Istituzioni

Le associazioni culturali all’Amministrazione: “non manomettete la piazza di Carrino”

22 Gen 2026

Si torna a parlare di piazza Fontana e dell’opera di Nicola Carrino, figlio illustre di Taranto, all’indomani della scadenza del termine per l’aggiudicazione della gara per l’intervento sulla piazza. Un intervento che sulla base dei progetti pubblici reperibili online che altera in maniera significativa l’opera d’arte “Piazza Fontana”.

A riproporre la voce del dissenso, già elevata tre anni fa, quando la giunta Melucci varò il progetto, sono ancora una volta associazioni e singoli cittadini che, preso atto del progetto, esprimono totale disaccordo per la manomissione di Piazza Fontana. Dopo aver ricordato la figura di Nicola Carrino (Taranto 1932 – Roma 2018), uno dei maggiori scultori del Novecento, non sono tra gli italiani, fondatore del Gruppo Uno negli anni Sessanta, accademico nazionale di San Luca e suo presidente , più volte ospite alla Biennale di Venezia, presente nelle collezioni dei maggiori musei di arte contemporanea, i firmatari ripongono l’accento sul Riassetto Urbano della Piazza Fontana (Taranto 1983-1992) è opera paradigmatica per la storia della città, oltre che della scultura e dell’urbanistica italiana.

“Si tratta – come lui stesso specifica – di riattivare un luogo della memoria cittadina intervenendo con un elemento scultoreo significante per la contemporaneità (l’acciaio a Taranto) e integrando con esso i reperti architettonici dell’antica fontana ottocentesca. Il progetto definisce l’aspetto formale e funzionale della nuova fontana risultante dall’aggregazione dei reperti di quella preesistente, ottocentesca, integrati con la nuova scultura in acciaio, e quindi l’assetto planimetrico della piazza su cui poggia ed in cui si disegna la nuova vasca”. L’intervento “contribuisce a realizzare nel contesto unitario dell’ambiente e nell’accezione del riuso dei luoghi, la particolare visione di un restauro urbano che osserva regole e metodi del restauro conservativo in rapporto a segni di assoluta novità, proponendosi in tal modo come esempio di realizzazione possibile in materia di salvaguardia e valorizzazione urbana della città storica”.

“Piazza Fontana, realizzata con finanziamento da fondi europei. Si legge nel documento – è il suo lascito più noto ai tarantini, il grande intervento urbanistico pensato e progettato per Taranto, la sua città, con dedizione, affetto e premura. L’opera, pertanto, non è la sola fontana, la sola scultura: è la piazza, nella sua integrità e paga lo scotto di trent’anni di disattenzione amministrativa, incuria e disinformazione che hanno finito per configurarla come un problema da risolvere”.

Gli estensori e i firmatari dell’appello, sulla base dei progetti pubblici reperibili su Internet e mai comunicati né discussi con la cittadinanza e con le associazioni, ritengono che “qualunque manomissione alla piazza finisca per snaturarla, privando Taranto e la cittadinanza della percezione di un’opera d’arte contemporanea progettata da un artista figlio di questa terra, ma la cui fama è internazionale e che ha realizzato opere grandiose in tutto il mondo. Taranto non può permettersi di rinunciare a Piazza Fontana di Nicola Carrino!”

Si chiede, quindi, all’Amministrazione comunale in carica “di evitare ogni intervento che alteri l’opera dello scultore e di convocare un comitato di esperti – storici dell’arte, storici, architetti, artisti ed altre professionalità locali e nazionali – allo scopo di tutelarla, salvaguardarla e progettare interventi di valorizzazione meno invasivi”.

I firmatari sono: AICC – Ass. Italiana di Cultura Classica “Adolfo Mele”, Amici dei Musei, ARCI circolo “Gagarin”, Comitato qualità della vita, CRAC – Centro ricerca arte contemporanea – Puglia,

FAI – Fondo ambiente italiano, FLC Cgil – sindacato di categoria, Fucina ‘900, Gruppo Taranto, Nobilissima Taranto, Tarenti cives, Società Dante Alighieri (Comitato di Taranto), Società di Storia Patria per la Puglia (sezione di Taranto), Italia Nostra e i cittadini ed intellettuali firmatari del medesimo appello del 2023

Politica internazionale

Crisi globale, Luigino Bruni: “La salvezza verrà da periferie, poveri, bambini”

L’economista e storico del pensiero economico, docente alla Lumsa, ritiene che le soluzioni non verranno dalle elites

ph Ansa-Sir
22 Gen 2026

di Alberto Baviera

In un contesto caratterizzato da dazi e guerra commerciale dichiarata e in parte già in atto, esponenti di primo piano della politica e dell’economia internazionale, delle imprese, della società civile e del mondo accademico si ritrovano a Davos per l’annuale meeting del World Economic Forum. La piccola località svizzera del Canton Grigioni è in questi giorni il centro del mondo, anche per la possibilità di incontri a tu per tu dei leader mondiali. E non c’è dubbio che la partecipazione del presidente statunitense Donald Trump segnerà dibattiti e confronti. Sull’efficacia di eventi come quello in corso abbiamo parlato con Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, docente alla Lumsa, direttore scientifico di ‘The Economy of Francesco’ e presidente della Scuola di economia civile.

foto Siciliani Gennari-Sir

Professore, hanno ancora una effettiva utilità appuntamenti come questi per incidere sulle questioni globali più urgenti?

La business community ha sempre avuto i suoi riti e i suoi luoghi simbolici. Davos è uno di questi, che quest’anno si caratterizza anche per una forte dimensione politica, in seguito alla crisi scatenata da Trump.
Davos serve a chi è nel club o ci vuole entrare; serve poco alle famiglie, pochissimo ai poveri, che in genere vengono peggiorati nella loro condizione da incontri come questo. Non ho mai creduto al valore di “bene comune” dei vari Davos, e ci credo sempre meno.

Il meeting quest’anno ha al centro il tema “Uno spirito di dialogo”. Nel mondo, però, stanno prevalendo logiche assai contrarie: minacce, egoismi sovranisti, spregiudicatezze… Il mondo, come lo abbiamo conosciuto negli ultimi decenni, ha potuto svilupparsi grazie ad un intensificarsi di collaborazione e cooperazione tra Paesi. È uno scenario che presto sarà anacronistico o, nonostante le criticità attuali, non c’è alternativa praticabile anche per l’avvenire?
In questi anni (Ucraina, dazi …) stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, almeno nel senso in cui l’abbiamo vista e vissuta in questo quarto di secolo.

I venti, lo spirito dei tempi, soffiano verso nazionalismi e chiusure, che sono dettate quasi sempre dalla paura (di perdere centralità, consenso, privilegi …), e quasi sempre dall’ignoranza e, oggi, dalla mancanza di generosità nei confronti dei giovani e dei bambini. A Davos non vedo né lo “spirito” (nel senso dello spirito del capitalismo, di weberiana memoria), né il dialogo. Assisteremo ai soliti monologhi, presentati come dialoghi.
La salvezza non viene dalle elites, non è mai venuta. Viene – se verrà – dalle periferie, dai poveri, dai bambini.

I dati forniti in questi giorni da alcune Ong sulla crescente concentrazione della ricchezza mondiale in poche mani e sull’aumento delle diseguaglianze sono impietosi. Siamo destinati ad un mondo nel quale le povertà non scandalizzano più?
Non so, vediamo cosa riuscirà a fare la Chiesa di Papa Leone. I segnali non danno molte speranze, né per la diseguaglianza, né per l’ambiente. Le diseguaglianze, quando superano una soglia, sono molto pericolose anche perché minano il patto sociale: perché, io povero, dovrei stare nella stessa società dei straricchi se da loro non me ne viene più nulla? Il patto sociale del Novecento si basava infatti sul dato di fatto che i più ricchi ridistribuivano parte della loro ricchezza ai più poveri (tramite le tasse e il lavoro). Oggi i venti vanno in direzioni diverse (meno tasse e meno lavoro), e dobbiamo inventarci, presto, nuove ragioni per il patto sociale; altrimenti un nuovo medioevo (fatto di castelli e di signorotti e di servi) può non essere lontano.

Cosa si aspetta esca da questa settimana di confronto a Davos?
Molte parole, alcuni propositi, qualche buona analisi sullo stato dell’arte del capitalismo, molti incontri, lobbying e Side events: e poco più.

Quali dovrebbero essere le questioni in cima alle agende delle classi dirigenti per migliorare le condizioni di vita nel mondo?
Certamente un impegno molto maggiore nei confronti del clima, è molto tardi ma qualcosa si può fare. E poi una grande nuova stagione di investimenti nella scuola, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: senza scuola di qualità, l’Africa, che si avvicina al miliardo di persone, quasi tutti giovani, da grande risorsa diventerà l’incubo del capitalismo. E questo non è giusto, e non dobbiamo permetterlo.

Infine, dovremmo tutti capire (persino i capi di Davos) che oggi siamo entrati in una grande carestia spirituale, di cui i giovani sono le prime vittime: nel giro di un paio di generazioni abbiamo distrutto, almeno in Occidente, duemila anni di capitali spirituali, senza generarne altri. Se non ci inventiamo – religioni in primis – qualcosa di nuovo e di globale, il prossimo Covid mondiale sarà la depressione.

Diocesi

SS.Crocifisso, catechesi di mons. Marco Morrone

ph ND-G. Leva
22 Gen 2026

di Angelo Diofano

Alla parrocchia-santuario del Santissimo Crocifisso, al Borgo, mons. Marco Morrone sta tenendo ogni giovedì, dalle ore 19.15 alle ore 20, un itinerario di formazione personale e comunitaria alla vita cristiana per tutti, prendendo spunto dalle catechesi di papa Leone XIV sui documenti del Concilio ecumenico Vaticano II.

Di venerdì, invece, sempre mons. Marco Morrone guiderà l’adorazione eucaristica dalle ore 19.15 alle ore 20.

Diocesi

Corpus Domini, appuntamento con ‘Parlami di Te’

22 Gen 2026

Venerdì 23 gennaio alle 19.45 al Corpus Domini, al quartiere Paolo VI, nuovo appuntamento mensile con la serie di incontri dal titolo ‘Parlami di Te’, sull’ascolto e la meditazione mensile della Parola di Dio. Sarà in parrocchia suor Teresa Cinque, superiora delle salesiane,  per aiutare a riflettere sul versetto ‘Io sono la luce del mondo: riscoprire la direzione nelle stagioni di buio’, prendendo spunto dal celebre passo tratto dal Vangelo di Giovanni.

 

Diocesi

San Giovanni Bosco: riconoscimento a don Guido Errico

21 Gen 2026

La comunità salesiana celebra ogni anno la ‘Strenna’ conferita dal rettor maggiore, don Fabio Attard a quanti si distinguono nella missione pastorale ed educativa. Per il 2026, il riconoscimento è stato attribuito a don Guido Errico che oggi, giovedì 22 gennaio alle ore 19:30 sarà a Taranto nella chiesa salesiana di San Giovanni Bosco per incontrare i confratelli religiosi, la comunità degli operatori dei vari gruppi e i fedeli. Tema dell’incontro sarà ‘Fate quello che vi dirà’, rivolto ai credenti invitati ad essere ‘liberi per servire’.

È un appuntamento significativo per la comunità educativa pastorale salesiana di Taranto, fortemente impegnata a consolidare il rapporto di fraternità fra quanti, giovani, volontari, religiosi e religiose, possono contribuire alla crescita e al rispetto degli autentici valori cristiani indicati da don Bosco fin dal suo iniziale impegno pastorale giovanile.

Nel suo messaggio don Attard si rivolge in particolare ai giovani, oltre che ai confratelli, complessivamente a tutti i membri della famiglia salesiana ricordando che “ogni anno l’appuntamento con la Strenna offre l’opportunità per tutti i gruppi della famiglia salesiana di convenire attorno ad un tema particolare, per condividere e vivere momenti forti di preghiera e di riflessione, di ascolto e di fraternità. È un augurio e una speranza che ogni gruppo – e le singole persone all’interno di esso – possa trovare cibo per il cammino, sostegno per il proprio vissuto educativo pastorale e personale.

 

Emergenze sociali

Lancini (psicologo): “La vera prevenzione soltanto attraverso relazioni autentiche”

21 Gen 2026

Accoltellare a morte un compagno di scuola all’interno di un’aula e alla presenza di altri studenti. Un gesto crudele, sfrontato e sconvolgente. È quanto accaduto in un istituto professionale di La Spezia qualche giorno fa. Si tratta di un episodio isolato? In realtà, negli ultimi anni, casi simili – magari con epiloghi meno drammatici -, stanno ciclicamente richiamando la nostra attenzione. Come inquadrare questi eventi? Quali domande pongono agli adulti, alla scuola, alle famiglie? Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore del recente volume ‘Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti’ (Raffaello Cortina, 2025).

Professor Lancini, come interpretare un gesto così drammatico e sconvolgente?
La violenza giovanile è una realtà che interessa tutte le epoche. Nella nostra, in particolare, pare assumere una connotazione molto particolare. I dati statistici attuali ci dicono che certi tipi di reati tra i giovani siano in progressiva diminuzione e altri in aumento. Contestualmente ci segnalano, però, la crescita di altre forme di violenza… Oggi i giovani attaccano soprattutto sé stessi e i pari, con gesti come questo, ma anche attraverso atti di autolesionismo o, in forme estreme, come il suicidio. Si tratta di una violenza che riguarda i “corpi”.

Che cosa c’è alla radice di questo cambiamento?
Viviamo in una società il cui tratto individualista non ha precedenti e nella quale la violenza è “sdoganata” in primis dagli adulti. Il modello proposto è quello dell’egoistica affermazione del sé e della sopraffazione dell’altro. Pensiamo alle guerre in corso, alle immagini che arrivano attraverso i media. I giovani ne sono testimoni e, in alcuni casi, vittime. Queste generazioni, apparentemente più ascoltate delle precedenti, in realtà sperimentano promesse tradite, perché le loro emozioni più profonde non sono realmente udite. La paura, la tristezza e la rabbia sono sentimenti che “disturbano” gli adulti, non potendo essere tradotte in parole, in alcuni casi si trasformano in azioni violente.

Perché a La Spezia il gesto si è consumato proprio in classe, all’interno della scuola? 
Circa vent’anni fa, l’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia istituì una task force, di cui feci parte, per supportare il personale della scuola nella gestione di atti di violenza che in precedenza non si erano mai verificate all’interno delle aule. All’epoca coniammo un’espressione per descrivere il fenomeno che aveva portato a questa trasformazione: “affettivizzazione della scuola”. In questi ultimi decenni la caduta dei ruoli sociali di riferimento, come quello degli insegnanti, ha fatto sì che i luoghi di apprendimento divenissero gradualmente “palcoscenici” per l’espressione totale del sé, dove gli adolescenti non si presentano più solo come “studenti”, ma portandosi dietro l’intera persona, le proprie criticità e sofferenze. Proprio all’interno degli edifici scolastici, abbiamo assistito all’aumento di tentativi di suicidio, aggressioni e atti di autolesionismo.

Alcune voci sottolineano l’etnia dei giovani coinvolti, come per confinare questi episodi a determinate stratificazioni o realtà sociali…
Il fenomeno delle lame e dei coltelli è presente anche fra i ragazzi non appartenenti a ceti socio-economicamente svantaggiati, o a etnie particolari. Chi vive in situazioni marginali, o di mancata integrazione può essere portato a reagire più frequentemente in maniera violenta all’invisibilità sociale e alla mancanza di cura. Si tratta di giovani che hanno paura e tentano di ribaltare la situazione, creando paura negli altri e ottenendo quindi visibilità.

Come far sì che le emozioni e i sentimenti determinati da questa tragedia possano ispirare percorsi di prevenzione? Come aiutare i giovani e le famiglie coinvolte?
Molto spesso si tende a chiudere i conti con le esperienze spiacevoli, a rimuoverle. Occorre, invece, aiutare i ragazzi a elaborare il dolore e il lutto. Questa tragedia può offrire agli adulti l’occasione per assumersi le proprie responsabilità e per avviare un processo di evoluzione educativa e culturale. Difficile immaginare le conseguenze che l’uccisione del giovane studente avrà sui soggetti coinvolti in prima persona, proprio per questo occorrono interventi di supporto tempestivi a breve e lungo termine.

Le misure repressive e punitive che ruolo giocano nella prevenzione?
Tutti quei provvedimenti che mirano a reprimere e a punire servono soltanto a ottenere il consenso emotivo degli adulti. Occorre, però, comprendere che i gesti estremi sono dettati dalla disperazione e chi è disperato non teme punizioni, perché non ha nulla da perdere. La vera prevenzione può realizzarsi soltanto attraverso l’offerta di relazioni autentiche e di una nuova democrazia affettiva. Gli adolescenti oggi cercano la relazione con l’adulto molto più di quanto sembri.

Eventi culturali in provincia

Kaire Maria, presentazione del libro alla Collegiata di Grottaglie

21 Gen 2026

Venerdì 23 alle ore 19, alla Collegiata di Grottaglie, avrà luogo la presentazione del libro edito da Scorpione dal titolo ‘Kaire Maria – Tra Oriente e Occidente, luoghi e volti della Madre di Gesù nella Chiesa di Taranto’ scritto da mons. Franco Semeraro e Gianfranco Aquaro.

Dopo i saluti del parroco don Eligio Grimaldi e l’introduzione del collega Silvano Trevisani di Nuovo Dialogo, terrà la relazione il prof. Rosario Quaranta, dirigente scolastico emerito e socio onorario della Società di Storia Patria. interverranno gli autori mons. Franco Semeraro e Gianfranco Aquaro e l’editore Piero Massafra. Le conclusioni saranno affidate a mons. Salvatore Ligorio, arcivescovo emerito di Potenza e Muro Lucano.

Eventi a Taranto e provincia

Un percorso sulla mediterraneità

Venerdì 23 gennaio, a partire dalle ore 15:30 al dipartimento jonico Uniba, in via Duomo 259, Andrea Granelli – coautore con Elena Granata – presenta il libro ‘Anima mediterranea’

21 Gen 2026

Il Mediterraneo come luogo di luoghi, connessi, interconnessi a cui ritornare come ri-inizio di civiltà in tempi certamente non facili e strattonati da tentazioni sovranistiche e da arroganti sfide di nuovi invasi potenti.
Il Mediterraneo è al centro di un importante progetto che unisce diversi partners del territorio jonico (enti, istituzioni, associazioni) con la finalità di ritornare all’essenza di quella multiculturalità che ha caratterizzato il passato e che, con la sua ricchezza di culture, lingue, etnie, storie e tradizioni ha reso le terre bagnate da questo mare crocevia di scambi culturali. Con questo spirito da più di un anno questo gruppo di realtà tarantine sta lavorando per la realizzazione del progetto Unicore 7.0, promosso dall’Alto Commissariato per rifugiati dell’Onu per l’attivazione di corridoi umanitari per studenti universitari. Un percorso lungo ed articolato, fatto non solo di carte, protocolli ed intese, ma anche di visioni comuni di generatività, in un contesto attuale innegabilmente difficile.

Venerdì 23 gennaio, a partire dalle ore 15:30 al dipartimento jonico Uniba, in via Duomo 259, Andrea Granelli – coautore con Elena Granata di Anima mediterranea. La leadership come arte della guida (Luca Sossella editore), sarà a Taranto in un incontro-seminario aperto alla città. “Un’anima, quella mediterranea, che va ri-appresa in una paideia, in un itinerario di pensiero critico e di azioni costruttive”, scrivono gli autori.

In questo percorso Comune di Taranto, Provincia di Taranto, Autorità di sistema portuale del mar Jonio, Camera di commercio Brindisi-Taranto, Asl Taranto, istituto superiore di Scienze religiose metropolitano S. Giovanni Paolo II, Caritas diocesana, Fondazione Centro educativo Murialdo, Fondazione Migrantes, Ciofs (Centro italiano opere femminili salesiane), Fondazione Taranto 25, Associazione Abfo e Centro di cultura G. Lazzati, tutti sottoscrittori del protocollo d’intesa con l’Università di Bari del progetto Unicore 7.0 promosso dall’Alto Commissariato per rifugiati dell’Onu per l’attivazione di corridoi umanitari per studenti universitari, dialogheranno insieme.

“Creare una rete, rafforzare le identità, unire gli sforzi vuol dire raccogliere un’eredità da ri-guadagnare – afferma il presidente del Centro di cultura per lo sviluppo G.Lazzati aps-ets Taranto, prof. Domenico Maria Amalfitano – come compito, come nuova idea di governance comunitaria e geopolitica, come nuova mappa di cittadinanza e di cittadinanze che s’intersecano fuori da ogni tentazione e deriva nazionalistica. Un Mediterraneo, che lontano da ogni approccio romantico, utopico e, senza arrendersi ad una dimensione tragica, spesso di morte, possa essere crocevia di nuovo pensiero, di rinnovata generativa civiltà”. Il libro contiene un nuovo pensiero civile, è un’opera di umanistica innovazione. Un’innovazione che si cerca e si pratica.

Una lettura comunitaria per e con la città.

 

Eventi formativi

Una riflessione sul cammino educativo per i giovani

Giornata formativa per gli educatori, sabato 17, al seminario ‘Poggio Galeso’

21 Gen 2026

di Valentina Franzese

Sabato 17 gennaio gli educatori della diocesi di Taranto hanno preso parte a un’intensa giornata di formazione al seminario arcivescovile, promossa dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile e vocazionale. Si è trattato di un’occasione preziosa di incontro, ascolto e riflessione condivisa, pensata per interrogarsi sul senso profondo dell’educare oggi e sullo stile con cui accompagnare i giovani nel loro cammino di crescita. L’incontro, dal titolo ‘Al passo dei giovani’, è stato guidato da don Davide Abascià, presbitero della diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie e incaricato regionale di pastorale giovanile per la Puglia.

Fin dalle prime battute, la proposta formativa si è configurata come un invito a rallentare il passo, a mettersi in ascolto e a lasciarsi interrogare dalle storie, dalle domande e dalle fragilità dei ragazzi che abitano quotidianamente i contesti educativi del territorio. Un ascolto che non si riduca a una modalità ‘digitale’, frammentata e legata all’immediatezza dell’istante, ma che sappia diventare ‘analogica’: capace, cioè, di accogliere la complessità della persona, tenendo insieme le dimensioni caratteriali, biografiche, affettive e spirituali di ciascun giovane. Solo così diventerà possibile comprendere davvero chi si ha di fronte e accompagnarlo alla vita nel modo più autentico e rispettoso possibile. L’educazione è stata il cuore pulsante dell’intera giornata formativa. Un’educazione intesa come relazione viva, come presenza discreta e fedele, che non rincorre il ragazzo né lo precede, ma gli cammina accanto, condividendone passi, soste e fatiche. A ricordarcelo sono anche le parole di papa Leone XIV: «Educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità. La specificità, la profondità e l’ampiezza dell’azione educativa è quell’opera di far fiorire l’essere, prendersi cura dell’anima. […] Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, riducendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa».

Dopo i laboratori della mattina e del pomeriggio, il percorso formativo è proseguito con una riflessione condivisa sulle strategie più efficaci per accompagnare e guidare un gruppo. Dal confronto sono emerse tre chiavi essenziali per la relazione educativa: l’ascolto, la conoscenza e la comunicazione. L’ascolto, anzitutto, è chiamato ad essere autentico e profondo, esercitato con il cuore aperto e disponibile ad accogliere i vissuti personali di ciascuno. Un ascolto che sappia farsi osservante e meditativo, capace di cogliere i bisogni reali dei giovani, anche quando questi non vengono esplicitati a parole. In questa prospettiva, diventa necessario mettere da parte programmazioni e obiettivi eccessivamente rigidi, per lasciare spazio alla vita concreta che emerge nel gruppo. Seconda chiave fondamentale è la conoscenza, da incoraggiare attraverso incontri destrutturati in modo da promuovere un messaggio educativo che possa diventare anche leggero, basato sul dialogo informale e accessibile. Sarà soltanto in questi spazi e con queste modalità che all’educatore sarà possibile comprendere quale ruolo venga effettivamente occupato da ciascuno dei ragazzi all’interno del gruppo e, pertanto, poter promuovere un intervento educativo realmente efficace e mirato. Fondamentale, in questo senso, è il cosiddetto ‘metodo autobiografico’, richiamato da don Davide come strumento privilegiato per leggere in profondità l’esperienza dei giovani. Guardare a tutte le sfaccettature umane dei nostri ragazzi, leggere le parole scritte e le parole nascoste tra le righe, ci consentirà di avere una prospettiva effettivamente completa. Per fare ciò sarà fondamentale abbracciare l’intera storia personale di ciascuno, guardare tutto il quadrante, e dunque: seguire una mentalità analogica in grado di leggere e guardare al presente, al passato e al futuro, anziché una mentalità digitale portata a guardare esclusivamente all’immediato. Da questa postura nascerà anche un modo nuovo di comunicare. Agendo attraverso una comunicazione empatica, non accusatoria ma specchiata, il giovane sarà invitato ad aprirsi e a raccontarsi. La terza chiave essenziale, intrecciata e interconnessa alle precedenti, è la comunicazione. Essa coinvolgerà e chiamerà in causa in prima persona l’educatore, portandolo a mettersi in gioco con autenticità. Raccontandosi e mostrando le proprie debolezze, pur mantenendo un sano e giusto confine, l’educatore manifesterà la propria incoerenza di adulto in continua crescita e in continuo cammino, aiutando il ragazzo a scoprire che di fronte a sé ha degli esseri umani, adulti che non sono invincibili, ma persone reali che, come tali, potranno essere portate anche a sbagliare. Solo partendo dal presupposto della ‘non invincibilità’ , della ‘non onnipotenza’ gli eventuali conflitti nascenti all’interno del gruppo potranno diventare delle occasioni di crescita, cambiamento ed evoluzione.

La giornata ha, inoltre, ricordato a ciascun partecipante quanto fondamentale sia il ruolo della comunità educante «un ‘noi’ dove il docente, lo studente, la famiglia, i pastori e la società civile convergono per generare vita. Questo “noi” impedisce che l’acqua ristagni nella palude del ‘si è sempre fatto così’ e la costringe a scorrere, a nutrire, a irrigare». Questo perché ciascun educatore e formatore, laico o consacrato, non è un satellite ma parte di un’ampia rete viva e plurale, una rete fatta di cuori, mani e menti pronte a mettersi al servizio dei giovani. In questo senso, la comunità educante diventerà il frutto di molteplici costellazioni che rifletteranno ‘le proprie luci in un universo infinito. Come in un caleidoscopio, i loro colori si intrecciano creando ulteriori variazioni cromatiche. Le differenze metodologiche e strutturali non sono zavorre, ma risorse. La pluralità di carismi, se ben coordinata, compone un quadro coerente e fecondo. Ogni stella ha una luminosità propria, ma tutte insieme disegnano una rotta. Dove in passato c’è stata rivalità, oggi chiediamo alle istituzioni di convergere: l’unità è la nostra forza più profetica’.

 

Diocesi

La santa messa dell’arcivescovo per San Sebastiano, patrono della polizia locale

ph G. Leva
21 Gen 2026

di Angelo Diofano

La polizia locale si è ritrovata nella mattina di martedì 20 gennaio, nella chiesa di Santa Lucia (ricadente nel territorio della sua caserma, in via Acton) per festeggiare il patrono, San Sebastiano nel corso della santa messa presieduta dall’arcivescovo mons. Ciro Miniero e concelebrata dal parroco mons. Luca Lorusso, dal segretario particolare don Luciano Matichecchia e da don Marco Peluso, per la cura della liturgia.

Erano presenti il comandante del corpo, Michele Matichecchia, il prefetto Ernesto Liguori, il questore Michele Davide Sinigaglia, il comandante interregionale Marittimo Sud amm.div. Andrea Petroni , gli assessori comunali Lucio Lonoce e Giovanni Patronelli nonché le altre maggiori autorità civili e militari.

Hanno partecipato alla santa messa anche rappresentanze degli studenti delle scuole Viola, Battaglini, Pacinotti, Maria Pia e Masterform.

A lato del presbiterio, il gonfalone del Comune, con un sottufficiale della Marina Militare che ha sottolineato con  gli squilli di tromba i momenti più significativi della celebrazione, cui hanno collaborato al servizio d’altare alcuni membri della polizia locale.

Il coro del conservatorio Paisiello (all’organo, il m° Massimiliano Conte) ha guidato i canti.

Nel corso dell’omelia, mons. Miniero ha indicato all’assemblea l’esempio di coerenza alla fede dei martiri, a partire, naturalmente, da San Sebastiano, nel giorno della sua festa, che ha pagato con la vita l’adesione a Cristo, proseguendo poi con Santa Lucia, titolare della chiesa che ha ospitato la celebrazione per finire con il giudice Rosario Livatino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre del 1990 per non aver voluto desistere dal suo impegno contro la criminalità organizzata e beatificato da papa Francesco nel 2021.

Nel saluto conclusivo, il comandante Matichecchia ha riferito di come il corpo abbia scelto di investire con convinzione non solo nel controllo ma soprattutto nella prevenzione  nella formazione, ritenendo fondamentale rivolgersi ai più giovani, ai bambini e ai ragazzi. Attraverso i progetti nelle scuole – ha detto – abbiamo cercato di trasmettere il valore delle regole non come imposizione ma come strumento di convivenza civile, di rispetto reciproco e di tutela della vita. Parlare di sicurezza stradale ai bambini significa parlare di futuro, formare cittadini più consapevoli, più responsabili, più attenti agli altri”.

Al termine, vice comandante del corpo municipale, Tina Accoti, ha proclamato la preghiera dei vigili urbani a San Sebastiano.

“La festa di San Sebastiano è stata l’occasione per celebrare la santa messa insieme con la Polizia Locale e per pregare il Signore per i suoi appartenenti affinchè li assista nel loro non facile compito di controllo della città e nella tutela del bene comune. Abbiamo ringraziato il Signore per l’intercessione di San Sebastiano e abbiamo affidato a lui gli uomini e le donne del corpo municipale affinché possano svolgere al meglio il loro servizio per il bene di tutti, per il quale li ringraziamo di vero cuore” – ha commentato al termine mons. Ciro Miniero.

 

Il servizio fotografico è stato curato da G. Leva