Emergenze sociali

Unicef Italia: quest’anno la Giornata mondiale dell’infanzia dedicata alla salute mentale

foto Unicef Italia
21 Nov 2022

Quest’anno Unicef Italia ha voluto dedicare la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza, che è ricorsa il 20 novembre, ad un tema particolarmente significativo nella fase post pandemica che bambini e adolescenti stanno affrontando e che risulta essere una priorità per la tutela del loro diritto alla salute: la salute mentale e il benessere psicosociale. Si tratta di un ambito fondamentale per contrastare gli effetti della pandemia, ripensare ad un futuro migliore e garantire la base della capacità umana di pensare, provare sensazioni, imparare, lavorare e instaurare relazioni profonde e significative. Per la Giornata è stata elaborata la proposta “Questə sono io” rivolta alle scuole di ogni ordine e grado, in cui i protagonisti sono gli autoritratti realizzati dagli alunni. Le bambine, i bambini, i ragazzi e le ragazze, guidati dai loro insegnanti, hanno partecipato a laboratori sulla percezione e la conoscenza di sé stessi finalizzato alla realizzazione dei propri autoritratti. Le scuole che hanno aderito all’iniziativa hanno scattato una foto degli elaborati che saranno pubblicati sulla galleria Flickr dell’Unicef Italia dedicata.
Domenica 20 nella sede Unicef Italia a Roma, in Via Palestro 68, si è tenuto un evento dedicato all’esposizione degli elaborati artistici realizzati da alcune scuole di Roma nell’ambito del progetto “Questə sono io”; alle 10,30 si è svolta la lettura per bambini de “L’isola degli smemorati” di Bianca Pitzorno a cura di Valentina Marziali; alle 11.30 l’inaugurazione del murale del maestro Lorenzo Terranera dedicato a tutti i bambini del mondo.
Inoltre, per tutta la settimana, rappresentanti Unicef e volontari dei comitati locali saranno coinvolti in numerose iniziative dedicate all’anniversario della Convenzione sui diritti dell’infanzia, con incontri nelle scuole, laboratori, convegni, mostre, letture animate, proiezioni di film, attività ludiche e sportive in diverse città.

Angelus

Lo stile di Dio? Vicinanza con tenerezza e misericordia

Gesù morendo sulla croce ha abbracciato “la nostra morte, il nostro dolore, le nostre povertà, le nostre fragilità e le nostre miserie”

foto Vatican media/Sir
21 Nov 2022

di Fabio Zavattaro

La liturgia, questa domenica, ci fa vivere un passaggio, come il tempo nelle nostre città, con le giornate che lentamente stanno lasciando da parte i colori autunnali per accompagnarci nella stagione invernale. Tempo di passaggio, dunque. Abbiamo lasciato Gesù a Gerusalemme, è il Vangelo di domenica scorsa, e dopo una settimana Luca ci parla della crocifissione e della sua morte; tra sette giorni entreremo in Avvento, iniziando così il cammino verso Betlemme, che è un po’ anche il nostro viaggio verso la mangiatoia e quella nascita che ha cambiato la storia dell’uomo. Forse non è un caso che prima di iniziare in nostro pellegrinaggio verso Betlemme, e vederlo neonato, lo salutiamo, in questa domenica, come re dell’universo. Una regalità diversa da quella terrena.

Francesco e il “sapore delle radici”

Francesco celebra messa nella cattedrale di Asti, dopo aver incontrato la cugina Carla novantenne a Portacomaro, visitato una casa di riposo e salutato un’altra cugina in un paese vicino, Tigliole. Viaggio per ritrovare il “sapore delle radici”; da queste terre – rese preziose da buoni prodotti del suolo e dalla genuina laboriosità della gente” – sono partiti per l’Argentina i nonni e il padre. Le radici personali sono occasione, per papa Francesco, per sottolineare le radici della nostra fede, che si trovano “nell’arido terreno del Calvario, dove il seme di Gesù, morendo, ha fatto germogliare la speranza: piantato nel cuore della terra ci ha aperto la via al Cielo; con la sua morte ci ha dato la vita eterna; attraverso il legno della croce ci ha portato i frutti della salvezza”.

Il papa ci invita a riflettere sulla regalità di Gesù che muore sulla croce: “non è seduto su un comodo trono, ma appeso ad un patibolo; il Dio che rovescia i potenti dai troni opera come servo messo in croce dai potenti; ornato solo di chiodi e di spine, spogliato di tutto ma ricco di amore, dal trono della croce non ammaestra più le folle con la parola, non alza più la mano per insegnare. Fa di più: non punta il dito contro nessuno, ma apre le braccia a tutti. Così si manifesta il nostro Re: a braccia aperte”.

Gesù abbraccia le nostre fragilità

Gesù morendo sulla croce ha abbracciato “la nostra morte, il nostro dolore, le nostre povertà, le nostre fragilità e le nostre miserie”. Si è fatto servo “perché ciascuno di noi si senta figlio”; si è lasciato “insultare e deridere, perché in ogni umiliazione nessuno di noi sia più solo; si è lasciato spogliare, perché nessuno si senta spogliato della propria dignità; è salito sulla croce, perché in ogni crocifisso della storia vi sia la presenza di Dio”. È un re che “ha valicato i confini più remoti dell’umano, è entrato nei buchi neri dell’odio, nei buchi neri dell’abbandono per illuminare ogni vita e abbracciare ogni realtà”.

Ricordava il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeff che “Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza e della sua sofferenza … La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio; solo il Dio sofferente può aiutare”.

Lo stile di Dio? Vicinanza con tenerezza e misericordia. Francesco dice, nell’omelia in cattedrale, che il Vangelo ci pone di fronte a due strade: essere spettatori – “sono molti, la maggioranza” – oppure coinvolti. Anche sotto la croce ci sono spettatori che “guardano da lontano curiosi e indifferenti”. E l’indifferenza verso Gesù è “indifferenza verso i malati, i poveri, i miseri della terra”. È il “contagio dell’indifferenza” che crea distanze con le miserie. Contagio letale dice Francesco: “l’onda del male si propaga sempre così: comincia dal prendere le distanze, dal guardare senza far nulla, dal non curarsi, poi si pensa solo a ciò che interessa e ci abitua a girarsi dall’altra parte”. Parliamo tutti i giorni di cosa non va nel mondo, nella chiesa, “ma poi facciamo qualcosa, ci sporchiamo le mani come Gesù inchiodato al legno, o stiamo con le mani in tasca a guardare”.

All’Angelus, un pensiero ai giovani, nelle chiese si celebra la Giornata della gioventù. Li invita a guardare a Maria, a non restare fermi inseguendo comodità e mode: “ci vogliono giovani veramente trasgressivi, non conformisti, che non siano schiavi del cellulare, ma cambino il mondo”, realizzando “sogni di pace”. Pace e preghiere per la martoriata Ucraina e per altri luoghi flagellati dalla guerra: “il nostro tempo sta vivendo una carestia di pace”.

Diocesi

Torna la Gmg diocesana e i giovani di Taranto si preparano per Lisbona

Foto G. Leva
20 Nov 2022

di Marina Luzzi

Il più grande evento aggregativo di giovani cattolici torna dopo lo stop dovuto alla pandemia.

Sabato scorso si è svolta la cosiddetta Gmg diocesana, con circa 400 ragazzi delle parrocchie di Taranto e provincia, giunti alla san Giovanni Bosco per la veglia di preghiera preceduta da un momento di festa nel cortile delle suore salesiane di via Umbria.

Tema della giornata, “Maria si alzò e andò in fretta”, dunque il tema del fare quando si è chiamati, proprio come la Madonna che, incinta di Cristo, non esitò ad andare dove c’era più bisogno di lei, dalla cugina Elisabetta.

Abbiamo intervistato mons. Filippo Santoro, arcivescovo della nostra diocesi, prima dell’inizio della veglia con i ragazzi, aperta, come gioiosa consuetudine, dalla processione della Croce verso l’altare accolta dall’Emmanuel, inno della Gmg di Roma 2000.

Di seguito le interviste realizzate da Marina Luzzi anche al direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale Giovanile, don Francesco Maranò e ad alcuni giovani che hanno partecipato all’animazione pomeridiana e poi alla veglia di preghiera. Video e foto sono di Peppe Leva.

 

 

QUI SOTTO LE FOTO DELL’EVENTO

Diocesi

Gmg diocesana di Taranto: le parole dell’arcivescovo Santoro

foto G. Leva
20 Nov 2022

Sabato 19 novembre, tutti i giovani della nostra arcidiocesi hanno vissuto un pomeriggio di riflessione, animazione e preghiera in occasione della Gmg diocesana con a tema, “Maria si alzò e andò in fretta“. Durante il pomeriggio abbiamo intervistato il nostro arcivescovo, mons. Filippo Santoro. 

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L'argomento

Firmato un documento “pietra miliare per il rispetto del diritto internazionale umanitario”

È stato firmata la “Dichiarazione per la protezione dei civili dalle conseguenze derivanti dall’uso di armi esplosive in aree popolate”

foto Gregorio Semenkov
19 Nov 2022

Conclusa la conferenza internazionale con cui è stato adottato il testo definitivo della “Dichiarazione politica sul rafforzamento della protezione dei civili dalle conseguenze umanitarie derivanti dall’uso di armi esplosive in aree popolate”.
La conferenza internazionale segna il culmine di quasi tre anni di consultazioni guidate dall’Irlanda che hanno coinvolto Nazioni unite, Stati membri, Comitato internazionale della Croce rossa (Cicr) e organizzazioni della società civile, tra cui la Rete internazionale sulle armi esplosive (Inew).

Obiettivo della dichiarazione

Obiettivo della dichiarazione, si legge in un comunicato della Croce rossa, “affrontare l’impatto umanitario devastante e duraturo dell’uso di armi esplosive nelle aree popolate. La Croce rossa italiana, assieme al Movimento internazionale della Croce rossa e Mezzaluna rossa, si impegna in prima linea per cercare di limitare tali danni e proteggere i civili in situazioni di conflitto e ha incoraggiato l’Italia a firmare il testo definitivo della Dichiarazione politica”.
“La Croce rossa italiana accoglie con grande favore l’esito della conferenza internazionale di Dublino, cui ha preso parte e in occasione della quale – sottolinea il presidente Francesco Rocca – oltre 80 Stati, incluso il nostro Paese, hanno firmato la Dichiarazione politica. Questo testo è una pietra miliare e rappresenta un passo significativo verso una migliore protezione dei civili nelle aree urbane e il rispetto del diritto internazionale umanitario”.

Rapporto 2019 dell’Onu

La crescente urbanizzazione dei conflitti armati solleva, infatti, importanti preoccupazioni. Il Rapporto 2019 del segretario generale Onu sulla protezione dei civili nei conflitti armati ha stimato che, nel 2018, oltre 20mila civili sono stati uccisi o feriti da armi esplosive. L’uso di armi esplosive in aree popolate causa anche danni alle infrastrutture critiche, provocando effetti a lungo termine per la popolazione civile.

Diocesi

Sabato 19, la Giornata diocesana della gioventù

18 Nov 2022

Sabato 19 novembre, tutti i giovani della nostra arcidiocesi sono chiamati a partecipare ad una serata di fraternità, animazione e preghiera in occasione della Giornata diocesana della Gioventù che avrà come tema “Maria si alzò e andò in fretta“.

La prima parte della serata si svolgerà nel cortile dell’Istituto “Maria Ausiliatrice” di Taranto (via Umbria) in collaborazione con le suore salesiane di via Umbria, a partire dalle ore 16.30.

Dopo un momento di animazione musicale, i ragazzi e giovani presenti saranno accompagnati in un percorso-stands di riflessione e gioco incentrato sull’icona evangelica della Visitazione (Lc 1,39-45). Alle ore 19 nella vicina parrocchia San Giovanni Bosco vivremo una veglia di preghiera presieduta dal nostro arcivescovo, mons. Filippo Santoro.

Durante questo appuntamento saranno comunicate ufficialmente le informazioni inerenti alla prossima Giornata mondiale della Gioventù che si svolgerà a Lisbona (Portogallo) dall’1 al 6 agosto 2023.

Sarà necessario (per questioni organizzative) iscriversi all’evento attraverso il seguente link: https://bit.ly/3DMuUWF

Pubblichiamo la locandina con il programma dettagliato dell’evento diocesano.

Il Principato di Taranto: un convegno ha cercato di fare luce su quel periodo poco noto

18 Nov 2022

di Silvano Trevisani

È stato presentato, nel Salone degli specchi di Palazzo di città, il volume, edito da Scorpione, degli atti del convegno che aveva per titolo “Il principato di Taranto tra storia e storiografia”, che si svolse, prima della pandemia, il 16 e 17 novembre del 2019 a Taranto e a Galatina. Vi prese parte anche Andreas Kiesewetter, insegne studioso medievista tedesco, profondo conoscitore della storia dell’Italia Meridionale, che si è spento nell’ottobre 2021 a cui il volume è stato dedicato. Ideatore e promotore di questo convegno – ci spiega Franca Poretti, presidente della delegazione tarantina dell‘Associazione italiana di cultura classica – fu il professore Cosimo Damiano Fonseca in seguito alla pubblicazione di un poema inedito un poema del XV secolo intitolato “Tarantina” di Fosco Paracleto da Corneto che era incentrato sul principe di Taranto Del Balzo Orsini.

“Il filo rosso di questo libro – ci spiega Franca Poretti, che ha aperto l’incontro di presentazione – è costituito dalla figura di Giovanni Antonio Orsini del Balzo e dagli anni in cui fu lui principe di Taranto. Investito del titolo nel 1420 si spense, a quanto ne sappiamo, tra il 14 e il 15 novembre nel 1463. Nell’articolo di Kiesewetter si tratta la questione territoriale e dei suoi domini che, anno dopo anno, divennero talmente numerosi da costituire quasi uno stato nello stato. Anche Benedetto Croce diceva che Giovanni Antonio poteva andare da Napoli a Leuca senza mai fermarsi in una terra che non fosse sua”.

L’incontro è stato aperto dall’intervento di Fonseca che, dopo aver ricordato gli studi sul Principato, ha sottolineato come gli studi su questo importante capitolo di storia siano stati finora carenti e che anche la stessa toponomastica mostra le lacune e dimenticanze delle nostre stesse comunità. Lo storico Giovangualberto Carducci ha innanzi tutto ricordato la figura di Kiesewetter, che aveva ormai da anni una consuetudine di rapporti con gli studiosi pugliesi e con Taranto in particolare, avendo iniziato a occuparsi del Regno napoletano degli aragonesi, e poi ha riepilogato il percorso storico del Principato, durato oltre tre secoli e passato, pur senza continuità, attraverso quattro periodi storici, a partire dal dominio normanno, per passare a quello svevo e a quello angioino. Ma è stato proprio con gli Orsini del Balzo che il principato visse il suo periodo di maggiore espansione e ambizione.

L’estensione dei domini è il punto di partenza della relazione del professor Somaini che ipotizza appunto un progetto fattuale di Giovanni Antonio che ambiva a costituire uno stato indipendente dal Regno di Napoli, senza ovviamente riuscirci. Ma che fosse nei suoi progetti, lo dimostrerebbe il fatto che egli dotò le varie città appartenenti al Principato di Taranto, che erano numerosissime, e che comprendeva la Terra d’Otranto, quasi tutta la Terra di Bari, la Capitanata, parte della Basilicata, insomma un vastissimo territorio, dei distretti erariali, di una cancelleria, una tesoreria, una zecca. Sotto di lui non c’era più l’effige de re di Napoli sulle monete ma la propria. L’ipotesi che possa aver pensato a uno stato indipendente, autonomo non è peregrina. Somaini paragona questo progetto di Giovanni Antonio ai vari stati che più o meno contemporaneamente si stavano formando non solo in Italia: lo stato Visconteo, Venezia, Firenze, quello sforzesco, ma anche quello che accadeva in Francia, con la Borgogna. Il principe tendeva, inoltre, ad appropriarsi dei domini che rimanevano senza vassallo.

Pasquale Corsi, medievista e presidente della Società di Storia patria per la Puglia, ha approfondito attraverso ricerche archivistiche, il rapporto di Altamura con gli angioini prima e gli aragonesi poi, luogo in cui finì i suoi giorni Giovanni Antonio Orsini del Balzo, ultimo principe di Taranto – ancora incerto se morì di febbre quartana o ucciso da emissari del re Ferrante d’Aragona o da suoi uomini di fiducia che lo tradirono; ad avvalorare la tesi dell’omicidio il fatto che i presunti assassini ricevettero doni e incarichi da Ferrante dopo la morte del principe, e l’intera comunità di Altamura ottenne concessioni e privilegi dal re;

Sono poi seguiti gli interventi di Vittoria Tomassetti, già presidente dell’Associazione Amici dei Musei, che coordinò il convegno di Galatina, e José Minervini, presidente della Società Dante Alighieri, comitato di Taranto, narratrice della vita di Maria d’Enghien tra storia e leggenda, condotta attraverso la lettura dei Diurnali del duca di Monteleone, in primis, poi delle opere di studiosi dal ‘700 in poi (Merodio, Croce, De Vincentiis, Cutolo), infine, dei recenti studi approfonditi di Kiesewetter.

La manifestazione è stata chiusa dallo storico ed editore Piero Massafra.

L'argomento

Essere costruttori di pace vuol dire promuovere la fraternità

Tutti siamo chiamati ad essere operatori di pace nelle nostre città, dove sempre più spesso assistiamo a episodi di violenza e intolleranza verso chi è diverso da noi

foto Siciliani-Gennari/Sir
18 Nov 2022

di Giuseppe Notarstefano *

Quotidianamente scossi dal fragore delle armi che proviene dall’Ucraina e dai tanti, troppi, conflitti in atto nel mondo, con l’incubo dell’apocalisse nucleare all’orizzonte, non possiamo e non dobbiamo far tacere la domanda di pace che interroga le nostre coscienze e ci spinge ad allargare l’orizzonte della nostra umanità.

Siamo figli di una tradizione democratica – ahimè, troppe volte ignorata – che, attraverso la Costituzione repubblicana, ha consacrato come fondamenta del patto civico la promozione della dignità della persona umana, il ripudio della guerra e la promozione della pace e della giustizia fra le Nazioni. Incoraggiati – nel presente – dagli sviluppi del diritto internazionale a tutela della pace e dei diritti umani fondamentali e dal un magistero della Chiesa che ci rendono sempre più convinti che la pace sia un bene necessario e un dovere inderogabile, senza cui non può esservi alcun progetto credibile sul futuro per nessuno.

Nella consapevolezza di questa umana verità, tutti siamo chiamati ad essere – ad un tempo, e oggi – cittadini responsabili, artigiani di pace e di speranza, pellegrini sulle orme dei testimoni di un’umanità riconciliata. La pace si costruisce dal basso: non è solo uno slogan. Tutti siamo chiamati ad essere operatori di pace nelle nostre città, dove sempre più spesso assistiamo a episodi di violenza e intolleranza verso chi è diverso, per cultura, religione, etnia, orientamento sessuale, così come nei confronti delle donne e dei soggetti più deboli della società, disabili, bambini e anziani. Abbiamo bisogno di costruttori di comunità accoglienti e inclusive, che sanno essere luogo di relazioni generative, dove rinsaldare i legami del patto sociale e promuovere il pieno sviluppo di ogni persona umana.Specialmente in questa stagione di grave crisi economica e sociale serve promuovere una sicurezza non basata su muri di separazione, ma su legami di solidarietà, alleanze contro le povertà e reti per il bene comune.

Come cittadini abbiamo il diritto e il dovere di chiedere alla politica responsabilità e lungimiranza, una democrazia più partecipata, aperta all’ascolto dei cittadini, politiche pubbliche capaci di ripensare gli spazi come luoghi dove prendersi cura dei legami sociali; ed anche di “disarmare la lingua e le mani”, sollecitando i responsabili delle istituzioni a riconoscere il valore generativo del confronto, investendo sulla costruzione di una società nonviolenta e promuovendo politiche concrete di coesione sociale e territoriale.

Allo stesso tempo, sono sempre più convinto che l’Europa rischia di tradire se stessa se cede alle tentazioni nazionaliste e populiste che ne minano (quasi quotidianamente) il progetto comune e le conquiste realizzate attraverso un processo di integrazione che prosegue da oltre sessant’anni. L’Europa, invece, è chiamata – a maggior ragione mentre tuona il cannone – ad essere sempre più protagonista di un rinnovato progetto di pace, che promuova la cultura dell’incontro tra i popoli e la collaborazione istituzionale tra gli Stati.Sono anche convinto che il pianeta terra è in pericolo a causa dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali e delle scelte irresponsabili condotte dall’uomo nell’ultimo secolo, che hanno superato i limiti di sostenibilità planetaria, inasprito il divario tra Nord e Sud del mondo e rischiano di compromettere irrimediabilmente il futuro delle nuove generazioni. Invertire la rotta, aver cura della casa comune vuol dire operare per la pace, in un percorso verso una nuova e rinnovata governance globale che ridisegni una più efficace ed armonica cooperazione tra i popoli.

In fondo essere costruttori di pace vuol dire uscire dalle gabbie culturali che descrivono l’uomo, vicino e lontano, come un nemico, superando ogni logica di contrapposizione, promuovendo la fraternità come dimensione costitutiva dell’umanità e una “cittadinanza multilivello” in cui ogni uomo sia concittadino del mondo. Lo sviluppo umano integrale, in quanto rispettoso dell’ambiente e dei diritti umani, sia la via per il reale progresso dell’intera umanità e per la costruzione della pace.

(*) presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana

Arte

Da sabato 26 novembre all’8 gennaio, al MuDi mostra d’arte contemporanea di Piero Vinci

foto Margherita Maiorino
18 Nov 2022

La mostra d’arte contemporanea Estetica del frammento dell’artista Piero Vinci (Taranto,1954), a cura di Paola Mancinelli, inaugura sabato 26 novembre 2022 (in data 19 novembre alle ore 10,30 la preview per addetti stampa) nella sede del MuDi – Museo diocesano, in vico I seminario.

Propone un’esposizione monografica dei lavori dell’artista e comprende opere pittoriche e installative di diversi periodi alle quali si aggiungono lavori di nuova produzione. Punto di raccordo di tutta la produzione di Vinci è la forte componente dialogica della Memoria, un percorso artistico e progettuale frutto di una ricerca estetica e ragionata.

Dopo le esperienze dagli anni ottanta fino ai primi del duemila, concentrate esclusivamente sulla grafica e sulla pittura con la composizione di tele dal forte potere iconico che riproducono ritratti di attivisti politici, personaggi del cinema, leggende del jazz, Piero Vinci approfondisce le tematiche legate alla Pop Art, al Futurismo e in particolare al concetto del Salvare in un’altra memoria, una sorta di archivio di immagini, figure geometriche, linee architettoniche e visioni immaginifiche segnate da un’accesa propensione al colore e da una connotazione grafica sempre definita e propria.

Nel percorso espositivo trionfa, come un affresco di vita in una New Orleans dei primi anni del Novecento, l’alternanza del bianco e nero delle tele in smalto e legno che omaggiano le grandi leggende della musica Jazz, da Chet Baker a Dexter Gordon, a Sonny Rollins, per poi declinarsi in opere dal linguaggio visivo e poetico come nel caso di Language is a virus, in cui primeggia, sfolgorante, sul nero della tela la citazione You got to born to shine, presa in prestito dalla celebre raccolta di poesie del poeta, artista e performer statunitense John Giorno. Ma sono anche altri i riferimenti bibliografici ai quali Vinci rimanda, la performer e musicista newyorkese Laurie Anderson, lo scrittore, saggista e pittore statunitense vicino al movimento della Beat Generation, William Burroughs, Dizzy Gillespie, trombettista, pianista e compositore statunitense che con Charlie Parker fu, negli anni quaranta, uno degli inventori e delle figure chiave del bebop e del jazz moderno.

Lo sguardo segue l’orizzonte cromatico dai toni pastello e dalle sfumature di azzurro e verdemare che disegnano la serie Underground, sedici dipinti dedicati alle icone della musica Beat, Punk, Rock e New Wave. Una galleria di ritratti che conserva una disciplina espressiva, un’iconografia dello sguardo che è misura della nostra visione, una memoria consolidata e affettiva che tutti ci contiene. Sembra quasi di varcare il territorio del non detto, un dialogo silenzioso tra corpo, musica, cinema e arte figurativa.

Altresì primeggia il volto sorridente e ieratico dell’attivista e musicista statunitense Corretta Scott King, leader del movimento per i diritti civili negli anni sessanta, moglie del Premio Nobel per la pace Martin Luther King Jr., insieme all’opera Sista Erykah, (Erika Badu), cantautrice e attrice statunitense, regina del Neo-soul e al gruppo musicale britannico della fine anni sessanta The Selecter, band tra i maggiori esponenti del movimento 2 Tone Ska inglese, dove spicca l’iconica frontwoman Pauline Black e Arthur “Gaps” Hendrickson.

Vinci celebra il frammento nella sua logica di sperimentazione visiva e di linguaggio espressivo capace di generare molteplici visioni e rimandi. Nei suoi lavori emergono la musicalità, il segno grafico, l’essenzialità delle immagini figurative, la forza dirompente della forma e delle sue molteplici declinazioni. Una verticalità di rappresentazione del vero che si radica nei canoni dello spazio e del tempo: ora è un velo, una linea, un volto, la forma di un progetto, la solenne geometria del tracciato.

L’architettura è il sistema di riferimento a cui l’artista rimanda costantemente, forte dei suoi studi di ingegneria e architettura nelle città di Bari, Milano e Firenze. Questa sua naturale propensione alle forme, allo spazio, alle geometrie lo porta ad utilizzare nelle opere esposte in un’altra sala del Museo alcune pagine di riviste risalenti a più di mezzo secolo fa. Per citarne una tra tutte L’Architettura. Cronache e storia, fondata (nel 1955) e diretta da Bruno Zevi fino all’anno 2000 (anno in cui Zevi lasciò la direzione a Furio Colombo fino al 2005) e illustrata prima da Marcello Nizzoli, e successivamente da Mario Olivieri.

Da queste istanze ispiratrici che si traducono in concetti di spazio, piano, linea e colore, Vinci riprende gli assunti di razionalità e chiarezza, delineando i tratti di un paesaggio urbano dove l’equilibrio delle forme è calcolato con metodo e accuratezza, un’arte basata su leggi rigorose che si traduce nell’uso esclusivo dei colori primari, dei non colori e di elementi multipli e sottomultipli del rettangolo. Per ritrovare nuovo respiro e una dimensione concettuale, predilige le tecniche dell’assemblage e del collage, nonché l’utilizzo di materiali come legno, carta, vernice, smalto e acrilico che richiamano fortemente il periodo storico delle avanguardie della prima metà del Novecento. Di questi movimenti artistico-letterari che entrano nel vivo del dibattito architettonico internazionale, Vinci ripercorre le geometrie e gli asciutti cromatismi, a cominciare dallo stile architettonico della Bauhaus, scuola tedesca di arte e design, erede delle avanguardie anteguerra, punto di riferimento per tutti i movimenti d’innovazione nel campo del design e dell’architettura legati al razionalismo e al funzionalismo.

 

L’evento è realizzato in collaborazione con Teleperformance Italia, con lo Studio Francesco Andrea Falcone, lo Studio Nunnari, e Symbolum ETS.

Fari di pace

L’arcivescovo Battaglia: “No a navi con armi nucleari: Napoli sia una città di pace e porto franco per i migranti”

Parla l’arcivescovo di Napoli che sabato 19 parteciperà al porto di Napoli alla manifestazione “Fari di pace” promossa da Pax Christi e da un vasto cartello di associazioni cattoliche e laiche

foto Ansa/Sir
18 Nov 2022

di Patrizia Caiffa

“Vorremmo chiedere a quanti hanno responsabilità di decidere che Napoli sia una città di pace. Una città che rifiuta navi a propulsione nucleare o con armi atomiche a bordo, una città in cui chi arriva dalle violenze dei propri Paesi di origine possa trovare un porto franco, in cui poter avere la certezza dello sbarco perché porto sicuro”. A parlare è l’arcivescovo di Napoli Mimmo Battaglia, che domani, sabato 19 novembre, interverrà alla manifestazione “Fari di pace”, organizzata da Pax Christi e da un vasto cartello di associazioni e movimenti, uffici diocesani, istituti religiosi e sindacati – davanti al porto di Napoli (ore 14, Varco Pisacane). I partecipanti cammineranno poi fino al sagrato del duomo.

Prenderanno la parola don Renato Sacco (Pax Christi Italia), padre Alex Zanotelli (Comitato campano Pace e disarmo), Lisa Clark (Ican), Maria Pia Mauro (Settore Laicato diocesi di Napoli), suor Marisa Pitrella (Caritas), Angelica Romano (Un ponte per), Nicola Ricci (Cgil), Carlo Tombola (The Weapon Watch). I promotori chiedono all’autorità portuale di Napoli, in attuazione della delibera 609/2015 della Giunta del Comune di Napoli per la denuclearizzazione del porto, “di non autorizzare l’accesso in rada alle navi a propulsione nucleare o con armi atomiche” e all’amministrazione cittadina, essendo stata dichiarata “Napoli città di pace” nell’art. 3 comma 4 dello Statuto comunale, di attuare “per un’efficace protezione civile, il Piano di emergenza esterno per incidenti nucleari al porto, Piano approvato nel 2006 dalla Prefettura di Napoli, ma mai divulgato alla cittadinanza”. Alle autorità si chiede anche di aderire, con apposita delibera, all’appello “Italia, ripensaci!”, affinché anche il nostro Paese sottoscriva il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, promuovendo a livello nazionale una progressiva riduzione della spesa militare a vantaggio della spesa sociale.

foto: Afp/Sir

Una vasta mobilitazione di associazioni cattoliche e laiche per chiedere alle autorità la pace e il disarmo e dire no all’ingresso nel porto di Napoli di navi con armi atomiche o a propulsione nucleare. Mons. Battaglia, perché è importante questa richiesta?
La piccola voce di Napoli si aggiungerà a quella di tanti che nel mondo hanno alzato la propria, affinché non si abbassi l’attenzione ma, anzi, si dia ancora più forza al coro di pace, portando il contributo delle tante associazioni che saranno radunate sabato prossimo, in modo particolare Pax Christi che ha promosso questa iniziativa. La nostra voce non supera il volume del fragore delle armi che in questi istanti deflagrano impetuosamente nelle guerre che sono nel mondo, in modo particolare nella martoriata Ucraina, ma vuole riempire i silenzi che, tra una deflagrazione e l’altra, si innescano nella conta inesorabile e innumerevole dei morti a causa delle armi.

Mons. Mimmo Battaglia – foto Ansa/Sir

C’è bisogno di smilitarizzare anche il linguaggio per far sì che alle battaglie identitarie si sostituisca la costruzione di un “noi” più grande per edificare il bene comune. Anche le comunità cristiane, le parrocchie, le associazioni e i movimenti che hanno aderito a questa iniziativa sono invitate a proporre percorsi che rispondano in maniera seria ed efficace a questo bisogno del nostro tempo: costruire la cultura della pace, edificare con la gentilezza e la mitezza una società in cui il più grande non schiaccia il più piccolo, non è in competizione e in concorrenza con altri, ma un mondo in cui il più grande è colui che serve e l’altro è sempre un fratello da amare. Napoli sabato accenderà un faro di pace.

Alle autorità cittadine si chiederà anche di aderire all’appello perché l’Italia sottoscriva il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, chiedendo anche all’Italia una riduzione delle spese militari a vantaggio della spesa sociale. Qual è il suo appello?
In tempi passati, con sensibilità storiche diverse, per giustificare la guerra e l’uso delle armi, si è provato a ipotizzare la sua legittimità in casi estremi, parlando di guerra difensiva, guerra giusta, o addirittura guerra santa. Oggi è tempo di rivendicare che solo la pace è giusta, solo la pace è santa, solo la pace crea la fraternità e l’amicizia tra i popoli. Pertanto è auspicabile che vengano promosse politiche nazionali di mediazione nei conflitti internazionali e che vengano ridotte le spese militari a vantaggio della spesa sociale.

È una conversione dello sguardo: si hanno occhi solo per distruggere gli altri senza concedere la possibilità di poter vivere una vita felice nella concordia comune. È vero: i poveri non possono essere chiamati invisibili, ma non visti, perché facciamo in modo di guardare altrove senza impegnarci minimamente o usando la legge per costringere i più fragili a vivere ai margini delle nostre periferie. Gli ultimi, profughi, immigrati sono periferie delle periferie delle nostre città. La pace sta proprio nell’incontrare proprio loro, dare quella speranza che fa ricco il cuore dell’uomo.

A proposito di migranti: è in corso una crisi politica tra Italia e Francia sulla pelle dei migranti ed è tornata la criminalizzazione delle navi umanitarie.

Stiamo assistendo alla guerra della spartizione dei profughi, degli immigrati. Si parla di ingressi selettivi, perché nessuno li vuole; diventano merce di scambio, perché considerati scarti umani o anche carico residuale da smaltire ad ogni costo.

Gli Stati europei non si impegnano per gli immigrati, ma litigano, perché non vogliono il peso degli immigrati. Il non avere occhi nuovi! Questo è il problema. È più facile risolvere la questione rimandandoli a casa loro, perché l’ospitalità risulta più faticosa, più dispendiosa in termini economici e sociali. Ma l’ospitalità apre le porte alla pace, alla concordia, alla venuta degli Angeli, come alle querce di Mamre. Gli angeli prospettarono un futuro di discendenza ad Abramo e Sara. Chi porta la pace, dà vita alla prosperità e rinnova le forze dell’uomo e della donna. Invece non si vuole incrociare i loro occhi, perché la nostra preoccupazione è solo per la nostra sussistenza. Non vogliamo vedere i loro occhi che chiedono solo una vita sicura e felice per il loro futuro. Non sono ladri di posti di lavoro, ma sono uomini e donne che vogliono continuare a sognare, vogliono vedere il cielo aperto per i loro figli.

Quale sarà il suo messaggio ai partecipanti e alle autorità cittadine durante la manifestazione?
Vorremmo chiedere a quanti hanno responsabilità di decidere che Napoli sia una città di pace. Una città che rifiuta navi a propulsione nucleare o con armi atomiche a bordo, una città in cui chi arriva dalle violenze dei propri Paesi di origine possa trovare un porto franco, in cui poter avere la certezza dello sbarco perché porto sicuro; una città che rende possibile ai lavoratori portuali l’obiezione di coscienza per quanti si vogliano rifiutare di lavorare su navi che trasportano armi o a propulsione nucleare. Se contempliamo la bellezza di Napoli dalla collina dei Camaldoli, ci accorgiamo che il nostro territorio è un arco aperto che per sua vocazione naturale ha accolto e accoglie culture diverse, costruisce relazioni tra popoli diversi e si dedica alla cura dei più fragili e indifesi della nostra società. La vocazione della città è quella di essere un luogo spirituale dove tutti si possono confrontare senza avere la paura di essere giudicati. È proprio nel costruire la pace che la nostra città si presenta con caratteristiche uniche e amate da tutto il mondo.

Cammino sinodale

Consiglio permanente Cei: Cammino sinodale al centro della sessione straordinaria

Entrato nel vivo del secondo anno (“fase narrativa”), è stato l’argomento del Consiglio che si è svolta il 16 novembre

18 Nov 2022

di Riccardo Benotti

Il Cammino sinodale, entrato nel vivo del secondo anno della “fase narrativa”, è stato al centro della sessione straordinaria del Consiglio episcopale permanente, che si è svolta il 16 novembre a Roma, sotto la guida del card. Matteo Zuppi, presidente della Cei.

Nel comunicato finale si legge che il card. Zuppi, in apertura dei lavori, ha sottolineato che “il percorso che le Chiese in Italia stanno vivendo è un momento importante di ascolto, anche per capire perché tanti non si sentono ascoltati da noi; per non parlare sopra; per farci toccare il cuore; per comprendere le urgenze; per sentire le sofferenze; per farci ferire dalle attese; per parlare a tutti”.

La rete dei referenti diocesani

Secondo il cardinale, “una delle novità più grandi, uno dei segnali più positivi è la rete dei referenti diocesani: circa 400 che in questi mesi si sono spesi nelle diocesi, promuovendo iniziative, producendo sussidi e inventando strade nuove per realizzare l’ascolto”. “Sono stati i primi – ha osservato – a mettersi in gioco, ad accettare la sfida del cambiamento, a sperimentare un modo diverso di lavorare insieme”. Il presidente non ha mancato di esprimere “preoccupazione” per le sofferenze della gente e per le “pesantissime ricadute di una guerra folle, che auspichiamo e preghiamo sia fermata subito per il bene di tutti”, condividendo le parole pronunciate da papa Francesco all’udienza generale di ieri: “Preghiamo affinché il Signore converta i cuori di chi ancora punta sulla guerra e faccia prevalere per la martoriata Ucraina il desiderio di pace, per evitare ogni escalation e aprire la strada al cessate-il-fuoco e al dialogo”.

I tre cantieri sinodali

Il Consiglio permanente ha ribadito la validità dei gruppi sinodali, soffermandosi sulla proposta dei tre “cantieri sinodali” (della strada e del villaggio; dell’ospitalità e della casa; delle diaconie e della formazione spirituale) comuni a tutte le diocesi italiane, secondo il documento “I cantieri di Betania” e il successivo vademecum metodologico “Continuiamo a camminare”. I cantieri, hanno sottolineato i vescovi, “possono aiutare nell’esercizio di apertura ai mondi che non ci appartengono, quelli con cui pensiamo di non aver nulla da spartire perché sono lontani dall’esperienza cristiana o perché fanno paura”. Con l’invito a osare sempre di più, con grande creatività. Il Consiglio ha poi approvato il testo dell’organigramma del Cammino sinodale delle Chiese in Italia. In premessa viene ricordato che “agli organi statutari della Cei (in particolare Assemblea generale, Consiglio episcopale permanente, presidenza) spetta la responsabilità di accompagnare i lavori del Cammino sinodale e di compiere le scelte di fondo, in base alle specifiche competenze”. Per sostenere il percorso a livello nazionale, viene costituito un servizio di coordinamento composto dall’Assemblea dei referenti diocesani, dal Comitato nazionale del Cammino sinodale, dalla presidenza del Comitato nazionale. Ora si procederà a designare i membri del Comitato e della presidenza.

 

Vita sociale

Ex Ilva: il Governo dà solo assicurazioni ma per ora si sciopera ancora

17 Nov 2022

di Silvano Trevisani

Se un dato incoraggiante lo ha fornito l’incontro svoltosi al ministero per le Imprese e il Made in Italy è tutto nella disponibilità mostrata dal governo, ed espressa nell’incontro con le segreterie nazionali di Fio, Fiom e Uilm dal ministro Adolfo Urso. Acciaierie d’Italia, infatti, non si è presentata e tutto è stato rimandato a un nuovo incontro e così si è deciso di tornare a scioperare. Siamo, ancora una volta, alle dichiarazioni d’intenti e alle belle parole ma, di fatto, a dieci anni dal “caso Ilva”, non si fa che accumulare una lunga serie di errori e di battute a vuoto. Un grave errore, e su questo giornale lo abbiamo scritto sin dal primo momento, è stata la vendita dell’azienda, per altro a una cordata capeggiata da un imprenditore indiano che non brilla, a livello internazionale, per la tenuta degli impianti e la gestione delle maestranze, ma anche per i giochi di prestigio equilibristici che compie con insediamenti e quote di produzione. Una volta che ci si è resi conto di questa situazione, si è corsi ai ripari realizzando una nuova azienda le cui maggioranza dovrebbe passare nelle mani pubbliche, il che non avviene ancora per una serie di ostacoli e ritardi procedurali e giudiziari. E così Acciaierie d’Italia, che è la nuova azienda che nasce dalle ceneri di Ilva, nonostante i nuovi cospicui stanziamenti decisi dal governo, in attesa delle misure idonee all’acquisizione e all’avvio della ambientalizzazione, continua con le politiche di tagli invece di puntare alla ripresa, così come aveva assicurato anche il governo Draghi.

“L’incontro al ministero per le Imprese e il Made in Italy, – si legge infatti in una nota congiunta – se ha consentito di verificare rinnovata una disponibilità del governo a considerare la vertenza di Acciaierie d’Italia centrale e strategica per l’insieme dell’industria manifatturiera in Italia, non ha però consentito di fare concreti passi avanti per quanto riguarda il merito delle questioni aperte, non fosse altro per l’assenza dell’azienda al tavolo”.

Per queste ragioni le segreterie nazionali di Fim, Fiom, Uilm hanno deciso di proclamare per lunedì 21 novembre uno sciopero generale in tutti gli stabilimenti del gruppo di 4 ore, la cui gestione è demandata alle RSU e alle strutture territoriali di riferimento, a sostegno delle proposte e rivendicazioni che così sono elencate: “lo Stato acquisisca il controllo e la gestione degli impianti nazionalizzando o diventando socio di maggioranza, rinegoziando l’accordo che prevede la transizione dei nuovi assetti societari al 2024, stabilendo e vincolando l’utilizzo dei fondi e la loro destinazione; Acciaierie d’Italia ritiri il provvedimento di taglio degli ordini e delle commesse delle imprese dell’indotto; il Governo sia garante di un riequilibrio delle relazioni sindacali all’interno del Gruppo ADI oggi assenti; il Governo costituisca un tavolo permanente con tutti i soggetti interessati per garantire la risalita produttiva e la rinegoziazione del mancato accordo sulla cassa integrazione straordinaria; sia confermata da parte del Ministero del Lavoro, l’integrazione al reddito per i lavoratori Ilva in A.S; siano garantire le condizioni di salute e sicurezza in tutti gli stabilimenti”.