Eventi culturali in provincia

A San Giorgio jonico, la storia di Gennaro Giudetti

ph G. Leva
18 Set 2025

di Dino Miccoli

Sono storie di donne e bambini in fuga, ma è anche la storia di Gennaro Giudetti. L’incontro in programma a San Giorgio jonico sabato 20 settembre (inizio ore 19.30) nel teatro all’aperto “R. Leo”, si preannuncia ricco di emozioni e di racconti di triste attualità. Organizzato dall’Anspi di San Giorgio Ionico, oratorio San Giuseppe dal Cuore castissimo della parrocchia Maria SS.Immacolata, l’appuntamento con lo stesso autore, 35 anni, tarantino, impegnato in numerose operazioni di pace e dunque testimone affidabile, sarà occasione di conoscenza e di dialogo sui temi scottanti dell’umanità ferita, spesso anche distrutta come nel caso di Gaza e di altre zone calde del pianeta. Giudetti ha salvato vite umane in mare, ha visto con i propri occhi la sofferenza di popolazioni in gravi situazioni di privazione e di povertà a contatto quotidiano con la precarietà della vita stessa, spesso in zone col puzzo della morte. Tra vita e morte il sentimento di Gennaro Giudetti si è fatto forza unendosi alla popolazioni sofferenti rendendosi simile,fratello, a ogni persona incontrata, piccoli e grandi, donne e uomini, giovani e anziani. Ha iniziato la sua “vocazione verso l’altro” da ragazzo ma i primi passi verso il mondo “aperto” li ha compiuti a diciannove anni. Il racconto di Gennaro è un viaggio ancora in divenire, in costruzione, con sempre nuove storie da incontrare, con il solo scopo di offrire il proprio contributo per gli ultimi della terra. Ultimi che quasi sempre sono “i dannati” che rispetto alle aree geografiche opulente sembrano essere fantasmi, numeri, cadaveri in mare o in terra non importa. Eppure – è questo il racconto dell’operatore internazionale Giudetti – dovunque egli sia andato, Albania, Colombia, Kenya, Ucraina e di recente Gaza, prima degli sviluppi inenarrabili (ma già erano in attimo i suoi prodromi di crudeltà) Gennaro racconta l’umanità incontrata, la saggezza contenuta nella parola ‘ubuntu’ in lingua bantu che significa prossimità solidale, quel fare qualcosa per gli altri.
Il libro di Gennaro Giudetti porta il titolo ‘Con loro come loro’, scritto con Angela Iantosca giornalista e impegnata come Giudetti nella grande tela che gli uomini e le donne di buoni volontà sanno costruire per la pace e la giustizia. Edito dalle Edizioni Paoline il testo ha una sua edizione aggiornata che ha aggiunto un capitolo sull’esperienza di Gaza. Gennaro Giudetti sarà ospite a San Giorgio jonico dove ha ricevuto (lo stesso consegnato nelle mani dei suoi genitori Angela Massafra e Marcello Giudetti) negli scorsi giorni il prestigioso Premio Città delle Tagghiate, conferito alle eccellenze del territorio pugliese. dall’amministrazione comunale del comune a ridosso del capoluogo ionico.
Nel corso di quella serata ha affidato ad un messaggio video le sue parole di ringraziamento. Sabato 20 settembre invece potrà incontrare la stessa comunità che ha colto, al pari di tante altre, quel significato di germe che porta frutto rischiando in proprio, arricchendosi , è vero, della forza della vita e della umanità intera, squarciando, almeno è questo il tentativo, le nostre solide certezze, spesso con poco in tilt. La storia di Gennaro, dunque, continua ad illuminare quelle persone che sovente chiedono: cosa posso fare io per cambiare il mondo? A ciascuno la propria piccola croce da portare in ogni dove. La propria porzione di dolore che ritrova l’unico slancio attraverso la salvezza al servizio della verità e della giustizia. Ne abbiamo davvero bisogno tutti. 

Diocesi

MinutaContemporanea, un’opera d’arte contemporanea donata alla basilica cattedrale di San Cataldo di Taranto

Il 19 settembre la cerimonia ufficiale nella cripta di San Cataldo

18 Set 2025

Domani, venerdì 19 settembre, alle ore 18.30, nella cripta della Cattedrale di San Cataldo a Taranto, si terrà la cerimonia di consegna di una preziosa opera d’arte contemporanea, donata all’arcidiocesi dall’avvocato Maria Cristina Lenoci.

La donatrice: giurista, promotrice culturale e mecenate.
Nata a Novara il 23 settembre 1964, Maria Cristina Lenoci si è laureata in Giurisprudenza con lode alla Luiss di Roma. Avvocato amministrativista di rilievo, opera tra Taranto e Roma, con competenze in appalti pubblici, concessioni, diritto ambientale, sanitario e antitrust. È iscritta alla Camera amministrativa di Roma e svolge anche un’intensa attività di consulenza, formazione giuridica e divulgazione scientifica.
Accanto alla sua professione, l’avvocata Lenoci si distingue per un mecenatismo colto e responsabile, volto a valorizzare l’arte e il patrimonio spirituale. Da anni sostiene artisti emergenti, progetti culturali, donazioni ad enti pubblici e religiosi e iniziative di restauro. Gesti che testimoniano un profondo impegno nel promuovere una cultura della memoria, della bellezza e del dialogo.

L’artista: Lorenzo Montinaro e la memoria come forma d’arte.
L’opera è stata realizzata da Lorenzo Montinaro, artista nato a Taranto nel 1997 e attivo tra la sua città natale e Milano. Formatasi presso l’Accademia di Belle arti di Roma e lo Iuav di Venezia, Montinaro è membro del collettivo Friche. Il suo lavoro è stato presentato in numerosi contesti espositivi in Italia e all’estero, con una poetica che indaga la memoria, la perdita, l’oblio e la materia.
Attraverso un gesto simbolico e rituale, Montinaro recupera antiche lapidi, rimuovendo con cura parte delle iscrizioni: ciò che resta sono frammenti, segni, tracce incise, che diventano ferite visibili, pagine da contemplare e non da leggere. Le sue opere parlano di ciò che resta dopo la cancellazione: la possibilità di una rivelazione.
Una reliquia contemporanea: INRI, memoria che resiste.
L’opera donata era in origine una lapide funeraria. Attraverso l’intervento dell’artista, è stata trasformata in una reliquia contemporanea: superficie abrasa, scorticata, incisa da solchi che evocano piaghe e ali, colpi e piume. Al centro, le sole lettere rimaste sono INRI – Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum – simbolo eterno della Crocifissione.
Da memoria individuale a segno universale, la pietra diventa icona concettuale del sacrificio, capace di evocare l’esperienza di ogni vita silenziosa, dimenticata, ma non per questo priva di valore. Come scriveva Paul Celan, “nessuno testimonia per il testimone”: eppure questa pietra sembra farlo. Il filosofo Maurice Blanchotdefinisce la morte come “l’impossibile che ci riguarda”, con Lorenzo Montinaro, quell’impossibile si fa materia visibile, rivelazione nel silenzio della pietra.
L’opera sarà collocata in modo permanente nella cripta della Cattedrale, come spazio di contemplazione e non di rappresentazione. Un altare senza immagine, che non mostra ma evoca, invitando alla sosta e all’ascolto interiore.
Un gesto che unisce diritto, arte e spiritualità.
Questa donazione rappresenta molto più di un atto di generosità: è un segno di cura verso la comunità, un’azione che unisce diritto, arte, fede e memoria. L’opera si inserisce idealmente nel percorso della mostra personale di Lorenzo Montinaro, “Spirito Sangue”, allestita nella stessa Cattedrale dal 23 maggio al 30 settembre 2025: un viaggio attraverso la fragilità umana, il tempo e la sacralità. Ecco allora il messaggio che questa opera consegna a chi la guarda: ogni morte, anche la più silenziosa, anche la più dimenticata, contiene in sé il riflesso di una promessa. La promessa che nel sacrificio di ciascuno si riverbera il sacrificio di tutti, e che nell’oblio di un nome può ancora brillare la parola che attraversa la storia: INRI

La cerimonia di presentazione
L’evento sarà presieduto da mons. Emanuele Ferro, parroco della basilica cattedrale di Taranto, con la partecipazione dell’artista, della donatrice, delle autorità civili e religiose e dei rappresentanti del mondo della cultura.
Introduce: Paola Mancinelli – Minuta Contemporanea.

Teatro

Calenda e Ovadia aprono il Taras Teatro Festival

L’avvio, venerdì 19 e sabato 20 settembre, della terza edizione del festival diretto da Massimo Cimaglia

18 Set 2025

Due grandi maestri del teatro italiano, Antonio Calenda e Moni Ovadia, segnano l’avvio a Taranto, venerdì 19 e sabato 20 settembre, della terza edizione del «Taras Teatro Festival – Scena antica e visioni contemporanee», che con la direzione artistica di Massimo Cimaglia esplora intorno al tema «L’ombra della guerra» i miti del passato e i conflitti di oggi, riletti dentro le radici del teatro.
Venerdì 19 settembre, alle ore 21, nell’auditorium TaTÀ, Antonio Calenda prima riceverà il Premio Taras Teatro Festival, una prestigiosa statuetta per la quale il noto ceramista grottagliese, Cosimo Vestita, si è ispirato a un modello antico, poi si renderà protagonista della lezione-spettacolo «Indagini sull’Orestea» prodotta dal Gruppo della Creta sull’unica trilogia tragica pervenutaci dal mondo antico.
Una straordinaria carriera registica, iniziata nel 1965 col Teatro sperimentale 101 e il coinvolgimento di Gigi Proietti, Virginio Gazzolo e Piera degli Esposti, e proseguita sino ad oggi con centinaia di rappresentazioni, da Shakespeare a Brecht, diventate storia del teatro italiano, Calenda si fa guida di un potentissimo viaggio nelle pieghe di un’opera immortale. Con «Orestea» Eschilo vinse le Grandi Dionisie nel 458 a. C. narrando in «Agamennone» l’assassinio del protagonista da parte della moglie Clitemnestra, l’uccisione di lei da parte del figlio Oreste per vendetta in «Coefore» e la persecuzione di quest’ultimo subita dalle Erinni, con successiva assoluzione del tribunale dell’Areopago, nel terzo e ultimo dramma intitolato «Eumenidi».  Il motivo tragico della passione e della paura che permea la sequenza di delitti, accende ancora oggi una riflessione etica sui concetti di giustizia, coscienza personale e di Stato, facendo di quest’opera antica un reperto da esaminare e scandire, con la consapevolezza che ci deriva dal presente minaccioso e drammatico.

A sua volta, Moni Ovadia, l’«ebreo errante» del teatro italiano e intellettuale poliedrico, ideatore di un teatro dalla particolare cifra stilistica, sabato 20 settembre, alle ore 21, nel teatro Fusco, sarà diretto da Daniele Salvo, anche lui interprete in scena con Barbara Capucci, in una rilettura moderna di uno tra i più grandi autori latini firmata da Luigi Di Raimo. Lo spettacolo, intitolato «Ovidio il poeta relegato. Metamorfosi dell’esilio», una produzione Kairòs, accende i riflettori sulla vicenda umana del cantore dell’amore che venne cacciato da Roma dal principe Augusto raccontata in uno spettacolo impreziosito dalle musiche originali di Marco Podda e Patrizio Maria D’Artista.
In seguito a un editto voluto da Augusto, nell’8 d.C., Publio Ovidio Nasone è costretto ad abbandonare Roma per la remota città di Tomi. Di quella terribile esperienza restano custodi le lettere inviate ai propri cari in patria, pagine in cui la realtà del dolore personale si trasforma in poesia e la vicenda umana dell’esule richiama le sorti infelici da lui immortalate nelle «Metamorfosi». È Ovidio stesso a paragonarsi ad esse, riconoscendo nelle storie di quei corpi trasformati una perfetta rappresentazione del proprio destino mutato. Così, in questo «doppio soliloquio a più voci», un solitario Ovidio è impegnato in un dialogo a distanza con la moglie, in cui si uniscono nel ricordo alcuni tra i miti più struggenti dell’opera che il poeta considerata specchio e immagine del proprio destino.
In un viaggio tra le pagine più alte della letteratura di ogni tempo, tradotte e riadattate per la scena, lo spettacolo ripercorre, pertanto, la personale metamorfosi di Ovidio, da poeta ad esule, in un intreccio che fonde realtà e letteratura, biografia e mito. E in questo racconto umano di dolore e di speranza, di trasformazione e fedeltà, di ricostruzione di un’identità compromessa, Ovidio è Moni Ovadia, artista e uomo di cultura, coraggioso intellettuale attento alla convivenza tra le civiltà, da sempre impegnato in difesa dei diritti e della pace, nonché artista dotato di un umorismo originale e pungente, e in qualche modo esule anche lui nella propria condizione di profugo nato in Bulgaria, in una famiglia ebraico-sefardita (greco-turca da parte paterna, serba da parte di madre), e cresciuto a Milano. Ed è proprio nell’incontro di queste culture che risiede la cifra dell’esistenza di un artista cosmopolita capace di costruire nella differenza la propria identità.
Il Taras Teatro Festival è realizzato con l’organizzazione di Terra Magica Arte e Cultura e la collaborazione della compagnia Crest, il contributo di Ministero della Cultura, Regione Puglia, Comune di Taranto e Puglia Culture, il prezioso sostegno di Itsmobilità academy, TP Italia, Fondazione Taranto 25, Banca Patrimoni Sella e Erredi Consulenze assicurative e i patrocini di Inda, Istituto Nazionale del Dramma Antico, Università di Bari, Museo archeologico nazionale di Taranto – MArTa, Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo, Marina Militare italiana e Istituto e per la storia e l’archeologia della Magna Grecia.
Biglietti per il teatro comunale Fusco – 15 euro (platea)/10 euro galleria (5 euro studenti)
Biglietti per l’auditorium TaTÀ – 10 euro (5 euro studenti)
Abbonamento a tutti gli spettacoli 88 euro
I biglietti sono acquistabili su vivaticket.com o all’auditorium TaTÀ
Gli abbonamenti sono acquistabili all’auditorium TaTÀ
Info 333.2694897

Presentazione libro

A Carosino, nuovo appuntamento della rassegna ‘Storie libere, incontri letterari’

Sarà presentato il libro ‘Soffia il vento’ realizzato da Pamela Barba e Alessandro Capurso

18 Set 2025

Questa sera, giovedì 18 settembre alle ore 20, nel palazzo ducale d’Ayala Valva di Carosino, nuovo appuntamento della rassegna ‘Storie libere, incontri letterari’.

Sarà presentato il libro ‘Soffia il vento’ realizzato a quattro mani da Pamela Barba e Alessandro Capurso, due fotografi che si sono occupati della questione Ilva da un punto di vista architettonico, paesaggistico, urbanistico, oltre che storico.

È prevista anche la proiezione di un piccolo video documentario di 10 minuti e poi gli autori parleranno del loro lavoro.
Come sempre si possono intavolare discussioni e riflessioni libere.

“Essendo un argomento caldo e importante per tutto il territorio jonico, sarebbe bello avere un evento partecipato”, ha scritto in una nota l’assessora alla cultura del Comune carosinese, Ylenia Piccinni, prima di ricordare che quest’evento – come tutti quelli di questa rassegna letteraria – è ad accesso libero, “per godere di una serata piacevole di riflessione e confronto”.

 

Diocesi

Al Rosario di Talsano, le reliquie di San Giuseppe da Copertino

18 Set 2025

Oggi, giovedì 18 settembre, a Talsano, la parrocchia di Maria Santissima del Rosario accoglierà le reliquie di San Giuseppe da Copertino, patrono degli studenti. Alle ore 18 ci sarà l’accoglienza e l’intronizzazione delle reliquie, con il santo rosario alle ore 18.30 e alle ore 19 la celebrazione della santa messa presieduta dal parroco don Armando Imperato.

Celebrazioni per Padre Pio
Inoltre nei giorni 20-21-22 settembre sempre al Rosario di Talsano avrà luogo il triduo di preghiera in preparazione alla festa di San Pio da Pietrelcina:alle ore 18.30 seguito dalla santa messa alle ore 19. Lunedì 22, alle ore 20.30 sarà esposto solennemente il Santissimo Sacramento e alle ore 22 si svolgerà  la solenne celebrazione eucaristica con la lettura del Transito di Padre Pio.

Pellegrinaggio

Il solenne pellegrinaggio giubilare al Santuario della Madonna della Mutata

18 Set 2025

di Silvano Trevisani

Un evento storico è stato, per le comunità di Grottaglie e Montemesola, il pellegrinaggio giubilare al Santuario della Madonna della Mutata. Organizzato dalla vicaria zonale, il pellegrinaggio verso una delle chiese giubilari indicate dalla diocesi di Taranto, ha coinvolto circa cinquecento fedeli, la gran parte dei quali si è ritrovata al convento di San Francesco di Paola, nella cui parrocchia il santuario rientra. Da lì è partito il lungo corteo che ha impiegato circa due ore per raggiungere a piedi l’antico luogo di culto, a sei chilometri dal paese in direzione Nord. Una bellissima giornata di sole settembrino ha reso piacevole il pellegrinaggio, in puro spirito giubilare, inducendo alla riflessione e alla preghiera i partecipanti, nel segno della Vergine Maria. Come è noto, il santuario risale, nel suo primo insediamento, al X secolo e si trovava nel mezzo della estesa foresta che copriva il territorio, per questo definito “In silvis”.

L’appellativo di Mutata fa riferimento a un fatto prodigioso che sarebbe accaduto nel 1359. In quegli anni vi era un contenzioso piuttosto duro tra i grottagliesi e i martinesi circa il possesso della Chiesa. L’immagine della Madonna, dipinta sulla parete a sud guardava verso Martina, il che era motivo per i martinesi per vantare il diritto di possesso. Ma un giorno la stessa immagine fu trovata dipinta sulla parete a nord: guardava cioè verso Grottaglie. Questo evento miracoloso avrebbe originato l’intitolazione della chiesa, che fu eretta a santuario dall’arcivescovo di Taranto Ferdinando Bernardi il 1° aprile 1954. É da sempre luogo di culto per i grottagliesi, che in passato attribuivano spesso in nome di Maria Mutata alle bambine e celebravano solennemente le ricorrenze legate alla Vergine, che è anche compatrona della città.

Tutti i sacerdoti della vicaria, con l’arcivescovo emerito di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, hanno partecipato alla solenne concelebrazione presieduta dall’arcivescovo Ciro Miniero, presenti anche i sindaci di Grottaglie e Montemesola, Ciro D’Alò e Ignazio Punzi, aperta dal messaggio di saluto e ringraziamento rivolto all’arcivescovo dal parroco dei Paolotti padre Salvatore Palmino.

Nell’omelia, monsignor Miniero ha preso spunto dal Vangelo di Luca, che proponeva il miracolo di Naim, dove Gesù, mosso a compassione, frma un corte funebre, ridà la vita a un giovanetto morto, riconsegnandolo alla madre. Facendo riferimento agli eventi drammatici che si registrano in questi tempi, monsignor Miniero ha sottolineato come, nei giorni difficili siamo tutti tentati di fare i bagagli e andarcene. Invece di affrontare le situazioni, ne cerchiamo altre che possano essere più gratificanti.
“Questo – ha commentato – succede a tutti i livelli: sociale, politico, umano, familiare. Dinanzi alle situazioni che possono chiedere a noi un impegno maggiore per poter comprenderle e per poterci star dentro, per essere consolazione conforto e sostenere il dolore degli altri”.

“Gesù invece, ferma il corteo dinanzi alla tragedia umana. La sua parola in quel momento si fa silenzio. E continua a parlare con il silenzio perché quel silenzio è eloquente. Sta allacciando una relazione nella sofferenza di quella donna, sta creando con una parola che incoraggia fatta di silenzio. Quanti altri spunti di riflessione ci offre la pagina del Vangelo. Ci aiuta a comprendere meglio il nostro stile di vita cristiano. Ci indica come stare vicino a ogni situazione di sofferenza e non solo a quella che viene in seguito alla morte di un amico o di un parente. Ma dinanzi alla situazione di ogni sofferenza umana. Dobbiamo stare attenti a non passare oltre, a non “lasciar passare il corteo”.

Questa pagina del Vangelo – ha aggiunto l’arcivescovo – ci insegna il rispetto, la comprensione dell’altro, ci invita a essere accoglienti sempre. Così come ogni persona ogni famiglia. Sa di camminare insieme con gli altri: non possiamo pensare di vivere una vita da soli, isolati.
Ogni comunità come ogni persona ogni famiglia sa che deve poter contare sugli altri ma anche sostenere gli altri.

“La pace – ha poi aggiunto – è accogliere l’altro. Camminare insieme all’altro. Per il bene di tutti. Questa è la via della pace. Il Santo Padre Papa Leone ci ha detto subito, appena eletto al soglio di Pietro: “la pace sia con voi”. È il saluto apostolico con il quale gli apostoli salutavano le comunità. Il saluto del Signore nella notte di Pasqua. Il saluto che da sempre ogni ebreo rivolge all’altro. Ma chi ha realizzato questa pace? È la croce del figlio, è Gesù che l’ha realizzata, donando se stesso”.

In chiusura, il vicario zonale, don Gianni Longo, ha invitato tutti i presenti a recitare l’Atto di affidamento a Maria della Mutata, composto per l’occasione.

Al termine della celebrazione, monsignor Miniero ha visitato la chiesa e gli ambienti dell’antico convento, compreso il bel chiostro, compiutamente ristrutturato dall’architetto Antonio Annicchiarico, che è l’attuale proprietario dell’intero complesso adiacente al quale sorge il Santuario.

Rigenerazione sociale

Fondazione Giulia Cecchettin e Differenza Donna: un nuovo Centro antiviolenza e un piano formativo per la Polizia di Stato

ph Siciliani Gennari-Sir
17 Set 2025

di Giovanna Pasqualin Traversa

“Onorare la memoria di Giulia non solo con le parole, ma con azioni che incidano realmente sulla vita delle persone”. Gino Cecchettin (nella foto in basso), presidente della Fondazione intitolata alla figlia Giulia, ha spiegato così i due progetti frutto della partnership tra la Fondazione Giulia Cecchettin e l’associazione nazionale Differenza Donna Aps/ong, presentati il 16 settembre a Roma, all’Associazione della stampa estera. Un modello virtuoso di collaborazione tra enti del terzo settore e istituzioni, capace di generare un impatto reale e duraturo.

ph Fondazione Giulia Cecchettin-Sir

Un passo concreto nella lotta contro la violenza maschile sulle donne

Questo intendono costituire le due iniziative nate dalla nuova collaborazione tra le due realtà: l’apertura del Centro antiviolenza “Appia Annia Regilla” e un percorso formativo rivolto a 180 operatori della polizia di Stato.

Accogliere, ascoltare e proteggere. Il nuovo Centro antiviolenza (Cav) sorgerà a Roma, in via Tacito 90, in un immobile confiscato alla criminalità e affidato a Differenza Donna. Sarà attivo h24 tramite il numero 3520075920 e gestito da operatrici specializzate, affiancate da mediatrici culturali quando necessario. Il Centro offrirà ascolto qualificato, orientamento e tutela legale, supporto psicologico e sanitario, e accompagnerà le donne nel percorso di uscita dalla violenza con progetti di inclusione lavorativa e sociale. “La nostra Fondazione – ha spiegato Cecchettin – ha ricevuto molte richieste di aiuto da parte di donne che cercano ascolto, protezione e strumenti per uscire dalla violenza. Attraverso questa partnership possiamo dar loro risposte ancora più immediate, qualificate e accessibili”. Il team legale di Differenza Donna, composto da 22 avvocate, garantirà un primo orientamento sui diritti delle donne, sulla responsabilità genitoriale e sugli strumenti di difesa giudiziaria.

ph Differenza donna-Sir

Riconoscere, intervenire, sostenere.  Parallelamente all’apertura del Centro antiviolenza, prende il via un progetto formativo rivolto a 180 operatori e operatrici della Polizia di Stato. Il percorso – sei cicli da 12 ore ciascuno – mira a rafforzare le competenze nel riconoscere e contrastare la violenza di genere. I partecipanti approfondiranno il quadro normativo – dalla Convenzione di Istanbul al codice rosso, fino alla legge 168/2023 – e apprenderanno l’uso di strumenti di valutazione e gestione del rischio come i protocolli Sara (Spousal Assault Risk Assessment) e Isa (Increasing Self Awareness).

“La sinergia tra istituzioni e mondo delle associazioni e del volontariato – ha sottolineato presentando il progetto Maria Luisa Pellizzari, già vicecapo della Polizia di Stato e oggi nel cda della Fondazione Cecchettin – è da sempre la cifra che contraddistingue l’azione della Polizia di Stato nel contrasto e nella prevenzione della violenza di genere”.

Violenza assistita

Il programma formativo includerà anche moduli sulla raccolta protetta delle denunce, sulla costruzione di un clima di fiducia con le vittime e sulla riduzione del rischio di vittimizzazione secondaria. Particolare attenzione verrà riservata alla violenza assistita e alla tutela di bambine, bambini e adolescenti, con focus sul ruolo della Polizia nei contesti familiari, scolastici e digitali.

Elemento qualificante del percorso sarà la redazione di un manuale operativo per la Polizia di Stato, contenente linee guida aggiornate, procedure e buone prassi per uniformare gli interventi su tutto il territorio nazionale.

ph Differenza donna-Sir

Al centro la donna e i bambini

Queste azioni, ha spiegato la presidente di Differenza  Donna, Elisa Ercoli, “sono la risposta ad una profonda conoscenza dei bisogni delle donne e della nostra società. Attiviamo un centro antiviolenza nazionale che sa accogliere le donne e orientarle e sostenerle per affrontare i troppi ostacoli strutturali presenti nella nostra società italiana”. Ma non solo: “faremo formazione alle Forze di Polizia – ha proseguito – per collaborare avendo sempre al centro la donna, le bambine e i bambini che abbiano subito questa grave violazione dei diritti umani, perché questo è la violenza maschile”.

L’apertura del Centro antiviolenza e il percorso di formazione rivolto alla Polizia di Stato, ha concluso Cecchettin, “segnano un passo concreto per dare più forza e più strumenti sia alle donne che denunciano, sia a chi è chiamato a proteggerle. Per noi significa onorare la memoria di Giulia non solo con le parole, ma con azioni che incidano realmente sulla vita delle persone”.

Udienza generale

Leone XIV all’udienza generale: “A Gaza condizioni inaccettabili”

ph Vatican media-Sir
17 Set 2025

“Esprimo la mia profonda vicinanza al popolo palestinese a Gaza, che continua a vivere nella paura e a sopravvivere in condizioni inaccettabili, costretto con la forza a spostarsi ancora una volta dalle proprie terre”. Leone XIV ha concluso l’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro con l’appello per la pace finora più forte del pontificato.

“Davanti al Signore Dio onnipotente, che ha comandato ‘Non ucciderai’, e al cospetto dell’intera storia umana, ogni persona ha sempre una dignità inviolabile da rispettare e da custodire”, ha denunciato il Papa: “Rinnovo l’appello al cessate il fuoco, al rilascio degli ostaggi, alla soluzione diplomatica negoziata, al rispetto integrale del diritto umanitario internazionale. Invito tutti ad unirsi alla mia accorata preghiera, affinché sorga presto un’alba di pace e di giustizia”.
Udienza speciale, quella di oggi, durante la quale Leone ha ricevuto gli auguri di buon onomastico dalla piazza e dai lettori della sintesi della catechesi nelle varie lingue, da lui ringraziati al termine dell’udienza, dedicata al mistero del Sabato santo e pronunciata ai piedi della statua della Madonna Addolorata che piange il Figlio morto, immagine molto cara alla devozione popolare.

“Il Figlio di Dio giace nel sepolcro. Ma questa sua assenza non è un vuoto: è attesa, pienezza trattenuta, promessa custodita nel buio”, l’esordio della catechesi: “È il giorno del grande silenzio, in cui il cielo sembra muto e la terra immobile, ma è proprio lì che si compie il mistero più profondo della fede cristiana. È un silenzio gravido di senso, come il grembo di una madre che custodisce il figlio non ancora nato, ma già vivo. Il corpo di Gesù, calato dalla croce, viene fasciato con cura, come si fa con ciò che è prezioso. L’evangelista Giovanni ci dice che fu sepolto in un giardino, dentro un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto.  Nulla è lasciato al caso”. Quel giardino, per il Papa, “richiama l’Eden perduto, il luogo in cui Dio e l’uomo erano uniti. E quel sepolcro mai usato parla di qualcosa che deve ancora accadere: è una soglia, non un termine. All’inizio della creazione Dio aveva piantato un giardino, ora anche la nuova creazione prende avvio in un giardino: con una tomba chiusa che, presto, si aprirà”.
“Noi facciamo fatica a fermarci e a riposare. Viviamo come se la vita non fosse mai abbastanza. Corriamo per produrre, per dimostrare, per non perdere terreno”, la denuncia del pontefice: “Ma il Vangelo ci insegna che saperci fermare è un gesto di fiducia che dobbiamo imparare a compiere”. Secondo la Legge ebraica, infatti, il Sabato Santo è anche un giorno di riposo, in cui non si deve lavorare: ”dopo sei giorni di creazione, Dio si riposò”. Ora anche il Figlio, dopo aver completato la sua opera di salvezza, riposa: “Non perché è stanco, ma perché ha terminato il suo lavoro. Non perché si è arreso, ma perché ha amato fino in fondo. Non c’è più nulla da aggiungere. Questo riposo è il sigillo dell’opera compiuta, è la conferma che ciò che doveva essere fatto è stato davvero portato a termine. È un riposo pieno della presenza nascosta del Signore”.“Il Sabato santo ci invita a scoprire che la vita non dipende sempre da ciò che facciamo, ma anche da come sappiamo congedarci da quanto abbiamo potuto fare”, ha commentato Leone: “Nel sepolcro, Gesù, la Parola vivente del Padre, tace. Ma è proprio in quel silenzio che la vita nuova inizia a fermentare. Come un seme nella terra, come il buio prima dell’alba”.

“Dio non ha paura del tempo che passa, perché è Signore anche dell’attesa”, l’immagine scelta da Prevost. “Anche il nostro tempo ‘inutile’, quello delle pause, dei vuoti, dei momenti sterili, può diventare grembo di risurrezione”, ha assicurato: “Ogni silenzio accolto può essere la premessa di una Parola nuova. Ogni tempo sospeso può diventare tempo di grazia, se lo offriamo a Dio. Gesù, sepolto nella terra, è il volto mite di un Dio che non occupa tutto lo spazio. È il Dio che lascia fare, che attende, che si ritira per lasciare a noi la libertà. È il Dio che si fida, anche quando tutto sembra finito. E noi, in quel sabato sospeso, impariamo che non dobbiamo avere fretta di risorgere: prima occorre restare, accogliere il silenzio, lasciarci abbracciare dal limite. A volte cerchiamo risposte rapide, soluzioni immediate”, ha osservato Leone: “Ma Dio lavora nel profondo, nel tempo lento della fiducia”.
Il sabato della sepoltura, allora, “diventa il grembo da cui può sgorgare la forza di una luce invincibile, quella della Pasqua”.

“La speranza cristiana non nasce nel rumore, ma nel silenzio di un’attesa abitata dall’amore. Non è figlia dell’euforia, ma dell’abbandono fiducioso”, ha concluso il Papa citando l’esempio della Vergine, che “incarna questa attesa, questa fiducia, questa speranza”. “Quando ci sembra che tutto sia fermo, che la vita sia una strada interrotta, ricordiamoci del Sabato santo”, l’appello finale: “Anche nel sepolcro, Dio sta preparando la sorpresa più grande. E se sappiamo accogliere con gratitudine quello che è stato, scopriremo che, proprio nella piccolezza e nel silenzio, Dio ama trasfigurare la realtà, facendo nuove tutte le cose con la fedeltà del suo amore. La vera gioia nasce dall’attesa abitata, dalla fede paziente, dalla speranza che quanto è vissuto nell’amore, certo, risorgerà a vita eterna”.

Diocesi

Restauri in Cattedrale: nuova luce per le grandi tele della cappella del Santissimo

17 Set 2025

di Silvano Trevisani

La Basilica cattedrale di San Cataldo prosegue nel suo impegnativo progetto di riportare all’antico splendore i capolavori che custodisce, dietro la sollecitazione del suo parroco, monsignor Emanuele Ferro. In questi giorni è in corso il restauro delle due grandi tele custodite nella cappella del Santissimo. Ad affiancare il progetto con un importante sostegno economico è il Gruppo Italcave, che lo ha preso a cuore intravedendone il significato sociale e culturale. Come ci testimonia Giovanni De Marzo, ad del Gruppo Italcave che abbiamo contattato:

“Italcave s.p.a. ha deciso di sostenere il restauro della Cappella del Santissimo nel Duomo di San Cataldo a Taranto e delle tele in essa esposte, riconoscendo in questo intervento un’importante occasione per contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico della città.

La nostra azienda, da sempre attenta al legame con il territorio e alla promozione di iniziative di interesse collettivo, considera la tutela dei beni culturali un impegno concreto di responsabilità sociale. Con questo progetto – conclude De Marzo – intendiamo rafforzare il nostro contributo allo sviluppo della comunità tarantina, nella convinzione che la salvaguardia della sua identità culturale e spirituale rappresenti un valore condiviso e duraturo.”

Il restauro delle grandi tele è stato affidato alla nota restauratrici Maria Gaetana di Capua, che da anni è impegnata nel recupero delle opere d’arte nella nostra diocesi, oltre che in molte altre località della regione. Le abbiamo rivolto alcune domande sull’intervento in corso.

Quale valore artistico possiamo attribuire alle due grandi tele oggetto del restauro?

Le due grandi tele realizzate intorno al 1657 circa sono attribuite al pittore veneto Giovanni Molinari e raffigurano rispettivamente la “Caduta della Manna” e la “Moltiplicazione dei Pani e dei Pesci”. Il restauro è iniziato da qualche settimana. Le due tele risultano essere di pregio per la fattura e per le dimensioni: 8 metri di lunghezza per 3 di altezza.

In quali condizioni erano e quali problemi ponevano al momento dell’inizio del lavoro di restauro, posto che esse risultano essere state restaurate in passato?

In questa prima fase si sta eseguendo uno studio preliminare attraverso un’analisi mirata e attenta per individuare tutte le metodologie idonee al fine di eseguire un restauro senza alterare in alcun modo tutti gli elementi originari delle due opere. Da un primo esame le opere risultano avere subito degli interventi di restauro intorno agli anni 60-70 del XX secolo.

Come si sono evolute le tecniche del restauro negli ultimi sessant’anni?

Attualmente le tecniche di restauro hanno subito una evoluzione significativa, grazie all’avanzamento della tecnologia e a un approccio sempre più scientifico, con un’attenzione particolare alla conservazione dell’integrità e dell’autenticità delle opere d’arte.

Che tipo di intervento  richiedono, anche in considerazione delle dimensioni notevoli?

In conseguenza delle grandi dimensioni delle due tele, il restauro richiede comprovata esperienza al riguardo.

La loro conservazioni impone accorgimenti particolari?

Per la conservazione delle opere d’arte è fondamentale controllare i fattori ambientali come temperatura, umidità e luce, oltre a prestare attenzione alla loro esposizione. Sono particolarmente dannosi ambienti con sbalzi termici, umidità elevata e luce solare diretta. Inoltre, per una buona conservazione nel tempo bisognerebbe avvalersi della consulenza di restauratori specializzati.

Alla luce del lavoro che svolge in maniera pressoché continuativa, cosa può dire sul patrimonio iconografico del territorio e soprattutto sul suo generale stato di conservazione?

Posso testimoniare di aver contribuito a gran parte del recupero di questo patrimonio storico artistico e devozionale pugliese, ma sento di sottolineare la necessità della diffusione di una cultura rivolta alla salvaguardia e alla corretta conservazione delle opere d’arte. Abbiamo bisogno della cultura del restauro e allo stesso tempo della cultura del saper conservare l’importantissimo patrimonio storico artistico di questa splendida terra.

 

Diocesi

Mons. Marco Gerardo: l’esempio di mons. Papa e dello zio, don Larizza

ph G. Leva
17 Set 2025

Anni trascorsi dividendosi fra la concattedrale, parrocchia di appartenenza (nel periodo della scuola) e quella del Corpus Domini (d’estate), arricchendosi dell’esperienza presbiterale dello zio parroco, don Luigi Larizza, il cui esempio di donazione al prossimo sarà poi fondamentale per il suo sacerdozio. Così è stata la giovinezza di mons. Marco Gerardo, che il 21 agosto scorso ha compiuto 50 anni e che il 25 settembre prossimo festeggerà i 25 anni di ordinazione.

“Sin da piccolo non ho mai avuto dubbi su quello che sarebbe stato il mio futuro – racconta –. Perciò, appena ultimata la media alla scuola Volta, iniziai il cammino verso il sacerdozio frequentando per due anni il seminario a Martina Franca, passando poi a quello di Poggio Galeso e, per ultimo, l’Almo Collegio Capranico a Roma. Infine, il 21 settembre del 2000, in Concattedrale, la tanto attesa ordinazione presbiterale”.

Figura fondamentale nel sacerdozio di don Marco è stata quella dell’arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa, per lui quasi un padre. “Ebbi modo di incontrarlo per le prime volte da seminarista, assistendolo nelle celebrazioni in con cattedrale sotto la guida dell’allora cerimoniere, il compianto don Mimino Quaranta – racconta –. In quelle circostanze non mancava il suo apprezzamento per il mio impegno nell’ambito della liturgia. Così nel 1999, quando ero ancora diacono, quando mons. Papa fu nominato padre sinodale al Sinodo sulla Parola (presieduto dal cardinal Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI) mi volle con sé in Vaticano per l’approntamento delle sintesi dei suoi interventi. In pratica ogni mattina, dal lunedì al venerdì, alle ore 5.30 dovevo essere da lui per ricevere i manoscritti che poi dovevo trascrivere al computer e consegnarli, alle 8 in punto, con il relativo dischetto dove ne effettuavo il salvataggio”.

Quella esperienza sfociò, due anni dopo, nella chiamata al suo servizio quale segretario particolare, quando don Marco pensava invece di poter completare la specializzazione al Capranico.

“Fu un impegno gravoso e pieno di responsabilità, finalizzato in gran parte ad alleggerire le numerose incombenze quotidiane di mons. Papa – riferisce –. Mi colpiva la sapienza con cui affrontava le questioni più gravose, non seguendo l’istinto ma facendosi illuminare dalla preghiera e dal confronto con la Parola di Dio. Di lui mi rimaneva impressa anche la particolare capacità di percepire gli sviluppi delle varie vicende della diocesi e di comprendere appieno le questioni sociali. Il rapporto pressoché filiale con lui si approfondì nel periodo della malattia e soprattutto del delicato intervento al cuore; nel periodo del ricovero in ospedale, praticamente non mi allontanai mai dal suo capezzale”.

Nel 2010, infine, la nomina a parroco del Carmine di Taranto. “Ne ebbi inizialmente grande timore in quanto non avevo mai avuto esperienza di parrocchia, nemmeno da vicario parrocchiale – conclude –. Mi risultò prezioso in questo l’insegnamento di mons. Papa, sull’importanza di valutare gli accadimenti negli sviluppi futuri, nella comprensione del territorio e delle sue potenzialità e mai agendo secondo progetti precostituiti e fatti cadere dall’alto. Preziosi inoltre furono i consigli di mio zio, don Luigi, soprattutto relativamente al rapporto con le persone, il quale la domenica mattina mi dà una mano con le confessioni”.

Diocesi

Don Luigi Larizza e gli inizi entusiasmanti al quartiere Paolo VI

ph G. Leva
17 Set 2025

di Angelo Diofano

“Eravamo otto figli, di cui sei viventi, in una famiglia compatta in cui regnava l’amore reciproco, dove però Dio era il grande assente. Papà, Gaetano, arsenalotto, era infatti comunista convinto e non andava in chiesa, preferendo raccontarci le gesta del fratello (si chiamava Luigi, come me), ucciso dai fascisti, il cui nome è inciso, assieme ad altre vittime dell’eccidio, sulla lapide murata sulla facciata di palazzo di città”.

È questo il racconto di don Luigi Larizza, 76 anni compiuti a luglio, che festeggia i 50 anni di sacerdozio.

In questo particolare contesto di vita familiare, ad appena sette anni giunse inaspettatamente la chiamata alla vita presbiterale. “Sia pure inizialmente sorpreso – riferisce don Luigi – papà mi accompagnò dal parroco, don Nunzio Mannara (allora abitavo in via La Spezia e perciò la mia parrocchia era la Santa Teresa) il quale ne fu anche lui meravigliato, conoscendo bene come la pensava mio padre. Così, dopo un breve periodo di discernimento, in cui fui seguito anche dal prof. Gambalonga, persona meravigliosa, iniziai a frequentare la quinta elementare e la prima media all’allora seminario minore di Martina Franca, passando poi a quello di Taranto (allora in città vecchia) e poi al quinquennio di studi teologici al maggiore di Mondovì, assieme al compianto don Gianfranco Bramato e a don Nino Borsci”.

Il 20 settembre, finalmente, l’ordinazione sacerdotale impartita da mons. Guglielmo Motolese, svoltasi in una Concattedrale gremitissima, con tutta la famiglia schierata ai primi banchi, con il papà visibilmente orgoglioso e nel contempo emozionato.

Primo incarico pastorale fu proprio alla ‘Gran Madre di Dio’, con mons. Francesco Marinò quale parroco.

Nel ’78 don Luigi fu chiamato in arcivescovado da mons. Motolese per la proposta di diventare parroco alla nascente comunità del Corpus Domini al quartiere Paolo VI. “Non mi dire di no” – fece implorante don Guglielmo al giovane sacerdote, in attesa della risposta, nella consapevolezza della delicatezza della realtà di quel quartiere piuttosto difficile. “Risposi subito di sì e mi diressi alla nuova destinazione, rendendomi subito conto delle difficoltà che mi si prospettavano – dice –La chiesa infatti si riduceva a un locale in disuso, precedentemente adibito ad attività di torrefazione, dove celebravo la santa messa una volta la settimana, alternando con quella alla San Francesco e Geronimo (parroco don Cosimo Russo)”.

Don Luigi rammenta con grande nostalgia quegli anni, all’inizio un po’ difficili. “Con l’aiuto di Dio – racconta – ho realizzato dal nulla la parrocchia, con la gente che non solo non partecipava ma che mi ostacolava e con i ragazzini che mi costringevano a interrompere la Messa di Natale per i fragorosi botti sparati sul sagrato. Passo dopo passo, però, ne è venuta una comunità meravigliosa che mi ha sempre voluto bene e non mi ha mai lasciato solo”.Fra i momenti più significativi, l’inaugurazione della nuova chiesa con tutte le attrezzature connesse, la processione natalizia fino a notte fonda e la veglia eucaristica del primo sabato del mese che si concludeva a mezzanotte con la Santa Messa (vi giungevano anche dalla Calabria). Fra le altre iniziative, la tre giorni di eventi ‘Insieme contro la droga’, con le significative testimonianze di personalità impegnate in questo settore. “E poi non posso non rammentare l’emozione per la visita di Giovanni Paolo II al quartiere, dove ricevette il saluto dei miei parrocchiani” – dice.

Nell’ambito giovanile fu importante l’ insegnamento alla scuola media ‘Ungaretti’ (ne fu anche vice preside) dove riuscì ad avvicinare alla fede diversi ragazzi, potendo contare anche sulla preziosa collaborazione del collega prof. Stefano Leogrande, allora direttore della Caritas diocesana, uno dei cosiddetti ‘santi della porta accanto’.

“Una grossa mano in parrocchia – continua – mi venne dalla comunità religiosa delle Sorelle della Misericordia che mi supportò nelle attività pastorale e fu in aiuto al quartiere, specialmente con il servizio infermieristico e la scuola di sartoria.

Dopo 27 anni intensi trascorsi al Corpus Domini, nel 2005 ci fu la chiamata dell’arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa a servire in un’altra parrocchia di periferia, quella del Sacro Cuore al quartiere Tre Carrare, fino ad allora retta dai padri salesiani. “Uno dei miei più  notevoli impegni – dice – fu quello della manutenzione straordinaria della struttura, lasciatami in non buone condizioni. Un giorno, ricordo, avvenne il crollo all’interno di una delle grandi vetrate laterali: per fortuna in una chiesa deserta perché altrimenti sarebbe stata una tragedia. Realizzammo fra l’altro l’impianto fotovoltaico, rimettemmo in sesto il teatro e facemmo affrescare interamente il campanile con l’ immagine del Sacro Cuore di Gesù”.

Nel 2024 e nel 2025 don Luigi operò al santuario della Madonna della Sanità a Martina Franca e poi, al compimento dei 75 anni, il meritato riposo nella sede della comunità terapeutica per le tossicodipendenze ‘Il Risorto’, da lui fondata, con il supporto del nipote, mons. Marco Gerardo.