Ricorrenze

Una ‘due giorni’ nel ricordo di don Pierino Galeone

12 Gen 2026

di Floriano Cartanì

San Giorgio jonico si prepara a vivere un momento di intensa commozione e riflessione sulla figura di don Pierino Galeone. Il 14 e 15 gennaio prossimi nell’auditorium Padre Pio della Casa dei Servi della sofferenza si terrà l’evento commemorativo ‘In ricordo del Padre’, dedicato appunto al sacerdote, figura spirituale e guida carismatica della comunità sangiorgese, nel primo anniversario della sua salita al Cielo. Nello specifico mercoledì 14 gennaio, alle ore 19, sarà celebrata la santa messa presieduta da mons. Giuseppe Russo, originario proprio di San Giorgio jonico e attualmente arcivescovo della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti.

Un appuntamento che non è solo liturgico, ma profondamente simbolico: un anno dopo la scomparsa di don Pierino, la comunità si raccoglie per rinnovare il legame spirituale col sacerdote che ha saputo incarnare con forza e dolcezza il carisma del servizio e della sofferenza. Il giorno seguente, giovedì 15 gennaio, alle ore 19.30, si terrà invece una tavola rotonda dal titolo «Don Pierino Galeone e il suo impegno per la comunità di San Giorgio Jonico». Sarà un’occasione unica quanto importante per rileggere la sua opera pastorale e sociale attraverso le voci di chi lo ha conosciuto e accompagnato nel suo cammino.
Nell’occasione interverrà il prof. Vittorio De Marco dell’Università del Salento, con una relazione che promette di restituire la profondità teologica e antropologica del pensiero dell’indimenticato sacerdote. A seguire, le testimonianze di mons. Franco Semeraro e di Giorgina Tocci, madre dell’istituto Servi della sofferenza, offriranno uno sguardo intimo e vissuto sull’eredità spirituale del sacerdote.

Don Pierino Galeone non è stato solo un fondatore, ma un padre nel senso più pieno del termine: guida, educatore, confidente. La sua opera ha lasciato un’impronta indelebile nella vita di tanti, soprattutto nei giovani, ai quali ha saputo trasmettere il valore della vocazione e della dedizione. La Casa Servi della sofferenza, da lui voluta e realizzata, è oggi più che mai il segno tangibile di un progetto che continua a vivere, alimentato dalla memoria e dall’impegno di chi ne ha raccolto il testimone. L’evento si inserisce in un contesto di rinnovata attenzione verso le radici spirituali della comunità jonica, in un tempo in cui il bisogno di riferimenti autentici si fa sempre più urgente.
‘In ricordo del Padre’ non è solo un titolo, ma una dichiarazione d’intenti: ricordare per continuare, celebrare per custodire, raccontare per tramandare.

La partecipazione è aperta a tutti, credenti e non, perché la figura di don Pierino Galeone ha saputo parlare al cuore di chiunque lo abbia incontrato. Un appuntamento che promette di essere non solo commemorativo, ma generativo: di pensiero, di fede, di comunità al punto tale che, forse, sarebbe il caso che le autorità civiche potessero mettere in atto la dedicazione di una via della cittadina a un insigne benefattore della comunità.

Angelus

La domenica del Papa – Battesimo, il sacramento che ci fa cristiani

ph Vatican media-Sir
12 Gen 2026

di Fabio Zavattaro

Venti bambini nella Cappella Sistina nel giorno che la chiesa fa memoria del battesimo di Gesù. Papa Leone battezzando i piccoli parla, nell’omelia, della fede che, dice, “è più che necessaria”, come il cibo e i vestiti; se queste non possono mancare così la fede “perché con Dio la vita trova salvezza”. Il pensiero del vescovo di Roma va a tutti i bambini che hanno ricevuto il battesimo, e in modo particolare “prego per i bimbi nati in condizioni più difficili, sia di salute sia per i pericoli esterni”.

Lo sguardo è rivolto al Medio oriente, “in particolare in Iran e in Siria, dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone”. Le proteste contro la Repubblica islamica hanno finora provocato, secondo le organizzazioni non governative, circa 460 morti e almeno 10 mila persone arrestate. Nella riflessione dopo la recita dell’angelus il Papa dice: “auspico e prego che si coltivi con pazienza il dialogo e la pace, perseguendo il bene comune dell’intera società”. Il vescovo di Roma ha parole anche per la situazione in Ucraina sottoposta a violenti bombardamenti: “nuovi attacchi, particolarmente gravi, indirizzati soprattutto a infrastrutture energetiche, proprio mentre il freddo si fa più duro, colpiscono pesantemente la popolazione civile. Prego per chi soffre e rinnovo l’appello a cessare le violenze e a intensificare gli sforzi per arrivare alla pace”.

In questa prima domenica dopo l’epifania Matteo ci mostra Gesù che scende confuso tra la folla dei peccatori in attesa di accettare il battesimo da Giovanni; scende nelle acque del fiume che scorre 400 metri sotto il livello del mare; scende dalla Galilea. Scende per unirsi a quanti vanno da Giovanni per immergersi con gli altri peccatori per poi risalire verso il Padre, compiendo un cammino che lo porterà nel deserto e quindi a compiere la missione per la quale è stato inviato dal Padre, cioè la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del peccato e del male. Quanta similitudine con il cammino del popolo di Israele che liberato dalla schiavitù, vaga nel deserto prima di raggiungere la terra promessa e bagnarsi nelle acque del fiume Giordano. Uno scendere, quello compiuto da Cristo, che si trasforma in un “salire” al Padre, perché egli è l’atteso, il Messia che “uscendo dalle acque del Giordano – afferma Benedetto XVI – stabilisce la rigenerazione nello Spirito e apre, a quanti lo vogliono, la possibilità di divenire figli di Dio”.

Il battesimo, afferma Leone XIV, è “il Sacramento che ci fa cristiani, liberandoci dal peccato e trasformandoci in figli di Dio, per la potenza del suo Spirito di vita”. immergendosi nel fiume Giordano “Gesù vede lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Nello stesso tempo, dai cieli aperti si ode la voce del Padre che dice: questi è il Figlio mio, l’amato. Allora tutta la Trinità si fa presente nella storia: come il Figlio discende nell’acqua del Giordano, così lo Spirito Santo discende su di lui e, attraverso di lui, ci viene donato quale forza di salvezza”.

Angelus nel quale Leone XIV afferma che “Dio non guarda il mondo da lontano, senza toccare la nostra vita, i nostri mali e le nostre attese”; viene in mezzo a noi per coinvolgerci “in un sorprendente progetto d’amore per l’intera umanità”, viene “per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare”. Ecco perché, di fronte a Giovanni che è “pieno di stupore” per la presenza del Signore, Gesù “si fa battezzare come tutti i peccatori, per rivelare l’infinita misericordia di Dio. Il Figlio unigenito, nel quale siamo fratelli e sorelle, viene infatti per servire e non per dominare, per salvare e non per condannare. Egli è il Cristo redentore: prende su di sé quello che è nostro, compreso il peccato, e ci dona quello che è suo, cioè la grazia di una vita nuova ed eterna”.

E questo accade “in ogni tempo e in ogni luogo”, afferma ancora il Papa, “introducendo ciascuno di noi nella Chiesa, che è il popolo di Dio, formato da uomini e donne di ogni nazione e cultura, rigenerati dal suo Spirito”.

Nel battesimo Gesù ha “accettato di farsi uomo”, affermava papa Ratzinger nell’epifania di quindici anni fa, anzi “si è abbassato per farsi uno di noi” e si è umiliato “fino alla morte in croce”. Il battesimo, spiega papa Leone XIV, “è un segno sacro, che ci accompagna per sempre. Nelle ore buie, il Battesimo è luce; nei conflitti della vita, il Battesimo è riconciliazione; nell’ora della morte, il Battesimo è porta del cielo”.

Ricorrenze

L’Ora di Gesù, segno importante di una Chiesa che sa come pregare

ph di G. Leva
12 Gen 2026

di Silvano Trevisani

“Un segno e una profezia”: così l’arcivescovo Ciro Miniero definisce l’Ora di Gesù, la pratica religiosa nata trent’anni fa dall’intuizione di una laica e subito adottata e formalizzata dall’allora arcivescovo Benigno Papa. Il trentennale è stato celebrato in Concattedrale con una concelebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo cui hanno partecipato l’arcivescovo emerito di Taranto Filippo Santoro, l’arcivescovo emerito di Potenza Salvatore Ligorio, l’assistente ecclesiastico diocesano monsignor Pasquale Morelli, oltre al vicario generale, monsignor Alessandro Greco, e numerosi parroci delle parrocchie in cui questa realtà è presente: una ventina delle diocesi di Taranto, Castellaneta e Mileto-Nicotera-Tropea (Calabria). Presenti all’iniziativa anche numerosi fedeli giunti dalla nostra e da altre diocesi, in rappresentanza dei circa mille che prendono assiduamente parte agli incontri di preghiera che si svolgono il lunedì dalle 20 alle 21, con l’obiettivo di “restare e vegliare con Gesù nella tarda sera, con l’impegno di recuperare la famiglia intorno all’Eucaristia e portare la propria esperienza negli ambienti dove si vive e si opera”.

 


“È un segno
– ci ha spiegato monsignor Miniero – perché quando il cuore di una persona si apre a una esigenza di fede, di amore, di preghiera, di attività nel mondo della carità, c’è sempre un disegno divino che bussa al cuore delle persone. Quando si agisce per riversare sul mondo una spinta indirizzata al bene e l’amore, manifestato in qualsiasi forma, è Dio stesso che si manifesta. È così che agisce l’Ora di Gesù che, dopo trent’anni, ancora parla al cuore delle persone, riunisce le famiglie, propone alla gente il mistero dell’Eucaristia per poter affrontare la propria esperienza di vita. Questi sono segni profetici per il nostro tempo che aiutano tutti quanti noi.
I carismi – sono ancora le sue parole – vengono suscitati dal Signore e lui ci fa capire quando un carisma ancora aiuta oppure c’è bisogno di un altro carisma per spingerci ancora meglio nella via del bene. È un’esperienza di base, che nasce dal popolo di Dio perché il Signore suscita i carismi nel cuore di chiunque: sono quei doni che egli dà per poter dialogare, parlare con le persone in ogni tempo”.

In apertura della concelebrazione, monsignor Morelli, assistente ecclesiastico, ha spiegato come
l’ora di Gesù sia stata veramente un’ispirazione dello Spirito Santo. Nata, insieme alla Chiesa, da una intuizione della signora Antonietta Palantone, riconosciuta dall’arcivescovo Papa e poi anche dagli altri arcivescovi successivi: “Un incontro importante in cui tantissime famiglie si sono ritrovate e si trovano attorno a Gesù il lunedì sera, in un’ora particolare, dalle 20 alle 21. Un’ora pensata proprio per le famiglie e per i giovani che lavorano e che magari non hanno la possibilità di prendere parte attiva alle celebrazioni negli orari consueti e che non possono essere presenti all’interno delle nostre parrocchie”. “Un momento anche di intimità con il Signore – lo ha definito – voluto apposta al lunedì per dare slancio alla settimana di lavoro e di impegni che inizia. I risultati sono stati fecondi perché dalle file dei gruppi dell’Ora di Gesù presenti nella nostra, ma anche in altre diocesi, sono uscite tante belle vocazioni per il mondo laicale, in grado di donare frutti alle parrocchie e anche qualche vocazione sacerdotale. Il che significa che veramente è una realtà che produce frutti perché è voluta da Dio nella luce e nella grazia dello Spirito Santo, creando anche tanto bene all’interno delle famiglie”.

Così anche monsignor Filippo Santoro ci ha voluto manifestare il suo forte apprezzamento per l’iniziativa, da lui fortemente voluta negli anni di guida della diocesi: “L’Ora di Gesù ha portato un’attenzione all’Eucaristia, come il dono che Dio fa di una vita nuova attraverso il suo corpo e il suo sangue. E poi è un fattore di costruzione dell’unità, quindi non solo una pratica individuale, ma una comunitaria. E basta guardare i santi, come ad esempio Acutis, che parla della centralità dell’Eucaristia, o ai tanti miracoli eucaristici, quello di Lanciano, o quello un miracolo di Buenos Aires, in cui si dimostra che nell’Eucarestia c’è un tessuto del pericardio di persona viva, a dimostrazione che si tratta di un incontro personale con il Signore per illuminare con la sua presenza tutti gli aspetti della vita, nel quale c’è un riflesso personale, comunitario e sociale. È un’esperienza bellissima, che va continuata proprio come fermento di comunione, di unità e anche, diciamo così, di proposta a tutti del cuore della fede che è la presenza di Gesù vivo, risorto.
E quindi magari da allargare anche alle parrocchie che ancora non la praticano”.

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva

Ecclesia

Dalla luce cercata, alla voce che chiama

09 Gen 2026

di Luana Comma
Nell’Epifania e nel Battesimo del Signore la Chiesa contempla un unico mistero di rivelazione: l’incontro salvifico tra Cristo e l’umanità. Due eventi distinti, ma intimamente connessi, che accompagnano la fede dallo stupore della ricerca alla piena manifestazione dell’identità di Gesù.
Nell’Epifania l’incontro assume la forma del cammino. I Magi, figure dell’umanità in ricerca, si lasciano guidare da una luce che non possiedono, ma che li precede. Il Santo Curato d’Ars, in una sua omelia, coglie in essi la prontezza di una fede autentica: una fede inquieta, capace di lasciare le proprie sicurezze pur di incontrare la grazia. Essi non hanno ancora udito la voce di Dio, e tuttavia si mettono in viaggio, certi che la verità non si trattiene, ma si incontra. I doni offerti al Bambino — oro, incenso e mirra — esprimono il riconoscimento progressivo del mistero: Gesù è Re, è Dio, è uomo. Ma l’Epifania rivela soprattutto che l’incontro con Cristo non si limita ad arricchire la conoscenza: trasforma l’esistenza e apre alla relazione.
Con il Battesimo al Giordano questo movimento trova il suo compimento. Se nell’Epifania è l’uomo a mettersi in cammino verso Dio, nel Battesimo è Dio stesso che si china verso l’uomo. Gesù, adorato dai Magi come Signore, sceglie ora di condividere fino in fondo la condizione umana, immergendosi nelle acque insieme ai peccatori. Qui la rivelazione non passa più attraverso una luce da seguire, ma attraverso una parola che interpella: il cielo si apre e la voce del Padre proclama Gesù come Figlio amato.
In questo evento si manifesta il cuore della fede cristiana. In Cristo, il Verbo fatto carne, Dio rende visibile e accessibile il suo disegno di salvezza. Egli è il sacramento originario, nel quale l’amore di Dio si fa presenza concreta e operante nella storia. Non una somma di eventi o di riti, ma una Persona nella quale l’alleanza giunge alla sua pienezza.
Epifania e Battesimo sono così due momenti di un’unica pedagogia divina. La luce che guida i Magi e la voce che risuona sul Giordano conducono alla stessa verità: Cristo è il luogo in cui il desiderio dell’uomo incontra l’iniziativa gratuita di Dio. La ricerca delle genti trova risposta non in un’idea, ma in una relazione viva.
Entrambi gli eventi, inoltre, possiedono una chiara apertura universale. I Magi rappresentano i lontani; il Giordano diventa il segno dell’immersione di Cristo nell’umanità intera. Nessuno è escluso: la salvezza si manifesta come dono offerto a tutti.
Questo itinerario non appartiene solo al passato, né si esaurisce nella contemplazione liturgica di eventi lontani. In Cristo, manifestato alle genti e rivelato come Figlio nel Battesimo, Dio continua a farsi incontro all’uomo di ogni tempo. La luce che ha guidato i Magi e la voce che ha risuonato sul Giordano raggiungono ancora oggi il cuore dell’uomo, là dove abitano il desiderio, la fatica del credere, la sete di senso.
In Cristo si manifesta il motivo onnicomprensivo di tutta la storia della salvezza: l’Amore di Dio. Un amore che, nel Battesimo del Signore, si rivela come scelta irrevocabile di Dio di entrare nelle acque dell’umanità per sollevare ogni uomo alla comunione filiale. È qui che la fede diventa esperienza viva: non solo ricerca di una luce lontana, ma accoglienza di una voce che chiama per nome.
Accogliere questa rivelazione significa lasciarsi raggiungere dall’Amore che salva e riconoscere che la propria vita è inserita in una storia più grande. Il Battesimo del Signore ricorda a ciascun credente che Dio non resta ai margini dell’esistenza umana, ma la attraversa e la trasfigura. Così, illuminati dalla luce dell’Epifania e sostenuti dalla parola che il Padre rivolge al Figlio, anche noi siamo chiamati a vivere come figli amati, testimoni di un Amore che continua a manifestarsi nel cuore del mondo.
* referente alla comunicazione Gris Taranto

Tracce

Se prevale la legge del più forte …

Foto Afp/Avvenire
09 Gen 2026

di Emanuele Carrieri

La nuova panoramica geopolitica mondiale sta scrivendo giorno per giorno la parola fine alla illusione di pacificazione post guerra fredda, anzi alla assenza di guerre, molte volte confusa con pace. Illusione che cominciò con la caduta del muro di Berlino, che poi continuò con lo scioglimento del Patto di Varsavia, che proseguì con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dall’altro versante della ex cortina di ferro un calvario per le condizioni sventuratissime in cui era ridotto l’ex impero sovietico, divisosi in tante repubbliche, con la principale, la Russia, alla fame, alla miseria, alla povertà. Si può ricordare, soltanto per fare un esempio, che non fu possibile corrispondere, per moltissimo tempo, le paghe agli appartenenti alle forze armate e alle forze dell’ordine. Cominciò la corsa all’oro, la conquista dell’est: tanti, tantissimi affaristi, faccendieri europei e americani vi si riversavano per i loro convenienti business. Dalla notte dei tempi, il capitalismo peggiore – quello che dimentica la centralità della dimensione umana e sociale – sorveglia il profitto immediato, si occupa dell’oggi e non si occupa del domani o del dopodomani. Forse, è definitivamente tramontata una stagione, è finito un mondo, ma alcune volte si ha la netta sensazione che, per l’Unione europea e per tutta l’Europa, non sia terminata l’era delle ipocrisie, l’era del “non vedo, non sento, non parlo” di fronte alle nefandezze che Putin, Trump e Xi Jinping e i loro giannizzeri spargono per tutto il mondo, come se fosse letame. La crepa del vecchio schema si manifestò totalmente quando la Russia, sotto la guida di Putin, programmò di riprendere il ruolo egemone del passato e di realizzare la trasformazione di quelle che, un tempo, erano le repubbliche sovietiche in stati vassalli. Operazione, però, che non riuscì nei confronti dell’ormai indipendente Repubblica Ucraina, il cui presidente fantoccio, Viktor Janukovyc, fu costretto a furore di popolo a fuggire come un ladro e a rifugiarsi a Mosca. Era previsto e prevedibile che Putin sferrasse l’assalto all’Ucraina: dopo essersi assicurato la Crimea e piccole parti del Donbass, nel “non vedo, non sento, non parlo” di tutto il mondo, mise in scena la operazione militare speciale, la blitzkrieg, la guerra lampo che va avanti dal 24 febbraio del 2022, con il non riuscito tentativo di catturare e arrestare Zelensky e di segregarlo in Russia. Progetto, questo, scopiazzato da Trump – gli autocrati di solito sono poveri anche di creatività e di inventiva – con il sequestro di Maduro e la sua deportazione a New York. È un cambiamento di paradigma, che ha trovato terreno fertile, soprattutto perché Biden era tanto legato agli schemi precedenti, al mondo accantonato da Putin, e ai suoi riti. Cambiamento che, peraltro, ha trovato una sponda ad elevata spinta di rimbalzo al di qua della linea di separazione, nel momento in cui Trump ha raggiunto per la seconda volta la Casa Bianca: un’esperienza più congeniale al suo temperamento visto che adesso non c’è alcuna remora a frenarlo. È chiaro che Trump, dopo una discutibile storia personale e imprenditoriale, farcita di procedimenti giudiziari e di stupefacenti proscioglimenti, sia un personaggio dalla psicologia immatura, infantile e caratterizzata da un ego spropositato, che celebra in ogni istante della sua vita, e da una smisurata autostima. In politica interna, ha attuato una serie irreparabile di esondazioni, cui di recente la Corte suprema, a maggioranza repubblicana, ha posto freno ingiungendo il ritiro della Guardia nazionale dal territorio di alcuni comuni, dichiarati vittime di moti insurrezionali e criminali. Freno che, però, non ha scongiurato l’omicidio di Renee Nicole Good, una donna bianca, americana, madre di tre figli, 37enne e disarmata, colpita in auto dagli spari di un poliziotto durante un controllo anti-migranti nel centro di Minneapolis, nello stato del Minnesota. Ma è in politica estera che Trump ha dato il meglio di sé: non si è reso conto che gli elogi elargitigli dopo le decisioni sui dazi erano accorte falsità, somministrategli per la sua capacità di bere senza incertezze gli elogi. Una linea, quella della politica estera, che ha contraddetto clamorosamente le verità fondamentali e isolazionisti dei MAGA, per impegnare il futuro degli Stati Uniti su scenari pericolosi e di difficile manovrabilità. Si pensi a tal proposito alle diverse guerre che Trump dichiara di avere risolto con la pace e che continuano indisturbate a produrre morti, feriti e danni. E mentre continua a distribuire minacce a destra e a manca, Trump ha messo in atto l’operazione Venezuela. La reazione della politica italiana è stata di ordine morale, cioè che non riguarda il fatto né le reazioni che ha prodotto, ma soddisfa la loro incapacità di prendere in esame il tema odierno. Chi si sta occupando saggiamente dei conflitti in corso e di quelli in maturazione, è papa Leone XIV che, nell’invito ai cristiani a coltivare la pace nel loro animo, formula un richiamo all’insegnamento di Sant’Agostino: è l’animo umano il tempio in cui si onora il Signore e quindi è l’animo umano che deve essere disarmato. Un processo lungo e difficile, da perseguire con fede, al fine di recuperare alla ragionevolezza soprattutto i fautori della guerra. Sul banco degli imputati c’è, per l’amministrazione degli Stati Uniti, il narcotraffico. Ma dopo che l’allora segretario di Stato Colin Powell mostrò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una fialetta di polvere bianca per legittimare l’invasione dell’Iraq, viene complicato credere a qualcuno dell’attuale establishment. C’entra il petrolio e la sua nazionalizzazione e basta. Trump rende noto che governerà il Venezuela ma non c’è un membro del suo governo che abbia soltanto una idea di cosa e come fare. Adesso l’aspirante premio Nobel per la pace annuncia che si comprerà la Groenlandia. Occorre qualcos’altro?

Sport

Dal calcio alla pallavolo: il 2026 sia l’anno della ripartenza per lo sport ionico

ph G. Leva
09 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Un sussulto finale. Una prova di carattere, uno scatto d’orgoglio: così si era chiuso il 2025 per la Prisma La Cascina, a due turni dal girone di ritorno. Con la bella vittoria in rimonta sulla Virtus Aversa. Un successo inatteso, dopo il primo set perso malamente, quanto gli applausi del Palafiom a scena aperta. Perché quando i nostri progetti non vengono portati a compimento è giusto gioire per i piccoli progressi. La serie A2 Credem Banca non è il posto in cui far dimorare l’ex Gioiella nel 2026 o nelle stagioni prossime. Men che meno i bassifondi della graduatoria. I piccoli successi servono a riaccendere l’entusiasmo, a ricaricare l’ambiente depresso. Il riferimento non è soltanto alla pallavolo ma all’intero sport ionico. Al Taranto calcio, che sta molto peggio: la squadra precipitata nel campionato di Eccellenza era stata fischiata sonoramente dalla tifoseria dopo l’ultimo pareggio interno. Quando gli uomini di mister Panarelli non sono riusciti ad avere la meglio sulla Nuova Spinazzola sfruttando la superiorità numerica, vedendo crescere ulteriormente la distanza dalla vetta.

Calcio e pallavolo nel 2026: approcci diversi, comune orizzonte

Cosa è accaduto nei primi giorni del 2026? La Prisma ha perso Ryu Yamamoto e Ibrahim Lawani: con i due giocatori, il palleggiatore giapponese e l’opposto francese, la società ha raggiunto l’intesa per la risoluzione anticipata e consensuale dei contratti. La notizia ha colto di sorpresa la tifoseria. Che contava in particolare sul contributo di Lawani. A ogni modo, senza di loro il gruppo di coach Lorizio ha centrato il primo successo esterno stagionale andando a vincere per 3-0 in casa del Catania. Una gran prestazione frutto del gioco di squadra. Tutt’altro che dolce è stato invece l’inizio 2026 della SS Taranto calcio. Sul campo del Poliminia, infatti, i rossoblu sono stati capaci persino di perdere per 1-0. Subito dopo l’incontro è arrivato l’esonero di Gigi Panarelli e le dimissioni di Vito Ladisa – il timone è passato al fratello Sebastiano. Così dal mondo del pallone e da quello del volley arrivano segnali diversi. L’obiettivo comune non può che essere la rapida risalita. La lezione unica: per vincere non servono le prime donne ma atleti seri, combattivi. La vittoria larga del Taranto sul Gallipoli (5-1 nella semifinale regionale di Coppa Italia) dice che, per il gruppo riaffidato a Ciro Danucci, attraverso l’atteggiamento giusto un nuovo inizio è sempre possibile.

I Giochi del Mediterraneo

Il conto alla rovescia è cominciato da tempo. E ormai mancano cinquantadue settimane al grande evento: i Giochi del Mediterraneo 2026 daranno lustro alla città di Taranto, alla Puglia, al Meridione, dal 21 agosto al 3 settembre. I lavori procedono in linea con le scadenze. Il quadro è positivo, nel complesso, ha rilevato la Relazione del Collegio per il controllo concomitante della Corte dei Conti. L’ottimismo ha preso il posto del disfattismo. I Giochi si faranno, sebbene i ritardi avessero fatto pensare al peggio. Il rischio da scongiurare adesso è l’eccesso di aspettativa rispetto allo stesso evento. Che è sì imponente, capace di coinvolgere 26 Paesi del continente, ma che non può essere la panacea di tutti i mali del territorio ionico. Lo sguardo più lungimirante andrebbe puntato anche sullo stato di salute dello sport. Sulle discipline che sono più in sofferenza – non dimentichiamo la pallacanestro.

 

Diocesi

Don Antonio Quaranta si congeda dalla comunità di Torricella

09 Gen 2026

di Angelo Diofano

Giovedì sera, 8 gennaio, don Antonio Quaranta, parroco di Torricella, ha salutato i fedeli durante la santa messa di ringraziamento nella chiesa madre della SS. Trinità, prima di raggiungere la sua comunità religiosa dei padri Venturini, a Treviso. Con lui hanno celebrato il parroco di Monacizzo, don Cosimo Lacaita, e il diacono Cosimo Argentino. Erano presenti le confraternite del Rosario e del Sacro Cuore, gli scout e i gruppi di preghiera, oltre alle maggiori autorità locali.

Domenica 11 durante la celebrazione eucaristica delle ore 18, sempre in Chiesa madre, ci sarà una sorta di passaggio di consegne con l‘amministratore parrocchiale don Danilo Minosa, che presiederà l’eucarestia.

Don Antonio, nell’omelia, ha preso atto del dispiacere causato ai torricellesi per la sua partenza: “Nn pensavo – ha detto – di essere entrato così stato nel vostro cuore. Anche per me non è assolutamente facile questo distacco. Sto male quanto voi e piango insieme a voi”. Egli ha voluto sottolineare il suo grande desiderio di riprendere il cammino interrotto tredici anni fa tra i padri Venturini, più volte manifestato agli arcivescovi Santoro e Miniero: “Voglio ritornare da loro per riprendere il cammino di discernimento per capire se il Signore mi chiama realmente a quel tipo di vita e perché sento forte il bisogno di riprendere in mano la mia vita sacerdotale, di fare un’esperienza spirituale e di maggiore intimità con il Signore e di vivere in fraternità”. E ha aggiunto: “Anche io non so come si svolgerà nel dettaglio il mio percorso e a quali conclusioni potrò un giorno arrivare. Dobbiamo affidarci al Signore e lasciarci guidare da Lui (…) Le novità a volte spaventano e i cambiamenti sono difficili da affrontare e accettare, ma è proprio in queste situazioni che dobbiamo mostrare maturità di vita”.
Successivamente don Antonio ha passato in rassegna i tanti avvenimenti vissuti insieme alla sua comunità, come la riapertura della chiesa della SS. Trinità e il 25° di consacrazione della stessa, l‘ordinazione presbiterale di padre Salvatore Frascina e di don Cosimo Lacaita, la venuta del corpo di San Gabriele dell’Addolorata, il restauro e la riapertura al culto della chiesa di San Marco, la nascita dell’oratorio Anspi e il rilancio delle feste patronali, cercando  nel contempo di risvegliare il senso di appartenenza alla parrocchia e di far comprendere come essa è famiglia di famiglie, casa di tutti appartenente a tutti.

“Ho fatto la mia piccola parte, tracciando un solco, gettando un seme, indicando la giusta direzione. Ora tocca a voi sotto la guida dell’amministratore parrocchiale continuare il cammino. Accogliete don Danilo con disponibilità. Non lasciatelo solo, ma collaborate. Non fate i confronti ma accogliete la diversità” – ha rimarcato.

Al termine della santa messa la comunità, come ringraziamento per la sua opera pastorale, ha donato a don Antonio Quaranta una targa raffigurante le quattro chiese di Torricella.

 

Diocesi

Educare alle relazioni oggi: una giornata di formazione per educatori

09 Gen 2026

di Francesco Mànisi

Il Servizio diocesano per la pastorale giovanile propone una giornata di formazione rivolta agli educatori di adolescenti e giovani, pensata come tempo prezioso di ascolto, riflessione e confronto su alcune delle sfide educative più urgenti del nostro tempo. L’incontro si terrà sabato 17 gennaio al seminario arcivescovile di Poggio Galeso, dalle ore 9 alle 18.30. A guidare la giornata di formazione sarà don Davide Abascià, incaricato regionale per la pastorale giovanile, da anni impegnato nell’accompagnamento dei giovani e nell’ambito della formazione.

Il tema scelto, ‘Al passo dei giovani. Accompagnare i giovani nelle relazioni’, mette al centro una dimensione decisiva della crescita umana e cristiana: la qualità dei legami. In un contesto sociale e culturale spesso frammentato, segnato da solitudini, fragilità e relazioni intermittenti, emerge con forza il bisogno di adulti capaci di camminare accanto ai ragazzi con competenza, autenticità e passione educativa.

La giornata intende offrire strumenti e piste di lavoro per interrogarsi su cosa significhi oggi essere adulti significativi e credibili, capaci di generare fiducia e di aprire spazi di dialogo vero. Particolare attenzione sarà dedicata all’accompagnamento dei giovani nelle relazioni affettive, amicali e comunitarie, aiutandoli a riconoscere e costruire legami sani, liberi e responsabili.

Attraverso il contributo di don Davide Abbascià e il confronto tra le esperienze dei partecipanti, si rifletterà inoltre sulle competenze relazionali, comunicative ed educative sempre più necessarie per chi svolge un servizio educativo nella Chiesa e nei diversi contesti formativi: dall’ascolto empatico alla gestione dei conflitti, dalla comunicazione autentica alla capacità di stare accanto senza sostituirsi.

La proposta formativa è rivolta a catechisti delle fasce preadolescenziali, animatori di giovani e giovanissimi, educatori di oratori, associazioni e movimenti, e a tutti coloro che, a vario titolo, condividono la responsabilità di accompagnare adolescenti e giovani nel loro cammino di crescita. Vi invitiamo ad accogliere questa importante occasione per fermarsi, rileggere la propria esperienza e ripartire al passo dei giovani, con uno sguardo rinnovato e uno stile educativo sempre più attento alla vita e alle relazioni.

Per partecipare è necessario iscriversi compilando il modulo online al seguente link:
https://forms.gle/5wNVaHNSuQitifq4A

Natale a Taranto

Il pranzo dell’Epifania al centro di accoglienza Caritas

09 Gen 2026

di Angelo Diofano

Si è svolto nel giorno dell’Epifania nel salone del centro di accoglienza per i senza fissa dimora ‘San Cataldo vescovo’, in città vecchia, il pranzo per i poveri organizzato dalla Caritas diocesana. In sessanta, circa, i convenuti che hanno apprezzato le ottime e abbondanti portate a base di antipasto freddo, lasagne, salsiccia con patate, frutta, panettone.

Nell’androne, prima di sedersi a tavola, il presidente della Caritas diocesana, don Nino Borsci, ha consegnato a ognuno la tradizionale calza ripiena di dolciumi.

“Quella cui stiamo partecipando – ha detto don Nino, dopo aver impartito la benedizione – è una giornata particolare in quanto ricordiamo Dio che si manifesta all’umanità attraverso il Bambino di Betlemme, ecco perché il termine ‘Epifania’: manifestazione di Dio. E i Re Magi che portano i doni sono il segno di riconoscimento del dono più grande che il Signore ha fatto all’umanità. In questo pranzo perciò diamo l’opportunità a tutti i poveri che sono qui di vivere appieno questo momento di grazia sia attraverso il pranzo sia attraverso la tradizionale calza, espressione con cui vogliamo attestare la nostra vicinanza”.

Quindi, la testimonianza di un commensale, Giuseppe: “Ringrazio il Signore perché sono tanti anni che ho abbandonato la mia dipendenza e finalmente vedo il mondo in maniera sana. Ringrazio anche don Nino, il nostro padre spirituale, e apprezzo la vita che non bisogna assolutamente distruggere”.

 

Lavoro

Allarme Inps: l’occupazione è in calo, call center in sciopero Vestas si ‘sposta’

08 Gen 2026

di Silvano Trevisani

È sempre l’occupazione il problema principe per il nostro territorio. Senza dimenticare i ritardi che affliggono la sanità, soprattutto in queste settimane di picco influenzale, i trasporti, con cancellazioni di treni che isolano sempre più il nostro territorio e la crescente povertà, è il lavoro a preoccupare maggiormente. Crisi industriali e produttive, perdite di posti di lavoro, cassa integrazione crescente, così come crescente è il numero degli inoccupati, contraddicono l’ottimismo propagato dal governo e intasano i tavoli dei confronti, spesso senza risultati. E la situazione, fotografata dall’Inps, riguarda tutto il Paese: a novembre il mercato del lavoro italiano mostra un doppio calo: diminuiscono sia gli occupati sia i disoccupati, mentre cresce il numero degli inattivi. Il tasso di occupazione flette al 62,6%, con un calo degli occupati pari a 34mila unità, equivalente a una diminuzione dello 0,1% su base mensile. La flessione coinvolge donne, dipendenti a termine, autonomi, giovani tra 15-24enni e lavoratori tra 35-49enni. Tengono gli ultracinquantenni ma solo perché è aumentata l’età pensionabile. Il dato più allarmante è proprio quello che riguarda il ricambio generazione sui posti di lavoro, che non supera il 5%.

Venendo al nostro territorio, per il quale i dati Inps, che abbiano già commentato nei giorni scorsi, illustrano una situazione ancora peggiore, domani, 9 gennaio, scioperano i lavoratori dei call center, i cui posti di lavoro sono costantemente al livello di guardia, e ora vedono in allarme i dipendenti della galassia Enel. A Taranto si fermeranno i dipendenti di Covisian, Network Contact e Sustem House. A Bari è in programma una manifestazione regionale. L’uso dell’intelligenza artificiale e la possibilità di licenziare qualora gli operatori non accettassero la delocalizzazione in qualche altra città italiana compongono la “spada di Damocle” che incombe sul destino di circa 800 lavoratori nella sola Taranto. Questo per gli intendimenti di Enel, l’azienda italiana dell’energia, tra i principali operatori nazionali che nell’appalto di assistenza e customer care gestito dai call center italiani, che prevederebbe, per il secondo anno di gara, una sostanziale rivoluzione.

Per Vera Monaco e Rino Montuori per la Slc Cgil, Gianfranco Laporta e Christian Della Porta della Fistel Cisl e Francesco Russo e Marco Funiati per Ugl Telecomunicazioni, che haanno tenuto una conferenza stampa, “la fotografia scattata dall’ultimo rendiconto sociale Inps di Taranto parla chiaro: non possiamo più permetterci il rischio di perdita di ulteriori posti di lavoro. La condizione è drammatica e la minaccia di licenziamenti e delocalizzazioni nel settore dei call center ci porta oggi a lanciare un grido d’allarme a livello nazionale e locale. La perdita anche solo di un lavoratore su questo territorio innescherebbe ulteriore catastrofe sociale – dicono i sindacalisti – per questo invitiamo il sindaco di Taranto, i consiglieri comunali, i parlamenti e i consiglieri regionali del territorio a venire alle nostre assemblee e toccare con mano un pericolo che abbiamo il dovere di scongiurare”.

Ma altri settori sono in grave crisi nel territorio e riguardano il manifatturiero, che sarebbe poi il settore produttivo a maggior valore aggiunto. Parliamo del mobile imbottito e della crisi della Natuzzi, che vorrebbe ridurre il personale e chiudere due stabilimenti, anche per gli effetti negativi dei dazi Usa, e del settore calzaturiero, che chiude il 2025 con una contrazione considerevole delle vendite e in particolare delle esportazioni.

Giungono, infine, come fulmine a ciel sereno, le notizie riguardanti la volontà di Vestas di spostare da Taranto a Melfi sue strutture essenziali: l’unità locale di Service, il magazzino e il centro di formazione a partire dal 1° marzo. A lanciare l’allarme è la Fim Cisl di Taranto, che così commenta: “Sebbene l’azienda dica che non ci saranno perdite di posti di lavoro, il trasferimento di oltre 200 chilometri rappresenta comunque un cambiamento impattante per i lavoratori, che influirà sulla loro vita quotidiana. Quello che viene chiamato un semplice cambiamento organizzativo, in realtà, comporta un mutamento profondo nella vita personale e professionale dei dipendenti. Per questi motivi, la Fim Cisl Taranto Brindisi chiede di aprire subito un confronto ufficiale, come previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro, affinché Vestas Italia sospenda ogni decisione presa senza dialogo e si impegni a una discussione seria, trasparente e orientata a trovare soluzioni alternative che tutelino i lavoratori e il territorio”.

Mondo

“People first”: è quello che chiedono innanzitutto i venezuelani

A Caracas, dopo l’attacco Usa la vita rimane sospesa, mentre la gente invoca “il bene del popolo”

08 Gen 2026

di Patrizia Caiffa

A Caracas la gente non festeggia, non commenta, non è né a favore di Trump né di Maduro. Ha solo più paura e cerca di ritrovare una parvenza di normalità, tra mille pericoli e incertezze. Il popolo venezuelano, a pochi giorni dall’attacco statunitense del 3 gennaio con droni e bombe, culminato nell’arresto e incriminazione negli Usa del presidente Nicholas Maduro e della moglie Cilia Flores, con l’uccisione di 100 militari (tra cui 32 cubani), è l’unico che non ha avuto finora voce in capitolo: il bene del popolo e una vera democrazia che tuteli i diritti umani non sono la priorità. Lo è il petrolio, lo è il potere. I giovani sono costretti a cancellare dai profili social e dai telefonini tutte le cronologie e le chat per timore che la polizia o i colectivos armati che la sera perlustrano i quartieri trovino una notizia su Trump. Già sono state arrestate arbitrariamente numerose persone. Le persone non si esprimono, parlano solo in privato, tra le mura domestiche. Ma nemmeno quelle potrebbero essere sicure. Si lavora solo fino alle 15 o alle 16 perché altrimenti è troppo rischioso girare per strada. Nei pochi supermercati e negozi aperti c’è la fila ma i beni sono pochi, costosi e la gente non ha soldi a sufficienza. Si torna a casa con due buste della spesa e non si riesce a fare scorte per l’incognito futuro.

Le prime due settimane dell’anno tutto si ferma. La vita quotidiana è molto diversa per le persone che vivono nella capitale, direttamente colpita dall’aggressione statunitense, e chi risiede nelle altre zone del Paese, dove la situazione è più tranquilla. Inoltre, come spiega da Caracas una autorevole fonte venezuelana che chiede l’anonimato per motivi di sicurezza, “a causa della grave crisi economica e delle sanzioni che durano da anni le prime due settimane dell’anno i negozi solitamente sono chiusi, fanno l’inventario, verificano i prezzi. L’economia è più lenta. È tutto fermo, come ad agosto in Italia. Anche l’anno scorso, dopo le contestate elezioni, è successo qualcosa di simile, quindi con la minaccia dell’invasione americana già si prevedeva una situazione di questo tipo”.

Ma stavolta è successo qualcosa di diverso. Qualcosa di troppo. “È entrato qualcuno e ha portato via il presidente. Al di là che piaccia o non piaccia Maduro – afferma – proviamo la sensazione come se fosse stato un rapimento o una violenza ad una donna. Non è uno scherzo”. “Alcuni sono contenti, ma molti sono preoccupati. Non piace a nessuno l’idea di un intervento straniero, è un fatto gravissimo per l’America latina e crea un preoccupante precedente a livello internazionale”.

Ma soprattutto, ci tiene a sottolineare, “in nessun discorso pubblico, né di Trump, né della nuova presidente, né dell’Unione europea, si è parlato del bene della popolazione. Solo il Papa e il cardinal Parolin, che ha parlato con il segretario di stato americano Marco Rubio, se ne stanno preoccupando”. Anche in Italia, puntualizza, “il dibattito è ideologico, tra chi è a favore di Trump e chi di Maduro, senza conoscere veramente la realtà che stiamo vivendo, senza mettere al centro il bene della gente”. “I politici europei – osserva – non hanno ancora capito che oramai l’Europa non conta più niente. L’Unione europea, che culturalmente è stata la più vicina all’America Latina, che ha favorito i programmi di sviluppo, con questa azione di Trump è fuori dal discorso. Eppure, continuano a dibattere. Fa tutto parte dello stesso show. Ma chi pensa alla gente? I venezuelani hanno bisogno di sentirsi dire ‘People first’. Qualsiasi cambiamento dovrebbe mettere al primo posto il bene del popolo. La gente vuole andare al lavoro, portare il cibo a casa e fare la propria vita pacificamente”, prosegue, “invece non ci sono soldi, l’inflazione è alle stelle, non c’è sicurezza”.

Quale scenario futuro? Intanto la presidenza ad interim è stata assunta da Delcy Rodriguez (già vicepresidente con Maduro) con il favore di Trump, mentre la leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la pace Maria Corina Machado reclama il diritto a governare il Paese. Come andrà a finire? Si rischia una situazione di repressione peggiore? Secondo la fonte “dipende da come si metteranno d’accordo i fratelli Delcy e Jorge Rodriguez con Diosdado Cabello, Ministro dell’interno, della giustizia e della pace del Venezuela, che controlla i gruppi armati. Questo è il punto chiave. Per avere un po’ di tranquillità devono fare un accordo. Cabello, più radicale e più vicino a Chavez, deve entrare nell’equazione”.

 

ph Afp-Sir

Ricorrenze

L’arcivescovo Miniero alla messa de ‘L’Ora di Gesù’

08 Gen 2026

di Angelo Diofano

Venerdì 9 gennaio in Concattedrale l’arcivescovo mons. Ciro Miniero celebrerà alle ore 18 la santa messa per il trentennale  dell’associazione ‘L’Ora di Gesù’; concelebreranno con lui l’arcivescovo emerito di Taranto mons. Filippo Santoro, l’arcivescovo emerito di Potenza mons. Salvatore Ligorio e l’assistente ecclesiastico diocesano mons. Pasquale Morelli, oltre al vicario generale, mons. Alessandro Greco, e ai diversi pastori delle parrocchie in cui questa realtà è presente (una ventina delle diocesi di Taranto, Castellaneta e Mileto-Nicotera-Tropea (Calabria).

Le origini

‘L’Ora di Gesù’ nasce grazie a Antonietta Palantone (attuale responsabile interdiocesana)  che avvertì la necessità di fermarsi in preghiera davanti al SS.Sacramento per un momento di contemplazione la sera dopo il lavoro, in quanto impossibilitata negli orari normali delle funzioni. L’allora parroco della Maria SS. Rosario di Statte, don Tommaso Rota, venendo incontro a questa esigenza, dette inizio a quest’ora di preghiera, diffusasi nel tempo ad altre parrocchie. L’iniziativa di pregare a tarda ora trovò una partecipazione sempre crescente, diventando un appuntamento immancabile: quello di incontrarsi ogni lunedì sera dalle 20 alle 21 per una forte esperienza spirituale.
Nel 1995 in occasione della visita pastorale nella parrocchia del SS. Rosario di Statte l’allora arcivescovo mons. Benigno Luigi Papa, venne a conoscenza di questa esperienza  e il 9 gennaio 1996 la  denominò ‘L’Ora di Gesù, proponendo uno statuto sperimentale con le prime indicazioni al gruppo. La finalità de “L’Ora di Gesù” è quella di restare e vegliare con Gesù nella tarda sera, con l’impegno di recuperare la famiglia intorno all’Eucaristia e portare la propria esperienza negli ambienti dove si vive e si opera.
Dopo tre anni, il 3 settembre 1999 mons. Papa con apposito decreto approvò lo statuto definitivo dell’associazione  accompagnandone i primi passi e predicando i ritiri spirituali. Inoltre in occasione della sua visita ad limina, mons. Benigno Luigi Papa informò di questa iniziativa Benedetto XVI, che la benedisse incoraggiandone la diffusione.
Attualmente sono un migliaio le persone che ogni lunedì si incontrano in comunione di preghiera, nella stessa sera, nella stessa ora nella parrocchie dei diversi paesi, formando così una numerosa assemblea invisibile, ma esistente.