Diseguaglianze sociali

Il report Oxfam: concentrare la ricchezza è demolire la democrazia

20 Gen 2026

Pochissimi ricchi sempre più esageratamente ricchi, moltissimi poveri (quasi la metà della popolazione mondiale), sempre più poveri. Quello che accade a livello globale accade anche in Italia: nel 2025 i miliardari italiani, ossia 79 individui (erano 71 nel 2024) hanno aumentato il loro patrimonio di 54,6 miliardi di euro (al ritmo di 150 milioni al giorno), raggiungendo 307,5 miliardi. Il 10% più ricco delle famiglie italiane possiede oltre 8 volte la ricchezza della metà più povera, contro poco più di 6 volte nel 2010. Dal 2010 al 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre 2.000 miliardi, ma il 91% di questo incremento è andato al 5% più ricco, mentre la metà più povera ha ottenuto appena il 2,7% e perciò è sempre più povera. Oggi il top 5% degli italiani detiene il 49,4% della ricchezza nazionale, quasi il 17% in più di quanto possiede il 90% più povero.

È la fotografia allarmante della situazione italiana fotografata da Oxfam Italia che ha pubblicato il suo report annuale. Lo squilibrio enorme tra pochi ricchi e molti poveri spiega perfettamente quello che avviene a livello globale, con lo squilibrio tra paesi e all’interno dei vari paesi: più si aggrava questo squilibrio, infatti,più il potere si accentra in poche mani e, paradossalmente, proprio la parte più povera, quella penalizzata, è quella che si allontana dalla politica o che affida le sue speranze allo stesso potere che di fatto la penalizza.

Una delle conclusioni più inquietanti del rapporto Oxfam Italia, infatti, è che gli individui più ricchi esercitano efficacemente il potere, “indirizzando a proprio vantaggio scelte di politica pubblica che dovrebbero invece beneficiare l’intera collettività e attenzionare prioritariamente il benessere e le aspirazioni dei suoi componenti più vulnerabili, quelle fasce sociali che il potere politico trascura invece da tempo, anche in virtù della loro minor voce e della debolissima rappresentanza politica che riescono a esprimere. L’elevato potere economico facilita l’accesso e il controllo, talvolta invisibile e altre volte addirittura diretto, del potere pubblico”.

Insomma: la concentrazione della ricchezza produce la concentrazione del potere, in modo da venirne salvaguardato. Di conseguenza tutte le scelte politiche mirano a blandire la popolazione, che paga la quasi totalità delle tasse, ma a consolidare privilegi, economici, sociali e territoriali.

Inutile dire che in questa logica rientra l’autonomia differenziata che, bocciata dalla Corte costituzionale, ricompare in varia forma nelle politiche governative, e che tende a consolidare la ricchezza delle regioni già ricche a danno delle più povere.

Naturalmente, questo processo porta all’erosione di istituzioni democratiche, alla compressione della libertà di espressione e manifestazione, alla criminalizzazione del dissenso nonché all’ipertrofia repressiva, accompagnate dall’incattivimento del linguaggio pubblico e da raffigurazioni mediatiche che giustificano e rendono senso comune la riduzione dei diritti. Quello che sta accadendo gli Stati Uniti è la dimostrazione pratica del verificarsi di questo fenomeno che, di converso, rischia di ribaltarsi su tutti i paesi mettendo a rischio, assieme alle singole democrazia, la pace mondiale. Insomma: i risultati di questo report, che potrebbero anche considerarsi “scontati” spiegano perfettamente come le disuguaglianze generano altre disuguaglianze e che i più forti discreditano la democrazia per accumulare sempre più potere.

Ecclesia

Don Marco Pagniello (Caritas): “I media diano risonanza ai diritti negati”

ph Sir
20 Gen 2026

di Patrizia Caiffa

“In un tempo così complesso e pieno di sfide abbiamo sempre più bisogno di alleanze, anche per contrastare la povertà culturale. Chiedo a voi giornalisti di darci una mano per raccontare la povertà in maniera corretta”: lo ha detto don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana, concludendo la presentazione del rapporto ‘Taglio basso. Come la povertà fa notizia’, realizzato da Caritas italiana in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia. Presenti in platea centinaia di giornalisti per la formazione obbligatoria, durante una animata tavola rotonda moderata da Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei. “Dare centralità nel discorso pubblico a chi è povero significa prendere sul serio il principio, umano e cristiano, che la dignità di ogni persona è inviolabile”, ha sottolineato don Pagniello: “I media, nel loro migliore esercizio, sono chiamati a essere cassa di risonanza dei diritti negati, delle istanze che vengono dal basso, delle storie che possono smuovere le coscienze”, ha concluso.

 

Terra santa

Taybeh, villaggio cristiano tra attacchi dei coloni e resistenza della comunità

ph Sir
20 Gen 2026

di Daniele Rocchi

Ramiz guarda, dall’alto di Taybeh, la stalla dove raccoglie il suo bestiame – mucche e capre – dopo averlo portato al pascolo sulla terra che appartiene alla sua famiglia da generazioni. Poi, dal cellulare, mostra foto e brevi video che raccontano un’altra storia: le incursioni e gli attacchi dei coloni israeliani, i settler come li chiamano qui, che portano i loro animali a pascolare “sulle nostre terre palestinesi”. Taybeh, unico villaggio interamente cristiano rimasto in Cisgiordania, si trova a 30 chilometri da Gerusalemme e a 15 da Ramallah. È oggi circondato da quattro insediamenti israeliani: Rimonim, costruito interamente sulle terre del villaggio, Ofra, Kawkab al-Sabah e l’avamposto di Amona. “La pressione dei coloni – raccontano gli abitanti – non mira solo all’espansione territoriale, ma alla creazione di un clima di paura e insicurezza che spinge la popolazione ad abbandonare la propria terra”. “Sono estremisti nazionalisti che usurpano la nostra terra e ne sfruttano le risorse – denuncia Ramiz –. Sempre più spesso incendiano i campi, danneggiano le proprietà, picchiano chi prova a difendersi e lasciano sui muri scritte intimidatorie”.

Un lungo elenco di attacchi

L’elenco delle violenze degli ultimi mesi è lungo. Il 25 giugno scorso i coloni hanno appiccato fiamme all’ingresso del paese. Il 7 luglio hanno incendiato aree adiacenti al cimitero storico del villaggio, con le fiamme che hanno raggiunto anche i ruderi dell’antica chiesa di San Giorgio, risalente al V secolo, memoria preziosa per la comunità cristiana locale. Pochi giorni dopo, un altro attacco incendiario ha colpito proprietà private. Neppure le visite del patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, dei capi delle Chiese cristiane della Città santa e di diversi rappresentanti diplomatici – tra cui l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee – sono riuscite a fermare violenze e intrusioni. Vandalismi, incendi e graffiti razzisti si sono ripetuti anche nei mesi di ottobre e novembre. L’episodio più recente risale alla notte tra il 4 e il 5 dicembre, quando coloni mascherati hanno incendiato alcune auto, poche ore dopo l’apertura del mercato di Natale.

Una decisione di fede

“Siamo perseguitati non perché cristiani, ma perché palestinesi – spiega padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh, che rivendica il ruolo attivo della Chiesa accanto alla popolazione -. La situazione ora appare calma, ma registriamo quasi ogni giorno intrusioni del bestiame dei coloni sulle nostre terre. Né l’esercito israeliano né la polizia palestinese intervengono, e così siamo costretti a difenderci da soli”. La risposta, però, non è la violenza, ma la scelta di restare. “Restare è una decisione di fede e di responsabilità verso il nostro popolo”, sottolinea il parroco, illustrando i principali ambiti dell’impegno ecclesiale e sociale. “Il primo è la creazione di lavoro. Negli ultimi due anni il patriarcato latino, grazie anche al sostegno di molte Chiese – in particolare quella italiana – ha promosso numerosi progetti occupazionali, coinvolgendo oltre il 10% della popolazione locale, che supera le mille persone”. Le iniziative riguardano scuole, centri medici, strutture di accoglienza, attività educative e sportive. “Il secondo ambito – continua padre Bashar – riguarda l’edilizia abitativa, fondamentale per garantire stabilità alle famiglie e contrastare l’emigrazione”. Le difficoltà legate ai permessi edilizi e alla proprietà della terra rendono complessa la costruzione di nuove case, alimentando l’esodo. “Oggi – rivela il sacerdote – più di 14mila persone originarie di Taybeh vivono all’estero, di cui 6mila solo negli Stati Uniti”. Un terzo fronte è quello delle relazioni internazionali. “Chiediamo alle Chiese nel mondo e alle Conferenze episcopali di fare pressione sui rispettivi governi per fermare le violenze dei coloni. In questi due anni – racconta padre Bashar – ho incontrato più di 35 rappresentanti diplomatici a Gerusalemme e Ramallah, presentando rapporti periodici sulla situazione della nostra comunità”. Il desiderio comune è vedere migliorare le condizioni di vita. “La paura e l’insicurezza colpiscono soprattutto le famiglie e i bambini – raccontano Maria, Rima e Jacky –. Non sono solo i coloni a renderci la vita difficile, ma anche le restrizioni alla libertà di movimento: per andare e tornare da Ramallah possiamo impiegare fino a cinque ore a causa di blocchi stradali e checkpoint. Vivere così è duro”.

padre Bashar Fawadleh – ph Sir


La sfida di Taybeh

Nonostante tutto, Taybeh continua a testimoniare la speranza. “Qui la Chiesa, che spesso supplisce alle funzioni dello Stato, è chiamata a essere una presenza viva e concreta soprattutto nei momenti di crisi, guerra e persecuzione”, ribadisce padre Bashar. Un appello raccolto anche dal patriarca latino emerito di Gerusalemme, Michel Sabbah: “Viviamo nella terra di Dio, che dovrebbe essere terra di pace. Gerusalemme avrebbe dovuto essere città di riconciliazione, ma oggi è segnata da divisione, odio e conflitto e non solo dal 7 ottobre 2023. La sfida per Taybeh e per tante comunità palestinesi è continuare a resistere e restare, senza accettare questa condizione come una nuova, ingiusta normalità”.

 

Politica internazionale

Tre cardinali statunitensi contro la politica estera di Trump

ph Sir
20 Gen 2026

È uno statement che non lascia spazio a interpretazioni quello diffuso, domenica, dai cardinali Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph W. Tobin, arcivescovo di Newark. Una condanna netta della politica estera dell’amministrazione Trump, misurata sui principi enunciati da papa Leone XIV nel suo recente discorso al corpo diplomatico accreditato alla Santa sede.

Le parole dei tre porporati arrivano in una settimana che ha segnato un punto di svolta nelle relazioni internazionali degli Stati Uniti: Trump ha minacciato un intervento militare in Iran, poi ritirato sotto la pressione degli alleati del Golfo e di Israele. Ha ribadito l’intenzione di ‘impossessarsi’ della Groenlandia, costringendo i paesi europei a una mobilitazione militare in difesa di un territorio minacciato da quello che credevano fosse un alleato Nato. E ancora: la crisi venezuelana, con l’accusa di aver ‘rapito’ il presidente e imposto un cambio di governo, la guerra dei dazi con la Cina, il blocco dei visti per circa 75 paesi.

“Come pastori responsabili dell’insegnamento del nostro popolo, non possiamo restare in silenzio mentre vengono prese decisioni che condannano milioni di persone a vite intrappolate permanentemente ai margini dell’esistenza”, ha dichiarato il cardinale Cupich. “Papa Leone ci ha dato una direzione chiara e dobbiamo applicare il suo insegnamento alla condotta della nostra nazione e dei suoi leader”.

ph Ansa-Sir

Il documento dei tre cardinali, intitolato Tracciare una visione morale della politica estera americana, parte da una constatazione: nel 2026 gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più lacerante sul fondamento morale delle azioni statunitensi nel mondo dalla fine della Guerra fredda. Venezuela, Ucraina, Groenlandia hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace.

“La dottrina sociale cattolica testimonia che quando l’interesse nazionale, concepito in modo ristretto, esclude l’imperativo morale della solidarietà tra le nazioni e la dignità della persona umana, porta immense sofferenze nel mondo e un assalto catastrofico alla pace giusta che va a beneficio di ogni nazione ed è volontà di Dio”, ha sottolineato il cardinale McElroy. “Nel dibattito nazionale sui contorni fondamentali della politica estera americana, ignorare questa realtà costa gli interessi più veri del nostro paese e le migliori tradizioni di questa terra che amiamo”.

I cardinali richiamano con forza le parole di papa Leone al corpo diplomatico sulla “debolezza del multilateralismo” e sulle evoluzioni della diplomazia, da promotrice di dialogo a luogo di prova di forza muscolare.  Nel documento si cita l’analisi del papa americano  sulla guerra “tornata di moda”, mentre “si sta diffondendo uno zelo per la guerra” e “il principio stabilito dopo la Seconda Guerra mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato”

Il papa, continuano i porporati, ha anche ricordato che “la protezione del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile per ogni altro diritto umano” e ha denunciato la tendenza delle nazioni ricche a ridurre o eliminare i contributi ai programmi di assistenza umanitaria estera, così come le crescenti violazioni della coscienza e della libertà religiosa.

La partecipazione al Concistoro  ha convinto il cardinal Tobin a  sottolineare la visione del Papa sull’avere “relazioni giuste e pacifiche tra le nazioni. Altrimenti, minacce crescenti e conflitti armati rischiano di distruggere le relazioni internazionali e di far precipitare il mondo in sofferenze incalcolabili”.

Come pastori e cittadini, scrivono i tre cardinali, “abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera autenticamente morale per la nostra nazione” e “rinunciamo alla guerra come strumento per interessi nazionali ristretti e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come normale strumento di politica nazionale”. Il documento si chiude con un impegno preciso: “Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci faremo portavoce per rendere possibile questo livello più alto” di dibattito sulla politica estera americana, superando polarizzazione, partigianeria e interessi economici e sociali ristretti.

Una presa di posizione che segna un momento di svolta nei rapporti tra Chiesa cattolica americana e amministrazione Trump, e che potrebbe aprire la strada a ulteriori pronunciamenti di vescovi e cardinali Usa.

Diocesi

Gli appuntamenti in diocesi della Settimana per l’unità dei cristiani

ph G. Leva
20 Gen 2026

Nell’ambito della Settimana per l’unità dei cristiani, iniziata domenica 18, segnaliamo le seguenti celebrazioni in diocesi:
Martedì 20, alle ore 19, nella parrocchia San Giovanni Bosco, preghiera per l’ecumenismo.
Mercoledì 21, alle ore 19, nella parrocchia Santa Maria La Nova di Pulsano, il pastore cristiano evangelico delle Assemblee di Dio in Italia, Vincenzo Di Maggio, terrà una lectio divina sul tema: ‘Uno solo è il corpo, uno solo lo Spirito, come una sola è la Speranza alla quale Dio vi chiama’ (Ef 4,4).
Giovedì 22, alle ore 18, la comunità del seminario minore vivrà un momento di preghiera e formazione guidato da don Francesco Tenna, delegato diocesano per l’ecumenismo.
Sempre giovedì 22 alle ore 19, nella parrocchia Spirito Santo, momento di preghiera ecumenico.

Diocesi

La polizia locale festeggia San Sebastiano

20 Gen 2026

Martedì 20, nella chiesa di Santa Lucia, a Taranto, alle ore 11, l’arcivescovo mons. Ciro Miniero celebrerà la santa messa per la festa di San Sebastiano, patrono della polizia locale, che sarà presente al completo con il comandante Michele Matichecchia.

Diocesi

L’ingresso di don Lucangelo a Grottaglie: “Il laicato deve profumare d’infinito”

19 Gen 2026

di Silvano Trevisani

Una gran folla di fedeli ha accolto don Lucangelo De Cantis, al suo ingresso come parroco della Madonna delle Grazie di Grottaglie, chiamato a raccoglie l’eredità del compianto don Emidio scomparso d’improvviso prematuramente. La grande chiesa delle Grazie era gremita in ognuna delle tre Sante Messe che don Lucangelo ha concelebrato assieme a tutti i parroci della vicaria e non solo. A testimoniare l’attesa impaziente e la gratitudine per l’arrivo di un sacerdote molto amato e ben conosciuto per le sue origini grottagliesi. Nel suo saluto alla comunità il nuovo parroco ha espresso la sua totale disponibilità “ad ascoltare, conoscere i nomi di ognuno di voi in questo percorso. I percorsi sono pezzi di strada che possono segnare solchi e cammini. Don Emidio sarà il nostro protettore, sempre presente tra di noi. Grazie ai fratelli sacerdoti che hanno condiviso l’Eucaristia in questa giornata, a tutti coloro che hanno preparato questo incontri e a tutta la comunità, Non vi conosco ancora tutti ma sento che c’è lavoro, presenza, passione. Non vogliamo essere solisti ma vogliamo lavorare insieme”.

A don Lucangelo abbiamo poi rivolto alcune domande.

Tanta gente è venuta ad accoglierti. Attendeva impaziente il nuovo parroco e si è dimostrata felice del tuo arrivo. Come hai vissuto questo incontro?

Sono onorato di inserirmi nel solco di una tradizione bella di questa comunità. Una tradizione formativa importante, come mi appariva già da ragazzo, quando ho conosciuto l’impronta forte di don Salvatore Ligorio, arcivescovo emerito di Potenza. E per me è una gioia questa, e percepire anche la bellezza di un laicato formato. Perché più passa il tempo della mia vita e più sento che l’urgenza più grande della Chiesa deve continuare a essere quella della formazione di coscienze, di idee, di persone, di progetti. Non credo più in tante banalità. Credo che il mondo di oggi ha bisogno di cristiani formati. Qui a Grottaglie c’è una bella tradizione dei padri gesuiti, di un grande lavoro che hanno fatto con tante generazioni, loro sono stati pionieri del Concilio Vaticano Secondo. E credo che la Chiesa oggi ha bisogno di questo e mi inserisco felicemente, per ora osservando questa comunità con il forte desiderio di incrementare un progetto formativo all’interno di questo nostro paese.

Per un sacerdote cosa significa essere chiamato anche a “cambiare”? Ad affrontare nuove esperienze? Ricominciare ogni volta da capo?

È una fase delicata della vita, perché comunque ti rimette in gioco. Ti ricorda che tu non sei il centro ma c’è una storia di Dio che è il centro del percorso. Può essere una possibilità anche rigenerativa. Di idee, di pensieri di sguardi, in situazioni anche differenti, dove un sacerdote è chiamato a vivere la sua missione. Perché dall’esperienza ricavata da questi venticinque anni di ministero, so che ogni realtà è a sé. E il rispetto di un sacerdote deve essere quello di osservare la realtà, di porre un discernimento sulla realtà. Di non arrivare che le tue sole idee, ma comprendere che tipo di discernimento va fatto per quel territorio, per aiutare al meglio la gente.
Il tuo ingresso qui nella parrocchia è coinciso con l’avvio dei festeggiamenti di San Ciro, che sono entrati nel vivo con la prima processione che ha portato la venerata immagine in Chiesa Madre. C’è qualcosa di simbolico in questo?

La data è stata spontaneamente voluta dall’arcivescovo che mi ha detto: “inizia il 18”. E io ho messo piede in questa realtà il 18. San Ciro mi commuove. La sua storia, la devozione pulita della gente a questa esperienza che definirei mistica… Perché mi ha sempre colpito. Io sono cresciuto nella Chiesa Madre e mi ha sempre colpito che il culto di san Ciro non è stato mai un’esperienza rivestita di folklore esterno. Ma una devozione di popolo che mi ha formato: quelle lacrime, quelle speranze della gente mi hanno formato! Quindi, credo che sia anche la mano della Provvidenza e con timidezza e umiltà mi inserisco nel solco di questo popolo.

Ecco per concludere usiamo il paradosso di Kennedy… Chiedendo: che cosa possono fare i fedeli, per la parrocchia e per te?

Io credo fortemente che i fedeli non sono solo collaboratori del parroco. Ma sono corresponsabili.
Di un’esperienza formativa che la Chiesa deve vivere nel territorio. Un vero fedele non si vede dalla continua presenza nelle mura della parrocchia. Ma l’adesione di un laicato significativo è tra le strade. Io credo molto questo e a questo voglio incoraggiare. La comunità stabile della Madonna delle Grazie non sono io. Sono quelle persone che, abitando qui, tentano di portare nel territorio la novità del Vangelo, la luce nel laicato. Il laicato deve profumare d’infinito. Nel rapporto con la laicità, anche piena di tante cose belle: mai vedere la storia come rivale della nostra esperienza umana e cristiana, ma come “semi” che Dio è capace di vedere e di piantare ovunque nella sua libertà.

Ma permettimi, in chiusura, di ringraziare don Emilio perché so che lui mi stimava. Questo lo posso dire per avere ricevuto un suo messaggio profondo solo qualche mese fa, di stima e di amicizia. Il rapporto che con lui l’ho sempre mantenuto vivo. Che egli ci protegga da lassù”.

Ecclesia

Un unico Magistero, perseverante

ph Vatican media-Sir
19 Gen 2026

di Roberto Cavallo

Nel settembre del 2024, suscitò clamore l’esternazione di papa Francesco, allorché definì ‘sicari’ quei medici che si prestano a praticare l’interruzione volontaria della gravidanza. Bergoglio giustificò la sua affermazione dicendo che “…la scienza ti dice che al mese del concepimento ci sono tutti gli organi già… Si uccide un essere umano”. Queste parole si accompagnavano all’elogio di Baldovino, re del Belgio – è in corso la causa di beatificazione – che preferì dimettersi piuttosto che firmare la legge sull’aborto. Poi, in occasione del suo ultimo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa sede, Francesco si è pronunciato ancora, con espressione forse meno colorita ma senza mezzi termini e con uguale chiarezza, sul cosiddetto “diritto all’aborto”: Si tratta infatti di una vera colonizzazione ideologica che, secondo programmi studiati a tavolino, tenta di sradicare le tradizioni, la storia e i legami religiosi dei popoli. Si tratta di una mentalità che, presumendo di aver superato ciò che considera “le pagine buie della storia”, fa spazio alla cancel culture; non tollera differenze e si concentra sui diritti degli individui, trascurando i doveri nei riguardi degli altri, in particolare dei più deboli e fragili. In tale contesto è inaccettabile, per esempio, parlare di un cosiddetto “diritto all’aborto” che contraddice i diritti umani, in particolare il diritto alla vita. Tutta la vita va protetta, in ogni suo momento, dal concepimento alla morte naturale, perché nessun bambino è un errore o è colpevole di esistere, così come nessun anziano o malato può essere privato di speranza e scartato. Giusto a un anno di distanza, il tema è stato ripreso da Papa Leone nella stessa occasione, il discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Ecco cosa ha detto: La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile fra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie in condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente. Ciò è quanto mai prioritario specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità. La vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio. È alla luce di questa visione profonda della vita come dono da accudire e della famiglia come sua custode responsabile che si impone il rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo. Fra queste, vi è l’aborto, che interrompe una vita nascente e nega l’accoglienza del dono della vita. In tal senso, la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie. L’obiettivo fondamentale deve rimanere la protezione di ogni nascituro e il supporto effettivo e concreto a ogni donna affinché possa accogliere la vita. Similmente, vi è la maternità surrogata, che, trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzando il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia. Considerazioni possono essere estese ai malati e alle persone anziane e sole, che talvolta faticano a trovare una ragione per continuare a vivere. È compito anche della società civile e degli Stati rispondere con concretezza alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo vere politiche di solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia. Cambiano gli uomini al governo della Chiesa, ma il messaggio culturale a favore della vita nascente e della vita che tramonta resta – per cristiani e per persone di buona volontà – un fondamento provvidenzialmente insuperabile. Messaggio culturale, quello di Francesco e di Leone XIV, che potrebbe diventare oggetto di nuova riflessione in occasione della 48ª Giornata nazionale per la vita che sarà celebrata domenica 1° febbraio.

Diocesi

Dal 23 febbraio, la 54ª edizione della Settimana della fede

19 Gen 2026

di Angelo Diofano

‘Verso una pace disarmata e disarmante’ è il titolo della 54ª edizione della ‘Settimana della fede’, tradizionale appuntamento della Quaresima, che avrà luogo dal 23 al 27 febbraio in Concattedrale.

Questo è il programma:
lunedì 23 febbraio, Rosy Russo, consulente di comunicazione, formatrice, ideatrice di ‘Parole o Stili’, relazionerà su ‘Disarmare le parole’;

martedì 24, ‘Profeti per la pace. Esperienze dalla Terra Santa’ sarà il tema che svilupperà Andrea Avveduto, responsabile della comunicazione e relazioni esterne della ong ‘Pro Terra Sancta’;

mercoledì 25, Davide Rondoni, poeta e scrittore, presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, parlerà su ‘La ferita, la letizia – A tu per tu con Francesco poeta e uomo di pace’.

Gli incontri avranno inizio alle ore 19.

Inoltre, sempre nell’ambito della ‘Settimana della fede’  giovedì 26 febbraio nelle vicarie si terranno adorazioni eucaristiche, mentre venerdì 27 febbraio nelle parrocchie si svolgeranno le via crucis.

 

Sport

Taranto senza problemi: il terzo sigillo di mister Danucci

ph G. Leva
19 Gen 2026

di Paolo Arrivo

Un goal per tempo, e missione compiuta: la terza vittoria consecutiva è arrivata grazie a due reti di pregevole fattura, realizzati da Francesco Losavio e Alessio Sansò. Così il Taranto ha superato il Galatina nella 24esima giornata dell’Eccellenza pugliese. La cura Danucci continua a dare i suoi frutti, in termini di compattezza e concretezza  di un gruppo che ha ripreso a giocare a pallone, e a dare soddisfazioni ai suoi tifosi, continuando a gonfiare la rete. Dal sintetico dello stadio “Italia” di Massafra, un pomeriggio a tratti piovoso, sono arrivate conferme preziose, in attesa dell’importante match di Coppa Italia – la finale di andata, in programma giovedì, sempre a Massafra, contro il Bisceglie. I padroni di casa ieri hanno avuto la meglio sull’avversario ben messo in campo, dimostrando personalità, senza correre rischi.

Il match Taranto-Galatina

È buono l’approccio dei rossoblu alla partita. Il Taranto attacca, infatti, sin dai primi minuti trovando però gli spazi ostruiti. La prima conclusione è un diagonale a fil di palo di Boze Vukoja. Al 12’ la svolta, in un’azione degna di una categoria superiore: assist al volo di Cristian Hadziosmanovic per Losavio che in acrobazia, con una mezza girata, fa goal. Lo stesso attaccante, dopo due minuti, di testa sfiora il raddoppio. Al minuto 22 numero di Nicola Loiodice che si libera di un avversario in area, ma la sua conclusione trova l’opposizione di Andrea Caroppo. Al 36’ il primo tentativo del Galatina è affidato a un debole colpo di testa di Nicolas Alejandro Musso. C’è la supremazia territoriale degli ionici, ma il risultato resta in bilico. Dopo un minuto di recupero si va al riposo. I rossoblu tornano in campo senza Losavio infortunatosi (al suo posto c’è Sante Russo). Il Galatina si fa pericoloso al primo minuto sempre con Musso. Il Taranto riprende in mano la partita: al 7’ la combinazione Loiodice – Aguilera costringe Caroppo al terzo intervento della partita. Al minuto sedici il rasoterra dell’esordiente Sansò impegna il portiere ospite. È il preludio al goal dello stesso giovanissimo difensore che a due minuti dalla fine, servito da Vukoja, entra in area avversaria e infligge al Galatina il colpo del ko.

L’impresa dell’Atletico Città di Taranto

Restando nel mondo del pallone, è doverosa la digressione sulla squadra di futsal femminile che ieri si è laureata campionessa di Puglia per la seconda volta consecutiva: nella due giorni della entusiasmante competizione, Final Four della Coppa Italia di serie C, andata in scena al Palafiom, le ragazze allenate da Vito Liotino hanno sconfitto in finale il Poliminia. Proprio dalla SS Taranto Calcio sono arrivati il sostegno e le congratulazioni in un post sui social. Un’attestazione di stima, un segno di vicinanza e di incoraggiamento, potremmo dire, verso le migliori realtà protagoniste della crescita dello sport nel capoluogo ionico.

Taranto – Galatina nel racconto fotografico di Giuseppe Leva

Ricorrenze

Alla riscoperta dell’opera feconda di don Pierino Galeone

Una ‘due giorni’ dedicata al sacerdote sangiorgese a un anno dalla scomparsa

19 Gen 2026

Rendimento di grazie, emozione, gratitudine e tanto altro hanno segnato questi due giorni scorsi, 14 e 15 gennaio, dedicati alla figura di don Pierino Galeone, nel 1° anniversario della sua nascita al Cielo.

Un anniversario significa sempre andare indietro nel tempo, ricordando un fatto già avvenuto, e farne memoria nell’oggi. Ma per noi si è trattato non solo di ricordare un fatto avvenuto, la conclusione della vicenda terrena di don Pierino, ma anche e soprattutto di dire grazie a Dio perché la sua figura continua ad essere più che mai viva e attuale.

Mercoledì 14 c’è stata la solenne concelebrazione eucaristica presieduta da mons. Giuseppe Russo, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, arricchita dalla presenza di numerosi confratelli sacerdoti e da una nutrita assemblea di fedeli, autorità locali, figli spirituali, amici. 

Mons. Russo, sangiorgese, Servo della Sofferenza, figlio spirituale di don Pierino, che lo ha accompagnato nel cammino di formazione cristiana e nel discernimento vocazionale, nell’omelia ha esordito facendo notare quanto, nella vita dei credenti, anche un evento che si vorrebbe non arrivasse mai, come il distacco dal nostro caro Padre, può trasformarsi in una occasione di gioia e di festa, se vissuto nella fede e nella consapevolezza della sua presenza spirituale nella nostra vita. “I ricordi vivi, in alcuni casi vivissimi, della sua figura, dei suoi gesti e delle sue parole – ha detto – non solo ci fanno compagnia e rallegrano il nostro cammino, ma ci assicurano di poterci orientare nel proseguire il cammino nella comprensione, assimilazione e attuazione del carisma comune ricevuto, proprio a partire dalla sua vicenda personale e dal dono che lo Spirito aveva fatto a lui, per noi, per la Chiesa e per il mondo”. Precisando alcuni aspetti del carisma che lo Spirito Santo gli ha donato, e oggi dona e chiede a noi per proseguirne la missione, egli ha precisato che “ll servizio alla sofferenza dei fratelli, al di là di eventuali opere esteriori (comunitarie o individuali), si realizza attraverso la vita stessa delle persone” e che tutto e sempre di noi “sempre più deve divenire – quale adesione al carisma ricevuto – offerta, dono di amore, poiché il carisma sta nell’unirci con Cristo sofferente per amore dei fratelli e per la loro salvezza”. Come rendere possibile tutto questo? Mons. Russo ha sottolineato: “C’è solo un modo indicato da p. Pio e da don Pierino per attuare questa unione con Cristo: vivere bene – senza sconti, senza tagli, senza riserve, senza alterazioni o raggiri – la volontà di Dio”, quali che siano le forme che ci accompagneranno nella nostra vocazione circa la preghiera, le strutture, circa l’apostolato.

Mons. Russo ha poi esortato in modo accorato: “Il cuore del carisma dovrà rimanere intatto e, naturalmente, brillare sempre di più, a beneficio di tutti, della Chiesa, del mondo. Senza enfasi, senza esaltazione, ma nella verità e con immensa gratitudine”. Infine, ha richiamato quello che possiamo considerare il testamento del nostro Padre, cioè l’esortazione all’amore vicendevole.

Le parole di mons. Russo sono state di forte incoraggiamento per ciascuno dei presenti a continuare in questo solco la missione spirituale, pastorale e carismatica del fondatore. E certamente l’impegno sarà fecondo se il nostro cammino, le nostre scelte, le nostre opere saranno guidate e confermate dalla Chiesa “nella sua forma storica concreta, confidando nello Spirito che la guida e la rende credibile”.

Al termine della celebrazione, l’arch. Angelo Trani ha illustrato il significato della vetrata che delimita lo spazio della Casa Servi della Sofferenza in cui riposano le spoglie del Padre in un simbolismo semplice, chiaro, efficace, racchiuso in un titolo pregno di significato: “Dal granello all’albero” / “dalla terra al Cielo”. A partire da brevissimi riferimenti della Scrittura (Matteo 13,31-32; Ger 17, 7-8 e Salmo 25:4-5), l’arch. Trani ha detto che la vetrata sembra collegare la terra al Cielo e ne ha spiegato con semplicità le varie parti: “La vetrata si ispira al passo evangelico del granello di senape, il più piccolo dei semi che, una volta cresciuto, diventa un grande albero capace di offrire riparo agli uccelli del cielo. Al centro della composizione emerge una luce intensa e avvolgente, simbolo del carisma che nasce non dalla forza umana, ma dall’abbandono fiducioso di una creatura che, nella sua piccolezza, si perde in Dio e lascia che sia Lui ad operare”.

L’albero, al centro della vetrata, rappresentato in forma tripartita  (ha continuato l’arch. Trani) “è un richiamo esplicito al mistero della Trinità, comunione di amore da cui tutto ha origine e verso cui tutto tende. I suoi rami si espandono in modo armonioso e fecondo, accogliendo gli uccelli del cielo, segno delle molte vite che trovano dimora, sostegno e nutrimento in un carisma donato per il bene della Chiesa”. Altro elemento fortemente evocativo: “Al centro dell’albero stanzia la croce, segno delle fondamenta del nostro essere in Dio: radice e asse portante di tutta la composizione: ne costituisce infatti il telaio. Essa ricorda che ogni autentica fecondità nasce dal mistero pasquale di Cristo e che solo rimanendo ancorati a Lui la vita può generare frutti duraturi. La ricca fioritura dell’albero diventa così immagine dei frutti straordinari che scaturiscono da un’esistenza umile e disponibile, trasformata dalla grazia e resa luce e speranza per molti”. Infine, l’arch. Trani ha fatto notare come “il contenuto più essenziale o, poetico-liturgico, a motivo del luogo specifico (riposo del fondatore, ingresso alla chiesa dell’Istituto), si esprime insieme origine evangelica, abbandono in Dio, fecondità carismatica e continuità nella Chiesa”. Ha quindi concluso dicendo che la realizzazione di questa opera è stata curata dalla maestria e professionalità del Centro Ave Arte di Loppiano (del Movimento dei Focolari). Una equipe tesa al bello e alla spiritualità nell’arte.

Giovedì 15, come da programma, si è tenuta una interessantissima tavola rotonda, moderata da mons. Giuseppe Ancora in cui sono intervenuti il prof. Vittorio De Marco (Università del Salento), che ha presentato la relazione ‘Desiderare la crescita della comunità: una lettura delle visite pastorali nell’arcipretura di mons. Pierino Galeone a San Giorgio J. (1955-2024)’; mons. Franco Semeraro (già arciprete della Basilica di San Martino), che ha fatto una testimonianza sul tema ‘L’apostolato di don Pierino raccontato da un confratello’;  Giorgina Tocci, madre dell’istituto Servi della Sofferenza, che ha fatto una testimonianza su: ‘L’opera sociale del Padre nei ricordi di con-fondatrice. Ciascuno da una diversa angolazione, ogni relatore ha messo in evidenza il pensiero, le caratteristiche e i doni di un sacerdote costruttore di pace, di un padre libero e sincero, che ha saputo vivere con autenticità ed efficacia il suo ministero pastorale e sociale, a servizio della Chiesa e della comunità civile in un impegno che oggi diventa preziosa eredità da custodire e valorizzare.

Nel dettaglio, il prof. De Marco nel suo intervento ha messo “su un ipotetico piano cartesiano dei punti di riferimento, dei punti fermi per ricostruire la vicenda terrena di don Pierino”. Avendo don Pierino vissuto tante stagioni della storia della Chiesa locale ma anche universale, l’approccio è stato realizzato attraverso una lettura delle visite pastorali fatte nella parrocchia Santa Maria del Popolo dal 1955 al 2024. Il relatore ha descritto la realtà in cui ha operato don Pierino a partire da metà degli anni ‘50, nel secondo dopoguerra, quando “la realtà socioeconomica di San Giorgio Jonico, ma un po’ di tutto il territorio della provincia, era una struttura prevalentemente agricola, con gente operosa e relativa mobilità sociale e anche con un certo tasso di analfabetismo”.  Erano anni difficili, in cui ancora non si era intrapresa la strada del cosiddetto boom economico degli anni 60, né si vedeva all’orizzonte un piano industriale per il nostro territorio. La lettura della documentazione è partita dalla prima visita pastorale nella parrocchia Santa Maria del Popolo nel febbraio 1960, indetta nel 1958 dall’allora amministratore apostolico, mons. Motolese, già vicario generale, essendo arcivescovo titolare mons. Bernardi. Sono anni segnati da due avvenimenti: il Concilio Vaticano II dal ‘62 al ‘65 e il processo di industrializzazione con il quarto centro siderurgico a Taranto, con tutti i problemi che da un punto di vista pastorale e religioso questa massiccia presenza avrebbe potuto portare. Quindi ci si allarga alla visita del ’67 e a quelle di fine febbraio del 1981 e di novembre ’85, sempre con mons. Motolese, arcivescovo di Taranto. Altre due visite pastorali risalgono rispettivamente al 21 ottobre 1994 e a febbraio 2006, con mons. Benigno Papa.

Il prof. De Marco ha detto di don Pierino: “Il suo continuo sforzo è stato quello di ampliare gli spazi di presenza della parrocchia dandole uno spirito nuovo dopo il Vaticano II e quindi parrocchia viva, aperta, fatta di membri corresponsabilmente impegnati in uno stato permanente di missione, evangelizzazione e, aggiungerei, promozione umana. La parrocchia per don Pierino doveva veramente diventare la casa di tutti, dove tutti potevano sentirsi a casa. Parroco e parrocchia come strumenti di mediazione. Mediatore il parroco, luogo di mediazione la parrocchia, crocevia tra il territorio, le sue trasformazioni e la comunità dei credenti in quel territorio. In questo senso ha operato il buon parroco don Pierino”.

Obiettivo principale di don Pierino all’interno della comunità parrocchiale era formare persone adulte nella fede, per essere una comunità missionaria solidale con i bisogni del territorio.

Destinatari privilegiati dell’azione pastorale di don Pierino sono sempre stati i giovani, ha detto il prof. De Marco. Per loro organizzava settimane di studio, invitando qualificati relatori che si alternavano nella trattazione di temi specifici: le religioni, i giovani, l’educazione, l’amore, l’atteggiamento dei giovani di fronte alla scienza, i problemi dell’aldilà. Indimenticabile la presenza a San Giorgio dello scienziato Enrico Medi, anche lui figlio spirituale di Padre Pio, che lasciò ai giovani un bellissimo programma di vita: “C’è una civiltà da costruire ma senza distruggere, da trasformare, senza condannare, da elevare, senza opprimere”. “Tante cose del passato non sono buone – disse – cambiatele; tante cose sono buone, conservatele; tante vanno approfondite e migliorate, tante vanno snellite”. È una sorta di modello di contro-contestazione con cui lo scienziato ha invitato i giovani quella sera presenti ed è un messaggio pervaso da grande ottimismo e fiducia verso di loro.

Il prof. De Marco ha così concluso la sua relazione: “Quello di stasera è un punto di partenza per riscoprire man mano la figura del buon parroco, così come don Pierino l’ha saputo vivere e testimoniare insieme al suo gregge”.

Sono piccoli tratti di un grande affresco al quale si dovrà porre mano per ricostruire, ricomporre la figura del buon parroco, don Pierino, del fondatore, di un’anima profondamente innamorata di Dio e contemplatrice del suo volto. Dove è arrivata questa contemplazione di Dio, in quale modo Dio ha sempre interferito nella sua vita, altri a suo tempo sapranno rispondere.

Ha fatto seguito la testimonianza di mons. Franco Semeraro, amico di don Pierino e sincero estimatore dei Servi della Sofferenza, che ha esordito dandone una sua personale definizione: “Don Pierino, un cuore ricco! Un uomo, un cristiano libero, disponibile, pacifico, pronto, che guarda lontano. Da San Giorgio Jonico il suo orizzonte è universale. Quando tanti frammenti, i tanti tasselli che narrano di lui saranno composti e raccolti, sarà una rinnovata sorpresa! Sono tessere sparse di un mosaico che è proprietà del popolo di Dio, tesoro indimenticabile del vastissimo pubblico di don Pierino, carismatico della tenerezza di Dio, di quanti laici, preti, giovani, uomini, donne, consacrati lo hanno conosciuto, da lui si sono lasciati guidare e sono divenuti con lui cercatori di Dio.  Don Pierino, pastore esemplare, sorridente, fermo e dolce, accessibile sempre, col carisma della relazione, dell’immediatezza; generativo di speranza; amava la bellezza non raggio del lusso, ma espressione di tenerezza, di finezza interiore. Don Pierino, prete dell’ascolto, della sosta profonda accanto alle persone, prete con l’odore delle pecore ferite, antenna della tenerezza di Dio, prete dell’ultimo salvataggio”.

Così egli ha continuato: “L’umiltà amorevole è l’icona autentica di don Pierino. Ha trasformato la sua vita in autentica imitazione di Cristo. La postura umana, spirituale, evangelica di don Pierino non è datata, non è valida solo per una stagione. Lui ci ha lasciato una pagina di Vangelo per l’oggi, tutta da continuare ad annunciare; una beatitudine da inverare, da sperimentare, una fatica da compiere, esigente come una rivoluzione di amore”.

Mons. Semeraro ha sottolineato con convinzione: “Il Vangelo della sofferenza, in inedite declinazioni, chiede annunciatori coraggiosi. Restituire la sofferenza all’amore di Dio è la sfida di don Pierino, la speranza contro ogni speranza, trasformando il dolore in una opportunità di dono, di grazia, dargli la dignità e la rilevanza di capitale sociale. Continuare a tessere la tela della speranza, riannodarla ovunque ci sia uno strappo è l’eco fedele del Padre di San Giorgio, del Padre con la lettera maiuscola di San Giorgio Ionico. L’apostolato della prossimità, dell’ascolto, della guarigione del cuore è la scelta evangelica di don Pierino, in antitesi alla cultura dello scarto, all’occultamento delle patologie esistenziali. Il dono che don Pierino è non ci è stato tolto. Il Cristo nel sofferente è l’originalità, la sete di don Pierino che è già vivente per sempre è nel mistero della Pasqua”.

Infine,  la madre, Giorgina Tocci, ha fatto una testimonianza particolarmente interessante, nata dal suo vissuto semplice e insieme profondo accanto a don Pierino sin da quando era giovinetta. Energica e piena di entusiasmo, con il suo temperamento forte e deciso, ha condiviso con lui praticamente tutto l’arco di tempo del suo ministero sacerdotale e lo ha affiancato, come co-fondatrice, nella guida dell’Istituto secolare Servi della Sofferenza. Il suo contributo schietto, essenziale, ma intenso, certamente è un aiuto a comprendere meglio tutto quello che don Pierino ha fatto nella sua lunga vita per il bene delle anime e in campo sociale. Ha esordito definendo il padre “un concentrato di amore a Dio e al prossimo: come uomo, come sacerdote, come fondatore. Sono gli assi della croce: l’amore a Dio è l’asse verticale, l’amore al prossimo quello orizzontale”. Giorgina Tocci ha dato una lettura della sua esperienza con don Pierino,  come parroco e come fondatore. Tra le altre cose ha detto: “Come parroco, nel campo spirituale si è adoperato in mille modi per avvicinare le anime e offrire percorsi di catechesi a tutte le fasce di età, dai bambini agli adulti. Ha curato il cammino di crescita dei piccoli, dei giovani, dei fidanzati, delle coppie, senza trascurare gli ammalati. Ha reso visibile la bellezza del Vangelo e della vita cristiana. Come fondatore ha curato la formazione e l’accompagnamento vocazionale di tanti giovani sia nella scelta del matrimonio sia in quella del sacerdozio e della consacrazione, nel rispetto della volontà di Dio su ciascuno. Come docente, a scuola, ha aiutato tante generazioni a scoprire l’importanza e anche il valore culturale della nostra religione, che non si può mettere da parte perché l’uomo è naturalmente un essere religioso”.

Quindi, sulla scia dei ricordi personali, ha testimoniato che “Tutta la sua azione, il suo ministero di parroco e il suo ruolo di fondatore si è rivolto in particolare: ai bambini, ai giovani, agli adulti, agli ammalati, alla politica, alla missione”, ricordando che “la sua opera sociale è stata sempre rivolta alla particolare cura delle anime a lui affidate, attraverso la direzione spirituale, l’attenzione alle vocazioni sacerdotali, l’assistenza alle organizzazioni laicali, la carità verso gli ammalati e i poveri”.

E ha ribadito che “Le doti personali e i doni di cui è stato arricchito non sono stati, infatti, per sé, ma per il servizio al prossimo. Dal suo maestro, Padre Pio, ha imparato che l’amore a Dio ha bisogno di fondarsi nella preghiera, nel rapporto intimo con Gesù Eucaristia, nella devozione alla Madonna”. La madre ha concluso: “Dopo 70 anni da quel 1955, sono sempre più certa che sia doveroso far conoscere la sua figura umana, sacerdotale, spirituale. Dobbiamo tutti riconoscere, far conoscere e mantenere viva la grandezza di questo uomo, vero dono di Dio alla Chiesa e alla società”.

Gli interventi hanno suscitato forti emozioni nell’ascoltare quanto la vita del padre sia stata spesa davvero a servizio di Dio, della Chiesa e dell’umanità, soprattutto dei più deboli e bisognosi, prendendo coscienza di quanto il suo ministero sacerdotale sia stato a servizio anche della società civile per la quale ha profuso passione ed impegno per inculcare i valori del vangelo per una società più giusta e pacificata. Non solo un ricordo, dunque, quello di questi due giorni, ma il bisogno di non sciupare nulla del grande dono che don Pierino è stato per tutti noi e un impegno a tenere viva, con umiltà e dedizione, la sua opera e i suoi insegnamenti di pastore, di maestro, di padre.

La serata si è conclusa con un breve video che ha illustrato i tratti salienti della personalità del padre: il suo stile di preghiera semplice, essenziale, filiale, fiducioso; la sua paternità spirituale, che porta l’impronta della paternità divina.

Nel saluto finale, don Giuseppe Carrieri, moderatore dell’Istituto secolare Servi della Sofferenza, ha espresso, a nome di tutta l’assemblea, il desiderio che si costituisca, in collaborazione con il sindaco, un comitato per fare in modo che una via o una piazza significativa di San Giorgio sia intitolata a don Pierino.