Rigenerazione ambientale

“L’acqua vale più dell’oro”: la Chiesa latinoamericana contro le miniere inquinanti

ph Greenpeace
05 Ago 2025

Nella provincia di Bolívar, in Ecuador, la polizia ha represso duramente, in questi giorni, le comunità che stavano esercitando il loro diritto pacifico alla protesta in difesa dell’acqua, della terra e della vita, perché in quella regione l’estrazione mineraria stava contaminando i fiumi. “L’acqua vale più dell’oro”, il loro grido di protesta. In Perù, nella regione di Cajamarca, qualche settimana fa, le acque che dissetavano un villaggio di ottocento persone, un mattino, all’improvviso, sono apparse totalmente ossidate, a causa dell’inquinamento dell’impresa mineraria Yanacocha, che ha in concessione la più grande miniera d’oro del Sud America. A Panama, in diverse regioni indigene, le proteste contro i progetti minerari, duramente represse, sono in corso da anni, e si sono acutizzate negli ultimi mesi. In Brasile, nel nord dello Stato di Minas Gerais, l’estrazione del litio, fondamentale per le batterie delle auto elettriche, sta utilizzando e inquinando molta acqua, e sta lasciando “a secco” la popolazione locale, mentre nello Stato di Ceará, nel nordest, è d’attualità il dibattito sulla ripresa dell’estrazione dell’uranio. Sono solo alcuni, i più attuali, delle centinaia di esempi che si potrebbero fare, di comunità dell’America Latina, vittime di progetti di estrazione mineraria inquinanti, invasivi, vere e proprie minacce per la stessa esistenza delle comunità stesse.
Pensando a queste comunità, e in coerenza con un cammino ecclesiale che da molti anni prosegue a fianco delle popolazioni, il Consiglio episcopale latinoamericano e caraibico (Celam) e la rete ecumenica continentale Iglesias y Minería hanno elaborato congiuntamente il documento “Orientamenti pastorali delle Chiese cattoliche di fronte alle attività minerarie”.
Un testo che è anche frutto di un recente incontro di venti vescovi, riunitisi a Panama, anche con l’accompagnamento del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, presentato alla presenza di dom Vicente Ferreira, presidente della Commissione per l’ecologia integrale e l’estrazione mineraria della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, dell’attivista afro Heriberta Fernández, e di Cecilia Barja del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Il prefetto dello stesso Dicastero, il card. Michael Czerny, ha inviato un messaggio video. “È ora di passare dalle parole ai fatti – ha insistito il porporato –. Che questi orientamenti, frutto di riflessione e discernimento orante, siano un segno in più dell’impegno della Chiesa cattolica nella difesa della casa comune”.

L’impegno delle Chiese

Gli orientamenti pastorali, non a caso, escono durante l’anno giubilare, come ha spiegato il missionario comboniano Dario Bossi, tra i coordinatori della rete Iglesias y Minería: “La radice biblica del Giubileo ci offre quattro direttrici, quattro assi portanti. La prima è la cancellazione del debito, e in questo sentiamo forte anche il richiamo a cancellare il debito ambientale ed ecologico che i Paesi del nord globale hanno provocato per centinaia di anni. La seconda è eliminare la schiavitù, e quando parliamo di estrattivismo minerario si parla molto spesso di condizioni di lavoro simili alla schiavitù. La terza è distribuire la terra, e l’estrazione mineraria, al contrario, è uno degli esempi più emblematici dell’accaparramento delle terre, della concentrazione della proprietà. E la quarta è far riposare la terra, nel sabato che non è solo delle persone, ma di tutta la creazione. Anche in questo caso, l’esatto contrario dell’estrattivismo predatorio”. Padre Bossi cita un ricordo personale: “Quando vivevo ad Assaïlandia, passavano – e ancora oggi passano – ininterrottamente, lungo tutte le ventiquattr’ore, treni di carichi di trecento vagoni, un treno all’ora stipato di minerali di ferro, strappati dal ventre della madre terra, nel cuore dell’Amazzonia, per essere esportati in Cina”.

Dirette interlocutrici del documento sono le comunità e le Chiese. “Le comunità direttamente colpite sono chiamate a resistere, a non scoraggiarsi, a non lasciarsi dividere – spiega padre Bossi – perché questa è la strategia che sia le imprese che lo Stato e i municipi locali spesso utilizzano. E poi, a trovare strategie di autoprotezione, dato che spesso non sono difese dalle istituzioni pubbliche. La speranza è che la Chiesa, nei vari territori, prenda posizione a fianco di queste comunità. Questo è uno dei motivi principali per cui abbiamo scritto gli orientamenti pastorali. Più in generale, la Chiesa in tutte le sue dimensioni è un soggetto etico e politico chiamato a promuovere il bene comune, la giustizia socio-ambientale”. Secondo il missionario, poi, è interpellata anche la Chiesa del “nord globale”, che “può prendere delle posizioni etiche riguardo all’estrazione mineraria. Ricordiamo, per esempio, la scelta coraggiosa dei vescovi austriaci, che hanno ritirato tutti i loro investimenti da possibili finanziamenti a imprese di estrazione dell’oro. E qui entra la proposta della nostra campagna per il disinvestimento rispetto a società implicate nell’estrazione mineraria. Faccio un passo in più, e ricordo la proposta, con un potente significato simbolico a livello liturgico, dell’evitare la celebrazione con vasi in oro”.

Il martirio di Juan López

L’impegno delle Chiese è ispirato anche da figure di “martiri”, come Juan López, ucciso dieci giorni fa in Honduras, mentre usciva da una celebrazione della Parola. A ricordarlo, al Sir, è il vescovo della sua diocesi, Trujillo. “Juan López era un uomo incaricato della Parola di Dio nella parrocchia di San Isidro de Tocoa Colón ed era anche coordinatore della pastorale sociale della diocesi e coordinatore della pastorale ecologica. Era anche membro della Rete mesoamericana per l’ecologia. Juan aveva unito due cose: la fede e l’impegno sociale”, afferma mons. Jenry Orlando Ruiz Mora, che prosegue: “Juan constatava come il sistema economico estrattivista stesse causando la morte nei nostri villaggi. Nella zona di Tocoa, la compagnia mineraria Pinares Ecotec ha causato molti danni alle città e a molte famiglie. Molte persone sono state uccise. E le compagnie minerarie sono entrate imponendosi con la forza, con atti e documenti illegali. Hanno utilizzato una rete di corruzione, coinvolgendo sindaci e organismi statali. Le comunità hanno lottato molto duramente. Otto persone sono state criminalizzate e incarcerate per due anni e mezzo”. Conclude il vescovo: “Per Juan López il suo impegno con le comunità era per la vita, era una testimonianza che per lui difendere il creato non è un crimine. Al contrario, è amare la vita, è lavorare anche per le generazioni future. Quindi, lui stesso diceva che il suo impegno ecologico non era solo umanista, ma derivava dal suo impegno con il Vangelo. Juan aveva fatto propria la ‘Laudato si’. Juan aveva capito, con papa Francesco, che la crisi ecologica e la crisi sociale sono anche una cosa sola”.

Rigenerazione ecologica

“I Paesi ricchi paghino il debito ecologico al Sud”

L’appello di Celam-Fabc-Secam in vista della Cop30 a novembre in Brasile: no a ‘false soluzioni’ e al green capitalism, sì a giustizia climatica ed equità

05 Ago 2025

di Bruno Desidera

“Sono passati dieci anni dalla pubblicazione della Laudato si’ e dalla firma dell’Accordo di Parigi. I Paesi del mondo non hanno risposto con la necessaria urgenza. La Chiesa non resterà in silenzio. Continueremo ad alzare la voce insieme alla scienza, alla società civile, ai più vulnerabili e con verità e coerenza, fino a quando non sarà fatta giustizia”. È categorico e solenne l’impegno che sale dalle Chiese del cosiddetto ‘Sud globale’, dagli organismi ecclesiali continentali di America Latina e Caraibi (Celam), Asia (Fabc) e Africa (Secam), in vista della prossima Conferenza sul cambiamento climatico, la Cop 30, che si terrà in Brasile, a Belém, in terra amazzonica, dal 10 al 21 novembre.

L’invito a una profonda conversione ecologica

Il documento “Un appello per la giustizia climatica e la casa comune: conversione ecologica, trasformazione e resistenza alle false soluzioni” è stato presentato oggi, in Vaticano, a papa Leone XIV e, pubblicamente, alla presenza dei cardinali Jaime Spengler, arcivescovo di Porto Alegre (Brasile) e presidente del Celam, Filipe Neri Ferrão, arcivescovo di Goa e Damão (India) e presidente della Fabc, Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo) e presidente della Secam. Con loro, Emilce Cuda, segretaria esecutiva della Pontificia Commissione per l’America latina. I firmatari del documento si dicono “ispirati sia dalla Laudato si’ di papa Francesco, sia dall’appello di papa Leone XIV a vivere un’ecologia integrale con giustizia”. Da qui, l’invito a una profonda conversione ecologica.
Lo stile stesso del documento, la concretezza dei problemi trattati e delle soluzioni, rivelano che non si tratta di una presa di posizione isolata, ma, piuttosto, di un primo risultato di un lungo lavoro di “rete”, sia a livello ecclesiale che di società civile, associazioni, popolazioni indigene.

Partito dall’Amazzonia, questo cammino ha portato la Chiesa del ‘Sud globale’ a parlarsi, a coordinarsi, a creare vaste reti ecologiche regionali, a essere significativa nei rispettivi territori. A buon titolo, oggi, può alzare la voce rispetto al cruciale appuntamento di novembre.

No a false soluzioni, sì a scelte di equità e giustizia

“La crisi climatica – si legge nel documento presentato in Vaticano – è una realtà urgente, con un riscaldamento registrato di 1,55 °C nel 2024. Non è solo un problema tecnico: è una questione esistenziale, di giustizia, dignità e cura della nostra casa comune”. In effetti, la scienza è chiara e afferma che il riscaldamento globale va limitato a 1,5 °C per evitare effetti catastrofici. “Non dobbiamo mai abbandonare questo obiettivo. Sono il Sud del mondo e le generazioni future che ne subiscono già le conseguenze. Rigettiamo le false soluzioni come il capitalismo ‘verde’, la tecnocrazia, la natura trasformata in merce e l’estrattivismo, che perpetuano lo sfruttamento e l’ingiustizia”. Al loro posto, gli episcopati chiedono, anzitutto, equità: “Le nazioni ricche devono pagare il loro debito ecologico, con un finanziamento climatico equo, senza indebitare ulteriormente il Sud, per recuperare le perdite e i danni e favorire la resilienza in Africa, America Latina e Caraibi, Asia e Oceania”.

Quindi, giustizia, che significa anche non promuovere una crescita economica incontrollata e “porre fine ai combustibili fossili, e alle infrastrutture a essi collegati, e tassando adeguatamente coloro che ne hanno beneficiato, inaugurando una nuova era di governance che includa e dia priorità alle comunità più colpite dalle crisi climatiche e naturali”. Infine, la richiesta di protezione e, quindi, “difendere le popolazioni indigene e tradizionali, gli ecosistemi e le comunità impoverite; riconoscere la maggiore vulnerabilità delle donne, delle ragazze e delle nuove generazioni; e considerare la migrazione climatica come una sfida di giustizia e diritti umani”.

Gli impegni della Chiesa e le proposte

La Chiesa, però, non vuole limitarsi alle parole, e Celam, Fabc e Secam affermano di volersi assumere dei precisi impegni. “Difenderemo i più vulnerabili in ogni decisione sul clima e sulla natura”, si legge nel documento, che propone, quindi, di “educare all’ecologia integrale e promuovere economie basate sulla solidarietà, la ‘felice sobrietà’ della Laudato si’ e il ‘buon vivere’ (‘buen vivir’, in spagnolo) delle saggezze ancestrali”. Ancora, la Chiesa è chiamata a “rafforzare l’alleanza intercontinentale tra i Paesi del Sud del mondo, per promuovere la cooperazione e la solidarietà”. Con lo sguardo rivolto alla Cop 30, i firmatari si impegnano a monitorare “i risultati delle Cop, attraverso un Osservatorio sulla giustizia climatica”. E propongono “una coalizione storica tra attori del Nord e del Sud del mondo, per affrontare le crisi in modo solidale”.

Non senza rinunciare a chiedere che “i Paesi ricchi riconoscano e si assumano la loro responsabilità sociale ed ecologica, in quanto principali responsabili storici dello sfruttamento delle risorse naturali e delle emissioni di gas serra e si impegnino a garantire un finanziamento equo, accessibile ed efficace per la lotta ai cambiamenti climatici, che non generi ulteriore debito, al fine di recuperare le perdite e i danni esistenti e la capacità di resilienza nel Sud del mondo”.

Non mancano dei precisi appelli ai governanti: “Rispettare l’Accordo di Parigi e implementare contributi determinati a livello nazionale, per essere all’altezza dell’urgenza della crisi climatica; mettere il bene comune al di sopra del profitto; trasformare il sistema economico verso un modello rigenerativo, che dia priorità al benessere delle persone e garantisca condizioni di vita sostenibili sul pianeta; promuovere politiche climatiche e ambientali fondate sui diritti umani”. “Che la Cop 30 non sia solo un altro vertice, ma una pietra miliare della resistenza, dell’articolazione intercontinentale e della trasformazione reale. Che sia guidata dalla forza viva delle comunità, dalla speranza che sgorga dai margini e da una Chiesa in uscita, profondamente sinodale, che cammina con i popoli”, l’appello finale.

Associazionismo cattolico

Le associazioni del laicato cattolico: “Italia ratifichi il Trattato Onu su proibizione armi nucleari”

Ac, Acli, Agesci, Comunità papa Giovanni XXIII, Focolari e Pax Christi dicono all’unisono che quella firma aiuta ad allontanare il pericolo di una nuova Hiroshima

ph Siciliani  Gennari-Sir
05 Ago 2025

di Gianni Borsa

“Questo è il tempo della responsabilità. Questo è il tempo di dire: mai più Hiroshima. Mai più armi nucleari”. Nell’immediata vigilia dell’anniversario della tragedia causata dalla bomba atomica sganciata sulla città giapponese (6 agosto 1945), numerose firme del laicato cattolico nazionale rilanciano un appello rivolto al Parlamento e al Governo italiano: “Si ratifichi il Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari (Tpnw) e si prenda una posizione chiara contro la folle corsa al riarmo in atto nel nostro tempo”. I firmatari sono: Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica italiana; Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli; Matteo Fadda, presidente nazionale dell’associazione Comunità papa Giovanni XXIII; Francesco Scoppola e Roberta Vincini, presidenti nazionali Agesci; Cristiana Formosa e Gabriele Bardo, responsabili nazionali del Movimento dei Focolari Italia; mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia.
“In un mondo lacerato da guerre, minacce e tensioni internazionali sempre più pericolose, il Trattato entrato in vigore il 22 gennaio 2021, rappresenta una svolta storica nella costruzione di un ordine mondiale fondato non sulla deterrenza della distruzione, ma sulla responsabilità condivisa, sul diritto internazionale e sul primato della vita umana”. I firmatari ricordano che “papa Francesco aveva affermato con chiarezza che è immorale non solo l’uso, ma anche il possesso e la produzione delle armi nucleari. Anche papa Leone XIV ha recentemente rimarcato che «la prospettiva di una rinnovata corsa agli armamenti e lo sviluppo di nuove armi, incluse quelle nucleari, la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica in corso e le profonde disuguaglianze economiche rendono sempre più impegnative le sfide del presente e del futuro»”. Dunque “la logica della deterrenza non garantisce la pace, ma perpetua il pericolo. È una logica antica, che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte alle sfide globali, alle interdipendenze planetarie, alla necessità di salvare l’umanità dalla distruzione ecologica e nucleare”.
Nel documento congiunto si legge: “L’Italia, Paese che ha fatto della pace un principio costituzionale e un tratto distintivo della sua presenza internazionale, faccia una scelta coraggiosa e lungimirante: aderire al Tpnw, schierarsi per il disarmo nucleare, investire nella diplomazia, nella cooperazione e nella sicurezza condivisa. L’alternativa si chiama complicità e, di certo, porta ad un mondo meno sicuro, ad un futuro meno rispettoso della dignità umana. In un tempo in cui la guerra sta interessando direttamente l’Europa e il vicino Oriente, con la sua scia di orrori e di distruzioni, ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, come da anni chiediamo in sintonia con la campagna ‘Italia, ripensaci!’, rappresenterebbe un forte messaggio di pace e un preciso invito, rivolto anche agli altri Paesi Nato, ad abbandonare la logica della deterrenza nucleare”.

 

Giubileo dei giovani

Nicolò Govoni: “Ragazzi, credere è l’atto più sovversivo che possiamo compiere!”

ph Still I Rise
05 Ago 2025

di Riccardo Benotti

“Credere è l’atto più sovversivo che possiamo compiere”. Nicolò Govoni, fondatore e ceo di Still I Rise, è stato a Roma in occasione del Giubileo dei giovani, dove ha portato la sua testimonianza in due momenti distinti: un incontro sull’inclusione e un evento in Piazza San Pietro. Nicolò, 32 anni, racconta come la fragilità possa trasformarsi in risorsa, l’amicizia diventare sostegno reale e la speranza offrire un orizzonte di riscatto, personale e condiviso.

ph Still I Rise


Nicolò, hai spesso raccontato che il tuo impegno è nato anche dai fallimenti. Quando hai capito che quella fragilità poteva diventare una forza?

È stato un processo graduale. Uno dei momenti chiave è avvenuto in India, dove mi ero trasferito a vent’anni per studiare. Durante uno stage con un’organizzazione no-profit, aiutavo i bambini con i compiti di matematica. Usavo trucchi che avevo inventato per cavarmela a scuola, perché in matematica ero una frana. La docente, un’ingegnera informatica, rimase colpita: “Che tecnica interessante!”. Quello è stato il primo segnale. Negli anni, ho capito che le mie fragilità erano risorse per creare connessione e valore.

Il nome della tua organizzazione, “Still I Rise”, riflette questa idea. Cosa significa per te?
Significa “Mi rialzo ancora”. È un messaggio di riscatto, che vale per i bambini che aiutiamo ma anche per noi adulti. Nessuno parte da un inizio perfetto. Ma abbiamo la possibilità di trasformare la nostra storia. Il dolore non è la fine: può diventare seme.

Che cos’è Still I Rise
Fondata nel 2018, Still I Rise è un’organizzazione non profit internazionale che offre istruzione gratuita di eccellenza a bambini profughi e vulnerabili. Attiva in Siria, Kenya, Colombia, Repubblica Democratica del Congo e presto anche in Italia, propone un modello educativo indipendente e replicabile, con l’obiettivo di formare una nuova generazione di leader etici e consapevoli. La missione si fonda su tre pilastri: educare, proteggere, difendere.

Durante il Giubileo hai parlato della speranza come atto sovversivo. In che senso?
Nel senso che oggi sperare è diventato un gesto rivoluzionario. Vedo tanti giovani scoraggiati, cresciuti in un clima di paura: “non c’è lavoro”, “non c’è futuro”, “se non fai certe scelte, sei fuori”. È una narrazione che blocca. La vera ribellione è continuare a crederci. Io non ero particolarmente dotato, ma non ho mai smesso di provarci.

Hai parole dure verso il mondo adulto. Che cosa ti delude di più?
La mancanza di fiducia. Gli adulti spesso trasmettono ansia e rassegnazione.
I giovani hanno bisogno di figure che li ispirino, non che li spaventino. Io credo molto di più nei giovani che negli adulti.
Sono aperti, propositivi, pronti a mettersi in gioco. Quando li ascolti davvero, rispondono con forza.

Cosa ti porti via da questo Giubileo dei giovani?
La consapevolezza che esiste una comunità giovane, viva, dentro la Chiesa. In Italia, per motivi demografici, la si percepisce come una realtà anziana. Ma non è così. In piazza San Pietro c’erano migliaia di ragazzi sotto il sole, con gli ombrelli, ad ascoltare parole di pace. È stata un’immagine potente. C’è sete di senso.

Il Papa ha parlato dell’amicizia come via per cambiare il mondo. Quanto conta per te l’amicizia?
Moltissimo. Non ho tanti amici, ma quelli che ho sono fondamentali. Il mio vice è il mio migliore amico del liceo. Chi gestisce la scuola in Kenya è la mia migliore amica. Sono relazioni autentiche. Senza queste persone, sarebbe tutto più difficile. La qualità dei legami determina anche la qualità dell’impatto che possiamo avere.

E la fede? Che ruolo ha nel tuo cammino personale?
Mi considero un uomo di fede, anche se non mi definisco religioso. Sto ancora cercando il mio cammino. Ma i valori in cui credo – dignità, giustizia, inclusione – sono cristiani. In questo mi sento vicino alla Chiesa. E credo che, se continuerà a incarnarli così, potrà parlare a molte più persone di quanto immaginiamo.

ph Still I Rise

Dove ti trovi ora?
Sono in Kenya, sulla costa. Ogni anno portiamo i bambini a fare un mese di mare. Per molti è la prima volta. È un modo per dire: anche voi avete diritto alla bellezza, alla leggerezza, alla gioia.

Un ultimo messaggio ai giovani che hanno partecipato al Giubileo?
Continuate a crederci. Non lasciate che vi dicano che non ce la farete. Sbaglierete, certo, ma non siete soli. E ogni volta che cadete, potete rialzarvi. Still I Rise non è solo un nome. È una promessa. E vale per tutti noi.

Diocesi

Monteparano, la tradizionale festa di San Gaetano

05 Ago 2025

di Angelo Diofano

“Con gioia profonda rivolgo il mio fraterno saluto ai singoli fedeli e devoti, a tutte le famiglie, all’intera comunità monteparanese in festa, a tutti coloro che tornano annualmente per le ferie. Per tutti voi prego e imploro l’intercessione del nostro protettore San Gaetano (…). Ci auguriamo che i festeggiamenti in onore di San Gaetano rappresentino un momento di concordia e di felicità per la nostra Comunità e siamo certi che queste giornate siano indispensabili per rafforzare il rapporto con le nostre tradizioni. La festa patronale fa venire alla mente di tutti noi: sentimenti, ricordi e tradizioni soprattutto per quei concittadini che, per diverse ragioni, hanno dovuto lasciare la propria terra d’origine. Rivolgiamo anche un appello ai nostri giovani affinché non disperdano questo importante patrimonio di tradizione e devozione. Infine e non per ultimo, un pensiero affettuoso agli anziani e sofferenti che nel sorriso dei loro parenti e alle persone a loro care possano vivere con gioia e serenità che questa festa sa regalare”: così a Monteparano il parroco della chiesa madre Maria SS.Annunziata, don Angelo Pulieri, invita ai festeggiamenti patronali in onore di San Gaetano da Thiene.

Nel 1656 l’epidemia della peste fece strage in tutto il Regno di Napoli ma miracolosamente non colpì Taranto e i casali vicini, come Monteparano. Per riconoscenza a San Gaetano, al quale la popolazione si era rivolta per ottenere la grazia della liberazione dal terribile flagello, egli fu proclamato patrono principale del paese.

Mercoledì 6, in chiesa, alle ore 18.30 ci sarà la recita del rosario con alle ore 19 la santa messa con riflessione sulla vita del santo patrono; nel pomeriggio non mancherà la ‘Caccia al tesoro di San Gaetano’ nell’area mercatale di viale Marconi, organizzata dalla Pro loco di Monteparano.

Giovedì 7, festa di San Gaetano, alle ore 7.30 santa messa; alle ore 8 girerà per le vie del paese il complesso bandistico ‘S.Cecilia-Sgobba Città di Noci’; dalle ore 16.30 alle 20.30 sosterà in piazza l’autoemoteca dell’Associazione donatori di sangue ‘Nicola Scarnera’ per il Bambino microcitemico; alle ore 18.45, esposizione del simulacro di San Gaetano in piazza Castello dove alle ore 19 si terrà la solenne celebrazione eucaristica, con la consegna delle chiavi della città al santo patrono da parte del sindaco Maristella Carabotto; alle ore 20, processione per le vie del paese; alle ore 21.30, nella piazza illuminata a festa dalla ditta Starluce, esibizione della banda ‘S.Cecilia-Sgobba Città di Noci’ diretta dal m° Giacomo Lasaracina con la partecipazione del coro gospel ‘The Joyful Chorus’.

Venerdì 8, alle ore 21 in piazza premiazione dei tornei di pallavolo e di calcio a 5 nonché della caccia al tesoro; alle ore 21.30, in piazza, spettacolo ‘Ciccio Riccio Tour 2025’; a mezzanotte, nell’area mercatale, grande spettacolo pirotecnico a cura delle ditte Lp di Danilo Madio (Bernalda) e Piroshow di Valerio La Neve (Carosino).

Diocesi

Torricella, solenni festeggiamenti in onore della Madonna delle Grazie

05 Ago 2025

Torricella festeggia, la sua compatrona, la Madonna delle Grazie con un ricco programma di celebrazioni religiose e iniziative culturali e di spettacolo.

Da mercoledì 6 a venerdì 8 agosto, solenne triduo di preparazione alla festa con santa messa alle ore 19 nella chiesa Madonna delle Grazie.

In piazza Lacaita, venerdì 8 agosto, avrà luogo la sagra dei rioni ‘Sapori e tradizioni locali’ con la serata musicale animata dalla violinista Chiara Conte e dal dj Cristian Falco.

Si proseguirà sabato 9 agosto, giornata della festa della Madonna delle Grazie con la santa messa alle ore 7,30 alla cantina sociale ‘Madonna delle Grazie’; alle ore 10 santa messa nella chiesa a lei dedicata, alle ore 18,30 solenne processione e alle ore 19.30 nella chiesa della SS. Trinità avrà luogo la solenne celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo emerito di Potenza mons. Salvatore Ligorio. Al termine, sarà stipulato il ‘Patto di amicizia’ tra i comitati festa di San Marco e della Madonna delle Grazie di Torricella e il comitato Santa Domenica di Scorrano, capitale delle luminarie nel mondo, rappresentato dal presidente Manuela Cotardo, alla presenza del sindaco di Scorrano, Mario Pendinelli, e delle autorità di Torricella.

In serata, spettacolo musicale di pizzica a cura del ‘Gruppo Isteria – Salento Folk Festival” e alle ore 23.30 i fuochi pirotecnici a cura della ditta ‘Itria Fireworks’ di Martina Franca.

La serata sarà allietata anche dal concerto bandistico dell’associazione culturale ‘Giacomo Puccini’ di Sava, diretta dal m° Alessandro Pichierri.

Nel piazzale delle Nazioni, le giostre di Raffaele Imperatrice faranno divertire adulti, giovani e bambini.

Il parroco don Antonio Quaranta, nel salutare la cittadinanza, ricorda che “in questo tempo difficile e travagliato, solo grazie alle mediazione della Vergine Maria, attraverso le nostre preghiere, possiamo chiedere a Dio la pace e la concordia tra i popoli e le nazioni”.

La festa patronale, che ha ricevuto il patrocinio e il sostegno economico del Comune di Torricella, della Regione Puglia – presidente del Consiglio regionale, della Provincia di Taranto e della Camera di commercio di Brindisi Taranto, è stata organizzata dal comitato festa patronale composto da: Luigi Lacaita, Simone Damiano, Jessica Maggiore, Elisa Masellis, Cosimo Lombardi, Giovanna Laporta, Ciro Marinò, Cosimo Antonucci, con la stretta collaborazione di Vivinpuglia, Salento Folk Festival e dell’operatore culturale Giuseppe Semeraro e promossa dalla pagina facebook ‘Feste patronali in tour’.

Beni culturali

MArTa e MuDi, quando la cultura fa squadra

Sconti e biglietto ridotto per chi visita entrambi i poli museali tarantini nell’arco di una settimana

04 Ago 2025

Due eccellenze museali del territorio di Taranto decidono di collaborare e varano un progetto di cooperazione destinato a proporre a visitatori e turisti una scontistica per chi deciderà di percorrere e scoprire le sale espositive del Museo archeologico nazionale di Taranto MArTa e del MuDi il Museo diocesano di Taranto.
Grazie ad un accordo siglato nei giorni scorsi dalla direttrice del MArTa, Stella Falzone e dal direttore del MuDi, don Francesco Simone, entro 7 giorni dall’emissione del primo biglietto di ingresso ad uno dei due musei, si avrà diritto ad ottenere sconti o biglietto ridotto per la visita all’altro polo museale.
Da vico Seminario in città vecchia all’ex convento degli alcantarini nel cuore del Borgo di Taranto, un viaggio tra uno dei patrimoni storico-artistici, archeologici e sacri più importanti del territorio, destinato a meravigliare per la ricchezza e il pregio delle sue testimonianze.
Il MuDi, di proprietà dell’arcidiocesi di Taranto e gestito dalla cooperativa Museion, infatti, conduce nel cuore della devozione in un percorso espositivo in 36 sale, sette sezioni tematiche e 350 vere e proprie opere d’arte che coprono un arco temporale che va dal VII secolo al XXI secolo. Negli ambienti cinquecentesti dell’antico seminario arcivescovile, il MuDi stupisce, tra dipinti delle grandi scuole meridionali, paramenti e arredi sacri come il raro arazzo in bisso, sculture e reliquie fino alla crocetta aurea ritrovata nel 1071 sul petto del santo patrono della città, alla porta di tabernacolo realizzata in epoca borbonica cesellando uno dei topazi più grandi del mondo proveniente dal cosiddetto Tesoro di San Cataldo.
Una Taranto bella e preziosa che si ritrova nelle diverse sezioni del MArTa che dalla preistoria e protostoria, accompagna i visitatori e i turisti in un percorso che attraversa gli splendori della città greca, i rapporti con il mondo indigeno, il periodo romano e quello tardo antico, sino all’età bizantina. Un museo che di anno in anno batte anche tutti i suoi record di presenze e che oltre a puntare sui reperti identitari come la collezione di Ori, il gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene, la tomba dell’atleta, lo Zeus d’Ugento, gli antichi mosaici di epoca romana e la sua imponente collezione di monete, da alcuni anni rispolvera e recupera gli antichi reperti custoditi nei depositi per esporli al pubblico in contesti di mostre temporanee.
“Grazie al rapporto con il MuDi abbiamo costruito un ponte che allarga sempre di più l’arco temporale di conoscenza delle grandi radici storiche e culturali di questo territorio – spiega la direttrice del Museo archeologico nazionale di Taranto, Stella Falzone – e lo abbiamo fatto mettendo in azione una buona pratica, che come sta accadendo con altre istituzioni museali regionali, nazionali ed estere, gli enti locali, e altri partner che operano nell’ambito della promozione territoriale, servono ad irrobustire l’offerta di Taranto, passando per operazioni concrete di collaborazione e reciproco supporto. Un modo di fare squadra che arriva direttamente dal mondo della cultura e che insieme muove già quasi 100mila visitatori l’anno”.
“L’accordo siglato con il MArTa – dice don Francesco Simone, direttore del MuDi – è il segno che viviamo in un tempo in cui non c’è più spazio per battitori liberi; è utile e necessario fare rete tra gli istituti culturali del territorio, sperimentando così percorsi collaborativi per contribuire alla promozione del patrimonio storico-artistico. Sono convinto, inoltre, che questa collaborazione rappresenti una straordinaria occasione per i visitatori, offrendo loro un quadro completo della storia della città, che passa attraverso la bellezza e la ricchezza di un passato che può ispirare un futuro altrettanto bello e ricco”.
L’accordo di scontistica prevede che i possessori del biglietto di ingresso al MuDi possano entrare al MArTa usufruendo di uno sconto del 20% sul biglietto di ingresso di 10 euro.
I possessori di biglietto di ingresso del MArTa accederanno, invece, al MuDi avendo diritto ad un biglietto dal costo ridotto, da 6 a 4 euro.

Giubileo dei giovani

Tra inquietudini e speranze: Leone XIV e i giovani del mondo

ph Vatican media-Sir
04 Ago 2025

di Giada Di Reda

Un milione di giovani cuori provenienti da tutto il mondo che battono all’unisono, in una Tor Vergata trasformata in un fulcro di gioie, domande e speranze: emozioni indescrivibili, vissute trasmesse in mondovisione durante la grande veglia di preghiera di sabato 2 agosto, seguita dalla solenne celebrazione eucaristica di domenica. Entrambi i momenti, guidati da papa Leone XIV, sono stati un’occasione di intensa comunione e speranza per le nuove generazioni.

“Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno. Allora vedrete crescere ogni giorno, in voi e attorno a voi, la luce del Vangelo”: con queste parole, papa Leone, ha concluso l’omelia della santa messa di chiusura, lanciando ai giovani presenti, un faro di luce da custodire nel cuore, e portare con sé nel cammino della vita.

Una folla vibrante di giovani “sentinelle del mattino”, giunta da 146 paesi del mondo per il Giubileo a loro dedicato, ha accolto un pontefice pronto ad accogliere i loro interrogativi nati dalla tensione tra inquietudine e speranza. Domande profonde, figlie di una generazione talvolta sottovalutata, eppure piena di interrogativi e sempre più animata dal desiderio di guardare oltre, scoprire cosa c’è al di là questa società dilaniata da precarietà e contraddizioni, oltre un mondo di fragilità e crisi.

Amicizia, coraggio per scegliere, richiamo del bene e valore del silenzio. Durante la veglia, tre giovani – provenienti dal Messico, dall’Italia e dagli Stati Uniti – hanno rivolto al santo padre altrettanti interrogativi, profondi, personali e universali, che hanno dato voce ad un comune sentire che unisce le giovani generazioni in un cammino di ricerca che non si ferma, non si arrende, che – nonostante tutto – procede con coraggio nel viaggio chiamato vita.

Papa Leone, non si è risparmiato: dopo aver ascoltato attentamente ogni parola pronunciata da quelle voci timide, vibranti, colme di timori e speranza, ha risposto con la sua calma meditata, la sua fermezza, e quell’emozione autentica che lo accompagna fin dai primi istanti della sua salita al soglio pontificio.

La prima voce ad elevarsi, nella notte di Tor Vergata, è quella di Dulce Maria, 23 anni, proveniente dal Messico:

Siamo figli del nostro tempo. Viviamo una cultura che ci appartiene e senza che ce ne accorgiamo ci plasma; è segnata dalla tecnologia soprattutto nel campo dei social network. Ci illudiamo spesso di avere tanti amici e di creare legami di vicinanza mentre sempre più spesso facciamo esperienza di tante forme di solitudine. Siamo vicini e connessi con tante persone eppure, non sono legami veri e duraturi, ma effimeri e spesso illusori. Santo padre, come possiamo trovare un’amicizia sincera e un amore genuino che aprono alla vera speranza? Come la fede può aiutarci a costruire il nostro futuro?

Il pontefice, con parole semplici e profonde, ha ricordato a tutti che la vera amicizia nasce solo quando si ha il coraggio di rischiare, mettersi in gioco, donarsi profondamente all’altro, rimanendo disposti ad uscire da sé stessi; perché è donandoci al prossimo che possiamo sperimentare la pienezza.

“Carissimi giovani, le relazioni umane, le nostre relazioni con altre persone sono indispensabili per ciascuno di noi […] perché la vita stessa inizia da un legame”; e ancora: “La nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale: è il codice col quale interpretiamo noi stessi e il mondo. Come un vocabolario, ogni cultura contiene sia parole nobili sia parole volgari, sia valori sia errori, che bisogna imparare a riconoscere”. Un invito, a non mettere da parte il valore dell’alterità, nonostante i rischi e le fragilità che nascono da un nuovo modo di relazionarsi.

Senza demonizzarli, ha poi affrontato il tema della rete e dei social, mettendone in luce i punti di forza e quelli di debolezza, in particolare quelli connessi ai rischi: “Questi strumenti risultano però ambigui quando sono dominati da logiche commerciali e da interessi che spezzano le nostre relazioni in mille intermittenze. A proposito, papa Francesco ricordava che talvolta i «meccanismi della comunicazione, della pubblicità e delle reti sociali possono essere utilizzati per farci diventare soggetti addormentati, dipendenti dal consumo». Allora le nostre relazioni diventano confuse, sospese o instabili”.

“È che quando lo strumento domina sull’uomo, l’uomo diventa uno strumento: sì, strumento di mercato, merce a sua volta. Solo relazioni sincere e legami stabili fanno crescere storie di vita buona”.

Leone, ha in quel momento, ricordato Sant’Agostino, che nella sua inquieta giovinezza non ha fatto altro che cercare la verità e la bellezza, ritrovate dopo un lungo cammino nell’incontro con Cristo:

“Sant’Agostino ha colto il profondo desiderio del nostro cuore – è il desiderio di ogni cuore umano – anche senza conoscere lo sviluppo tecnologico di oggi. Anche lui è passato attraverso una giovinezza burrascosa: non si è però accontentato, non ha messo a tacere il grido del suo cuore. Agostino cercava la verità, la verità che non illude, la bellezza che non passa. E come l’ha trovata? Come ha trovato un’amicizia sincera, un amore capace di dare speranza? Incontrando chi già lo stava cercando, incontrando Gesù Cristo”.

Il pontefice ha offerto, con queste parole, l’esempio di Agostino come icona universale dell’inquietudine dell’uomo alla ricerca di senso: caratteristica che rende ancora oggi il filosofo, padre della Chiesa, un “contemporaneo”.

La seconda domanda a risuonare sotto il cielo di Tor Vergata, è quella di Gaia, 19 anni, italiana.

Santo Padre, mi chiamo Gaia, ho 19 anni e sono italiana. Questa sera tutti noi giovani qui presenti vorremmo parlarLe dei nostri sogni, speranze e dubbi. I nostri anni sono segnati dalle decisioni importanti che siamo chiamati a prendere per orientare la nostra vita futura. Tuttavia, per il clima di incertezza che ci circonda siamo tentati di rimandare e la paura per un futuro sconosciuto ci paralizza. Sappiamo che scegliere equivale a rinunciare a qualcosa e questo ci blocca, nonostante tutto percepiamo che la speranza indica obiettivi raggiungibili anche se segnati dalla precarietà del momento presente. Santo Padre, le chiediamo: dove troviamo il coraggio per scegliere? Come possiamo essere coraggiosi e vivere l’avventura della libertà viva, compiendo scelte radicali e cariche di significato?

Papa Leone, risponde partendo dal presupposto che ogni forma di autentica libertà, deve presupporre un fondamento stabile. “Questa roccia è un amore che ci precede, ci sorprende e ci supera infinitamente: è l’amore di Dio”, ed è da questo che nasce il coraggio che ci apre alla libertà di noi stessi. Scegliere significa rischiare, esporsi, talvolta rinunciare – diceva Kierkegaard ­­– e questo talvolta ci paralizza, eppure è proprio da quella in tensione che può nascere la possibilità di giungere alla verità.

Il pontefice ha poi ricordato le parole pronunciate da Giovanni Paolo II, venticinque anni prima, in occasione della Veglia di preghiera nella XV Giornata mondiale della Gioventù (19 agosto 2000):

“A riguardo, venticinque anni fa, proprio qui dove ci troviamo, San Giovanni Paolo II disse: «è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare». La paura lascia allora spazio alla speranza, perché siamo certi che Dio porta a compimento ciò che inizia”.

Ha proseguito, riflettendo sulle tre scelte radicali legate al matrimonio, il sacerdozio e la consacrazione religiosa, descrivendole come scelte che “esprimono il dono di sé, libero e liberante, che ci rende davvero felici”.

Infine, dopo aver ricordato, pieno di commozione, i giovani che proprio in occasione del loro Giubileo, hanno lasciato questa terra, ha concluso, consegnando ai giovani un messaggio profondo, un invito a mettere da parte la paura ed affidarsi:

“Trovate il coraggio di fare le scelte difficili e dire a Gesù: Tu sei la mia vita, Signore”.

La terza domanda è quella posta da Will, 20 anni, proveniente dagli Stati Uniti, ed è dedicata al bene e al valore del silenzio.

Santo Padre, mi chiamo Will. Ho 20 anni e vengo dagli stati Uniti. Vorrei farLe una domanda a nome di tanti giovani intorno a noi che desiderano, nei loro cuori, qualcosa di più profondo. Siamo attratti dalla vita interiore anche se a prima vista veniamo giudicati come una generazione superficiale e spensierata. Sentiamo nel profondo di noi stessi il richiamo al bello e al bene come fonte di verità. Il valore del silenzio come in questa Veglia ci affascina, anche se incute in alcuni momenti paura per il senso di vuoto. Santo Padre, le chiedo: come possiamo incontrare veramente il Signore Risorto nella nostra vita ed essere sicuri della sua presenza anche in mezzo alle difficoltà e incertezze?

Alla domanda del giovane statunitense, su come incontrare il Signore anche nella prova e nella tribolazione, il papa ha risposto indicando la via della fede vissuta a pieno, quale segno di forza e potenza. “Volete incontrare veramente il Signore Risorto? Ascoltate la sua parola, che è Vangelo di salvezza! Cercate la giustizia, rinnovando il modo di vivere, per costruire un mondo più umano! Servite il povero, testimoniando il bene che vorremmo sempre ricevere dal prossimo!”, un’esortazione a riconoscere Cristo nel Vangelo, nella comunità, nell’altro.

Infine, ha affidato ai giovani una missione, quella di essere testimoni di giustizia, pace e speranza, sempre:

“Quanto ha bisogno il mondo di missionari del Vangelo che siano testimoni di giustizia e di pace! Quanto ha bisogno il futuro di uomini e donne che siano testimoni di speranza! Ecco, carissimi giovani, il compito che il Signore Risorto ci consegna”.

Alla luce delle parole pronunciate dal santo padre in risposta agli interrogativi che si sono levati sotto il cielo di Tor vergata, è importante riflettere sul legame profondo tra il tempo presente e quell’agosto del 2000. A venticinque anni dalla Giornata mondiale della gioventù, celebrata nel contesto dell’anno santo allora in corso, riecheggiano ancora le parole di speranza rivolte da Giovanni Paolo II ai giovani in veglia: “Oggi siete qui convenuti per affermare che nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario. Voi non vi rassegnerete ad un mondo in cui altri esseri umani muoiono di fame, restano analfabeti, mancano di lavoro. Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi sforzerete con ogni vostra energia di rendere questa terra sempre più abitabile per tutti”.

Nonostante le sfide del tempo e i cambiamenti generazionali legati all’inevitabile divenire del tempo, quelle sentinelle di speranza dal cuore inquieto erano ancora una volta lì, in un clima di festa del cuore e dello spirito, in cui la fatica è stata superata dal desiderio di condividere dubbi, interrogativi ma anche speranze.

Cosa ha risuonato nel cuore dei giovani durante questa esperienza?

L’abbiamo chiesto a Francesca, una giovane diciassettenne, proveniente da Fragagnano, che con grande entusiasmo, animata dalla nostalgia di chi dopo un’esperienza così intensa si accinge a ritornare alla vita, ha voluto condividere con noi il senso di un cammino così ricco di grazia.

leri sera ho avuto la fortuna di partecipare alla veglia a Tor vergata organizzata in occasione del giubileo dei giovani, parlo di fortuna perché l’opportunità di ritrovarmi con più di un milione di ragazzi, provenienti da ogni parte del mondo, a pregare insieme è qualcosa di unico. L’atmosfera era magica, quasi surreale, eravamo tutti lì riuniti per un motivo: metterci in pieno contatto con Dio. Durante la veglia al Papa sono state poste delle domande in diverse lingue tra le quali una mi è rimasta particolarmente impressa cioè quella di una giovane italiana che presentava a nome di tutti noi la sua paura del futuro, la necessità di rinunciare a qualcosa ogni volta che prendiamo una scelta…Ovvero le preoccupazioni di qualsiasi ragazzo della nostra età. Il Papa ci ha consolati e spronati ad essere forti: «abbiate il coraggio di prendere scelte difficili», diceva lui perché sono proprio quelle che segnano la svolta nella nostra vita. Sentiamo spesso dire che i giovani ormai non credono più, ma quando è arrivato il momento dell’adorazione il silenzio ha avvolto la piazza, nonostante fossimo più di un milione, eravamo tutti avvolti in preghiera davanti a Gesù e tutto ciò mi ha messo i brividi. È stata un’esperienza sicuramente indimenticabile e che rifarei altre mille volte, non è stato facile essendo che per raggiungere Tor Vergata abbiamo dovuto camminare per più di 7 km, dormire per terra e adattarci ad ogni evenienza, ma proprio la fatica ha reso tutto più intenso ed emotivamente forte”.

Ringraziando Francesca per questa testimonianza, e alla luce delle parole pronunciate da papa Leone, e dai suoi predecessori, non è azzardato affermarlo con fiducia: sono proprio loro – i giovani – il presente che osa, crede e custodisce. Loro, che animati dal coraggio, hanno trasformato la culla della cristianità in una luce che ha irradiato il mondo intero!

Libri

Sant’Egidio, frate di strada: il libro di padre Tonino Maria Nisi

04 Ago 2025

di Angelo Diofano

“S.Egidio da Taranto, cronache delle ‘pazzie mariane’ di un frate di strada” (editrice Aga)è il titolo dell’ultimo libro di padre Tonino Nisi, studioso della vita dell’umile fraticello tarantino, elevato agli onori degli altari il 2 giugno 1996.

Bene fa l’autore a definire ‘frate di strada’ il nostro santo, elencandone le numerose motivazioni in quanto ogni giorno,durante il giro quotidiano della questua, evangelizzava e portava speranza in ogni ambito di vita della Napoli settecentesca (e dei primi del 1800). Operatore di pace,Egidio visitava periodicamente le gendarmerie borboniche e francesi chiedendo di non angariare più il popolo; ai carcerati egli portava, ogni domenica, conforto, cibo e notizie dei familiari; lo stesso faceva per gli ammalati nelle case e negli ospedali, non lesinando benedizioni anche per i medici; nei mercati e nei quartieri malfamati amava fermarsi con i ‘guaglioni’, gli ‘scugnizzi’ e i ‘lazzaroni’ mente al porticciolo di Chiaia andava incontro a marinai,armatori e pescatori,intrattenendosi con profughi e migranti clandestini attratti dal miraggio cosmopolita della capitale del Regno; attenzione e premura in particolare egli nutriva per i poveri dei ’bassi’, più simili a tuguri che a case, oltre che per gli anziani che cercavano un modo di sfuggire dalle noie della giornate e dai malanni dell’età. Ma da dove trovava la forza e lo spunto per compiere tutto questo, instancabilmente e con grande entusiasmo? Semplice, da Maria, di cui Egidio fin da piccolo è stato grande devoto, spinto soprattutto dall’esempio della famiglia e in particolare del papà, confratello del Rosario. Sant’Egidio non era uomo di cultura (ricorda padre Tonino), forse non sapeva leggere o scrivere, per cui la conoscenza di Maria è stata quella ricevuta da bambino, che è quella riveniente dal Vangelo, dalla tradizione, dalla liturgia e dalla pietà popolare: quattro realtà che fanno da filo conduttore, garanzia di sicura e solida devozione mariana. A tutti ancora oggi egli ripete: Amate la Madonna, Ditelo alla Madonna, Andate dalla Madonna, Ricorrete alla Madonna, Lasciate fare a Maria Santissima. Da tutto questo scaturisce la denominazione di Sant’Egidio quale ‘cavaliere e giullare della Madre di Dio, dell’Immacolata’, della quale preparava con molta cura le sue feste, soprattutto quella dell’Immacolata. Sant’Egidio riceveva dai superiori, per queste incombenze, l’incarico di maestro delle cerimonie, adoperandosi, con le offerte di amici e benefattori, a provvedere alla paratura della chiesa, alle luminarie, ai fuochi d’artificio, alle candele, ai fiori e alla banda musicale. Una corretta e completa spiritualità mariana, inoltre, non può ignorare la figura di San Giuseppe, al quale Dio affida gli inizi della redenzione alla sua custodia premurosa. Il santo patriarca occupava infatti un posto d’onore nella sua spiritualità; ogni volta che egli pensava a Gesù i palpiti del suo cuore si rivolgevano alla Madonna e tutte le volte che pensava a Maria, la sua mente correva a San Giuseppe. Tanto che, all’atto di indossare il saio, egli ottenne di assumere il nome di fra Egidio Maria di San Giuseppe. Questi e tanti altri racconti sulla vita dell’umile fraticello sono contenuti nel lavoro editoriale di padre Tonino, la cui prefazione è curata dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero con la presentazione di Mimmo Mazza (direttore della Gazzetta del Mezzogiorno), notazioni di Filippo Maria Boscia (consultore della Cei per l’ufficio nazionale per la pastorale della salute) e di Nicola Simonetti (medaglia d‘oro al merito della sanità pubblica).

Egidio da Taranto-cronache delle ‘pazzie mariane’ di un frate di stradaTonino Maria Nisi – pp. 134 – 15 euro.

Tracce

La politica dei ceffoni

foto Ansa-Avvenire
04 Ago 2025

di Emanuele Carrieri

Le immagini al termine del summit nel sud-ovest della Scozia fra Trump e von der Leyen hanno fatto ricomparire il ricordo di una frase del film Gli intoccabili: è quella in cui Al Capone afferma: “Si ottiene più con una parola gentile e una pistola che solo con una parola gentile”. In effetti, l’accordo sui dazi annunciato da Trump e von der Leyen fra sorrisi e strette di mano appare, alla maggior parte degli europei, come una vera e propria Caporetto. Bisogna, però, non commettere un errore: quello di addebitare soltanto ai negoziatori europei la responsabilità di questo “accordo” e non è un errore di battitura l’uso delle virgolette. La realtà è che con un accordo di tale specie viene a essere riconosciuto il passaggio da una relazione di amicizia, o meglio, di sudditanza leggera, con gli Usa a una relazione di sudditanza pesante. Ma sudditanza era già prima. Allo scopo di chiarire, è indispensabile una premessa. Tutti gli accordi evidenziano i rapporti di forza fra le parti: l’accordo fra due cittadini italiani dovrebbe essere nel rispetto della legge del nostro Paese, ma ci sono accordi che non possono essere attuati, perché la legge difende la parte debole e non concede alla parte più forte un risultato più favorevole. Perciò l’accordo fra due parti sorto nel rispetto della legge non rappresenta il rapporto di forza fra le parti, ma un bilanciamento che poggia su tutele inscalfibili a difesa della parte più debole. Però se, come in questo caso, non c’è nessuno sopra le parti o è mancante un organo indipendente, ogni accordo è lecito e descrive il divario nel rapporto di forza. È il nuovo sistema internazionale voluto da Trump, e subito da tutta la comunità internazionale: uno stato di anarchia internazionale dove vige soltanto il perseguimento dell’interesse nazionale, una grande babele in cui il palazzinaro di turno può comportarsi alla stessa stregua del leader di una banda del Bronx. Trump non ha fatto altro che svelare la realtà, chiarire lo stato di fatto, ossia che l’Ue e i suoi stati membri sono dipendenti dagli Usa e pagano un tributo in cambio di una protezione militare. Ma ha anche detto, nelle parole e nei gesti, che il mondo in cui gli Usa garantivano la sicurezza come il cane da guardia è finito. È un dato di fatto che oggi i rapporti di forza fra Usa e Ue sono impari: senza l’ombrello protettivo americano, l’Ue e i suoi stati sarebbero impreparati ad affrontare un presumibile conflitto. Se Trump avesse preteso dazi al cinquanta per cento, a von der Leyen non sarebbe rimasto che accettare: se ha trattato cercando un compromesso, è perché gli stati membri erano d’accordo e sapevano bene che un’escalation avrebbe determinato danni più gravi. Ecco perché la politica dei ceffoni di Trump ha funzionato oltre tutte le previsioni: attaccare gli alleati, impedire loro ogni iniziativa, obbligarli a gioire perché il quindici per cento è minore del trenta per cento minacciato in principio, ha regalato a Trump un trionfo politico. La stabilità che von der Leyen ha sbandierato non è destinata a durare a lungo e cioè solamente fino alla successiva prova di forza di Trump, che si sta intravedendo all’orizzonte: sui semiconduttori, sui farmaci, sui privilegi delle piattaforme digitali, o sull’impegno a rifinanziare il debito pubblico, o a partecipare alla prossima guerra americana. La strategia di Trump di causare disordine internazionale e “caos sistemico”, per affermare il diritto del più forte e imporre tributi ai paesi satelliti, ha avuto, fino a ora, pieno successo: il timore di un disordine ancora peggiore intimidisce alleati, amici e compagni, ma, prima di tutto, rafforza la subalternità che mostrano verso gli Usa. E la caduta del dollaro è parte di questo disordine: dall’arrivo di Trump alla presidenza la moneta ha perso il quindici per cento nei confronti dell’euro. Tutti i prodotti europei stanno già avendo dei rincari per gli americani; investire laggiù appare più attraente per i capitali di tutto il mondo; Wall Street non smette di crescere da aprile ed è sopra i livelli precedenti all’insediamento di Trump. Ma il deficit commerciale più grave gli Usa ce l’hanno con la Cina e i due paesi stanno negoziando: il 12 agosto scadrà la tregua fra i due paesi che aveva bloccato al trenta per cento i dazi, dopo che Trump aveva imposto aumenti oltre il centoquaranta per cento e Pechino aveva risposto colpo su colpo. I negoziati vanno molto al di là della bilancia commerciale: l’export cinese comprende tanti componenti primari delle catene produttive delle multinazionali Usa e dazi eccessivi le metterebbero in difficoltà. Da tanto tempo ormai è in atto uno scontro diretto fra Cina e Usa sulle tecnologie digitali con una alternanza di restrizioni e compromessi. E, poi, ci sono gli oltre settecento miliardi di dollari di debito pubblico Usa che sono nelle mani della Cina. È proprio su tutti questi piani che si va disegnando lo scontro fra la tramontante egemonia Usa e la sempre crescente ascesa della Cina e dei paesi dell’Asia orientale. All’interno di questo panorama – geopolitico, economico e anche diplomatico – la capitolazione, senza riserve, dell’Europa a Trump investe l’avvenire della Ue: i dazi bloccano il modello economico, e tarpano le ali alle esportazioni. Ma c’è di più: gli acquisti “forzati” di energia Usa fanno volare via il Green Deal europeo e l’acquisto di armi americane – Trump ha tanta attenzione e considerazione nei confronti dell’approvazione elettorale della lobby delle armi – fanno dell’Europa un avamposto militare, praticamente innocuo se si considera che dietro l’angolo c’è la Russia, che, nell’arsenale, ha più di cinquemila testate nucleari. Solo comprendendo bene l’aggressività e la disumanità dell’anarchia internazionale, si può sperare che l’Ue si emancipi dal potere americano. Senza quella comprensione, senza una politica e senza un progetto, Bruxelles diventerà, sempre più, una dimenticata ma obbediente periferia di un impero in completo disfacimento.

Sport

Benedetta Pilato, cuore e testa mondiali: quando la medaglia è assicurata

04 Ago 2025

di Paolo Arrivo

“Ho sentito la pressione, avevo altre aspettative”. Così Anita Bottazzo commentava la sua prova nella finale dei Mondiali di nuoto nei 50 rana. Sul più bello, lei non è riuscita nell’impresa di  raggiungere il podio dopo il suo miglior tempo (1:05.61) che aveva fatto registrare in semifinale, nella competizione andata in scena a Singapore, 22esima edizione organizzata dalla World Aquatics. La pressione che ha avvolto la 21enne trevigiana è quell’elemento che accomuna i Grandi, chiamati a confermarsi: deve averla sentita anche Benedetta Pilato, nella sua carriera e nel percorso di avvicinamento alla stessa competizione mondiale. Che aveva vissuto da spettatrice sino alle ultime due giornate. Ebbene, a pieni voti quel disagio è stato superato. Finendo in crescendo la settimana, Benny ha conquistato la medaglia di bronzo in finale con il crono di 30”14. A fine gara è apparsa sorridente, divertita, soddisfatta. Pacificata. Naturalmente avrebbe preferito la medaglia più pregiata. E a quella deve mirare nelle prossime occasioni che le si presenteranno: gliela chiedono i tifosi azzurri del nuoto e i supporter di Taranto. Peraltro l’invito di Leone XIV va esteso in qualsiasi ambito: “Aspirate a cose grandi, non accontentatevi di meno”, ha detto il papa al Giubileo dei Giovani rivolgendosi a chi lo ha ascoltato.

foto Instagram benedetta.pilato

La continuità di Benedetta Pilato

I numeri parlano chiaro: dal 2019, quando ha incantato il mondo nella sua specialità, i 50 rana, la tarantina raggiunge sempre la finale e il podio nella competizione iridata. Confermarsi non è affatto scontato. Lei ci è riuscita nuotando in mezzo alle difficoltà. Nell’età in cui tutto si evolve e cambia – prossimamente cambierà anche casa, da Torino alla capitale. Tra le migliori raniste del mondo c’è sempre Benedetta Pilato. Meglio di lei, in questo momento, nuotano la lituana Ruta Meilutyte e la cinese Tang Qianting: la prima ha vinto la finale scendendo sotto i trenta secondi (29”55), l’altra ha chiuso in 30”03. Tempi che sono alla portata dell’ex primatista mondiale. La quale resta la miglior italiana sulla doppia distanza dei 50 metri rana (29”30) e dei 100 (1’05”44). L’italiana che ha battuto Federica Pellegrini nel record di precocità, ha altre imprese da firmare, e nel mirino le Olimpiadi di Los Angeles.

Mondiali nuoto, il bilancio

L’Italia è competitiva. Sono 19 infatti le medaglie conquistate in tutti gli sport acquatici ai Mondiali: 2 oro, 11 argenti, 6 bronzo. Tante poi nel nuoto (venticinque) le finali raggiunte dagli atleti scesi in vasca. Quarta in classifica generale dietro a Stati Uniti, Australia e Cina, l’Italia è diventata una potenza, possiamo sottolineare. E il merito è in parte della stessa Benedetta Pilato. Perché l’entusiasmo è contagioso, e i modelli virtuosi, vincenti, sanno essere trascinanti. Lo dimostra il percorso di crescita della Bottazzo che ha finito al quarto posto il suo ottimo Mondiale. Il movimento è in salute, sostenuto dal cambio generazionale: presto potrebbero emergere altri talenti capaci di vincere e di emozionare.

 

Ricordo

Un ricordo del dottor Giovanni Polimeni, scomparso la scorsa settimana

Il noto cardiologo è stato incaricato diocesano per vent’anni dell’ufficio per la pastorale della salute

ph famiglia Polimeni
04 Ago 2025

di Paolo Mancarella

Martedì 29 luglio è tornato alla casa del Padre, a 75 anni, Giovanni Polimeni, già cardiologo all’ospedale SS. Annunziata e incaricato diocesano, dal 1996 al 2016, dell’ufficio per la pastorale della salute.

Da oltre un anno conviveva con una rara malattia degenerativa muscolare e poi nel periodo pasquale è giunta la diagnosi infausta: sla.

Che, al termine di un rapido declino, con un infarto fulminante, ha decretato la fine del suo passaggio terreno.

Nell’ultima conversazione telefonica, ogni sua descrizione clinica degli effetti che ne stavano minando il fisico era accompagnata dalla parola pazienza, espressa non in forma di rassegnazione ma in un consapevole e fiducioso abbandono.

E soprattutto era felice per la pace che gli veniva dal vedere attorno tutti gli affetti più cari. Pace per la quale ringraziava il Signore e che non barattava con qualunque cosa, persino con la sua salute. Ha amato la sua cara Raffaella, i suoi tre figli (Simona, Sara e Francesco) con la delicatezza e l’affetto che rimandano al Cantico dei cantici. Il suo essere padre era estrinsecato nel rapporto con la disabilità del figlio Francesco, vissuta non in cerca di commiserazione, ma quale segno concreto dell’amore di Dio per lui e la sua famiglia.

A segnare la sua formazione spirituale hanno contribuito progressivamente l’esempio cristiano dei suoi cari genitori, in particolare del padre, maestro elementare, figlio spirituale di padre Pio e gli insegnamenti appresi nel corso dei suoi studi in medicina nell’università cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Ed infine, come un sigillo, a partire dalla fine degli anni 80, la frequentazione di una comunità neocatecumenale della parrocchia di san Lorenzo da Brindisi. Una frequentazione non sempre in discesa, fatta anche di lotte e notti oscure per conciliare fede e razionalità, per poi negli anni lasciar sempre più posto all’azione di Dio. Ricordo la sua amarezza di padre di fronte alla decisione della figlia Sara di partire con la sua famiglia in missione per Taiwan. Era un boccone umanamente difficile da ingerire, pur apprezzando la finalità. Ed alla fine la sua resa, un atto di fede, di sottomissione alla volontà di Dio.   

È stato catechista, originale mai un semplice replicante. Le sue catechesi erano richiami continui alla Parola di Dio, con sorprendenti collegamenti alla tradizione dei padri della chiesa e alla letteratura rabbinica (midrash e racconti dei chassidim). La sua casa era invasa da libri (letti ed assimilati) che consigliava ai fratelli, alla stregua di una prescrizione di farmaco.

I fratelli della sua comunità lo hanno amato perché abbatteva qualsiasi muro di natura sociale e economica. Sempre pronto a condividerne gioie e sofferenze. Da un dialogo con Giovanni (risultava spontaneo e rassicurante confidarsi) prendevano vita nuove prospettive e si aprivano orizzonti di speranza.

E poi il suo umorismo, sottile, fatto anche di freddure, rendeva piacevole la sua compagnia.

Anche padre Pietro Gallone, durante le esequie, lo ha sottolineato, raccontando il testo di uno degli ultimi sms ricevuti da Giovanni: “sono più di sla che di qua”.

Spontaneo testimone del suo serio incontro con Gesù anche nelle mura ospedaliere, fornendo, sempre in abbinamento, ai suoi pazienti l’assistenza medica e il sostegno spirituale. Non pochi i pazienti che dopo averlo avuto come medico, hanno successivamente intrapreso il cammino di fede.

La sua comunità faticherà a prendere coscienza che non incontrerà più il suo bonario sguardo, non ascolterà le sue riflessioni concrete e profonde. Le verrà in soccorso la certezza che Giovanni pregherà, insistentemente, da testardo siciliano (era originario di Noto), il Signore perché copiose grazie giungano ai suoi affetti più stretti e ai suoi fratelli.