In provincia

Grottaglie: visite guidate, Uno scatto per San Ciro e Un disegno per San Ciro

16 Gen 2024

Con il patrocinio del Comune di Grottaglie, assessore Promozione tradizioni locali, dott.ssa Alessia Piergianni, e la collaborazione dell’associazione Gli amici della Fo’cra, tutti i giorni saranno accolte le scolaresche grottagliesi alla scoperta della meravigliosa Fo’cra.
Il progetto, nato cinque anni fa, permette di conoscere: il lavoro dei ‘maestri della Fo’cra’, le tecniche di lavorazione, perché la tradizione è legata al culto di San Ciro, usi e tradizioni; con la speranza che un giorno possano “nascere” i prossimi ‘maestri della Fo’cra’.
I piccoli studenti, ma anche gli adulti, saranno seguiti da guida turistica, le volontarie del Servizio civile universale e soci Proloco Grottaglie.

Ritorna Uno scatto per San Ciro il concorso nato nei social e un Disegno per San Ciro

Uno scatto per San Ciro, aprì la strada ai Contest fotografici ormai di uso comune quando Facebook era a gli arbori. Per dieci anni abbiamo fatto vivere la festività quando i Social avevano questo ruolo, raccontata con scatti sinceri e spontanei, a chi vive “fuori le mura”.
Oggi siamo ancora qui e per festeggiare il decimo compleanno del Contest, uniamo anche i video o reel.
Non solo multimediale, ritorna Un disegno per San Ciro, dedicato ai bambini per rappresentare graficamente il forte legame che unisce a San Ciro.
A partire dal 15 gennaio 2024, è possibile postare n. 3 foto e/o n. 3 video durata social, n. 1 disegno; chiusura 25 gennaio 2024, ore 20:00. Le foto, i disegni e/o video vengono pubblicate nella pagina ufficiale del Contest (Uno scatto per San Ciro) e rese disponibili per la valutazione.
Premiazione, 28 gennaio 2024, ore 12 Chiesa madre di Grottaglie.
Modalità e requisiti di partecipazione al Contest: la partecipazione è libera e gratuita, si svolgerà unicamente attraverso la pubblicazione dello scatto e/o video attraverso la funzione Messenger di Facebook (Uno scatto per San Ciro), la funzione direct di Instagram (Proloco Grottaglie) o attraverso email a info@prolocogrottaglie.org che provvederà a pubblicarla nella pagina Facebook e nel canale Instagram sotto hastag #unoscattopersanciro, #undisegnopersanciro.

Incontro di preghiera

Martina Franca, Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

16 Gen 2024

di Angelo Diofano

Anche la comunità parrocchiale di Cristo Re, dei frati minori francescani,  a Martina Franca, celebra la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella quale tutte le confessioni cristiane pregano insieme per il raggiungimento della piena unità, che è il volere di Cristo. Il tema della “Settimana”, com’è noto, è ‘Ama il Signore Dio tuo… e ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca, 10-27), le parole dette da Gesù a un maestro della Legge, alle quali seguono la parabola del buon samaritano in cui Egli spiega chi è il prossimo.

Il primo appuntamento è per questa sera, martedì 16 gennaio, alle ore 19.45, con l’insegnamento che sarà tenuto dal rev. Piero Ancona, pastore della Chiesa evangelica apostolica di Martina Franca.

Martedì 23 gennaio, sempre alle ore 19.45,  si terrà la celebrazione ecumenica per invocare il dono dell’unità.

Infine giovedì 25, alle ore 20.30, adorazione eucaristica carismatica presieduta dal parroco fra Paolo Lomartire per invocare il dono dell’unità.

Ministero episcopale

Domenica 21, l’ordinazione episcopale di mons. Giuseppe Russo

foto Mattia Santomarco
16 Gen 2024

di Angelo Diofano

Domenica 21 alle ore 17 in Concattedrale l’arcivescovo metropolita mons. Ciro Miniero presiederà la solenne celebrazione eucaristica per l’ordinazione episcopale di mons. Giuseppe Russo, vescovo eletto di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti.

 Interverranno mons. Nunzio Galantino, presidente emerito dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede apostolica, e mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona.

Festeggiamenti patronali

Grottaglie festeggerà il “suo” San Ciro con “il fuoco più grande d’Europa”

16 Gen 2024

di Silvano Trevisani

Lasciate alle spalle, solo da pochi giorni, le festività natalizie, Grottaglie è già proiettata ai festeggiamenti patronali. Le manifestazioni 2024 si apriranno ufficialmente domenica 21 con la traslazione della venerata statua del santo, nella prima delle tre processioni previste, ma da mesi la comunità è intensamente impegnata nella realizzazione della “foc’ra”. La grande pira, che da sempre è l’elemento caratterizzante dei festeggiamenti, ha assunto, infatti, connotazioni particolari. E qusto non solo per la dimensione acquisite, da “record”, ma anche per le modalità di realizzazione e per l’interazione che consentirà anche nei giorni precedenti.

Il programma

Come al solito, il programma dei festeggiamenti, organizzato dal comitato presieduto dal parroco, don Eligio Grimaldi, è molto intenso e prevede una varietà di appuntamenti e riflessioni che si accompagnano al programma strettamente religioso. Le celebrazioni religiose, come dicevamo, si apriranno già domenica prossima, 21 gennaio, alle 17, con la traslazione dalla Chiesa dei paolotti alla Chiesa Madre della statua di San Ciro, il medico, eremita e martire il cui antico culto fu portato a Taranto da Napoli, dov’era molto venerato da secoli, così come in tante località italiane, da Francesco de Geronimo. Il santo gesuita grottagliese nella capitale del Regno svolgeva la sua missione, facendo base alla Chiesa del Gesù Nuovo. La scansione del calendario, che vede cadere il festeggiamenti di mercoledì 31 gennaio, prevede l’avvio del novenario domenica 22. A predicarlo sarà il cappuccino fra Pietro Sirianni.

Domenica 2, alle ore 12, avrà luogo, in Chiesa madre, la premiazione dei concorsi di grafica e fotografia: “Un disegno per la pace” e “Uno scatto per San Ciro”. Lunedì alle 19 si svolgerà la XIX edizione di Medici per San Ciro, con la consegna della borsa di studio intitolata al dottor Ciro Rosati, che premia un laureato in medicina di Grottaglie.

Il 30 gennaio, alle 18, solenne concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Ciro Miniero che alle 20 presenzierà alla benedizione e accensione della pira nella 167 bis.

Infine il 31 gennaio, giorno della festa patronale, alle ore 10 il neovescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, Giuseppe Russo presiederà una concelebrazione eucaristica, mentre alle 13,30 muoverà la solenne processione che attraverserà la città. A conclusione i fuochi d’artificio in contrada Paparazio.

I festeggiamenti si concluderanno domenica 4 febbraio con il riporto, alle ore 16, della venerata immagine del santo nella Chiesa dei paolotti,

La focr’ra

Accennavamo alla “foc’ra” che sta assumendo una dimensione sempre più particolare, grazie all’impegno profuso dall’Associazione Odv Amici della Foc’ra, che vantano, quest’anno, “il fuoco più grande d’Europa”. Dall’agosto scorso Grottaglie è entrata nel registro delle città della Rete dei fuochi di Puglia, un importante riconoscimento che consentirà, in futuro, di poter partecipare a bandi per la valorizzazione della manifestazione. La foc’ra e l’intera manifestazione sono realizzate ed organizzate dagli Amici della Fo’cra, con il patrocinio degli enti locali ed ecclesiastici e la collaborazione di numerosi partner

L’associazione Odv Amici della Fo’cra – si legge in una nota – è nata proprio con gli obiettivi di valorizzare e far conoscere questa tradizione, anche fuori dai confini regionali, e coinvolgere sempre di più il territorio”.

La costruzione della foc’ra dedicata a San Ciro è iniziata ad ottobre scorso ed è stata ultimata in questi giorni. Realizzata con le fascine di legna d’ulivo e con i tralci delle viti portati dai fedeli per devozione, secondo la tradizione secolare, la foc’ra dell’edizione 2024 ha una base quadrata di 23 per 23 metri, un’altezza di 22 metri. E’ l’unica ad avere una camera interna visitabile. Quest’anno la camera è grande 5 metri per 5 ed è alta tre metri e mezzo. Si accede all’interno attraverso un corridoio, sulle cui pareti saranno affissi i disegni dei bambini delle scuole, dedicati a San Ciro. La struttura è sormontata da una grande punta piramidale, anche questa in legno, e sarà decorata con due opere d’arte dedicate al santo. I maestri autori della pira sono stati affiancati da alcuni giovani che, da qualche anno, si stanno accostando a questa antica arte.

L’accensione

All’accensione della foc’ra avverrà alle ore 20 del 30 gennaio, nell’area di via Pasolini – 167 bis, alla presenza delle autorità religiose, civili e militari. La manifestazione si inserisce nel programma dei festeggiamenti religiosi e civili in onore di San Ciro. Saranno presenti l’arcivescovo Ciro Miniero, il sindaco Ciro D’Alò, il parroco della Chiesa Madre don Eligio Grimaldi, i volontari dell’associazione Amici della Fo’cra, presieduta da Massimo D’Abramo.

Nelle aree circostanti, sarà allestito un percorso gastronomico di prodotti tipici pugliesi. Le luminarie sono della ditta Enzo Memmola, mentre lo spettacolo di fuochi pirotecnici sarò curato dalla ditta Itria Fireworks. La serata sarà inoltre allietata da alcuni spettacoli musicali.

Visite guidate

Nei giorni precedenti, dal 20 al 29 gennaio, dalle ore 9 alle ore 21, sarà possibile visitare la foc’ra; l’ingresso è gratuito ed è riservato anche ai diversamente abili (è stata realizzata una pedana per l’accesso delle carrozzine). Dal 15 al 29 gennaio, intanto, la Pro Loco, in collaborazione con Amici della Fo’cra e con il patrocinio del Comune di Grottaglie accompagnerà le scolaresche di Grottaglie in visite guidate. Tutte le attività sono gratuite. Saranno illustrate le tecniche di lavorazione, la storia e la passione dei maestri della foc’ra, il culto e le tradizioni legate ai festeggiamenti dedicati al compatrono. Il 28 gennaio, alle ore 11, si svolgerà una tappa delle moto storiche del Vespa Club Lizzano. Seguirà, nella stessa giornata,  la sfilata dei cavalli con il trasporto delle fascine, come da antica tradizione.

Formazione

Istituto di Scienze Religiose S. Giovanni Paolo II, inaugurato l’anno accademico

15 Gen 2024

di Angelo Diofano

Si è tenuta venerdì 12 gennaio nella sala delle conferenze del Dipartimento jonico in Sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo (Università di Bari) la cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto di Scienze religiose metropolitano “San Giovanni Paolo II”. Sono intervenuti il prof. Stefano Vinci a nome del prof. Paolo Pardolesi, direttore del Dipartimento jonico, il direttore del medesimo istituto don Francesco Castelli, la prof.ssa Rosanna Virgili, docente di esegesi biblica dell’Istituto teologico marchigiano nonché noto volto televisivo, e l’arcivescovo mons. Ciro Miniero. Erano presenti numerosi docenti e studenti.

La prolusione guidata dalla prof. Rosanna Virgili, sul tema “Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21,11)” è stata molto interessante e ricca di spunti culturali dal punto di vista teologico, filosofico e letterario.

“La pace in ebraico vuol dire ‘anello, qualcosa che unisce’., la cui costruzione richiede tanta fatica. Prendo spunto da titolo della mia prolusione, “Sentinella, quanto resta della notte? (Is 21,11)”, per sottolineare il senso della pace tra profezia e utopia. Ma la pace come utopia non viene ovviamente dalla Bibbia: utopia è qualcosa che non ha un luogo un ambiente –ha detto la prof.ssa Virgili –Invece che il Cristianesimo sia profezia di pace lo dice uno dei più chiari (Efesini 2,14-16): Gesù infatti è la nostra pace, Colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia”.

La prof.ssa Virgili  ha poi citato la riflessione di un grande profeta  che ha vissuto proprio  in terra di Puglia: don Tonino Bello, tratta dal “Diario della marcia di Sarajevo”, del dicembre 1992: “Poi rimango solo e sento per la prima volta una grande voglia di piangere. Tenerezza, rimorso e percezione del poco che si è potuto seminare e della lunga strada che rimane da compiere. Attecchirà davvero la semente della nonviolenza? Sarà davvero questa la strategia di domani? È possibile cambiare il mondo col gesto semplice dei disarmati? È davvero possibile che, quando le istituzioni non si muovono, il popolo si possa organizzare per conto suo e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere? Fino a quando questa cultura della nonviolenza rimarrà subalterna? Questa impresa contribuirà davvero a produrre inversioni di marcia?”.

L’arcivescovo mons. Ciro Miniero ha concluso l’incontro sottolineando che la pace è fatta di piccoli gesti quotidiani, ai quali papa Francesco richiama continuamente. “La pace dunque non è impossibile se ci lasciamo toccare il cuore – ha detto – Se non riconosciamo che l’appello alla pace è rivolto a ciascuno di noi sarà sempre più difficile costruire un mondo pacificato”.

Infine l’arcivescovo ha consegnato agli studenti neo laureati la pergamena del corso accademico della Facoltà teologica.

Diocesi

Alla Madonna della salute, la ‘messa dell’artista’

15 Gen 2024

di Angelo Diofano

Domenica scorsa, 14 gennaio, è stata celebrata nel santuario della Madonna della Salute, in Città vecchia, l’annuale messa dell’artista, promossa dall’associazione culturale “Madonna della Scala”. La celebrazione è stata presieduta dal parroco della cattedrale mons. Emanuele Ferro, che nell’omelia si è soffermato sul significato della vocazione del cristiano.

Al termine, è stata letta, da parte di Michele Traja, la preghiera dell’artista.

Nel santuario erano presenti anche i confratelli e le consorelle dell’Immacolata, in abito di rito, per la coincidenza con la messa sociale, i quali hanno ricordato anche l’anniversario della istituzione del sodalizio, avvenuta proprio il 14 gennaio 1578.

Editoriale

Fra incertezze e ipocrisie

Photograph: UN Photo/ICJ-CIJ/Frank van Beek. Courtesy of the ICJ.
15 Gen 2024

di Emanuele Carrieri

Da fondatore a imputato. Lo Stato di Israele fu tra i fondatori della Corte internazionale di Giustizia, che ha sede all’Aia, il più rilevante organo giudiziario dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. È stato il Sudafrica a trascinare Israele in questo tribunale, accusandolo di violare l’articolo 9 della Convenzione di Ginevra, per la prevenzione del genocidio, oltre che lo Statuto di Roma che, per la prima volta, definì il reato di genocidio. Il Sudafrica accusa il premier Benjamin Netanyahu, il suo esecutivo e la maggioranza che, al momento, lo sostiene, di coltivare “l’intento specifico di distruggere i palestinesi di Gaza”. Israele, com’è immaginabile, respinge ogni accusa e, anzi, si definisce vittima di un tentativo di genocidio, quello cominciato da Hamas con l’attacco terroristico del 7 ottobre. Prevedere come andrà a finire, è pressoché impossibile. In ogni caso, e in qualsiasi modo vada a finire, questo processo è indubbiamente destinato a lasciare un segno profondo nel dibattito politico internazionale. È bene puntualizzare che la Corte internazionale di Giustizia non ha relazioni di parentela, nemmeno alla lontana, con la Corte penale internazionale, anche se entrambe hanno sede all’Aja. Così come è stato già detto, la prima è un organo giudiziario dell’ONU, mentre la seconda è assolutamente indipendente. Quest’ultima si occupa di crimini di guerra e contro l’umanità eseguiti da individui invece la Corte internazionale di Giustizia si occupa di controversie fra gli stati membri delle Nazioni Unite e regola l’applicazione del diritto internazionale. La sua sentenza sul genocidio di Gaza, in ogni caso e in qualsiasi modo vada a finire, farà giurisprudenza e servirà da precedente per le sentenze successive. La Corte può deliberare le cosiddette “misure cautelari”, può, cioè, sancire, per esempio, che le forze armate israeliane devono interrompere i combattimenti e autorizzare gli aiuti umanitari ai palestinesi di Gaza. Può, ma non è detto che lo faccia. Se si studiano i precedenti, si nota che nel 2015, dopo un interminabile dibattito, la Corte internazionale sentenziò che, fra il 1991 e il 1995, in Croazia e in Serbia non vi fu un genocidio. Quanti ricordano che a marzo del 2023 la Corte internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, aveva intimato a Vladimir Putin di fermare la sua guerra per il rischio di “genocidio”? La storia della giustizia internazionale è molto lunga e contraddittoria. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo la fine della guerra fredda, negli anni novanta, tutti hanno prestato fede all’avvento di un mondo responsabile e che abbia cambiato logica con la Corte penale internazionale. Gli artefici del trattato firmato a Roma, il 18 luglio ’98 nella sala della Protomoteca del Campidoglio, pensavano che la esistenza di un tribunale indipendente avrebbe avuto un effetto dissuasivo: a cominciare dal serbo Milosevic e fino al liberiano Charles Taylor, nessuno sarebbe sfuggito alla giustizia. Ma gli antagonismi, le contese, i dispetti, i puntigli e le rivincite fra le nazioni, alla fine, hanno sempre la meglio. Il sudanese Al Bashir non è mai stato sul banco degli imputati, nonostante un mandato di arresto internazionale. Stessa cosa per Putin e Netanyahu, come Putin, non sospenderebbe le operazioni militari, anche se la Corte glielo ordinasse. In questo stato di totale incertezza sta il peso del gesto del Sudafrica: se Israele fosse condannato, sarebbe una non vittoria dei palestinesi, che continuerebbero a prendersi le bombe, ma un successo del fronte dei paesi che ritengono discriminatorie le politiche occidentali e puntano a logorarne la presa. Al contrario se la Corte manderà assolto Israele, la vittoria sarà dei paesi come Cina e Russia, che direbbero al Sud del mondo: “Ecco, avete visto? Loro possono permettersi ciò che vogliono, noi vi rispettiamo e vi trattiamo alla pari!”. Messaggio ipocrita ma che, come dimostrano i numerosissimi varchi trovati dalla Russia per aggirare le sanzioni, ha già raggiunto molte orecchie. Considerazioni transitorie e finali, solo per contribuire alla riflessione. Chi analizza questo momento di caos universale, sa che Pulcinella chiama a testimone la moglie ma, in questo caso, la chiama a fare da giudice. È immaginabile la creazione di un Tribunale dell’Umanità, magari formato da premi Nobel per la pace, per giudicare i crimini di guerra e quelli contro l’umanità compiuti da stati e da individui, che emettano sentenze che hanno forza di legge?

Cinema

In sala “Chi segna vince”, mentre in tv anteprima Sky “True Detective. Night Country” con Jodie Foster

photo by Hilary Bronwyn Gayle
15 Gen 2024

di Sergio Perugini

Sport e desiderio di riscatto. È il tracciato del film “Chi segna vince” (“Next Goal Wins”) del regista-sceneggiatore neozelandese Taika Waititi, Premio Oscar per il copione di “Jojo Rabbit” (2020). L’autore mette in racconto una storia vera, quella dell’allenatore olandese Thomas Rongen e della sua avventura come coach della nazionale di calcio delle Samoa Americane. Targato Searchlight Pictures-Disney, il film offre una bella storia di rinascita, solidarietà e amicizia, anche se il copione non sempre sostiene adeguatamente l’impegno degli attori, Michael Fassbender in testa, o il valore positivo della storia. Ancora, è una delle serie Tv più attese della stagione, “True Detective. Night Country”, poliziesco cult targato Hbo – in Italia in esclusiva su Sky e Now – che vede protagoniste il Premio Oscar Jodie Foster e Kali Reis. A firmare regia e sceneggiatura è Issa Lòpez. Un crime fosco e gelido nella suggestiva cornice dell’Alaska, tra delitti misteriosi, allucinazioni e un’omertà serpeggiante. Una discesa nelle pieghe del male al seguito di due poliziotte dal fascino ruvido e livido, assolutamente magnetiche. Una proposta di alta qualità narrativa, per palati forti, che richiama non poco la bellissima miniserie “Omicidio a Easttown”. L’abbiamo vista in anteprima.

“Chi segna vince”
Con la commedia drammatica “Jojo Rabbit”, tra racconto della Seconda guerra mondiale e dramma della Shoah, ha colpito e conquistato il pubblico, portando a casa nel 2020 una statuetta agli Academy Awards per la miglior sceneggiatura non originale. È il regista, sceneggiatore e attore neozelandese Taika Waititi, ormai di casa a Hollywood dove ha diretto anche i kolossal Marvel “Thor: Ragnarok” (2017) e “Thor: Love and Thunder” (2022). Dopo le incursioni nel mondo dei supereroi, Waititi è tornato dietro alla macchina da presa per raccontare una storia vera, legata alla cultura polinesiana, una storia che si gioca sui valori dell’amicizia, dello sport e della fede.È “Chi segna vince” (“Next Goal Wins”), sull’impresa dell’allenatore olandese Thomas Rongen, noto per il suo temperamento collerico, che è riuscito a far riscattare la squadra di calcio delle Samoa Americane, fanalino di coda del ranking mondiale. Protagonista è un sempre bravo Michael Fassbender; nel cast figurano lo stesso Taika Waititi ed Elisabeth Moss.

La storia. Nel 2001 la squadra di calcio delle Samoa Americane registra una cocente sconfitta: ai Mondiali perde 31 a 0 contro l’Australia. Per cercare di scrollarsi di dosso la nomea di peggior nazionale e superare le qualificazioni del 2011, il team delle Samoa Americane ingaggia un nuovo allenatore: Thomas Rongen. L’uomo è preceduto da una pessima nomea per sfoghi di rabbia e risultati non del tutto soddisfacenti. A credere in lui e nelle sue capacità sono Tavita (Oscar Kightley), l’ottimista presidente della squadra, e Jaiyah (Kaimana), capitano transgender della nazionale.

Beulah Koale, Michael Fassbender and the cast of NEXT GOAL WINS. Photo by Hilary Bronwyn Gayle. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2023 20th Century Studios All Rights Reserved.

“Sei sempre alla ricerca di un’ispirazione, ma in questa storia, era già tutto lì”. Così il regista Waititi nel raccontare la genesi del film, aggiungendo: “Mi è sempre sembrato un progetto molto speciale. È la storia definitiva su un gruppo di outsider svantaggiati”. “Chi segna vince” si configura proprio come storia di ultimi, nello sport e nella vita, in cerca di una seconda possibilità.Della vicenda si era già occupato un documentario nel 2014, “Next Goal Wins”, diretto da Mike Brett e Steve Jamison, ora con la presenza di Waititi e della Disney la storia ha trovato una risonanza più ampia. È il racconto della parabola di risalita sia per la comunità calcistica sia per l’allenatore Thomas Rongen, finito in un vicolo cieco professionale e familiare, senza più contratto né legami, con un bruciante lutto da elaborare. E così, dopo reciproci pregiudizi e diffidenze, coach e giocatori trovano il passo comune per affrontare nuove sfide, offrendo a tutti una bella storia di speranza.

The cast of NEXT GOAL WINS. Photo by Hilary Bronwyn Gayle. Courtesy of Searchlight Pictures. © 2023 20th Century Studios All Rights Reserved

Nonostante i numerosi e validi elementi in campo, tra tematiche e valori positivi, condivisibili, il film non riesce a brillare del tuttoperché penalizzato da un copione appesantito e sviluppato in maniera poco originale – il topos è ricorrente tra cinema e Tv –, con un umorismo tiepido a tratti disarmante. Peccato. A salvare la situazione ci pensa il cast tutto, capitanato da Michael Fassbender. Nel complesso, al di là del copione claudicante e di qualche eccesso narrativo, “Chi segna vince” si propone come storia interessante in una più generale cornice di evasione. Consigliabile, problematico-brillante.

“True Detective. Night Country” (Sky – Now, 15.01)
Di “True Detective”, della creatura televisiva di Nic Pizzolatto, si è già scritto e detto molto in un decennio. La prima stagione, infatti, è del 2014, con capofila Matthew McConaughey e Woody Harrelson, alla regia di Cary J. Fukunaga. Ne sono seguite altre due, nel 2015 e nel 2019, e la parabola narrativa sembrava avviarsi alla conclusione. Nel 2024, però, il progetto vede una nuova spinta creativa con un deciso cambio di passo: “True Detective. Night Country” (dal 15 gennaio su Sky e Now, 6 episodi); a capo della scrittura e della regia c’è Issa Lòpez, le due “leading” detective sono il Premio Oscar Jodie Foster e Kali Reis. Ancora, a occupare un ruolo di primo piano, come comprimario, è il territorio innevato dell’Alaska. Un freddo glaciale, a livello paesaggistico ma anche dell’anima, che simboleggia esistenze ferite e dolenti.

La storia. Ennis, Alaska. Mancano pochi giorni a Natale e nel centro Tsalal Arctic Research Station, che indaga i cambiamenti climatici, si verifica un’improvvisa tragedia. Gli otto ricercatori scompaiono tutti in una notte, lasciando i loro effetti personali nella struttura. Seguono morti sospette. A indagare si ritrovano il capo della polizia Liz Danvers (Jodie Foster) e la detective Evangeline Navarro (Kali Reis). Entrambe si conoscono da tempo, ma non vogliono collaborare perché su di loro grava un doloroso caso irrisolto. Ad aiutarle il giovane poliziotto Peter Prior (Finn Bennett), che sta cercando di affrancarsi dal padre Hank (John Hawkes), anche lui un poliziotto ma cinico e rassegnato…

“True Detective. Night Country” si presenta sulla scena Tv con grande forza visiva, decisa a trovare una propria identità rispetto al ciclo originario. Anzitutto la serie trova una connotazione molto efficace grazie all’ambientazione lunare in cui si svolge: le distese di ghiaccio dell’Alaska nei giorni di buio senza tregua. Uno scenario quasi distopico, da fine del mondo, dove campeggia un’umanità fragile che sembra aver smarrito la bussola valoriale. La comunità che abita lì incede senza aspettative e sogni, con un senso di sconfitta irreparabile.
A provare a fare ordine nel caos sono due donne, due poliziotte, acute, tenaci, imperfette e solitarie. La prima è Liz Danvers – una magnifica Jodie Foster, bentornata! –, capo della stazione di polizia, che non si fida dei colleghi, che ingaggia relazioni occasionali per sedare il senso di vuoto interiore e prova a fare la madre di una giovane adolescente che non comprende, né per l’attivismo ambientale né per l’orientamento sessuale.

(Copyright Hbo-Sky)

Il secondo detective è Evangeline Navarro – una vera rivelazione Kali Reis –, tormentata da irrisolti del passato, dall’impossibilità di stare accanto alla sorella con disturbi bipolari e al contempo di avviare una relazione normale con Eddie (Joel Montgrand), il guidatore di slitta di Ennis.
Due “eroine” livide, apparentemente sconfitte come tutti gli altri in città, ma che invece si oppongono con decisione alla reiterazione del male, ai continui silenzi, depistaggi e omicidi che dilagano.Morti ammantati da un alone di mistero, quasi dai contorni paranormali, in un gioco di specchi tra realtà e sogno-allucinazione. Danvers e Navarro, dandosi forza l’un l’altra, la “rabbia” della disperazione, faranno chiarezza su tutto, e con loro lo spettatore.
I sei episodi di “True Detective. Night Country” risultano densi, serrati e sfidanti in un viaggio nell’oscurità più accecante. Un valzer nella vertigine del male e della colpa, dove la posta in palio è la giustizia e forse anche la possibilità di riscatto, la pace interiore. Una serie fosca e feroce, scritta, diretta e interpretata ottimamente– a voler trovare un difetto, scricchiola un po’ nei volteggi finali –, che sembra richiamare (e non poco) per dinamiche narrative e personaggi principali la bellissima miniserie “Omicidio a Easttown” (Hbo). “True Detective. Night Country” è una proposta di certo di qualità per gli amanti del genere crime, indicata chiaramente per un pubblico adulto. Serie complessa, problematica.

Gaza sotto assedio

Padre Romanelli (parroco Gaza): “Vogliamo la pace per Israele, la Palestina e la liberazione degli ostaggi”

15 Gen 2024

di Daniele Rocchi

“Preghiamo per un cessate il fuoco, per la fine della guerra. Vogliamo la pace per Israele, per la Palestina, la liberazione degli ostaggi, chiediamo che siano curati i feriti, che siano assicurate dignitose condizioni di vita ai civili coinvolti nella guerra. Se non ci sarà tutto questo sarà un danno enorme per israeliani e palestinesi”.

padre Gabriel Romanelli, parroco di Gaza – foto Sir

A 100 giorni dallo scoppio della guerra a Gaza, è questo l’appello lanciato, attraverso il Sir, da padre Gabriel Romanelli, parroco da più di 4 anni della “Sacra Famiglia”, l’unica parrocchia cattolica della Striscia di Gaza che sta dando rifugio a oltre 600 sfollati cristiani. Il parroco, di origini argentine, in Medio Oriente da 28 anni, attualmente si trova a Gerusalemme poiché dal 7 ottobre scorso, giorno dell’“esecrabile e orribile” attacco terroristico di Hamas, Israele ha bloccato tutti gli ingressi a Gaza e quindi non ha potuto fare rientro in parrocchia. Tuttavia è in stretto contatto con il suo vicario, padre Youssef Asaad, a Gaza. Padre Gabriel ha incontrato due giorni fa, nella Città santa, fa un gruppo di pellegrini della Diòmira Travel composto da 9 sacerdoti. Si tratta del primo pellegrinaggio italiano in Terra Santa dallo scoppio della guerra. Sono stati proprio questi sacerdoti provenienti dalle diocesi di Milano, Cremona e Piacenza i primi destinatari delle sue parole.

Nella gabbia di Gaza. “Gaza – ha spiegato il religioso, che appartiene all’Istituto del Verbo Incarnato (Ive) – è una gabbia dalla quale nessuno può uscire o entrare. Non vediamo il benché minimo segnale che indichi la fine o uno stop anche solo temporaneo della violenza. Le tante voci che riescono ad arrivare da Gaza raccontano di una popolazione ridotta alla fame, alla sete, senza medicine, senza un riparo, al freddo”. Gli aiuti umanitari che arrivano sono insufficienti a rispondere ai bisogni primari della popolazione. “Molti di questi Tir di aiuti – ha detto padre Gabriel – si fermano nella parte Sud mentre nella zona Nord, dove sono rimaste circa 400mila persone, arriva ben poco”. La parrocchia della Sacra Famiglia si trova ad al Zeitoun, quartiere orientale di Gaza City, proprio nella parte Nord della Striscia. “I nostri cristiani – ha aggiunto il parroco – non hanno voluto spostarsi al Sud come imponeva l’Esercito israeliano e hanno scelto di restare in parrocchia che adesso è circondata da macerie. Molte delle zone limitrofe, infatti, sono state colpite dai raid israeliani”. Si stima che siano oltre 60mila le abitazioni rase al suolo dall’aviazione di Israele, senza contare quelle danneggiate e rese inagibili.

Così restare “nella casa di Gesù” come hanno dichiarato gli stessi fedeli, “non è stata una scelta ‘romantica’, ma il frutto della loro grande fede provata da questi ultimi 16 anni di guerre, di tensioni, di stenti, di sofferenze, di dure condizioni di vita. Gesù – ha sottolineato padre Romanelli – è davvero il rifugio, la consolazione e il sostegno di questa piccola comunità”.

Prima del 7 ottobre a Gaza c’erano 1017 cristiani, di questi 135 i cattolici (suore e preti compresi, ndr.) e i restanti greco-ortodossi, su una popolazione di oltre 2,3 milioni di gazawi tutti di fede islamica. “Diciotto anni fa – ha ricordato – eravamo 3500. Tanti hanno scelto di emigrare. In queste settimane di guerra hanno lasciato Gaza circa 70 cristiani (quelli con doppio passaporto, ndr.) approfittando della tregua”.

Gaza, funerali delle due donne cristiane – foto Parrocchia latina

Bilancio drammatico. Dopo 100 giorni il bilancio di guerra supera la cifra di 23mila vittime, decine di migliaia i feriti. I raid aerei hanno colpito anche luoghi di culto, come chiese e moschee. “Noi cattolici – ha affermato il parroco – lamentiamo la distruzione dell’Istituto scolastico delle suore del Rosario, il bombardamento della scuola della Sacra Famiglia e della casa delle suore di Madre Teresa dove erano accuditi anziani e disabili gravi. I greco-ortodossi la chiesa di san Porfirio con il vicino centro culturale. Dall’inizio della guerra la comunità cristiana conta 27 vittime”. Le ultime due risalgono al 16 dicembre scorso quando un cecchino, appostato sui tetti intorno alla parrocchia, ha sparato e “ucciso a sangue freddo”, come denunciato dal Patriarcato latino di Gerusalemme, “due nostre fedeli, Nahida Khalil Anton e sua figlia Samar Kamal Anton. Nahida madre di 7 figli, la maggior parte di loro sposati, aveva più di 20 nipoti. Era la mamma della famiglia cattolica più numerosa della Striscia di Gaza”.

parrocchia Gaza – foto Latin Parish

Una piccola oasi. “In questi anni – ha proseguito padre Romanelli – abbiamo cercato di trasformare la nostra parrocchia in una piccola oasi dove i fedeli potessero trovare ristoro spirituale e materiale, sperimentare accoglienza e vita ecumenica grazie alla presenza di diverse associazioni composte da cattolici e ortodossi”. Questa oasi, oggi, accoglie oltre 600 sfollati. Convivere in queste condizioni, senza luce, acqua potabile, carburante, è stata l’ammissione del parroco, “non è facile e chiede tanta forza d’animo perché un conto è vivere nella propria casa con la famiglia, altra cosa è condividere, da un giorno all’altro, con altri nuclei familiari una piccola aula scolastica e un piccolo bagno con poca acqua”.

“Tra gli sfollati in parrocchia ci sono tante persone depresse perché hanno perso tutto, non hanno più nulla, hanno visto morire, figli, parenti, amici. C’è chi ha investito ogni suo avere, anche la liquidazione, per acquistare una casa nuova e adesso si ritrova con un cumulo di macerie e senza forze per guardare al futuro”.

Per dare un po’ di ordine a questa convivenza, il vice parroco, padre Youssef ha formato dei team che hanno vari compiti, dalla cucina, all’animazione dei bambini, dalle pulizie alla vigilanza. Il tempo è scandito dalla preghiera, con la Messa mattutina, il Rosario pomeridiano e la messa serale.

foto Parrocchia latina Gaza

“Nella preghiera troviamo la forza per andare avanti” è la certezza di padre Romanelli che pure non nega “il pericolo che Gaza si svuoti dei cristiani. La Chiesa tuttavia, resterà e continuerà a fare del bene grazie all’opera dello Spirito Santo”. La certezza è che anche Gaza è Terra Santa dopo che su queste strade è passato Gesù, con la Sacra Famiglia, in fuga verso l’Egitto.

Pregare per una soluzione giusta. “La guerra – è stata la conclusione – ci sta mettendo a dura prova. In altri conflitti, molto più brevi, la possibilità di rialzarsi era concreta, magari con l’aiuto di parenti e di amici. Adesso però tutti hanno perso tutto, casa, lavoro, scuola, averi, moschea, chiesa, punti di riferimento familiari e parentali. Le case rimaste in piedi sono state derubate da sciacalli. Nessuno è più in grado di dare aiuto, ma solo di riceverlo”. Per padre Romanelli “una situazione così non porterà alla pace, forse solo a una vittoria materiale. Bisogna lavorare a una soluzione giusta non solo per Gaza ma per tutta la questione palestinese tenendo in debito conto il rispetto dei diritti umani di tutti, palestinesi, israeliani, ebrei, musulmani, cristiani e via dicendo. Non dobbiamo alimentare il sentimento di vendetta”.

Angelus

La domenica del Papa – Essere discepoli

15 Gen 2024

di Fabio Zavattaro

Il Vangelo di Giovanni ci porta ancora sulle rive del Giordano: è il giorno dopo il battesimo di Gesù e sono le quattro del pomeriggio. Questa indicazione temporale è, tutto sommato, ininfluente rispetto ai contenuti della pagina evangelica. È trascorso solo un giorno dalla discesa dello Spirito Santo su Gesù e lui passa di nuovo, Giovanni Battista lo vede tra la folla “fissando lo sguardo” sull’”agnello di Dio”. Con queste tre parole Giovanni, nel quarto Vangelo, si lega alla tradizione veterotestamentaria riguardante, da un lato, la vittima offerta a Dio per il riscatto dal peccato, dall’altro la figura del servo sofferente, temi cari alla tradizione profetica. Annota l’evangelista: è l’ora decima, circa le quattro del pomeriggio.

Diversi anni sono passati da questo fatto quando l’evangelista ha scritto il Vangelo – secondo gli studiosi il testo è stato redatto molto probabilmente a Efeso, tra il 60 e il 100 dopo Cristo – quanti incontri, episodi, parole; e poi dopo la risurrezione quante riflessioni, ricordi. Eppure, Giovanni ricorda l’ora esatta di quell’incontro.

Proprio da qui si sviluppa il pensiero di papa Francesco, in questa seconda domenica del tempo ordinario, che domanda: “quando ho incontrato Gesù per la prima volta?” Così chiede di fare memoria del nostro primo incontro con il Signore, di quando ha toccato il nostro cuore: “siamo ancora discepoli innamorati del Signore, cerchiamo il Signore, oppure ci siamo accomodati in una fede fatta di abitudini? Dimoriamo con lui nella preghiera, sappiamo stare in silenzio con lui?”

Essere discepoli non significa semplicemente fare memoria del primo incontro con il Signore. Allora Francesco, nello spirito della riflessione ignaziana, propone tre verbi alla nostra riflessione: cercare, dimorare, annunciare Gesù.

Cercare. Giovanni Battista è colui che vede e capisce, è il vero testimone che, però, torna subito nel nascondimento e sapremo dai Vangeli la sua morte. Sulla riva del Giordano è con due persone, i primi due discepoli che si mettono a seguire Gesù: uno è Andrea – santo venerato anche dalla Chiesa ortodossa che lo chiama Protocleto, o il Primo chiamato – dell’altro non sappiamo nulla; ovvero, ognuno di noi può essere quel discepolo.

Ai due Gesù si rivolge con la domanda: “che cosa cercate?” Sono le prime parole che pronuncia nel quarto Vangelo, parole che interrogano e mettono a nudo motivazioni e desideri dei discepoli. Gesù, spiega Francesco, “anzitutto li invita a guardarsi dentro, a interrogarsi sui desideri che portano nel cuore”. E questo perché “il Signore non vuole fare proseliti, non vuole ‘followers’ superficiali, il Signore vuole persone che si interrogano e si lasciano interpellare dalla sua Parola”; bisogna avere “un cuore aperto, in ricerca, non un cuore sazio o appagato”.

Dimorare. Alla domanda “che cosa cercate” i due discepoli rispondono: “dove dimori?” Dice il vescovo di Roma: “essi non cercavano notizie o informazioni su Dio, oppure segni o miracoli, ma desideravano incontrare il Messia, parlare con Lui, stare con Lui, ascoltarlo”.

Nessun indirizzo o biglietto da visita con la via e il numero di telefono, come potrebbe accadere oggi incontrando una persona; Cristo invece li invita a venire e vedere. “Rimanere con lui – dice il papa – è la cosa più importante per il discepolo del Signore. La fede, insomma, non è una teoria, è un incontro, è andare a vedere dove abita il Signore e dimorare con lui. Incontrare il Signore e dimorare con lui”.

Infine, annunciare. Quell’incontro è stata una esperienza forte e i due discepoli “sentirono subito il bisogno di comunicare il dono ricevuto”.

Nel dopo angelus, papa Francesco torna a parlare di pace, di persone che “soffrono la crudeltà della guerra in tante parti del mondo, specialmente in Ucraina, in Palestina e in Israele”; e chiede, a chi ha potere su questi conflitti, di riflettere “sul fatto che la guerra non è la via per risolverli, perché semina morte tra i civili e distrugge città e infrastrutture”. La guerra dice ancora “è in se stessa un crimine contro l’umanità”. Il mondo, i popoli hanno bisogno di pace, per questo dobbiamo “educare alla pace” per “fermare ogni guerra”.

L'argomento

Ex Ilva, don Antonio Panico (Salvaguardia del Creato-Taranto): “Momento di grande incertezza per la città e i lavoratori”

Alla luce dei recenti fatti in continua evoluzione, il Sir ha fatto il punto della situazione con il vicario episcopale della diocesi di Taranto per la Giustizia e la custodia del Creato, la pastorale sociale e il lavoro, profondo conoscitore della vicenda del siderurgico

15 Gen 2024

di Andrea Regimenti

Il Governo sul dossier dell’ex Ilva è al lavoro per arrivare ad un accordo per un divorzio consensuale con ArcelorMittal ed evitare così un contenzioso legale che si preannuncia abbastanza lungo. Entro mercoledì si avrà una risposta ma l’unica soluzione per l’esecutivo guidato dal presidente Meloni per ora sembra essere quella di “far fuori” il colosso franco-indiano, che ha vinto la gara nel 2017, e che ora deve uscire dalla Acciaierie d’Italia di Taranto. La prospettiva, rispetto agli ultimi quattro mesi, è cambiata: prima l’esecutivo ha tentato di ricucire e tenere dentro il socio di maggioranza, tentando di mutare i rapporti. Ora l’unica strada è la separazione. Anche il ministro del Made in Italy e delle Imprese, Adolfo Urso, ha parlato durante l’informativa al Senato, di un “intervento drastico”, della necessità di “cambiare equipaggio alla guida dell’ex Ilva per arrivare a invertire la rotta”. Inoltre Urso ha sottolineato che “non è più possibile condividere la governance con ArcelorMittal”. Alla luce dei recenti fatti in continua evoluzione il Sir ha fatto il punto della situazione con don Antonio Panico, professore, vicario episcopale della diocesi di Taranto per la pastorale sociale, il lavoro, la giustizia e la custodia del Creato e profondo conoscitore della vicenda dell’ex Ilva e delle implicazioni e ripercussioni che l’acciaieria ha sul territorio tarantino.

Che ne pensa degli ultimi sviluppi?
Purtroppo continua a non esserci serenità per i lavoratori e si vive con grande timore quanto sta accadendo in queste ore, perché l’indecisione sembra non dare futuro. Oggettivamente se le cose dovessero restare così come sono, senza un socio privato, diventerebbe veramente oneroso per lo Stato fare tutto da solo. Dovrà cercarsi sicuramente un partner. E qui si arriva a un secondo punto. Ovvero che tipo di garanzie abbiamo rispetto alle questioni legate all’ambiente e alla tutela della salute? Da quello che mi risulta da chi lavora nello stabilimento, in questi anni non si è fatto nulla. Siamo stati abituati a pensare solo alle questioni legate all’inquinamento da diossina, ma ve ne sono numerosi altri, anche cancerogeni.

Che clima c’è tra i lavoratori?
A differenza del passato oggi non c’è più un insieme dei lavoratori che sono contro i cittadini che vorrebbero la chiusura della fabbrica. Oggi i lavoratori vogliono tutele, non solo di tipo contrattuale, ma anche e soprattutto sotto il punto di vista ambientale e della salute. I primi a subire i danni dell’inquinamento, infatti, sono loro. Questo va rimarcato perché troppo spesso non viene sottolineato dai media e da chi decide per il futuro dello stabilimento. C’è un diritto a un lavoro degno, ma c’è anche il diritto imprescindibile alla salute.

Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha incontrato il 9 gennaio una delegazione di lavoratori dell’ex Ilva di Taranto. L’appuntamento ha permesso al cardinale di “rinnovare la vicinanza e la solidarietà della Chiesa, che passano innanzitutto da un ascolto attento”. Che ne pensa?
È stato un momento molto importante. C’è bisogno di far vedere che la Chiesa c’è, vede, è vigile e attenta.

I lavoratori ricevuti da Zuppi hanno parlato di una Chiesa che si è dimostrata madre…
È una cosa bella. La Chiesa però non è solo madre dei lavoratori, è anche madre delle persone che si sono ammalate di cancro. È madre delle mamme che piangono i loro figli morti o ammalati. La Chiesa ha un’attenzione per tutti, dobbiamo essere accanto a tutti. È fondamentale dirlo ed è fondamentale farlo.
Basti pensare che da un po’ di anni noi qui abbiamo finalmente un polo oncologico pediatrico che abbiamo creato partendo dal basso, con donazioni e diversi sforzi delle persone. A oggi, purtroppo, sono decine i bambini che vengono seguiti da questo polo. È una fabbrica di grande importanza strategica a livello nazionale ed europea. Spegnere oggi un altro forno significherebbe produrre meno acciaio e lasciare che sia l’Asia a occupare quel comparto di mercato. Tuttavia, è necessario produrlo come fanno altrove, in modo pulito e giusto. Si potrebbe fare anche in Italia.

L'argomento

Ex Ilva, don Antonio Panico (Salvaguardia del Creato-Taranto): “Momento di grande incertezza per la città e i lavoratori”

Alla luce dei recenti fatti in continua evoluzione, abbiamo fatto il punto della situazione con il vicario episcopale della diocesi di Taranto per la Giustizia e la custodia del Creato, la pastorale sociale e il lavoro, profondo conoscitore della vicenda del siderurgico

15 Gen 2024

di Andrea Regimenti

Il Governo sul dossier dell’ex Ilva è al lavoro per arrivare ad un accordo per un divorzio consensuale con ArcelorMittal ed evitare così un contenzioso legale che si preannuncia abbastanza lungo. Entro mercoledì si avrà una risposta ma l’unica soluzione per l’esecutivo guidato dal presidente Meloni per ora sembra essere quella di “far fuori” il colosso franco-indiano, che ha vinto la gara nel 2017, e che ora deve uscire dalla Acciaierie d’Italia di Taranto. La prospettiva, rispetto agli ultimi quattro mesi, è cambiata: prima l’esecutivo ha tentato di ricucire e tenere dentro il socio di maggioranza, tentando di mutare i rapporti. Ora l’unica strada è la separazione. Anche il ministro del Made in Italy e delle Imprese, Adolfo Urso, ha parlato durante l’informativa al Senato, di un “intervento drastico”, della necessità di “cambiare equipaggio alla guida dell’ex Ilva per arrivare a invertire la rotta”. Inoltre Urso ha sottolineato che “non è più possibile condividere la governance con ArcelorMittal”. Alla luce dei recenti fatti in continua evoluzione, abbiamo fatto il punto della situazione con don Antonio Panico, professore, vicario episcopale della diocesi di Taranto per la pastorale sociale, il lavoro, la giustizia e la custodia del Creato e profondo conoscitore della vicenda dell’ex Ilva e delle implicazioni e ripercussioni che l’acciaieria ha sul territorio tarantino.

Che ne pensa degli ultimi sviluppi?
Purtroppo continua a non esserci serenità per i lavoratori e si vive con grande timore quanto sta accadendo in queste ore, perché l’indecisione sembra non dare futuro. Oggettivamente se le cose dovessero restare così come sono, senza un socio privato, diventerebbe veramente oneroso per lo Stato fare tutto da solo. Dovrà cercarsi sicuramente un partner. E qui si arriva a un secondo punto. Ovvero che tipo di garanzie abbiamo rispetto alle questioni legate all’ambiente e alla tutela della salute? Da quello che mi risulta da chi lavora nello stabilimento, in questi anni non si è fatto nulla. Siamo stati abituati a pensare solo alle questioni legate all’inquinamento da diossina, ma ve ne sono numerosi altri, anche cancerogeni.

Che clima c’è tra i lavoratori?
A differenza del passato oggi non c’è più un insieme dei lavoratori che sono contro i cittadini che vorrebbero la chiusura della fabbrica. Oggi i lavoratori vogliono tutele, non solo di tipo contrattuale, ma anche e soprattutto sotto il punto di vista ambientale e della salute. I primi a subire i danni dell’inquinamento, infatti, sono loro. Questo va rimarcato perché troppo spesso non viene sottolineato dai media e da chi decide per il futuro dello stabilimento. C’è un diritto a un lavoro degno, ma c’è anche il diritto imprescindibile alla salute.

Il card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha incontrato il 9 gennaio una delegazione di lavoratori dell’ex Ilva di Taranto. L’appuntamento ha permesso al cardinale di “rinnovare la vicinanza e la solidarietà della Chiesa, che passano innanzitutto da un ascolto attento”. Che ne pensa?
È stato un momento molto importante. C’è bisogno di far vedere che la Chiesa c’è, vede, è vigile e attenta.

I lavoratori ricevuti da Zuppi hanno parlato di una Chiesa che si è dimostrata madre…
È una cosa bella. La Chiesa però non è solo madre dei lavoratori, è anche madre delle persone che si sono ammalate di cancro. È madre delle mamme che piangono i loro figli morti o ammalati. La Chiesa ha un’attenzione per tutti, dobbiamo essere accanto a tutti. È fondamentale dirlo ed è fondamentale farlo.
Basti pensare che da un po’ di anni noi qui abbiamo finalmente un polo oncologico pediatrico che abbiamo creato partendo dal basso, con donazioni e diversi sforzi delle persone. A oggi, purtroppo, sono decine i bambini che vengono seguiti da questo polo. È una fabbrica di grande importanza strategica a livello nazionale ed europea. Spegnere oggi un altro forno significherebbe produrre meno acciaio e lasciare che sia l’Asia a occupare quel comparto di mercato. Tuttavia, è necessario produrlo come fanno altrove, in modo pulito e giusto. Si potrebbe fare anche in Italia.