Diocesi

Migranti, testimoni di speranza

Il grande successo della ventunesima edizione della Festa dei popoli

foto fp Occhinegro
19 Mag 2025

di Giada Di Reda

Giunta alla sua ventunesima edizione, la Festa dei popoli, svoltasi nel pomeriggio di domenica 19 maggio, alla concattedrale della Gran Madre di Dio, continua ad essere testimonianza di un cammino di speranza, rivolto a tutti coloro che ogni giorno lottano per la tutela dei diritti umani; un’occasione di dialogo e crescita per tutta la comunità, per continuare a costruire ponti di fratellanza e umanità tra le genti.
‘Migranti, testimoni di speranza’ il tema centrale dell’iniziativa, che quest’anno si è caricata di un ulteriore valore simbolico in occasione della Giornata giubilare dei migranti, e della messa di insediamento di papa Leone XIV.
Una testimonianza di dialogo tra diverse culture e tradizioni per mettere in luce la mondialità che esiste tra gli uomini, promuovendo l’inclusione, l’ascolto e la reciproca integrazione; segno di una Chiesa, sulla scia delle parole di Leone XIV, “unita e aperta all’amore di Dio” e quindi all’amore reciproco tra gli uomini, la cui universalità si esprime attraverso l’ascolto e un cammino di condivisione di valori.

foto fp Occhinegro

La celebrazione eucaristica è stata presieduta dall’arcivescovo, mons. Ciro Miniero, accompagnato dai sacerdoti appartenenti ai diversi gruppi etnici presenti nel mondo. Significativo l’ingresso del presule tarantino, preceduto da grandi e piccoli, provenienti da diverse culture, in segno di unione tra i popoli. Successivamente sua eminenza ha ringraziato tutti i sacerdoti presenti, e iniziato la sua omelia sottolineando, attraverso le sue parole, l’urgenza di riscoprire i valori della solidarietà dell’amore e dell’ accoglienza, in nome di quella grande famiglia chiamata mondo.
Ad animare la celebrazione i canti della corale diocesana del Rinnovamento nello Spirito Santo.
All’esterno della Concattedrale, le comunità etniche presenti hanno presentato la propria cultura attraverso la condivisione dei costumi e di alcuni elementi di oggettistica.
Una vera e propria festa, per unire i popoli nella gioia e nella speranza, in un cammino di apertura al prossimo e al mondo. Un’occasione per affrontare le grandi sfide della complessità, rimanendo saldi nella fede in Dio e nel prossimo come suo dono; per riconoscere nell’altro la ricchezza e non il pericolo: uniti, insieme, per il bene comune.

 

Regina caeli

La domenica del Papa – Una chiesa “missionaria che apre le braccia al mondo”

ph Afp-Sir
19 Mag 2025

di Fabio Zavattaro

È la domenica che segna l’inizio del pontificato di papa Leone XIV, e così si presenta alla folla, duecentomila persone in piazza San Pietro e in via della Conciliazione che percorre in papamobile prima della messa: “Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia”.

Liturgia solenne, ricca di simboli – il pallio e l’anello del pescatore, lo guarda quasi incredulo, consegnati sul sagrato della basilica vaticana, i segni del suo ministero di vescovo di Roma – e un Papa commosso che guarda quel mare di persone che arriva fin quasi la fine di via della Conciliazione. Parla di Pietro che deve “pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri facendosi padrone delle persone a lui affidate”.

A Pietro “è affidato il compito di amare di più e di donare la sua vita per il gregge”, afferma ancora il vescovo di Roma, che parla di una chiesa la cui vera autorità “è la carità di Cristo”; una chiesa “missionaria che apre le braccia al mondo”, che “si lascia inquietare dalla storia” e diventa “lievito di concordia per l’umanità”; che non pensa di “catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere” ma solo con l’amore. Con Sant’Agostino afferma il primo grande desiderio: “una chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”.

Quinta domenica del tempo di Pasqua e il tema del Vangelo di Giovanni è il comandamento nuovo, cioè il comandamento dell’amore. La scena si svolge nel Cenacolo, il banchetto degli apostoli, Gesù che offre del cibo a Giuda, il quale lascia subito la sala; era notte commenta Giovanni, ma l’amore del Signore non conosce limiti: “nell’unico Cristo siamo uno”.

Nell’omelia, papa Leone guarda alla situazione del mondo in cui viviamo, parla di un tempo in cui “vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri”. Dentro questo tempo, “questa pasta” dice il Papa, vogliamo essere “un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia”.

Quasi manifesto del suo pontificato dice che è questa “la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”. È questo “lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”.

Prima di dare la benedizione finale, nelle parole che pronuncia al Regina caeli, Leone XIV ha un pensiero per il suo predecessore: “durante la messa ho sentito forte la presenza spirituale di Papa Francesco che dal cielo ci accompagna”. Quindi lancia un nuovo appello per la pace: “nella gioia della fede e della comunione non possiamo dimenticare i fratelli e le sorelle che soffrono a causa delle guerre. A Gaza i bambini, le famiglie, gli anziani sopravvissuti sono ridotti alla fame. Nel Myanmar nuove ostilità hanno spezzato giovani vite innocenti. La martoriata Ucraina attende finalmente negoziati per una pace giusta e duratura”. Parole rivolte a tutti i fedeli, ma in modo particolare, crediamo, a coloro che occupavano la parte destra del sagrato della basilica: tra gli altri, il vice presidente americano JD Vance (è previsto un incontro con il Papa), il segretario di Stato Marco Rubio, la ministra della cultura della Russia Olga Liubimova, e il presidente ucraino Volodymir Zelensky, che incontra Leone XIV.
Parole con lo sguardo rivolto a Maria, madre del Buon consiglio, “segno di speranza”, e a Leone XIII, il quale nella Rerum novarum scriveva che “è l’ora dell’amore” e se questo criterio “prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace”.

Cinema

Cannes 2025, il cinema e l’immaginario globale al tempo della grande mutazione

ph Ansa-Sir
16 Mag 2025

di Gianluca Arnone

Quando si alza il sipario sul 78° Festival di Cannes, la croisette è come sempre un palcoscenico universale. Ma qualcosa, quest’anno più che mai, sembrerà crepitare sotto la superficie della consueta festa dell’immaginario: un’inquietudine sorda, un sentore di svolta.
Non sarà solo l’inevitabile rallentamento dell’industria americana — reso palpabile dal frutto avvelenato degli scioperi degli sceneggiatori e degli attori che, tra il 2023 e il 2024, ha segnato una battuta d’arresto storica nella produzione — a marcare il programma. Né basterà il ritorno, pur significativo, dei “soliti maestri” fedeli alla kermesse a riequilibrare il quadro. Cannes 2025 si presenta come un festival in transito, prigioniero e insieme interprete di un mutamento più vasto che investe l’intera ecologia del cinema contemporaneo.
Oggi, un grande festival non è più solo il luogo di consacrazione dei grandi autori o di scoperta di nuove voci. È (deve essere) laboratorio, cartina di tornasole, perfino scacchiera di una geopolitica delle immagini in cui estetiche, economie, culture e tecnologie si sfidano e si ibridano. In un mondo dove la produzione e la fruizione audiovisiva hanno subito uno spostamento tellurico — dallo streaming che smaterializza il rito collettivo della sala, alla creazione di contenuti “fluidi”, verticali, istantanei — Cannes si interroga, consapevolmente o meno, su quale possa essere oggi il suo compito.
Non più soltanto mostrare film: ma, forse, resistere e riformulare l’idea stessa di che cosa significhi “cinema”.

Non è un caso che proprio quest’anno, sotto la guida illuminata ma anche fortemente simbolica di un omaggio alla Nouvelle vague (curato da Richard Linklater, regista americano tra i più sensibili all’idea di un cinema personale e artigianale), il festival si ritrovi a confrontarsi con il più grande movimento estetico-politico della storia del cinema. Quella corrente, nata per cambiare il mondo attraverso le immagini, viene oggi celebrata in un contesto in cui a cambiare il mondo — e le immagini — è il capitalismo globale dell’immaginario: una macchina pervasiva, ipertecnologica, frammentaria, capace di produrre un regime scopico instabile, artigianale, sfuggente.
Se la Nouvelle Vague sognava la libertà attraverso la camera a mano e il montaggio libero, il presente impone invece una libertà apparente, disperatamente catturata dentro piattaforme, algoritmi, flussi incessanti di contenuti. È la differenza, potremmo dire, tra scardinare le regole e navigare un mare senza più rive. In questo quadro, Cannes diventa una strana arca: conserva, protegge, testimonia, ma si muove su acque in tempesta.

La memoria assume così un peso crescente, quasi istintivo: nei manifesti che richiamano il passato glorioso, nelle sezioni d’archivio che si espandono, nei premi alla carriera che si moltiplicano. È come se il festival, incerto su quale presente abitare, si appoggiasse sempre più sulle spalle dei giganti. E intanto, il tappeto rosso si trasforma: sempre meno arena di cinema, sempre più passerella di spettacolosartoriale. Il nome di chi lo attraversa cede il passo al commento sul look, il profilo Instagram surclassa il pedigree filmografico. Anche quando, con una svolta paradossale e un po’ schizofrenica, si tentano restrizioni all’indecenza, a riaffermare una laicità tutta francese, contraddittoria come spesso capita oltralpe.
Eppure, nonostante tutto, Cannes resta. Anzi, resiste. Frotte di professionisti, di giornalisti garantiti e di freelance precari, di semplici appassionati e di curiosi in cerca di selfie, continueranno a stiparsi nei corridoi del Palais. Ripeteranno la liturgia cannense — tra sacro fuoco e inevitabili lamentazioni — come si ritorna, senza sapere bene perché, a una fiera antica: di quelle di cui diciamo il peggio, salvo poi tornarci sempre volentieri, come si torna ogni anno a una festa di paese che ha perso la sua funzione originaria ma conserva un magnetismo infantile e irrinunciabile.

La domanda di fondo, allora, non è tanto se Cannes sopravviverà (sopravvivrà, almeno ancora un po’). È: quale cinema sopravviverà grazie a Cannes? Quale idea di immagine, quale idea di spettatore? E quale politica delle immagini il festival oggi — anche senza dichiararlo — sostiene?
In un’epoca che ha accelerato la sparizione della “società dello spettacolo” di cui parlava Debord per sostituirla con la società dell’auto-rappresentazione infinita, Cannes può forse ancora avere una funzione: essere l’ultimo grande specchio magico in cui il cinema — quello vero, che cerca, che ferisce, che scuote — possa ritrovare la propria ombra, il proprio contorno.
Un compito anacronistico? Forse. Ma forse, proprio per questo, ancora necessario.

 

foto Ansa-Sir

Diocesi

Tavola rotonda alla San Giovanni Bosco sull’affettività

16 Mag 2025

In preparazione alla solennità di Maria Ausiliatrice, figura centrale della spiritualità salesiana e madre amorevole per tutta la comunità cristiana, la comunità educativa pastorale della parrocchia di San Giovanni Bosco di Taranto organizza una tavola rotonda dal titolo ‘L’affettività nella vita quotidiana’ in programma lunedì 19 alle ore 19.30 nel salone parrocchiale ‘Paola Adamo’. Relatrice sarà la dott.ssa Carla Violante, neuropsicomotricista dell’età evolutiva, da anni impegnata nell’ambito della formazione e del sostegno alle famiglie, ai bambini e agli adolescenti. La sua esperienza offrirà spunti concreti e profondi per riflettere su come l’affettività influenzi e plasmi le nostre relazioni quotidiane, familiari e sociali, in un tempo segnato da ritmi frenetici e da crescenti fragilità relazionali.
L’incontro si propone come momento di dialogo e confronto, aperto a tutti – giovani, adulti, genitori, educatori – per riscoprire insieme il valore dell’affettività come motore essenziale della vita personale e comunitaria, alla luce dei valori cristiani e dell’insegnamento salesiano.
A moderare la serata sarà il collega Salvatore Catapano, voce autorevole del panorama giornalistico italiano, noto per il suo impegno nella comunicazione sociale e culturale.

 

Tracce

Testimoniò il realismo dell’utopia

Foto Ansa/Avvenire
16 Mag 2025

di Emanuele Carrieri

“Preghiamo per la sua anima, raccogliamo il meglio della sua eredità per il Paese e per il mondo e lo ringraziamo per la sua vita austera. Pensiamo che oggi già si sarà incontrato con quel Dio che cercò e non incontrò nella terra, ma che seppe rispettare”. L’arcivescovo di Montevideo, il cardinale Daniel Sturla, ha accolto con queste parole il decesso di José ‘Pepe’ Mujica, ex presidente dell’Uruguay, il personaggio del Paese sudamericano più celebre al mondo. Mujica era famoso per la sua semplicità: riceveva dallo Stato poco più di ottomila euro al mese per la sua attività, ma ne donava la gran parte a organizzazioni non governative e famiglie bisognose. Aveva un Maggiolino azzurro degli anni ottanta, dono di alcuni amici. Abitava in una piccola casa rurale alla periferia di Montevideo e, durante il suo mandato, aveva rinunciato a vivere nel palazzo presidenziale. Tratteneva per sé una piccola quota di stipendio, poco più di ottocento euro: tutto ciò lo fece diventare “il Presidente più povero del mondo”. Era povero, era nato povero ed era cresciuto fra gli orti e la fame. E quella povertà non la tradì mai, non per ideologia, ma per fedeltà, a sé stesso, alle sue radici, alla sua famiglia, alla sua gente. Aveva imparato a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo: un principio di vita, nella quale ogni spesa era equilibrata. La sua felicità non si fondava sul lusso o sui beni materiali: scaturiva dalla capacità di gustare i veri piaceri di ogni giorno. Le molte vicissitudini della vita lo avevano portato a comprendere e sentire le emozioni altrui, sapendo che il supporto emotivo è essenziale come quello materiale. Voleva a tutti i costi restituire: per lui era condividere il tempo, le energie e le risorse. Ecco perché nessuna auto blu, nessun autista, nessuna residenza presidenziale. Dormiva nella sua casa rurale, con i fiori sui davanzali, curava le sue galline, guidava il trattore per il lavoro nei campi, giocava con la sua meticcia senza pedigree e con sole tre zampe. Sognava, sognava in grande, ma avendo saldamente i piedi a terra e nella terra e avendo le mani straripanti di semi. Ha governato ma senza ordinare, ha ricevuto ma non ha trattenuto, perché non ha mai posseduto alcunché, se non l’indispensabile, il necessario, l’essenziale. Parlava, dialogava, ragionava con tanta autorevolezza, non fu mai un venditore di corbellerie. Non alzava mai la voce, ma ogni sua parola era un grido di civiltà: “La sfida di questa nostra epoca è la redistribuzione della ricchezza”. Fu tutto ciò che non c’è più. Fu una vera guida in un mondo di maschere. Fu la voce dei poveri, dei diseredati, degli sfruttati, in un tempo e in un mondo che sa parlare unicamente il linguaggio dei numeri. Ma appena poteva tornava a lavorare nei suoi campi. Ma ciò solo perché il potere non gli era congeniale: gli pesava addosso come una fastidiosissima armatura da cavaliere del Medioevo. Tuttavia Mujica non era un santo e, per di più, si diceva apertamente ateo. Ma, di sicuro, era un essere umano in possesso di una qualità più che rara: era coerente. Pagò con la prigione, fu chiuso per dodici anni in una cella senza aria, senza luce, senza voci, senza il nome. Fu torturato, martoriato, seviziato, per lunghi, lunghissimi tempi. Gli furono strappati pezzi di carne e di anima. Ma quando uscì dal carcere, quando diventò un eroe nazionale, non chiese vendette, rappresaglie, regolamenti di conti. Non poteva farlo perché non era un “anti” qualcuno o un “anti” qualcosa, perché era un “pro”. Chiese giustizia, non tanto per sé stesso, quanto per la sua gente, per il suo popolo. Pretese, volle fortissimamente, l’avvenire per la sua gente, per il suo popolo. E lo realizzò con il pane, con il lavoro, con l’istruzione, con l’assistenza sanitaria. Ma non volle mai nulla per sé stesso, specialmente negli ultimi tempi. Sapeva tutto e lo aveva detto a tutti con la sua schiettezza disarmante, il 9 gennaio scorso, quando annunciò che la metastasi del tumore all’esofago, scoperto nel 2024, aveva intaccato il fegato e che non si fermava, che non avrebbe più rilasciato interviste e accettato accanimenti terapeutici. E aggiunse: “Il mio ciclo è finito … sinceramente … sto morendo. Il guerriero ha diritto al suo riposo”. Pur affermando di essere non credente, aveva, e spesso lo esprimeva apertamente, un grande rispetto per la Chiesa cattolica. Non si può negare che, durante la sua presidenza, furono varate leggi in contrasto con i principi non negoziabili, ma ciò non mutò l’apprezzamento che nutriva il mondo cattolico dell’Uruguay per Mujica. Perché, con la sua vita, ha dimostrato che il cambiamento è possibile, anche nei luoghi del potere, che si può fare politica senza perdere l’anima e che si può governare senza cessare di dare ascolto. Le parole del cardinale Sturla, primate del Paese, hanno fatto rammentare un colloquio con padre Leonardo Azzollini, un gesuita della Sezione San Luigi della Facoltà Teologica di Napoli: “E se fra i santi ci sono uomini e donne sconosciuti a me, a te, alla Chiesa, ma noti solo a Dio! Che scherzo! E chi potrebbe impedire a Dio di mandare, fra i santi, persone che, senza saperlo, senza volerlo, hanno cooperato alla costruzione della Gerusalemme Celeste?”

Sport

Il serve and volley di Leone XIV

16 Mag 2025

di Paolo Arrivo

Sta seguendo gli Internazionali BNL d’Italia. Magari non davanti allo schermo, come un qualsiasi tifoso appassionato; ma di certo, di partite ne ha guardate, e ha pure giocato a livello amatoriale: a papa Prevost il tennis piace. Niente di sorprendente. Perché la fede e i valori dello sport vanno a braccetto. La novità è per noi che, abituati alle sofferenze ultime di Francesco, vediamo un papa scattante, in piena forma. Possiamo allora immaginarlo sul campo da tennis con la racchetta in mano. Un’immagine, il lato sportivo di Leone XIV, che ci rimanda indietro nel tempo: al primo Wojtyla, precisamente. Perché Giovanni Paolo II amava sciare e stare in montagna.

Leone XIV e il numero uno del mondo

Lo spunto è arrivato dal primo incontro del papa con la stampa: una giornalista ha chiesto di organizzare una partita di tennis di beneficenza per le pontificie opere missionarie. L’idea è stata accolta positivamente. “Basta che non porti Sinner”, ha poi replicato il pontefice, quando la giornalista ha detto che porterebbe Agassi. Altri giornalisti si sono detti pronti a giocare in doppio. “Gioco, ma non bene”, ha risposto il papa. Che in questo simpatico siparietto ha dimostrato di saper scherzare. Jannik, interpellato, non senza imbarazzo ha sottolineato quanto possa essere bello per i tennisti avere un papa a cui piace questo sport. Aggiungendo che in futuro l’incontro si potrà anche fare. Intanto i due si sono incontrati, mercoledì scorso; ma tra le mura del Vaticano. E Sinner gli ha fatto dono della sua nuova racchetta rilanciando l’invito a giocare.

Che giocatore è Leone XIV? Possiamo immaginare che prediliga la tecnica, la fantasia alla forza, alla pura potenza fisica. Un tennista d’altri tempi che si fionda a rete dopo aver servito. Nel suo caso, non per attaccare l’avversario ma per andargli incontro, lui che propone il dialogo come unica arma per difendere la pace.

Non solo tennis

A Leone XIV piace anche il baseball: è tifoso dei Chicago White Sox, una delle squadre professionistiche della Major League negli Stati Uniti. È poi un simpatizzante della Roma, a quanto pare. Una simpatia che si può soltanto ipotizzare. Perché durante una visita al santuario di Genazzano ha salutato un tifoso con un sorriso e un “Forza Roma”. Ad ogni modo l’americano, amante degli sport più popolari nella terra in cui è nato, non deve essere insensibile al fascino del “Dio calcio”. Nemmeno a quello dei grandi campioni come Roberto Baggio. Che ha incontrato lo stesso Sinner a Roma – il Divin Codino ha raggiunto la capitale per assistere alla finale di Coppa Italia tra Milan e Bologna. Inoltre Robert Francis Prevost ha a lungo cavalcato. Così gli piaceva spostarsi in Perù, per le aree rurali della sua parrocchia. Un papa amante dello sport, insomma, e dell’attività fisica. Del fitness: durante la sua permanenza in Perù era solito frequentare la palestra. Deve essere un convinto sostenitore dello sport come strumento non solo di svago e benessere ma anche di crescita della persona e delle comunità.

A Taranto

Ex Ilva, mons. Ciro Miniero: “Questo è il tempo di guardare alla realtà senza alibi”

Quasi 4mila i lavoratori dell’ex Ilva, di cui 3.538 allo stabilimento di Taranto, in cassa integrazione

foto Marco Calvarese-Sir
16 Mag 2025

di Valeria De Simone

Quasi 4mila i lavoratori dell’ex Ilva, di cui 3.538 allo stabilimento di Taranto, in cassa integrazione. La decisione è arrivata due giorni fa dopo il dimezzamento della produzione a seguito del sequestro disposto dalla Procura dell’altoforno 1, dove il 7 maggio scorso si è verificato un grave incendio dovuto allo scoppio di una tubiera. Non numeri, ma persone, famiglie intere preoccupate per il loro futuro e per quello dei loro figli. “Non li dimentichiamo nemmeno per un attimo – dice l’arcivescovo di Taranto, mons. Ciro Miniero –. Sarebbe impossibile, per loro, affrontare un imprevisto, una malattia. Sono lavoratori che si vanno ad aggiungere a quelli che già vivono da anni questa situazione, quelli alle dirette dipendenze del siderurgico a cui si affiancano gli imprenditori delle piccole e medie imprese dell’indotto e i loro dipendenti”. “Purtroppo – prosegue –, questa crisi non giunge inaspettata; sono stati ignorati gli allarmi che pure venivano da più fronti. Questo è il tempo di guardare alla realtà senza alibi; siamo davanti a una svolta epocale: va affrontata mettendo la persona umana prima degli interessi e del profitto.
La Chiesa diocesana ha svolto sempre un ruolo critico costruttivo attraverso la voce dei vescovi, dei parroci, delle associazioni, del settimanale Nuovo Dialogo. Sono stati sempre ribaditi puntualmente i seguenti principi: diritto al lavoro; sicurezza nella fabbrica; cura e difesa dell’ambiente; attenzione alle persone e alle famiglie”.

foto G. Leva

Una situazione complessa, quella dell’ex Ilva e della città di Taranto, che ci riporta alla mente quanto affermato da papa Francesco nell’enciclica Laudato si’: “Non ci sono due crisi separate, una ambientale ed un’altra sociale bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale – ribadisce mons. Miniero –, su tutta la Terra le crisi ambientali ricadono sui più fragili: è il prezzo del progresso che guarda solo al profitto. Così sarà a Taranto.
La Chiesa di Taranto per sua missione è vicina agli operai, a chi subisce le conseguenze dell’inquinamento che affligge in modo particolare il rione a ridosso del complesso industriale; inquina la campagna circostante e il mare. La denuncia è stata più volte presentata alle Autorità locali e governative anche in occasioni di grandi eventi celebrati a Taranto, tra cui ricordo la Settimana sociale del 2021.
Sempre papa Francesco – prosegue l’arcivescovo –, nell’enciclica Fratelli tutti, invitava ciascuno ad impegnarsi con responsabilità a cambiare, in meglio, questo mondo e quanto sta accadendo in questi giorni a Taranto sembra sempre più figurarsi come un’ultima chiamata. Tante le realtà e le persone coinvolte, ognuno secondo la propria responsabilità, nel contribuire a dar vita a un cambiamento che, però, stenta a diventare definitivo e quindi volto al bene comune. Le regole devono essere limpide e condivise perché le scorciatoie, hanno sempre dimostrato tutti i loro limiti. Nel discorso rivolto alla città in occasione della festa del patrono, san Cataldo, ho richiamato le responsabilità dei futuri amministratori locali nell’imminenza delle prossime votazioni, con particolare riferimento alle criticità della città e del territorio”.
Criticità messe in evidenza, in queste ore, anche dai sindacati. “Non si può pensare di far pagare per l’ennesima volta la città di Taranto e i lavoratori. La cassa integrazione – ha fatto presente il segretario generale Fim-Cisl Taranto Brindisi, Biagio Prisciano – ha infatti il solo obiettivo di dare la copertura agli impiegati. Ma ci sono tanti altri temi che ancora non sono chiari, come quello della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. La discussione va fatta a due livelli. Un primo che prevede l’utilizzo dell’ammortizzatore sociale, che abbiamo già  sottoscritto, e che dà risposta immediata ai lavoratori, e un secondo livello che dovrà essere affrontato presso le sedi istituzionali. Quali strumenti mettono a disposizione Governo e azienda? Quali sono i progetti? I lavoratori stanno pagando da tempo. Occorre un piano industriale, ambientale e sociale”.

Diocesi

San Marzano: intitolazione di una piazzetta a don Franco Venneri

16 Mag 2025

Con grande gioia la comunità di San Marzano annuncia che domenica 18 maggio la piazzetta di via Umberto sarà ufficialmente dedicata a don Franco Venneri, indimenticato parroco della chiesa madre di San Carlo Borromeo dal 1966 al 2006, figura amata e punto di riferimento per intere generazioni.
Alle ore 19 sarà celebrata in parrocchia la santa messa ed a seguire (ore 19.45 circa) ci sarà la cerimonia di intitolazione.
“Un ringraziamento speciale – dichiara il parroco don Cosimo Rodia – va a tutta la comunità di San Marzano che, con grande partecipazione, ha promosso e firmato la petizione popolare di alcuni mesi fa che ha portato a questo importante riconoscimento, e all’intera amministrazione comunale che ha accolto prontamente ed approvato all’unanimità questa proposta in consiglio comunale”.

Questo è il ricordo di Luca Micelli, in un precedente articolo pubblicato su ‘Nuovo Dialogo’:

“Nato a San Giorgio Jonico il 9 marzo 1934, dopo essersi formato nel seminario di Taranto e in quello regionale di Molfetta, don Franco Venneri è stato ordinato sacerdote il 16 luglio 1961 da mons. Guglielmo Motolese. Ha iniziato il suo ministero sacerdotale svolgendo varie funzioni: educatore nel seminario minore di Taranto, insegnante nello stesso di storia, geografia e religione, vicario parrocchiale a Taranto al Carmine e al Cuore Immacolato di Maria. Il 9 ottobre 1966 fu nominato amministratore parrocchiale e poi parroco (1 novembre 1966) della San Carlo Borromeo in San Marzano, ricoprendo questa carica per ben quarant’anni fino al 22 ottobre 2006, quando per motivi di salute ha rassegnato le dimissioni, continuando ad essere per tutti punto di riferimento del sacramento della riconciliazione e dell’eucaristia. Al suo arrivo nel 1966 la situazione culturale ed ecclesiale del paese era molto precaria. Il tasso di alfabetizzazione era basso e la comunità era gestita formalmente dal parroco ma sostanzialmente da un capitolo (la parrocchia era arcipretura) di quattro o cinque sacerdoti, i quali non lasciavano molto spazio alle idee innovative ma necessarie di un giovane sacerdote nel pieno dell’entusiasmo ministeriale (il Concilio si era concluso da poco e soprattutto la riforma liturgica doveva essere attuata). Con personalità di per sé molto forte, don Franco potè sempre agire con le spalle coperte dall’amato arcivescovo, il quale era molto fiducioso in lui e lo appoggiava per qualsiasi cosa. San Marzano (che ha tutt’ora una sola parrocchia per circa 10000 abitanti) aveva bisogno di essere svecchiata e di progredire nella cultura e nella fede. Così il giovane don Franco fin da subito si impegnò nel portare il Concilio Vaticano II nella sua totalità, iniziando dalla riforma liturgica e proseguendo poi anche nella formazione in senso ecclesiale e teologico dei laici di cui pian piano cominciava a renderseli collaboratori. Ha sempre avuto a cuore la formazione dei catechisti, in quanto da lì si doveva partire per una formazione globale delle famiglie e quindi dei bambini, giovani e adulti. Con lui fu ripristinato il primo circolo di Azione Cattolica che coinvolgeva generazioni di giovani non solo attraverso la formazione specifica ma anche con attività ludico-sportive, creando squadre parrocchiali di pallavolo e calcio. Fiore all’occhiello è stata la fondazione della biblioteca parrocchiale San Carlo Borromeo, con circa diecimila volumi, centro culturale di riferimento per tutti, ma soprattutto per ragazzi, scolaresche e giovani che non mancano di frequentarla. Fu sua preoccupazione restaurare la chiesa madre e i locali parrocchiali. Bisogna ricordare soprattutto il centro pastorale S. Carlo Borromeo e le opere parrocchiali di via Pio XI , costruiti con tanti sacrifici soprattutto grazie al contributo personale di don Franco, frutto di tanti anni di insegnamento. Suo grande amore dello stesso è stato il santuario rupestre Madonna delle Grazie, di cui è stato rettore dal 1975 al 2005  che ha trovato in condizioni misere e che con grande tenacia e forza ha riattivato. Qualcuno ancora ricorda un giovane don Franco che vi si recava con grandi quantitativi di acqua e vari attrezzi agricoli per curare i luoghi esterni della chiesa ipogea al fine di rendere il sito accogliente. Ha svolto inoltre per 35 anni l’attività di docente di religione a cattedra piena nella scuola media di San Marzano, curando così la formazione di numerose generazioni anche in ambienti al di fuori della sacrestia. Durante il suo lungo ministero molti giovani hanno intrapreso la via del presbiterato o della consacrazione (maschile e femminile). I sacerdoti ordinati durante il suo ministero sono stati sei e tra questi l’arcivescovo emerito di Scutari, mons. Angelo Massafra”.

Leone XIV

La missione educativa tra attualità e necessità

L’udienza di Leone XIV con i Fratelli delle scuole cristiane

ph Vatican media-Sir
16 Mag 2025

di Giada Di Reda

Nell’udienza con i Fratelli delle scuole cristiane, ricevuti giovedì 15 maggio, nella sala Clementina, papa Leone XIV ha messo in luce la necessità di proseguire una missione educativa animata da creatività, dedizione ed ispirazione evangelica, in risposta alle sfide che i giovani del nostro tempo devono affrontare.

Nel 75°anniversario della proclamazione di San Giovanni Battista de La Salle come ‘patrono celeste di tutti gli educatori’, effettuata da Pio XII il 15 maggio del 1950, in coincidenza con il terzo centenario dalla promulgazione della Bolla In apostolicae dignitatis solio, con cui papa Benedetto XIII approvò l’istituto religioso dei Fratelli delle scuole cristiane e la loro Regola, il pontefice ha sottolineato l’impegno profuso nella formazione dei giovani, da parte di una realtà educativa che ancora oggi porta avanti con dedizione,  fedeltà e spirito di sacrificio, in diverse parti del mondo, un compito tutt’altro che semplice.
Il punto di partenza del discorso del pontefice è la riflessione su due aspetti della storia dell’Istituto, che egli ritiene cruciali per garantirne la continuità, ovvero “l’attenzione all’attualità e la dimensione ministeriale e missionaria dell’insegnamento nella comunità”.
Un nuovo paradigma educativo, quello introdotto da de La Salle, nato proprio da un’esigenza, da una richiesta d’aiuto ricevuta dal santo, da parte del laico Adriano Nyel, che aveva delle difficoltà a tenere delle scuole per poveri: “Il vostro fondatore riconobbe nella sua richiesta di aiuto un segno di Dio, accettò la sfida e si mise al lavoro. Così, al di là delle sue stesse intenzioni e aspettative, diede vita a un sistema d’insegnamento nuovo: quello delle scuole cristiane, gratuite e aperte a chiunque. Tra gli elementi innovativi da lui introdotti in questa rivoluzione pedagogica ricordiamo l’insegnamento rivolto alle classi e non più ai singoli alunni; l’adozione, come lingua didattica, al posto del latino, del francese, accessibile a tutti; le lezioni domenicali, a cui potevano partecipare anche i giovani costretti a lavorare nei giorni feriali; il coinvolgimento delle famiglie nei percorsi scolastici, secondo il principio del ‘triangolo educativo’, valido ancora oggi. Così i problemi, man mano che si presentavano, invece di scoraggiarlo, lo hanno stimolato a cercare risposte creative e a inoltrarsi in sentieri nuovi e spesso inesplorati”.
E allora, il Papa, partendo da questa consapevolezza, invita tutti gli operatori coinvolti a porsi delle domande: “Quali sono, nel mondo giovanile dei nostri giorni, le sfide più urgenti da affrontare? Quali i valori da promuovere? Quali le risorse su cui contare?”
I giovani di oggi, “vulcani di vita”, pieni di stimoli, idee, accesso a informazioni e conoscenze illimitate, oltre ogni limite spazio-temporale. Tante le risorse, ma anche i pericoli; di qui la necessità di essere per loro delle guide, poiché “Hanno però anche loro bisogno di aiuto, per far crescere in armonia tanta ricchezza e per superare ciò che, pur in modo diverso rispetto al passato, ne può ancora impedire il sano sviluppo”.
E ancora, ha sottolineato il Papa: “Pensiamo all’isolamento che provocano dilaganti modelli relazionali sempre più improntati a superficialità, individualismo e instabilità affettiva; alla diffusione di schemi di pensiero indeboliti dal relativismo; al prevalere di ritmi e stili di vita in cui non c’è abbastanza posto per l’ascolto, la riflessione e il dialogo, a scuola, in famiglia, a volte tra gli stessi coetanei, con la solitudine che ne deriva”.
Ecco che l’esempio di San Giovanni de La Salle si trasforma in un modello per accogliere le nuove sfide del nostro tempo, un’opportunità che gli insegnanti sono invitati a cogliere “per esplorare vie, elaborare strumenti e adottare linguaggi nuovi, con cui continuare a toccare il cuore degli allievi, aiutandoli e spronandoli ad affrontare con coraggio ogni ostacolo per dare nella vita il meglio di sé, secondo i disegni di Dio”.
Infine, non meno importante, la singolarità della missione del docente lasalliano che da sempre vive il suo compito “ministero e missione, come consacrazione nella Chiesa”.
San Giovanni de La Salle scelse come docenti non sacerdoti, bensì ‘fratelli’ laici, il cui impegno fosse dedicato, con l’aiuto di Dio, all’educazione dei giovani. Si trattò di una novità all’interno della Chiesa del tempo: i laici, attraverso l’insegnamento e la catechesi, iniziarono ad esercitare un vero e proprio ministero, in cui educazione ed evangelizzazione andavano di pari passo.
“Evangelizzare educando ed educare evangelizzando”, ecco il principio che Leone XIV richiama, seguendo  scia di papa Francesco e mettendo in luce la necessità di una ‘sinergia’ tra tutte le “componenti formative”.
Partire dalle sfide, dalla complessità, per costruire nuove vie, trasformando le criticità in opportunità, alla luce di quella speranza attiva, mai ferma, sempre tesa verso il bene, verso l’uomo. Affinché ciò possa essere possibile, per orientare le nuove generazioni, donando loro speranza autentica, è necessario che ognuno faccia la propria parte, alla luce di quella, vocazione educativa, guidata dall’amore per l’uomo e per la verità, che ci invita ad essere guida per la piena realizzazione del prossimo.

Eventi a Taranto e provincia

Sabato 17 e domenica 18, ‘Vicoli di mare – sagra della cozza tarantina’

16 Mag 2025

di Angelo Diofano

Sabato 17 e domenica 18, dalle ore 18, si terrà la prima edizione di ‘Vicoli di mare – sagra della cozza tarantina’ che nasce dalla collaborazione tra Taranto Grand Tour, la Basilica di San Cataldo e Confcommercio Taranto, Cvs Taranto (con il patrocinio morale del Comune), costituendo un’opportunità strategica per lo sviluppo turistico e culturale della città, soprattutto per il centro storico e per il Borgo.

La sinergia tra questi soggetti con una identità diversa, ma uniti dal comune denominatore del forte legame con la città vecchia, può aiutare a sviluppare un modello di turismo esperienziale, dove i visitatori possono esplorare la città non solo attraverso le sue bellezze storico-culturali, ma anche entrando in contatto con i prodotti tipici locali, l’artigianato e la cultura. La basilica di San Cataldo, essendo già un luogo di culto molto frequentato dai fedeli, può diventare un punto di accesso privilegiato per i turisti che visitano la città. La collaborazione tra questi soggetti-chiave contribuirà a creare un’offerta turistica originale ed integrata, unendo cultura, spiritualità e commercio in un unico percorso.

‘Vicoli di mare’ costituirà un evento diffuso nei vicoli di città vecchia e a Porta Napoli, grazie al quale ci si potrà immergere nel clima marinaresco autentico tarantino avvolti dalle note delle musiche tradizionali, tra gustosi prodotti enogastronomici locali e visite guidate alla scoperta dell’antichissima storia della città dei due mari.
La sagra dedicata al nostro prodotto tipico sarà un evento di grande rilevanza sotto il profilo turistico e per lo sviluppo locale per la valorizzazione delle tradizioni locali  e della gastronomia tarantina, rappresentando una preziosa opportunità di far conoscere e apprezzare a un pubblico vasto non solo la cozza come alimento, ma anche le tecniche di coltivazione, la storia della pesca e dell’acquacoltura locale. La città vecchia, con il suo fascino storico e pittoresco, è il luogo ideale per un evento che valorizza la cultura e le tradizioni marinare, diventando un punto di attrazione per turisti e residenti.
Il  periodo di maggio, con la primavera che avanza, sarà ideale per visitare Taranto, soprattutto se si riesce a legare l’evento alla bellezza dei luoghi, come gli ipogei, il museo Majorano, il Museo diocesano, il Museo medievale d’Enghien, il Castello aragonese, il museo MArTa e le caratteristiche vie del centro storico e della vicina Porta Napoli: insomma, un’ottima occasione per scoprire altri aspetti culturali e storici della città.
La sagra della cozza rappresenta anche un’occasione di cooperazione tra le varie realtà locali: dalle cooperative di pescatori, ai produttori di altri alimenti tipici, come il vino e l’olio, fino agli artigiani e agli artisti locali, in una visione di rete che, affermandosi, avrà un impatto positivo sul senso di comunità e sull’integrazione dei vari settori economici.
Un evento come la sagra della cozza, che celebra un prodotto tipico legato alla natura e all’ambiente marino, è anche un’occasione per sensibilizzare il pubblico sulle tematiche della sostenibilità ambientale, della protezione del mare e della salvaguardia della biodiversità marina.

Ecco il programma nei dettagli:
in entrambe le serate, dalle ore 19, si potranno gustare specialità di mare a scelta (8 euro a porzione) nelle seguenti attività:
Barrio – via Duomo 265: cozze al gratin; cozze ripiene o fritte, impepata di cozze, tubettini alle cozze, panino con cozze fritte, stracciatella affumicata, pomodoro infornato e songino;
Bevo – vicolo San Michele: cozze gratinate alle erbe aromatiche;
Caffè letterario ‘Cibo per la mente’ – via Duomo 237: cozze&chips, tubetti con cozze e fagioli;
Centro ittico Taranto – via Costantinopoli, 40: cozze nere tarantine crude;
Cchiù Mange e Cchiù Iesse Pacce – vico Ospizio 3: cozze fritte con crema di cacio e pepe; cozze aperte sulla brace;
Caffetteria Lounge Bar ‘Elysium’ – via Garibaldi 52: cozze al gratin, tubettini alle cozze, frittura mista con cozze (anche in versione senza glutine) o cocktail’s a base di Gin alla cozza (solo sabato 17 maggio);
Gata Galleria Taranto – postierla Immacolata 15-17: aperitivo a base di frutti di mare;
Gente di Mare – via Garibaldi 254: souté di cozze con crostini di pane, pizza base bianca con gamberetti e chips di zucchine fritte,  pizza margherita con acciughe e capperi;
Il Palio di Taranto – piazza Castello: calzone di mare al forno, tubettini alle cozze;
Il Simposio – piazza Castello 4: arancino di riso; patate e cozze (4 pz) oppure 2 euro cadauno;
In Rada restaurant – via Garibaldi 150: polpette con le cozze, impepata di cozze al pecorino, cozze fritte al miele (solo sabato 17 maggio);
L’Aurora Cafè Bistrot – piazza Castello 2: cavatelli con cozze, cacio e pepe, spiedi di cozze e baccalà in tempura, cozze ripiene e gusci scappati;
La casetta di zio Gaetano – via Duomo 295: spàcche e mànge (crudo di frutti di mare, gamberetti e alici);
La locanda dei briganti – via Duomo 262: riso, patate e cozze;
La piazzetta – piazza San Francesco 9: quadrotti alle cozze e datterino rosso più calice di vino Cantine Colomba bianca;
Limao – via Duomo 217-219: polpette di cozze; cozze ripiene;
pasticceria Aiello – via Duomo 189: zeppoline con cozze e miele (porzione da 5 pezzi 3 euro);
Nicanto Bistrot – via Di mezzo 146-148: cozze gratinate, gnocchi con cozze e pecorino, tubettini alle cozze (solo sabato 17 maggio);
Ristò fratelli Pesce – via Porto 18: cozze fritte, fette di baccalà con morbido di cavolo;
Spazioporto – via Niceforo Foca 28: cocktail’s a base di gin alla cozza;
Stella Maris – via Duca D’Aosta 21-23: cavatelli alle cozze, impepata di cozze;
Tagii Restaurant – via Duomo 285: tubettini alle cozze.

Sabato 17 maggio: dalle ore 9 alle 13, MuDi Museo diocesano – Vico I seminario: mostra Sollemnitas – testimonianze documentarie dal XV al XX secolo per la festa di San Cataldo (inclusa nel ticket di ingresso al MuDi);
alle ore 10.30 visita guidata alla città vecchia dei pescatori e mitilicoltori con partenza da piazzale Democrate; €12, gratis  fino ai 12 anni; prenotazione obbligatoria: 3388524409;
alle ore 18 visita guidata agli ipogei – Tour blu con partenza da Infopoint in piazza Castello, € 12 e gratis fino ai 12 anni, prenotazione obbligatoria: 3388524409;
alle ore 18:30 visita guidata ‘Dai mari di Sparta – apertura straordinaria dell’Ipogeo spartano’ con partenza dalle colonne doriche, €13 e gratis fino ai 12 anni, prenotazione obbligatoria: 3403042304;
dalle ore 18 alle 24 visita alla Torre dell’orologio sede del Museo dal mare che per l’occasione ospiterà un’installazione artistica, € 5, info e prenotazioni: 3279531594;
dalle ore 18 alle 2, Gata Galleria Taranto – Postierla Immacolata 15 – 17: mostra ad ingresso libero “Circum” foto-racconto di Andrea Petrosino;
alle ore 19 imbarco da discesa Vasto per escursione in motonave Calajunco ‘Alla scoperta del segreto della cozza tarantina’ – €15 – prenotazione obbligatoria 3356448888 o 340220393;
alle ore 19 visita guidata ‘Taranto tra storia e tradizioni: il mare e il suo oro nero’ con partenza dalle colonne doriche – €10 – gratis fino ai 12 anni. Prenotazione obbligatoria: 3388919816 o 3474918826;
alle ore 19 visita guidata ‘Sulle tracce del tempo perduto’ a cura di DiscoverArt con partenza da piazza Fontana – €10 – gratis fino ai 7 anni, prenotazione obbligatoria: 3279531594;
alle ore 20 visita guidata agli ipogei – Tour verde con partenza da Infopoint in piazza Castello –€12 – gratis ai 12 anni, prenotazione obbligatoria: 3388524409;
alle ore 21 visita guidata ‘Sulle tracce del tempo perduto’ a cura di DiscoverArt con partenza da piazza Fontana – €10 – gratis fino ai 7 anni, prenotazione obbligatoria: 3279531594;
alle ore 21 – Barrio street food – via Duomo 265: Musica live per spazio cantautori;
alle ore 21:30 – Spazioporto – via Niceforo Foca 28 – concerto de Il muro del canto – la mejo medicina tour;
dalle ore 10 alle ore 12 – laboratorio Jonian kids in collaborazione con Ammostro aps, rivolto a bambini e bambine dai 6 ai 10 anni, prenotare chiamando lo 0994706269 oppure 3491338221, contributo di 15 € a persona (il laboratorio si attiverà solo con minimo 6 iscrizioni; queste le attività previste dal laboratorio: presentazione della Jonian Dolphin Conservation, lettura del libro ‘Due cozze in riva al mare’, elaborazione serigrafia a tema a cura di Ammostro aps; dalle ore 18 alle ore 20 visita al Centro Ketos in autonomia con il QR code, con un contributo di 5 € a persona (adulti e bambini); le persone interessate potranno riservare il loro posto chiamando lo 0994706269 oppure 3491338221; la visita sarà garantita al raggiungimento di min 6 prenotazioni.

Domenica 18 maggio:  dalle ore 9 alle 13 al – MuDi Museo diocesano – vico I seminario: mostra Sollemnitas – testimonianze documentarie dal XV al XX secolo per la festa di San Cataldo (inclusa nel ticket di ingresso al MuDi); alle ore 11 imbarco da discesa Vasto per escursione in motonave Calajunco ‘Alla scoperta del segreto della cozza tarantina’ – €15 – prenotazione obbligatoria 3356448888 o 340220393;
alle ore 18 visita guidata agli ipogei – Tour verde con partenza da Infopoint in piazza Castello, €12 – gratis fino ai 12 anni, prenotazione obbligatoria: 3388524409; dalle ore 18 alle 01.30 – Gata Galleria Taranto – postierla Immacolata 15 – 17: mostra ad ingresso libero “Circum” foto-racconto di Andrea Petrosino;
alle ore 18:30 Spacche e mange experience con partenza dal piazza Fontana – €13 (include degustazione) – gratis fino ai 12 anni, prenotazione obbligatoria: 3403042304;
alle ore 18.30, Barrio street food – via Duomo 265: Vinyl Set;
alle ore 19, imbarco da discesa Vasto per escursione in motonave Calajunco ‘Alla scoperta del segreto della Cozza tarantina’ – €15 – prenotazione obbligatoria 3356448888 o 340220393;
alle ore 19  visita guidata ‘Sulle tracce del tempo perduto’ a cura di DiscoverArt con partenza da piazza Fontana – €10 – gratis fino ai 7 anni. Prenotazione obbligatoria: 3279531594;
alle ore 20  visita guidata agli ipogei – Tour blu con partenza da Infopoint in piazza Castello – € 12,  gratis fino ai 12 anni. Prenotazione obbligatoria: 3388524409;
alle ore 21 visita guidata “Sulle tracce del tempo perduto” a cura di DiscoverArt con partenza da piazza Fontana – €10 – gratis fino ai 7 anni. Prenotazione obbligatoria: 3279531594; alle ore 21:30 – Spazioporto – via Niceforo Foca 28 – TBA.

 

Archeologia

Per la Notte dei musei il MArTa mette in mostra la collezione preistorica

15 Mag 2025

Il 17 maggio torna la Notte Europea dei Musei e questa volta il Museo archeologico nazionale di Taranto mette in mostra un’altra importante sezione della sua collezione permanente: quella che riguarda la preistoria, in cui si trovano le testimonianze più antiche delle civiltà che popolarono il territorio tarantino e pugliese fino all’età del bronzo e fino al contatto con la metallurgia micenea.
La connessione con l’esposizione è offerta dal laboratorio di archeologia sperimentale che il Museo tarantino proporrà proprio nell’apertura straordinaria di sabato 17 maggio, grazie all’archeologo Gabriele Pisto, che in presa diretta a partire dalle ore 20.00 mostrerà al pubblico dei visitatori del MArTA la realizzazione di un’autentica spada dell’età del bronzo.
Si tratta di una attività che permetterà agli spettatori di immedesimarsi in veri e propri fabbri dell’epoca, scoprendo le tecniche e le sfide. Verrà dato ampio spazio alla didattica, con spiegazioni sulla nascita e lo sviluppo della metallurgia nella storia umana al fine di sviluppare una nuova sensibilità nei riguardi del lavoro manuale e sull’impatto che la rivoluzione dei metalli ha avuto nella storia, come l’ha plasmata e come continua a farlo tutt’ora.
“Il canto del metallo: dalla terra alla spada” è il nome del laboratorio che sarà aperto al pubblico a partire dalle ore 20 all’interno del Museo archeologico nazionale di Taranto e per cui non sarà necessaria la prenotazione.
In occasione della Notte dei Musei il MArTA protrarrà l’apertura fino alle 22.30 (ultimo ingresso alle 22). Il titolo d’ingresso dopo le 20.00 sarà per l’occasione al costo promozionale di 1 euro, salvo gratuità prevista per legge.
La Notte Europea dei Musei è una iniziativa promossa dal Ministero della Cultura francese e patrocinata
dall’Unesco, dal Consiglio d’Europa e dall’ICON e si svolge in contemporanea in tutti i musei europei con l’obiettivo di incentivare e promuovere la conoscenza del patrimonio e dell’identità culturale nazionale ed europea.

Festeggiamenti patronali

A Lizzano la festa patronale di San Pasquale

15 Mag 2025

di Angelo Diofano

“La santità non è quella di alcuni uomini e donne fuori dal comune, capaci di compiere gesti eroici e miracolosi, bensì è il vivere la propria vita in modo evangelico, cercando di piacere a Dio e ciò non in virtù delle nostre capacità ma per grazia di Dio, in noi, che possiamo ricevere e sperimentare nella nostra vita sacramentale e nell’ascolto della Parola di Dio. È ciò che ha testimoniato la vita di San Pasquale, con il suo amore all’Eucarestia, con la sua devozione alla Vergine Maria, con la sua attenzione ai poveri”: così don Pompilio Pati, parroco a Lizzano della San Pasquale Baylon, annuncia i festeggiamenti in onore del santo patrono e titolare della parrocchia da lui guidata, che si terranno sabato 17 e domenica 18 maggio. Le celebrazioni costituiscono un impegno alla evangelizzazione ispirato ai valori francescani della semplicità, dell’umiltà, della cordialità e della disponibilità verso le persone. E attorno a questo ammirevole santo dell’Eucarestia, sempre pronto a far innamorare di Dio, la comunità lizzanese si stringerà in queste giornate di festa con il solito calore.

Venerdì 16, giornata conclusiva del triduo, alle ore 17.45 santo rosario, vespri e preghiera al santo; alle ore 18.30, santa messa animata dalla corale Santa Cecilia.

Sabato 17, festa di San Pasquale Baylon, sante messe alle ore 8 e alle ore 11; alle ore 17, in piazza Matteotti, festa della donazione del sangue a cura di Frates, Misericordia e Protezione civile di Lizzano, con la presenza dell’autoemoteca; alle ore 18.30 santa messa solenne e alle ore 19.30 processione con il simulacro del santo; al rientro, sul sagrato, spettacolo pirotecnico; in serata, concerto in piazza Matteotti della banda di Rutigliano diretta dal m° Gaetano Cellamara.

Domenica 18, la mattinata sarà allietata dal giro della banda musicale cittadina ‘Giuseppe Verdi’; in serata, esibizione della scuola di ballo ‘New Dance & Style’ e del gruppo musicale Zigo e Carosello’; alle ore 22 circa, nei pressi del campo sportivo, ci saranno i fuochi pirotecnici della ditta D’Oronzo di Guagnano-Lecce.

Le luminarie saranno allestite dalla ditta Stage Live di Lonadi (Vibo Valentia).

Don Pompilio Pati conclude poi con un suo messaggio alla cittadinanza: “La festa dedicata a San Pasquale ci veda artefici di un rinnovamento della nostra vita interiore ed esteriore con l’aiuto e l’intercessione del Santo che vogliamo onorare con la nostra devozione. È il mio augurio che rivolgo a tutta la comunità di Lizzano: convertiamoci e crediamo al Vangelo (cfr. Mc 1,15)”.