e benessere. Non per niente al primo posto per la sicurezza in Italia c’è Oristano, mentre Agrigento, pur assediata dalla mafia (!) è terza!

È evidente che sulla dinamiche socio-economiche di un territorio pesano le scelte provenienti dall’esterno, soprattutto dal governo ma anche dalla Regione, ma non si può dire certamente che gli enti locali tarantini, Comune capoluogo primo fra tutti, abbiano svolto, a partire già dagli anni del dissesto, un qualche ruolo di promozione e interlocuzione valide, come invece avvenuto certamente per Bari e Lecce, tanto per restare nella regione. Che pure è in complessivo arretramento, anche per il progressivo, irrefrenabile svuotamento e la tendenza verso il Nord e l’estero sia dei livelli formativi più alti sia dell’occupazione.

Nella classifica ‘ricchezza e consumi’, Taranto, pur in arretramento, sta un po’ meglio di Lecce e Foggia, che però scontano un’incidenza molto maggiore, rispetto a Taranto, di vastissime province fatte, nel caso di Lecce, di cento comuni spesso molto piccoli di cui alcuni in via di sparizione. Ma per la classifica “affari e lavoro”, la provincia jonica resta in fondo alla classifica, pur cedendo l’ultimo posto, che deteneva lo scorso anno, a Reggio Calabria.

Ma l’ultimo posto Taranto lo detiene per l’occupazione, con il drammatico primato negativo di 24,6% di occupati, a confronto del primato positivo di Bolzano e Prato, che vantano il 74%. Dato che si riverbera nella parità di genere, per la quale siamo al 101° posto, peggio quindi dello scorso anno.

La mancanza di imprese e disoccupazione è, quindi, il fenomeno più grave con il quale il territorio dovrà fare i conti. La grave crisi dell’Ilva, la mancanza di visione da parte del governo aggravano sicuramente la situazione (magari dando in contropartita nuovi sbocchi per la sostenibilità), e occorrerebbe battersi per una reale diversificazione produttiva. Ma attenzione: gli esperimenti del passato si sono rivelati fallimentari per velleitarismo, affarismo subdolo, clientelismo. La revoca del finanziamenti per il disinquinamento del Mar Piccolo sono un segnale pericoloso come molte revoche di progetti Pnrr. Anche i cinque progetti di insediamento nelle aree che l’Ilva dismetterà possono essere importantissimi. A patto che si creino in tempi brevi le precondizioni. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto solo grandi aziende che hanno preannunciato investimenti e poi hanno fatto scelto altri territori.

Ci auguriamo che istituzioni amministrative e politica, alla luce di questi dati, non cerchino di leccarsi le ferite, smussando i contorni e scaricando le colpe, ma si rimbocchino seriamente le maniche, battendosi per la rinascita di Taranto e provincia.

Intervista esclusiva

Il Principato di Taranto tra storia e identità ne parliamo col prorettore Francesco Somaini

28 Nov 2025

di Silvano Trevisani

“Giovanni Antonio Orsini del Balzo aspetti del suo Principato”, è il tema del IV Convegno su Principato di Taranto, organizzato dall’Associazione di cultura classica e dalla sezione tarantina della società Dante Alighieri, in corso si svolgimento, in questi giorni, in varie sedi cittadine. Numerosi e interessanti interventi stanno riportando alla luce l’importanza che il Principato ebbe tra i secoli XIV e XV. Sull’argomento abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Somaini, prorettore dell’Università del Salento e ordinario di Storia medievale.

Forse nessuno avrebbe immaginato quando, quattro anni fa, fu organizzato il primo convegno, che sul Principato di Taranto ci fosse tanto da dire. E invece oggi, giunti al IV convegno, scopriamo che fu molto importante. Ma sono stati i convegni a sollecitare tali approfondimenti o semplicemente era stato sottovalutato dagli storici?

In passato è stato decisamente sottovalutato. C’era stata una stagione di studi importanti all’inizio del Novecento, grazie soprattutto a Gennaro Maria Monti, ad Antonucci e a Benedetto Croce. Poi è entrato in una fase doi oblio in cui è stato derubricato a vicenda di una realtà baronale un po’ indocile, un po’ insofferente, con studi incentrati soprattutto sul Regno e sulla monarchia. Questi Baroni, tra cui è importanti sono i principi di Taranto, perché oltre a Giovanni Antonio ci sono c’è suo padre e poi i primi principi angioini, sono stati un po’ trascurati. Poi, a partire dagli anni Novanta, è cominciata una nuova stagione di studi e si sono approfonditi i registri, i documenti, i carteggi diplomatici… Insomma, è venuta fuori la dimensione di una realtà feudale con una sua progettualità, le sue ambizioni, una sua politica culturale. Che ha l’idea di un costruire un territorio, organizzarlo, strutturarlo, incentivarne lo sviluppo. Il che poi ha portato al conflitto con la monarchia. A un certo punto, nel Quattrocento si avversano due progetti, uno che vuole fare del Regno di Napoli uno Stato moderno e un altro analogo, che punta a fare anch’esso uno Stato, pugliese, di cui Taranto e Lecce sono un po’ le due capitali. E il più ambizioso e per certi versi.
temerario di questi principi è proprio quello a cui è dedicato questo quarto convegno: Giovanni Antonio Orsini del Balzo, che poi è anche quello che finisce male e con cui si conclude il Principato.

Qual è l’aspetto caratterizzante della sua personalità?

Beh, come abbiamo sentito nelle relazioni, gli autori che parlano di lui che sono molti, compresi i Papi, gli umanisti… Quelli che lo avversano lo descrivono un personaggio subdolo, ambiguo traditore, simulatore e dissimulatore. Quelli che lo ammiravano, invece, lo esaltavano per la sua visione, forse appunto un po’ ambiziosa, di fare di questa terra il centro di una realtà autonoma. È divertente notare, ad esempio, come abbiamo fatto più volte osservare, che quando arrivano i turchi a Otranto nel 1480, loro che conoscono bene le cose del Mezzogiorno, dicono “noi siamo venuti qui perché vogliamo i territori che erano del principe di Taranto”, quindi con una precisa percezione di una realtà in qualche modo distinta rispetto al Regno. Che è nel Regno ma è anche alternativa ad esso.

Ma perché negli studi classici, scolastici ma anche universitari, questo capitolo del Principato è un po’ messo da parte?

Perché, come dicevamo prima, per molto tempo è stata trascurata questa storia. È rinata, però dopo una stagione però molto locale, quindi non era arrivata come dire a una dimensione appropriata. Adesso invece, da una ventina d’anni a questa parte, parecchia gente sta cominciando a percepire questa dimensione, quindi forse nei manuali prima o poi arriverà.

E se dovessimo indicare un lascito, o una persistenza del Principato per la realtà odierna?

Il lascito va un po’ ripensato appunto nella nella riscoperta di questa tradizione. Quando poi questo Principato viene “smantellato” perché vuole “volare troppo in alto” e comincia a dare troppo fastidio, anche l’archivio che comprende la documentazione che lo riguarda, viene portato a Napoli. Quindi la monarchia in qualche modo lo cancella. Una relazione del convegno l’anno scorso parlava dello “spettro” del Principato, come fosse un rischio ancora incombete sul Regno. Il lascito è recuperare la memoria di una stagione che non è breve, essendo durata nel complesso un secolo di cui quarant’anni con Giovanni Antonio, e che ha avuto un senso. E poi ci sono naturalmente dei monumenti, a Galatina, Soleto, qui a Taranto… Però c’è soprattutto una memoria da riscoprire, anche come scoperta di un’identità del territorio che si riappropria del suo passato.

Elezioni

Ecco i consiglieri regionale di Taranto
tra sorprese e bocciature inattese

26 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Poche riconferme, molti volti nuovi e tante sorprese… in agrodolce. È questo l’esito delle elezioni regionali per Taranto che vede sostanzialmente confermato l’equilibrio politico espresso pochi mesi fa, con l’elezione a sindaco di Piero Bitetti. La valanga di voti che ha consentito di essere eletti ad alcuni consiglieri baresi e che ha lasciato fuori dal consiglio regionale anche candidati con oltre 20.000 preferenze, non si è certo ripetuta a Taranto, i cui otto eletti al consiglio regionale sono tutti al di sotto dei 15.400 voti di Renato Perrini di FdI, un vero ‘suffragio’ per lui.

Ma intanto vediamo chi sono gli eletti, risultati equamente ripartiti tra centrosinistra e centrodestra, nonostante la disparità di voti, in conseguenza della complicata legge elettorale regionale: Donato Pentassuglia e Mino Borraccino per il Pd; Giuseppe Fischetti per ‘Decaro presidente’; Annagrazia Angolano per i 5Stelle; Renato Perrini e Giampaolo Vietri per FdI; Massimiliano Di Cuia per FI e Antonio Paolo Scalera per la Lega.

Gli artifici politici, la composizione delle liste d’appoggio, la designazione dei seggi in base alla proporzione dei voti tra le province creano equilibri difficilmente comprensibili per i cittadini. Accade così che il numero di preferenze può contare di meno rispetto alla scelta della lista giusta. È quello che è accaduto, tra sostenitori di Decaro, per l’ex sindaco di Fragagnano, Giuseppe Fischetti, che è risultato eletto con ‘sole’ 4.700 preferenze nella lista ‘Decaro presidente’, mentre non sono bastati 6.320 voti all’assessore regionale uscente al Turismo, Gianfranco Lopane, per essere eletto nella lista ‘Per la Puglia Decaro candidato presidente’, che però complessivamente ha preso meno voti.

Fuori dal consiglio regionale resta anche l’ex consigliere di Forza Italia, Massimiliano Stellato, che paga lo spostamento tra gli elettori di centrodestra da FI a FdI, che ha invece avvantaggiato il consigliere comunale Giampaolo Vietri il quale, all’ennesimo tentativo, conquista un seggio come secondo degli eletti.

Conclude la sua esperienza regionale anche il consigliere Pd Vincenzo Di Gregorio, che si ferma a 5.770 preferenze ed è preceduto anche dalla segretaria provinciale Anna Filippetti, prima dei ‘non eletti’. Quinto risulta il vicesindaco Mattia Giorno, che veniva dato per favorito a metà spoglio, ma che non ha potuto contare sui voti della provincia. A Martina Franca, ad esempio, analogamente a Di Gregorio ha ottenuto poche decine di voti contro i 6.747 di Pentassuglia e i 281 di Borraccino. Ennesima riconferma quella di Pentassuglia, anche se i suoi 13.245 risultano un po’ in calo rispetto alla scorsa elezione.

Una conferma scontata, nonostante il caso scoppiato di recente relativo a presunti errori di conteggio dei voti nelle scorse elezioni, quella di Massimiliano Di Cuia per FI.

Ennesima riconferma anche per Antonio Scalera, che ha lasciato al palo Gianfranco Chiarelli, con 300 voti di scarto, pur avendo aderito solo di recente alla Lega.

È un ritorno, invece, quello di Mino Borraccino, che era rimasto fuori nella scorsa tornata, mentre era stato assessore nella prima giunta di Emiliano, cui è rimasto sempre fedele, divenendone consigliere personale, e godendo certamente del suo appoggio elettorale. Un appoggio che lo stesso consigliere pulsanese potrà ripagare sostenendo l’attribuzione di un assessorato ad Emiliano.

Torna una rappresentanza femminile, con l’elezione della consigliera comunale 5Stelle, movimento che ha appoggiato Decaro, Annagrazia Angolano, che ha ottenuto 3.800 preferenze.

Convegno

Dal 27 novembre IV convegno sul Principato di Taranto, ricordando Cosimo Damiano Fonseca

25 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Si svolgerà dal 27 al 29 novembre, in quattro diverse sedi, il IV convegno sul principato di Taranto che avrà come titolo ‘Giovanni Antonio Orsini del Balzo aspetti del suo Principato’, organizzato dall’Associazione di cultura classica e dalla sezione tarantina della società Dante Alighieri.

Il tema di questa edizione è incentrato sulla figura dell’ultimo Principe di Taranto, Giovanni Antonio Orsini del Balzo (1420-1463), e sui molteplici aspetti degli anni del suo principato: dalla storia alla politica all’economia alla società alla musica alla moda alla cucina.

Giovedì 27, ore 9, salone degli specchi di Palazzo di città, dopo i saluti istituzionali ci sarà un ricordo di Cosimo D. Fonseca a cura di Pietro Dalena (UniCal). Seguirà l’introduzione al convegno di Francesco Somaini (UniSalento)

Per la sessione storia/politica/economia – parte I, presieduta da Pietro Dalena, sono previste le seguenti relazioni:

Rosanna Alaggio (Università del Molise), Percezione e rappresentazione esterna del principe di Taranto. L’immagine di Giovanni Antonio del Balzo Orsini nelle fonti coeve;

Maria Rosaria Vassallo (UniSalento), Scelte politiche e reti di amicizia nell’esercito orsiniano;

Carmela Massaro (UniSalento), Da Roma al Salento: Anna Colonna, principessa di Taranto, contessa di Lecce.

Ore 15-19 parte II, presiede Francesco Somaini. Queste le relazioni:

Luciano Candita (UniSalento), La gestione orsiniana dell’invasione angioino-caldoresca della Terra d’Otranto del 1434-1435 [relazione da remoto];

Kristjan Toomaspoeg (UniSalento), La Chiesa di Taranto in età orsiniana;

Carlo Dell’Aquila (UniBA), Problematiche sul riconoscimento di una coppia di stemmi di ambito orsiniano a Bitonto;

Stefano Vinci (UniBA), I regolamenti della pesca per il litorale di Taranto

Venerdì 28, sessione letteratura: ore 9-13Sessione arte / costume / società Convento S. Antonio, presiede: Luigi Oliva. Queste le relazioni

José Minervini (Soc. Dante Alighieri-Ta), Giannantonio e sua nipote. Isabella di Chiaromonte. “la più bella regina che sia stata al mondo”;

Sondra Dall’Oco (UniSalento), Il ritratto del principe di Taranto tra storiografia e letteratura;

Corinna Bottiglieri (UniSalento), Giovanni Antonio Orsini e la medicina;

Giorgia De Pascalis – Luca Ruggio (UniSalento), Su alcuni codici latini della biblioteca di Giovanni Antonio Orsini del Balzo;

Sessione arte/architettura sala conferenze Archivio di Stato di Taranto, via Di Palma, 4 ore 15-19,

presiede Stefano Vinci. Queste le relazioni:

Augusto Ressa, architetto, Progetto di esecuzione di una replica della lapide con lo stemma degli Orsini al Convento di S. Antonio a Taranto;

Vanessa Paladini (UniSalento), Splendori in miniatura: il libro d’ore di Anna Colonna tra arte e liturgia nella Terra d’Otranto del Quattrocento;

Ferruccio Canali (UniFI), “Architectura picta”: tipologie e modelli nella Pittura monumentale orsiniana;

Virgilio Galati (UniFI), Nelle terre del Principe; la stagione dalmato-adriatica nell’architettura tra gli anni Quaranta e Sessanta del Quattrocento

Sabato 29 novembre sala Celestino V del Castello aragonese ore 9-13, presiede Carlo Dell’Aquila, queste le relazioni:

Luigi Oliva (Dir. Istituto Centrale per il Restauro, MiC), L’impronta dei del Balzo Orsini nella città di Taranto: struttura urbana ed architettura;

Luciana Petracca (UniSalento), Banchetti e consumo di carne nelle residenze orsiniane;

Paola Nitti (Accademia di Belle Arti di Bari), La moda: apparenza e rappresentazione al tempo dei principi di Taranto fra XIV e XV secolo;

Sessione musica

Francesco Spada (dir. Casa Museo Spada), La musica di corte – gli strumenti musicali, i suoni e le danze per l’intrattenimento dei principi in età tardo medievale.

Per l’occasione sono previste le seguenti visite guidate:
Giovedì 27 novembre, ore 15 – Visita del MArTa;
Venerdì 28 novembre, ore 12.30 – visita dell’ex Convento di S. Antonio; ore 15 – Mostra allestita all’Archivio di Stato: Sulle pergamene del Principato. Taranto, città dei principi fra potere, scrittura e memoria, a cura di Valentina Esposto (direttrice dell’Archivio di Stato di Taranto).

Elezioni

Decaro nuovo governatore di Puglia ma l’astensione arriva al 60 per cento

24 Nov 2025

di Silvano Trevisani

È stato tra il 13 e il 18 per cento, nelle città pugliesi, il calo di affluenza, che per l’intera regione ha fermato l’asticella al 41,83%, con una differenza complessiva di quasi meno 15%, rispetto al 56,43% di cinque anni fa. Taranto è penultima (col 40,6%), seguita da Foggia.

Questo è il dato più importante, poiché la vittoria quasi plebiscitaria di Decaro era scontata. Ma anche la stessa vittoria della coalizione di centrosinistra in Puglia viene un po’ offuscata dal dato che ha visto 6 pugliesi su 10 snobbare i seggi elettorali. Di astensionismo si discute ormai da anni, ma la disaffezione al voto continua a crescere in maniera inversamente proporzionale alle passerelle di politici in tv. Sicuramente molte delle teorie proposte sono condivisibili. Si parla di sfiducia del cittadino nei confronti della politica, di scarso ruolo dei partiti e di politiche analoghe da parte di tutti gli schieramenti, anche perché il primato assoluto ormai ce l’ha la finanza. Si parla di disaffezione alla democrazia, di eccessivo ricorso alle urne, che lascia comunque tutti i problemi irrisolti. C’è chi chiama in causa il Covid, chi la litigiosità dei partiti, chi il fatto che i candidati vengano quasi sempre calati dall’alto e che siano poco conosciuti all’elettorato. E va forse detto che indire elezioni alla fine di novembre non era certo un modo di favorire la “passeggiata elettorale”. Neppure a favore dell’affluenza era la scelta di negare tariffe vantaggiose per i fuorisede, studenti soprattutto, come è sembra avvenuto nei decenni passati. E questo vale comunque per tutta l’Italia.

Ma sicuramente non si ha sufficientemente chiaro che lo snobbare le urne è soprattutto un voto di protesta. Contro il peggioramento complessivo della qualità della vita, l’impossibilità dei cittadini di incidere sui cambiamenti, le retribuzioni da fame che desertificano le nostre città. E forse, più di ogni altra cosa: una sanità che si va privatizzando e che priva almeno 6 milioni di cittadini delle cura. Lo speciale di Report sulla sanità, quella pugliese in particolare, e ancor più in dettaglio quella tarantina, ha dimostrato come il servizio sanitario nazionale sia stato di fatto smantellato. Il regine dell’intramoenia si è rivelato una scelta deleteria da tutti i punti di vista, ma l’evasione fiscale ha fatto il resto, privando lo Stato delle risorse indispensabili. Poi abbiamo appreso che il direttore della Asl di Taranto, con una lettera ufficiale inviata ai sanitari, li ha sollecitati a sbolognare i pazienti al pronto soccorso, già al collasso, invece di chiedere visite diagnostiche urgenti!

Ma allora, ci chiediamo: come si può ridare dignità al voto e quindi anche agli eletti? È un’impresa impossibile? No. Per invertire la tendenza le possibilità ci sono. Un effetto sicuro lo avrebbe ridurre gli stipendi dei politici. E ancora di più: sospendere la contribuzione ai fini pensionistici da lavoro, per chi ne è esonerato e riceve i contributi pensionistici da Parlamento o Regione. Perché una doppia contribuzione? Questo accrescerebbe enormemente il loro ascendente e il rispetto degli elettori. Crollerebbe, di converso, il numero di coloro che fanno politica solo per sistemarsi. Qualcuno spiegò che gli stipendi dei politici furono raddoppiati in modo da evitare tentazioni corruttive. Ma sembra che l’effetto sia stato opposto.

E poi ci sono i risultati elettorali. In Puglia, come previsto, vince largamente Decaro, grazie anche al consenso personale di cui aveva già avuto conferma, oltre che al Comune anche all’Europarlamento, con oltre 500.000 preferenze. Da segnalare, inoltre, che Decaro ha preso molti voti in più dell’insieme delle sue liste. Il che vuol dire che la gente sa riconoscere un politico che fa bene il suo mestiere anche se non passa in tempo in tv. Ci auguriamo che faccia voltare pagine alla Puglia e anche al centrosinistra, che sono da troppo tempo segnati dalla presenza di Emiliano, così come a lungo lo è stata Taranto, il cui personalismo e tante decisioni, sia politiche che amministrative hanno creato imbarazza anche in vista di queste elezioni.

Il primo impegno che Decaro ha assunto pubblicamente nelle prime interviste rilasciate, è quello di ridurre realmente le liste d’attesa, in modo da ridare alla nostra regione la dignità che merita anche per le ottime strutture sanitarie di cui dispone. E ci auguriamo che questo valga soprattutto per Taranto, la cui sanità, come la stessa Regione ha riconosciuto, è il fanalino di coda nonostante le singolari emergenze che l’affliggono.

Lavoro

Ex Ilva: occupate fabbrica e strade Emiliano: “Complotto contro Taranto”

21 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Sbrogliare la matasse Ilva è compito arduo. Già prima dell’intesa sul piano di decarbonizzazione dell’estate scorsa avevamo espresso riserve, conoscendo le pieghe di una situazione troppo complicata per risolversi nei corridoi di Palazzo Chigi. Ma il governo sta mostrando, sulla vertenza, un comportamento sconcertante. Prova ne sia l’ultima iniziativa assunta dal ministro per le Imprese Urso che, alla luce dell’occupazione delle fabbriche di Genova e Novi Ligure, ha convocato un incontro per le sole sedi ex Ilva del Nord. Con evidente scopo di dividere il fronte, forse su sollecitazione di politici settentrionali. Iniziativa che è stata immediatamente bollata dalla segreterie nazionali dei sindacati che hanno scritto al ministro: “A seguito della convocazione esclusivamente riguardante i siti del Nord, le organizzazioni sindacali ritengono un elemento divisivo del gruppo dividere gli incontri che fino ad oggi hanno avuto una regia a Palazzo Chigi. Chiediamo pertanto che il tavolo venga convocato alla presenza di tutte le istituzioni locali e regionali per tutto quanto il gruppo”. E avvertono che “la mobilitazione, in assenza di tale convocazione, proseguirà ad oltranza”.

Intanto, dopo Genova, anche Taranto è scesa in piazza. Dopo le assemblee di ieri mattina è partita l’occupazione dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto da parte di lavoratori diretti e dell’appalto e sindacati, con presidi a oltranza e blocchi stradali. Gridando “vergogna, vergogna” gli operai hanno accusato governo e commissari, chiedendo la revoca del piano presentato nei giorni scorsi e garanzie certe su decarbonizzazione, futuro produttivo e occupazionale.

La mobilitazione è legata allo sciopero di 24 ore proclamato dopo l’incontro di Roma, ma le sigle non escludono che la protesta possa proseguire oltre la singola giornata di ieri, vista la tensione crescente nello stabilimento. La statale Appia è stata bloccata all’altezza del siderurgico, con disagi alla circolazione e lunghe code in entrambi i sensi di marcia. Il presidio rimane attivo mentre i lavoratori annunciano ulteriori iniziative se non arriveranno segnali dal governo.

E al presidio hanno partecipato, in mattinata, anche il sindaco Piero Bitetti e il governatore Michele Emiliano. Bitetti si è detto pronto a partecipare al presidio a oltranza, se non dovessero arrivare le risposte attese. “Taranto è una città resiliente” ha detto, ricordando come l’intesa firmata lo scorso 18 giugno tra amministrazione e sindacati, avesse individuato per tempo le criticità dell’attuale strategia del governo. “Temiamo che si sia giocato un bluff politico per spostare responsabilità altrove”, ha osservato, sottolineando come le competenze sul destino del polo siderurgico siano chiare e non possano essere scaricate sugli enti locali.

Di fronte alla gravità del momento, il sindaco ha scritto direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, invitandola a venire a Taranto o, in alternativa, dichiarandosi pronto a raggiungerla a Roma “in qualunque momento”. Una richiesta dettata dalla necessità di ottenere “chiarezza, certezze e verità” sulla prospettiva industriale del sito.

Bitetti ha richiamato le responsabilità dell’esecutivo, ricordando gli investimenti annunciati per una transizione verso una produzione decarbonizzata e l’interesse strategico dell’acciaio di Stato. “Abbiamo sempre chiesto un percorso serio e progressivo, nel rispetto di salute, ambiente e lavoro”, ha rimarcato, parlando di narrazioni che “offendono l’intelligenza” della città e dei lavoratori.

Ancora più duro è stato Emiliano, secondo il quale ci sono “strane alleanze” per evitare che vengano realizzati i dri per la produzione di preridotto a Taranto. “Perché con dri e forni elettrici Taranto diventerebbe il monopolista dell’acciaio di qualità in Italia e in Europa e questo a molti non va giù. Ci sono delle strane alleanze per bloccarne la costruzione”. E promette battaglia su una questione sulla quale “il governo mente”.

Si attendono, da parte del governo, iniziative chiarificatrici, ma certo il tempo sprecato nel tentativo di sbolognare la patata bollente a eventuali, ipotetici acquirenti, magari ricavandoci anche un gettito per l’acquisto, del tutto immaginario, pesa maledettamente così come pesano gravemente gli errori commessi nelle gestioni commissariali, nella vendita bluff a Mittal, nei nuovi bandi inconcludenti, nella ‘svendita’ delle quote europee di emissioni inquinanti per una cifra ridicola di ‘soli’ 250 milioni, nel pianificare un processo di decarbonizzazione senza saper bene chi lo avrebbe attuato, nello sprecare energie a discutere di navi rigassificatrici con anni di anticipo, al solo scopo di scaricare un’altra patata bollente su enti (locali) che non hanno specifica competenza. Tempo sprecato in maniera umiliante anche nel propagandare un altro bluff: la decisione di non aumentare la cassa integrazione ma di utilizzare parzialmente corsi di formazione a rotazione per 1.500 operai, in modo da addestrarli sui nuovi processi produttivi che, per ora, non ci sono e chissà se e quando ci saranno. Un po’ come formare levatrici per bambini che potrebbero nascere tra 4 o 5 anni, se i genitori saranno intenzionati a metterli al mondo!

Lavoro

“Il governo vuole chiudere l’Ilva”: si va verso lo sciopero a oltranza

20 Nov 2025

di Silvano Trevisani

“Il governo ho decretato la chiusura dell’Ilva”: è la sintesi lapidaria ma efficace della situazione così come rappresentata dai sindacati dei metalmeccanici Fim Fiom Uilm, i cui segretari nazionali hanno tenuto una conferenza stampa nella sede romana della Flm dai toni drammatici e accorati. Ferdinando Uliano, Rocco Palombella e Michele De Palma sono stati duri nei confronti del governo e soprattutto del ministro Urso che, a loro parere, ha messo in scena un vero e proprio bluff: annunciando e ribadendo anche alla fine dell’incontro svoltosi a Palazzo Chigi, attraverso un comunicato stampa, che la cassa integrazione non aumenterà da 4.500 a 6.000, perché gli ulteriori 1.500 lavoratori saranno avviati ai corsi di formazione. Ma ha nascosto la vera ragione di questo cambiamento di registro, che è stato esaltato da alcuni giornali: si utilizzano i fondi per la formazione per non aumentare il ricorso della cassa, ma non ha assolutamente alcun senso realizzare corsi sul ‘green’ in assenza di impianti green da avviare.

L’analisi proposta dai sindacati è impietosa e indiscutibile. Convocati dal governo per mettere a punto il piano industriale condiviso ad agosto, i sindacati si sono sentiti dire che quel piano non esiste più. C’è un nuovo piano che prevede (ma si dovrebbe dire: ipotizza) il dimezzamento dei tempi per realizzare i forni elettrici, ma non spiega chi e come li costruirà, in assenza assoluta di proposte di acquisto dell’azienda, ma soprattutto prevede la chiusura, a partire dal primo marzo, di tutti gli stabilimenti. Dopo quella data non ha più senso neppure parlare di cassa integrazione, perché di sicuro perderanno il posto i 10.700 lavoratori AdI, assieme ai 1.550 da anni in amministrazione straordinaria e a tutti quelli delle aziende dell’indotto.

È per questo che i lavoratori degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure hanno deciso immediatamente di occupare la fabbrica, mentre tutti i dipendenti dell’azienda sono in sciopero e preannunciano iniziative di lotta a tutti i livelli.

La conferenza stampa è servita per chiarire punto per punto la situazione, che il governo non è più in grado di gestire e che richiederebbe l’intervento diretto dalla presidente del consiglio, dal momento che l’acciaio è strategico per tutta l’industria italiana, che sta già soffrendo enormemente ed è costretta a importare semilavorati dall’estero, con aggravio per la bilancia commerciale.

Uno spettacolo indecoroso definisce quello offerto dal governo il segretario della Uilm Palombella, con il solo Urso a parlare, scagliandosi contro gli enti locali e il Comune di Taranto, mentre tutti gli altri ministri e sottosegretari tacevano. Niente di concreto ha raccontato sulle pseudo offerte di acquisto pervenute e pare ormai evidente che si voglia chiudere gli impianti e licenziare tutti i dipendenti per invogliare così chi volesse investire, non più costretto ad assumersi alcun onere.

Non si illuda, ha detto De Palma, chi vuole chiudere lo stabilimento che così si risolvano i problemi ambientali che, invece, si moltiplicherebbero. Basta vedere le aree dismesse a Taranto, come la Sanac o la Cementir, in pauroso degrado ambientale, e ancor più Bagnoli, dove, dopo trent’anni, l’area dismessa dall’Ilva continua a incombere pericolosamente sulla città. Il governo non ha una lira per le bonifiche e non ha neppure chiarito dov’è che si dovrebbero realizzare forni elettrici e dri e meno che mai le aziende alternative.

Ferdinando Uliano ha ribadito la posizione dei sindacati, che non chiedono una statalizzazione, ma “di utilizzare la leva delle partecipate dello Stato, come già avvenuto in passato. Per costruire un progetto che abbia la possibilità di finanziare il piano industriale che abbiamo condiviso. Questo è il nostro schema, che ovviamente dà all’ente controllato dallo Stato un ruolo importante dentro una configurazione che, però, prevede la gestione privata. Un privato che, però, parta da presupposto di consideriare l’acciaio strategico per il Paese”.

Va ancora più dura la Cgil di Puglia che annuncia la mobilitazione permanente: “Da oggi sciopero ad oltranza”, dichiara la segretaria generale Gigia Bucci, finché l’esecutivo non garantirà risposte concrete alle comunità coinvolte. “Hanno preso in giro azienda, città e lavoratori, ma alla fine hanno mostrato il loro vero volto, quello di chi senza bussola governa a vista, senza una politica industriale e di sviluppo, vendendo o svendendo i gioielli di Stato per finanziare ponte e armi, nel disprezzo del Sud e della vita. Non il futuro di un asset importante per il Paese e quello di migliaia di lavoratori, ma l’autonomia differenziata è la priorità del Governo. Da qui però non si passa, da oggi sciopero ad oltranza finché il governo non farà marcia indietro, assumendosi la responsabilità di garantire risposte concrete a chi lavora e ai territori coinvolti”.

Questa mattina, giovedì 20, alle 7 Fim Fiom Uilm e Usb hanno tenuto un’assemblea unitaria alla portineria imprese di Acciaierie d’Italia per fare il punto della situazione.

Lavoro

Rottura totale governo-sindacati sulla vertenza Ilva: oggi sciopero

19 Nov 2025

di Silvano Trevisani

È rottura totale tra governo e sindacati sulla vertenza Ilva. Salta il tavolo della trattativa a Palazzo Chigi, con i sindacati che annunciano lo ‘scontro totale’ per quello che definiscono il piano di chiusura dall’azienda da parte del governo e proclamano uno sciopero di 24 ore a partire da domani, mercoledì 19 novembre.

Nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi con le organizzazioni sindacali sull’ex Ilva, il governo ha giocato la carta del mantenimento dei livelli di cassa integrazione, chiarendo che “non ci sarà un’estensione ulteriore della cassa integrazione, in accoglimento della principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati nel corso del precedente tavolo”, ma questo non è bastato. Se è vero che i sindacati avevano duramente bocciato l’estensione della cassa integrazione fino a 6.000 unità, non era quello l’unico e principale problema di rottura. A essere bocciato è stato soprattutto il piano industriale che, come si ricorderà, prevede il ridimensionamento produttivo e la chiusura delle cokerie, con l’acquisto all’estero del coke necessario alla produzione residua. Un piano che sostituisce completamente quello presentato nello scorso luglio e che aveva registrato una sostanziale adesione dei sindacati, in quanto prevedeva il mantenimento del ciclo produttivo, seppure ridimensionato, in vista della realizzazione dei forni elettrici, per i quali i tempi sarebbero stati ridimensionati da otto a quattro anni.

Ma i sindacati sostengono anche la necessità che sia lo Stato a gestire l’Ilva in attesa di un affiancamento di imprenditori privati, dei quali per ora non c’è nessuna traccia, a differenza di quanto ventilato nella scorsa riunione. Inoltre hanno anche chiesto un nuovo incontro con la partecipazione della presidente del consiglio Meloni, ma la risposta è stata negativa.

In una nota Palazzo Chigi riferisce che “saranno individuati adeguati percorsi di formazione in favore dei lavoratori, anche per coloro già in cassa integrazione. La formazione servirà a far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con le nuove tecnologie green”. Il governo ha confermato, inoltre, “piena volontà di concentrare le risorse sulla manutenzione degli impianti per mettere in sicurezza i lavoratori e in prospettiva aumentare la capacità produttiva”.

Ma i sindacati non ci stanno. Il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano, afferma: “il piano sull’ex Ilva di fatto va a ridimensionare le attività, perché ferma tutte le aree a freddo e questo per noi è inaccettabile perché ha riflessi importanti su tutti gli stabilimenti, non solo su Taranto. Abbiamo chiesto e ribadito più volte di ritirarlo, perché ci sembra la prospettiva di chiudere lo stabilimento per poi metterlo a disposizione di eventuali potenziali acquirenti che oggi non ci sono. Questo per noi è inaccettabile”. Per il segretario generale della Uilm Rocco Palombella “il piano porta alla chiusura dell’ex Ilva. È mancato il senso di responsabilità delle istituzioni e del governo”.

Da parte sua il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, spiega: “Noi abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di sospendere, di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ci hanno risposto di no e noi abbiamo deciso ovviamente di dichiarare sciopero a partire dalla giornata di domani”.

Il Governo, sostiene infine l’Usb, “continua a ripetere che la nazionalizzazione non sarebbe possibile, ma evita di affrontare il tema vero: la mancanza di risorse e la totale assenza di una scelta politica di intervento pubblico. Lo strumento del controllo pubblico esiste, è pienamente costituzionale e già utilizzato anche in Italia. È esattamente ciò che Usb chiede da tredici anni”.

All’incontro, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, presenti il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti, e il consigliere per i Rapporti con le parti sociali, Stefano Caldoro.

Presentazione libro

Nuova monografia sulla confraternita del Purgatorio di Grottaglie di Rosario Quaranta

14 Nov 2025

Sarà presentata a Grottaglie domenica prossima 16 novembre, alle ore 19.30, nella Chiesa Madre collegiata Maria SS.ma Annunziata di Grottaglie, la monografia storica di Rosario Quaranta sulla Confraternita del Purgatorio, stampata in occasione dell’anno giubilare del 2000, in una nuova edizione ampiamente rinnovata nel testo e nelle immagini.

L’iniziativa voluta dal priore Salvatore Ligorio nella ricorrenza del presente anno giubilare intende così riprendere, aggiornare e arricchire con ulteriore documentazione storico-iconografica l’esperienza confraternale di questi ultimi anni di vita del sodalizio grazie anche all’azione del padre spirituale don Eligio Grimaldi, parroco della Collegiata Maria SS.ma Annunziata.

Il pio sodalizio ha conosciuto nel tempo cambiamenti notevoli, mantenendo comunque e coniugando sempre le finalità proprie delle origini con le opere di carità spirituale e materiale, con l’attenzione verso le proprie tradizioni, e in particolare verso le importanti processioni dei Sacri Misteri e della Beata Vergine Addolorata. Tutto ciò al fine di creare un clima favorevole di fede, di speranza e di carità atto anche ad attirare nuovi confratelli e nuove consorelle, nell’intento di assicurare nel tempo una generosa vitalità alla stessa confraternita.

Il volume ospita in apertura gli interventi del ricordato padre spirituale, di Ciro De Vincentis, presidente della Pluriassociazione ‘S. Francesco De Geronimo’ che ha patrocinato la pubblicazione, e di Giovangualberto Carducci, presidente della Sezione tarantina della Società di storia patria per la Puglia.

Nella monografia si prendono in considerazione le vicende della più giovane delle tante Confraternite grottagliesi. Si ricorda che nel Seicento se ne contavano dieci; oggi ne rimangono cinque, e cioè quelle del Sacramento, del Rosario, del Carmine, del Nome di Dio e appunto del Purgatorio.

L’autore si sofferma così sulle origini, sulle regole e sugli obblighi questa confraternita fondata nel 1641 dal sacerdote don Federico Monaco e approvata dall’arcivescovo di Taranto Tommaso Caracciolo; vengono, quindi, illustrate le acquisizione di beni e le persone di rilievo ad essa iscritta o comunque legate, tra le quali spiccano il letterato Simone Antonio Battista nipote del celebre poeta Marinista Giuseppe Battista, san Francesco De Geronimo e suo fratello arciprete Tommaso De Geronimo, il priore don Niccolò Cicinelli appartenente alla casa feudataria di Grottaglie, e diversi antichi sindaci e notai dal Seicento all’Ottocento.

Nel volume largo spazio è assegnato anche all’artistica sede dell’oratorio sito nella piazza principale della cittadina, accanto alla storica Collegiata; nonché al suo patrimomio culturale e artistico, e in particolare alla processione dei Misteri del Venerdì Santo, e alla devozione verso l’Addolorata la cui artistica statua viene parimenti portata in processione.

Un risalto particolare viene dato all’arte e alla tradizione letteraria e popolare collegate alla vita della confraternita. Notevole infine è la corposa Appendice documentaria composta da ben 15 pezzi relativi ai secoli XVII-XX; mentre l’apparato iconografico risulta ulteriormente arricchito con molte altre nuove e suggestive immagini fotografiche di Alfonso Manigrasso e Carmela Caiazzo.

Lavoro

Ex Ilva: è rottura governo-sindacati
Piero Bitetti: Taranto lasciata sola

13 Nov 2025

di Silvano Trevisani

“Taranto non può e non deve essere lasciata sola in un momento così delicato e di svolta”. Lo scrive il sindaco Piero Bitetti in una nota che fa seguito all’inconcludente incontro sull’Ilva svoltosi ieri a Palazzo Chigi, alla presenza del sottosegretario alla presidenza del consiglio Alfredo Mantovano, dei ministri Adolfo Urso, Marina Calderone, dei commissari straordinari e delle organizzazioni sindacali. La mancanza di chiarezza del governo, che in attesa di soluzioni ancora da studiare, prevede di innalzare il numero di cassintegrati dagli attuali 4.500 fino a 6.000, l’indisponibilità alla nazionalizzazione, la nebulosità della tempistica e delle strategie di decarbonizzazione e costruzione dei forni elettrici, ha trovato la netta chiusura del sindacato. Del resto lo stesso governo ha chiesto tempo per chiarirsi le idee e valutare le offerte, anche dopo la scadenza del bando, compresa una nuova che viene definita al momento ‘segreta’.

Dal sindaco Bitetti dichiarazioni pungenti, assieme alla constatazione che sui progetti di reindustrializzazione presentati nelle scorse settimane non vi è alcuna reale adesione del governo. Ma anche la ferma determinazione a cambiare strada rispetto al ciclo integrale che negli anni passati ha inquinato e devastato ambientalmente e sanitariamente la città.

“Quanto annunciato ieri dal Governo nel vertice con i sindacati non mi stupisce. Con la decarbonizzazione, unica strada condivisa e percorribile, il delta occupazionale si riduce, e questo era ampiamente previsto. Ma fino ad oggi io non ho ascoltato una sola parola concreta su come supportare questo passaggio, che definisco epocale per la città, in termini di riqualificazione dei dipendenti, riconversione occupazionale, sostegno reddituale. E a questo si aggiunge che non ci sono notizie ufficiale sull’ingresso di un nuovo imprenditore del settore, intenzionato a sostenere una vera azione industriale tesa alla decarbonizzazione dello stabilimento”. Ma, come detto, il sindaco fa anche riferimento ai progetti che riguardano la dismissione di parte delle aree attualmente occupate dal siderurgico, già presentati nelle scorse settimane.

Il governo, lo ricordiamo, ha illustrato un piano che prevede fermi produttivi, aumento della cassa integrazione fino a 6.000 lavoratori, l’avvio di un cosiddetto ‘ciclo corto’ con fermata di tutte le cokerie a partire dal primo gennaio e l’utilizzo di coke importato, mentre viene rimodulato a 4 anni il percorso di decarbonizzazione e la ricerca di un nuovo soggetto industriale.

Ma i sindacati ritengono queste proposte un ulteriore passo indietro rispetto al piano, già lacunoso, presentato nelle scorse settimane. “Il governo – commenta segretario generale della Fim Ferdinando Uliano– ci aveva assicurato che non sarebbero mancate le risorse per la gestione degli impianti, oggi abbiamo compreso che non c’è più questa disponibilità. Stiamo parlando della messa in discussione del proseguimento delle attività di questo impianto”. E per quanto riguarda la ventilata ipotesi di un terzo soggetto industriale, Uliano esprime forti dubbi a riguardo.

I sindacati, che hanno chiesto al governo di ritirare il piano, ora ascolteranno la base e non è improbabile che decidano iniziative di mobilitazione.

Per la Usb, inoltre, “Il governo sceglie la strada del disastro sociale: un piano che in due anni porterà al baratro, lasciando senza futuro oltre 18.000 lavoratori tra diretti, appalto, Ilva in AS, con ripercussioni gravissime anche su Sanac e sull’intera filiera dell’acciaio”.

Sulla vicenda interviene anche il presdiente di Confapi, Fabio Greco: “Sull’ex Ilva il governo deve dire cosa vuole fare. Sono due anni che attendiamo. Non è più possibile vivere questa condizione di incertezza assoluta”.

Lavoro

Tempi duri e poca serenità per chi lavora nei Comuni e in Provincia

10 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Tempi duri per chi lavora negli enti locali, a Taranto e in provincia, come conferma anche la silenziosa emorragia di lavoratori, e giorni di ansia per i dipendenti dell’appalto comunale. Iniziamo da questi ultimi, cioè dai circa cento dipendenti che lavorano nell’appalto del Comune di Taranto, e che gestiscono servizi indispensabili come guardiania, piccole manutenzioni o addirittura la sopravvivenza di uffici come l’archivio e l’anagrafe. Ogni anno puntualmente, all’arrivo del 31 dicembre, si ripete il drammatico rituale della scadenza del contratto, a cavallo tra il Natale e l’anno nuovo.

I segretari generali di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltrasporti, Daniele Simon, Maria Scala Vinci e Carmelo Sasso scrivono, perciò, al sindaco Piero Bitetti e all’assessore al Patrimonio Federica Stamerra, per chiedere un incontro con lo scopo di definire il destino di questi dipendenti privati in funzioni pubbliche, “che negli scorsi anni, per cause riconducibili a diverse dinamiche amministrative e politiche, hanno subito mortificazioni e l’incertezza e la precarietà di bandi a respiro corto”. Obiettivo di sindacati e lavoratori è quello di sanare una incongruenza che vede in un ente pubblico impegnati con continuità e storicità personale precario. “Convinti che interventi programmati possano ristabilire la serenità lavorativa, l’efficienza dei servizi e rafforzare la fiducia nella cosa pubblica, attendiamo dal Comune di Taranto un sollecito riscontro”.

Con un’altra iniziativa, i segretari provinciali dei categoria di Cgil, Cisl e Uil scrivono a tutti i segretari comunali dei Comuni della provincia di Taranto, al presidente della Provincia e al segretario dell’ente, per lamentare il mancato rispetto delle relazioni sindacali, del codice deontologico e della dignità individuale dei dipendenti.

A tutti i Comuni “per par condicio”, fanno rilevare quelle che definiscono “gravi e reiterate violazioni dei principi fondanti delle relazioni sindacali, sanciti dai Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro e dai relativi accordi decentrati”. Oltre al mancato rispetto del contratto nazionale e alle inadempienze circa la contrattazione decentrata, i sindacati denunciano “episodi sempre più frequenti di comportamenti lesivi della dignità personale e professionale dei dipendenti, posti in essere, in forma palese o subdola, da amministratori, consiglieri comunali (di maggioranza e opposizione), segretari comunali, dirigenti e funzionari apicali”

Ai segretari comunali, per competenza, si chiede di “emanare apposita circolare interna volta a sensibilizzare tutti i soggetti della pubblica amministrazione al rispetto dei ruoli, delle prerogative e della dignità individuale, secondo i codici etici e civici di riferimento, altrimenti opponibili in sede giudiziaria”. Trascorsi 60 giorni, i sindacati renderanno noti le amministrazioni inadempienti riservandosi azioni legali.

Città

Soste in città: da oggi con un euro parcheggi e arrivi in centro

06 Nov 2025

di Silvano Trevisani

Arriva una piccola rivoluzione per le soste in città. Anche a Taranto, come avviene in altre grandi città, i parcheggi di interscambio, che sono quelli di Cimino e piazzale Democrate, consentiranno di parcheggiare l’auto e raggiungere il centro con i mezzi pubblici con un unico pagamento di un euro. Le navette, che raggiungeranno il Borgo da entrambe le direzioni, con una frequenza intensa, potrebbero consentire di alleviare il problema del parcheggio in città e, tutto sommato, anche un risparmio. Visto l’alto consumo di carburante che la ricerca del parcheggio comporta.

Il funzionamento dei parcheggi di interscambio, che purtroppo hanno un nome inglese cui bisognerà abituarsi, Park&Ride, è stato presentato nel corso di una conferenza stampa, alla quale sono intervenuti Gianni Cataldino, assessore comunale alle Società partecipate, Giovanni Patronelli, assessore comunale alla Mobilità sostenibile, e l’avvocata Giorgia Gira, presidente di Kyma Mobilità.

La novità viene introdotta, in via sperimentale, l’amministrazione comunale e Kyma Mobilità dal 5 novembre, per i successivi sei mesi. Vediamo come funzionerà: dalle ore 7 alle ore 23, nei due Park&Ride di Cimino e piazzale Democrate, la tariffa di parcheggio per il conducente è fissata a € 1,00, comprensiva del costo della sosta del veicolo nell’area di interscambio e l’utilizzo degli appositi bus navetta, all’andata e al ritorno, lungo gli itinerari che portano al centro città. Gli altri passeggeri dello stesso veicolo (fino a 5 compreso il conducente) potranno acquistare, contestualmente, un mini-ticket dal costo di € 0,30 ciascuno per usufruire del servizio navetta. I minori fino a 10 anni viaggiano gratis.

Il pagamento del ticket sosta+bus potrà avvenire esclusivamente in loco utilizzando gli appositi parcometri, che rilasceranno una doppia ricevuta: una da lasciare sul cruscotto dell’auto e l’altra da portare con sé e da conservare per l’utilizzo della navetta, esibendola in caso di controlli da parte del personale ispettivo. I ticket emessi saranno riservati all’utilizzo delle linee riservate ai Park&Ride e saranno validi per tutta la giornata.

Così i percorsi e le frequenze dei bus navetta: Terminal Cimino – via Di Palma – Parco della musica (Bac) e viceversa (senza fermate intermedie) con partenza ogni 15 minuti. Nelle fasce orarie 14/16:30 e 21/23 la frequenza sarà ogni 30 minuti.

Piazzale Democrate – Arcivescovado – piazza Castello – via Cavour (piazza Garibaldi) – Scesa Vasto (due fermate all’andata e due al ritorno), con partenza ogni 12 minuti. Nelle fasce orarie 14/17 e 21/23 la frequenza sarà ogni 24 minuti.

Ultima corsa alle ore 23 da entrambi i P&R.

I Park&Ride al Terminal Cimino e a piazzale Democrate possono ospitare, rispettivamente, 200 e 160 posti auto. La sperimentazione durerà sei mesi e comporterà, con cadenza trimestrale, una verifica del servizio nella totalità dei suoi aspetti, con eventuali lievi rimodulazioni, nell’ottica di un continuo miglioramento del servizio da offrire all’utenza.

“Vogliamo liberare il centro dal traffico di ricerca – ha commentato Cataldino – offrendo un’alternativa comoda, economica e sostenibile. È un servizio che risolve un problema immediato e guarda al futuro della mobilità”.

“Un modello top di sostenibilità ambientale che rispetta a pieno rispetto delle direttive europee. – lo definisce Alessia Gira – Il nostro impegno sarà quello di offrire un servizio pubblico efficace, puntuale e comodo”.